mercoledì 5 maggio 2021

MACACO - EL MONO EN EL OJO DEL TIGRE (Edel Music, 1999)

 


Caos, casino totale, miscuglio: in una parola Patchanka. Che è un genere non genere, un ibrido musicale che ha come padre putativo e fonte d’ispirazione il leggendario album dei Clash, Sandinista (1980), e che raggruma, nelle sue svariate espressioni, correnti musicali anche diversissime tra loro, il cui elenco potrebbe condurre il lettore allo sfinimento: rock, punk, reggae, ska, musica latina, funky, salsa, rap, calypso, e chiudiamo qui per non appesantire troppo la pagina.

Il termine fu coniato dal gruppo francese dei Mano Negra, che lo utilizzarono come titolo del loro album d’esordio, datato 1988. La band, capitanata da Manu Chao, raggiunse il picco di maggior successo nel 1991, con King Of Bongo, e si sciolse, poi, nel 1994, aprendo le porte alla carriera solista del suo frontman, che portò la patchanka sul tetto del mondo, con il clamoroso successo di Clandestino, album datato 1998, che vendette milioni di copie in tutto il mondo.

L’avventura dei Mano Negra non fu un episodio a se stante, ma trovò moltissimi estimatori, contribuendo anche alla nascita di alcune band pronte a cavalcare l’ombra lunga di questo nuovo, suggestivo genere. Lo straordinario ibrido franco-algerino dei coevi Les Negresses Vertes, quello franco spagnolo dei Sergent Garcia, l’adrenalinica miscela di musica tzigana e punk dei Gogol Bordello, gli italianissimi Modena City Ramblers e, per finire il breve elenco, i catalani Macaco, sono alcuni dei nomi più interessanti che hanno abbracciato le coordinate del movimento.

Fondati nel 1997 dal cantante Dani Carbonell "El Mono Loco", i Macaco hanno rappresentato (e rappresentano) la quintessenza di quel caos musicale definito patchanka: membri della band originari di svariate parti del mondo, canzoni in cui la tradizione mediterranea viene imbastardita da inusitati connubi con reggae, dub step, rock, funky, blues, punk e musica elettronica, liriche declinate in lingue diverse, dallo spagnolo al catalano, dal francese all’inglese e financo in italiano.

Se è vero che la band è ancora in attività e continua a rilasciare dischi, è altrettanto vero che il momento di maggior successo è relegato alla fine degli anni ’90, con l’uscita di El Mono En El Ojo Del Tigre, album trainato da due singoli di successo, quali Tio Pedrito e Gacho El Peleon.

Un disco che è l’istantanea di una band ricca di talento e ispiratissima, il cui retroterra apolide e politicamente barricadero sfornava canzoni sempre in bilico fra impegno e pura energia, istintivamente concepite per la pista da ballo ma non prive di una struttura musicale ragionata e carica di suggestioni.

Se Manu Chao, per citare il padre del genere e l’artista che proprio in quei giorni viveva il suo maggior periodo di gloria, imbastiva canzoni con velleità rivoluzionare e l’occhio ben puntato sul mainstream, i catalani Macaco, pur senza sconfessare posizioni politiche apertamente di sinistra, giocavano maggiormente sull’immagine di cazzari festaioli e tossici, rimestando nello sporco grazie a suoni molto meno levigati.

Il risultato è un disco che riesce ad aggirare le coordinate buoniste alla Manu Chao, per esaltare invece una certa propensione al maledettismo più contiguo al punk che al pop. L’odore di canna si respira per tutta la scaletta, così come una certa sguaiata irriverenza (il singolo bomba Tio Pedrito e quel “Cabron!” urlato sfacciatamente) e la sensazione di trovarsi gomito a gomito con l’umanità colorata, cruda e, talvolta deviata, che abita la zona portuale di Barcellona, così come quella di altre mille città di mare.

Tante belle canzoni in scaletta, che è difficile ascoltare, rimanendo col sedere incollato al divano. Dal funky scalpitante di Lliamando a La Tierra alle suggestioni mediorientali di Brujo Cabicho, dalla salsa tossica di La Rebellion al reggae fumatissimo e sensuale di La Raiz, per non parlare poi dei due singoli già citati, veri e propri riempipista in salsa latina, El Mono En El Ojo Del Tigre funziona alla grande per tutta l’ora di durata, plasmando, con azzeccati inserti di elettronica, un ibrido musicale ricco di spezie e profumi che eccitano i sensi e spingono verso la voluttà del ballo. La restante carriera sarà punteggiata da altri buoni dischi (Rumbo Submarino del 2002), ma nessuno che si sia mai avvicinato alla miscela esplosiva di questo straordinario album con cui i Macaco salutano il vecchio millennio. Che è decisamente meglio di qualunque altra cosa abbia partorito Manu Chao, dopo lo scioglimento dei Mano Negra. Da riscoprire.

