venerdì 6 novembre 2026

S.A.Cosby - Il Re Delle Ceneri (Rizzoli, 2026)

 


Dalle strade squallide di Jefferson Run ai superattici di Atlanta, Roman Carruthers ne ha fatta di strada. Oggi consulente finanziario, tiene a bada i capricci dei clienti e ne moltiplica prodigiosamente il denaro, frequenta rapper e modelle e se ne va in giro con la sua Porsche e un orologio da dodicimila dollari. Finché la telefonata della sorella Neveah intacca questo splendente equilibrio: il padre è in coma, vittima di un incidente d’auto che lascia più domande che risposte.

 

Jefferson Run (Virginia) è poco più di una cittadina dormitorio, che oltretutto ha visto tempi migliori. La crisi ha fatto chiudere negozi e fabbriche, una possibile riqualificazione passa per le mani di un sindaco corrotto, e le gang, una in particolare capitanata da due fratelli, Torrent e Tranquill Gilchrist, fanno il bello e cattivo tempo.

Lì, vivono da sempre i Carruthers, il cui capo famiglia gestisce con stolida dedizione il crematorio della città. Al suo fianco, la figlia Neveah, una donna determinata, che però ha rinunciato a farsi una vita propria per aiutare il genitore nella gestione dell’attività, e il figlio Dante, un ragazzo fragile e tormentato, che affoga il proprio dolore nell’alcol e nelle droghe.

Quando il padre rimane vittima di un grave, e sospetto, incidente automobilistico, Roman, il fratello maggiore, che si è costruito una vita agiata come consulente finanziario nella lontana Atlanta, è costretto a tornare a casa per dare conforto ai due fratelli più piccoli. Ciò che Roman non sa è che il padre giace in un letto d’ospedale a causa di una rappresaglia dei Gilchrist, il cui intento è minacciare Dante, coinvolto in un affare di droga andato male e debitore verso la gang di un mucchio di quattrini. Roman cerca di venire a patti con Torrent e Tranquil, non comprendendo, però, di trovarsi di fronte e due bestie assetate di sangue, ben poco inclini alla ragionevolezza. Così, per salvare Dante e sé stesso da morte certa, Roman si mette al servizio dei due malviventi allo scopo di ripianare il debito fraterno, venendo trascinato in una spirale di violenza, da cui sembra impossibile uscirne indenni.

Il Re Delle Ceneri è un noir a tinte fosche, congeniato alla perfezione da Cosby, abile, come di consueto, a tenere sulle spine il lettore, grazie al ritmo serrato, a una tensione crescente e ben calibrati colpi di scena. Tuttavia, la cifra stilistica dello scrittore americano, non è solo caratterizzata dalla bravura nel gestire i tempi del thriller, quanto semmai nell’utilizzare i tropi del genere per approfondire temi che vanno ben aldilà del puro intrattenimento.

La cornice della vicenda è Jefferson Run, un luogo che è la fotografia precisa delle periferie americane, luoghi depressi, in cui il declino economico divora la speranza, le opportunità esistono solo per pochissimi e il crimine organizzato, grazie anche all’assenza o alla collusione dello Stato, è incistato in un tessuto sociale che genera rabbia, smarrimento e violenza.

C’è di più, però. Al centro della narrazione c’è la famiglia, nello specifico quella dei Carruthers, segnata, tempo addietro, dalla scomparsa della madre in circostanze misteriose. Una tragedia che grava sulle spalle dei protagonisti come un insanabile senso di colpa, mortificando in modo esiziale le rispettive esistenze: Roman cerca la propria espiazione nel masochismo sessuale, Neveah nella totale dedizione al lavoro e in rapporti affettivi inconcludenti e Dante nell’oblio generato dalle droghe e dall’alcol.

Una famiglia legata da un vincolo di sangue fortissimo, che è al contempo dannazione e bisogno di salvezza, un legame fondato sulla protezione reciproca ma anche sul non detto e sulla menzogna, un legame che è una catena, una prigionia fine pena mai, un legame che verrà sciolto solo in un finale convulso che somiglia tanto a una tragedia shakespeariana.

