martedì 17 marzo 2026

Archive - Glass Minds (Dangervisit, 2026)

 


Formatisi a Croydon, nel sud di Londra, nel 1994, gli Archive si sono evoluti da pionieri del trip-hop a uno dei fenomeni alternativi più rispettati d'Europa. Più di trent’anni di carriera e tredici album in studio, sono i numeri certificati di un collettivo che, segnato da numerosi cambi di line up, resta saldamente in mano ai due fondatori, Darius Keeler e Danny Griffiths, accompagnati ancora una volta dal sodale di lunga data, il produttore e ingegnare del suono, Jerome Devoise.

Registrato a Brighton, Londra e Parigi, Glass Minds segue l’ambizioso triplo album del 2022 Call To Arms And Angels, un’opera monumentale, sfaccettata, compendio perfettamente riuscito di trip hop, elettronica, rock, pop e industrial, condensati in un’ora e quarantacinque minuti quasi perfetti. Un vero e proprio gioiello di musica alternativa, a cui fa eco questo nuovo album, seguito naturale del suo predecessore, nonostante il minutaggio più ristretto (solo un’ora e venti) e una maggiore, seppur di poco, accessibilità melodica.

Anche Glass Minds è un disco inquieto, cupo, dal mood fortemente malinconico, ma qui e là si intravedono spiragli di pallida luce, che filtra attraverso un intreccio sonoro crepuscolare, come i raggi di un sole malato, algido, che non riscalda. Tuttavia, se Call To Arms & Angels conteneva una musica figlia del suo tempo, che rifletteva l'era pandemica in cui era stata scritta, e Glass Minds musicalmente sembra il suo fratello minore, allo stesso tempo ci troviamo di fronte, però, a un’opera meno disperata e claustrofobica, in cui prevale un approccio minimalista, più silente, ma egualmente potente, e, in alcuni momenti, più vicino al pop.

L’album inizia con l’inquietante strumentale "Broken Bits", un brano che sembra nascere tra le gelide luci al neon di un cantiere navale. La canzone si apre con il suono minaccioso e gutturale di quella che sembra essere una sirena sfiatata, le stratificazioni di synth portano aria contaminata, irrespirabile, prima che un riff ossessivo stritoli l’ascoltatore con la sua progressione ipnotica e glaciale, mentre lame elettriche fendono l’atmosfera. E’ pura claustrofobia, che risucchia in un malevolo sprofondo, che comprime il respiro, in un crescendo ossessivo che non lascia speranza.

Il battito ossessivo e militaresco della title track, suggerisce nuovi inquietanti scenari, mentre accordi di piano in minore punteggiano il cantato esile e spettrale di Lisa Mottram e una melodia flebile fluttua nel buio grazie a un efficace (e minimal) arrangiamento orchestrale. Il mood non cambia con la successiva "Patterns": lo sgocciolare del pianoforte, l’atmosfera malinconica e disperata, la ricerca dello spazio emotivo in un sottofondo che alterna elettricità e momenti di estasi sinfonica, ne fanno uno dei momenti migliori del disco, anche questo, però, perso nel cuore di una notte fonda e senza speranza.

"Look At Us" svela l'aspetto più rock degli Archive, mettendo in primo piano un riff di chitarre distorte e una ritmica incalzante, mentre i sintetizzatori fanno un passo indietro. Il cambio di texture aggiunge un contrasto dinamico all'atmosfera generale dell'album, le melodia è di una bellezza sinistra, la voce della Mottram in perfetto equilibrio tra timbro esangue e un’urgenza espressiva che morde la gola.

La voce di Pollard Berrier brilla in "When You're This Down" e offre una performance avvincente: il riff ripetuto è ipnotico e àncora il brano a un'atmosfera quasi trance e carica di suggestioni soul. "So Far From Losing You", che raggiunge quasi gli otto minuti, è una appassionata lettera d'amore (“Please sit and stare at me. Look right into me, look into you. And then you’ll see my love will be indistructible”), le voci di Lisa Mottram e Pollard Berrier si intrecciano magnificamente, esaltando l'aspetto emotivo del brano, costruito, nella prima parte, solo ed esclusivamente su partiture elettroniche efficacissime, per poi accelerare in un dolcissimo fluttuare malinconico quando entra la voce della Mottram.

