venerdì 25 settembre 2026

Moonspell - Far From God (Napalm, 2026)

 


Una lunga carriera fatta di molti alti e di pochissimi bassi, ma soprattutto un disco, Irreligious (1996), che dopo la sua uscita ha influenzato la scena gothic metal del decennio in corso e di quello successivo. Un disco divenuto non solo cartina di tornasole di un genere ma anche emblema distintivo del suono di una band che ha ancora tante, tantissime cose da dire.

Da oltre tre decenni, i lusitani Moonspell rappresentano una delle voci più distintive del genere, bilanciando malinconia, oscurità e grandezza poetica, oltre a un suggestivo impianto melodico, senza mai ridursi a una caricatura del genere che hanno contribuito a definire. Il loro quattordicesimo album in studio, Far From God, è l’ennesima dimostrazione di come l'esperienza e la convinzione artistica possano ancora generare musica vitale.

Essere fedeli a se stessi, amare il proprio credo musicale, ma evitare con intelligenza di ripetersi, senza tuttavia snaturare un suono. Invece di inseguire le tendenze del momento o rifinire eccessivamente il proprio sound, i veterani portoghesi danno alle stampe un lavoro che esalta le loro inclinazioni, un disco, quindi, intriso di atmosfera, di spessore emotivo, di oscurità e malinconia e di ganci melodici molto catchy, ma mai banali. 

Prodotto da Jaime Gomez Arellano, Far From God mostra i Moonspell al loro meglio e pervasi da una rinnovata determinazione, che cancella il peso dei trent’anni anagrafici della loro storia. L'album abbraccia le sonorità di stampo cinematografico e il romanticismo gotico che da sempre caratterizzano l'identità della band, arricchendoli al contempo con una produzione moderna e incisiva, capace di conferire straordinaria nitidezza a ogni riff, fraseggio di tastiera e linea vocale. Il risultato è un lavoro che appare al contempo nostalgico e proiettato verso il futuro, celebrando l'eredità del gruppo senza restarne prigioniero. Solo otto canzoni per un minutaggio di quarantatre minuti, in cui tutto funziona alla perfezione, in cui forma e sostanza si fondono su un livello di ispirazione altissimo.

Il brano d'apertura, "Cross Your Heart", fotografa lo stato di grazia della band, maestra indiscussa nel coinvolgere emotivamente l’ascoltatore nelle trame di un suono che per i lusitani non ha segreti. Una canzone splendida e di forte impatto, che agli ascoltatori più navigati può ricordare qualcosa dei primi Heroes del Silencio: chitarre lancia in resta, melodie cupe, ricchi strati di tastiere e la voce inconfondibilmente imponente e ieratica di Fernando Ribeiro. Il ritornello indimenticabile lo rende un candidato ideale per diventare un classico dal vivo, a riprova del fatto che i Moonspell non hanno perso la capacità di comporre brani da forte impatto innodico.

La title track, "Far From God", è un altro episodio di spicco costruito su dinamiche drammatiche e melodie suggestive. Una canzone che ricorda da vicino i Sisters of Mercy, e che riprende il fascino della band per la mitologia vampiresca, pur evitando i cliché del genere. È una canzone cupa, romantica e profondamente atmosferica, che unisce riff oscuri a tastiere di ampio respiro, dando vita a uno dei migliori brani gothic metal del loro songbook.

"Biblical" è costruita su una linea di basso pulsante, che crea l’ossatura su cui tastiere e chitarre tessono un’atmosfera ansiogena, mettendo in mostra il talento della band nel fondere chitarre dirompenti e ritornelli coinvolgenti. Ennesima prova magistrale di Ribeiro, la cui voce alterna un timbro seducente, quasi carezzevole, a momenti di luciferino growl.  

"The Great Wolf in the Sky" scorre impetuosa, trovando picchi di pura rabbia, intervallati dagli arrangiamenti per archi di Alicia Nuhro, un tocco che amplia le ambizioni cinematografiche dell’album. Gli elementi orchestrali, però, non sovrastano mai il sound caratteristico del gruppo, conferendo invece profondità emotiva a una composizione già potente.