 

Blackswan, venerdì 06/11/2026

mercoledì 4 novembre 2026

Ricky Warwick - Fire & Vengeance (Earache, 2026)

 


Si scrive Ricky Warwick, si pronuncia rocker. Indomito, gagliardo, abrasivo come la carta vetrata. E’ la sua carriera a parlare per lui. Irlandese puro sangue, originario della contea di Down, Warwick ha iniziato la sua carriera alla fine degli anni '80 con i New Model Army. Nel 1988 ha fondato i The Almighty insieme ad Andy "Tantrum" McCafferty, Stump Monroe e Floyd London, rimanendo attivo con la band fino al 2007. Nel 2009 è stato invitato a unirsi ai Thin Lizzy in qualità di cantante e chitarrista, partecipando al tour del 2011 che celebrava il venticinquesimo anniversario della scomparsa del frontman originale Phil Lynott. Nel 2012, Warwick ha co-fondato i Black Star Riders, gruppo nato come costola dei Thin Lizzy. Nel curriculum, anche una comparsata con i Stiff Little Fingers e ben dieci album solisti, di cui l’ultimo è questo Fire & Vengeance.

Un disco che non modifica di un centimetro il territorio in cui si muove il musicista nord irlandese, il cui dna unisce un rock and roll grezzo e di stampo operaio a un urgente attitudine punk, influenze americane di matrice acustica e folk celtico. Non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto già ascoltato nei lavori precedenti, ma questo “usato sicuro” funziona sempre maledettamente bene, le canzoni, pur nella loro assenza di originalità, mostrano un impianto solido e un piglio deciso, e il parterre di ospiti, Phil Collen (Def Leppard), Charlie Starr (Blackberry Smoke), Doug Aldrich (Whitesnake) e Darren Holden (The High Kings), rende il tutto più appetibile.

La title track apre il disco con un bel tiro di chitarre e non possono che venire in mente i Thin Lizzy, mentre la successiva "Hellbent & Heaven Sent" porta in dote una maggior ruvidezza punk, corroborata da un ficcante lavoro alla chitarra di Doug Aldrich.

Non mancano, come di consueto, variazioni sul tema: "Seek Zen Destroy" gioca con il funk e il groove e si fa ricordare anche per un incisivo assolo di Phil Collen che sigilla l’indemoniato finale, "When The Kings Fall" (ospite Charlie Starr) veste i panni della ballata dalle fragranze americane, la pimpante "Sweet County Down" costruisce un ponte fra folk irlandese e country, "The Angel’s Share" fila via dritta su un luminoso impianto melodico e la conclusiva "If You Think Your Country Needs You…" sceglie la strada di un ruvido e oscuro rock blues.

Dopo quarant’anni di carriera, Warwick non ha più nulla da dimostrare, né deve reinventarsi per stare al passo coi tempi. Semplicemente, continua a fare, e a farlo bene, ciò che ama di più: un rock ruvido e sudato, che non manca mai di colpire il bersaglio, grazie a una formula forse risaputa, ma comunque vincente.

Voto: 7

Genere: Rock, Hard Rock

 


 


Blackswan, mercoledì 04/11/2026

lunedì 2 novembre 2026

Aqualung - Jethro Tull (Crysalis, 1971)

 


La canzone più famosa dei Jethro Tull e quella che dà il titolo a uno dei dischi più significativi del movimento progressive: "Aqualung" affronta e analizza quelle che sono normalmente le nostre reazioni emotive nei confronti dei senzatetto. Ian Anderson, leader, cantante e flautista della band scrisse il testo, definendolo "una canzone carica di sensi di colpa e confusione su come rapportarsi con i mendicanti e i senzatetto". Le liriche, infatti, parlano di quel mix di sensazioni, di colpa, disgusto, imbarazzo e confusione, che proviamo ogni volta che ci troviamo di fronte alla dura realtà dei diseredati. Spesso, vediamo qualcuno che ha chiaramente bisogno di aiuto, che si tratti di poche monete o di una parola di conforto, e invece lo ignoriamo.

Nella storia raccontata dalla canzone, "Aqualung" è un senzatetto solo, sporco, affamato, il cui personaggio fu creato dal cantante ispirandosi a fotografie reali di uomini senza fissa dimora.

La moglie di Ian all'epoca, Jennie, era, infatti, una fotografa amatoriale e aveva portato delle foto di senzatetto da far vedere ad Anderson. Le liriche, all’inizio brevi didascalie delle foto esaminate, furono scritte anche con il contributo di Jennie, che venne inserita nei crediti come autrice e che per tal motivo ricevette la metà dei diritti del brano.

