venerdì 16 ottobre 2026

Brian Fallon & The Painkillers - Not Bad For New Jersey (Lesser Known Records, 2026)

 


Figlio del New Jersey, amico di lunga data di Bruce Springsteen, leader dei Gaslight Anthem, con cui ha pubblicato sei album (l’ultimo History Books del 2023), Brian Fallon ha speso una carriera a rinverdire i fasti del rock americano, quello crudo, diretto, senza fronzoli, materia per blue collar o per chi, dalla musica, pretende semplicità e passione. Insomma, Brian Fallon ha trascorso quasi trent'anni a consolidare la sua reputazione come una delle grandi voci rock della classe lavoratrice. Dai Gaslight Anthem alla carriera solista, le sue canzoni sono sempre caratterizzate da un'intensità emotiva sincera e dalla grinta tipica di chi lotta per emergere. Come il suo mentore Bruce Springsteen, per intenderci.

Not Bad For New Jersey, il suo quinto album solista, è un condensato rock, composto da un mix equilibrato di brani più aggressivi e ballate, confezionato con un tocco radiofonico dal sapore eighties, che apre a inevitabili paragoni con la musica del Boss e quella di Bryan Adams, tanto per suggerire i riferimenti più ovvi.

Un disco molto distante dal precedente Local Honey (il successivo album del 2021, Night Divine, è una raccolta di inni sacri e canzoni natalizie reinterpretate), che era caratterizzato da un intimismo acustico e vulnerabile, Qui, la scelta del produttore, Butch Walker, propende per un suono più corposo, che trabocca di quell’energia famigliare tipica dei Gaslight Anthem e che rende la scaletta il capitolo più divertente e vitale della carriera solista di Fallon.

Il cantante e chitarrista ci mette cuore, corpo e anima, tutti elementi che confluiscono in undici canzoni che non cambieranno il corso degli eventi, ma che hanno il merito di essere sincere e appassionate. La presenza, poi, di nomi illustri quali Donovan Woods, Lori McKenna, Brandon Flowers, Phil Collen e Marc Ribot, arricchisce di ulteriori spezie un disco semplice e appetitoso come un piatto di stufato con le patate.

La title track e "Better Before" aprono il disco con quell’impeto rock che ci si aspetta da chi il rock lo mastica con sapienza da tempo: energia a mille, chitarre in grande spolvero e ritornelli innodici, da cantare sotto il palco coi pugni alzati verso il cielo. Si spinge forte sull’acceleratore anche con "Somewhere You Shouldn’t Be", vigoroso esempio di arena rock, a cui contribuiscono un paio di assolo spettacolari di Phil Collen, chitarrista dei Def Leppard, e con l'energia di "Nobody Likes You In NYC" e "Big Sleep", due brani da ascoltare a tutto volume, mentre la macchina corre veloce verso l’orizzonte, in un impeto di libertà, i finestrini abbassati e il vento fra i capelli.

Non mancano, poi, le ballate, un registro che Fallon ha dimostrato in passato di saper maneggiare con equilibrato pathos; su tutte "Pearls", canzone d’amore con il cuore tenuto in mano, e "Love At The End Of The World", resa preziosa dalle armonie vocali intrecciate con l’amico Brandon Flowers.

Chiude il ringhio blues rock dell’oscura "Wolf By The River", scartavetrata dalla chitarra dell’immenso Marc Ribot, che piazza nel mezzo un assolo da brividi.

Not Bad For New Jersey, pur nella sua coerenza espressiva, propone una notevole varietà musicale e l'alternanza di stili valorizza l'atmosfera che ogni brano cerca di trasmettere. Nel complesso, si tratta di un ottimo lavoro da parte di Brian Fallon: l'artista conferma la grande sincerità dei suoi testi e delle emozioni che vi sono racchiuse, sfruttando al meglio il talento dei musicisti ospiti per comunicarle efficacemente. Il risultato è pienamente raggiunto, e se cercate quella veracità che avete trovato nei dischi di Springsteen (il termine di paragone più immediato), questo disco girerà spesso e volentieri sul vostro stereo di casa.

