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mercoledì 9 settembre 2026

Jorge Diaz - La Spia (Ponte Alle Grazie, 2026)

 


Andalusia, 1952. Un uomo viene brutalmente assassinato sulla spiaggia. A indagare è chiamato il giovane caporale Javier Bermejo della Guardia Civil, ma quello che potrebbe apparire come un delitto passionale si rivela qualcosa di molto più complicato. Per cominciare, chi era la vittima, il barone Ino von Rolland, ricco e misterioso uomo d’affari tedesco ritiratosi nella cittadina spagnola? Forse un nazista sfuggito alla giustizia dopo la fine della guerra? O un ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento? Non sembrano due ipotesi compatibili... Jorge Díaz recupera dai meandri della storia del Novecento l’affascinante e ambigua figura posta al centro di questo romanzo, e si occupa di riempire i buchi lasciati dalle fonti. Ci trasporta così nella Barcellona del 1917, in cui servizi segreti tedeschi e britannici lavorano per procurare alle proprie forze navali il predominio nel Mediterraneo; tra le due guerre ci fa visitare Berlino, e di nuovo la Spagna durante la Guerra civile; poi i campi di sterminio, il Portogallo, l’Argentina. Fino all’Andalusia degli anni Cinquanta, quando la vicenda storica smarrisce le tracce dell’enigmatico personaggio lasciando all’autore la libertà di inventarsi il finale.

 

Jorge Díaz Cortés (Alicante, 1962), scrittore e sceneggiatore, è noto a livello internazionale soprattutto in quanto membro, con Agustín Martínez e Antonio Santos Mercero, del terzetto di autori che si cela dietro al nome di Carmen Mola.

Per usare un’immagine tratta dal mondo della musica, La Spia è il suo quinto libro da “solista” e fonde mirabilmente il romanzo dai connotati storici al thriller. Lo scopo è quello di raccontare l’ambigua figura, realmente esistita, di Ino Von Rolland, il cui vero nome era Isaac Ezratty, ebreo nato a Salonicco nel 1893 (si sconosce la data di morte) e diventato agente del controspionaggio nazista agli ordini del generale Canaris, responsabile dell’Abwehr, e suo amico e protettore.

Attraverso le studio delle fonti storiche esistenti, numerose, ma anche colme di lacune (tra cui i memorandum degli interrogatori avvenuti dopo il conflitto da parte delle autorità alleate), Diaz ricostruisce l’enigmatica e contraddittoria figura di quest’uomo piccolo d’altezza ma dotato di un fascino magnetico, cultore della bella vita e delle belle arti, playboy impenitente, amante vorace e inesausto, fedele alla patria di adozione ma lontano da ogni fanatismo nazista, e comunque servitore indefesso della causa, nonostante venne rinchiuso per un lungo periodo nel campo di concentramento di Buchenwald.

La parte storica del romanzo ne ripercorre le gesta a partire dal 1917, quando a Barcellona Von Rolland lavora per creare una rete di spie al servizio della Germania, fino alla sua permanenza in Argentina, come infiltrato fra gli esuli ebrei, avvenuta dopo il periodo detentivo a Buchenwald.

L’ultima notizia storica che lo riguarda risale al 1949, quando Ezratty chiese la nazionalità spagnola all’allora governo Franco. Poi più nulla. Non si sa dove, quando e in che circostanze sia deceduto.

Le numerose afasie storiche vengono colmate dalla fantasia dello scrittore, che intorno alla misteriosa morte della spia, immagina che la stessa sia avvenuta, in modo cruento, nel 1952, a Mojacar, un pittoresco paesino dell’Andalusia, dove Von Rolland si era ritirato per qualche anno, prima di essere assassinato. Incaricato delle indagini è un giovane caporale della Guardia Civil, Javier Bernejo che, nella cornice pittoresca di una location da fiaba, scoprirà torbidi retroscena e metterà a repentaglio la propria integrità e il proprio amore (di lontananza).

Un romanzo ambivalente, scritto molto bene, che, nonostante i ritmi compassati, avvince tanto il lettore appassionato di thriller che quello amante delle piccole storie della Storia, il quale, se lo vorrà, troverà nella lettura numerosi spunti di approfondimento.

PS: attenzione, se amate gli animali, alcuni passaggi funzionali alla trama e relativi ai combattimenti fra cani, potrebbero urtare la vostra sensibilità.

 

Blackswan, mercoledì 09/09/2026

 

venerdì 28 agosto 2026

Larry McMurtry - Cavallo Pazzo (einaudi, 2025)

 


Dalla pagina eroica nella battaglia del Little Bighorn alla fine tragica a Fort Robinson, Cavallo Pazzo è vissuto negli ultimi anni in cui il popolo sioux poteva considerarsi ancora libero, ed è morto quando quell’epoca era ormai finita. Con grande passione e forza narrativa, Larry McMurtry si muove tra verità e leggenda, facendo affiorare il ritratto di un guerriero indomito, risoluto, schivo e altruista. Un uomo che ha lottato fino allo stremo per la sopravvivenza del suo popolo e del suo modo di vivere.

 

La figura di Larry McMurtry è universalmente nota per la tetralogia di Lonesome Dove (il primo volume della quale vinse il premio Pulitzer nel 1985), per Voglia di Tenerezza, romanzo dal quale fu tratto l’omonimo film di James L. Brooks (che fece man bassa di Oscar nel 1984) e per la sceneggiatura de I Segreti di Brokeback Mountain (per il quale lui stesso si aggiudicò un altro Oscar).

Cavallo Pazzo, già pubblicato in Italia nel 1999, è un’opera minore del compianto romanziere americano, un saggio che si prefigge di raccontare la figura di Cavallo Pazzo, personaggio sfuggente e al contempo figura mitica, che ha saputo incarnare, oggi come allora, il vero spirito degli indiani delle pianure. Accostando la verità storica alla leggenda, McMurtry tratteggia con acutezza un personaggio di cui si sa pochissimo, e quel che si sa è, talvolta, frutto solo dell’immaginazione suscitata dalla sua aura quasi spirituale, a cagione della quale le gesta dell’uomo e il suo mito spesso si sovrappongono.

Spirito indomito, refrattario alle regole e alle tradizioni del suo popolo, cacciatore, guerriero e, soprattutto, benefattore (una delle certezze è che si prendesse cura degli anziani e dei meno abbienti), Cavallo Pazzo è diventato il simbolo della resistenza indiana all’oppressione del popolo bianco, per quanto non è storicamente accertata la sua partecipazione a molte delle battaglie che il mito gli accredita.

Tra poche notizie vere e molte storie inventate o supposizioni, McMurtry cerca di far luce, con il piglio certosino dello storico, sulla cultura degli indiani delle praterie e sulle ragioni (trattati non rispettati, epidemie, la scelleratezza con cui i bianchi fecero razzia dei beni di sostentamento dei pellerossa) che spinsero gli indiani a essere “rinchiusi “nelle riserve e che condussero al massacro di Little Bighorn (l’insensata arroganza di Custer, la sagacia militare dei nativi americani) e alla carneficina degli Sioux presso il torrente Wounded Knee, che mise fine per sempre alla resistenza indiana.

Di grande interesse anche la parte del saggio dedicata all’assassinio di Cavallo Pazzo (su cui si hanno molte più notizie attendibili) avvenuto a Fort Robinson per mano di un soldato, che lo trafisse con un colpo di baionetta. Stanco e preoccupato per le condizioni del suo popolo, stremato dalla fame e dal freddo, Cavallo Pazzo si consegnò all’esercito statunitense, che lo rinchiuse nella riserva del forte, per essere assassinato, poi, qualche mese dopo a seguito di un inganno perpetrato nei suoi confronti dai capi indiani Coda Chiazzata e Nuvola Rossa, gelosi del suo prestigio.

 

Blackswan, venerdì 28/08/2026

mercoledì 5 agosto 2026

Holly Jackson - Not Quite Dead Yet (Rizzoli, 2025)

 


Tra sette giorni Jet Mason sarà morta.
Jet ha ventisette anni e sta ancora aspettando che la sua vita decolli. Il suo mantra è “lo farò più tardi”, pensando di avere tutto il tempo del mondo. Fino alla notte di Halloween, quando viene aggredita in casa sua da un intruso. L’attacco le procura un forte trauma cranico e il medico è certo che entro una settimana la lesione scatenerà un aneurisma mortale. Jet non ha mai pensato di avere dei nemici, ma ora vede tutti sotto una nuova luce: la sua famiglia, la sua ex migliore amica, ora sua cognata, il suo ex fidanzato possessivo… Le restano sette giorni, solo sette giorni per scoprire chi l’ha aggredita, e a mano a mano che le sue condizioni peggiorano, Jet si rende conto che l’unico di cui si possa fidare è il suo amico d’infanzia Billy. Ma questa assurda storia ha anche un risvolto positivo: per la prima volta nella sua vita è determinata a portare a termine qualcosa. Jet risolverà il suo stesso omicidio.