Sebbene questa sia la canzone più famosa dei Jethro Tull, non è mai stata pubblicata come singolo. Ai tempi le radio (come oggi, peraltro) passavano solo brani di tre minuti, e "Aqualung" era troppo lunga e, per così dire, poco lineare, visto che iniziava con un riff di chitarra potente per poi passare a sonorità acustiche più rilassate. Tutto tranne che digeribile per un pubblico mainstream.

Non tutti lo sanno, ma un "Aqualung" è un autorespiratore portatile per subacquei. Anderson immaginò di dare al senzatetto protagonista del brano quel soprannome a causa di problemi respiratori cagionati dalla vita all’addiaccio. L'idea gli venne guardando un programma televisivo chiamato Sea Hunt, in cui il protagonista, che indossava un Aqualung, respirava affannosamente sott’acqua. Quello che Anderson non sapeva è che Aqualung era un marchio registrato, tanto che la Aqualung Corporation of North America intentò una causa legale alla band dopo l'uscita dell'album. La causa fu poi archiviata, ma la minaccia di un'ulteriore azione legale preoccupò Anderson per lungo tempo.

La celeberrima copertina dell'album è un acquerello del personaggio Aqualung, realizzato dall'artista Burton Silverman. Il manager dei Jethro Tull, Terry Ellis, gli commissionò il lavoro dopo aver visto le sue opere sulla rivista Time. Burton scattò alcune foto a Ian Anderson con indosso il suo vecchio cappotto prima di dipingere la copertina, e l'opera risultante assomigliava molto a una versione sciupata del cantante, che, per inciso, non fu affatto contento del dipinto. Nonostante le obiezioni di Anderson, la copertina è diventata un'immagine iconica del rock, ma ha anche dato origine a un'altra causa legale sull'utilizzo dell'immagine: Burton riteneva che la band non avesse i diritti per usarla su magliette e altro materiale promozionale.

L'insolito effetto sonoro che si sente in questo brano si chiama "borbottio telefonico" e consiste nell'eliminare tutte le frequenze tranne una stretta banda intorno ai 1000 hertz, con l’intento di riprodurre la voce che se provenisse da una cornetta del telefono.

Come la maggior parte dei brani dell'album, anche "Aqualung" si chiude con un finale brusco. Il motivo? Anderson sapeva che avrebbe dovuto eseguire questi brani dal vivo, dove non era certo possibile una lenta dissolvenza.

 


 

 

Blackswan, lunedì 02/11/2026

venerdì 30 ottobre 2026

Europe - Come This Madness (Silver Lining Records, 2026)

 



Alla storia degli Europe è indissolubilmente legato un titolo, di una canzone e di un album: The Final Countdown. Era la seconda metà degli anni ’80, e questa signature song, insieme a "Carrie", "Rock The Night" e "Superstitious", regalò alla band svedese il successo planetario e fama imperitura. Oggi, quel suono distintivo, quel metal cotonato, quel rock patinato e, per certi versi, anche elegante, non esiste più. Quegli Europe sono diventati un’altra cosa, e pur riportando in luce, talvolta, alcune caratteristiche di quel suono ormai antico, hanno dimostrato più volte di essere molto più che i semplici autori di "The Final Countdown", continuando a sfornare dischi che testimoniano di un orizzonte creativo decisamente più vasto.

Tuttavia, sono trascorsi ben nove anni dall'ultimo album in studio, tanto che i molti fan si sono spesso domandati quale versione del quintetto nordico sarebbe stato incarnato da un eventuale nuovo lavoro. L'attesa è finalmente finita. Con Come This Madness, gli Europe tornano sulle scene con il loro dodicesimo album in studio, composto da undici brani inediti, la cui ispirazione non è più rivolta al loro periodo d’oro, bensì a un hard rock di stampo settantiano, rielaborato, però, con piglio moderno e con un’attitudine compositiva più ricercata e meno prevedibile.

L'album si apre con "One on One": una breve introduzione orchestrale lascia il posto a una linea di basso distortissimo e dal dal ritmo coinvolgente, definendo subito l'atmosfera. Il brano è attraversato da una vena più cupa, che gli Europe bilanciano però con melodie eleganti, capaci di evocare immediatamente la loro inconfondibile identità sonora.

Scelta come secondo singolo dell'album, l'eccellente "The Cult of Ignorance", riannoda i fili con il passato grazie al riff iniziale di synth e a un ritornello incisivo dal sapore eighties, mentre le strofe sono potenti e rumorose e il testo affronta un tema di grande attualità: la crescente ignoranza nella società odierna. Brani come questo dimostrano come gli Europe abbiano continuato a evolversi senza mai perdere di vista le radici che hanno reso il loro sound così distintivo fin dagli esordi.

