giovedì 28 maggio 2026

Stephen King - La Lunga Marcia (Sperling & Kupfer, 2013)

 


Dal confine con il Canada fino a Boston a piedi, senza soste. Una sfida mortale, con un regolamento implacabile, per cento volontari: un passo falso, una caduta, un malore, e si viene abbattuti. Ma chi riesce a tagliare il traguardo otterrà il Premio. Lungo il terribile percorso, scandito dagli incitamenti della folla, fra i partecipanti si creano rapporti di sfida, di solidarietà e di lucida follia...

La Lunga Marcia è il primo di una serie di romanzi che Stephen King pubblicò sotto lo pseudonimo di Richard Bachman (pare in onore di Randy Bachman, chitarrista dei Bachman Turner Overdrive), per aggirare il limite, in vigore negli anni ’70, che impediva agli editori di pubblicare più di un libro all’anno per autore. Il romanzo scritto da un imberbe King tra il 1966 e l’anno successivo, fu pubblicato per la prima volta nel 1979, e arrivò in Italia solo più tardi, nel 1985, come volume della collana Urania.

La storia terrificante, tema di questo avvincente racconto, si svolge in un’America distopica, governata da un totalitarismo militare, dove, ogni anno, sotto l’egida de “il maggiore” (un militare venerato dalle masse) si svolge una lunga marcia, una competizione a cui possono partecipare cento adolescenti, scelti a caso dopo alcune prove selettive. Principale regola della gara è mantenere un'andatura di almeno 6 chilometri l'ora: ogni qual volta il partecipante rallenta il passo, riceve un'ammonizione. Dopo la prima ammonizione, se il concorrente, entro trenta secondi, non riprende l'andatura corretta, riceve una seconda ammonizione; analogamente ottiene una terza e ultima ammonizione, in seguito alla quale, trascorsi i trenta secondi senza aver ripreso il ritmo, il partecipante viene fucilato sul posto da dei soldati che, a bordo di un cingolato, seguono la competizione. Una singola ammonizione può essere cancellata marciando per un'ora senza ricevere altri richiami.

Camminare, camminare, camminare, senza una meta, fino a che il fisico e la mente reggono, fino a che non si ha più coscienza di se stessi, fino a quando l’unico desiderio è quello di sedersi sull’asfalto e attendere l’inevitabile. Un incubo a occhi aperti, in cui cento giovani, di cui non si comprendono fino in fondo le vere motivazioni, lottano allo sfinimento per ottenere un premio finale, con la consapevolezza che il traguardo lo raggiungerà solo uno, mentre per tutti gli altri sarà morte certa.

La trama richiama immediatamente quella di Non Si Uccidono Così Anche i Cavalli, caustico romanzo di denuncia pubblicato da Horace McCoy nel 1935. Quel libro raccontava la storia di centoquarantaquattro coppie di ballerini che si sfidavano in una maratona di danza, al termine della quale l’ultima coppia rimasta in piedi avrebbe vinto la somma di mille dollari.

Il libro di McCoy si soffermava sulla faccia triste dell’America, quella degli ultimi, dei disoccupati, di chi fa fatica a sbarcare il lunario e vede nella vittoria finale la realizzazione di un sogno americano di piccolo cabotaggio. Un j’accuse, duro e senza sconti, allo sfruttamento capitalista e alla brutalità di una società che non si fa scrupolo a ingannare le aspirazioni dei più deboli, piccoli ingranaggi di un meccanismo spietato.

In La Lunga Marcia, invece, attraverso gli occhi di un pugno di giovani, figli delle contraddizioni di un America che toglie tanto e ben poco restituisce (ma tutto sommato, ancora capaci di sognare un futuro migliore), King punta il dito, soprattutto, sulla spietatezza di ogni totalitarismo, che, attraverso la logica del panem e circenses, anestetizza il popolo con un gioco per nulla differente da quello che si svolgeva nelle antiche arene romane.

Ecco allora che camminare può significare imparare a resistere alla dittatura, ma significa anche acquisirne consapevolezza (il Maggiore tanto idolatrato all’inizio diventa oggetto di scherno e odio da parte dei giovani podisti), e prendere coscienza di un sistema indifferente ai bisogni della comunità.

