martedì 23 aprile 2019

CLAYPOOL LENNON DELIRIUM - SOUTH OF REALITY (Ato Records, 2019)

Presi singolarmente Les Claypool e Sean Lennon non hanno certo bisogno di grandi presentazioni. Il primo, ha attraversato due decenni alla guida dei Primus, proponendo una miscela sperimentale e azzardatissima di rock, funk e hardcore; il secondo, come è intuibile dal cognome, è il figlio di John e di Yoko Ono, e ha alle spalle un pugno di album segnati in modo evidente dai cromosomi di papà, da cui ha preso il timbro vocale e il gusto per la melodia.
Insieme, invece, rappresentano più o meno una novità, visto che hanno iniziato quasi per caso nel 2016, pubblicando un primo album sotto l’egida Claypool Lennon Delirium, che molti avevano ritenuto una bizzarria estemporanea senza alcun futuro. Invece, Monolith Of Phobos (questo il titolo del loro primo disco) ha funzionato così bene che il carrozzone si è rimesso in marcia, regalando ai fan un secondo, splendido lavoro.
Spiegare cosa contenga South Of Reality non è compito semplice: ci sono le esperienze di entrambi, ovviamente, c’è il nume tutelare Zappa, ci sono i Beatles più psichedelici, c’è una musica ricca di sperimentazione e intuizioni, suonata magistralmente (Les Claypool è senza ombra di dubbio uno dei più grandi bassisti rock, a cui bastano poche note per definire uno stile) e, particolare non di poco conto, irresistibili melodie di derivazione lennoniana, che rendono l’ascolto piacevolissimo anche a orecchie non particolarmente allenate.
Rispetto al primo disco, le canzoni sono più lunghe e meglio definite nei dettagli, ma concettualmente i contenuti sono i medesimi, come evidente dallo straniante opener Little Fishes, costruita sul basso elastico e potentissimo di Claypool (Mamma mia che suono!), che funkeggia sulle aperture melodiche e sognanti di Sean. Tutte le canzoni sono firmate da entrambi, ma appare chiarissimo chi ha avuto maggior influenza nella costruzione dei singoli brani: Boriska, ad esempio, risente maggiormente dell’influenza di Lennon e nonostante l’architettura ardita del pezzo, è una melodia di chiara matrice beatlesiana a fare la parte del leone, mentre Easily Charmed By Fools spinge potentissima su un groove funky (e una chitarra acidissima) che richiama alla mente l’approccio surreale e ironico alla composizione che ha sempre segnato la produzione Primus.
Ogni strumento è suonato dal duo, che ha curato anche la produzione del disco, lavorando di cesello sui suoni e arricchendo i brani con sovra incisioni e tocchi bizzarri che trasformano ogni singola canzone in una cornucopia di sorprese da scoprire ascolto dopo ascolto (consiglio l’utilizzo delle cuffie per una resa massimale).
Nove canzoni bellissime, seducenti e complesse, che trovano il loro zenith nella splendida Blood And Rockets, nipotina di A Day In The Life, che suona esattamente come suonerebbero oggi i Beatles di Sgt. Pepper.
Quindi, non drogatevi, non serve. Per viaggiare e viaggiare benissimo ascoltatevi Claypool e Lennon: a sud della realtà il delirio è garantito.