Si accende un po’ di luce quando parte "Wake Up Strange", la cui melodia contagiosa, il cui DNA è riconducibile agli anni ’80 (ascoltate gli intrecci dei synth, minimali ma decisivi), rende il brano il momento più orecchiabile del disco insieme alla successiva e delicatissima "City Walls", che sembra uscita dalla penna magica di Sufjan Stevens e che commuove per la fragilità delle trame, così cristalline, così pure, così evanescenti. Una canzone splendida nella sua basilare semplicità: il tempo si ferma, eterno e caduco, come l’attimo di una rosa che sboccia.

"The Love The Light", così ossessiva, caotica e disperata sembra figlia dei Radiohead di Kid A, mentre le trame sinfoniche che avvolgono "Shine Out Power" arrivano con una forza grezza, un suono imponente e immediato che stringe le viscere, grazie a un andamento altalenante e drammatico, e a una voce cruda e bruciante, che risuona come una disperata richiesta d’aiuto.

Chiudono "Heads Are Gonna Roll", che vede alla voce il rapper Jimmy Collins in un esperimento riuscito di fondere elettronica spinta e hip hop, e la lunatica "Where I Am", una ballata dolce e scorbutica al tempo stesso, perfetta chiusura per un disco che tiene il passo del suo predecessore e mostra un livello di ispirazione toccato da imprimatur divino. 

Non un disco che si ascolta semplicemente, ma che si vive, attimo per attimo, canzone per canzone, emozione per emozione.

Voto: 9

Genere: Alternative, Elettronica

 


 


Blackswan, martedì 17/03/2026

lunedì 16 marzo 2026

Everything Zen - Bush (Atlantic, 1994)

 


Primo singolo in assoluto dei britannici Bush, "Everything Zen" si sviluppa attraverso un testo intricatissimo (scritto dal leader della band Gavin Rossdale), tanto che, a voler giocare un po’ con il titolo, bisogna avere la mente aperta e una pazienza zen per riuscire a cogliere tutte le allusioni, le citazioni e i rimandi in essa contenuti.

Nel verso "Raindogs howl for the century", Gavin Rossdale fa riferimento a due delle sue icone culturali preferite: Tom Waits e Allen Ginsberg. Rain Dogs, infatti, è il titolo di un album di Tom Waits pubblicato nel 1985, merntre Howl è una celebre poesia di Ginsberg datata 1955.

Il verso "There's no sex in your violence" deriva da un verso della canzone dei Jane's Addiction "Ted, Just Admit It...", e per Rossdale è un importante riferimento autobiografico, che fotografa gli anni della sua giovinezza, quando, inesperto musicista senza alcuna speranza di successo, viveva da sbandato, senza bussola etica, in un contesto in cui si respirava violenza tutto il giorno. “Ero perso e non sapevo dove stessi andando, cosa stessi facendo…” raccontò anni dopo in un’intervista “Avevo lottato per anni. E quel verso, "sesso e violenza", è un filo conduttore attraverso l'arte. Ho semplicemente deciso di inserirlo nel contesto di "Non c'è sesso nella tua violenza". È una sorta di convinzione personale, un mantra personale." Sarà.

Anche il verso "Minnie Mouse è cresciuta come una mucca, Dave è di nuovo in saldo" è una citazione musicale di livello e si riferisce a David Bowie, la cui canzone "Life On Mars?" contiene il verso: "Mickey Mouse è cresciuto come una mucca, Lennon è di nuovo in saldo".

Non solo. Questa canzone ha contribuito a far entrare la parola "stronzo" nel mainstream musicale. La prima strofa del brano, infatti, contiene il verso "Should I fly Los Angeles, find my asshole brother" ("Se volassi a Los Angeles, troverei il mio fratello stronzo"), che la maggior parte delle stazioni radio di quegli anni non censurò, perché, a differenza del decennio precedente, gli standard di volgarità accettabile si stavano notevolmente abbassando.

