giovedì 5 marzo 2026

Lucinda Williams - World's Gone Wrong (Highway 20 Records, 2026)

 


Che questo mondo faccia letteralmente schifo dovrebbe essere un dato di fatto immediatamente comprensibile. Le guerre, la pandemia, la sempre più marcata diseguaglianza sociale, i rigurgiti fascisti, il razzismo diffuso come un morbo, la leadership di molti paesi saldamente in mano ad autentici imbecilli. Eppure, se il mondo continua a fare schifo, è perché la maggioranza della gente, completamente anestetizzata dai social e dalla ricerca dell’effimero, non se ne accorge, o contribuisce, giuliva e inconsapevole, allo sfacelo, con un surplus d’odio e di violenza che non si vedeva da decenni.

Ben vengano allora artisti come Lucinda Williams, che a dispetto di una salute cagionevole, non vuole rassegnarsi al male, ma affronta con lucidità e indignazione, i problemi del mondo, con particolare attenzione agli Stati Uniti, decidendo di incidere un disco che abbia il coraggio di mettere il dito nella piaga e sviscerare con urgenza temi socio politici, cercando, se possibile, di infondere un po’ di speranza.

World's Gone Wrong, pur essendo un album molto arrabbiato, non è solo un invito alla protesta, ma suona semmai come un reportage corroborato da un indefettibile sprone alla resistenza, suonato con l’intento che il focus americano diventi universale, che l’hic et nunc della denuncia si scolli, almeno in parte, dal contesto temporale, per acquisire forza atemporale, valere oggi come fra dieci anni, un vademecum di indignazione, rabbia e consapevolezza, buono per ogni barricata o manifestazione del futuro.

L'album si apre con la title track, un brano che definisce immediatamente gli obbiettivi. Come dicevamo, il fatto che "tutti sappiano che il mondo è andato storto" non rende il punto meno degno di essere sottolineato. Sostenuta da un solido southern rock, Williams racconta di un uomo e di una donna, gente semplice che lavora duramente per sbarcare il lunario (“Lavorare lunghe ore è la maledizione del diavolo”). Essere sopraffatti è quasi inevitabile, ma non bisogna arrendersi, si deve combattere, si deve restare uniti. In soccorso dei due arriva Miles Davis, e una sua canzone da ballare abbracciati per dimenticare la paura e il dolore: “Lei lo stringe forte e sorride dolcemente, Dice tesoro, mettiamoci un po' di Miles, E balliamo a piedi nudi sulle piastrelle, E dimentichiamo i nostri problemi per un po'”. Un’immagine dolcissima, poche righe che descrivono un amore indistruttibile, ma che contengono anche una certa epica da working class, la stessa che punteggia grandi canzoni americane scritte da gente come Bruce Springsteen, Bob Seger o Bon Jovi, per citarne alcuni.

Lucinda fotografa la realtà, indica il problema, ma cerca anche soluzioni, ammicca alla speranza, cerca la forza nell’unione. Così, coinvolge guest star di grande valore (Brittney Spencer, Mavis Staples, Norah Jones) per trasformare il disco in un evento comunitario, cantato e suonato con l’intento di mobilitare.  

Scavare nella fragilità del mondo significa riconoscere e dare un nome a problemi specifici, che si tratti della lotta per arrivare a fine mese o del fallimento morale di un politico che ha venduto la sua anima. Questo riconoscimento crea l'opportunità di andare avanti, non in un isolamento rabbioso, ma come lotta e determinazione collettiva.

L'album si chiude proprio con questo sentimento: il duetto fra Lucinda Williams e Norah Jones (We've Come Too Far to Turn Around) ha qualcosa di spirituale, parla dei nostri fallimenti, dell'essere ingannati dal male o del trarne vantaggio, ma indica anche la rotta, spingendo verso un mondo più giusto, perchè di strada ne è stata fatta per combattere il diavolo e i suoi simulacri, e non si può più tornare indietro: “E siamo qui per testimoniare di questa mostruosa malattia, siamo arrivati troppo lontano per tornare indietro”.