Voto: 7,5

Genere: Rock

 


 


Blackswan, venerdì 16/10/2026

mercoledì 14 ottobre 2026

25 Or 6 To 4 - Chicago (Columbia, 1970)


 

Ottava traccia da Chicago II, uno dei capolavori indiscussi della combo americana, "25 or 6 To 4" fu scritta da Robert Lamm, tastierista e cantante dei Chicago. Il brano parla del tentativo di scrivere una canzone a notte fonda, e il titolo si riferisce all'ora del giorno: le 3:35 del mattino (25 minuti alle 4:00) o le 3:34 del mattino (26 minuti alle 4:00).

Lamm ha spiegato che ai tempi viveva con un gruppo di hippie sopra Sunset Strip. Uno dei vantaggi di quella casa era che si trovava sulle Hollywood Hills e godeva di un bel panorama sulla città, che diventava addirittura splendido a tarda notte. L’intento di Lamm era quello di descrivere il processo di scrittura della canzone che stava componendo.

 

"Aspettando l'alba

Cercando qualcosa da dire

Luci intermittenti contro il cielo

Arrendendomi, chiudo gli occhi

Seduto a gambe incrociate sul pavimento"

 

Non certo un processo semplice, come si deduce dalle liriche, ma una ricerca febbrile di note e parole che sembrano non andare mai a posto. E mentre il musicista ci prova e ci riprova, un orologio al neon dall’altra parte della città, indica il tempo che passa, che poi finì cristallizzato nel titolo.

Nel 2019, in un’intervista alla rivista Mix, Lamm precisò: “Non riuscivo a capire bene dove puntassero le lancette dell'orologio. Erano le 4 meno 25 o 26 minuti. Non mi aspettavo di tenere quelle parole. Pensavo di sostituirle con un testo vero e proprio. Ma alla fine è andata bene”.

Ci sono molte voci infondate sul significato del testo di questa canzone. Una diceria popolare sostiene che "6 to 4" fosse un soprannome per l'LSD, perché se si assumeva la sostanza alle 18:00, gli effetti svanivano alle 4:00 del mattino, esattamente 10 ore dopo, mentre altri sostenevano, sempre a torto, che il titolo indicasse il nome di una persona famosa attraverso un codice numerico.

Il brano divenne rapidamente un pezzo forte del repertorio del gruppo, grazie anche alla loro sezione fiati (il trombettista Lee Loughnane, il sassofonista Walter Parazaider e il trombonista James Pankow), che fu protagonista di molti dei loro successi degli anni '60 e '70, ed è una delle canzoni più suonate dalle bande universitarie statunitensi, grazie proprio all’utilizzo degli ottoni ed al ritmo incalzante che lo rendono perfetto per gli eventi sportivi studenteschi.

La voce solista del brano è quella del cantante e bassista Peter Cetera che al momento della registrazione, però, aveva l’articolazione della mascella bloccata. Qualche mese prima della sessione di registrazione, infatti, la band andò a una partita di baseball al Dodger Stadium, dove la loro squadra del cuore, i Chicago Cubs, sconfisse i Dodgers, scatenando l'ira di quattro marines tifosi, pronti a sfogare la loro rabbia su qualcuno. Quel qualcuno fu Cetera, che venne individuato tanto per i suoi lunghi capelli quanto per il tifo sfegatato. La rissa che ne seguì lo mandò in terapia intensiva con la mascella rotta in tre punti, e quindi, quando arrivò il momento di registrare la canzone, aveva ancora la mascella bloccata. Cetera dovette imparare a cantare in modo diverso, tenendo i denti stretti, una tecnica assai complessa che, però, divenne ben presto il suo marchio di fabbrica.

