martedì 27 febbraio 2024

BLACK HOLE SUN - SOUNDGARDEN (A&M, 1994)

 


1 + 1 non sempre fa 2. Se è vero, infatti, che il nome della band si ispira all'opera A Sound Garden, installazione sonora dell'artista Douglas Hollis al NOAA Western Regional Center di Seattle, per lungo tempo, per un collegamento automatico, ma fallace, sì è pensato che Black Hole Sun prendesse il nome da un'altra scultura di Seattle chiamata "Black Sun" dell'artista Isamu Noguchi. Quest’opera, che si trova nel Volunteer Park a Capitol Hill, sembra un'enorme ciambella nera posizionata in modo da potervi vedere attraverso lo Space Needle (la torre simbolo della città).

La verità, però, è un’altra. Chris Cornell ebbe l'idea per questa canzone mentre tornava a casa dal Bear Creek Studio, vicino a Seattle, dove i Soundgarden stavano registrando una versione di "New Damage" per un album di beneficenza. L’idea per il brano gli venne ricordando qualcosa che aveva ascoltato distrattamente in televisione non comprendendone il significato. A Cornell era sembrato di sentire da un conduttore di un tg pronunciare una frase che suonava più o meno come "blah blah blah blackhole sun blah blah blah" e pensò subito che sarebbe stato un titolo fantastico per una canzone.

Cornell iniziò a pensare a quelle parole e decise di scriverci una canzone attorno, poiché sentiva che era un titolo stimolante. Così, appena a casa, prima scrisse i testi, poi compose la musica in base alle immagini che gli venivano in mente. Il risultato fu una canzone cupa, con riferimenti ai serpenti, al cielo morto e al fetore estivo, tanto oscura e visionaria da essere perfetta per giustificare il sillogismo fra grunge e depressione e angoscia. Cornell, tuttavia, non stava soffrendo, non era depresso, non era ancora schiacciato dal male di vivere. Aveva semplicemente l’idea di realizzare una canzone che giocasse sulla combinazione antitetica fra un buco nero e il sole, tra un vuoto immenso, un cerchio gigante di nulla, e la luce del sole, ciò che dona la vita. Semplicemente, trovava interessante il contrasto tra luce e oscurità, tra senso di speranza e malumore di fondo.

Black Hole Sun ebbe molti passaggi radiofonici, dal momento che l’alternative e il grunge erano assai popolari all'epoca, tanto che le prime 40 stazioni radio statunitensi trasmettevano quasi esclusivamente canzoni di artisti come Soundgarden, Pearl Jam e Stone Temple Pilots, per citare qualche band in auge. Tuttavia, il brano non entrò in classifica perché non fu mai pubblicato come singolo. A differenza di oggi, infatti, ai tempi si evitava di pubblicare un singolo via l’altro, uno strattagemma che incuriosiva e incoraggiava i fan ad acquistare gli album.

La canzone è stata interpretata da Peter Frampton nel suo album strumentale Fingerprints del 2006. Questa curiosa versione non conteneva parti cantate, perché le liriche furono replicate da Frampton attraverso il talk box collegato alla chitarra, strumento che simulava l'intonazione della voce, ma non le parole. Le uniche parole distinguibili (suonate sempre attraverso il talk box) sono "Black Hole Sun, Won't You Come", che possono essere ascoltate nelle strofe dopo l'assolo. Per la cronaca, Fingerprints vinse il Grammy 2007 come miglior album strumentale pop.

 


 

 

Blackswan, martedì 27/02/2024

lunedì 26 febbraio 2024

The Pineapple Thief - It Leads To This (Kscope, 2024)

 


Quindici album in studio e venticinque anni di carriera, sono un traguardo straordinario, ancora più ragguardevole se si pensa che i Pineapple Thief, nonostante (o forse grazie a) diversi cambi di line up, hanno sempre mantenuto un livello artistico di spessore. Difficile, dunque, trovare un disco inascoltabile rilasciato dalla band britannica, che, dopo l’arrivo della leggenda Gavin Harrison dietro le pelli, ha ulteriormente ridefinito e perfezionato il proprio alt (art)-rock dalle inflessioni prog in qualcosa di ancora più suggestivo e affascinante.