 

E’ la notte di Halloween, quando Jet, ventisettenne incapace di dare un senso alla propria esistenza, al ritorno dai festeggiamenti cittadini per la ricorrenza, viene aggredita nella casa in cui vive coi propri genitori. L’assalitore la colpisce, con inaudita brutalità, per tre volte al cranio, e la lascia esanime a terra, credendola morta.

Jet, però, viene soccorsa in tempo, e dopo le cure del caso le viene annunciata la più terribile delle diagnosi: o si sottopone immediatamente a un’operazione, il cui esito fatale è quasi certo, oppure, entro sette giorni, morirà a seguito di un esiziale aneurisma. Jet sceglie di vivere il breve lasso di tempo che la separa dall’inevitabile, con l’intento di scoprire chi l’ha uccisa. Già, perché Jet è virtualmente morta, ma non ancora del tutto.

Se accettiamo l’improbabile prius logico che sorregge la trana di Not Quite Dead Yet, e cioè che si possa vivere (quasi) normalmente per sette giorni, dopo aver subito una trauma cranico dalle conseguenze mortali, possiamo tranquillamente immergerci nella lettura di questo avvincente romanzo a firma Holly Jackson.

Perché l’idea, per quanto poco plausibile, è di quelle vincenti: innescare una lotta tra la protagonista, il tempo e un implacabile destino, per riuscire a dare un volto a quello che è, a tutti gli effetti, un assassino in pectore.

Nonostante il ritmo non sia frenetico, il romanzo si legge d’un fiato, i colpi di scena sono ben dosati e la trama si snoda in modo credibile attraverso indagini che scandagliano anche il passato di una famiglia agiata e (apparentemente) perbene, la cui storia è stata segnata per sempre da una tragedia emotivamente devastante.

Nonostante manchi ogni approfondimento psicologico dei personaggi, peraltro non funzionale alla trama, la fotografia dei due giovani protagonisti, Jet e Billy, che combattono per portare alla luce la verità e un reciproco amore per lungo tempo taciuto, è perfettamente centrata e ben si adatta alla prosa pop, leggera, ma comunque efficace della Jackson.

Il finale, che assume i connotati di una tragedia shakespeariana, non delude, così come una riflessione scolastica, ma indispensabile, sul tempo che scorre inesorabile e il peso del non detto, che spesso ingarbuglia i rapporti con le persone che amiamo.

 

Blackswan, mercoledì 05/08/2026

venerdì 10 luglio 2026

Liz Moore - Le Canzoni Di New York (NN Editore, 2026)

 


New York, anni Duemila. Jax è la direttrice della famosa etichetta Titan Records, che gestisce in maniera inflessibile e competitiva, sempre alla caccia di nuovi cantanti da mettere sotto contratto. Finora la Titan ha potuto contare sul successo di Tommy Mays e la sua band, ma le mode musicali cambiano in fretta e bisogna essere pronti a intercettare i gusti del pubblico. Lo sa bene Theo, il talent scout che ha appena scommesso su un nuovo gruppo, i Burn, a cui ha chiesto di aprire gli ultimi concerti di Tommy Mays. Ma il cammino verso la fama è un continuo saliscendi, e Jax dubita che i Burn abbiano le carte in regola per farcela. Lei punta tutto, invece, sulla giovane, bella e talentuosa Lenore Lamont, che sembra immune da dubbi e paure. Finché il peso delle aspettative e una delusione d’amore risvegliano le fragilità della ragazza, proprio alla vigilia della sua occasione per conquistare il grande pubblico. "Le canzoni di New York" alterna le voci di protagonisti e comprimari sullo sfondo della città dei sogni, e ci rivela il lato nascosto dell’industria musicale, tra slanci, debolezze, compromessi, e i colpi di scena che, in un istante, possono trasformare un fallimento in una leggenda. Con il suo sguardo carico di umanità, Liz Moore ci riporta a quell’attimo inebriante in cui le luci si abbassano, cala il silenzio ed è tempo di esibirsi sul palcoscenico della propria vita.

 

E’ stato l’ultimo a essere pubblicato in Italia in ordine di tempo, ma Le Canzoni di New York è in realtà il primo romanzo di Liz Moore, che vide la luce negli Stati Uniti nel 2007 con il titolo, di gran lunga più bello, di The Worlds Of Every Song.

L’autrice de Il Peso, poetica storia di solitudini che trovano salvezza, de I Cieli Di Philadelphia, poliziesco sui generis, trasformato poi in serie tv (Long Bright River, dal titolo originale) e del best seller Il Dio Dei Boschi, una saga familiare declinata come un thriller (dell’anima), prima di avere successo come romanziera, tentò senza grande fortuna la carriera di musicista, pubblicando un disco, Backyards, tra l’altro molto bello, che potete ascoltare su Spotify.

Le Canzoni di New York trae spunto da quella esperienza, avendo come fulcro della narrazione la casa discografica Titan, una major intorno alla quale ruotano numerosi personaggi, fotografati, nel 2004 (unico riferimento temporale è la morte di Ronald Reagan) in una New York febbrile e muta testimone della storia.

Non siamo però di fronte a un romanzo che parla solo di musica, per quanto le quasi trecento pagine siano zeppe di riferimenti che faranno la gioia degli appassionati. In realtà, la Titan è il centro catalizzante da cui si sviluppa una ragnatela personaggi, in qualche modo legati all’etichetta, ma ognuno con una propria storia alle spalle. Storie di perdite, di lutti, di dolore, di amori impossibili, di amori collassati, di amori fugaci o amori eterni, di speranze, di aspirazioni, di fragilità e debolezze insanabili.

La Moore crea, con sopraffina abilità narrativa, un intreccio di vite che suonano come una sinfonia cacofonica di strumenti mal accordati, il cui suono, alla fine, per quanto sgraziato o fuori tempo, riesce a creare una musica che ha che fare più con l’anima che con le note.

Ciò che colpisce maggiormente è la straordinario approfondimento psicologico di un pugno di personaggi, musicisti o aspiranti tali, produttori, critici musicali (a cui davvero non risparmia nulla) e fan, la cui umanità, spesso crogiolo di contraddizioni, è tratteggiata con il consueto stile asciutto, capace di elevarsi a pura poesia con poche, semplici parole.

Il finale del romanzo è un appassionato omaggio a tutti coloro che amano la musica, a quelli che conoscono il potere lenitivo di una canzone, e sanno che, giorno dopo giorno, è un fiorire di note a rendere più bella la vita.

 

Blackswan, venerdì 10/07/2026

venerdì 19 giugno 2026

Olivier Norek - I Guerrieri D'Inverno (Rizzoli, 2026)

 


Nell’autunno del 1939 l’Unione Sovietica si appresta ad aggredire la Carelia, un’area apparentemente innocua, ma strategica per la sua posizione di ponte tra il fronte tedesco e quello russo. L’attacco non è immediato, passano mesi di incertezza, e in questo tempo di attesa, mentre l’inverno inizia a stringere la sua morsa, un milione di finlandesi viene reclutato. Sono giovani inesperti della guerra, un popolo pacifico che viene condotto lungo le linee di confine, senza attrezzature adatte, spesso senza preparazione. E così, nel freddo più spietato, nel cuore del conflitto più violento della sua storia, il popolo intero di un piccolo Stato si solleverà contro il nemico e, tra i suoi soldati, nascerà una leggenda: Simo Häyhä, che grazie alle insuperate doti di tiratore diventa la Morte Bianca…

 

Quella fra la piccola Finlandia e la Russia venne ribattezzata Guerra d’Inverno e, nonostante mise a bilancio circa centocinquantamila morti in poco più di tre mesi, resta tutt’oggi un conflitto che pochi conoscono.