Questo è solitamente l'ultimo brano che i Chicago suonano ai loro concerti. Negli anni successivi, i Chicago si sono spesso esibiti in tour con altri artisti di alto profilo che si univano a loro sul palco durante l'esecuzione del pezzo. Nei tour con gli Earth, Wind & Fire, questo brano ha offerto un'ottima vetrina per le sezioni di fiati di entrambe le band, e si adattava perfettamente anche alla voce di Philip Bailey. Tra gli altri artisti che, nel corso degli anni, si sono uniti a loro per questo gran finale si annoverano i Doobie Brothers e gli REO Speedwagon. 

Uno dei pregi della canzone è senz’altro il lavoro alla chitarra di Terry Kaith: il caratteristico riff della canzone è stato suonato attraverso un amplificatore Fender da concerto modificato, mentre lo splendido assolo è stato votato da Guitar World, nel 2015, uno dei migliori assoli di wah wah di tutti i tempi.

Una curiosità. Peter Cetera suonava il basso con le dita, ma il produttore James William Guercio pretese che suonasse la linea per la canzone utilizzando il plettro. Cetera non si diede per vinto, e dopo una lunga serie di alterchi, giunse al compromesso di suonare il basso con la parte posteriore dell’unghia.

 


 

 

Blackswan, mercoledì  14/10/2026

lunedì 12 ottobre 2026

George Thorogood And The Destroyers - The Baddest Show on Earth: Greatest Hits Live (Craft Records, 2026)

 


George Thorogood è una leggenda. A settantasei anni compiuti è entrato a far parte con i suoi Destroyers della Hall Of Fame, anche se, a causa delle condizioni di salute precarie la sua attività di musicista ha subito più di una battuta d’arresto. Per cinquant’anni, però, la sua chitarra ha fatto letteralmente scintille, contaminando il blues con il rock’n’roll, il boogie e l’hard rock, creando un suono ibrido, ma verace, che ha conquistato il cuore di schiere di aficionados.

Una musica diretta e senza fronzoli, un blues rock da bisboccia, buono per quei venerdì sera in cui, dopo una settimana di fatica, hai bisogno di sgombrare la mente dai brutti pensieri, scolarti qualche pinta in santa pace, cantare a squarciagola e muovere il culo a ritmo nel tuo pub preferito. Dove la musica dei Destroyers non manca mai, bonus compreso nella paga settimanale per gente semplice, colletti blu a cui qualche buona canzone riesce ancora ad aprire il cuore alla speranza. Come suggerisce il titolo, The Baddest Show on Earth: Greatest Hits Live, questa raccolta di undici brani celebra mezzo secolo di storia, attraverso un viaggio nella musica più graffiante, energica, sudata e adrenalinica di Thorogood, registrata dal vivo in varie occasioni tra il 1978 e il 2024. Blues rock per chi delle mode e dell’hype indie se ne fotte bellamente, e cerca negli ascolti sostanza, cuore e sudore.

Il ritmo martellante della cover di apertura, "Who Do You Love" di Bo Diddley, con Thorogood che infiamma la tastiera della chitarra in cinque minuti di blues-rock adrenalinico, è solo un assaggio di ciò che arriva nell'ora successiva.

In scaletta, sono presenti quasi tutti i suoi successi, catturati nel loro habitat naturale, e cioè, sul palco, di fronte a un pubblico in cerca di quella dose di roots-rock schietto e viscerale che Thorogood ha sempre suonato, tra chitarre graffianti e sassofoni brucianti. Com'era prevedibile, quasi ogni esecuzione risulta più lunga, intensa e trascinante rispetto alla versione in studio.

Un'interpretazione esplosiva del 1980 di "One Bourbon, One Scotch, One Beer" di John Lee Hooker si dilata fino a toccare quasi gli undici minuti di pura scarica di adrenalina, arricchita da testi improvvisati per aizzare la folla sul consumo delle bevande alcoliche citate nel titolo, il tutto a potenziare un'energia già alle stelle e assoli di chitarra dal ritmo boogie irresistibile.