L'ultima uscita dei Pineapple Thief, It Leads to This contiene otto canzoni relativamente concise per il target della band, a cui non manca certo la consueta urgenza ed efficacia emotiva dei lavori migliori, e, in un certo senso, questo nuovo album è una sintesi perfetta di tutti quegli elementi che fanno funzionare così bene la proposta del gruppo britannico da un quarto di secolo a questa parte.

Ovviamente, un musicista sensibile come Bruce Soord ha ben presente la dura e sconcertante realtà della vita degli ultimi anni, e, quindi, è inevitabile che un senso di profonda malinconia incomba su ognuna delle canzoni in scaletta, gettando uno sguardo penetrante sul mondo, con risultati toccanti e poetici. C’è disincanto, delusione, tristezza, tutti elementi che si insinuano nelle melodie e nelle liriche desolate, ma irresistibili, create dalla penna del leader.

Da un punto di vista squisitamente musicale, è quasi inevitabile sottolineare l’importanza e il valore di Gavin Harrison, già venerato come uno dei migliori batteristi del mondo grazie alla sua militanza nei Porcupine Tree e nei King Crimson: le sue eccezionali capacità di batterista e il suo approccio innovativo al ritmo hanno contribuito a elevare ulteriormente di livello la musica di The Pineapple Thief, e il suo drumming è stato fondamentale nel plasmare il suono della band, aggiungendo strati di complessità e profondità alle composizioni.

Se le fondamenta espressive sono ormai consolidate da tempo, It Leads to This mostra un suono ancor più raffinato e maturo, e dalle avvolgenti melodie alle ritmiche intricate, ogni canzone dell'album è definita meticolosamente, mettendo in mostra tanto le qualità tecniche del quartetto quanto la profondità emotiva del songwriting. Formidabili, poi, anche le digressioni strumentali, che trovano spesso un perfetto equilibrio fra prog vecchia e nuova scuola, aggiungendo un tocco di virtuosismo a una scaletta di per sé impeccabile e straordinariamente coerente nello sviluppo.

Tante ottime canzoni, a partire dall’iniziale Put It Right, incentrata sul pianoforte e la voce desolata di Soord, dalla splendida Rubicon, trainata dai groove fluidi e inarrestabili di Harrison, che mette in mostra una band coesa, che azzarda a metà canzone una deviazione dal sapore jammistico, e dalla title track che enuclea melodramma e pathos da un labirinto di art rock agile e muscoloso.

Una tripletta iniziale di altissimo livello che introduce un disco senza cedimenti, elegante e intenso, arrangiato in modo sublime, coeso in ogni suo parte, e in cui la scrittura ispirata di Soord si sviluppa in trame avvincenti, eseguite magistralmente da una band che non sbaglia un colpo. Ennesima riconferma di grande qualità.

VOTO: 8

GENERE: Progressive, Alternative Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 26/02/2024

giovedì 22 febbraio 2024

GREEN DAY - SAVIORS (Reprise, 2024)

 


In trentasette anni di carriera, vissuta tra alti e bassi, tra dischi leggendari e altri decisamente meno appetibili, piaccia o meno, i Green Day restano ancora oggi una delle band più amate del pianeta. Ogni loro uscita, caratterizzata da quel suono immediatamente distintivo, è destinata inevitabilmente a sollevare un polverone mediatico, a maggior ragione quest’anno, che probabilmente rappresenta uno dei momenti più importanti della loro storia. Oltre a questo nuovo Saviors, infatti, i Green Day celebreranno il trentesimo anniversario di Dookie, e poi, a settembre, arriverà il ventesimo anniversario della loro disco più celebre, American Idiot.

Un disco, quello, fortemente politico, in cui il trio convogliava la propria rabbia nei confronti dell’amministrazione Bush per quella folle guerra in Iraq che provocò un grave scontro culturale, dividendo il paese tra pacifisti e interventisti. Vent’anni dopo, sembra non essere cambiato nulla, e con Saviors, una sorta di fratello minore di American Idiot, i Green Day prendono nuovamente posizione, facendo loro il motto che rimanere in silenzio equivale a essere complici.