 


 

Blackswan, mercoledì 05/05/2021

martedì 4 maggio 2021

BRIAN PANOWICH - HARD CASH VALLEY (NN Editore, 2021)

 


Il passato del detective Dane Kirby è popolato di fantasmi: ha perso moglie e figlia in un incidente che non riesce a perdonarsi, e a distanza di anni fatica a rimettersi in sesto. Quando l’Fbi inizia a indagare sulla morte di Arnie Blackwell, un criminale con il vizio del gioco bru­talmente assassinato in Florida, Dane viene chiamato ad affiancare l’agente Roselita Velasquez, che non sembra gra­dire l’intrusione del nuovo collega. Ep­pure Dane è l’uomo chiave per il caso: tutti gli indizi portano a un grande com­battimento di galli organizzato a Hard Cash Valley, in Georgia del Nord, e solo lui, con l’aiuto degli amici di sempre, sa aggirare le tacite norme che regola­no i territori di Bull Mountain. Quando al delitto si aggiunge la scomparsa di William, il fratellino di Arnie, affetto dalla sindrome di Asperger, Dane e Roselita iniziano un’impietosa caccia all’uomo, tra agenti corrotti e killer senza scrupoli.

Alla stessa stregua dei due romanzi precedenti di Brian Panowich, Bull Mountain e Come Leoni, anche Hard Cash Valley è ambientato nei luoghi cari al suo autore, quella zona montagnosa della Georgia, cioè, in cui il tempo sembra essersi fermato agli anni ‘50, e in cui sono la natura selvaggia e la violenza dei fuorilegge a dettare le regole di una comunità chiusa e reazionaria, i cui unici svaghi sono la caccia e una bevuta al pub. In gioco, questa volta, però, non c’è il traffico di droga e la lotta per il potere nella contea di Bull Mountain, ma qualcosa di estremamente pericoloso: un efferato delitto, un bambino scomparso, due filippini spietati e in cerca di vendetta, un feroce killer che miete vittime nell’ombra, una fattoria gestita da loschi individui, in cui si allevano e si fanno combattere i galli.

Protagonista del romanzo, questa volta, è Dane Kirby, ex vigile del fuoco, ora membro del GBI, che viene affiancato a un agente dell’FBI per coadiuvarlo nella risoluzione del caso. Kirby è il classico personaggio di Panowich, un uomo semplice e di gran cuore, profondamente legato alla sua terra e benvoluto da tutti, ma che ha alle spalle una tragedia immensa che non riesce a superare. Un uomo con uno spiccato senso della giustizia e dell’etica, pronto ad assumersi anche responsabilità non sue, ma incapace di perdonarsi e di convivere con i fantasmi del proprio passato.

Se non sempre è centrato l’approfondimento psicologico del protagonista (l’eccesso del melodramma e qualche picco di retorica appesantiscono la figura di Kirby), Panowich, per converso, è decisamente abile nel gestire ritmo e colpi di scena. La narrazione, quindi, risulta assai fluida, i dialoghi semplici ma non banali, il thriller ben congegnato e palpitante, l’ambientazione, come sempre, perfettamente centrata.

Forse il meno bello dei tre romanzi finora pubblicati, ma comunque una lettura che non dispiacerà agli amanti del genere.

 

Blackswan, martedì 04/05/2021

lunedì 3 maggio 2021

THE NEEDLE AND THE DAMAGE DONE - NEIL YOUNG (Reprise, 1972)

 


Andai a vedere molti grandi musicisti prima che diventassero famosi... sapete, quando ancora non erano nessuno. Cinque o sei concerti a serata... e ascoltai anche un sacco di grandi musicisti che nessuno avrebbe mai più ascoltato… la cosa più strana è che, quelli veramente bravi, non li ascolterete mai... per colpa dell'eroina. E continua a succedere ancora e ancora. Poi successe a qualcuno che tutti conoscevano. Così ho scritto una piccola canzone in proposito.”

Con queste parole, Neil Young introduce una delle migliori versioni di sempre di The Needle And The Damage Done, suonata alla Massey Hall di Toronto la sera del 19 gennaio del 1971 (il concerto verrà pubblicato integralmente e ufficialmente solo nel 2007). Parole che anticipano il contenuto di questa splendida ballata acustica e che coagulano in due minuti lo sconcerto e il dolore di Young nel vedere tanti cari amici persi nel tunnel della dipendenza da droghe.