I Bush, per chi non ne conoscesse la storia, sono una band britannica, ma hanno avuto di gran lunga il loro maggior successo in America, dove questa canzone ha, per così dire, guidato la carica verso la gloria, seppur momentanea.

Nel dicembre 1994, una copia di "Everything Zen" arrivò su KROQ, un'influente stazione radio di Los Angeles. Il loro DJ Jed The Fish la nominò la sua "Catch Of The Day" e la canzone ottenne un'enorme risposta, tanto che cominciò a essere mandata in heavy rotation. Altre stazioni radio seguirono l'esempio, e MTV inserì il video nel suo palinsesto, cosi che in poco tempo la canzone prese gradualmente piede in tutto il paese.

I Bush colsero, quindi, l'occasione per fare un tour in America e suonare "Everything Zen" in diverse apparizioni televisive (tra cui il Late Night with David Letterman) e showcase radiofonici (tra cui il concerto di Natale acustico di KROQ). Alla fine del tour, nell'aprile del 1995, il riscontro mediatico era tale che iniziarono a suonare nelle arene.

In quel periodo, gruppi britpop come Oasis e Blur erano molto popolari in patria, ma faticavano a sfondare in America. Era il contrario per i Bush, che non riuscivano a vendere nella loro nativa Inghilterra (Sixteen Stone, l’album che contiene "Everything Zen", raggiunse solo il 42° posto nella classifica degli album del Regno Unito), ma che, invece, vennero accolti con entusiasmo negli Stati Uniti. Gran parte del successo americano a proprio a che fare con questa canzone, perché nonostante l'accento british di Gavin Rossdale, il brano suona molto americano, con un sound grunge pesante e un testo che parla di giovani delusi e disaffezionati, come nella miglior tradizione del Seattle Sound.

Una curiosità. Nel 1996, i No Doubt aprirono per circa tre mesi un tour americano dei Bush. Durante questo tour, Rossdale strinse una relazione amorosa con la cantante dei No Doubt, Gwen Stefani, tanto che i suoi compagni di band iniziarono a chiamare la canzone "Everything Gwen". Per la cronaca, Stefani e Rossdale convolarono a giuste nozze nel 2002, ebbero tre figli e divorziarono nel 2015.

 


 

Blackswan, lunedì 16/03/2026

giovedì 12 marzo 2026

Adam Rapp - La Radice Del Male (NNEditore, 2025)

 


Elmira, New York, estate 1951. Myra Larkin, tredici anni, dopo la messa accetta un passaggio da un ragazzo affascinante che dice di essere Mickey Mantle, la giovane promessa degli Yankees. Quella notte, i vicini di casa di Myra vengono brutalmente assassinati, e i sospetti ricadono su uno sconosciuto molto simile al suo nuovo amico. È il primo di una serie di episodi di cronaca nera che incrociano la vita dei Larkin, mentre ognuno di loro insegue a suo modo il sogno americano. Myra, che cresce da sola il figlio Ronan dopo che il marito ha avuto una crisi psicotica, è l’unica a tenere i contatti con la famiglia: con Lexy, donna in carriera, e Fiona, eterna ribelle e attrice mancata a Broadway; e con Alec, ombroso e sfuggente, tormentato dai fantasmi di un’infanzia segnata dagli abusi e dall’indifferenza della madre, la cattolicissima Ava. E quando proprio Ava inizia a ricevere inquietanti cartoline anonime, presagio di eventi terribili, soltanto Myra, con l’aiuto del figlio, avrà la forza di affrontare quel male oscuro che sta inghiottendo la sua famiglia. La radice del male racconta un’America dove la quotidianità è intrisa di violenza, e la casa è insieme rifugio e pericolo.

 

Un romanzo cupo, inquietante e disturbante, una saga familiare sui generis, la cui storia si sviluppa nel corso di sessant’anni, raccontata dal punto di vista dei suoi protagonisti. Siamo nel 1951. A Elmira, nello Stato di New York, vive la famiglia Larkin, composta dal padre Donald, reduce di guerra, severo e taciturno, dalla madre Ava, donna religiosissima e dalla statuaria bellezza, e da sei figli, il più piccolo dei quali, Archie, muore in fasce per una brutta malattia. Gli altri sono Myra, affidabile e generosa, che sogna a occhi aperti, leggendo Il Giovane Holden, Lexy, bellissima e sicura di sé, Joan, mentalmente disabile, Fiona, ribelle con la testa perennemente fra le nuvole, e Alec, un ragazzino arrabbiato, malvagio e instabile, che coltiva come unico desiderio quello di scappare di casa.