La Finlandia era diventata indipendente nel 1917, dopo essere stata per anni sotto il giogo russo, soprattutto di Nicola II, lo zar che tentò in tutti i modi la russificazione del paese scandinavo. Le due nazioni, nonostante un patto di non belligeranza, continuavano a considerarsi reciprocamente ostili, soprattutto dopo che Stalin cercò, attraverso la strada del negoziato, di annettere alcuni territori del piccolo ma strategico vicino.

Quando i tentativi diplomatici di annessione fallirono, motivato anche dalla sempre maggior influenza della Germania nazista sul governo finlandese, Stalin decise per l’invasione, ricorrendo a un cinico strattagemma, poi definito l’incidente di Mainila, dal nome di un piccolo insediamento russo di confine, che venne bombardato dagli stessi sovietici, attribuendo poi la colpa ai finlandesi

Questi, per sommi capi, gli antefatti di una guerra che ebbe inizio il 30 novembre del 1939 e che, secondo Stalin, sarebbe durata al massimo due settimane (e non, invece, tre mesi).

Il dittatore sovietico, però, dovette fare i conti con l’inesperienza delle proprie truppe (che non avevano dimestichezza con gli sci), con l’orgoglio del giovane popolo finnico, disposto a tutto pur di difendere i propri confini, e col brutale inverno finlandese, segnato da temperature che oscillavano fra i -30 e i -50 gradi.

Lo scrittore francese, già noto per i polizieschi che vedono come protagonista l’ispettore Coste, ricostruisce, con certosina precisione, questo misconosciuto evento storico, partendo dai documenti dell’epoca e romanzandolo per tratteggiare la figura leggendaria dell’eroico cecchino Simo Häyhä, che seminava tanto terrore fra i militari dell’Armata Rossa, così da guadagnarsi il soprannome inquietante di Morte Bianca.

Ne esce un libro che coniuga la precisione storica e la vivida descrizione dei protagonisti di quel conflitto agli episodi, tutti veritieri, di un massacro insensato, in cui, nonostante la differenza di forze messe in campo, vide un’epica resistenza del piccolo esercito finlandese, che capitolò solo perché tradito da Francia e Inghilterra, che mentirono sul loro intervento a favore del piccolo stato scandinavo.

Manca, forse, l’approfondimento psicologico dei personaggi, tutti ingranaggi inevitabili di un sistema folle, che trasforma gli individui in macchine di morte, in una insulsa escalation di violenza. Ciò nonostante, il romanzo è palpitante e si divora fino all’ultima pagina, perchè Norek evita i tecnicismi del saggio e si concentra, invece, sui classici stilemi del romanzo di guerra, le cui pagine sono potenti, crude e sanguinose.  


Blackswan, venerdì 19/06/2026

giovedì 28 maggio 2026

Stephen King - La Lunga Marcia (Sperling & Kupfer, 2013)

 


Dal confine con il Canada fino a Boston a piedi, senza soste. Una sfida mortale, con un regolamento implacabile, per cento volontari: un passo falso, una caduta, un malore, e si viene abbattuti. Ma chi riesce a tagliare il traguardo otterrà il Premio. Lungo il terribile percorso, scandito dagli incitamenti della folla, fra i partecipanti si creano rapporti di sfida, di solidarietà e di lucida follia...

La Lunga Marcia è il primo di una serie di romanzi che Stephen King pubblicò sotto lo pseudonimo di Richard Bachman (pare in onore di Randy Bachman, chitarrista dei Bachman Turner Overdrive), per aggirare il limite, in vigore negli anni ’70, che impediva agli editori di pubblicare più di un libro all’anno per autore. Il romanzo scritto da un imberbe King tra il 1966 e l’anno successivo, fu pubblicato per la prima volta nel 1979, e arrivò in Italia solo più tardi, nel 1985, come volume della collana Urania.

La storia terrificante, tema di questo avvincente racconto, si svolge in un’America distopica, governata da un totalitarismo militare, dove, ogni anno, sotto l’egida de “il maggiore” (un militare venerato dalle masse) si svolge una lunga marcia, una competizione a cui possono partecipare cento adolescenti, scelti a caso dopo alcune prove selettive. Principale regola della gara è mantenere un'andatura di almeno 6 chilometri l'ora: ogni qual volta il partecipante rallenta il passo, riceve un'ammonizione. Dopo la prima ammonizione, se il concorrente, entro trenta secondi, non riprende l'andatura corretta, riceve una seconda ammonizione; analogamente ottiene una terza e ultima ammonizione, in seguito alla quale, trascorsi i trenta secondi senza aver ripreso il ritmo, il partecipante viene fucilato sul posto da dei soldati che, a bordo di un cingolato, seguono la competizione. Una singola ammonizione può essere cancellata marciando per un'ora senza ricevere altri richiami.

Camminare, camminare, camminare, senza una meta, fino a che il fisico e la mente reggono, fino a che non si ha più coscienza di se stessi, fino a quando l’unico desiderio è quello di sedersi sull’asfalto e attendere l’inevitabile. Un incubo a occhi aperti, in cui cento giovani, di cui non si comprendono fino in fondo le vere motivazioni, lottano allo sfinimento per ottenere un premio finale, con la consapevolezza che il traguardo lo raggiungerà solo uno, mentre per tutti gli altri sarà morte certa.

La trama richiama immediatamente quella di Non Si Uccidono Così Anche i Cavalli, caustico romanzo di denuncia pubblicato da Horace McCoy nel 1935. Quel libro raccontava la storia di centoquarantaquattro coppie di ballerini che si sfidavano in una maratona di danza, al termine della quale l’ultima coppia rimasta in piedi avrebbe vinto la somma di mille dollari.

Il libro di McCoy si soffermava sulla faccia triste dell’America, quella degli ultimi, dei disoccupati, di chi fa fatica a sbarcare il lunario e vede nella vittoria finale la realizzazione di un sogno americano di piccolo cabotaggio. Un j’accuse, duro e senza sconti, allo sfruttamento capitalista e alla brutalità di una società che non si fa scrupolo a ingannare le aspirazioni dei più deboli, piccoli ingranaggi di un meccanismo spietato.

In La Lunga Marcia, invece, attraverso gli occhi di un pugno di giovani, figli delle contraddizioni di un America che toglie tanto e ben poco restituisce (ma tutto sommato, ancora capaci di sognare un futuro migliore), King punta il dito, soprattutto, sulla spietatezza di ogni totalitarismo, che, attraverso la logica del panem e circenses, anestetizza il popolo con un gioco per nulla differente da quello che si svolgeva nelle antiche arene romane.

Ecco allora che camminare può significare imparare a resistere alla dittatura, ma significa anche acquisirne consapevolezza (il Maggiore tanto idolatrato all’inizio diventa oggetto di scherno e odio da parte dei giovani podisti), e prendere coscienza di un sistema indifferente ai bisogni della comunità.

Per converso, la marcia è anche la fotografia di ogni società profondamente divisa tra chi comanda, chi assiste, complice ottuso e indifferente, al massacro, e le classi minori, che come sempre, combattono tra loro per la sopravvivenza, senza capire che il bersaglio del proprio livore si trova molto più in alto nella catena alimentare.

King, inoltre, affronta e sviluppa anche il tema della spettacolarizzazione della violenza e della manipolazione dell’informazione, che sarà il fulcro centrale del successivo romanzo a firma Bachman, L’uomo In fuga, pubblicato nel 1983, in cui l’autore, attraverso la messa in scena di un nuovo gioco agghiacciante, punta il dito sulla alterazione delle immagini televisive ad uso e consumo di chi governa e sulla manipolazioni delle menti da parte di una tv mendace e strumentalizzata.

La Lunga Marcia è un romanzo che guarda al futuro e lo fotografa con una nitidezza disarmante, preconizzando quella che oggi è diventata la società occidentale. Non solo, però. Al di là dei suoi significati intrinseci, questo romanzo è palpitante, avvincente e ricco di colpi di scena. Ci vuole davvero un grande scrittore a sviluppare, con così tanta sapienza, una trama di per sé lineare e apparentemente priva di snodi narrativi, e tenere il lettore incollato al racconto fino all’ultima pagina, in cui, come spesso accade nei romanzi di King, l’epilogo è emozionante ma anche aperto a diverse interpretazioni.

Un romanzo lucido, feroce ed epico che racconta con inaspettata acutezza parte di ciò che oggi siamo diventati.

PS: dal romanzo è stato tratta una trasposizione cinematografica dallo stesso titolo, uscita nelle sale statunitensi qualche mese fa. Dovrebbe arrivare anche nei nostri cinema, ma il condizionale è d’obbligo.