VOTO: 8





Blackswan, martedì 23/04/2019

sabato 20 aprile 2019

PREVIEW




Una volta conosciuti, è praticamente impossibile non amare i PUP. Ma chi sono i PUP? E perché dovrebbero starvi così simpatici? Iniziamo con il dire che sono un gruppo rock canadese formatosi a Toronto nel 2010 e che il loro nome è stato ispirato dalla nonna di Stefan Babcock, il cantante della band. La trovate una cosa dolce? Bene, perché PUP è un abbreviazione per Pathetic Use of Potential. La nonna di Stefan, non appena saputo che suonava in una rock band, gli ha detto che era “un uso patetico del suo potenziale”.
Il mood è quello degli sfigati di periferia, che conoscono bene cosa significa il disprezzo, l’ansia e la sensazione di perenne inadeguatezza nei confronti degli altri e del mondo. Ma i PUP hanno anche un grandissimo senso dell’umorismo, spesso nero, condito di ironia e annegato nell’auto-ironia.
E i quattro canadesi saranno anche dei perdenti, ma sanno come far suonare i loro strumenti, come buttare fuori emozioni e pensieri nei testi e come far vibrare i cuori di chi li ascolta. Con i loro primi due album (PUP, 2013 e The Dream Is Over, 2016) si sono fatti amare dalla critica musicale, hanno ricevuto i più vari riconoscimenti (Juno Awards, Polaris Music Prize, CBC Radio Awards, Best Breakout Rock Act per Rolling Stone, Prism Prize, etc.) e, soprattutto, si sono fatti largo nei cuori dei fan di tutto il mondo.
Con Morbid Stuff, prodotto, registrato e mixato da Dave Schiffman (Weezer, The Mars Volta), i PUP hanno creato una sintesi perfetta di tutto quello che i fan hanno imparato ad amare di loro in sole 11 tracce e 38 minuti totali. Tantissimi cori da cantare a squarciagola abbracciati sotto il palco, con le lacrime agli occhi e la voglia di divertirsi e buttare fuori qualsiasi cosa si pensi non vada della propria vita o nella propria persona, tante armonie di chitarra e attenzione all’intarsio degli strumenti nella struttura delle canzoni, tanto umorismo e auto-ironia, e tanti testi cupi e deprimenti, cantati e suonati con una gioia e un’energia dalla quale non si può che uscirne coccolati e rinvigoriti. E a livello musicale? Un suono che va dal rock al punk, fino a raggiungere i migliori picchi hardcore con “Full Blown Meltdown” e le valli del folk con l’inizio di “Scorpion Hill”.
Quattro migliori amici, tante emozioni negative e tanta rabbia da deridere insieme, per ritrovare insieme la giusta prospettiva e la giusta speranza, nell’affrontare questo pazzo e assurdo mondo e i problemi che ci arreca.
Scavando al di sotto della dolcezza e del divertimento del lato sonoro, troviamo dei testi come quelli di “Scorpion Hill”, in cui il disgusto e l’inquietudine si trasformano in tristezza e nella necessità di metabolizzare i contrasti, richiamandosi all’esperienza che la band ha vissuto in tour, quando, trovandosi a dover soggiornare in casa di uno sconosciuto, tra aghi usati, mozziconi di sigaretta e macchie di piscio e sudore, notano la fotografia del figlio dell’uomo, sorridente per il suo primo giorno di scuola.
“Sibling Rivalry”, invece, è una canzone dedicata alla sorella di Stefan, per i loro viaggi annuali pieni di disastri, mentre “Kids” è una canzone d’amore da un depresso all’altro, perché quando trovi qualcuno che comprende e condivide le tue peggiori paure, alla fine ti senti meno solo e puoi tornare a sperare almeno un po’, sentendo l’animo un po’ più leggero. Non pensate che si possa rendere gioioso tutto questo? Provare per credere.
Un assaggio dai testi della bella “See You At Your Funeral”, in cui Stefan urla “Spero che il mondo esploda, spero che moriremo tutti e che potremo vedere i momenti salienti dell'inferno. Spero che siano trasmessi in televisione”.
Oltre ai testi, i PUP danno del loro meglio nei video e nel rapporto con i fan. Per la bellissima “Free At Last” (una delle canzoni migliori dell’album, di cui il ritornello “solo perché sei di nuovo triste, ciò non ti rende affatto speciale” rimane impresso nella mente così tanto che vi ritroverete a canticchiarlo sovrappensiero senza rendervene nemmeno conto) i PUP hanno condiviso testi e accordi del brano con i fan qualche settimana prima dell’uscita del singolo, chiedendo loro di realizzarne una cover. Senza aver mai sentito prima la canzone. L’aspettativa della band era di ricevere al massimo una decina di video, peccato che invece i fan abbiano spedito loro ben 253 cover, di cui incredibilmente nessuna sembrava la loro e, ancora più sorprendentemente, nessuna era uguale all’altra. La sintesi di tutta la creatività e l’amore per i PUP la trovate nel video che hanno girato in una notte (link alla fine della recensione), per la modica cifra di 25 dollari.
Volete già andare a vederli dal vivo? Bene, un dollaro per ogni biglietto venduto in prevendita andrà al Trevor Project, un’organizzazione che fornisce consulenza e servizi di prevenzione del suicidio ai giovani LGBTQ.
Preferite pensare intanto a comprare il cd o il vinile? Se volete, i PUP hanno preparato per voi il Kit in preparazione all’annientamento: include cd o lp in edizione limitata, una camicia a maniche lunghe, uno zaino con su cucito un cerotto, dei cerotti personalizzati, un contenitore impermeabile e un multi-utensile con forchetta, cucchiaio, ecc. Una versione in edizione limitata del kit, invece, fornisce un vero e proprio gommone (di dimensioni normali, mica una miniatura).
Come si diceva all’inizio, come si fa a non amare i PUP?
Morbid Stuff è la coperta di Linus per quando sei triste, depresso o stanco, il disco che ti aiuta a versare e poi asciugare le lacrime, gettandole via assieme alla voce, che perderai cantando a squarciagola i loro cori. È l’album che ti fa ritrovare il sorriso, che ti fa divertire e che riesce a farti ritrovare speranza ad ogni verso urlato insieme, facendoti solo venire voglia di abbracciare la prima persona che ti capita a tiro.
Che entri a far parte delle vostre vite è possibile, ma che lo ritroviate tra le migliori uscite del 2019 è praticamente certo.





