lunedì 24 giugno 2019

IL MEGLIO DEL PEGGIO




Fino a qualche tempo fa non era chiaro cosa volesse fare da grande Alessandro Di Battista. Se il poliziotto cattivo del Movimento 5 Stelle, oppure il grillo parlante dopo il passo di lato del fondatore Beppe o semplicemente un battitore libero. Fatto sta che dopo un anno sabbatico con scenari di una vita alla Easy Rider, il tenace e sanguigno Dibba ritorna in Italia con il coltello tra i denti e un libro dal titolo che è tutto un programma. Il "fratello" di Luigi da politicamente scorretto non risparmia nessuno. 

Neppure i propri compagni di partito che definisce senza mezzi termini "burocrati rinchiusi 18 ore al giorno nei ministeri". Dagli incastri a coda di rondine imparati da apprendista falegname a quelli politici, il passo per Dibba e' breve. Ironia a parte, per i 5 Stelle e' arrivata l'ora più buia. Dopo gli insuccessi elettorali e la sonora bastonata alle Europee, per il Movimento si profila un futuro incerto e più che mai complicato. 

Con un Di Maio contestato all'interno, succube di un vicepremier sempre più Premier e alle prese con un'alleanza ingombrante con una Lega pigliatutto, Di Battista potrebbe essere un jolly da calare sul tavolo al momento opportuno. Resta da capire con quale ruolo e a quali condizioni. E se questo non è un "Luigi stai sereno", poco ci manca.

Cleopatra, lunedì 24/06/2019

sabato 22 giugno 2019

NEIL YOUNG + STRAY GATORS - TUSCALOOSA (Reprise, 2019)

Gli archivi di Neil Young sembrano davvero un pozzo senza fine da cui emergono costantemente autentiche gemme che fanno la felicità di milioni di fan sparsi in tutto il mondo. Ci ha abituati davvero bene, zio Neil, e non ci fa mancare proprio nulla. Così, dopo Songs For Judy, uscito a novembre del 2018, non solo il canadese ha annunciato le lavorazioni di un nuovo album in studio con i Crazy Horse, ma lancia sul mercato anche Tuscaloosa, nuova gemma live pescata dal suo glorioso passato.
Il disco è composto da undici tracce registrate la sera del 5 febbraio 1973 all’università di Tuscaloosa (Alabama), in un momento in cui la notorietà di Young, anche in virtù del best seller Harvest, pubblicato esattamente un anno prima, era altissima. Tuscaloosa, però, non contiene tutto il concerto: alcune canzoni, pare, non furono proprio registrate, altre, invece, erano troppo imperfette per la pubblicazione. E ciò sembra plausibile, visto che, anche i brani in scaletta, a voler essere perfezionisti, palesano evidenti sbavature che, però, nulla tolgono a uno show con momenti davvero intensi e vibranti.
Ci sono brani che a fine 1973 confluiranno in Time Fades Away (il live di inediti che Young ricusò per lungo tempo, perché di scarsa qualità audio e perché foriero di brutti ricordi legati all’abuso di droghe e alcol), due brani che compariranno addirittura in Tonight’s The Night (disco registrato quell’anno ma pubblicato solo nel 1975), la title track da After The Gold Rush e, ovviamente, alcuni high lights dal vendutissimo Harvest.
Il set è diviso in due parti, la prima acustica, con Neil in solitaria a eseguire Here We Are In The Years (dall’omonimo debutto del 1968) e After The Gold Rush, e poi con gli Stray Gators, per un filotto di super classici (Out On The Weekend, Harvest, Old Man, Heart Of Gold), fra cui brilla un’intensa Out Of The Weekend, con la steel guitar di Ben Keith a cucire la melodia sottotraccia.
La seconda parte, invece, è elettrica e ispida, e trasuda tutta l’immediatezza e l’imperfezione del live act: Time Fades Away, la rozza e potente New Mama (nell’aria, l’elettricità dei Crazy Horse) e in chiusura una crepuscolare Don’t Be Denied, sono esecuzioni un po' sgualcite ma di grande effetto emotivo.
La migliore del lotto, a parere di chi scrive, risulta Alabama, cantata proprio nello stato da cui la canzone prende il nome (tra l’altro, tristemente famoso in questi giorni, per la promulgazione di leggi dal sapore medioevale), davanti a un pubblico, di cui sarebbe stato belle vedere l’espressione del volto, mentre Neil cantava i versi: “I’m from a new land/ I come to you and see all this ruin”.
Tuscaloosa non è certo il miglior live uscito dagli immensi archivi di Young, eppure, nonostante le esecuzioni abbiamo una messa a fuoco non sempre centrata, le undici canzoni in scaletta vibrano di un’intensità spigolosa, pungente, quasi selvaggia. Così, a prescindere da una qualità non eccelsa, questo live resta comunque una vivida testimonianza di un delicato momento della carriera del canadese: il successo, le dipendenze e la trilogia del dolore che sta per bussare alla porta. Il fuoco brucia, talvolta, divampa, e lo possiamo ascoltare mentre crepita, nelle nostre orecchie e sulla pelle. Imperfetto e grezzo, comunque Neil Young.