 

Blackswan, giovedì 28/05/2026

giovedì 21 maggio 2026

Franck Thilliez - Treno Infernale Per L'angelo Rosso (Fazi, 2026)

 


Il commissario Franck Sharko è alle prese con il caso più difficile della sua carriera: la moglie Suzanne è scomparsa. Una sera non è tornata a casa, e da allora non ha più avuto sue notizie. Sono trascorsi sei mesi. Non un segno di vita, non una richiesta di riscatto. Ogni tentativo di ritrovarla si è rivelato infruttuoso. Dopo un lungo congedo, per Sharko è ora di tornare al lavoro e il suo primo incarico riguarda un omicidio avvenuto in un paesino non lontano da Parigi. In una casa isolata è stato rinvenuto il cadavere di una donna sospeso a mezz'aria con un sistema di corde e ganci, mutilato e ricomposto in una posa innaturale. Con l'aiuto della carismatica psicocriminologa Williams, del genio dell'informatica Serpetti e della vicina di casa Dudù Camelia, un'anziana guyanese con il misterioso dono delle visioni, Sharko cercherà di stanare il machiavellico assassino.

 

I fan dello scrittore francese conoscono bene la figura del commissario Franck Sharko, già protagonista di svariati romanzi e dell’ottimo 1991, pubblicato da Fazi non più tardi di un anno fa. Attenzione, però: in quel romanzo, Sharko era un giovane poliziotto alle prime armi che si vedeva suo malgrado invischiato in un efferato delitto; in Treno Infernale Per L’angelo Rosso, invece, il nostro eroe è diventato commissario, ed è un detective affermato ed esperto. L’arcano è subito svelato: il libro di cui parliamo è in assoluto il primo romanzo pubblicato da Thilliez ed il primo della saga dedicata a Sharko, mentre 1991 è stato l’ultimo a essere pubblicato in Italia, pur essendo una sorta di prequel di tutto quello che succederà dopo.

Fatto questo preambolo, Treno Infernale Per L’angelo Rosso (un titolo decisamente respingente), se da un lato, mette ben in evidenza le qualità ancora in nuce dello scrittore francese, dall’altro, risente di tutti i difetti di un’opera prima.

Intendiamoci: la trama (con qualche evidente forzatura) è ben costruita, i colpi di scena si sprecano e il protagonista, un uomo tormentato ed emotivamente distrutto dalla scomparsa della moglie Suzanne, è ben delineato sotto il profilo psicologico. Il libro scorre alla grande e, per quanto i più arguti riusciranno a scoprire l’assassino prima che ce lo sveli l’autore, la tensione, l’adrenalina e il ritmo tengono desta l’attenzione fino alle pagine finali.

Tuttavia, l’insistenza sugli aspetti macabri della vicenda, la dovizia di particolari con cui vengono descritti i supplizi a cui sono sottoposte le povere vittime (siamo dalle parti di American Psycho di Bret Easton Ellis) sconfinano spesso nel grandguignolesco, e risultano eccessivi e poco funzionali alla trama, il cui mood è già reso cupissimo dai tormenti del protagonista e dall’abominio del tema trattato (che è quello degli snuff movie).

In futuro, Thilliez farà sicuramente meglio, anche sotto il profilo della prosa che, in queste quasi quattrocento pagine, ogni tanto zoppica, soprattutto nei dialoghi, non tutti all’altezza di un romanzo altrimenti ispirato. Errori di gioventù, ma adeguatamente compensati da una storia che intriga e che scorre veloce verso un finale risaputo ma comunque elettrizzante.

 

Blackswan, giovedì 21/05/2026

giovedì 23 aprile 2026

Niccolò Ammaniti - Il Custode (Einaudi, 2026)

 


In uno sperduto borgo della Sicilia, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, vive la famiglia Vasciaveo. Il tredicenne Nilo, la madre Agata e la zia Rosi. Ufficialmente si occupano di lavorare e rivendere marmo, ma è solo una copertura. I Vasciaveo sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile. L’arrivo in paese di Arianna – giovane donna bella e alla deriva – e della figlia Saskia rompe gli equilibri che tengono in piedi le loro esistenze. Essere custodi della cosa nel bagno equivale anche a esserne prigionieri. Un sacrificio che Nilo, dopo aver conosciuto l’amore, non potrà più sopportare.

 

Un romanzo breve, sono solo centosessantacinque pagine, che procede rapido, grazie a un ritmo incalzante, e che si legge tutto d’un fiato. Attenzione, però, perché Il Custode va maneggiato con cura, è un romanzo che contiene più riflessioni di quello che la sua brevità farebbe supporre, e che va affrontato muovendosi su diversi piani di lettura.

A Triscina, un paesino fatiscente ammassato su una grande spiaggia siciliana, vivono i Vasciaveo, famiglia composta dal tredicenne Nilo, che abita insieme alla mamma Agata e alla zia Rosi in un sottoscala. Una famiglia apparentemente normale, che si occupa di lavorare e di rivendere il marmo. Tuttavia, dietro questa dignitosa professione, si cela un indicibile orrore, dal momento che i Vasciaveo sono da tempo immemore custodi di un mistero che ha radici lontane, addirittura nella mitologia greca. Quando in paese arrivano la conturbante Arianna e sua figlia Saskia, l’apparente tranquillità della famiglia inizia a vacillare…

Il Custode, come si diceva, possiede diversi piani di lettura: è un romanzo thriller, che tiene col fiato sospeso grazie al ritmo incalzante e ai continui colpi di scena, è romanzo inquietante e disturbante, che si gioca alla perfezione la carta dell’horror, senza scadere in banalità grandguignolesche, ma pensandola attraverso numerosi riferimenti alla cultura classica, ed è, soprattutto, romanzo di formazione.

Il protagonista, Nilo, conosce gli slanci e le aspirazioni di un normale tredicenne, ma il mistero che custodisce nel bagno di casa gli impedisce di avere una vita normale, rendendolo prigioniero di una routine a cui mal si adatta.  Nilo è il “custode” di qualcosa di terribile, e accetta questo suo ruolo come un dato di fatto, un dogma, un peso che il destino gli ha caricato sulle spalle e da cui è impossibile svincolarsi. Una vita scandita da ritmi ben precisi, da una routine necessaria a coprire il mistero, da una vita di relazione verso l’esterno ridotta al lumicino.

Con l’arrivo di Arianna e Saskia, due schegge impazzite, che portano scompiglio nel “natio borgo selvaggio” e nell’esistenza della famiglia Vasciaveo, Nilo conoscerà l’amore e il suo mondo già scricchiolante sotto le pulsioni dell’adolescenza e del dubbio, crollerà rapidamente, con conseguenze esiziali.

Ammaniti, con un prosa asciutta, diretta, che evita giri di parole per cogliere la violenza brutale di un racconto che non fa sconti, è abile nel far convivere una realtà precisa e respingente (la desolazione della location, la rappresentazione dell’oggi attraverso la degenerazione dei social, la criminalità organizzata ben radicata in un contesto culturale misero) ala narrazione fantastica di un horror che si fa metafora: la cosa rinchiusa nel bagno altro non è se non il coacervo di incomprensione, non detti, traumi e violenze all’interno di una famiglia che dovrebbe essere romito e invece è prigione, ma anche simbolo di una libertà che, quando si concretizza, non può che distruggere quel fragile sistema, apparentemente ben oliato, chiamato esistenza.

Senza togliere nulla alla suspense di una trama che avvince con intelligenza, aggiungo solo che il finale del romanzo è un vero e proprio colpo di genio, capace di lasciare a bocca aperta anche il lettore più arguto.

 

Blackswan, giovedì 23/04/2026

giovedì 16 aprile 2026

Jo Nesbo - L'impronta Del Lupo (Einaudi, 2026)

 


Minneapolis, 2016. Quando un mercante d’armi legato alle gang è vittima di un attentato, gli indizi sembrano puntare verso un suo vicino, Tomas Gomez, che però tutti descrivono come tranquillo e perbene. Eppure Tomas Gomez potrebbe essere il misterioso Lobo, un assassino prezzolato che negli anni Novanta aveva scosso il mondo della criminalità locale con la sua ferocia. Adesso sembra tornato, deciso a regolare vecchi conti in sospeso. Bob Oz è un detective con un passato doloroso e un problema con l’alcol e le donne, che compensa la mancanza di talento non arrendendosi mai. Il caso Gomez lo affascina, suo malgrado. E indagando, contro tutto e tutti, capisce che Lobo – “il lupo” – non è in cerca di vendetta, ma di giustizia.