Il disco, dunque, rispecchia, inevitabilmente, ciò che gli Stati Uniti sono diventati nell’ultimo ventennio, e affronta questioni cruciali come le sparatorie di massa, il razzismo, l’epidemia di oppioidi, la crisi dei senzatetto, l’imperialismo degli Stati Uniti e persino la disconnessione intergenerazionale.

Nonostante l’aura scanzonata da eterni cazzoni, la band capitanata da Billie Joe Armstrong, facciamocene una ragione, è una band connotata politicamente, che non ha certo remore a esprimere ciò che pensa e a farlo in modo diretto. In tal senso, Saviors, a prescindere dal suo tiro sferzante e festaiolo, è uno dei dischi più impegnati di questo indomito trio, che riesce dire cose serie, senza, tuttavia, mai prendersi, musicalmente parlando, troppo sul serio.

Impossibile, quindi, non interpretare il singolo che apre il disco, "The American Dream is Killing Me", come una dichiarazione d’intenti sui contenuti della scaletta, né evidenziare come il brano mostri una stretta parentela con "American Idiot", che ne è una sorta di fratello maggiore. Come detto, però, l’impegno non si ferma al travolgente incipit, ma prosegue anche in altre canzoni come la vibrante "Coma City", che sembra sfottere la folle corsa verso lo spazio promossa da Elon Musk, l’irresistibile "Strange Days Are Here To Stay", che mette in luce, citando David Bowie (“Strange days are here to stay ever since Bowie died”), una società in cui dilagano il razzismo, la piaga del Fentanyl e una profonda disconnessione generazionale, o "Living in the 20's", che cita l’incendio di Cameron Peak (in Colorado), causato da piromani, e una sparatoria avvenuta in un supermercato, stigmatizzando così la follia di una società da troppo tempo alla deriva.

E non c’è poi da meravigliarsi che, in questo quadro tutt’altro che ottimista, attraverso la title track, Armstrong si chieda: “Qualcuno ci salverà stasera?”, perché in questo mondo, ormai "tutti dormono ma nessuno sogna".

Nonostante il vibrante impegno politico, tuttavia, non manca nel disco anche il divertito disimpegno di canzoni come "Look Ma No Brains" e "Bobby Sox", oltre ad alcune coinvolgenti ballate, come l’intensa "Father To Son", una sorta di continuazione di "Wake Me Up When September Ends", in cui Armstrong da ragazzino che ha perso il padre è diventato un papà che ama ogni singolo momento vissuto con i suoi figli.

Se in passato i Green Day avevano palesato una certa stanchezza compositiva, mostrando la corda di un’ispirazione ai minimi termini (Revolution Radio) o procedendo con il pilota automatico inserito (Father Of All…), oggi, il terzetto guidato da Armstrong sembra aver ritrovato l’antico furore, e pur restando lontano dai capolavori citati a inizio articolo, Saviors risulta un disco attraversato da una freschezza che sembrava perduta. Divertente, divertito, militante.

VOTO: 7

GENERE: Pop, Punk

 


 

 

Blackswan, giovedì 22/02/2024

martedì 20 febbraio 2024

CLAIRE KEEGAN - PICCOLE COSE DA NULLA (Einaudi, 2022)

 


Sono giorni che Bill Furlong gira per fattorie e villaggi con il camion carico di legna, torba e carbone. Nessuno vuole restare al freddo la settimana di Natale. Sotto la neve che continua a scendere, tutto va come sempre in quel pezzo d'Irlanda. Poi, nel cortile silenzioso di un convento, Bill fa un incontro che smuove la sua anima e i suoi ricordi. Lasciar correre, girarsi dall'altra parte, sarebbe la scelta più semplice, di certo la più comoda. Ma forse, per Bill Furlong, è arrivato il momento di ascoltare il proprio cuore. «Mentre proseguivano e incontravano altre persone che conosceva e non conosceva, si ritrovò a domandarsi che senso aveva essere vivi se non ci si aiutava l'uno con l'altro. Era possibile tirare avanti per anni, decenni, una vita intera senza avere per una volta il coraggio di andare contro le cose com'erano e continuare a dirsi cristiani, a guardarsi allo specchio?».