Una famiglia all’apparenza normale, che vive una vita ordinaria, anche se, dentro le mura domestiche, germoglia inaspettatamente il germe di un male che, in futuro, avrà conseguenze esiziali.

Attraverso sessant’anni di storia americana (un’America indifferente e il più delle volte ostile), i protagonisti principali, Ava, Alec, Fiona, Myra e, il di lei figlio, Ronan, giovane aspirante drammaturgo, raccontano le vicende che porteranno i Larkin sull’orlo del baratro, quando, lentamente ma inesorabilmente, si scoprirà la vera natura di Alec.

La Radice del Male non è un thriller, non ci sono eclatanti colpi di scena, né indagini o assassini da catturare. Ciò che interessa davvero a Rapp, soprattutto attraverso lo sguardo di Myra (figura autobiografica costruita sulla madre dello scrittore), è raccontare la disgregazione del nucleo famigliare, mettendo in evidenza quelle dinamiche, le rivalità, le invidie, i rancori mai sopiti, che poteranno tutti i figli, a parte l’innocente Joan, ad allontanarsi da casa, per inseguire un sogno americano che non si realizzerà mai.

Perché la società americana è intrinsecamente violenta, perché non fa sconti agli ultimi, perché suggerisce come realizzabili sogni, raggiungibili solo attraverso lo status sociale e il denaro (Lexy ha successo, ma è una figura sfumata e marginale). Senza mezzi economici non si va da nessuna parte. Lo sa bene l’inquietante Alec, che gira gli Stati Uniti, sbarcando il lunario con piccoli lavoretti, alla ricerca di nuove vittime, lo sa Myra, abbandonata dal marito Denny, prototipo dell’atletico e affascinante maschio bianco, affetto però da una perniciosa schizofrenia, lo sa Ronan, figlio di Myra, colpito dagli stessi disturbi mentali del padre, che sacrifica il suo talento di drammaturgo, per scrivere più redditizie sceneggiature per la Tv, e lo sa Fiona, spirito libero ed egocentrico, che insegue, nella “grande mela”, il sogno, sempre più evanescente, di diventare attrice.

Se è evidente che si possono trovare punti di contatto con quella narrativa americana che ha sondato, con risultati brillanti, il tema della famiglia come germe di violenza (da L’urlo e Il furore di Faulkner fino alle opere di Jonathan Franzen e David Leavitt), Rapp si distingue per una prosa asciutta e intrisa di cinismo, conosce i tempi della drammaturgia, ed è abile a suggerire, senza mai palesarlo in modo banale, come alla radice del male ci siano, spesso, gli abusi tollerati della Chiesa e il sistema esercito, che miete vittime anche in tempo di pace.

Un finale, in parte sconvolgente, troverà una catarsi di speranza, in un’ultima, toccante lettera, che cerca nella comprensione e nel perdono una possibilità di salvezza.

 

Blackswan, giovedì 12/03/2026

 

martedì 10 marzo 2026

Karnivool - In Verses (Cymatic Records, 2026)

 


Pausa è un termine di per sé indeterminato: può indicare un lasso di tempo breve, quanto uno iato lungo anni. Quella che si sono presi gli australiani Karnivool, prima di pubblicare un nuovo disco, è durata la bellezza di tredici anni, pari alla carriera scolastica di uno studente italiano, dall’inizio delle elementari alla fine del liceo. Cosa aspettarsi da questa rinascita, da questo nuovo inizio?

La talentuosa band, nel corso della sua breve carriera, è passata dal raffinato nu-metal del loro debutto del 2005, Themata, alle tendenze più prog-rock di opere come Sound Awake del 2007 e Asymmetry del 2013. Arrivato dopo quasi tredici anni di assenza, In Verses è un disco inevitabilmente destinato a essere confrontato con i bei dischi pubblicati, ormai, in un lontano passato. E il confronto, alla resa dei conti, è vincente.