 

Dalla fredda Norvegia, Jo Nesbo sposta la location della sua ultima fatica negli Stati Uniti, in Minnesota, e nello specifico, in un altrettanto fredda Minneapolis. Manca il leggendario Harry Hole (anch’egli negli States nell’ultimo capitolo della saga, Luna Rossa del 2023) e al suo posto troviamo, invece, il detective della MPD, Bob Oz, un uomo fragile, dal passato doloroso, in perenne lotta coi suoi sensi di colpa, che combatte affogando i suoi fantasmi nel bicchiere e passando da una relazione occasionale all’altra.

In una Minneapolis, in cui il proliferare delle armi prepara il terreno per gli anni bui (il romanzo si svolge nel 2016), segnati dal brutale assassinio di George Floyd (2020) e recentemente, da quelli ancor più efferati, di Renee Nicole Good e Alex Pretti commessi dall’ICE, Oz si mette sulle tracce di Tomas Gomez, un assassino prezzolato che negli anni ’90 si faceva chiamare Lobo, e che oggi ha ricominciato a uccidere senza un motivo apparente. Oz, che non perde occasione di mettersi in cattiva luce con colleghi e superiori, viene sospeso dalla Polizia, ma con l’aiuto della detective Kay Myers e di un affabile tassidermista, riesce a ricomporre i pezzi di un puzzle concepito con determinata precisione.

Come sempre, Nesbo è straordinariamente abile nel risucchiare il lettore in una trama efficacissima, costruita attraverso le soggettive di alcuni personaggi (lo stesso killer, il poliziotto corrotto Olav Henson, l’amica Kay Myers) e un susseguirsi di colpi di scena, che tengono incollati fino alla fine.

Se è ovvio che, in qualche modo, Oz è l’alter ego americano di Hole (la stessa dipendenza dall’alcol, lo stesso passato traboccante di fantasmi, la medesima fragilità emotiva, l’identico tormento interiore), nello specifico, Nesbo cerca di allontanarsi almeno un po’, dal consueto e vincente canovaccio. Da un lato, infatti, inserisce anche un suo alter ego, uno scrittore norvegese di thriller, che, anni dopo, nel 2022, torna a Minneapolis, nella comunità norvegese in cui era cresciuto da bambino, per ricostruire le vicende narrate nella trama principale; dall’altro, mai come prima, il romanzo risente di una forza valenza politica. Non solo constatazione di quel clima sociale, in cui serpeggia una violenza pronta a esplodere, e che, l’anno successivo, porterà Trump a vincere le elezioni, ma anche, e soprattutto, un j’accuse senza mezzi termini nei confronti di quel secondo emendamento della Costituzione americana, che sancisce il diritto dei cittadini di detenere e portare armi, con le esiziale conseguenze che riempiono la cronaca nera americana, passata e recente.

Non raggiunge i picchi di altri romanzi dello scrittore norvegese, ma L’impronta Del Lupo è un thriller che avvince dalla prima e ultima pagina, e Bob Oz, il poliziotto disarmato, impulsivo e tenace, che troverà un po’ di pace solo nel finale, si colloca nella galleria dei personaggi di Nesbo come uno dei più riusciti di sempre.

 

Blackswan, giovedì 16/04/2026

giovedì 19 marzo 2026

Don Winslow - L'Ultimo Colpo (HarperCollins Black, 2026)

 


Rapinare quel casinò è assolutamente impossibile. Ed è proprio questo che rende l’idea irresistibile per un leggendario rapinatore che rischia di trascorrere il resto della propria vita in prigione. Ma in fondo, quello che conta davvero è L’ultimo colpo. Per raggranellare qualche soldo, un adolescente ambizioso e intraprendente consegna alcolici illegali alle persone che compaiono su quella che lui chiama La lista della domenica; finché un poliziotto corrotto, un’affascinante cliente e un falso guru non minacciano di infrangere i suoi sogni. In una tavola calda, due uomini della mala raccontano Una storia vera. Sembrano solo battute e pettegolezzi, ma poi si scopre che toccherà a qualcun altro pagare il conto. Un poliziotto solitamente onesto si trova a dover scegliere tra la lealtà al suo lavoro e l’affetto per un cugino scansafatiche il cui destino è L’ala nord. Per il surfista-detective Boone Daniels e la sua squadra, la star del cinema che sono incaricati di sorvegliare durante La pausa pranzo è un problema. Ma anche lei ha un problema: qualcuno la vuole morta... E per finire, un singolo, terribile errore manda in prigione un devoto uomo di famiglia e mette in rotta di Collisione l’uomo che vuole essere e l’assassino che è costretto a diventare.

 

Un ritorno a sorpresa, quello di Don Winslow. Lo scrittore americano, autore di best seller come Le Belve, La Trilogia del Cartello, L’Inverno di Frankie Machine, etc, aveva, infatti, annunciato il suo ritiro dalle scene letterarie, per dedicarsi anima e corpo all’attivismo politico, una sorta di campagna elettorale anti-Trump in continuum, realizzata attraverso video pubblicati dalla sua Don Winslow Films.

Dopo Città In Rovine, che chiudeva la trilogia dedicata al fuorilegge Danny Ryan e la sua attività di scrittore, sono passati poco mano di due anni, e il romanziere americano torna nelle librerie con una raccolta di racconti, intitolata L’ultimo Colpo. Non è dato sapere, visto l’annuncio del 2024, se questi sei racconti, figli di un’inaspettata resipiscenza, siano stati concepiti negli ultimi mesi, o siano stati, invece, recuperati dai cassetti dello scrittore newyorkese e rifiniti per l’occasione. Comunque siano andate le cose, ben venga questa nuova pubblicazione, la cui ottima qualità farà tirare un sospiro di sollievo ai tanti appassionati che si sentivano orfani di quello che, a tutti gli effetti, è uno dei più grandi scrittori noir americani degli ultimi trent’anni.

Apre la raccolta, la novella che dà il titolo al libro (e forse si riferisce anche alla carriera di Winslow), il cui protagonista, John Highland, è un maturo gangster, in attesa di giudizio, ma già destinato a marcire in prigione per il resto della vita perché pluricondannato, che organizza un’ultima rapina, con pochi amici fidati, al cartello messicano. Una cinquantina di pagine in cui ritroviamo il miglior Winslow, la sua scrittura cinematografica, i colpi di scena, il ritmo serrato e un protagonista, delinquente, si, ma con un’etica vecchio stampo che ricorda la splendida figura di Frankie Machine.

La Lista Della Domenica si allontana dal consueto genere noir, per raccontare le vicende del giovane Nick McKenna, un ragazzo di belle speranze, che arrotonda il suo modesto stipendio, consegnando alcolici illegali, con l’intenzione di iscriversi all’università. Gli anni ’70, le velleità hippies, il semi proibizionismo del Rhode Island e il sogno americano sono al centro di una storia che scorre bene, ma che risulta meno incisiva del resto della raccolta.

Molto coinvolgenti sono L’ala Nord, storia di un poliziotto onesto che viene a patti con la mafia pur di salvare la vita a un cugino condannato a dieci anni di reclusione per aver provocato, completamente ubriaco, un incidente automobilistico mortale, e La Pausa Pranzo, che vede tornare all’opera il surfista e detective Boone Daniels e la sua Pattuglia Dell’alba, ingaggiati per proteggere un’arrogante e autodistruttiva divetta di Hollywood minacciata, parrebbe, da un presunto stalker.

Se questi quattro racconti funzionano benissimo, i migliori però, sono i due restanti. Una Storia Vera vede protagonisti due killer che fanno colazione in un diner e si raccontano esilaranti storie di mafia. Sembra di assistere a una sequenza cinematografica, a quei dialoghi che hanno reso leggendari film come Quei Bravi Ragazzi o Le Jene, e l’ironia è il motore che accende quaranta pagine assolutamente irresistibili.