Il pezzo crea un'atmosfera che prosegue nella title track, "Come This Madness". Qui, gli Europe riflettono sulla natura sempre più caotica del mondo attuale e la musica alterna riff rabbiosi a un tono lievemente malinconico, che trova il suo apice nella splendida stasi melodica che divide il brano in due parti e che viene spazzata via da una ripartenza al fulmicotone, rapidissima e violenta, e da un assolo spettacolare di John Norum.

Non mancano ovviamente le ballate, registro trattato con una consapevolezza melodica unica. "This Time of Year" rappresenta uno dei momenti più emozionanti dell'album: linee melodiche intense e la voce inconfondibile di Joey Tempest conferiscono al brano il giusto respiro, senza mai scadere nell'eccessivo sentimentalismo. È l'ennesima dimostrazione di come gli Europe sappiano trasmettere grande intensità emotiva senza bisogno di alzare il volume delle emozioni al massimo.

Con "In a Different World", la band torna a legare i testi alla realtà che ci circonda, trovando al contempo un solido equilibrio tra melodia e un'atmosfera decisamente cupa.

"Scandinavian Eyes" imbocca poi una strada diversa: l'apertura di stampo sinfonico introduce un brano saldamente ancorato alle sonorità degli anni Settanta. Sebbene i Deep Purple (riferimento immediato) e l'epoca d'oro dell'hard rock ne costituiscano chiaramente il modello d'ispirazione, gli Europe infondono nell'arrangiamento una personalità tale da rendere il pezzo perfettamente coerente con il resto dell'album. Il risultato è un brano hard rock denso e suggestivo, capace di trasportare quelle atmosfere rétro nel presente senza mai dare l'impressione di una lezione di storia. 

Meno incisiva è "Takin’ It Back", un brano che, sempre sull’onda dell’hard rock anni ’70, si lascia ascoltare con estrema facilità, pur senza lasciare un segno indelebile paragonabile a quello di altre tracce dell'album. Segue "In the Absence of Grace", un breve intermezzo che mette in primo piano la tastiera di Mic Michaeli e la voce (ancora meravigliosa) di Joey Tempest. Si tratta di un momento più intimo, che precede l'ingresso del riff pesante di "The Angels Must Have Flown", le cui linee melodiche fluide conquistano gradualmente l'ascoltatore, grazie anche ad alcune sfumature anni '70 sapientemente integrate nell'arrangiamento.

"The Devil’s Back" si presenta come un hard rock innodico, compatto e dai toni più cupi, pur senza risultare mai realmente tetro. Il punto di forza è il ritornello, costruito su una melodia estremamente orecchiabile che entra in gioco quasi subito: è il classico brano degli Europe che sa esattamente come e dove colpire nel segno, anche in questa ennesima citazione settantiana. 

Un pattern di pianoforte elettrico apre la conclusiva "Nothing Can Follow This", ennesimo momento di grande impatto, in cui un’oscura tensione si coniuga perfettamente con quella sicurezza melodica che è da sempre un marchio di fabbrica della band.

Come This Madness rappresenta un’aggiunta significativa alla discografia degli Europe ed è, probabilmente, il miglior disco della loro seconda parte di carriera. La band mantiene intatti i propri tratti distintivi, continuando al contempo a far evolvere il proprio sound in un perfetto bilanciamento fra melodie orecchiabili e fremente grinta. Al centro di tutto vi sono cinque musicisti che suonano insieme da decenni e che continuano a mettere le canzoni davanti all’indiscussa qualità tecnica. E, dopo nove anni di assenza dagli studi di registrazione, è davvero un ottimo modo per tornare sulla scena.

Voto: 8

Genere: Hard Rock

 


 


Blackswan, venerdì 30/10/2026

mercoledì 28 ottobre 2026

September - Earth, Wind & Fire (Columbia, 1978)

 


Ci sono canzoni che sono l’incarnazione in note della felicità, canzoni che trasmettono allegria e che fanno sentire leggeri e ottimisti chi le ascolta. Allora, fate così: mettete sul piatto "September" degli Earth, Wind & Fire e fatemi sapere quanto vi sentite bene.