"Your Promise of Light" regala uno dei momenti più melodici del disco, bilanciando malinconia e inquieto sprofondo, mentre "For the Love of Mortals" si apre su un drumming circolare e ipnotico ed esplora sonorità più lente e di matrice quasi doom, lasciando che la narrazione lirica di Ribeiro risplenda appieno in attimi di puro lirismo notturno. 

La coppia conclusiva formata da "Our Freedom to Fall" e "Reconquista" garantisce una chiusura all’altezza dell’incisivo inizio dell’album. Il primo brano offre un altro ritornello memorabile avvolto in una densa atmosfera goth metal, palpitante e ricca di pathos (straordinario lavoro alla sei corde di Ricardo Amorim), mentre il secondo suggella l’opera con epica grandiosità, lasciando nell’ascoltatore il desiderio di intraprendere nuovamente il viaggio negli oscuri meandri di un disco che evita inutili riempitivi a favore di una narrazione coesa e priva di momenti deboli.

Fernando Ribeiro si conferma uno dei frontman più carismatici della scena metal, offrendo una prova vocale ricca di solennità e sfumature emotive, pur non disdegnando momenti più aggressivi, gestiti sempre con grande misura. Il chitarrista Ricardo Amorim crea riff potenti ma raffinati, che non sacrificano mai la melodia in favore della pesantezza, mentre le tastiere di Pedro Paixão restano fondamentali per l'atmosfera inconfondibile della band. Il bassista Aires Pereira e il batterista Hugo Ribeiro formano una sezione ritmica straordinariamente affiatata, capace di coniugare potenza e sottigliezza lungo tutto il disco. I cinque musicisti suonano in perfetta sintonia, dimostrando che i Moonspell continuano a evolversi senza rinunciare a quelle qualità che hanno garantito loro il successo internazionale. 

Quest'ultimo album conferma perché la band rimanga uno dei nomi più autorevoli del genere. La loro musica affonda le radici in atmosfere autentiche, tematiche letterarie e una reale profondità emotiva, ben lontana dalla semplice imitazione stilistica. Mentre le formazioni più giovani spesso si limitano a riproporre l'estetica del gothic metal, i Moonspell continuano a incarnarne lo spirito autentico.

Voto: 8,5

Genere: Gothic Rock, Gothic Metal




Blackswan, venerdì 25/09/2026

mercoledì 23 settembre 2026

The Cruel Intentions - All Hail Hypocrisy (Indie recordings, 2026)

 


Formatisi nel 2015 a Oslo, Norvegia, e protagonisti del revival scandinavo dello sleaze rock, i Cruel Intentions si sono fatti un nome grazie a un atteggiamento grezzo, a un'intensa attività dal vivo e a un cromosoma artistico che affonda le radici direttamente nella scena della Sunset Strip.

Lizzy DeVine, voce, chitarra, ex membro dei Vains of Jenna, porta con sé l’estetica e le atmosfere della Los Angeles anni ’80, una passione che si percepisce in ogni riff, in ogni ritornello e in ogni verso, e che crea un’atmosfera di pura magia, nostalgica, eppure inarrestabile.

I Cruel Intentions sanno creare alla perfezione quel mood particolare che richiama band come Skid Row, Motley Crue e Guns N’ Roses, a cui si aggiunge anche qualche incursione nel punk melodico. Il risultato è un disco totalmente analogico, sporco e sguaiato, condito da testi trasgressivi e capace di evocare, con credibilità, i clichè di un’epoca in cui sesso, droga, cazzeggiare sulla spiaggia per godersi il sole e bere birra fino al tramonto (o allo sfinimento fisico) erano linfa vitale per suonare rock’n’roll.

All Hail Hypocrisy, il terzo album in studio della band, soffia sulle ceneri di un fuoco spento da anni e ne ravviva la fiamma, facendo divampare incendi che ben conosciamo, ma che ardono con rinnovata passione. La produzione di Erik Martensson (cantante e chitarrista degli Eclipse), sodale di lunga data della band, nobilita alla perfezione le intenzioni del quartetto, esaltandone velocità ed energia, e cogliendo il puro istinto stradaiolo che sta alla base di tutte le undici composizioni, che non superano i tre minuti e mezzo di durata.