Blackswan, sabato 20/04/2019

venerdì 19 aprile 2019

FONTAINES D.C. - DOGREL (Partisan, 2019)


A voler utilizzare alcune espressioni tanto care alla stampa anglosassone, si potrebbe parlare a proposito degli irlandesi Fontaines D.C. di best new thing o di new sensation. D’altra parte, l’hype nei confronti della band di Dublino è stato costruito ad arte in questi mesi, grazie a una narrazione orchestrata ad hoc e alla pubblicazione di singoli (praticamente tutto il disco d’esordio) che hanno creato una crescente attesa nei confronti di questa pubblicazione.
Tuttavia, il clamore generato da questa opera prima non risiede solo nell’ottima comunicazione che ha permesso di conoscere la band con ampio anticipo, ma soprattutto dal valore artistico di un disco, per certi versi sorprendente. Che la musica dei Fontaines D.C. sia clamorosamente derivativa è un dato di fatto su cui nemmeno si dovrebbe discutere: queste canzoni, infatti, hanno i piedi immersi fino alle caviglie nella fanghiglia post punk di inizio anni ’80, raccontano Dublino e l’Irlanda nello stesso modo in cui facevano alcune band di combat rock del periodo, e hanno come numi tutelari, citati spesso smaccatamente, alcuni gruppi hanno fatto la storia del genere, Joy Division su tutti.
Ciò nonostante, sarebbe ingiusto parlare di mera operazione di copia-incolla, perché questi ragazzi sono riusciti, in pochissimo tempo a forgiare un suono tutto loro. C’è un piglio garagista che identifica le loro performance, una veemenza tutta sangue e sudore che da sempre identifica quelle rock’n’roll band che fanno dell’immediatezza il loro punto di forza. E ci sta, quindi, che la tecnica e l’attenzione agli arrangiamenti passino in secondo piano, cosa abbastanza evidente all’ascolto di questo Dogrel. C’è, poi, il timbro vocale di Grian Chatten, un crooner, monocorde e monotono, che ricorda un incrocio ansiogeno fra Ian Curtis e Kele Okereke dei Bloc Party, a marchiare a fuoco queste canzoni di grintosissimo post punk.
Tutto funziona a meraviglia in Dogrel, a partire della splendida Big (godetevi il video, ne vale la pena) brano che apre il disco con una dichiarazione d’amore nei confronti di Dublino. Non ci sono momenti di stanca, e ogni singola canzone in scaletta regge alla grande il confronto con band che di recente hanno imboccato la stessa strada dei Fontaines D.C. (Shame e Idles, soprattutto): i tamburi battenti di Sha Sha Sha, che ruba un giro di chitarra ai Clash (London Calling), lo sconquasso noise di Too Real, la melodia scartavetrata di Roy’s Tune, gli echi Joy Division di The Lotts o la conclusiva Dublin City Sky, che evoca l’anima sfilacciata e alcolica di Shane MacGowan dei Pogues, sono tutti episodi che rendono Dogrel un esordio appassionato ed emozionante.
Non so dire se i Fontaines D.C. siano destinati a durare nel tempo: l’andamento monocorde del cantato e una certa ortodossia stilistica alla lunga potrebbero anche imboccare il tunnel della ripetitività e finire per stancare. Tuttavia, c’è da scommetterci, almeno per quanto riguarda il 2019, che il loro esordio comparirà in vetta a tutte le classifiche di fine anno.