Il brano viene superato di poco, in termini di durata, dal quarto d'ora abbondante dedicato a "Boogie Chillun'" (sempre di Hooker), in cui la band incalza alle spalle del chitarrista con la potenza di una locomotiva fuori controllo.

Il sax e la chitarra scatenano un frastuono travolgente su "Madison Blues" di Elmore James, mentre Howlin’ Wolf è omaggiato con una versione incandescente e sincopata di "Tail Dragger", che cresce d'intensità grazie al ritmo incalzante e preciso della chitarra. "Howlin’ for My Baby", anche questa dal repertorio di Wolf, dedicata a "tutte le donne presenti in sala", avanza con una carica bruciante e sensuale, "Ride On Josephine" di Bo Diddley spinge Thorogood a ringhiare il testo con una ferocia pari alla ruvidezza del suono della sua chitarra, e "Steppin’ Out" di Memphis Slim (brano reso celebre dalla versione dal vivo dei Cream) è ridotta a due minuti e mezzo, senza perdere, tuttavia, la sua primigenia bellezza.

D’altronde, non c’è tregua a quell’energia quasi inarrestabile, che scaturisce come scintille da un cortocircuito, mentre Thorogood fa ciò che gli riesce meglio: spingere ogni brano fino al punto di rottura, e oltre, spronato dall’amore per la musica e da un pubblico che non si aspetta nulla di meno. 

I fan di lunga data sanno bene che non mancano le registrazioni dal vivo tratte dalla sua vasta carriera cinquantennale, trascorsa quasi interamente on the road. Tuttavia, otto di questi brani sono esecuzioni inedite e di ottima qualità sonora, che coprono l’arco temporale di mezzo secolo trascorso a infiammare i palchi, testimoniando in modo convincente del talento di questo showman nel conquistare il pubblico, un’abilità che pochi altri sanno esprimere con pari efficacia.

Voto: 8

Genere: Blues, Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 12/110/2026

venerdì 9 ottobre 2026

Chris Whitaker - Tutti i Colori Del Buio (Einaudi, 2026)

 


Nel bosco di Monta Clare, Missouri, una mattina del 1975 un adolescente scompare. È l'inizio di un'epopea lunga trent'anni. La storia di un legame che nessun buio riuscirà a spegnere. Quando il tredicenne Joseph «Patch» Macauley viene rapito, Saint Brown, la sua compagna di scorribande, è determinata a riportarlo a casa. Ma Patch rimane prigioniero in uno scantinato per quasi un anno. Solo una ragazza di nome Grace gli fa visita di tanto in tanto e parla con lui, nascosta dall’oscurità. Tornato libero, Patch è ossessionato dall’idea di ritrovarla, e di dare la caccia all’uomo che gli ha rovinato l’esistenza. Mentre i mesi si trasformano in anni e la speranza diventa disperazione, Saint, nell’ombra, lo segue e lo protegge nella sua ricerca. Anche se scoprire la verità può significare perdersi per sempre.

Quando si arriva alla fine di Tutti i Colori Del Buio, la sensazione è quella che si prova ogni volta che finisce un grande romanzo, qualcosa che ha a che fare con il lutto. Non dipende solo dalla lunghezza del libro (nello specifico decisamente ponderoso) e dal tempo passato in sua compagnia, circostanza che procura un certo spaesamento, nel momento in cui si arriva all’ultima pagina. Soprattutto, dipende dal fatto che in quelle pagine il lettore viene letteralmente risucchiato, diventa egli stesso una parte del tutto. Ci sono romanzi, infatti, che in cambio della loro bellezza, pretendono qualcosa da chi li legge, una sorta di empatia, di condivisione di stati d’animo, un luogo dell' anima in cui i fatti narrati chiedono a gran voce di essere vissuti dalla nostra sensibilità e dal nostro impianto etico, così da essere sviscerati, e poi compresi, fino a quando non ci schieriamo e diveniamo noi stessi protagonisti.