L'album parte col botto grazie al brano "Beating in My Chest", una derapata che dà il tono con riff ruvido, voce graffiante e ritornello di facile presa, a cui fa seguito "Living Out of Line", che mantiene alto il ritmo spingendo verso un’inevitabile headbanging mentre lo si ascolta.

Tutto il disco spinge al massimo sull’acceleratore, e lo fa con il bel tiro melodic punk della title track (il ritornello si manda a memoria prima che la canzone sia finita) e di "Pseudo Genius", pura adrenalina senza filtri, con la sensualità sguaiata di "Bad Addiction" (fan dei Motley Crue siete avvertiti!) e con i ganci melodici di "Porridge Head".

In questo assalto all’arma bianca rumoroso, grezzo e molto sboccato, c’è anche un momento più tranquillo intitolato "Wasteland", un brano che si avvicina alla ballata, ma senza cadere nei soliti cliché: melodia che conquista, fascino selvatico e suono ispido.

Non c’è niente di nuovo in All Hail Hypocrisy, niente che non abbiamo già ascoltato dai maestri indiscussi del genere tanti anni fa. Ma l’approccio dei Cruel Intentions è credibile, la volontà di cercare l’essenza del rock’n’roll, tutto istinto e sudore, è quasi fisicamente tangibile: si guarda all’essenziale, al groove, a quel flusso di energia che dà la carica giusta per imbracciare l’air guitar e scatenarsi. Il resto non conta. 

Voto: 7

Genere: Hard Rock




Blackswan, mercoledì 23/09/2026

lunedì 21 settembre 2026

For Emma- Bon Iver (Jagjaguwar, 2007)

 


"Ho percorso la luce, così tante strade straniere
Per Emma, per sempre"

 

Lui si chiama Justin Vernon, cantautore originario del Wisconsin, ma gli appassionati di musica lo conoscono con lo pseudonimo di Bon Iver, un nome d’arte bizzarro che nasce da un'ingegnosa storpiatura del termine francese per "buon inverno". Vernon, però, non conosceva il francese e tanto meno lo parlava; si ricordava, tuttavia, di una storia su una città in Alaska, dove la gente, dopo la prima neve dell’anno, usciva di casa, si abbracciava e si augurava “bon hiver” (appunto, “buon inverno”). Secondo il cantante la parola “hiver” gli ricordava troppo “liver”, che in inglese significa “fegato”, e così decise di togliere la “h”.

Dopo lo scioglimento della sua band De Yarmond Edison e la dolorosa conclusione di una storia d’amore, Vernon si ritirò nella baita di legno del padre, immersa nei boschi del Wisconsin, per trascorrere tre mesi di letargo in mezzo alla neve. In quell’isolamento forzato, il musicista raccolse i suoi pensieri e li trasformò in una serie di canzoni, che confluirono nell’album d’esordio intitolato For Emma Forever Ago. Il disco fu inizialmente autoprodotto alla fine del 2007 in una tiratura limitata di 500 copie, che esaurì rapidamente, e successivamente venne pubblicato da Jagjaguwar negli Stati Uniti e da 4AD in Europa.

"For Emma", una delle canzoni più intense dell’album, fu concepita e composta in quel clima glaciale, in quella solitudine dolorosa ma necessaria a fare i conti con se stessi, con il proprio passato e il proprio futuro.

Uno dei versi più significativi del brano recita “Ho visto la morte su una neve soleggiata", fotografando in modo incisivo quello che era lo stato d’animo del songwritter in un preciso momento: la propria solitudine, la temperatura che segnava meno 30 gradi e un sole abbacinante. Un contrasto splendido, che spinge l’anima a riflessioni dolci amare: il sole che illumina, il freddo che ferisce, l’isolamento che impone un fluire costante di riflessioni.

Come questa canzone, tutte le storie raccontate da Bon Iver in For Emma Forever Ago si svolgono durante l'inverno, perché a febbraio, in Wisconsin, le cose si fanno davvero difficili. La desolazione, il grigiore, la mancanza di sole, la terra e la neve che si accumulano ai lati delle strade, rappresentano il momento in cui il cuore delle persone è più vulnerabile e grida a gran voce il proprio desiderio di disgelo e primavera. Un momento in qualche modo catartico, perfetto per fare i conti con un grande amore perso nel nulla.