Su queste pagine abbiamo già raccontato Un’estate, romanzo breve a firma Claire Keegan, un autentico gioiello di stile, sensibilità e introspezione, che ha acceso in chi scrive il desiderio di conoscere quanto più possibile pubblicato dalla cinquantaseienne autrice irlandese. Era inevitabile, quindi, approcciarsi a questo Piccole Cose Da Nulla, secondo romanzo pubblicato in Italia da Einaudi nel 2022 (l’opera è dell’anno precedente), e opera che ha ravvivato ulteriormente quello che, per il sottoscritto, è ormai devozione conclamata.

Un’inutile prolusione, questa, e me ne scuso, solo per dire che davvero ci troviamo di fronte a uno dei casi editoriali più interessanti degli ultimi anni, e che, se avete amato il romanzo precedente, perderete la testa anche per queste novanta pagine, a dir poco perfette. Less is more, direbbero gli inglesi, e mai come in questo caso avrebbero ragione, perché la Keegan ha l’indubbia capacità di condensare in poche righe un intero mondo, di essere profonda, usando un linguaggio semplice, diretto, quello fatto di parole, per parafrasare Hemingway, che valgono solo un centesimo, e di scandagliare l’animo umano attraverso immagine talmente vivide, da trasformare il lettore in un muto spettatore del dipanarsi della trama. Hic et nunc.

Anche questo Piccole Cose Da Nulla è ambientato nella provincia irlandese e negli anni ’80, in un mondo antico solo sfiorato dalla civiltà capitalista, in cui artigiani, contadini e piccoli imprenditori sono il motore economico della società, in cui pochi privilegiati si muovono in un contesto di sussistenza, mentre la povertà è pronto a bussare alla porta di chi sgobba per mantenere la propria famiglia, e il baratto e l’aiuto caritatevole fanno la differenza tra l’abisso e la sopravvivenza.

Bill Furlong è un uomo semplice e timorato di Dio, figlio illegittimo di una cameriera e cresciuto grazie alla bontà di una donna ricca, che l’ha accolto nella propria casa, nutrendolo ed educandolo. Vende carbone, Furlong, e lavora come un somaro per mantenere la sua numerosa famiglia. Un giorno, un giorno come tanti, mentre porta un carico di carbone al convento della cittadina in cui vive, scopre una giovane ragazza rinchiusa nella carbonaia. E il suo piccolo mondo, fatto di casa, chiesa e lavoro, inizia a vacillare. Perché quella ragazza, sporca e infreddolita, gli apre gli occhi sull’orrore delle Magdalene Laundry, apparentemente istituti per il recupero di giovani donne “difficili”, in realtà, veri e propri luoghi di segregazione e sfruttamento del lavoro, nei quali, si scoprirà successivamente, si attuò una sistematica carneficina, il cui computo dei morti, ragazze e neonati, non si è ancora oggi concluso.

Inizia, così, per Furlong un percorso di consapevolezza, che lo porterà, a dispetto delle conseguenze, a fare la scelta giusta. Una decisione difficile, che avrà inevitabili ripercussioni e che lo sottoporrà al giudizio di una società ipocrita, bigotta, in cui la fede in Dio prende spesso le sembianze di un do ut des con l’istituzione ecclesiastica. Così, Furlong, da uomo remissivo e tranquillo, diventa un piccolo grande eroe, che antepone al proprio tornaconto la pietas, che è sincera fratellanza e amore per il prossimo. Viene in mente, a tal proposito, quella meravigliosa poesia del grande poeta greco, Costantino Kavafis:

Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora No,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Ci vogliono molta forza e molto coraggio per saper dire di no, quando gli altri forse si aspetterebbero diversamente, quando la società ci vuole piccoli ingranaggi in un meccanismo ben oliato, quando il buon senso ci imporrebbe di tenere la testa bassa, e tacere, complici per convenienza. Furlong, però, non ci sta, ascolta la sua voce interiore e si ribella. La Keegan lo prende per mano e lo accompagna in questo percorso di redenzione, lo stesso che, seppur accidentato, percorrono tutte quelle persone che, quotidianamente, rinunciano a qualcosa di se stesse, per non rinunciare alla propria anima. E hanno il coraggio di dire, di gridare: no! Contro ogni logica.