La canzone, che assume una valenza universale, era stata scritta per l’amico Danny Whitten, chitarrista e membro fondatore dei Crazy Horse, passato alla storia anche per essere l’autore di I Don’t Want To Talk About It, canzone che divenne un clamoroso successo commerciale nella reinterpretazione fatta nel 1975 da Rod Steward.

Neil e Danny erano legati da una profonda amicizia, tanto che il cantautore canadese considerava il chitarrista alla stregua di un fratello minore. Un legame umano saldissimo, che aveva trovato anche uno sbocco artistico nella collaborazione con i Crazy Horse, a cui il suono della chitarra di Whitten aveva dato uno straordinario imprinting elettrico. Neil non si dava pace, vedeva l’amico sprofondare nelle sabbie mobili dell’eroina, perdersi in momenti di totale apatia, far fatica addirittura a tenere in mano lo strumento e suonare. The Needle And The Damage Done fu, dunque, concepita come un’amara riflessione sui giovani e l’abuso di eroina, vera e propria arma di distruzione di massa, una preghiera disperata per un amico che si stava perdendo, un triste lamento che parlava dell’inesorabile discesa nell’abisso dell’autodistruzione.

Le liriche, in tal senso, sono chiarissime. L’ago e il danno fatto, recita, infatti, il titolo della canzone, che si sofferma, poi, sull’esperienza personale nei versi I hit the city and I lost my band / I watched the needle take another man / Gone, gone, the damage done (Sono andato in città e ho perso la mia band / Ho visto l'ago prendersi un altro uomo / andato, perso, il danno è fatto) e apre alla riflessione universale nella chiosa I've seen the needle and the damage done A little part of it in everyone But every junkie's like a settin' sun (Ho visto l'ago e il danno fatto, un po' di questo è in ognuno di noi, ma ogni tossico è come un sole che tramonta).

Il 17 novembre del 1972, Neil Young prende una decisione difficile ma inevitabile, una decisione con cui si trovò poi a convivere tutta la vita. Dal momento che Danny Whitten non era più nello stato psicofisico di sostenere i ritmi della turnée e di suonare decentemente, Young lo mise su un aereo e lo rimandò a casa, dandogli 50 dollari in contanti per potersi comprare del cibo. Whitten spese quella somma per acquistare una dose di eroina. Quella fatale. Il 18 novembre del 1972 morì per overdose.

The Needle And The Damage Done, una dei primi brani in assoluto a trattare l’effetto esiziale dell’eroina sui giovani, venne pubblicata originariamente sul leggendario Harvest (1972). Il brano, però, non venne suonato in studio e la versione che compare sul disco è quella registrata dal vivo nel corso di un'esibizione all'UCLA Royce Hall di Los Angeles nel 1971.

La morte dell’amico e poi quella di Bruce Berry, roadie dei CSN&Y (anch’esso morto per overdose) spinsero Young in uno stato di forte depressione e prostrazione, che sfociò, successivamente, in quella che venne chiamata “la trilogia del dolore”: Time Fades Away, On The Beach e Tonight’s The Night.

 


 

 

Blackswan, lunedì 03/05/2021

venerdì 30 aprile 2021

PREVIEW

 


Dopo quasi sette anni, la leggendaria rock band COUNTING CROWS, nominata ai Grammy e agli Oscar, annuncia il nuovo attesissimo progetto, BUTTER MIRACLE, SUITE ONE. Prodotto da Brian Deck, la suite - della durata di diciannove minuti e composta da quattro tracce - uscirà il 21 maggio tramite BMG.

Ad accompagnare l'annuncio, la band pubblica oggi il primo singolo, "Elevator Boots". Scritto dal cantante Adam Duritz, la traccia racconta di un giovane musicista di una band che trascorre la sua vita viaggiando in diverse città e incontrando diversi amori. Il brano incarna ciò che si può provare quando ci si dedica completamente a una passione, il cui rovescio della medaglia può farti però sentire vuoto dentro.