Tra "The World's Gone Wrong" e "We've Come Too Far to Turn Around", la Williams affronta temi di attualità, punta il dito contro i conflitti che rendono la sua, la nostra società, un inferno, e lo fa, il più delle volte, attraverso un suono rock blues, ispido e poco accomodante, un suono che sia adatto alla frustrazione e all'energia possente della sua scrittura. Tuttavia, uno dei brani più emozionanti in scaletta proviene da background estraneo al suo stile abituale, ed è la reinterpretazione di "So Much Trouble in the World" di Bob Marley. La Williams aggiunge qualche elemento blues, ma mantiene un groove simile all’originale, dialogando con appassionato trasporto con Mavis Staples: la madrina dei diritti civili e la rocker indomita portano il padre del reggae a livelli stellari, lasciando nell’ascoltatore un’emozione che ha bisogno di molto tempo per sopirsi.

La Williams vede chiaro e parla con una chiarezza che non ammette fraintendimenti. Quando affronta il tema della religione nel blues oscuro e tormentato di "Punchline", chiama in causa i truffatori della fede, ma chiarisce che il danno che causano è aggravato dal bisogno delle persone di trovare una direzione: “La gente è arrabbiata, cerca risposte, Si chiede dove rivolgersi, Il male cresce come un cancro, Nessuno vuole scottarsi, Dio, voglio credere, Ma i bugiardi sussurrano nelle orecchie, Falsi dei e ingannatori, Giocando sulle nostre paure più profonde”. La fede è una necessità, ma la fede, in questi anni orribili, è anche pericolosissima, può fomentare l’odio, trasformarsi in razzismo e violenza.

Più determinata che mai, Lucida Williams affronta il cuore dei problemi, è incazzata, e si sente, ma non perde l’occasione di empatizzare con la gente comune, di insufflare la sua musica di coraggio e rigore etico, di aprire a orizzonti di speranza. La vita, negli ultimi anni, non è stata più facile per lei, così come la maggior parte di noi combatte, in modi diversi, la propria quotidiana battaglia per sopravvivere. E si fa male. E soffre per prospettive sempre più ridotte. Come noi, questa combattiva rocker è intrappolata nel fango di un’esistenza che non gira mai come vorremmo, un’esistenza bombardata da odio, dolore, violenza. Eppure, anche lei, come noi, è sempre pronta a risollevarsi, cantandoci che un mondo migliore è possibile. Occorre resistere e far fronte comune, tenendoci stretti in un abbraccio compassionevole e fraterno: l’ostinazione dell’amore, un giorno, finalmente, vincerà la partita.

Voto: 8

Genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, giovedì 05/03/2026

martedì 3 marzo 2026

MØL - Dreamcrush (Nuclear Blast Records, 2026)

 


Le presentazioni, per chi vive fuori dai circuiti metal, sono d’obbligo. I MØL sono una band danese originaria di Aarhus, formatasi nel 2013 e composta dal cantante Kim Song Sternkopf, dai chitarristi Nicolai Hansen e Sigurd Kehlet, dal bassista Holger Rumph-Frost e dal batterista Ken Klejs. Dopo un paio di EP, il gruppo ha pubblicato il suo esordio, Jord, nel 2018, dopo aver firmato un contratto con la Holy Roar Records. Nel 2021, il passaggio alla Nuclear Blast, con cui i danesi pubblicano il secondo album Diorama (2021) e oggi questo Dreamcrush nuovo di zecca.

Un disco che si colloca perfettamente in quel sottogenere del metal chiamato blackgaze: la tracklist è, infatti, un cocktail perfetto, che fonde black metal depressivo, post rock effervescente e l'emozionante stravaganza dello shoegaze.

Mentre la voce di Kim Song Sternkopf è spesso impostata su growl e screaming, e la batteria di Ken Lund Klejs mantiene una tiro pesante, il duo di chitarre composto da Sigurd Kehlet e Nicolai Busse incorpora una temperanza sempre crescente di riff celestiali. E, naturalmente, Holger Rumph Frost disegna linee di basso ronzanti, che plasmano il tutto.