VOTO: 7





Blackswan, sabato 22/06/2019

venerdì 21 giugno 2019

PREVIEW




“La nostra salivazione fa sì che tutto abbia un sapore peggiore,” canta Ty Segall in “Taste”, il primo singolo del suo prossimo album FIRST TASTE, in uscita il 2 agosto.
Sta parlando di noi, di come siamo padroni del nostro destino, narratori della nostra profezia, creatori delle nostre scelte malate. È un avvertimento, ma questa volta Segall punta il dito anche contro se stesso. È uno di noi. First Taste è il disco introspettivo dopo le estroversioni di Freedom’s Goblin del 2018. Versi di lotta si snodano lungo le canzone mentre Segall riflette sulla famiglia, rivisitando il passato e anticipando il futuro. Pattina attraverso l’unità, l’essere uno, l’autostima, i genitori – tutte le gioie di un’infanzia piena di pioggia – mentre raggiunge l’esterno nel qui e ora, desideroso di impulsi condivisi.
I succhi creativi di Segall suggerivano nuovi e radicali (nel senso più antico della parola) territori musicali: koto, bouzouki, mandolino, sassofoni e ottoni, voci e diverse tonalità. Segall suona la batteria che sentirete sugli speaker di sinistra, mentre Charles Moothart su quelli di destra. La prodezza vocale è un sollievo fresco contro la sua orchestra mutante, avvolgendo la tensione attraverso alcune delle sue canzoni più riflessive, in totale controllo del suo grido ferino. Quale che sia il mood, qui ci sono ballate leggere e rock impetuosi. La firma di Segall è ovunque ma a differenza dello stile libero e festoso del precedente album, queste dodici tracce formano un ciclo di suoni e canzoni che focalizzano il pensiero.
Ty Segall & The Freedom Band porteranno i loro elettrizzanti show da Los Angeles a New York e, a fine anno, in Europa. Suoneranno First Taste per intero insieme ad altri album selezionati dal suo vasto catalogo.





Blackswan, venerdì 21/06/2019

giovedì 20 giugno 2019

ALLUME - ODE (Soffici Dischi/Audioglobe, 2019)