I COUNTING CROWS hanno incantato gli ascoltatori di tutto il mondo per più di due decenni con la loro intensa interpretazione del rock & roll piena di sentimento. La band è esplosa sulla scena musicale nel 1993 con l'album di successo multi-platino, August and Everything After.
In seguito ha pubblicato sette album in studio, vendendo più di 20 milioni di dischi in tutto il mondo, ed è considerata come uno dei più famosi gruppi di musica rock live. Nel 2004, i Counting Crows hanno conquistato il primo posto nelle classifiche con "Accidently in Love", colonna sonora del film d'animazione Shrek 2.
Il successo immediato del brano è valso loro una nomination agli Oscar come "Best Original Song" nel 2005, una nomination ai Golden Globe come "Best Original Song" e una nomination ai Grammy Awards come "Best Song Written for a Motion Picture, Television or Other Visual Media".
Negli ultimi 30 anni, la magistrale scrittura di canzoni del frontman Adam Duritz ha portato la band al numero 8 nella classifica 2021 di Billboard Magazine "Greatest Of All Time: Adult Alternative 25th Anniversary Chart".

 


 

 

Blackswan, venerdì 30/04/2021 

giovedì 29 aprile 2021

PREVIEW

 


Conor O'Brien è orgoglioso di annunciare Fever Dreams, il quinto album dei Villagers in uscita il 20 agosto su Domino. Ultimamente la ricerca di evasione si fa sentire sempre di più e Fever Dreams la persegue fino ad ottenere un effetto ipnotizzante. É come per iI migliori dischi, diventa un mezzo di trasporto; ti raccoglie in un punto e ti lascia da tutt’altra parte.
 
Scritto nel corso di due anni, la maggior parte delle canzoni sono state registrate in studio con la band al completo tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. Durante i lunghi e lenti giorni della pandemia, O’Brien ha rifinito le canzoni nel suo piccolo studio casalingo a Dublino ed in seguito l’album è stato mixato da David Wrench (Frank Ocean, The xx, FKA Twigs).

 


 

Blackswan, giovedì 29/04/2021

mercoledì 28 aprile 2021

'68 - GIVE ONE TAKE ONE (Cooking Vinyl, 2021)

 


Rumoroso, cattivo, urgente: tre aggettivi che si adattano molto bene all’assalto sonoro apparecchiato dai ’68. Sono passati solo sei mesi da quando il duo originario di Atlanta ha pubblicato il suo ultimo lavoro - l'EP Love Is Ain't Dead - ma si vede che i due bad boys avevano materiale a sufficienza per misurarsi anche sulla lunga distanza. Con Give One Take One, l’impatto ruvido e immediato, la forza stridente, i riff grunge e punk affilati con la lama del delta blues e le voci rabbiose, tutte, queste, caratteristiche peculiari della band, raggiungono un livello, come mai prima, coeso e al contempo diversificato.

Ogni canzone di Give One Take One, infatti, scatena un'esperienza sonora diversa, ma quegli elementi fondamentali appena elencati e sempre presenti, blindano ogni brano in un’armatura temprata dai riff urticanti delle chitarre di Scogin e dalla furia selvaggia di un’implacabile batteria. Così, dall'introduzione cruda e blues di The Knife, The Knife, The Knife fino alla chiosa straniante e drammatica di The Storm, The Storm, The Storm, la potenza del groove risucchia l’ascolto in una spirale noise magmatica e caotica.

La coesione del duo è calibrata e perfettamente in sincrono. La voce di Josh Scogin (autore di tutte le canzoni in scaletta) è contemporaneamente sfrenata e controllata, a tratti volutamente stonata, figlia di un’anarchia apparentemente folle ma in realtà plasmata e instradata su un percorso sonoro ben delineato. Un timbro che può essere alternativamente apatico, cool, o carico di maniacale elettricità, che forgia ogni nota, cantata o gridata, con straordinaria consapevolezza. La gamma stilistica che prende forma con l’urlo selvaggio che apre il disco, riesce così ad adattarsi perfettamente tanto alla melodia sfilacciata di Life and Debt che alla ferocia hardcore di Lovers in Death.

Dal canto suo, Nikko Yamada plasma il suo drumming, sposandolo con naturalezza al songwriting schizzoide e alla performance vocale di Scogin, e sfodera un’incredibile varietà di groove, a seconda del mood che si trova a interpretare. Stupisce, quindi, veder convivere la forsennata velocità di Bad Bite con la forza calibrata di Nickels and Diamonds (qualcuno ha detto Stooges?), che risponde con vigore al richiamo della chitarra surf rock di Scogin. Non solo. In The Silence, The Silence, The Silence, Yamada s’inventa anche un ritmo sincopato, mentre nel deragliare sonico di What You Starve e Nervous Passenger sfodera un’incredibile autorevolezza ritmica, tenendo la mano ferma quando tutto intorno a lui brucia in un ferale divampare di fiamme.

