lunedì 2 novembre 2026

Aqualung - Jethro Tull (Crysalis, 1971)

 


La canzone più famosa dei Jethro Tull e quella che dà il titolo a uno dei dischi più significativi del movimento progressive: "Aqualung" affronta e analizza quelle che sono normalmente le nostre reazioni emotive nei confronti dei senzatetto. Ian Anderson, leader, cantante e flautista della band scrisse il testo, definendolo "una canzone carica di sensi di colpa e confusione su come rapportarsi con i mendicanti e i senzatetto". Le liriche, infatti, parlano di quel mix di sensazioni, di colpa, disgusto, imbarazzo e confusione, che proviamo ogni volta che ci troviamo di fronte alla dura realtà dei diseredati. Spesso, vediamo qualcuno che ha chiaramente bisogno di aiuto, che si tratti di poche monete o di una parola di conforto, e invece lo ignoriamo.

Nella storia raccontata dalla canzone, "Aqualung" è un senzatetto solo, sporco, affamato, il cui personaggio fu creato dal cantante ispirandosi a fotografie reali di uomini senza fissa dimora.

La moglie di Ian all'epoca, Jennie, era, infatti, una fotografa amatoriale e aveva portato delle foto di senzatetto da far vedere ad Anderson. Le liriche, all’inizio brevi didascalie delle foto esaminate, furono scritte anche con il contributo di Jennie, che venne inserita nei crediti come autrice e che per tal motivo ricevette la metà dei diritti del brano.

Sebbene questa sia la canzone più famosa dei Jethro Tull, non è mai stata pubblicata come singolo. Ai tempi le radio (come oggi, peraltro) passavano solo brani di tre minuti, e "Aqualung" era troppo lunga e, per così dire, poco lineare, visto che iniziava con un riff di chitarra potente per poi passare a sonorità acustiche più rilassate. Tutto tranne che digeribile per un pubblico mainstream.

Non tutti lo sanno, ma un "Aqualung" è un autorespiratore portatile per subacquei. Anderson immaginò di dare al senzatetto protagonista del brano quel soprannome a causa di problemi respiratori cagionati dalla vita all’addiaccio. L'idea gli venne guardando un programma televisivo chiamato Sea Hunt, in cui il protagonista, che indossava un Aqualung, respirava affannosamente sott’acqua. Quello che Anderson non sapeva è che Aqualung era un marchio registrato, tanto che la Aqualung Corporation of North America intentò una causa legale alla band dopo l'uscita dell'album. La causa fu poi archiviata, ma la minaccia di un'ulteriore azione legale preoccupò Anderson per lungo tempo.

La celeberrima copertina dell'album è un acquerello del personaggio Aqualung, realizzato dall'artista Burton Silverman. Il manager dei Jethro Tull, Terry Ellis, gli commissionò il lavoro dopo aver visto le sue opere sulla rivista Time. Burton scattò alcune foto a Ian Anderson con indosso il suo vecchio cappotto prima di dipingere la copertina, e l'opera risultante assomigliava molto a una versione sciupata del cantante, che, per inciso, non fu affatto contento del dipinto. Nonostante le obiezioni di Anderson, la copertina è diventata un'immagine iconica del rock, ma ha anche dato origine a un'altra causa legale sull'utilizzo dell'immagine: Burton riteneva che la band non avesse i diritti per usarla su magliette e altro materiale promozionale.

L'insolito effetto sonoro che si sente in questo brano si chiama "borbottio telefonico" e consiste nell'eliminare tutte le frequenze tranne una stretta banda intorno ai 1000 hertz, con l’intento di riprodurre la voce che se provenisse da una cornetta del telefono.

Come la maggior parte dei brani dell'album, anche "Aqualung" si chiude con un finale brusco. Il motivo? Anderson sapeva che avrebbe dovuto eseguire questi brani dal vivo, dove non era certo possibile una lenta dissolvenza.