Un’onda sonica, un vero e proprio muro di suono fragoroso, sferragliante, definitivo, contro il quale è inevitabile schiantarsi. Fate, quindi, ben attenzione al volume dello stereo quando ascoltate Ode (acronimo di Orizzonte Degli Eventi), disco d’esordio della band aretina degli Allume, perché potreste avere seri problemi con il vicinato.
Mario Caruso (voce e chitarra), Nicola Mancini (basso, sintetizzatore), Nicola Cigolini (batteria) forgiano un disco composto da dieci canzoni rumorose e disturbanti, che tirano dritte dall’inizio alla fine senza cercare compromessi, senza piegarsi alle mode, senza preoccuparsi della tenuta dei nostri padiglioni auricolari. Gli Allume si muovono con agilità attraverso i territori rocciosi dello stoner rock, inglobando nel genere anche elementi alternative, psichedelici e blues, con un’attitudine all’assalto frontale che sembra ereditato dal metal core.
Se è inevitabile cogliere fra le note echi che riportano a band di peso come Fu Manchu, Monster Magnet, Queens Of Stone Age e Clutch, gli Allume hanno il merito di scartare dall’ovvio, evitando una mera operazione di copia incolla, per seguire un proprio stile ben definito, derivativo, certo, ma mai creativamente supino innanzi alle proprie fonti di ispirazione.
La scelta di cantare in italiano, poi, è coraggiosa e vincente, e permette di comprendere appieno e, soprattutto, immedesimarsi, nelle liriche, che sono uno dei punti di forza del disco. Testi urticanti, intrisi di nichilismo, parole affilate che parlano di disagio, di afflizione (“Ho sepolto l’amore Nel fondo di un campo Sognavo un mondo a colori Nei piedi di un altro” da Nessun Perdono), di incomunicabilità (“Ho bisogno di respirare Dammi un motivo È una pena capitale Il tuo mutismo fa soffocare” da Stanze), di un male di vivere che obbliga a misurarsi con i fantasmi del passato e corrode la spontaneità dei rapporti personali (“I tuoi progetti sono i miei difetti, è un’usura, una macchinazione, la tua realtà è macchiata col sangue, la mia difesa un muro che piange” da Monumenti 1st).
Sono una macchina da guerra, gli Allume, e non fanno sconti: il persistente odore di cordite, le chitarre che mirano ad alzo zero e non danno scampo, la sezione ritmica arrembante, e la voce di Mario Caruso, che si muove appassionata sul sottile confine che separa rabbia e disperazione, sono il marchio di fabbrica di una band pronta a conquistare la scena rock nazionale.
Ode è un opera compatta, omogenea nei suoni e coerente nelle idee, composta da dieci tracce (no filler) che mantengono intatta la propria forza dirompente anche dopo numerosi ascolti e che sorprendono, a tratti, con inaspettate aperture melodiche (impossibile resistere al riff che sferza la superba Eco Dei Marinai).
Un disco non per tutti, certo; ma se amate una musica senza compromessi, che vi guarda in faccia digrignando i denti, mentre negli occhi divampa l’ardore, Ode fa sicuramente per voi. Consigliatissimo!

VOTO: 8 





Blackswan, giovedì 20/06/2019

mercoledì 19 giugno 2019

PREVIEW



Grazie al loro debut album "Live For The Moment" del 2017 il quartetto di Sheffield THE SHERLOCKS si è affermato come una delle band di riferimento della nuova scena inglese alt-rock e indie, debuttando al n° 6 dell classifiche e che li ha portati ad aprire il tour europeo di Liam Gallager, fino ad arrivare a suonare insieme a lui anche in Giappone.
Ora la band è pronta per iniziare un nuovo capitolo della propria carriera con l'annuncio della pubblicazione del nuovo album "Under Your Sky" in uscita il 4 ottobre via Infectious/BMG.
Se "Live For The Moment" era uno squarcio sulle sofferenze della gioventù, il nuovo disco vede il frontman Kiaran Crooke scrivere canzoni che collegano l'esuberanza dei giovani con la maturità e l'aspetto più riflessivo di una età più adulta.
Questo nuovo approccio si riflette perfettamente nel primo singolo "NYC (sing it Loud)" che è stata trasmessa in anteprima da Annie Mac a Radio 1, “I wanna see the world with you,” canta Kiaran, immaginando di “getting lost in the city for a day”.
Le canzoni nascono dalle esperienze personali, per la maggior parte di Kiaran, ma sono universali sul piano emotivo: "The driving ‘I Want It All’ reminisces over a gloriously stormy festival weekend in Wales, along with other memorable moments I spent with a special someone. Then the Springsteen-tinged ‘Time To Go’ celebrates the more casual romantic encounter.".
Sebbene ci siano canzoni che toccano i temi della disperazione, della perdita di ambizioni, come in 'Dreams', o i vari delicati aspetti delle relazioni amorose, come in 'Waiting', Kiaran affronta temi legati anche alle persone che vivono nelle sua città sempre in maniera malinconica, ma lasciando intravedere un futuro più positivo e in cui sperare.
Il processo di registrazione di "Under Your Sky" è stato decismente più strutturato rispetto al loro debut album: hanno trascorso 4 mesi, 5 giorni a settimana, nei Liverpool’s Parr Street Studios, con The Coral’s James Skelly alla produzione.
"Under Your Sky" sarà disponibile in digitale, cd, vinile e formato cassetta e ci sarà anche un'edizione limitata in vinile blu con un artowrk inedito.