A questo punto è impossibile non chiederselo: Emma esiste veramente?

Si e no. Emma era il secondo nome della ragazza con cui Vernon si era lasciato, a dire il vero, un bel po’ di tempo prima che il disco venisse registrato. In realtà, Emma è soprattutto un simbolo di rinascita. A spiegarlo fu lo stesso musicista in un’intervista al London Times: “Ho chiamato Emma e lei è rimasta piuttosto sconvolta. Ma come le ho spiegato, non si trattava di lei. Il disco è stato il mio modo di fermare finalmente una spirale terribile e lenta che si stava accumulando da anni. Un modo per alleviare i ricordi, affrontare un amore perduto, la nostalgia e la mediocrità."

E ancora: “Come spesso accade nella vita delle persone, le vecchie relazioni hanno molto a che fare con le nuove che nascono. Gran parte dell'album parla del mio tentativo di crescere, di aprirmi a un nuovo amore e dei miei fallimenti. Racconta la storia di un'ultima relazione e di come altre si siano intrecciate con essa."

Bon Iver registrò inizialmente i brani dell'album nella baita di legno, anche se in seguito in alcune canzoni furono aggiunti altri strumenti: in "For Emma", ad esempio, i musicisti di Boston John DeHaven e Randy Pingrey registrarono parti di tromba e trombone in studio.

Per la cronaca, For Emma Forever Ago ebbe un notevole successo di critica e molte delle testate specializzate lo indicarono come miglior disco del 2008, mentre le vendite crebbero più lentamente, raggiungendo negli Stati Uniti il milione di copie vendute. 

 


 

 

Blackswan, lunedì 21/09/2026

venerdì 18 settembre 2026

S.A. Cosby - Legittima Vendetta (Rizzoli, 2023)

 


Per un ex galeotto, una coppia di poliziotti davanti alla porta di casa non può che significare guai. E quando Ike Randolph viene a sapere che suo figlio Isiah è stato ucciso a sangue freddo insieme al marito Derek, lasciando orfana una bimba piccola, il passato che pensava di essersi messo alle spalle gli crolla addosso. Al dolore si aggiunge la vergogna di non aver mai saputo accettare l’omosessualità del figlio. La stessa vergogna che prova Buddy Lee Jenkins, il padre di Derek, anche lui con un curriculum da delinquente di tutto rispetto. Oltre all’esperienza della prigione, i due uomini hanno poco da spartire: il primo è nero e dopo aver pagato il suo debito con la giustizia ha messo la testa a posto; il secondo è bianco, ha qualche problema con l’alcol e, a volte, con i neri. Buddy Lee e Ike si conosceranno al funerale, e nel giro di poco capiranno di dover fare un’ultima cosa insieme: mettere da parte il colore della pelle e rispolverare i ferri del mestiere per trovare i killer dei loro ragazzi e provare a redimersi, se possibile, dai propri errori. Non sanno che quest’impresa scoperchierà un vaso di Pandora pieno di odio e segreti.

 

Ike è nero, ha un passato turbolento e parecchi anni di prigione sulle spalle, anche se ormai ha messo la testa a posto, ha aperto un’impresa di giardinaggio e vive in una bella casa insieme alla moglie Myia. Buddy Lee, invece, è bianco, anche lui è stato associato alle patrie galere, ma adesso che è fuori non è riuscito a rimettere insieme il puzzle della propria esistenza: vive in una roulotte, è separato dalla bella moglie, che ha sposato un uomo facoltoso, campa di espedienti ed ha un serio problema con l’alcol e una salute cagionevole.

Il carcere non è l’unica cosa che accomuna i due uomini: sono entrambi padri di due figli gay, che si sono innamorati e sposati. E sono tutti e due profondamente omofobi, tanto da aver interrotto ogni rapporto con i loro ragazzi.