 


 

 

Blackswan, lunedì 02/11/2026

venerdì 30 ottobre 2026

Europe - Come This Madness (Silver Lining Records, 2026)

 



Alla storia degli Europe è indissolubilmente legato un titolo, di una canzone e di un album: The Final Countdown. Era la seconda metà degli anni ’80, e questa signature song, insieme a "Carrie", "Rock The Night" e "Superstitious", regalò alla band svedese il successo planetario e fama imperitura. Oggi, quel suono distintivo, quel metal cotonato, quel rock patinato e, per certi versi, anche elegante, non esiste più. Quegli Europe sono diventati un’altra cosa, e pur riportando in luce, talvolta, alcune caratteristiche di quel suono ormai antico, hanno dimostrato più volte di essere molto più che i semplici autori di "The Final Countdown", continuando a sfornare dischi che testimoniano di un orizzonte creativo decisamente più vasto.

Tuttavia, sono trascorsi ben nove anni dall'ultimo album in studio, tanto che i molti fan si sono spesso domandati quale versione del quintetto nordico sarebbe stato incarnato da un eventuale nuovo lavoro. L'attesa è finalmente finita. Con Come This Madness, gli Europe tornano sulle scene con il loro dodicesimo album in studio, composto da undici brani inediti, la cui ispirazione non è più rivolta al loro periodo d’oro, bensì a un hard rock di stampo settantiano, rielaborato, però, con piglio moderno e con un’attitudine compositiva più ricercata e meno prevedibile.

L'album si apre con "One on One": una breve introduzione orchestrale lascia il posto a una linea di basso distortissimo e dal dal ritmo coinvolgente, definendo subito l'atmosfera. Il brano è attraversato da una vena più cupa, che gli Europe bilanciano però con melodie eleganti, capaci di evocare immediatamente la loro inconfondibile identità sonora.

Scelta come secondo singolo dell'album, l'eccellente "The Cult of Ignorance", riannoda i fili con il passato grazie al riff iniziale di synth e a un ritornello incisivo dal sapore eighties, mentre le strofe sono potenti e rumorose e il testo affronta un tema di grande attualità: la crescente ignoranza nella società odierna. Brani come questo dimostrano come gli Europe abbiano continuato a evolversi senza mai perdere di vista le radici che hanno reso il loro sound così distintivo fin dagli esordi.

Il pezzo crea un'atmosfera che prosegue nella title track, "Come This Madness". Qui, gli Europe riflettono sulla natura sempre più caotica del mondo attuale e la musica alterna riff rabbiosi a un tono lievemente malinconico, che trova il suo apice nella splendida stasi melodica che divide il brano in due parti e che viene spazzata via da una ripartenza al fulmicotone, rapidissima e violenta, e da un assolo spettacolare di John Norum.

Non mancano ovviamente le ballate, registro trattato con una consapevolezza melodica unica. "This Time of Year" rappresenta uno dei momenti più emozionanti dell'album: linee melodiche intense e la voce inconfondibile di Joey Tempest conferiscono al brano il giusto respiro, senza mai scadere nell'eccessivo sentimentalismo. È l'ennesima dimostrazione di come gli Europe sappiano trasmettere grande intensità emotiva senza bisogno di alzare il volume delle emozioni al massimo.

Con "In a Different World", la band torna a legare i testi alla realtà che ci circonda, trovando al contempo un solido equilibrio tra melodia e un'atmosfera decisamente cupa.

"Scandinavian Eyes" imbocca poi una strada diversa: l'apertura di stampo sinfonico introduce un brano saldamente ancorato alle sonorità degli anni Settanta. Sebbene i Deep Purple (riferimento immediato) e l'epoca d'oro dell'hard rock ne costituiscano chiaramente il modello d'ispirazione, gli Europe infondono nell'arrangiamento una personalità tale da rendere il pezzo perfettamente coerente con il resto dell'album. Il risultato è un brano hard rock denso e suggestivo, capace di trasportare quelle atmosfere rétro nel presente senza mai dare l'impressione di una lezione di storia. 

Meno incisiva è "Takin’ It Back", un brano che, sempre sull’onda dell’hard rock anni ’70, si lascia ascoltare con estrema facilità, pur senza lasciare un segno indelebile paragonabile a quello di altre tracce dell'album. Segue "In the Absence of Grace", un breve intermezzo che mette in primo piano la tastiera di Mic Michaeli e la voce (ancora meravigliosa) di Joey Tempest. Si tratta di un momento più intimo, che precede l'ingresso del riff pesante di "The Angels Must Have Flown", le cui linee melodiche fluide conquistano gradualmente l'ascoltatore, grazie anche ad alcune sfumature anni '70 sapientemente integrate nell'arrangiamento.