Dreamcrush catapulta l’ascoltatore in un buco nero con vista sulla depressione, solo per afferrargli la mano all'ultimo secondo e trascinarlo di nuovo fuori verso un sole accecante. E’ luce e buio, magma terrigno e volatilità, estasi e sprofondo, disperazione e inaspettata leggerezza, ghigno sinistro e ascensione verso il sublime.

Come suggerisce il titolo, Dreamcrush esplora la psicosi dei sogni come tema predominante: un’indagine che potrebbe includere i nostri sogni inconsci, così come i nostri sogni ad occhi aperti. L'album cerca di svelare i modi in cui le aspettative spesso hanno la meglio su di noi, quando così tanti aspetti della traiettoria della vita non sono sotto il nostro controllo, e dobbiamo imparare a cavalcare l'onda, nel bene e nel male. In questo senso, l'album sembra una lettera d'amore al lasciarsi andare e arrendersi al momento presente, piuttosto che cadere preda di sogni che sono sempre irraggiungibili.

Immergendosi nel contesto lirico, il disco offre una prospettiva ampiamente pessimistica e uno sguardo introspettivo sulla razza umana, discernendo ciò che guida le motivazioni e i desideri delle persone.

I MØL gettano luce sull'onnipresenza dell'oscurità, della malattia, della tristezza e della distruzione che affliggono il nostro mondo, mentre si interrogano se i sogni possano offrire una parvenza di via di fuga.

I testi, le parti strumentali, l'intera atmosfera di questo album, giocano a tiro alla fune tra loro, lottando per trovare una ragione. I sogni non saranno sempre un sollievo positivo, ma in un modo o nell'altro, ci offrono un posto dove andare, lontano dalla parte oscura della vita, lontano dal piombare nel disordine. O forse no? Forse è meglio la cruda realtà, perché cullarsi nei sogni porta inevitabilmente al risveglio e ad aprire gli occhi sulla vera esistenza, con la conseguenza che le atmosfere trasognate, che hanno insufflato ottimismo e speranza nelle nostre menti, finiscono irrimediabilmente per schiantarsi sul quel granitico muro chiamato “male di vivere”.

In tal senso, Dreamcrush è un disco che gioca sull’alternanza degli opposti: le sezioni melodiche sono talmente lucenti da sembrare intagliate da cesello divino, conducono l’ascoltatore in un’altra dimensione, spingono in alto, verso un mondo carezzevole e cristallino, in cui l’ebbrezza e l’incanto giocano a nascondino con un filo di appagante malinconia; ma quando il black metal mostra il suo volto arcigno, nella voce aspra e disperata di Kim Song Sternkopf, nei riff di chitarra che strattonano, nelle improvvise accelerazioni del drumming, ecco, allora, che i sogni vengono cancellati con un crudele colpo di spugna della realtà.

Dreamcrush è un viaggio emotivo che sonda l’animo umano, che inganna l’ascoltatore attraverso un avventuroso processo di sublimazione, che lo strapazza, rendendolo vittima di aggressioni sonore, e cullandolo, al contempo, nell’alveo etereo di melodie angeliche.

"DREAM" ascende verso il cielo con emotività quasi (dream) pop, prime che l’urlo belluino di Sternkopf e un muro di chitarre riportino il brano in un fango primordiale che offusca la vista, la cascata elettrica che si rovescia su "Young" sembra preludere al più melodico shoegaze, ma uno screraming impazzito la riporta in caotico flusso di disperata tristezza, "Hud" rallenta l’impeto con una carezzevole e malinconica melodia pop, sfregiata però dall’aspro growl del vocalist, mentre la conclusiva "CRUSH" esplora addirittura territori emo che erano cari ai Dredg.