Per converso, la marcia è anche la fotografia di ogni società profondamente divisa tra chi comanda, chi assiste, complice ottuso e indifferente, al massacro, e le classi minori, che come sempre, combattono tra loro per la sopravvivenza, senza capire che il bersaglio del proprio livore si trova molto più in alto nella catena alimentare.

King, inoltre, affronta e sviluppa anche il tema della spettacolarizzazione della violenza e della manipolazione dell’informazione, che sarà il fulcro centrale del successivo romanzo a firma Bachman, L’uomo In fuga, pubblicato nel 1983, in cui l’autore, attraverso la messa in scena di un nuovo gioco agghiacciante, punta il dito sulla alterazione delle immagini televisive ad uso e consumo di chi governa e sulla manipolazioni delle menti da parte di una tv mendace e strumentalizzata.

La Lunga Marcia è un romanzo che guarda al futuro e lo fotografa con una nitidezza disarmante, preconizzando quella che oggi è diventata la società occidentale. Non solo, però. Al di là dei suoi significati intrinseci, questo romanzo è palpitante, avvincente e ricco di colpi di scena. Ci vuole davvero un grande scrittore a sviluppare, con così tanta sapienza, una trama di per sé lineare e apparentemente priva di snodi narrativi, e tenere il lettore incollato al racconto fino all’ultima pagina, in cui, come spesso accade nei romanzi di King, l’epilogo è emozionante ma anche aperto a diverse interpretazioni.

Un romanzo lucido, feroce ed epico che racconta con inaspettata acutezza parte di ciò che oggi siamo diventati.

PS: dal romanzo è stato tratta una trasposizione cinematografica dallo stesso titolo, uscita nelle sale statunitensi qualche mese fa. Dovrebbe arrivare anche nei nostri cinema, ma il condizionale è d’obbligo.

 

Blackswan, giovedì 28/05/2026

martedì 26 maggio 2026

Crippled Black Phoenix - Scaedulhelm (Season Of Mist, 2026)

 


Difficile poter definire i britannici Crippled Black Phoenix come una band. Sarebbe più appropriato il termine “porto di mare”, visto che introno alla figura del leader e ideatore del progetto, Justin Greaves, si sono avvicendati, tra componenti fissi e collaboratori, almeno una cinquantina di musicisti. Eppure, nonostante il via vai iniziato nel 2007, l’ensemble ha pubblicato ben tredici dischi in studio tutti ispirati da idee chiarissime e da un livello di scrittura alto.

L’idea di fondo è quella di convogliare in un mix eccentrico e sperimentale svariati e disparati generi (post punk, alternative rock, psichedelia, ambient, post rock, elettronica, etc.) alla ricerca di un connubio quanto più oscuro, inquietante e drammatico possibile.

I contorni sfumati del progetto e l’eterogeneità di una line up in continuo divenire non hanno mai fatto scricchiolare, però, la coerenza di fondo di una musica che torna, più ispirata che mai, in questo nuovo Sceaduhelm (in inglese arcaico “elmo dell’ombra”), un disco composto da dodici canzoni che, come evoca il titolo, si muovono nel cuore della notte, quando il buio ghermisce l’anima, genera fantasmi, induce a riflessioni esistenziali decisive.

Scritto e registrato tra il 2023 e il 2025, Sceaduhelm si addentra nella psiche umana per esaminare l'erosione emotiva, la stanchezza e il silenzio che preannuncia un drammatico crollo. Più che un concept album tradizionale, il disco si dispiega come uno spazio psicologico unitario, dove ripetizione, introspezione e inquietudine hanno lo stesso peso della melodia. Le composizioni privilegiano le lente progressioni e una sensazione di tensione irrisolta, tenendo a distanza l’ipotesi di una catarsi in favore della narrazione sul percorso per arrivarci.

Le voci sono condivise da Belinda Kordic, Ryan Patterson e Justin Storms, ognuno dei quali offre una prospettiva distinta ma complementare all'interno dello stesso terreno emotivo. Temi come il burnout, la memoria, l’alienazione, la deriva etica, la violenza contro i vulnerabili e la fine di un amore affiorano nell’ascolto senza enfasi o spettacolarizzazione, ma come un esiziale stillicidio.