Il brano fu scritto da Allee Willis, cantautrice originaria di Detroit e co-autrice di molti successi della band, insieme a Maurice White e Al McKay, due colonne portanti della band di quegli anni. Questa è stata la prima canzone che la Willis scrisse con il gruppo e per prepararsi a farlo, dovette affrontare una piccola “gavetta letteraria”.

La musica degli EW&F, infatti, era fortemente ispirata alla filosofia orientale, con una visione incredibilmente positiva della vita, e i testi delle loro canzoni non erano tipici della musica soul di quel periodo. Quando la Willis entrò in studio il primo giorno di registrazioni, White la mandò subito alla Bodhi Tree, una libreria molto spirituale che si trovava a Los Angeles. Su specifico invito del cantante, lì comprò molti libri che trattavano di filosofia e spiritualità, e per due tre mesi si immerse completamente nella lettura, cercando di decifrare quel linguaggio che era lo stesso che animava le canzoni della band.

Una volta pronta, la cantautrice entrò in studio per scrivere e registrare, e appena varcata la soglia ascoltò la breve introduzione di chitarra di "September", e tra sè e sé pensò: “'Oh Dio, ti prego, fa' che sia questo il brano su cui vogliono lavorare con me. Questo sarà sicuramente un successo”.

 

Per quanto riguarda la musica, l’idea per la canzone venne a White in un luogo insolito: una stanza d'albergo a Washington DC, mentre in strada si svolgeva una sorta di protesta. Fu lui stesso a raccontarlo: "C'erano tutti questi tizi che urlavano, lanciavano oggetti e impazzivano, e questa melodia è nata spontaneamente".

Ed ecco il celebre incipit, di cui ai tempi, e negli anni a venire, si fece un gran parlare:

"Do you remember

The 21st night of September?

Love was changin' the minds of pretenders

While chasin' the clouds away"

 

Esistono, infatti, molte teorie sul significato della "21esima notte di settembre", e fino al 2018 persino la co-autrice della canzone, Allee Willis, non riusciva a dare una risposta esaustiva: Maurice White le aveva detto che non aveva un vero significato e che era stata scelta perché suonava bene foneticamente.

White morì nel 2016, due anni dopo. La Willis restò in contatto con la famiglia del cantante e un giorno, mentre pranzava con la vedova, Marilyn, ebbe finalmente la rivelazione: la donna le disse che il 21 settembre era la data prevista per la nascita del loro figlio, Kahbran, e che Maurice aveva inserito quella data specifica nella canzone come un messaggio segreto. Kahbran nacque poi il 1° agosto, una data che sicuramente non avrebbe avuto lo stesso impatto come testo.

Durante la lavorazione del brano, ci fu un momento di frizione fra la Willis e White a proposito del ritornello e delle parole "Ba-Dee-Ya".: 

"Hey, hey, hey
Ba-dee-ya, say, do you remember?
Ba-dee-ya, dancin' in September
Ba-dee-ya, never was a cloudy day"

Allee Willis non sopportava assolutamente testi senza senso o frasi incomplete. Disse: “Non possiamo lasciare bada-ya nel ritornello, deve significare qualcosa”. Ma poi cambiò idea quando il cantante le rispose: “No, va benissimo. È quello che la gente ricorderà. Lo lasciamo”. L’idea di Maurice White, infatti, è sempre stata quella di non lasciare che il testo primeggiasse sul groove e la melodia, per lui contava solo l’emozione e nient’altro.

 

Questo brano fu scritto appositamente per la raccolta dei più grandi successi degli Earth, Wind & Fire, The Best of Earth, Wind & Fire, Vol. 1. Insieme alla loro cover di "Got To Get You Into My Life" dei Beatles, è stata una delle due nuove canzoni incluse nella scaletta del disco, che è diventato il loro lavoro più venduto e ha aiutato la band a raggiungere un pubblico ancora più ampio.

Una curiosità. Il 13 aprile 2018 Taylor Swift pubblicò una versione eterea di questa canzone, con banjo e chitarra acustica, che scatenò l'ira sui social media. La sua registrazione faceva parte di una promozione di Spotify e la popstar spiegò di averla interpretata per "ragioni sentimentali" e perché il mese di settembre è quello in cui si è verificata una delle sue rotture amorose più dolorose. L’unico che prese le sue difese fu Philip Bailey, twittando: "La musica è libera così... Non ho altro che amore per te".

 


 

 

Blackswan, mercoledì 28/10/2026