"The Devil’s Back" si presenta come un hard rock innodico, compatto e dai toni più cupi, pur senza risultare mai realmente tetro. Il punto di forza è il ritornello, costruito su una melodia estremamente orecchiabile che entra in gioco quasi subito: è il classico brano degli Europe che sa esattamente come e dove colpire nel segno, anche in questa ennesima citazione settantiana. 

Un pattern di pianoforte elettrico apre la conclusiva "Nothing Can Follow This", ennesimo momento di grande impatto, in cui un’oscura tensione si coniuga perfettamente con quella sicurezza melodica che è da sempre un marchio di fabbrica della band.

Come This Madness rappresenta un’aggiunta significativa alla discografia degli Europe ed è, probabilmente, il miglior disco della loro seconda parte di carriera. La band mantiene intatti i propri tratti distintivi, continuando al contempo a far evolvere il proprio sound in un perfetto bilanciamento fra melodie orecchiabili e fremente grinta. Al centro di tutto vi sono cinque musicisti che suonano insieme da decenni e che continuano a mettere le canzoni davanti all’indiscussa qualità tecnica. E, dopo nove anni di assenza dagli studi di registrazione, è davvero un ottimo modo per tornare sulla scena.

Voto: 8

Genere: Hard Rock

 


 


Blackswan, venerdì 30/10/2026

mercoledì 28 ottobre 2026

September - Earth, Wind & Fire (Columbia, 1978)

 


Ci sono canzoni che sono l’incarnazione in note della felicità, canzoni che trasmettono allegria e che fanno sentire leggeri e ottimisti chi le ascolta. Allora, fate così: mettete sul piatto "September" degli Earth, Wind & Fire e fatemi sapere quanto vi sentite bene.

Il brano fu scritto da Allee Willis, cantautrice originaria di Detroit e co-autrice di molti successi della band, insieme a Maurice White e Al McKay, due colonne portanti della band di quegli anni. Questa è stata la prima canzone che la Willis scrisse con il gruppo e per prepararsi a farlo, dovette affrontare una piccola “gavetta letteraria”.

La musica degli EW&F, infatti, era fortemente ispirata alla filosofia orientale, con una visione incredibilmente positiva della vita, e i testi delle loro canzoni non erano tipici della musica soul di quel periodo. Quando la Willis entrò in studio il primo giorno di registrazioni, White la mandò subito alla Bodhi Tree, una libreria molto spirituale che si trovava a Los Angeles. Su specifico invito del cantante, lì comprò molti libri che trattavano di filosofia e spiritualità, e per due tre mesi si immerse completamente nella lettura, cercando di decifrare quel linguaggio che era lo stesso che animava le canzoni della band.

Una volta pronta, la cantautrice entrò in studio per scrivere e registrare, e appena varcata la soglia ascoltò la breve introduzione di chitarra di "September", e tra sè e sé pensò: “'Oh Dio, ti prego, fa' che sia questo il brano su cui vogliono lavorare con me. Questo sarà sicuramente un successo”.

 

Per quanto riguarda la musica, l’idea per la canzone venne a White in un luogo insolito: una stanza d'albergo a Washington DC, mentre in strada si svolgeva una sorta di protesta. Fu lui stesso a raccontarlo: "C'erano tutti questi tizi che urlavano, lanciavano oggetti e impazzivano, e questa melodia è nata spontaneamente".

Ed ecco il celebre incipit, di cui ai tempi, e negli anni a venire, si fece un gran parlare:

"Do you remember

The 21st night of September?

Love was changin' the minds of pretenders

While chasin' the clouds away"

 

Esistono, infatti, molte teorie sul significato della "21esima notte di settembre", e fino al 2018 persino la co-autrice della canzone, Allee Willis, non riusciva a dare una risposta esaustiva: Maurice White le aveva detto che non aveva un vero significato e che era stata scelta perché suonava bene foneticamente.

White morì nel 2016, due anni dopo. La Willis restò in contatto con la famiglia del cantante e un giorno, mentre pranzava con la vedova, Marilyn, ebbe finalmente la rivelazione: la donna le disse che il 21 settembre era la data prevista per la nascita del loro figlio, Kahbran, e che Maurice aveva inserito quella data specifica nella canzone come un messaggio segreto. Kahbran nacque poi il 1° agosto, una data che sicuramente non avrebbe avuto lo stesso impatto come testo.