 

Una musica oscura, instabile e ipnotica che lascia ben poco spazio alla luce del sole, per preferire costruzioni ansiogene, come nell’incipit "One Man Wall of Death", un crescendo post rock che si veste di elettricità, mentre inquietanti voci in sottofondo (stralci di conversazioni, programmi tv, film, risate: una costante della scaletta) creano un profondo turbamento.

"Ravenettes" accelera il passo con la sua energica rabbia post punk, la bella voce della Kordic si fa strada fra riff pesanti e un clima di imminente fine del mondo. "Things Start Falling Apart" cambia di nuovo direzione, accendendo il disco di agra malinconia, pur sollevando le trame melodiche verso l’alto di un cunicolo, in cui filtra la luce del cielo.

E’ il preludio per uno dei brani migliori del lotto, la lunga "No Epitaph/The Precipice", che inizia acustica e cupa, come potrebbe suonare un brano di Steve Von Till, e poi cresce di elettricità, aprendosi a un riff di chitarra di settantiana memoria.

Un suono slabbrato di chitarra e le consuete voci fuori campo, rendono "The Void" il brano più allucinato e respingente del lotto, almeno prima che un riff di synth dolcissimo abbassi un poco la tensione. Una parentesi strumentale che fa spazio alle basse frequenze della new wave nervosa di "Hollows End" e alle corpose note di basso di "Dropout", un brano che abbina elettronica e voci eteree in un magma stordente.

 

C’è un’importante coerenza di fondo in questa scaletta, a cui manca luce, in cui le melodie emergono da un suono pesante, drammatico e oltre modo cupo, come avviene nel cadenzato goth rock di "Vampire Grave", un brano tirato e scartavetrato da chitarre in odor di zolfo, o nel mid tempo di Colder and Colder, apoteosi post punk di lacrime e disperazione.

"Under the Eye" è accarezzata dalla voce toccante della Kordic, che si accompagna a note di pianoforte sconsolate, ed è un altro tassello della storia. Che continua con "Tired to the Bone", una delicatezza di morbido post rock che, finalmente, dopo tanta pioggia, apre a un tenue chiarore emotivo, grazie alla voce carezzevole ed eterea della Kordic.

Ma è solo un attimo: gli otto minuti abbondanti di "Beautiful Destroyer" sono strattonati da un riff doom verso atmosfere catacombali. La canzone suona come il sipario finale su un mondo impazzito, e mentre le ultime note svaniscono, svanisce anche la speranza, spenta dall’eco di un funesto clangore.

Alcuni, sfibrati dall’ascolto, potranno trovare Sceaduhelm un disco troppo cupo e troppo lungo, proprio in virtù della disperazione che veicola. Eppure, se si accetta l’assunto che la musica, così come tutta l’arte, possa (o debba) riflettere in qualche modo i tempi in cui viene generata, ecco allora che ci troviamo di fronte a un’opera che fotografa con straniante nitore tutta la sofferenza del mondo che ci circonda. Fa male, ma non è un difetto: è solo la tragica realtà dell’esistenza. 

Voto: 8

Genere: Post Punk, New Wave, Post Rock, Alternative




Blackswan, martedì 26/05/2026

lunedì 25 maggio 2026

Helter Skelter - The Beatles (Apple, 1968)

 


Il panorama musicale degli anni ’60 è connotato da un surplus di ispirazione, dalla volontà di sperimentare, alzando sempre più l’asticella, dalla necessità, per distinguere la proposta, di cercare sempre nuove forme espressive.

In Inghilterra, ma non solo (vedi i Beach Boys negli Stati Uniti e la nouvelle vogue psichedelica che parte da San Francisco), grandi band nascono come funghi, e si danno battaglia sul campo della creatività, innescando la miccia per una scena ricca, variegata ed esplosiva.

Così, Paul McCartney, una delle menti geniali a capo del quartetto più seminale della storia, dopo aver letto un'intervista a Pete Townshend, che descriveva "I Can See For Miles" (dall’album The Who Sell Out del 1967) come "il rock 'n' roll più rauco, la cosa più sporca che gli Who avessero mai fatto", fu pungolato nell’orgoglio e decise di mettersi alla prova e di scrivere un pezzo rock che fosse ancora più rumoroso, più cattivo e più sudato. Il risultato di questa sfida a distanza fu la leggendaria "Helter Skelter", canzone che alcuni storici della musica popolare ritengono abbia avuto un'influenza fondamentale sullo sviluppo dell'heavy metal.