Collisione con le sue cento pagine è il racconto più lungo e più avvincente del lotto. La storia è quella di Brad McAllister, marito devoto, padre affettuoso e manager in carriera, che subito dopo aver ricevuto una promozione estremamente redditizia, uccide un uomo, colpendolo violentemente al volto, dopo un litigio automobilistico. Condannato a undici anni di reclusione, si trova ad affrontare la dura e violenta legge del carcere, a cui sopravvive grazie alla protezione di Blanton, leader dei Black Guerrilla Family, egida sotto la quale si riuniscono i prigionieri di colore. Una volta scarcerato per buona condotta, si renderà conto che quella protezione non era affatto gratuita. Perché, quando Blanton viene a sua volta scarcerato, si presenta a riscuotere il debito, obbligando Brad a violare nuovamente la legge.

Per tutti coloro, come il sottoscritto, sentivano la mancanza dell’amato Don Winslow, L’ultimo Colpo è un’inaspettata e gradita sorpresa, una boccata d’aria in attesa di sapere se il grande romanziere americano abbia voluto uscire di scena, facendo un altro dono ai suoi lettori più fedeli, o se questo sia, invece, l’abbrivio per una seconda parte di carriera, che potrà ricominciare a pieno regime, magari, chissà, quando Trump perderà le prossime elezioni.  


Blackswan, giovedì 19/03/2026

giovedì 12 marzo 2026

Adam Rapp - La Radice Del Male (NNEditore, 2025)

 


Elmira, New York, estate 1951. Myra Larkin, tredici anni, dopo la messa accetta un passaggio da un ragazzo affascinante che dice di essere Mickey Mantle, la giovane promessa degli Yankees. Quella notte, i vicini di casa di Myra vengono brutalmente assassinati, e i sospetti ricadono su uno sconosciuto molto simile al suo nuovo amico. È il primo di una serie di episodi di cronaca nera che incrociano la vita dei Larkin, mentre ognuno di loro insegue a suo modo il sogno americano. Myra, che cresce da sola il figlio Ronan dopo che il marito ha avuto una crisi psicotica, è l’unica a tenere i contatti con la famiglia: con Lexy, donna in carriera, e Fiona, eterna ribelle e attrice mancata a Broadway; e con Alec, ombroso e sfuggente, tormentato dai fantasmi di un’infanzia segnata dagli abusi e dall’indifferenza della madre, la cattolicissima Ava. E quando proprio Ava inizia a ricevere inquietanti cartoline anonime, presagio di eventi terribili, soltanto Myra, con l’aiuto del figlio, avrà la forza di affrontare quel male oscuro che sta inghiottendo la sua famiglia. La radice del male racconta un’America dove la quotidianità è intrisa di violenza, e la casa è insieme rifugio e pericolo.

 

Un romanzo cupo, inquietante e disturbante, una saga familiare sui generis, la cui storia si sviluppa nel corso di sessant’anni, raccontata dal punto di vista dei suoi protagonisti. Siamo nel 1951. A Elmira, nello Stato di New York, vive la famiglia Larkin, composta dal padre Donald, reduce di guerra, severo e taciturno, dalla madre Ava, donna religiosissima e dalla statuaria bellezza, e da sei figli, il più piccolo dei quali, Archie, muore in fasce per una brutta malattia. Gli altri sono Myra, affidabile e generosa, che sogna a occhi aperti, leggendo Il Giovane Holden, Lexy, bellissima e sicura di sé, Joan, mentalmente disabile, Fiona, ribelle con la testa perennemente fra le nuvole, e Alec, un ragazzino arrabbiato, malvagio e instabile, che coltiva come unico desiderio quello di scappare di casa.

Una famiglia all’apparenza normale, che vive una vita ordinaria, anche se, dentro le mura domestiche, germoglia inaspettatamente il germe di un male che, in futuro, avrà conseguenze esiziali.

Attraverso sessant’anni di storia americana (un’America indifferente e il più delle volte ostile), i protagonisti principali, Ava, Alec, Fiona, Myra e, il di lei figlio, Ronan, giovane aspirante drammaturgo, raccontano le vicende che porteranno i Larkin sull’orlo del baratro, quando, lentamente ma inesorabilmente, si scoprirà la vera natura di Alec.

La Radice del Male non è un thriller, non ci sono eclatanti colpi di scena, né indagini o assassini da catturare. Ciò che interessa davvero a Rapp, soprattutto attraverso lo sguardo di Myra (figura autobiografica costruita sulla madre dello scrittore), è raccontare la disgregazione del nucleo famigliare, mettendo in evidenza quelle dinamiche, le rivalità, le invidie, i rancori mai sopiti, che poteranno tutti i figli, a parte l’innocente Joan, ad allontanarsi da casa, per inseguire un sogno americano che non si realizzerà mai.

Perché la società americana è intrinsecamente violenta, perché non fa sconti agli ultimi, perché suggerisce come realizzabili sogni, raggiungibili solo attraverso lo status sociale e il denaro (Lexy ha successo, ma è una figura sfumata e marginale). Senza mezzi economici non si va da nessuna parte. Lo sa bene l’inquietante Alec, che gira gli Stati Uniti, sbarcando il lunario con piccoli lavoretti, alla ricerca di nuove vittime, lo sa Myra, abbandonata dal marito Denny, prototipo dell’atletico e affascinante maschio bianco, affetto però da una perniciosa schizofrenia, lo sa Ronan, figlio di Myra, colpito dagli stessi disturbi mentali del padre, che sacrifica il suo talento di drammaturgo, per scrivere più redditizie sceneggiature per la Tv, e lo sa Fiona, spirito libero ed egocentrico, che insegue, nella “grande mela”, il sogno, sempre più evanescente, di diventare attrice.

Se è evidente che si possono trovare punti di contatto con quella narrativa americana che ha sondato, con risultati brillanti, il tema della famiglia come germe di violenza (da L’urlo e Il furore di Faulkner fino alle opere di Jonathan Franzen e David Leavitt), Rapp si distingue per una prosa asciutta e intrisa di cinismo, conosce i tempi della drammaturgia, ed è abile a suggerire, senza mai palesarlo in modo banale, come alla radice del male ci siano, spesso, gli abusi tollerati della Chiesa e il sistema esercito, che miete vittime anche in tempo di pace.

Un finale, in parte sconvolgente, troverà una catarsi di speranza, in un’ultima, toccante lettera, che cerca nella comprensione e nel perdono una possibilità di salvezza.

 

Blackswan, giovedì 12/03/2026

 

giovedì 12 febbraio 2026

Juan Gomez-Jurado - Tutto Muore (Fazi, 2025)

 


 

L'universo Regina Rossa si chiude: dopo Tutto brucia e Tutto torna, il capitolo conclusivo della nuova trilogia di Juan Gómez-Jurado. Nulla è come sembra. Nemmeno le persone che ami. E l'unica cosa che rimane da fare quando hai perso - i tuoi ricordi, la tua famiglia, te stessa - è arrenderti. Aura Reyes ha affrontato quasi tutto. La prigione, il rapimento di una delle gemelle e una valigetta piena di segreti. Ora deve fare i conti con Constanz Dorr, che non vuole rinunciare a condurre il gioco ed è disposta a comprare la sua anima. Ma il Male non si può pagare a rate e la Verità non è un mistero da risolvere, bensì un fardello che ci portiamo da sempre dietro. Nel cuore di una rete di menzogne che unisce passato e presente, Aura dovrà scegliere da che parte stare: con le sue alleate, Mari Paz e Sere, o con chi può darle le risposte che ha sempre cercato? E, quando ogni elemento sembra andare al proprio posto, tutto si spezza. Perché in questa guerra senza tregua nessuno è senza colpa.

Quando il romanzo finisce, Juan Gomez-Jurado lascia una nota per il lettore:”Si, lo so che mi odi.  Mi odierei anch’io.” Una frase che la dice lunga sulla storia che si è appena conclusa: una storia in cui bene e male si intrecciano fino a confondersi, in cui è difficile distinguere gli amici dai nemici, in cui sono il dolore e la perdita le uniche certezze della narrazione.

Dopo Tutto Brucia e Tutto Torna, la trilogia del “tutto” si conclude con il suo capitolo più cupo e ambiguo. Aura viene nuovamente a contatto con Constanz Dorr, depositaria della verità sulla morte di suo marito Jaume, per cercare di capire cosa ci sia dietro quell’efferato delitto. A starle vicina è l’amica Sere, la quale, però, nasconde un segreto che può mettere a dura prova la loro amicizia. Mari-Paz, stufa delle bizze di Aura, decide di abbandonare il terzetto per raggiungere i suoi amici mercenari che si sono ritirati a Ceuta, dopo essere scampati per un soffio alla vendetta di Romero, che torna a piede libero più vendicativa che mai.