Non c’è alcuna posa o forzatura, nelle dieci canzoni di Give One Take One: la cattiveria e la sporcizia funzionano solo perché questi due ragazzacci possiedono un approccio destabilizzante ma sincero, hanno idee radicate (e radicali) e un'identità solida come la roccia. Fatevi risucchiare, allora dalle acque limacciose di questo vorticoso gorgo di rumore: alla fine, vi girerà un po' la testa, ma il divertimento sarà assicurato.

Voto: 7,5

 


 

Blackswan, mercoledì 28/04/2021

martedì 27 aprile 2021

KAYLEIGH - MARILLION (Emi, 1985)

 


La canzone più famosa dei Marillion, un brano che ha venduto milioni di copie e ha scalato le chart inglesi e di mezzo mondo, Stati Uniti compresi, nasce, strano a dirsi, da un dilacerante senso di colpa e da un pentimento tardivo. Kayleigh venne, infatti, scritta da Fish, cantante e paroliere della band inglese, come un tentativo per scusarsi per alcune relazioni sentimentali del suo passato fatte naufragare per incuria ed egoismo. Erano anni in cui Fish aveva solo un obiettivo in testa: sfondare come musicista. Di tutto il resto, non gli importava nulla, e le donne con cui stava erano più una sorta di corollario alla propria scalata al successo che partner di relazioni profonde e stabili, a cui dedicare tempo e devozione.

Kayleigh è, quindi, una canzone dedicata a tutte le donne che Fish ha trascurato, a tutte quelle relazioni che sarebbero potute essere importanti e che invece sono finite, perché prima venivano i Marillion, la musica, i tour e, il cantante non ne ha mai fatto mistero, la bottiglia. La canzone è dedicata soprattutto a Kay, una ragazza con cui Fish aveva rotto in modo brusco, ma di cui sentiva ancora nostalgia. Il brano, inizialmente, doveva intitolarsi semplicemente Kay. Poi, per motivi di opportunità, Kay Lee, aggiungendo al primo anche il secondo nome della ragazza. Tuttavia, visto che il riferimento sarebbe stato troppo esplicito, il titolo si trasformò in Kayleigh, nome di fantasia che, dopo l’uscita del singolo divenne straordinariamente popolare in Inghilterra, tanto che molti genitori chiamarono così i propri figli femmina appena nati.

Un vero e proprio fenomeno di massa che, nel 2011, spinse Harry Wallop, giornalista del Daily Telegraph a scrivere un lungo articolo sull’eredità sociale lasciata dalla canzone. Dallo studio fatto, emerse che alcuni nomi, prima mai usati o usati solo raramente in Inghilterra, grazie alla musica rock erano diventati diffusissimi. Il più diffuso era proprio Kayleigh, che grazie alla hit dei Marillion, divenne il trentesimo nome più popolare della Gran Bretagna. Non solo. La cosa davvero bizzarra è che dal nome Kayleigh ne derivarono altri che ne erano una storpiatura: Wallop, infatti, contò ben 101 Demi-Leigh, sette Chelsea-Leigh e quattro chiamate Lilleigh.

Il brano compare nel terzo album in studio dei Marillion, Misplaced Childhood, che è anche il vertice discografico della prima parte di carriera della band inglese. Uno straordinario disco di progressive pennellato di pop e dal suono settantiano, che ha il tema dell’infanzia come filo conduttore, che sfoggia una progressione irresistibile di canzoni (Kayleight, Lavander e Heart Of Lothian), che fotografa lo stato di grazia di una band definita come “i nuovi Genesis”, e che regala a Fish e soci un successo di vendite sbalorditivo.

Merito di una canzone di scuse, pervasa dall'amarezza e dal pentimento di Fish per aver maltrattato Kay, una ragazza la cui unica colpa era quella di essersi innamorata di un uomo cinico e ambizioso: “Kayleigh, I just want to say I'm sorry, But, Kayleigh, I'm too scared to pick up the phone, To hear you've found another lover, To patch up our broken home, Kayleigh, I'm still trying to write that love song”.

Kay è morta il 24 ottobre del 2012. E se è certo che il suo nome vivrà in eterno, viene da chiedersi se abbia mai trovato quell'amore e quella felicità che la brama di successo le ha portato via.