Undici brani in scaletta, e se ne vorrebbero molti di più, e tutti bellissimi. D’altra parte, il processo di realizzazione di questo album non ha seguito una tempistica convenzionale: invece di prevedere una o due settimane per la registrazione, i MØL hanno distribuito i loro tempi in studio su diversi mesi. Concedersi il tempo necessario per ogni canzone ha, quindi, dato loro la possibilità di sperimentarla fino a raggiungere il risultato desiderato: l’eccellenza. Un labor limae grazie al quale Dreamcrush conquista la palma del miglior disco metal di questa prima frazione di anno, proponendosi come un disco che perseguiterà gli amanti del genere per molto tempo, seducendoli verso reiterati ascolti, in un crescendo di autentica goduria.

Voto: 9

Genere: Blackgaze

 


 


Blackswan, Martedì 03/03/2026

lunedì 2 marzo 2026

How Deep is Your Love - Bee Gees (RSO, 1977)

 


"How Deep Is Your Love" fu un enorme successo negli Stati Uniti, e non solo. Negli States rimase al primo posto per tre settimane, e nella Top 10 per 17 settimane, un record per l'epoca. La canzone fu anche un enorme successo nella classifica Adult Contemporary, dove stazionò al primo posto per sei settimane, più di qualsiasi altra canzone dei Bee Gees. Fu disco di platino in Gran Bretagna e disco d’oro in Canada, Spagna, Francia e Italia. Quando Billboard, nel 2011, elencò le sue 100 migliori canzoni Adult Contemporary di tutti i tempi, "How Deep Is Your Love" arrivò al 13° posto. Questa fu la prima delle canzoni tratte dalla colonna sonora de La Febbre del Sabato Sera a raggiungere la vetta della classifica US Hot 100.

I Bee Gees la scrissero allo Château d'Hérouville in Francia, lo Honky Chateau dove Elton John registrò tre album nei primi anni '70. Quando arrivarono per registrare le canzoni per La Febbre del Sabato Sera, scoprirono che il luogo era in stato di totale abbandono: lo studio funzionava, ma l'esterno era un disastro. Questo diede loro la possibilità di concentrarsi solo sulla musica, viste le poche attrattive che li attendevano all’esterno.

All’interno dell’Honky Chateau, però, c'era una bellissima stanza con un pianoforte dove la canzone venne concepita. Lì aveva soggiornato Chopin, e il tastierista della band, Blue Weaver, trovò la giusta ispirazione per arrangiare il brano, ispirandosi al "Preludio in mi bemolle" del grande compositore polacco, una tonalità, quella, su cui Barry Gibb, mentre da una vetrata colorata entrava un raggio di sole, iniziò a cantare: “conosco i tuoi occhi nel sole del mattino”.  

Il brano sarebbe dovuto essere interpretato dalla cantante americana Yvonne Elliman, ma Robert Stigwood, produttore del film e della colonna sonora, pretese affinché i Bee Gees la eseguissero personalmente (la Elliman ha poi cantato "If I Can't Have You", sempre scritta dai Bee Gees). A convincerlo in questa scelta, fu la prima versione del brano che ne fecero i fratelli Gibb: sembrava, infatti, di ascoltare una sola voce, e invece erano due, quelle di Robin e Barry che cantavano all’unisono, in un abbraccio melodico che aveva del celestiale.

La pubblicazione del brano ebbe, successivamente, degli strascichi processuali.

Un cantautore e antiquario dell'Illinois di nome Ronald Selle fece, infatti, causa ai Bee Gees, sostenendo che una canzone da lui scritta nel 1975, intitolata "Let It End", fosse la base per "How Deep Is Your Love". Il caso fu discusso in tribunale nel 1983. I Bee Gees sostennero di non aver mai ascoltato "Let It End", e non vi erano prove che l'avessero fatto (quella canzone non fu mai pubblicata: Selle ne fece una registrazione casalinga che inviò alle case discografiche). Il caso si basava sulle evidenti somiglianze tra le canzoni, e un testimone esperto di Selle, un musicologo di nome Arrand Parsons, cercò di convincere la giuria, attraverso un'analisi tecnica degli spartiti, che i Bee Gees avevano plagiato il brano. La giuria gli diede ragione e stabilì che i Bee Gees avevano effettivamente copiato la canzone di Selle. Il giudice, tuttavia, annullò il verdetto, e allora Selle presentò successivamente ricorso, ma la sua richiesta fu nuovamente respinta.