 

Blackswan, martedì 20/02/2024

lunedì 19 febbraio 2024

MADDER MORTEM - OLD EYES, NEW HEART (Dark Essence Records, 2024)

 


Nata nel 1993 con il nome di Mistery Tribe (poi cambiato in Madder Mortem nel 1997) la band norvegese, composta da Agnete M.Kirkevaag (voce), BP M. Kirkevaag (chitarra e voce), Anders Langberg (chitarra), Tormod L. Moseng (basso) e Mads Solås (batteria), ha mantenuto in questi trent’anni un livello davvero alto d’ispirazione.

Otto album all’attivo, l’ultimo dei quali è questo Old Eyes New Heart, in cui il gruppo ha sviluppato un’espressività creativa assoluta, uscendo spesso e volentieri dallo steccato del genere metal, per esplorare, sperimentare, e mescolare attitudini diverse. Post metal o progressive metal poco importa; ciò che conta è che i Madder Mortem abbiano dato sempre pochi punti di riferimento all’ascoltatore, e plasmato la materia con un approccio tecnico ed eclettico che, nel corso degli anni, ha prodotto un suono meno inquietante e cupo degli esordi, in favore di una maggior accessibilità (da non confondersi con normalizzazione).

Cinque anni dopo il precedente Marrow (2018), la band torna con un nuovo album composto da dieci canzoni, ancora una volta non catalogabili in un unico genere, ancora una volta in grado di alzare l’asticella di un suono progressivo e sperimentale. Anche se c’è una grande varietà nell’album, però, Old Eyes, New Heart suona comunque totalmente coeso, i momenti più duri, quando la band alza il tiro elettrico delle composizioni, non oscurano alcuno degli intricati arrangiamenti, la produzione scintillante mette ben in risalto quegli scarti dalla normalità che rendono avvincente la narrazione, e le ballate sottolineano, invece, il lato più fragile e intimo della band, grazie anche al timbro versatile e poliedrico della Kirkevaag, la cui voce sa graffiare, percuotere e dolcemente accarezzare.

Tutte vivide sensazioni che nascono dal mood doloroso che permea l’album, composto dopo la morte del padre della cantante e del chitarrista (ricordato nelle note di copertina), trasformandolo in un condensato di disarmante sincerità e di emozioni vivide e intense.

La prima cosa che si nota, già con la canzone di apertura, "Coming From the Dark" (probabilmente, il brano più progressive in scaletta), è la presenza di un maggior numero di dinamiche e momenti imprevedibili rispetto al precedente Marrow. Un inizio che la dice lunga sul livello d’ispirazione che permea la scaletta, punteggiata di grandi canzoni, quali la grintosa e aggressiva "The Head That Wears the Crown", la lunatica e cupa "Cold Hard Rain" e il singolo "Towers", in cui la band trae ispirazione dal grunge, dal post-metal (Tool) e dal rock degli anni '70.

"È stata una strada lunga e lenta, ma finalmente siamo a casa. Sono stati alcuni anni difficili, ma ora ne siamo fuori". Con questo messaggio di speranza, contenuto nell’emozionante e conclusiva Long Road, termina l’ennesimo disco di livello di una band, a cui il tempo ha concesso in dono un’identità che, per quanto immediatamente riconoscibile (la voce della Kirkevaag è un marchio di fabbrica), sfugge a facili etichettature ed è capace di rinnovarsi, album dopo album, senza perdere un briciolo del proprio misterioso fascino. Esattamente come suggerisce il titolo del disco.

VOTO: 7,5

GENERE: Prog Metal, Post Metal 




Blackswan, lunedì 19/02/2024