Sono questi gli ingredienti dell’ennesimo romanzo che si legge tutto d’un fiato, il cui ritmo adrenalinico dispensa a mani basse un susseguirsi di colpi di scena che lasceranno il lettore senza parole.

Riuscirà Aura a resistere al fascino diabolico di Constanz e a scoprire chi ha tramato contro di lei? Riuscirà Mari Paz ha salvare i suoi amici dal pericolo che incombe su di loro per mano della poliziotta corrotta? Qual è la menzogna taciuta da Sere per troppo tempo alla sua amica Aura? E cosa vuole davvero la perfida Dorr?

La scrittura pop, brillante e un po’ ruffiana dello scrittore iberico condurrà il lettore attraverso una tortuosa gimcana, il cui finale metterà in contatto alcuni dei protagonisti delle due trilogie (Mari Paz, Antonia Scott e Jon Gutièrrez) per quello che si prospetta un nuovo, eccitante capitolo della saga.

 

Blackswan, giovedì 12/02/2026

 

martedì 20 gennaio 2026

Antonio Manzini - Sotto Mentite Spoglie (Sellerio, 2025)

 


Una rapina finisce nel peggiore dei modi possibili, coprendo Rocco di ridicolo, fin sui giornali. Un cadavere senza nome viene ritrovato in un lago, incatenato a 150 chili di pesi. Un chimico di un’azienda farmaceutica sparisce senza lasciare traccia. Rocco non parla più con Marina. E nevica. Eppure qualcosa si muove. Sandra sta meglio, sta per uscire dall’ospedale. Piccoli spiragli, rari sorrisi, la squadra, come la chiama Rocco con un filo di sarcasmo, sembra crescere, i colleghi migliorano, i superiori comprendono. Schiavone a tratti sembra trovare le energie per affrontare gli eventi che si susseguono, le difficoltà che si porta dentro, e poi quello slancio svanisce e ancora si riforma. Il vicequestore entra ed esce dalla sua oscurità, a volte il sole lo aspetta, quasi sempre il cielo è plumbeo, una promessa di neve e di gelo.

Scrivo da fan sfegatato e non posso farci nulla: quando esce un nuovo romanzo di Antonio Manzini, per il sottoscritto è sempre festa. Perché lo scrittore romano si approccia al thriller senza artifici, ma con quel passo calibrato e quel basso profilo che rendono le storie narrate plausibili e connesse al tessuto reale in cui si sviluppano. Perché amo alla follia il personaggio di Rocco Schiavone e la sua squadra di “underdog”, così famigliare, così accogliente, così verace da vivere in un immaginario che trascende la carta stampata. E perché, da fan completista delle “Schivoneidi”, so che quando esce un nuovo romanzo, prima o poi arriverà anche una nuova stagione, di quella che ritengo una delle migliori serie tv italiane di sempre.

Anche questo nuovo Sotto Mentite Spoglie non tradisce le attese: una rapina, un morto ammazzato e una sparizione improvvisa sembrano tre casi scollegati tra loro, che solo la pertinacia, l’acume e le intuizioni del nostro Rocco saranno in grado di collegare per svelare un’amara verità.

E’ quasi Natale. Freddo e neve accompagnano le indagini della squadra: la location è suggestiva, Aosta sembra una cartolina, luci, colori, cori natalizi, il profumo delle feste nell’aria.  Ciò che per il resto dell’umanità è gioia, calore, condivisione, per Schiavone è un pungolo al cuore che esalta quel dolore interiore che non se ne va.

Marina è sparita, quei dialoghi irreali che erano lenimento, sembrano finiti per sempre. Rocco è solo, consapevolmente solo. Non bastano gli amici di sempre, Furio e Brizio, non basta nemmeno la presenza della squadra scalcinata con cui condivide la fatica e la speranza di risolvere il caso. Schiavone è imprigionato in se stesso, talvolta vede la luce, ma alla fine sceglie sempre il buio.

E poi, c’è Sandra, che è guarita, che ha deciso di andarsene per sempre e che mette Rocco di fronte a un bivio definitivo, quello di un amore che potrebbe essere ma che forse non sarà mai.

Questo e molto altro in un romanzo che, come di consueto, si legge d’un fiato, e che, nelle ultime pagine, introduce un nuovo personaggio, che, si presume, animerà i prossimi capitoli della saga.

 

Blackswan, martedì 20/01/2025

mercoledì 24 dicembre 2025

Emanuele Atturo - Il Mito Dei Bomber Di Provincia. Un Almanacco Sentimentale (Einaudi, 2025)

 


Avevano un coro personalizzato allo stadio, un soprannome immaginifico, una tifoseria devota. Hübner, Protti, Zampagna, Luiso, Flachi, Riganò... Ognuno di loro è stato ed è tuttora oggetto di un culto diverso, ma insieme esprimono un mondo dimenticato. Mentre il calcio è sempre piú professionalizzato, questo libro è una frenata a mano sul cuore: un omaggio appassionato a quei bomber che hanno fatto della provincia il loro regno e della porta avversaria il loro destino.

 

Frombolieri spietati, visionari della giocata impossibile, operai del goal voluto con feroce determinazione: Hubner, Protti, Flachi, Riganò e Zampagna sono solo alcuni dei nomi di quei bomber di provincia raccontati con appassionata meraviglia da Emanuele Atturo, in questo libro emozionante e godibilissimo.

Vite semplici di uomini semplici, che sono stati straordinari attaccanti, senza, tuttavia, entrare mai a far parte della storia che conta: per scelta di vita, per amore di una maglia, per scelte esistenziali incoerenti con le regole rigide dello sport, o per uno sgambetto del fato, difensore più arcigno di qualunque stopper sia mai sceso in campo.

Giocatori che, però, si sono conquistati un posto d’onore in quella mitologia da bar fatta di aneddoti curiosi, di ricordi indelebili, di partite epiche, di goal fotografati in un attimo eterno e da mandare a memoria ai propri figli. I bar della Gazzetta letta sul frigorifero dei gelati, delle chiacchiere sportive fugaci come un caffè e un saluto, o di quella prosopopea calcistica, un po’ alticcia ed estenuante, accompagnata da una teoria inarrestabile di bianchini spruzzati.

Grandi campioni, spietati killer dell’aria di rigore, che le grandi squadre le hanno solo incrociate, ambendo orizzonti troppo lontani per le loro carriere sportive di piccolo cabotaggio, ma che Atturi rende vividi e immortali, in questo libro di poco più di duecento pagine, che si legge d’un fiato e che ha come fil rouge la nostalgia.

La nostalgia per un calcio che non c’è più, risucchiato in un vortice grigio dalla spietata logica del profitto, che ha duplicato all’infinito il numero delle partite, troppe e una uguale all’altra, togliendo al calcio la sua forza evocativa: quella legata alla commozione del ricordo, dell’epicità dell’evento e della poesia dell’attimo. Atteggiamenti da ticktocker, musica trap pompata come habitus culturale, tatuaggi che nemmeno nella più sordida prigione venezuelana, abiti ignobili sfoggiati con non curante e stolida arroganza da chi può tutto, dall’alto di un contratto milionario. E alla prima spintarella, tutti giù per terra, urlanti come agnelli al mattatoio. Questi, per buona parte, sono i calciatori di oggi, questo il calcio che viviamo.

Come si fa, allora, a non provare nostalgia per Darione Hubner, un bisonte asfalta difese e refrattario al dolore, che nell’intervallo della partita si fumava una sigaretta e non rifiutava mai un buon bicchiere di grappa?

Troverete tutto questo, e molto altro, in Il Mito Dei Bomber Di Provincia, un libro che intreccia storie di calcio al tessuto socio culturale del momento, che snocciola gustosissimi aneddoti, che racconta i goal come se li vedessimo in diretta, e che, oltretutto, è scritto benissimo da chi, come noi, ama questo sport (un tempo) meraviglioso.