Quando arriva la notizia che Isiah e Derek sono stati brutalmente assassinati davanti a un locale, Ike e Buddy Lee appianano le iniziali divergenze e iniziano a indagare su quello che per la polizia è un caso senza speranze. Ciò che scopriranno li metterà in serio pericolo, scatenando l’ira di un gruppo di motociclisti suprematisti, manovrati, però, da un insospettabile burattinaio.

Legittima Vendetta è un poliziesco vecchio stampo, che conquista per i colpi di scena e il ritmo sostenuto, risucchiando il lettore fino a un vibrante e inaspettato finale, che avrà il potere di suscitare nel lettore più di una lacrimuccia.

Tuttavia, sarebbe riduttivo parlare di questo romanzo come di un semplice thriller. S. A. Cosby è uno scrittore sopraffino, la sua prosa è scorrevole, affilata, asciutta, evita ogni retorica, nonostante gli argomenti trattati, scegliendo invece la strada del realismo e della crudezza.

Legittima Vendetta è, soprattutto, la fotografia in bianco e nero dell’America di Trump, in cui omofobia e razzismo innervano una società in cui diseguaglianza sociale, armi e violenza sono all’ordine del giorno.

Non solo. Cosby porta per mano i due protagonisti in un percorso di consapevolezza che fa da contraltare al loro feroce desiderio di vendetta. Se da un lato, infatti, la caccia agli assassini è spietata, al punto da riportare in vita il sopito passato delinquenziale dei due padri, dall’altro, Ike e Buddy Lee scoprono, attraverso la loro forzata collaborazione, l’insensatezza del reciproco razzismo e, soprattutto, il male che hanno causato ai loro figli a causa di una testarda e ingiustificata omofobia. La riflessione sociale, quindi, si affianca, senza appesantirlo, allo sviluppo concitato di una storia avvincente, che conferma S.A. Cosby come uno dei migliori scrittori crime oggi in circolazione. 

Thriller dell’anno per il Washington Post nel 2021.

 

Blackswan, venerdì 18/09/2026

mercoledì 16 settembre 2026

The Jayhawks - Sanctuary Park (Thirty Tigers, 2026)

 


E’ un dato di fatto che da quando Mark Olson se n’è andato, i Jayhawks, ormai saldamente nelle mani dell’altro sodale, Gary Louris, pur con risultati sempre dignitosi, non sono stati più in grado di replicare la magia dei loro giorni migliori.

Così, quando parte Keeping Our Heads Above Water, canzone che apre questo nuovissimo Sanctuary Park, il tuffo al cuore per i fan di vecchia data della band originaria di Minneapolis è garantito. Eccoli! I Jayhawks sono tornati in tutto il loro splendore!

Prodotte dal mago Bob Ezrin, le undici canzoni che compongono la scaletta dell’album riaccendono antichi fuochi con una formula che il tempo aveva sbiadito: il connubio equilibrato fra pop, rock e country, le cristalline armonie vocali, la fragranza di essenze che rimandano ai fab four e melodie che impiegano un nano secondo a imprimersi nella mente e, quindi, nel cuore. E’ soprattutto il mood unico di un suono che ha fatto scuola a trovare nuova linfa vitale, quell’ambivalenza tra giocoso e malinconico, che ricorda una giornata luminosa di fine autunno, quando la luce del sole è ormai una tiepida carezza che già prelude ai languori dell’inverno. Stupore e famigliarità, il nitore che illumina lo sguardo, la nostalgia che pungola l’anima, un sorriso di pura e ingenua euforia reso appena salmastro da una piccola lacrima che inumidisce le labbra.

Undici canzoni inanellate fra loro da una rinnovata ispirazione che riporta la band ai fasti di Tomorrow The Green Grass (1995), il disco che replicò il successo di Holywood Town Hall (1992), sublimando il suono americano attraverso una mirabile attitudine pop.

Ecco, basta Keeping Our Heads Above Water per riportare alla luce l’antica magia: coretti estatici, il suono levigato con sapienza artigianale, la leggerezza cristallina dell’interplay vocale, strofa, pre ritornello e ritornello benedetti da imprimatur divino. Quattro minuti di apparente giocosa spensieratezza a cui si sovrappone una leggiadra nostalgia che tocca le corde della commozione quando Louris canta la forza di un amore indomito, nonostante tutto: “Dire che sei tutto ciò che ho, solo per tornare a respirare, Sentire il mondo e il peso della sua ombra, Dire che siamo troppo giovani per combattere questa battaglia, Attingere a tutto il tuo amore per tornare a credere, Ci vuole tutto il tuo amore per tornare a credere”.