 


 

 

 Blackswan, martedì 27/04/2021

lunedì 26 aprile 2021

GRETA VAN FLEET - THE BATTLE AT GARDEN'S GATE (Republic Records, 2021)

 


Ci sono pochi gruppi o artisti al mondo tanto divisivi come i Greta Van Fleet, una band che crea opposti e bellicosi schieramenti e che innesca infinite e fratricide discussioni, non solo sulla qualità artistica della band americana, ma anche, più in generale, sullo stato del rock ai giorni nostri. La cosa strana, almeno per chi scrive, è che i Greta Van Fleet non siano invisi solo a chi questo genere non lo mastica (e questo è comprensibile) e mai lo masticherà, ma anche e soprattutto a quei tanti appassionati che dovrebbero fare i salti di gioia per l’esistenza della band. Sembra quasi, infatti, che proporre del classic rock nel 2021 (cosa che, peraltro, fanno, meno bene, centinaia di altri gruppi) venga considerato alla stregua del reato di lesa maestà, come se quella straordinaria epoca a cavallo fra la fine degli anni ’60 e la prima metà dei ’70 fosse una sorta di riserva aperta solo a vecchi rockettari di comprovato pedegree, e non, invece, a giovani ventenni, vogliosi di imbracciare la chitarra elettrica e fare un po' di casino. E tutto ciò, francamente, mi pare incomprensibile.

Perché, cari lettori, il rock non è morto, ma, anzi, proprio grazie a band come i Greta Van Fleet, gode di ottima salute. Il rock, in realtà, ha solo ribaltato la sua primigenia prospettiva: se un tempo era un grido di rivolta contro la famiglia, le istituzioni e una vita irreggimentata e abitudinaria, oggi è diventato un collante intergenerazionale, che unisce i giovani di allora e quelli di oggi in una battaglia impari contro le schiere ululanti del reggaeton e della trap. Se un tempo il rock era il carburante nobile che smuoveva la gioventù verso un futuro di lotte, di conquiste e di affermazione di valori anticonformisti, oggi rappresenta la tradizione, la qualità dell’artigianato, un pampleth di valori superati ma ancora indispensabili, la resistenza a una società che sta cambiando troppo velocemente, portandoci via il mondo che conoscevamo.

Cos’hanno fatto di male, allora, i Greta Van Fleet, che rappresentano l’iconografia tradizionale di quel mondo, rinfrescata peraltro da un’esuberante giovinezza? Sono troppo famosi per essere poco più che imberbi? Si sono permessi di violare le regole di quella casta di vecchi scoreggioni che: ”oggi non si fa più musica come negli anni ‘70”? Può darsi. Anche se, leggendo in giro, la maggior colpa che viene attribuita a questi quattro ragazzi americani è di essere derivativi, troppo derivativi. Un’obiezione che, a mio avviso, suona un po' pigra e un filo capziosa. Perché a voler forzare un po' la mano, si potrebbe dire che se non vi piace un disco che suona derivativo, è perché non avete più ascoltato nulla dall’anno domini 1969, o giù di lì. Siamo sinceri: non esiste al mondo un solo gruppo o un artista che non sia derivativo. Certo, alcuni lo sono clamorosamente, mentre altri, abili a forgiare un suono o uno stile, decisamente meno. Perché allora prendersela con i Greta Van Fleet? Perchéi loro detrattori, sono gli stessi che sbrodolano sulla discografia, che so, dei Black Crowes, e si eccitano come facoceri in calore ascoltando Shake Your Money Maker, facendo finta che i fratelli Robinson non abbiano, con straordinaria abilità, saccheggiato il songbook di Rolling Stones e Led Zeppelin, che peraltro sono state due tra le band più derivative della storia?

Fatta questa premessa e esaurito il pistolotto non richiesto, non resta che spendere due parole, siamo qui per questo, su The Battle At Garden’s Gate, secondo disco in studio dei Greta Van Fleet. Che, sono consapevole con questa affermazione di attirarmi un considerevole quantitativo di strali, è un disco della Madonna, di quelli che fai fatica a levare dal lettore. Queste dodici canzoni sono, infatti, intrinsecamente belle, sono suonate benissimo e arrangiate meglio, e non ammetterlo, a mio modesto parere, è semplicemente fare dell’ostruzionismo preconcetto.

La freccia più acuminata nella faretra dei Greta Van Fleet resta, però, la capacità di costruire un contesto musicale antico con una freschezza e una consapevolezza disarmanti. Un immaginario vitale, colorato e pulsante, che trova il suo filo conduttore in una narrazione carica di epos e che, certo, paga debito a quegli anni d’oro che tutti conosciamo, senza però perdersi in un muffito copia incolla. Tanto che l’affermazione: suonano come i Led Zeppelin, che può essere valida per un paio di brani, non di più, risulta alquanto deboluccia. I Greta Van Fleet, in realtà, hanno creato uno stile ben preciso e, soprattutto, hanno saputo rimodulare quell’esuberanza creativa che spingeva i grandi musicisti del passato a comporre quelli che oggi chiamiamo classici.