Il caso ebbe notevole eco mediatica e sottopose all’attenzione pubblica il problema delle giurie che emettevano verdetti sulla musica, senza avere le necessarie competenze tecniche. In tal senso, la sentenza d’appello creò un precedente storico, secondo cui "sorprendenti somiglianze" tra canzoni non erano sufficienti a dimostrare il plagio. Da quel momento in poi, quindi, un autore di canzoni avrebbe dovuto dimostrare che il presunto plagiatore avesse effettivamente ascoltato la canzone prima che il caso potesse accedere in un’aula di tribunale.

 


 

 

Blackswan, lunedì 02/03/2026

giovedì 26 febbraio 2026

U2 - Days Of Ash EP (Island, 2026)

 


Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia”.

 

Queste parole di Antonio Gramsci hanno più di cento anni, ma mai come oggi suonano attuali, necessarie. Occorre schierarsi, prendere posizione, combattere per le proprie idee. Un invito che vale per tutti e, a maggior ragione, per coloro, artisti, musicisti, letterati, divi del cinema e della TV, che hanno una posizione sociale di rilievo, quel megafono, cioè, che amplifica, soprattutto in questo mondo social, ogni concetto veicolato.

Una premessa, questa, che vale anche quale anche spunto di riflessione, per introdurre la recensione di Days of Ash, nuovissimo EP pubblicato dagli U2 lo scorso 18 febbraio, attraverso il quale, la band irlandese sale sulle barricate, come non faceva da tempo, affrontando urgenti temi politici che riguardano i giorni oscuri che stiamo vivendo. Attraverso cinque canzoni e una poesia musicata, la band punta il focus della narrazione su Minneapolis, Iran, Cisgiordania, Israele e Ucraina, definendo i brani «sei cartoline da un presente che non vorremmo vivere».

Ispirati, probabilmente, da quei musicisti che la faccia ce l’hanno già messa, senza timore di schierarsi per la pace e la non violenza, criticando aspramente Trump e il governo israeliano (Bruce Springsteen, Roger Waters, Billy Bragg, etc.), anche Bono e soci, più volte criticati per le loro tiepide, se non insussistenti critiche al genocidio perpetrato a Gaza, scendono in campo con coraggio e dicono la loro, attraverso venticinque minuti di musica che, a dispetto di loro pubblicazioni più recenti, sembra aver ritrovato un’antica magia.

Niente di travolgente, ma sicuramente un dischetto che ci restituisce una band in palla e con le idee chiarissime.

L’inziale "American Obituary" è una canzone rock asciutta e vibrante, il cui suono della chitarra di The Edge richiama i tempi antichi in cui la band irlandese spaccava il mondo. Il testo racconta della morte a Minneapolis di Renee Good a opera degli agenti dell’ICE, ed è diretto, appassionato, chiaro nella sua condanna di una violenza senza senso.

Renee Good, nata per morire libera
Madre americana di tre figli
Il sette di gennaio
Una pallottola per ogni figlio, vedi
Che colore ha il suo occhio
930 Minneapolis
Per profanare la felicità domestica
Tre proiettili a raffica, tre bambini baciati
Renee, terrorista di casa?
Ciò che non puoi uccidere, non può morire
L’America insorgerà
Contro i bugiardi

 

"The Tears Of Things" è una ballata oscura e drammatica, in cui si immagina il dialogo fra Michelangelo e il suo Davide in chiave pacifista e antifascista (“Mussolini venne a vedermi, un’ombra al suo fianco”): è la bellezza delle cose, la bellezza dell’arte che piange di fronte a un mondo che non smette di correre verso l’autodistruzione, mietendo vittime in nome di folli totalitarismi, appoggiati dal complice silenzio della religione.

Sei milioni di voci zittite in soli quattro anni.
Il canto silenzioso della Cristianità,
così forte che tutti lo sentono.

Prima del fragore, prima dell’esplosione,il fetore e la vergogna,
c’è un suono di urla e lamenti
che grida il tuo nome.