Durante la lavorazione del brano, ci fu un momento di frizione fra la Willis e White a proposito del ritornello e delle parole "Ba-Dee-Ya".: 

"Hey, hey, hey
Ba-dee-ya, say, do you remember?
Ba-dee-ya, dancin' in September
Ba-dee-ya, never was a cloudy day"

Allee Willis non sopportava assolutamente testi senza senso o frasi incomplete. Disse: “Non possiamo lasciare bada-ya nel ritornello, deve significare qualcosa”. Ma poi cambiò idea quando il cantante le rispose: “No, va benissimo. È quello che la gente ricorderà. Lo lasciamo”. L’idea di Maurice White, infatti, è sempre stata quella di non lasciare che il testo primeggiasse sul groove e la melodia, per lui contava solo l’emozione e nient’altro.

 

Questo brano fu scritto appositamente per la raccolta dei più grandi successi degli Earth, Wind & Fire, The Best of Earth, Wind & Fire, Vol. 1. Insieme alla loro cover di "Got To Get You Into My Life" dei Beatles, è stata una delle due nuove canzoni incluse nella scaletta del disco, che è diventato il loro lavoro più venduto e ha aiutato la band a raggiungere un pubblico ancora più ampio.

Una curiosità. Il 13 aprile 2018 Taylor Swift pubblicò una versione eterea di questa canzone, con banjo e chitarra acustica, che scatenò l'ira sui social media. La sua registrazione faceva parte di una promozione di Spotify e la popstar spiegò di averla interpretata per "ragioni sentimentali" e perché il mese di settembre è quello in cui si è verificata una delle sue rotture amorose più dolorose. L’unico che prese le sue difese fu Philip Bailey, twittando: "La musica è libera così... Non ho altro che amore per te".

 


 

 

Blackswan, mercoledì 28/10/2026

lunedì 26 ottobre 2026

Greta Van Fleet - Palace For The People (Republic Records, 2026)

 


Esce un nuovo al bum dei Greta Van Fleet e c’è ancora gente che, non avendo probabilmente ascoltato una sola canzone della band americana, continua a ritenerli, con la prosopopea e la pigrizia intellettuale che contraddistingue i vecchi tromboni, una copia sbiadita dei Led Zeppelin. Dio, che noia! Come se la storia del rock non fosse puntellata da scelte derivative, copia incolla più o meno riusciti o furti con destrezza. Come se una pletora di band, che oggi vanno per la maggiore e godono dell’endorsement delle riviste fighette, non abbia saccheggiato le idee contenute nei dischi delle loro fonti di ispirazione. Insomma, lo fanno tutti. Quello che cambia la prospettiva è come lo si fa.

Il gruppo originario del Michigan ha senz’altro reso onore e venerato gli dei nella chiesa eretta nel nome di Sant Plant e Sant Page, ma non con la cieca devozione dell’ortodosso, bensì con l’entusiasmo di quattro giovani che hanno scoperto la bellezza e la grandezza di un suono. Giovani che non si sono limitati, però, a recepire in modo pedissequo una pagina di storia, ma che l’hanno riscritta, nel corso del tempo, plasmandola con nuovo idee e una personalità sempre più distintiva. Hanno inseguito un sogno, ma l’hanno rimodellato ogni volta con maggiore consapevolezza e crescente maturità.

Per realizzare Palace for the People, che arriva dopo tre anni dall’ottimo Starcatcher, i GVF si sono ritirati in Tennessee per scrivere e registrare, liberi dalle consuete e pressanti dinamiche (tournée, interviste, etc.) e si sono affidati alle sapienti mani del produttore Mike Elizondo nel suo studio vicino a Nashville, completando l'album nel giro di circa quattro settimane. Il materiale è nato da demo incompiute, brani abbozzati e nuove composizioni emerse proprio durante le sessioni di registrazione.

La presenza di Elizondo è sicuramente uno degli elementi distintivi dell’album. Il suo percorso come produttore spazia, infatti, attraverso i generi più disparati (metal, rock, hip-hop, R&B, pop), circostanza, questa, che ha evidentemente colpito una band alla ricerca di qualcuno capace di comprendere l'architettura di brani poco lineari, senza temere l'eventualità di abbattere una parte della comfort zone e dare vita a stimoli creativi perfettamente realizzati all’interno di un suono cristallino e avvolgente.