Mettete, allora, il disco sul piatto, chiudete gli occhi e fatevi travolgere dall’iniziale Heat Above: non solo una canzone, ma un grido liberatorio, una festosa affermazione d’identità, un vibrante hic et nunc che rinfocola una fiamma che forse si era affievolita, ma mai realmente spenta. Questi sono i Greta Van Fleet e questo è il loro suono: lo è nel vorticoso turbinio hippie di My Way, Soon, negli snodi progressive della cupa Age Of Machine, nell’epica travolgente di Built By Nations (questa, si, zeppeliniana al midollo), nella teatralità melodrammatica di Barbarians e negli umori gonfi di romanticismo della languida Broken Bells, una ballata tanto bella da togliere il fiato.

The Battle At Garden’s Gate non è un disco perfetto, qualche sforbiciata nel minutaggio e qualche smussatura d’enfasi avrebbero giovato alla resa complessiva della scaletta; e se Josh Kiszka sapesse modulare meglio quella voce così acuta, talvolta quasi stridula, ma anche così fortemente caratterizzante il suono della band, alcuni passaggi ne guadagnerebbero in sobrietà. Ma sono davvero piccoli difetti, retaggio della poca esperienza e della giovane età. Quel che conta davvero è poter contare, oggi, su una band che ha le idee chiare, è consapevole dei propri mezzi e sa dedicarsi alle proprie canzoni con quella passione e intensità che costituiscono il cuore pulsante del genere. Scrollatevi di dosso i preconcetti, date una chance a questi ragazzi e ascoltate il disco: il futuro del rock passa (anche) da qui.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, lunedì 26/04/2021

venerdì 23 aprile 2021

PREVIEW

 


Liz Phair è lieta di annunciare i dettagli dell’attesissimo album Soberish, il primo nuovo lavoro in 11 anni. Prodotto dal collaboratore di lunga data Brad Wood, che ha diretto la produzione di album come Exile In Guyville, Whip-Smart e WhiteChoclatespaceegg che hanno definito un’intera generazione, Soberish verrà pubblicato il 4 giugno su Chrysalis Records.
 
Spanish Doors”, brano a cui viene affidata l’apertura dell’album, è ora disponibile. “Parla del punto di rottura di quella che era fino a poco prima una vita meravigliosa, quando tutto quello su cui contavi si sgretola”, racconta l’artista. “Ho preso ispirazione da un’amica che stava affrontando il divorzio, ma quello che descrivo mi rappresenta. So cosa significhi nascondersi in bagno mentre tutti si divertono ma il tuo mondo sta cadendo a pezzi. Ti guardi allo specchio e ti chiedi chi sei, mentre mille dubbi ti attraversano la mente. Fino a pochi minuti prima eri una persona completa, fiduciosa, e adesso ti chiedi se riuscirai mai a rivivere quella magia”. Queste emozioni contrastanti, accompagnate da voce e melodia, ci riportano alla mente una verità universale: le brutte notizie hanno un pessimo tempismo.

A quasi 30 anni dalla pubblicazione del suo album d’esordio, Exile in Guyville (che nel 2020 si è guadagnato un posto tra i 500 migliori album di sempre su Rolling Stone), Liz ritorna con un nuovo lavoro che sarà in grado di affascinare i suoi fan più affezionati e allo stesso tempo di conquistare quel nuovo pubblico giovane e intelligente i cui idoli contemporanei hanno deciso di intraprendere i loro percorsi artistici proprio perché ispirati da lei.
 
Pilastro dell’indie rock negli anni ’90, nel 2003 ha pubblicato per Capitol Records un album dalle tinte pop che, sebbene le sia costato delle critiche, ha conquistato un pubblico più ampio e giovane, anche grazie alla presenza di hit come “Why Can’t I” ed “Extraordinary”, poi diventate parte delle colonne sonore di film e serie TV. Liz Phair ha ottenuto ben due nomination ai Grammy Awards e scritto un’autobiografia, Horror Stories, pubblicata nel 2019 e molto acclamata dalla critica. Ci troviamo davanti a una chitarrista che è riuscita a trovare la sua voce e creare le sue personali strutture, una pioniera del femminismo, un’artista in grado di comporre anche per la TV e il cinema, un’artista visiva e una cantautrice brutalmente onesta e sincera.
 