In un’intervista alla rivista Mojo, rilasciata, nell'ottobre 2008, McCartney dichiarò: "Mi è bastato leggere quelle righe (dell'intervista a Townshend) per accendere l’immaginazione. Ho pensato: 'Bene, hanno creato quello che ritengono sia il suono più rumoroso e sporco e lo faremo anche noi, ma come lo pensiamo noi. Sono andato in studio e ho detto ai ragazzi: guardate, ho questa canzone, ma Pete ha detto questo e io voglio farla ancora più sporca.

 

La prima versione di "Helter Skelter", registrata durante le sessioni del 18 luglio del 1968, era una jam di 27 minuti, più lenta rispetto alla versione del disco, che non fu mai pubblicata. Un'altra registrazione dello stesso giorno fu ridotta a quattro minuti e trentasette secondi e poi inserita in The Beatles Anthology, Volume III. Per la versione dell'album, registrata il 9 settembre, furono, invece, effettuati ben 21 take di circa 5 minuti ciascuna, e l'ultima di queste è quella che è  poiconfluita su disco.

Ringo suonava la batteria con tanta forza, che il suo grido "Ho le vesciche sulle dita!" che accompagna la dissolvenza finale, fu lasciato nella registrazione, come suggello per avvalorare la ferocia esecutiva del brano. Ringo spiegò l'accaduto al Miami Herald del 29 giugno 2008: "Il brano era in realtà molto lungo, e stavamo picchiando tantissimo. Era una jam session, in realtà, e alla fine, l'unico modo per prendere una pausa era gridare: 'Guarda, mi sanguinano le dita, devo alzarmi'. E ho deciso di urlarlo."

L’approccio del quartetto alla scrittura e alla registrazione era piuttosto cerebrale, i quattro, infatti, erano sempre disposti a sperimentare con suoni e stili diversi. L’intento è che ogni canzone scritta fosse diversa dall’altra, così i fab four evitavano di riciclare formule già usate, nonostante racchiudessero la chiave di un sicuro successo. In tal senso, "Helter Skelter", più ancora di tante altre composizioni sperimentali, risuona come una scheggia impazzita, un avamposto rumoristico, crudo e urlato, di molta musica che verrà prodotta nei decenni successivi.

Il titolo della canzone prende spunto dal nome di uno scivolo che era presente nei parco divertimenti britannici, e il primo verso del brano lo esplicita senza fraintendimenti: “Quando arrivo in fondo torno in cima allo scivolo, dove mi fermo, mi giro e faccio un giro”.

Eppure, nonostante questo spunto banalmente ludico, la canzone passerà alla storia per un tragico fatto di cronaca che nulla ha a che vedere con la musica.

Nel dicembre 1968, Charles Manson ascoltò questa canzone, così come altre del White Album, e la interpretò come un avvertimento di un'imminente guerra razziale. Vedeva i Beatles come i quattro angeli menzionati nel libro dell'Apocalisse del Nuovo Testamento e credeva che le loro canzoni stessero dicendo a lui e ai suoi seguaci di prepararsi. Manson si riferì a questa guerra futura proprio con il termine "Helter Skelter", e cercò di innescarla mandando i suoi seguaci ad assaltare due case e a ucciderne gli abitanti, facendola apparire come un'opera delle Pantere Nere.

Le case erano quelle del regista Roman Polanski, dove la sera del 9 agosto del 1969, persero la vita la di lui moglie, Sharon Tate, incinta di otto mesi, e alcuni invitati, e di Leno e Rosemay LaBianca (un dirigente d’azienda e sua moglie), massacrati la sera successiva.

La parola "Pig" (maiale) era scritta sulle scene del crimine col sangue delle vittime, e la frase "Healter Skelter" (un evidente errore di ortografia del titolo della canzone) era scarabocchiata sulle mura della seconda casa, quella dei Labianca.

Una curiosità. A causa di questo collegamento coi Beatles, il vice procuratore distrettuale di Los Angeles, Vincent Bugliosi, che guidò l'accusa contro Manson e gli altri assassini, intitolò il suo libro bestseller sugli omicidi proprio Helter Skelter.