 

Blackswan, Mercoledì 24/12/2025

venerdì 5 dicembre 2025

Scott Turow - Presunto Colpevole (Mondadori, 2025)

 


A settantasette anni Rusty Sabich è un giudice in pensione che vive con la sua compagna Bea in una bella casa sul lago nel Midwest. La loro tranquilla esistenza viene turbata dall'improvvisa sparizione di Aaron, il figlio adottivo di Bea, un ragazzo nero poco più che ventenne che ha avuto guai con la giustizia per questioni di droga ed è in libertà vigilata: se non tornerà a casa, andrà in carcere. Quando finalmente riappare, Aaron racconta in modo piuttosto confuso di essere stato in campeggio con Mae, la sua ragazza, e di essersene poi andato lasciandola sola nel bosco dopo una litigata furibonda. Di Mae però si sono perse le tracce; iniziano le ricerche e dopo un paio di settimane viene ritrovata morta. Tutti i sospetti ricadono su Aaron che viene accusato di omicidio di primo grado e arrestato. Nonostante gli indizi a suo carico sembrino schiaccianti, Bea è convinta dell'innocenza del figlio e prega Rusty di diventare suo avvocato difensore, e lui, dapprima riluttante, accetta. Ma il sistema giudiziario al quale Rusty ha dedicato la sua intera vita può davvero garantire giustizia a chi è presunto colpevole? Dopo Presunto innocente, il romanzo che ha ridefinito il legal thriller, torna per l'ultima volta in tribunale l'indimenticabile giudice e avvocato Rusty Sabich, alle prese con un caso che fin dall'inizio si prospetta disperato e un processo complesso dalle forti implicazioni razziali, che non risparmia colpi di scena fino all'ultima pagina.

 

Quando nel 1987, l’avvocato penalista e aspirante scrittore, Scott Turow, pubblicò il suo esordio, Presunto Innocente, nemmeno lui si sarebbe mai immaginato che quel romanzo sarebbe stato un best seller a livello mondiale, garantendogli gloria imperitura. Quel debutto, che anche da noi fu un clamoroso successo editoriale, divenne qualche anno dopo un avvincente film diretto da Alan Pakula e interpretato da un bravissimo Harrison Ford, mentre l’anno scorso, a testimonianza della validità di un’opera refrattaria allo scorrere del tempo, è stato trasposto in una mini serie televisiva (la trovate su Apple Tv), con protagonista un convincente Jake Gyllenhall (il finale, però, è diverso dall’originale).

Quasi quarant’anni dopo, Turow, oggi affermato romanziere, torna in libreria con un nuovo romanzo, che riprende, modificandolo, il titolo del suo celeberrimo debutto, e rimette al centro del villaggio l’ex vice procuratore distrettuale, Rozat "Rusty" Sabich, ai tempi accusato dell’omicidio dell’amante Carolyn Polhemus.

Oggi, Sabich ha settantasette anni, è un giudice in pensione, che offre sporadiche consulenze, e che vive una vita tranquilla con la compagna, l’amatissima Bea, con cui condivide una splendida casa sul lago. L’unico problema che affligge la coppia è il figlio adottivo di lei, Aaron, un inquieto giovane di colore, con precedenti penali per droga. Aaron, che sembra aver messo la testa a posto ed è in libertà vigilata, vive una tumultuosa storia d’amore con la bellissima Mae, la giovane e scapestrata figlia del Procuratore Distrettuale. Dopo che Aaron e Mae decidono, all’insaputa di tutti, di andare in capeggio per qualche giorno a programmare un possibile matrimonio, l’apparentemente armonia fra Rusty e Bea inizia a vacillare, soprattutto dopo che Aaron, in evidente stato confusionale, torna a casa, senza Mae. Della ragazza non si sa più nulla, fino a quando, quindici giorni dopo, ne viene ritrovato il corpo, vittima di quello che sembra uno strangolamento. Dell’omicidio viene accusato Aaron, e Rusty, dopo anni di assenza dai tribunali, si trova costretto a tornare in aula, come avvocato difensore del figlioccio.

Nelle prime cento pagine del romanzo, il ritmo è compassato. Turow si prende il tempo per costruire l’ambientazione di una provincia americana fondata sull’agricoltura, ma ricca e prosperosa, in cui il paternalismo progressista delle classi più abbienti vive in un connubio perfetto con il pragmatismo e il moralismo di facciata di una popolazione di contadini legati alle proprie tradizioni, ostile ai forestieri, e maldisposta nei confronti della gente di colore.

Lo scrittore americano, inoltre, scava in profondità sulle dinamiche famigliari che legano Rusty e Bea, una coppia affiatata, il cui amore, però, verrà messo duramente alla prova da una tragedia, che farà emergere verità troppo a lungo taciute.

E’ solo quando Aaron viene accusato di omicidio, però, che il romanzo decolla veramente, e chiarisce perché Scott Turow è considerato uno dei maestri indiscussi del legal thriller.

Per quanto ponderoso nella sua lunghezza, quando Presunto Colpevole apre le porte dell’aula del tribunale, il ritmo aumenta, i colpi di scena, seppur centellinati, tengono desto il pathos e l’attenzione, mentre le schermaglie fra accusa e difesa e le rispettive strategie processuali risucchiano il lettore in una trama gestita magistralmente, che si conclude con un esito inaspettato e disturbante, che farà luce sulla fine della povera Mae.

Un vero gioiello per tutti quei lettori che amano alla follia il genere.

 

Blackswan, venerdì 05/12/2025

venerdì 31 ottobre 2025

Franck Thilliez - 1991 (Fazi, 2025)

 


Conclusa la scuola ispettori, Franck Sharko a trent'anni approda a Quai des Orfèvres, prestigiosa sede dell'anticrimine di Parigi. È l'ultimo arrivato: gli assegnano i compiti più noiosi e trascorre il suo tempo negli archivi passando al setaccio centinaia di informazioni alla ricerca di un indizio utile per risolvere un vecchio caso. Tra il 1986 e il 1989 tre donne sulla trentina sono state rapite, brutalmente uccise e abbandonate in campi di periferia. Nonostante centinaia di deposizioni, notti insonni e denunce, il predatore è ancora in libertà. Siamo all'inizio degli anni Novanta, le indagini procedono ancora alla vecchia maniera: computer, cellulari, internet sono novità di cui si comincia solo vagamente a sentir parlare, come di un sogno futuristico. Ma Sharko scalpita, vuole dimostrare di meritare il suo posto nella squadra. Una notte di dicembre, uscendo dagli archivi ormai deserti per tornare a casa, intercetta un uomo in preda al panico. Ha in mano una foto – ritrae una donna legata, il volto coperto da un sacchetto di carta con sopra disegnati occhi e bocca – e gli racconta una storia confusa riguardo a una lettera con un enigma da risolvere e una poesia di Baudelaire. Sharko non ci pensa due volte: decide di aggirare le procedure e occuparsene di persona. Ha finalmente l'occasione di uscire dai box e iniziare la sua corsa.

 

Se, come il sottoscritto, siete amanti del genere thriller, vi dò subito un consiglio: uscite di casa adesso e compratevi questo nuovo romanzo di Franck Thilliez, perché è una vera bomba.

Protagonista assoluto è per la prima volta Franck Sharko, un giovane detective, che dopo l’accademia, viene reclutato dall’anticrimine di Parigi. Come ogni novellino, Sharko viene adibito a noiosi lavori di scrivania, uno dei quali è rileggere i faldoni di un’indagine su un serial killer, archiviata anni prima senza un colpevole. Mentre scopre che uno dei documenti relativi all’inchiesta è misteriosamente sparito, Sharko si imbatte suo malgrado in un altro efferato delitto, che vede come vittima una donna brutalmente massacrata. Operando alacremente su due fronti, il giovane detective giungerà, tra mille peripezie, a scoprire la verità sui feroci assassini.

Ispirato in parte, credo, ai delitti della stazione di Perpignan, un terribile fatto di cronaca che sconvolse la Francia a cavallo della fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, 1991 è il classico thriller che risucchia fin dalla prima pagina, obbligando il lettore a stare incollato a una vicenda torbida e sconvolgente.

Thilliez gestisce ottimamente i tempi della suspense, dissemina indizi su cui si costruisce una lenta ma inesorabile caccia all’uomo, e non lesina i colpi di scena, rendendo appassionante l’intreccio fra due indagini parallele, il cui mistero è nascosto nelle pieghe del passato.

Tutto funziona al meglio nelle pagine di 1991: l’intreccio credibile e non di facile risoluzione, le atmosfere cupe di una Parigi lontana dagli stereotipi da cartolina, la caratterizzazione dei personaggi, finalmente vividi, pur nella loro tipizzazione, e soprattutto la prosa, decisamente più solida ed espressiva che in alcuni romanzi del passato.

Uno dei miglior thriller di questo 2025, che sta lentamente volgendo al termine.

 

Blackswan, venerdì 31/10/2025