Blackswan, mercoledì 19/06/2019

martedì 18 giugno 2019

BRUCE SPRINGSTEEN - WESTERN STARS (Columbia/Sony, 2019)


Non è facile recensire un disco di Springsteen, quando si è fan: se sei oggettivo fai torto a te stesso, se non lo sei, fai torto a chi legge. E poi, è un dato di fatto, il Boss è un artista divisivo: per alcuni è una fede, per altri un vecchio bollito che non fa un disco decente da… (ogni detrattore ha il suo anno preferito per indicare l’inizio del declino). Western Stars, tra l’altro, possiede un surplus di difficoltà, perché un disco “diverso”, anomalo, punteggiato da arrangiamenti rigogliosi (ridondanti e leziosi, dirà qualcuno), che lo rendono un unicum nella discografia di Springsteen, tanto che, consentitemi la boutade dadaista, potrà piacere a chi non ha mai amato il Boss e magari dispiacere anche ai più ferventi credenti. C’è un solo modo, quindi, per raccontarlo, che è quello di partire dall’unica distinzione che, a prescindere dai legittimi gusti personali, conta davvero, e cioè quello fra musica bella o brutta. Così, a meno che non siate sordi, prevenuti o in malafede, basta un solo ascolto dell’album per rendersi conto che è incredibilmente bello.
Un disco diverso, su questo non ci piove, figlio del mood confessionale di On Broadway, quello spettacolo che nel 2018 ha presentato al mondo lo Springsteen più intimo. Una sorta di zibaldone esistenziale, un momento di raccoglimento in cui il Boss si raccontava con il cuore in mano, facendo il bilancio della propria vita, denudando la rockstar perché fosse chiaro a tutti che, dietro lo star system, l’icona, il personaggio di successo, c’era (e c’è) un uomo, con le sue gioie, i suoi dolori, le sue imperfezioni.
Western Stars riprende il filo di quello spettacolo: è un disco in cui Springsteen torna a raccontarsi attraverso il filtro, però, di storie inventate e di quei personaggi, sconfitti, derelitti, malinconici, eppure mai domi, che da sempre hanno punteggiato la sua poetica. On Broadway era una biografia, né più né meno, me stesso per me stesso, in cerca di una catarsi. In Western Stars, invece, Springsteen dimostra di essere una delle voci narranti più credibili dell’America, di oggi e di ieri. Alla soglia dei settantant’anni, torna a riflettere sul tempo trascorso e su quello che resta. E lo fa con un disco nostalgico, struggente, intimista, senza che però la malinconia forzi la mano alla scrittura. Lo sguardo è lucido, sereno, rilassato. È lo sguardo di chi sa di aver tenuto dritta la barra, di aver sempre cercato di dare il meglio di sé, di chi si avvicina al termine della propria vita senza dover fare i conti con rimpianti e rimorsi.
Una narrazione personale, però, che il grande romanziere rende universale. E non c’era altro modo di farlo se non cambiando stile, ammantando una musica scarna (perché l’anima di queste canzoni è essenziale) di arrangiamenti floridi, lussureggianti, vigorosi. È forse questa la chiave per comprendere Western Stars: quegli archi, così dominanti e insistiti, servono a dare ampiezza al linguaggio, sono funzionali a rendere l’intimità delle storie narrate patrimonio di tutti. Quegli archi sono il respiro dell’America, sono l’epos che attraversa il romanzo, sono gli spazi aperti, le distanze e gli orizzonti, sono il cavallo in copertina, ancora libero, vivo e scalciante, consapevole che quella grande prateria, che rappresenta la vita, è una corsa a perdifiato verso il futuro.
Ci sono grandi canzoni in Western Stars, alcune tra le migliori mai scritte da Springsteen; e c’è una visione d’insieme, una cifra stilistica coerente e un linguaggio che, piaccia o meno, solo i grandi possiedono (possiamo fare un applauso al co-produttore Ron Aniello, per favore?).
Un disco “diverso”, dicevamo, perché in Western Stars il rock non c’è, fatevene una ragione. Ci sono le radici, il suono dell’America e dei suoi strumenti tradizionali, che sono il DNA del Boss; ma c’è anche il piacere di scrivere piccole gemme radiofoniche, il gusto per la suggestione e il languore, la forma che si sovrappone e assimila la sostanza, lo sguardo cinematico che si sostituisce all’impeto e al sudore della rockstar.
Sarebbe impervio, per motivi di spazio, affrontare canzone per canzone, e tutte meriterebbero, perché qui non ci sono filler, e l’intensità del livello di scrittura è costante, a differenza delle ultime prove che facevano intravvedere una certa stanchezza d’ispirazione.
Hitch Hikin’, posta in apertura, è la chiave per aprire lo scrigno di questo nuovo Springsteen: è l’intimo che diventa spazio, un cuore errabondo che non si arrende al peso della vita, il suono americano che trova nuova luce negli arrangiamenti. Gli stessi che fanno scintillare di bellezza The Wayfarer, processo alchemico con cui il boss si trasforma in un Burt Bacharach del futuro. C’è, poi, Tucson Train, l’epopea della frontiera riletta attraverso il cinemascope dei film western anni ’50, ci sono il divertissement di Sleepy Joe’s Cafè o il sole al tramonto di Sundown, sguardo illanguidito e melodia acchiappatutto, c’è l’umanità traboccante della title track e quella steel guitar spettrale su cui si posa la polvere dei ricordi, c’è l’immensa Moonlight Motel, con le lacrime che bagnano le corde della chitarra, c’è There Goes My Miracle, sbeffeggiata da molti prima dell’uscita del disco, e che invece è la canzone pop più bella ascoltata quest’anno. E c’è Chasin’ Wild Horses, uno Springsteen millesimato che gonfierà il cuore ai nostalgici di The River.
Su tutto, però, c’è il Boss, un’artista che ci tiene compagnia da quasi mezzo secolo e che, come ogni uomo, ha avuto i suoi giorni di gloria e le sue cadute, le sue canzoni belle e quelle che ci hanno fatto dubitare. Un uomo che, però, è sempre stato coerente a se stesso, anche quando, come in Western Stars, ha deciso di raccontarsi con un nuovo linguaggio. Fan o no, questo glielo dovete.  Anche perché ci ha regalato uno dei dischi più belli del 2019.
Love you, blood brother.