Dipende, ovviamente, dal fatto che stiamo immergendoci in una letteratura alta, densa di significati, una letteratura che vive a più livelli, obbligando il lettore ad abbandonare la superficie, per scavare dentro il romanzo e dentro se stesso, per trovare un senso.

Su un primo piano di lettura, Tutti i Colori Del Buio è un thriller che si sviluppa in un arco di tempo di trent’anni: c’è un assassino seriale, c’è la caccia all’uomo, i colpi di scena abbondano e il ritmo è sostenuto, grazie anche all’escamotage di Whitaker di dividere la narrazione in brevi capitoli, che tengono alta la suspence e incollano alla lettura.

Il giallo, però, è solo il filo conduttore che tiene insieme le settecentocinquanta pagine di un libro che è anche romanzo di formazione, che vede gli adolescenti Patch e Saint diventare adulti, forgiati da una vita che non va esattamente come vorrebbero, e messi a dura prova da una tragedia che segna irrimediabilmente le loro esistenze, dalla disfunzionalità delle famiglie, da un contesto sociale, quello dell’America rurale, periferica e bigotta, che crea un legame fortissimo e un altrettanto forte desiderio di fuga.

I due giovani protagonisti, Saint così idealista, caparbia e leale, e Patch, tanto coraggioso quanto fragile, dilaniato dai sensi di colpa e contraddittorio nelle sue scelte esistenziali, impareranno a loro spese che crescere è, soprattutto, dolore, è assumersi le responsabilità delle proprie azioni, è venire a compromessi con il proprio habitus etico, e che trovare un posto nel mondo è una battaglia senza esclusione di colpi. E’ in questo che consiste la spasmodica e ininterrotta ricerca di Grace e del serial killer che ha stravolto le loro giovani vite, è questo che dà un senso a tutto: salvare Grace e arrestare l’assassino di tante giovani donne rappresenta l’eterna battaglia tra il bene e il male. Solo vincendola, costi quel che costi, le tessere del grande puzzle della vita si rimetteranno a posto.

Oltre ai due protagonisti, anche tutti i personaggi minori sono tratteggiati con colori così vividi, da essere destinati a restare impressi nella mente (e nel cuore) ben oltre la fine del romanzo. Grace, ovvero “tutti i colori del buio”, è l’incarnazione della speranza, di quel carburante nobile che fa arrivare ovunque, che aiuta a superare i propri limiti e le barriere che la parola “impossibile” erge sul cammino della vita.

E poi, ci sono Sammy, mercante d’arte gourmand e libertino, burbero e alcolista, sotto i cui modi spicci nasconde un cuore d’oro, il bel capitano Nix, solitario e taciturno, costretto a celare la propria vera natura e un segreto lacerante, la bellissima Misty, che trasforma la propria riconoscenza verso Patch in puro amore, Norma, la nonna enigmatica di Saint, combattuta tra buon senso pragmatico e conservatore e l’amore per la nipote ribelle, e, infine, la piccola, scontrosa e testarda Charlotte, a cui sono riservati alcuni dei passaggi più ironici e divertenti del libro.

E con loro molti altri, che scoprirete, pagina dopo pagina, insieme a tutte le altre sfumature che rendono questo romanzo, giustamente, il caso editoriale dell’anno.

 

Blackswan, venerdì 09/10/2026

mercoledì 7 ottobre 2026

Child - Rebirth (Heavy Psych Sounds Records, 2026)

 


I Child, trio australiano dedito a un mix di heavy blues e stoner rock, sono una delle band di genere più cool in circolazione. L’estetica è quella che riporta direttamente agli anni ’70 e che ha creato paragoni scomodi fra il loro sound e quello di band del calibro di Led Zeppelin e Black Sabbath. Capelli lunghi, volti irsuti, abbigliamento dimesso e stivaloni, i Child incarnano lo spirito di una musica antica, al cui centro si trova un blues primigenio, declinato però con un’attitudine hard, psichedelica e soul.