Il disco è frutto di un lungo lavoro di affinamento del suono, di tentativi, riusciti, di sperimentare, di un songwriting consapevole e maturo. Pur sfoggiando alcuni elementi già presenti nelle precedenti pubblicazioni, In Verses è un lavoro decisamente più compatto e omogeneo, un album di grande impatto, a cui mancano però quei singoli di spicco che rendevano più allettante il materiale del passato. Il disco funziona, semmai, più come un viaggio atmosferico, un unico grande flusso di musica in continuum, da ascoltare senza distrazioni, in una sola seduta (anche se poi gli ascolti devono essere diversi per coglierne ogni sfumatura).

In Verses è, insomma, un album denso, ossessivamente intricato nei suoi soundscapes, un album che fa della densità il tessuto stesso della sua identità estetica.

La voce del vocalist Ian Kenny, nonostante il tempo trascorso, è quella che ci ricordavamo, risuona piena di vita e di potenza come nei precedenti album, e il suo timbro, così ricco di sfumature e morbido, si adatta perfettamente allo stile prog atmosferico, ma corposo, della band. Le chitarre di Drew Goddard e Mark Hosking alternano trame pastose e flessibili, che sviluppano una sorta di atmosfera malinconica riconducibile all’alt metal di fine anni '90, a riff più pesanti, che percuotono, senza tuttavia prendere mai il sopravvento. Ottima anche la sezione ritmica, con le linee di basso di Jon Stockman, evidenti soprattutto nei momenti più tranquilli e atmosferici della scaletta, e il drumming stellato di Mike Judd, che definisce la direzione che ogni canzone prenderà, alternando la regola less is more (tocchi calibrati sul bordo del rullante) a groove che schiacciano il piede sull’acceleratore, innestando la marcia dell’epica.

I primi secondi di "Ghost" ribollono e riverberano, solleticando le orecchie dell'ascoltatore con le texture di chitarra e di synth, prima di esplodere, un minuto dopo, nella massiccia e fangosa distorsione del timbro di chitarra di Drew Goddard e Mark Hosking, il singolo "Aozora", ispirato al termine giapponese che significa cielo azzurro, mette in mostra in modo simile l'innato senso del groove dei Karnivool, mentre "Animations" testimonia la grande dote della band, capace di offuscare il senso del tempo con una poliritmia intricata e seducente. Le ultime due canzoni del disco, poi, "Opal" e "Salva", possiedono un tono decisamente personale e malinconico, raccontano la perdita di un amico e la perdita dell'innocenza, sono brani colorati da arrangiamenti delicati combinati con passaggi più pesanti che sono il cavallo di battaglia della band. 

Ogni singolo brano è assolutamente ricco di trame e intrecci sorprendenti, al punto che elencarli tutti diventerebbe rapidamente un esercizio stucchevole. Mai prima d'ora i Karnivool avevano suonato in modo così maniacalmente dettagliato, e in In Verses la profondità e la complessità del loro suono penetrano in una dimensione completamente nuova,

La produzione cristallina di Forrester Savell lascia ampio spazio al vagabondaggio sonoro di Karnivool, i sottili dettagli materici non si perdono mai nel mix, anzi, sono pienamente illuminati accanto al grosso della strumentazione standard, come granelli di polvere sospesi che danzano in un raggio di sole. Una produzione consapevole e deliberata, in linea con l'intento dietro ogni decisione compositiva. Allo stesso modo, la scrittura dei brani tiene conto dell'architettura emergente di un paesaggio sonoro così intenso, integrandosi pienamente e fondamentalmente nel processo compositivo.

Sembra un’ovvietà, visto il tempo trascorso a disposizione per definire ogni dettaglio della scaletta, ma In Verses sembra davvero il frutto di una maturazione naturale del sound dei Karnivool, e sebbene manchi di quelle particolari caratteristiche sonore che avevano definito i celebrati Sound Awake o Asymmetry, il disco rappresenta un audace passo in avanti, che utilizza il passato come una cornice in cui inserire un dipinto, per quanto riconoscibile, proiettato verso un nuovo e coraggioso futuro.