VOTO: 7,5




Blackswan, venerdì 19/04/2019

giovedì 18 aprile 2019

PREVIEW


Formatisi sulla chimica tra i due compositori – nonché fratello e sorella - Jack e Lily Wolter, la miscela DIY di splendente dreampop, chitarre fuzz e ondate indie-psych del quartetto viene immersa in squisite armonie e melodie brillanti: una combinazione talmente intuitiva da far pensare che si trovi nel loro sangue.
Per celebrare l’annuncio, i Penelope Isles condividono un video accattivante per il singolo “Chlorine”, che incorpora vecchi filmati in bianco e nero e animazione. La band ha anche annunciato un cospicuo numero di concerti per la primavera e l’autunno, assieme ad apparizioni in molti festival estivi.
Fresco e ubriacante, etero e mordace, Until The Tide Creeps In è un album di esperienze condivise, come spiega Jack: “lasciare casa, andare via, affrontare le transizioni della vita e crescere. Ci sono sei anni di differenza tra noi due, perciò abbiamo esperienze differenti ma condividiamo un’ispirazione simile quando scriviamo musica.”
Questi temi sono in primo piano già nell’opener “Chlorine”, un racconto esuberante ma pungente di quello che Jack definisce “un divorzio di famiglia”. Tra la sua beata calma di superficie e le mareggiate emotive, chitarre “choppy” e armonie fluttuanti, è un invito coinvolgente: il primo di molti in un album che crea il proprio mondo e lo naviga fluentemente, trascinando l’ascoltatore nella corrente.
Quel fluire prende la forma di malvage maniere melodiche su “Round”, un riff scattante su una compulsione romantica. “Not Taking” assomiglia a un tuffo nelle acque indie-psych di Perth, e si lega coi primi Tame Impala; nel frattempo, metafore costiere e romanticismo indie-rock si fondono in un effetto lussureggiante e struggente su “Underwater Record Store”, scritta da Lily.
“È bello avere due compositori nella band perché io amo molto le canzoni di Lily,” dice Jack.
Nati nel Devon e cresciuti sull’Isola di Man, il loro legame si saldò grazie alla separazione, quando Jack andò via di casa per studiare arte all’università all’età di 19 anni. “Quando me ne andai, Lily non era più una sorellina noiosa e rompiscatole, era cresciuta e aveva iniziato a suonate e scrivere canzoni. Ci avvicinammo molto. Avevo scritto alcune canzoni, perciò fondammo una band chiamata Your Gold Teeth. Abbiamo fatto qualche concerto e poi Lily parti per Brighton per studiare composizione. Un paio d’anni dopo mi sono trasferito anch’io e abbiamo dato vita ai Penelope Isles.”
Il quartetto è completato da Jack Sowton e Becky Redford, che hanno già suonato in trio con Lily a Brighton. Quando Lily tornò a casa per le vacanze, l’idea di formare una band si sviluppò molto in fretta. Anche se Jack e Lily scrivono separatamente, le canzoni vengono condivise ed è questo che ha dato vita ai Penelope Isles, il tutto alimentato dalla passione per l’alt-rock DIY: Pavement, Deerhunter, Pixies e Tame Impala su tutti, assieme a Radiohead e The Thrills.
Prodotto da Jack, l’album è stato co-mixato da Iggy B (i cui crediti includono The Duke Spirit, John Grant, Spiritualized e Lost Horizons) nei Bella Studios di Londra.





Blackswan, giovedì 18/04/2019

mercoledì 17 aprile 2019

LA DISPUTE - PANORAMA (Epitaph, 2019)