Soberish è un ritratto della Liz Phair dei nostri giorni, che è riuscita a cogliere tutte le sfumature del suo passato artistico e sintetizzarle in questo nuovo splendido lavoro dal sound fresco ma allo stesso tempo familiare, pronto a sfidare l’ascoltatore al primo ascolto e a sedurlo durante i successivi. 




Blackswan, venerdì 23/04/2021

giovedì 22 aprile 2021

LAYLA ZOE - NOWHERE LEFT TO GO (Layla Zoe Music, 2021)

 


Giunta al suo quindicesimo album, la pluripremiata singer songwriter canadese Layla Zoe sforna, per l’ennesima volta, un filotto di canzoni appassionate e vibranti, concepite durante il 2020, annus horribilis, che ha lasciato strascichi indelebili nella storia dell’umanità. Un periodo complicato per chiunque, che la cantante ha messo tuttavia a buon frutto per scrivere, registrare e pubblicare questo Nowhere Left To Go, un album bellissimo, che mette in mostra le sue incredibili capacità vocali e la sua elevata qualità di scrittura.

Questa volta, però, si è autoprodotta e ha anche chiamato amici di talento da tutto il mondo (come Jackie Venson, Alastair Greene, Bob Fridema, Suie Vinnick, Guy Smeets, Brandi Disterheft e Dimitri Lebel) che hanno contribuito a dire vita e nerbo a dieci brani in cui blues, rock, folk e gospel vengono plasmati dalla voce potente e poliedrica della Zoe. Un disco che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la caratura di un’artista che ha iniziato a masticare musica fin dai quindici anni, che ha condiviso il palco con molti degli artisti più iconici del blues, tra cui John Mayall, Coco Montoya e Walter "Wolfman" Washington, e che ha anche vinto un European Blues Award come miglior cantante nel 2016.

Nowhere Left To Go è stato registrato, lo scorso anno, da remoto, nel rispetto del protocollo pandemico, anche se in realtà è quasi impossibile rendersene conto, dal momento che le dieci canzoni in scaletta suonano davvero coese e sono attraversate da una vibrante sensazione di calore, che si percepisce fin dall’apertura con sfumature gospel di Pray, scritta in collaborazione con Jackie Venson. Una canzone dai toni spirituali, carica di pathos, costruita attorno alla voce ispirata e profonda di Layla e a un intenso drive di pianoforte. Un modo coraggioso e atipico per iniziare un album, che Zoe usa per mostrare immediatamente agli ascoltatori, senza artifici e lusinghe, di che pasta è fatta.

Con la successiva title track, Nowhere Left To Go, Zoe mostra un volto completamente diverso: è una mid tempo blues/rock carico di impeto e grinta, il timbro si fa ruvido, travolgente, carico di energia. Una voce straordinaria, quella della Zoe, capace di cambiare continuamente registro, duttile e sfaccettata, vero tessuto connettivo che fa da collante al disco e ipnotizza l’ascoltatore, portandolo ovunque.  Anche fra le braccia funky rock di Don't Wanna Help Anyone, che fonde mirabilmente, in quasi cinque minuti di durata, Hendrix e Led Zeppelin, spingendo la tensione al parossismo, e plasmando, nuovamente, sonorità rock possenti, con la maestria di un’autentica fuoriclasse.

Con quella voce, la Zoe può fare veramente tutto, e in questi scintillanti quarantasei minuti ne dà prova, oscillando tra energiche e vibranti bordate, a momenti più raccolti e intimi. This Love Will Last, ad esempio, è un divertito R&B vecchia scuola, con la cantante canadese che tira fuori dal cilindro un’interpretazione ammiccante e sorniona, Susan è, invece, un blues pianistico spolverato dall’hammond, con la Zoe che morde e accarezza con grande trasporto, Lies, contrabbasso e voce, apre a fumose atmosfere jazzate, mentre Might Need To Fly una ballata dolcemente soul capace di commuovere alle lacrime.

Il finale è lasciato a Dear Mom, ballata in bilico fra folk e soul, e tenero omaggio di Layla alla propria madre. Morbida chiusura di un disco denso di pathos e ricco di colori, in cui ogni singolo nota vibra, ardente, nella luce accecante di un talento vocale unico. Inutile sprecare paragoni, come molti fanno, riesumando il fantasma di Janis Joplin. Layla Zoe è Layla Zoe: una delle voce più bollenti e ispirate del circuito roots.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, giovedì 22/04/2021