Voto: 8

Genere: Progressive Metal

 


 


Blackswan, martedì 10/03/2026

lunedì 9 marzo 2026

Summer of '69 - Bryan Adams (A&M, 1984)

 


Un grande classico rock, una delle canzoni più belle e famose di Bryan Adams, "Summer Of ’69" (sesta traccia dal best seller Reckless) è un brano malinconico, che celebra gli anni della giovinezza, fotografandoli durante un estate di amicizia, di spensieratezza, di musica, di primi amori. Una canzone che parla del ricordo e della crescita personale, attraverso la lente nostalgica di giorni andati per sempre.

Però, nell’estate del '69, Bryan Adams aveva 9 anni, e pertanto quel riferimento temporale è assolutamente incongruo rispetto ai temi narrati dalle liriche. 69 si riferisce, semmai, all’atto sessuale, è una metafora del fare l’amore, evoca la prima esperienza erotica, e non, come si pensa, un anno in particolare.   

Adams scrisse il brano con il cantautore Jim Vallance, autore di diverse canzoni degli Aerosmith e collaboratore frequente di Adams. Vallance spiegò che la canzone ha subito diverse modifiche e che originariamente si chiamava "Best Days Of My Life", con il verso "Summer Of '69" ripetuto solo una volta nel testo.

Secondo il songwriter, il testo di "Summer Of ’69" è stato influenzato da molte altre canzoni, a partire da "Running On Empty" di Jackson Browne, che in un passaggio canta: "In '69 I was 21". Non solo. Il verso "Ho ottenuto la mia prima vera sei corde" è ispirato a "Juke Box Hero" dei Foreigner, “in piedi sul portico di tua madre, mi hai detto che avresti aspettato per sempre" rimanda a "Thunder Road" di Bruce Springsteen e “quando mi hai tenuto la mano, ho capito che era adesso o mai più" a "I Want To Hold Your Hand" dei Beatles.

Sia Adams che Vallance suonavano in gruppi musicali al liceo, il che ha fornito spunto per il riferimento alla band che si è sciolta.  

 

"Avevamo una band e ci impegnavamo molto

Jimmy se n'è andato, Jody si è sposato

Avrei dovuto sapere che non saremmo mai andati lontano".

 

Nel verso "Jimmy quit, Jody got married", Jody era Jody Perpik, il tecnico del suono di Adams, che si sposò più o meno nello stesso periodo in cui stava nascendo questa canzone e che poi apparve nel video con la moglie, in un'auto con il cartello "Just Married". 

Una curiosità. La chitarra citata in "Summer Of ’69" proveniva da un negozio di musica di Reading, in Inghilterra, era una finta Stratocaster e fu acquistata nel 1970, quando Adams aveva solo 12 anni. All’epoca suo padre era un addetto dell’ambasciata canadese, che in quell’anno venne trasferito in Israele con tutta la famiglia. Quando fecero ritorno nel Regno Unito, Bryan regalò la chitarra a un vicino di casa e, arrivato in Canada, si comprò un’altra chitarra, della quale però restò molto deluso.

Anni dopo, come un fulmine a ciel sereno, un messaggio apparve nella sua casella di posta: era qualcuno che affermava di avere proprio quella chitarra comprata a Reading. Il messaggio diceva: 'Ehi, ho la tua chitarra del 1970. La vuoi indietro?'", ma dopo la risposta affermativa del musicista, nessuno più si fece sentire. Passò un decennio prima che si verificasse un vero e proprio colpo di scena. In una discoteca di Berlino, un uomo avvicinò Adams all'improvviso e gli disse: 'Bryan, ho la tua chitarra. Quella della tua infanzia.'" A quanto pare, quell'uomo era un amico del mittente originale dell'email, purtroppo morto in un incidente aereo. Prima di morire, forse per una premonizione, aveva affidato la chitarra all'amico con una richiesta: "se non potrò farlo io, restituiscila a Bryan Adams". E così, l'amico fece.

 


 

 

Blackswan, lunedì 09/03/2026