VOTO: 8





Blackswan, martedì 18/06/2019

lunedì 17 giugno 2019

IL MEGLIO DEL PEGGIO




Il PD non smette mai di regalarci emozioni. Prima ci siamo sorbiti D'Alema e la famigerata Bicamerale e una debole, debolissima, quasi impercettibile opposizione a Silvietto. Poi qualche segnale di vita con Romano Prodi per arrivare al periodo aureo della "riscossa" a opera del Rottamatore fiorentino con la fulminea scalata da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Matteo da Rignano, con spirito di revanscismo, circondato da una corte di yes man, e' riuscito laddove l'ex Cavaliere aveva fallito. Ha spostato la barra verso destra tradendo i principi ispiratori della sinistra, ha flirtato con i poteri forti, ha smantellato definitivamente lo Statuto dei lavoratori indebolendone di fatto i diritti, ha favorito le banche e in ultimo ha tentato di stravolgere la Costituzione. Salvo poi perdere e andarsene via col pallone. E non è tutto: da lungimirante statista qual è, ha evitato come la peste il dialogo con i 5 Stelle per godersi lo "spettacolo" mangiando pop corn e consegnarci alla Lega di Salvini. Non ancora pago della rovina del PD, si diletta ancora a dare la patente del cialtrone all'avversario o del cerimoniere al Premier in carica. Per rispondere alle ultime esternazioni velenose del senatore di Rignano sull'Arno, se c'è qualcuno che crea imbarazzo non è Giuseppe Conte ma Luca Lotti, fedelissimo renziano nonché ex Ministro dello Sport. Lo scandalo delle riunioni notturne in hotel con alcuni consiglieri del Csm non fa altro che gettare discredito su una classe politica che andrebbe mandata a casa. L'episodio in se' non meraviglia più di tanto ma è qualcosa che va al di là del comportamento del singolo individuo. È un habitus mentale che ormai sta contrassegnando la nostra politica e rischia di diventare normalità. Se i nuovi protagonisti non prendono le necessarie distanze e non iniziano seriamente un percorso di rinnovamento morale, moriremo salviniani.

Cleopatra, lunedì 17/06/2019