L’approccio, come si conviene al genere è minimal: basso, batteria e chitarra, fuzz a manetta, impianto scarno e francescano, pochi fronzoli e tanta sostanza. Tuttavia, rispetto a tante band in circolazione, gli australiani giocano un’altra partita. Pur non rinnegando nulla del genere che amano, lo reinterpretano con una consapevolezza unica, evitando pipponi chilometrici da jam band con l’assolo facile (gli assoli ci sono, ma tutti claibrati), e strutturando i brani come vere e proprie canzoni, capaci di coinvolgere con melodie catchy, senza tuttavia che il suono perda un grammo ruvidezza. Questo Rebirth, che ci accingiamo a raccontare, è il loro quarto attesissimo lavoro, il primo per l’iconica etichetta Heavy Psych Sounds.

Rispetto al precedente Soul Murder, album incensato dalla critica e apprezzatissimo dagli appassionati, Rebirth è leggermente più pesante, più ruvido e abrasivo, senza però sacrificare l'identità del gruppo. Il sound è inconfondibilmente quello dei Child, hanno semplicemente alzato ancora un po' il volume degli amplificatori.

Un disco, questo, che rappresenta tutto ciò che gli album di heavy blues e stoner rock promettono continuamente, ma che raramente riescono a offrire, e che cattura l'attenzione per  quell'atteggiamento senza tempo e intriso di blues, tipico delle grandi band hard rock degli anni '70. Eppure i Child non si limitano a prendere in prestito tali influenze, ma le incanalano in qualcosa che risulta al contempo familiare, contemporaneo e clamorosamente figo.

Non c'è nulla di superfluo nelle sei canzoni che compongono la scaletta, ogni riff, ogni groove e ogni transizione hanno una loro precisa funzione. L'album procede con sicurezza, catturandoti in un istante e colpendoti dritto in faccia quello successivo. È il tipo di disco che richiede volume alto e che ti sfida apertamente a restare seduto immobile.

Come accennato, sono solo sei canzoni per trentasei minuti di durata, e la breve distanza favorisce la coesione e la qualità della proposta, evitando inutili riempiti e torrenziali digressioni strumentali.

"Woman Like You" apre il disco sbattendo in faccia all’ascoltatore tutta la qualità della casa: passo pesante, chitarra distorta, ritmica quadrata, ma anche una bella melodia da mandare a memoria subito. Merito anche della voce di Mathis Northway, il cui timbro si discosta da quelli tipici del genere: è pulito, ammaliante, e incredibilmente soulful.

Sono i momenti in cui i Child allentano la tensione e si immergono più a fondo nelle loro radici blues a rappresentare i vertici del disco. È in questi brani ("Heavy Load", "I Tried", "Cold Shoulder") dal ritmo più disteso, infatti, che l'alchimia della band brilla davvero: i riff acquistano ancora più peso, le melodie respirano e la voce cattura l'attenzione con una sicurezza naturale. È in questi istanti che l'heavy blues e lo stoner rock si fondono in un'unica, perfetta creatura sonora.

La produzione è esattamente quella che esalta un disco di questo tipo: calda, organica e splendidamente vintage, nulla appare sovraprodotto o asettico, ogni musicista ha i propri spazi, permettendo a ogni strumento di farsi sentire senza venire soffocato da strati superflui. È un disco autentico e potente, dall'inizio alla fine.

Basta un solo ascolto per rendersi conto di trovarsi di fronte ad autentici fuoriclasse e a un album che, se siete amanti heavy blues/stoner rock, troverete tra i migliori pubblicati negli ultimi anni.

Voto: 8

Genere: Heavy Blues, Stoner

 


 


Blackswan, mercoledì 07/10/2026