 


 

 

Blackswan, lunedì 25/05/2026

giovedì 21 maggio 2026

Franck Thilliez - Treno Infernale Per L'angelo Rosso (Fazi, 2026)

 


Il commissario Franck Sharko è alle prese con il caso più difficile della sua carriera: la moglie Suzanne è scomparsa. Una sera non è tornata a casa, e da allora non ha più avuto sue notizie. Sono trascorsi sei mesi. Non un segno di vita, non una richiesta di riscatto. Ogni tentativo di ritrovarla si è rivelato infruttuoso. Dopo un lungo congedo, per Sharko è ora di tornare al lavoro e il suo primo incarico riguarda un omicidio avvenuto in un paesino non lontano da Parigi. In una casa isolata è stato rinvenuto il cadavere di una donna sospeso a mezz'aria con un sistema di corde e ganci, mutilato e ricomposto in una posa innaturale. Con l'aiuto della carismatica psicocriminologa Williams, del genio dell'informatica Serpetti e della vicina di casa Dudù Camelia, un'anziana guyanese con il misterioso dono delle visioni, Sharko cercherà di stanare il machiavellico assassino.

 

I fan dello scrittore francese conoscono bene la figura del commissario Franck Sharko, già protagonista di svariati romanzi e dell’ottimo 1991, pubblicato da Fazi non più tardi di un anno fa. Attenzione, però: in quel romanzo, Sharko era un giovane poliziotto alle prime armi che si vedeva suo malgrado invischiato in un efferato delitto; in Treno Infernale Per L’angelo Rosso, invece, il nostro eroe è diventato commissario, ed è un detective affermato ed esperto. L’arcano è subito svelato: il libro di cui parliamo è in assoluto il primo romanzo pubblicato da Thilliez ed il primo della saga dedicata a Sharko, mentre 1991 è stato l’ultimo a essere pubblicato in Italia, pur essendo una sorta di prequel di tutto quello che succederà dopo.

Fatto questo preambolo, Treno Infernale Per L’angelo Rosso (un titolo decisamente respingente), se da un lato, mette ben in evidenza le qualità ancora in nuce dello scrittore francese, dall’altro, risente di tutti i difetti di un’opera prima.

Intendiamoci: la trama (con qualche evidente forzatura) è ben costruita, i colpi di scena si sprecano e il protagonista, un uomo tormentato ed emotivamente distrutto dalla scomparsa della moglie Suzanne, è ben delineato sotto il profilo psicologico. Il libro scorre alla grande e, per quanto i più arguti riusciranno a scoprire l’assassino prima che ce lo sveli l’autore, la tensione, l’adrenalina e il ritmo tengono desta l’attenzione fino alle pagine finali.

Tuttavia, l’insistenza sugli aspetti macabri della vicenda, la dovizia di particolari con cui vengono descritti i supplizi a cui sono sottoposte le povere vittime (siamo dalle parti di American Psycho di Bret Easton Ellis) sconfinano spesso nel grandguignolesco, e risultano eccessivi e poco funzionali alla trama, il cui mood è già reso cupissimo dai tormenti del protagonista e dall’abominio del tema trattato (che è quello degli snuff movie).

In futuro, Thilliez farà sicuramente meglio, anche sotto il profilo della prosa che, in queste quasi quattrocento pagine, ogni tanto zoppica, soprattutto nei dialoghi, non tutti all’altezza di un romanzo altrimenti ispirato. Errori di gioventù, ma adeguatamente compensati da una storia che intriga e che scorre veloce verso un finale risaputo ma comunque elettrizzante.

 

Blackswan, giovedì 21/05/2026

martedì 19 maggio 2026

John Corabi - New Day (Frontiers, 2026)

 


John Corabi è una vecchia volpe del panorama rock americano, ad aprile ha compiuto 67 anni e, nel corso dei decenni, il cantante e chitarrista originario di Filadelfia ha costruito una carriera rock' n' roll che molti possono solo sognare. Dagli Scream al suo periodo come frontman dei Motley Crue durante una delle fasi più di transizione della band, John Corabi vanta un curriculum di tutto rispetto. A ciò si aggiungono gli Union, il suo progetto con Bruce Kulick, le collaborazioni con i Ratt (come chitarrista), i Dead Daisies e innumerevoli altri progetti, a dimostrazione della sua solida reputazione di musicista di grande talento.