Sono Davide, non Golia, sono nato a Betlemme,
e non c’è un noi se non c’è un loro.

 

"Song Of The Future" è un mid tempo pop rock, in cui la band irlandese racconta, attraverso un ritornello solare e di facilissima presa, la storia di Sarina Esmailzadeh, studentessa iraniana che nel 2022 è scesa in piazza per protestare dopo l’uccisione di Jina Mahsa Amini e che a sua volta è stata picchiata a morte dalla polizia. Il testo è diretto, emozionato, il tema è quello che certi eroi solitari non sono morti invano, perché il ricordo terrà vive, per sempre, nei nostri cuori, le loro indomite azioni.

Sarina Sarina

È la canzone del futuro

Risuona nella mia mente

Devo sapere, devo trovare un modo per raggiungerla

Sta tenendo alto il cartello

Tutta sola

Tutta sola

Ma non sola

Sì, non siamo soli

Sarina Sarina

È la canzone del futuro

 

In scaletta compare "Wildpeace", una poesia firmata dall’israeliano Yehuda Amichai e recitata dall’artista nigeriana Adeola Soyemi (Les Amazones d’Afrique) su musica degli U2 e di Jacknife Lee, che ha prodotto l’EP. Sono versi duri, che fotografano un mondo in cui la violenza e la morte sono ormai il pane quotidiano anche dell’infanzia (“E mio figlio gioca con una pistola giocattolo che sa Come aprire e chiudere gli occhi e dire Mamma”), ma che trovano nel finale un auspicio di pace e di speranza:” Lascia che arrivi, come i fiori selvatici, all'improvviso, perché il campo deve averla: pace selvaggia”.

"One Life At A Time" è un’altra grande canzone, una ballata tesa e drammatica, le cui note risuonano malinconicissime mentre Bono canta di Awdah Hathaleen, attivista palestinese e consulente del documentario No Other Land, ucciso nel suo villaggio in Cisgiordania, il luglio scorso, da un colono israeliano. 

Un cuore che ascolta è una mente che cresce

Il tempo non passa, aspetta fermo

Finché non ti incontra faccia a faccia

Un luogo di pace non è mai fermo

La fede per arrampicarsi su ogni collina 

 

Chiude la scaletta "Yours Eternally", la canzone più pop del lotto, in cui Bono e The Edge vengono affiancati dal musicista e soldato ucraino Taras Topolia, oltre che da Ed Sheeran, che dopo l’invasione russa ha messo in contatto gli U2 con l’artista ucraino e la sua band che si chiama Antytila. La canzone è stata scritta sotto forma di lettera di un soldato ai propri cari: 

Non dormire

Non pensarci nemmeno

Non c'è bisogno

Forse un po'

Sogna ancora

Di svegliarti libero

Come possiamo essere

Dimentica

Qualunque cosa non vada bene

Rimpiangi

Non rimpiangere nulla

Non scommettere

Di liberarti di me

Eternamente tuo 

 

E’ con questo messaggio di speranza che si chiude il lavoro di una band a cui, una ritrovata passione politica, sembra aver fatto un gran bene. Non c’è nulla di sconvolgente in queste canzoni, ma sono finalmente veraci, dirette, traboccanti di sincera passione. Perché schierarsi, lo ribadiamo, non solo fa bene all’arte, infiamma il cuore, pulsa nuovo sangue nelle vene ma, soprattutto, possiede il potere di stimolare le coscienze, aprire gli occhi di chi non vuole vedere e le orecchie di chi non vuole ascoltare, strattonare il dormiente, convincere lo stolto.

Come Springsteen, gli U2 hanno il merito di coagulare intorno alla loro musica una nuova resistenza che, se troverà sempre nuove voci disposte a una lotta di pace e d’intelletto, forse, dico forse, avrà finalmente la forza di cambiare il mondo.