In Sanctuary Park ci sono le canzoni, tutte, e dico tutte, di livello, c’è una band che ha ritrovato un rinnovato ardore e c’è il tocco di Ezrin, perfetto nel dare coerenza al suono, stupefacente nel curare ogni minimo dettaglio (il velluto di una pedal steel, il gocciolare di un piano, la croccantezza di un riff). Difficile scegliere il meglio in una scaletta punteggiata di brani destinati a diventare classici del songbook Jayhawks. E allora, non resta che raccontarli tutti.

Le armonie vocali su cui si sviluppa Kingston Girl, le simmetrie baciate di pianoforte e chitarra, le carezze nostalgiche della fisarmonica e il ritornello stellare fanno battere il cuore, che fa addirittura le capriole quando parte Mr. Lincon, brano che lega a doppio filo la scrittura di Louris con quella di sir Paul McCartney.

Hands Upon The Wheel si apre come un pezzo bluegrass, tutte le voci davanti a un unico microfono, per poi sviluppare una tensione malinconica che la successiva Leap Of Faith, una zuccherina incursione nel country, riesce a mitigare con una leggerezza da fiore in bocca, bretelle e cappello di paglia, per godersi la frescura di un torrentello coi piedi a mollo e la mente sgombra dalla vita.

E i momenti magici non sono certo finiti: American Night si presenta come una nuova Blue, rafforzando il legame con Tomorrow The Green Grass, Always And A Day si immerge nelle atmosfere del rock californiano anni ’70, è un brano tirato e adrenalinico che fa contrappunto alla successiva title track, la pietra più preziosa di gioiello regale: le chitarre innervano una tensione avviluppata da una soffusa coltre psichedelica e bluesy (viene in mente, come per magia, Tim Buckley) per sfociare, poi, in un ritornello di esiziale malinconia.

Non Un caso, visto che il brano è anche il momento in cui il disco si rivela più chiaramente: Sanctuary Park è un luogo reale a Dundas, in Ontario, ma nell'album assume un significato più ampio, diventando il simbolo di qualsiasi posto la memoria custodisca come sacro: i primi amori, i segreti dell'adolescenza, le persone che ti conoscevano prima che diventassi chi sei oggi.

Familiar Strangers riporta tutto con i piedi per terra: è un brindisi da bar dedicato a vecchi amici che si sentono, al contempo, vicini e lontani, è quella serata in cui il vino economico bevuto in un parcheggio vale più di qualsiasi pregiata etichetta. Il collante è l’amicizia, il comune vissuto, il ricordo. Il brano ha un’atmosfera rilassata eppure coinvolgente, capace di trascinare l'ascoltatore e farlo sentire parte della scena.

It’ll Be Alright Tonight trova la sua forza espressiva nella pedal steel di Mike Johnson, che dà una precisa identità al brano e che finisce per ricordare la dolcezza tipica della band. Sono i Jayhawks nella loro essenza più autentica.

Chiude Rowing the Boat, che evoca delicatezze alla Paul Simon, riduce tutto all'essenziale, usa un linguaggio semplice, una melodia lineare, e chiede all’ascoltatore di unirsi al viaggio e restare sulla barca, per godersi quell’esperienza emozionante che è la vita (“We’re All Part Of This beautiful team, Rowing The Boat, Rowing The Boat Together”).

Non avevo mai perso fiducia in Gary Louris e nei Jayhawks, convinto che, prima o poi, un altro grande disco sarebbe arrivato. Oggi, che la band compie quarant’anni di attività, quel momento è compiuto: Sacntuary Park è un album destinato a lasciare il segno, tanto da conquistare un posto d’onore sul podio al fianco di quei due capolavori che portano il nome di Hollywood Town Hall e Tomorrow The Green Grass. 

Voto: 9

Genere: Americana, Rock




Blackswan, mercoledì 16/09/2026