Il mare d’inverno, soprattutto. Un cielo livido, freddo come l’acciaio: i nembi si addensano, ribollenti di pioggia e di oscuri presagi, che si materializzano proprio là in fondo, dove l’orizzonte sfiora con le dita il filo sottile dell’acqua e un ultimo barbaglio di sole svanisce. Gli smeraldi rilucenti del mare trasmutano la propria gioia in un’afflizione torbida, sgranando gli ultimi verdi riflessi nel grigio opalescente della nostalgia. Un’increspatura, un breve mulinello, e poi gorghi sempre più ampi, la marina ribollente, l’impeto sempre più feroce della risacca e, quindi lo schianto di un’onda, rumoroso e brutale, come solo la natura sa essere.
C’è il mare in inverno nel quarto disco dei La Dispute, quel mare che accerchia il Michigan, paese di provenienza della band. Il panorama, però, non è quello che trovi sulle cartoline: lo sguardo, semmai, è pervaso da un romanticismo febbrile e disperato, uno sturm und drang musicale che ha lo stesso suono del mare: il monotono sciabordio dell’acqua, l’errante vagabondare delle onde, e poi, grido nella notte, improvviso arriva il fragore, che spezza il cuore, come un dolore inaspettato e definitivo.
E’ questo lo sviluppo sonoro delle dieci canzone che compongono Panorama, full lenght che sublima la poetica di Jordan Dreyer, leader, cantante e paroliere di una band che ha sempre messo al centro della narrazione un lirismo duro e disperato: l’incedere morbido, talvolta avvolgente e amniotico, che all’improvviso deraglia, trasfigurando lo spoken word del cantante (il cui timbro ricorda quello di un Robert Smith alle prese con attacchi di panico) in improvvisi accessi di rabbia belluina.
Ecco allora le montagne russe emotive di Fulton Street I, il cui dipanarsi monotono del drive di chitarra progredisce ciclicamente verso improvvisi crescendo, come se un pensiero, prima dolcemente malinconico, prendesse lentamente le sembianze di uno sconforto gonfio di lacrime sapide di ineluttabile consapevolezza. Una consapevolezza, che permea di voluptas dolendi le chitarre slintiane di There You Are (Hiding Place), spazzate via da una disperazione urlata, urgente e repentina, come solo la disperazione sa esserlo, quando tocca le corde dell’anima.
E’ un saliscendi senza freni, Panorama, una giostra impazzita, che ci costringe a fare i conti con un’emotività insistente e invasiva. Si potrebbe parlare di emo-core, ma facendo ben attenzione a non travisare la definizione. In Panorama la melodia non serve a compensare l’impeto, non è il contraltare alla forza bruta, come succede in certe band bimbominchia, che non hanno coraggio di essere cattive fino in fondo, e hanno bisogno di escamotage radiofonici per non spaventare e essere plausibili verso un vasto pubblico. In queste canzoni, l’impianto melodico è, invece, strutturato come una tappa di un percorso emotivo che porta, sempre, inevitabilmente, a un’angosciosa afflizione. Canzoni che hanno un nobile pedigree, grazie a quel costante richiamo delle chitarre agli Slint, e che guardano in faccia senza timore reverenziale un capolavoro dell’emo-core, come The Devil And The God Are Raging Inside Me dei Brand New. Disco emozionante ed emozionato: godetevi il Panorama.

VOTO: 8




Blackswam, mercoledì 17/04/2019

martedì 16 aprile 2019

PREVIEW




Arlo Day è il moniker di Alice Barlow, una giovane cantautrice e chitarrista londinese, il cui orecchio unico per le melodie, la voce incantevole e le chitarre rombanti, le hanno fatto guadagnare un ottima reputazione a Londra. Nuova signing dell'iconica etichetta indie Domino, Arlo Day condivide oggi il suo singolo di debutto "Bad Timing" accompagnato da un video emotivo. "Bad Timing" è tratto dal suo primo EP omonimo in uscita il 31 maggio su Domino.




Blackswan, martedì 16/04/2019

lunedì 15 aprile 2019

IL MEGLIO DEL PEGGIO



"Chiedere scusa? Di cosa? Per cosa? Non c'è nessuna relazione tra le percosse dei carabinieri e la morte di Cucchi: lo dicono le perizie. La morte di Stefano Cucchi è avvenuta per una serie di concause tra cui la tossicodipendenza e il fisico debilitato. La droga è una delle cause della morte. La verità è che a casa di Cucchi hanno trovato marijuana e cocaina già pronte per lo spaccio. Non è un benemerito, io dico no a una strada in suo nome. Non è come Cavour e Garibaldi"

James Russell Lowell affermava che solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione. Carlo Giovanardi, ex ministro per i rapporti con il Parlamento ed ex sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio durante il governo di Silvietto, non ha cambiato idea sulla morte di Stefano Cucchi. Il fondamentalista ultra cattolico ed ex ministro del centrodestra è un uomo coerente. Ossessionato dalla convinzione che lo sventurato giovane sia morto per inedia, ma coerente. Talmente coerente che neppure la confessione choc resa dal carabiniere Francesco Tedesco, imputato assieme ad altri commilitoni, lo ha fatto indietreggiare di un millimetro. Giovanardi non chiede scusa alla famiglia Cucchi ne' alla sorella Ilaria. E ci mancherebbe pure. "Non credo agli asini che volano" ha affermato nella trasmissione radiofonica "La Zanzara". Noi invece crediamo agli asini che stanno a terra. E tra i politici ce ne sono a bizzeffe. Crediamo fermamente che le vittime dello stato siano una cosa seria. Meritano la considerazione di noi tutti, asini inclusi. Il rispetto per la vita dovrebbe essere un richiamo costante in ogni ambito delle attività umane. Purtroppo, la realtà dimostra il contrario. E allora in casi come questi, bisognerebbe fermarsi un attimo e riflettere. Anche gli asini potrebbero almeno provarci.

Cleopatra, lunedì 15/04/2019