C’è qualcosa di vivo in questo disco, qualcosa che ha a che fare con una diversa consapevolezza: non proprio una reinvenzione, semmai una evoluzione che non rinnega completamente le origini da cui la storia della band è nata.

Il bellissimo strumentale, "Into the Beginning", che apre l’album, è una sorta di elegante tappeto rosso steso per accogliere il nuovo corso. Un brano dal sapore cinematografico che introduce la bellezza stordente di "Tear It Down", rock solido e potente, che si allontana dalla calligrafia settantiana e gode di un impianto melodico irresistibile.

"Play Your Games", una delle manifestazioni più evidenti della nuova maturità del gruppo, possiede quella spavalderia che, fin dagli esordi, ha reso impossibile ignorare i Greta Van Fleet, anche se ora c’è più respiro attorno al brano. Quei giovani che un tempo sembravano inseguire i fantasmi del rock anni ’70 hanno maturato un’esperienza tale da capire che i fantasmi sono più utili quando si smette di cercare di imitarli.

"Saw You Stand" è forse il brano più bello dell’intero lotto: inizia quasi delicatamente, per poi espandersi in quel tipo di imponente rock ballad che i Greta Van Fleet sono ormai in grado di eseguire a occhi chiusi. La voce di Josh Kiszka svetta sul brano, ancora capace di quel sorprendente grido nel registro acuto, ma con una punta di disperazione in meno rispetto al passato. Il cantante ha imparato a trattenersi e a esplodere nei suoi gorgheggi distintivi solo quando necessario.

L’ambizione del disco si fa più interessante quando la band si allontana dal consueto vocabolario blues rock. "Lost in the Golden" sfrutta sonorità mediorientali per creare qualcosa di insolito, dal sapore allucinatorio, "Tough Again" unisce un cantato intriso di malinconia, una batteria poderosa e ampie sezioni di archi, richiamando la grandiosità del rock classico senza limitarsi a una mera imitazione.

Altrove, la band introduce strumenti e tessiture sonore che sarebbero apparsi improbabili per i Greta Van Fleet degli esordi: ottoni, archi, no shanai (strumento simile all’oboe), percussioni insolite e influenze che attingono alla musica sufi, alle tradizioni indiane e al folk dell'Europa orientale. L'intento non è quello di rivestire la musica rock con abiti esotici, bensì di aprirsi, di lasciar respirare le canzoni, attingendo da culture lontane, solo apparentemente conflittuali.

Palace for the People raccoglie elementi da tutte e quattro le fasi precedenti della band, riunendoli sotto lo stesso tetto. Ritroviamo la vecchia grinta blues-rock, le atmosfere psichedeliche, l’inclinazione per il progressive, le ballate e i grandi picchi vocali. Ma c’è anche l’influenza di tutti i luoghi in cui questi quattro musicisti hanno viaggiato. Sono andati nel mondo e ne sono tornati trasformati: hanno costruito un grande palazzo, in cui suonare in assoluta libertà, in cui la contaminazione non è solo estemporaneo stupore, ma connessione e integrazione.

C’è una grandeur di fondo che ha sempre distinto i loro lavori e c’è una grammatica musicale che resta indissolubilmente legata al rock classico. Questo è il loro difetto principale ma anche la miglior virtù. Sono nati cercando di replicare un suono, ma chi non l’ha mai fatto negli ultimi trent’anni di musica? Non si può pretendere che siano qualcosa che va contro la loro natura, perché il crimine non è prendere in prestito, ma non avere nulla di nuovo da dire. E in tal senso, i Greta Van Fleet sono sempre riusciti a rimodellare le proprie fonti d’ispirazione aggiungendo nuove idee e personalità.

Questo nuovo disco non è, quindi, un manuale di storia e tanto meno un trattato di archeologia: è il rock che sopravvive al logorio del tempo, un luogo in cui rifugiarsi e sentirsi dannatamente bene, è, soprattutto, un ponte fra generazioni, una scossa ad alto voltaggio per scuotere i più giovani, per ricordare loro che ciò che è stato può essere ancora, basta avere una chitarra elettrica e suonarla con passione.