Voto: 8

Genere: Pop, Rock

 


 

 

Blackswan, giovedì 26/02/2026

martedì 24 febbraio 2026

Home - Edward Sharpe & The Magnetic Zeros (Vagrant, 2009)

 


Edward Sharpe & the Magnetic Zeros sono stati per una decina d’anni una delle band che, fuori tempo massimo, ha incarnato alla perfezione lo spirito hippy. Quattro gli album pubblicati, ma una sola canzone degna di nota, che non fu mai un successo commerciale, ma che ebbe grande e duratura eco anche in Italia, in quanto sigla della pubblicità di un noto marchio automobilistico.

La canzone in questione si intitola "Home" e fu scritta dai cantanti degli Edward Sharpe & the Magnetic Zeros, Alex Ebert e Jade Castrinos, che all'epoca, era il 2009, erano una coppia. Il brano venne concepito un pomeriggio in cui i due si stavano divertendo all'Elysian Park di Los Angeles. Quando rincorrendosi, lei perse le scarpe, lui la portò in spalla fino a casa. La scena sembrava il montaggio di una commedia romantica e, euforici d'amore, giunti al loro appartamento, scrissero la canzone. Utilizzando il software Pro Tools di Ebert, misero insieme il brano in men che non si dica, scambiandosi le battute e poi cantando insieme il ritornello.

Il testo è decisamente zuccherino, eppure, grazie anche alla bella melodia, suona incredibilmente sincero:

"Ti seguirò nel parco

Attraverso la giungla, attraverso l'oscurità

Ragazza, non ho mai amato nessuno come te"

E ancora:

"Casa è ovunque io sia con te"

Peculiarità del brano è l’intro, che Ebert esegue fischiettando e che ricorda le colonne sonore di Ennio Morricone presenti in molti western, spesso interpretati da Clint Eastwood.

Edward Sharpe & the Magnetic Zeros salirono alla ribalta all'inizio del revival della musica folk americana, che includeva artisti come i Mumford & Sons e i Lumineers, e la loro "Home", che faceva parte dell’album di debutto Up From Below,  veicolò il loro sound incentrato sull'amore e sulla vita in comunità, che, per qualche tempo, li rese protagonisti di quella particolare scena statunitense.

La band, per la cronaca, prende il nome da un personaggio di un romanzo che Ebert stava scrivendo: Edward Sharpe è una figura ultraterrena, una sorta di Messia, che giunge sulla Terra per offrire l'illuminazione alle masse, ma si ritrova distratto dalle belle donne.

Ebert, cresciuto in una famiglia dell'alta borghesia, ha trascorso molto tempo alla ricerca del senso della vita, e i suoi travagli interiori, per un certo periodo, l’hanno portato a essere dipendente dall'eroina. Lentamente e a fatica, si è disintossicato, ma la sobrietà non era certo nelle sue corde, così dopo aver abbandonato la terapia di sostegno, si è dedicato ai funghi allucinogeni. Lasciata la casa paterna, ha adottato un approccio esistenziale minimalista, senza auto, carte di credito e cellulare, e ha iniziato a lavorare su Up From Below in un minuscolo appartamento. Dopo aver incontrato Jade Castrinos, che la pensava esattamente come lui, ha formato una band di dieci elementi, dedicandosi alla realizzazione di un suono folk, gioioso e solare.  

L’approccio, che era un po’ quello da falò sulla spiaggia, veniva adottato anche durante le esibizioni del brano dal vivo: la band improvvisava un ritmo mentre Ebert e Castrinos si aggiravano tra il pubblico per quella che chiamavano "l'ora delle storie". Ognuno passava il microfono a un membro del pubblico, che raccontava la sua verità. Più hippy di così, è davvero difficile.

Nel 2014, quando Jade Castrinos si lasciò con Ebert, e di conseguenza lasciò il gruppo, l’esecuzione di "Home" cambiò notevolmente dinamica. Al loro primo concerto senza di lei (l'11 maggio 2014 allo Shaky Knees Music Festival di Atlanta) Ebert cedette gran parte del brano al pubblico, invitandolo a cimentarsi nelle parti vocali che erano originariamente della Castrinos, e così fu fino allo scioglimento del gruppo, avvenuto nel 2016.

 


 

 Blackswan, martedì 24/02/2026