Ha atteso una vita, però, per pubblicare il suo album di debutto da solista intitolato New Day, realizzando un sogno che coltiva fin dagli inizi della sua carriera: un album che fondesse influenze rock, soul e blues classiche degli anni '70 in un sound che risultasse senza tempo e profondamente personale, mettendo in evidenza un centrato connubio fra la sua voce autorevole, testi sinceri e una notevole capacità compositiva.

Nell'album, John è affiancato da un parterre de roi composto da Marti Frederiksen (cori, chitarre, pianoforte), Evan Frederiksen (batteria e basso), Richard Fortus (Guns N' Roses) alla chitarra solista, Paul Taylor (Winger, Steve Perry) al pianoforte, all'organo e al clavinet, e Charlie Starr (Blackberry Smoke) che contribuisce con la propria sei corde. Come ci si potrebbe aspettare, questo straordinario ensemble offre un suono organico, una prestazione tecnicamente impeccabile, splendide interazioni melodiche e una botta di energia traboccante di sentimento.

L'album si apre con la title track, un brano dal tiro dritto e diretto ammantato da un'atmosfera nostalgica costruita su arrangiamenti rock ricchi e stratificati. È un viaggio senza tempo nel cuore del rock della West Coast, ispirato alla grandiosità melodica dei primi Boston. Una canzone allegra e ottimista che invita a godersi la vita, apprezzando le piccole cose. "That Memory", scritta con l’amico Charlie Starr, mantiene viva quell'atmosfera sudista energica e spensierata, mettendo in mostra un esuberante interplay fra le chitarre e un paio di assoli esaltanti. "Faith, Hope And Love" abbassa il tono della scaletta, è un lento blues di quattro battute non particolarmente originale, ma semplicemente ben assemblato, e con echi che rimandano ai Black Crowes.  

"When I Was Young" è uno dei momenti più toccanti dell’album, un brano in cui il cantante riflette sull'avanzare dell'età e rievoca gli alti e bassi della sua vita, mentre chitarre elettriche e acustiche creano un’atmosfera emotivamente coinvolgente.

La band è affiatatissima e sembra si diverta da morire a rispolverare questo suono classico, che Corabi rivitalizza con una scrittura solida e ispirata, come evidente in "One More Shot" con il suo groove funky intriso di sudore, che ricorda il grande Bob Seger, o la successiva "1969", un pezzo rock graffiante che riannoda i fili della storia con i leggendari Creedence Clearwater Revival.

"Laurel" è, invece, una ballata virile, possiede un tocco di epica e un atmosfera senza tempo, grazie alle armonie fluide della band e un ritmo country rock in tonalità minore che seduce con un tocco di malinconia, "Good To Be Back Here Again" scava più a fondo nelle sonorità country-blues tipiche del Sud, mentre "Love That’ll Never Be" continua a tenere il passo lento grazie a un’azzeccata melodia e a una spolverata d’archi. Tutto derivativo e già sentito, ma fatto benissimo.

"Cosi Bella" (titolo in italiano) è un divertito brano soul e ricco di sonorità honky-tonk arricchito da una sezione di fiati nella parte centrale, suona un po' sdolcinato, anche se viene salvato da un gustoso assolo di chitarra verso la fine. Molto meglio i due brani che chiudono la scaletta, "Your Own Worst Enemy", che possiede un bel tiro funky che ci riporta ancora tra i solchi di un disco dei Black Crowes, e "Everyday People" un rock leggero e divertente che conduce il disco verso atmosfere west coast.  

Corabi ha impiegato una vita a realizzare il disco che aveva in testa da un bel po’, ha lasciato che il tempo passasse per affinare le idee e scrivere dodici canzoni che respirassero dal profondo il vero spirito del rock americano: il risultato è meglio di quanto potessimo aspettarci e New Day regala autenticità, melodie e un concentrato di conoscenza filologica esibita con passione e puro amore per il genere.

Voto: 7,5

Genere: Rock

 


 

 Blackswan, martedì 19/05/2026