Le porte del palazzo sono aperte per tutti, gli amplificatori sono caldissimi, l’aria è sovraccarica di elettricità, la tensione è massimale. Il sacro rito del rock’n’roll sta per avere inizio. Ancora una volta.

 


 

Blackswan, lunedì 26/10/2026

venerdì 23 ottobre 2026

Velveteen Queen - The Greater Good (Silver Lining Records, 2026)

 


Per quanto sia evidente la natura squisitamente derivativa del progetto, i Velveteen Queen, band fondata a Goteborg (Svezia) nel 2021, fin dall’album d’esordio, hanno dimostrato di saper rileggere una delle pagine dorate del rock statunitense con gusto personale e piglio moderno. Il quintetto di Göteborg propone, infatti, un hard rock fortemente legato agli anni '80, i cui riferimenti stilistici trovano le proprie radici in band del calibro di Guns N’ Roses e Motley Crue, solo per citarne un paio. Tuttavia, ascoltando questo nuovo The Greater Good non si ha mai l'impressione di una band che cerchi semplicemente di replicare i fasti del passato. I Velveteen Queen colgono l'attitudine, l'energia e le atmosfere di quell'epoca, portandole nel presente senza trasformare il tutto in un semplice viaggio nostalgico.

Un approccio evidente fin dal brano di apertura, "Too Far Gone": un pezzo rock energico e graffiante, non privo di un alto tasso melodico, una partenza a razzo che riporta l’ascoltatore a calcare l’asfalto del Sunset Strip, in quegli anni in cui la sporcizia di strada era l’essenza di un rock selvaggio, sguaiato e senza compromessi.  A seguire, la title track, caratterizzata da un'apertura più cupa guidata dal pianoforte, prima che un ritmo incalzante prenda il sopravvento e spinga il brano con un tiro dritto e letale. Dal punto di vista dei testi, la canzone affronta i temi dell'apatia e dell'inganno nel mondo moderno, chiarendo subito che la band svedese evita i tropi sgualciti del genere (alcol e figa, ça va sans dire) per cercare un approccio più di sostanza.  

Con "Adrenaline", i ragazzi di Göteborg lasciano emergere qualche sfumatura alla Buckcherry senza però perdere la propria identità: la canzone ben riflette la tensione contenuta nel titolo e sprigiona quell'energia irrequieta che dà la sensazione di una scarica di adrenalina iniettata direttamente in circolo.

Ottima, anche la potente "Can’t Go Back in Time", uno dei pezzi più duri dell'album, caratterizzato da un'atmosfera oscura e da un ritornello che si manda a memoria in un attimo.

Uno dei vertici della scaletta arriva quando si spengono i motori e la band si raccoglie in un momento più intimo. Ogni album hard rock che si rispetti deve includere una ballad, e i Velveteen Queen assolvono al compito senza cadere nei soliti cliché: "Chains" riesce a svincolarsi dagli schemi convenzionali, bilanciando un'atmosfera più raccolta con la naturale attitudine rock della band.

Dopo aver mostrato il loro lato più morbido in "Chains", i cinque musicisti di Göteborg cambiano marcia con "It Ain’t Over", brano dal groove spacca sassi e dall’irresistibile gancio melodico, mentre la successiva e martellante "Liar" spinge il piede sull’acceleratore fino a lambire territori metal.  

E se "Sorry" torna al registro della ballata, caratterizzata da una prova stellare del cantante Samuel Nilsson, "Try (To Believe Me)" chiude l’album riportando in primo piano le sonorità ruvide tipiche degli anni ’80. Il brano si muove agilmente su ritmi mid-tempo, con un'eco che richiama gli Aerosmith e che attraversa l’arrangiamento senza però diventarne l’elemento dominante. Nella sua essenza, è un pezzo sleaze rock trainato da chitarre incisive e assoli eccellenti: il modo ideale per concludere la scaletta.

The Greater Good è un album che diverte dall'inizio alla fine, senza cedere alla tentazione del filler. Ogni brano ha un suo motivo d’essere, ogni brano è connotato da una forza espressiva che fa tremare le casse dello stereo. E se è vero che non c’è nulla che non abbiamo già ascoltato in quegli indemoniati anni ’80, la solida perizia tecnica e la personalità compositiva della band rende la proposta decisamente credibile.

Play it loud.

 


 

 

Blackswan, Venerdì 23/10/2026