martedì 19 maggio 2026

John Corabi - New Day (Frontiers, 2026)

 


John Corabi è una vecchia volpe del panorama rock americano, ad aprile ha compiuto 67 anni e, nel corso dei decenni, il cantante e chitarrista originario di Filadelfia ha costruito una carriera rock' n' roll che molti possono solo sognare. Dagli Scream al suo periodo come frontman dei Motley Crue durante una delle fasi più di transizione della band, John Corabi vanta un curriculum di tutto rispetto. A ciò si aggiungono gli Union, il suo progetto con Bruce Kulick, le collaborazioni con i Ratt (come chitarrista), i Dead Daisies e innumerevoli altri progetti, a dimostrazione della sua solida reputazione di musicista di grande talento.

Ha atteso una vita, però, per pubblicare il suo album di debutto da solista intitolato New Day, realizzando un sogno che coltiva fin dagli inizi della sua carriera: un album che fondesse influenze rock, soul e blues classiche degli anni '70 in un sound che risultasse senza tempo e profondamente personale, mettendo in evidenza un centrato connubio fra la sua voce autorevole, testi sinceri e una notevole capacità compositiva.

Nell'album, John è affiancato da un parterre de roi composto da Marti Frederiksen (cori, chitarre, pianoforte), Evan Frederiksen (batteria e basso), Richard Fortus (Guns N' Roses) alla chitarra solista, Paul Taylor (Winger, Steve Perry) al pianoforte, all'organo e al clavinet, e Charlie Starr (Blackberry Smoke) che contribuisce con la propria sei corde. Come ci si potrebbe aspettare, questo straordinario ensemble offre un suono organico, una prestazione tecnicamente impeccabile, splendide interazioni melodiche e una botta di energia traboccante di sentimento.

L'album si apre con la title track, un brano dal tiro dritto e diretto ammantato da un'atmosfera nostalgica costruita su arrangiamenti rock ricchi e stratificati. È un viaggio senza tempo nel cuore del rock della West Coast, ispirato alla grandiosità melodica dei primi Boston. Una canzone allegra e ottimista che invita a godersi la vita, apprezzando le piccole cose. "That Memory", scritta con l’amico Charlie Starr, mantiene viva quell'atmosfera sudista energica e spensierata, mettendo in mostra un esuberante interplay fra le chitarre e un paio di assoli esaltanti. "Faith, Hope And Love" abbassa il tono della scaletta, è un lento blues di quattro battute non particolarmente originale, ma semplicemente ben assemblato, e con echi che rimandano ai Black Crowes.  

"When I Was Young" è uno dei momenti più toccanti dell’album, un brano in cui il cantante riflette sull'avanzare dell'età e rievoca gli alti e bassi della sua vita, mentre chitarre elettriche e acustiche creano un’atmosfera emotivamente coinvolgente.

La band è affiatatissima e sembra si diverta da morire a rispolverare questo suono classico, che Corabi rivitalizza con una scrittura solida e ispirata, come evidente in "One More Shot" con il suo groove funky intriso di sudore, che ricorda il grande Bob Seger, o la successiva "1969", un pezzo rock graffiante che riannoda i fili della storia con i leggendari Creedence Clearwater Revival.

"Laurel" è, invece, una ballata virile, possiede un tocco di epica e un atmosfera senza tempo, grazie alle armonie fluide della band e un ritmo country rock in tonalità minore che seduce con un tocco di malinconia, "Good To Be Back Here Again" scava più a fondo nelle sonorità country-blues tipiche del Sud, mentre "Love That’ll Never Be" continua a tenere il passo lento grazie a un’azzeccata melodia e a una spolverata d’archi. Tutto derivativo e già sentito, ma fatto benissimo.

"Cosi Bella" (titolo in italiano) è un divertito brano soul e ricco di sonorità honky-tonk arricchito da una sezione di fiati nella parte centrale, suona un po' sdolcinato, anche se viene salvato da un gustoso assolo di chitarra verso la fine. Molto meglio i due brani che chiudono la scaletta, "Your Own Worst Enemy", che possiede un bel tiro funky che ci riporta ancora tra i solchi di un disco dei Black Crowes, e "Everyday People" un rock leggero e divertente che conduce il disco verso atmosfere west coast.  

Corabi ha impiegato una vita a realizzare il disco che aveva in testa da un bel po’, ha lasciato che il tempo passasse per affinare le idee e scrivere dodici canzoni che respirassero dal profondo il vero spirito del rock americano: il risultato è meglio di quanto potessimo aspettarci e New Day regala autenticità, melodie e un concentrato di conoscenza filologica esibita con passione e puro amore per il genere.

Voto: 7,5

Genere: Rock

 


 

 Blackswan, martedì 19/05/2026

 

lunedì 18 maggio 2026

Perfect Kiss - New Order (Factory, 1985)

 


Dopo la tragica scomparsa di Ian Curtis, i Joy Division si sciolsero e i New Order risorsero dalla cenere, come la leggendaria fenice. Una reazione di pancia, una scelta istintiva: andare avanti per omaggiare la memoria dell’amico Ian Curtis, andare avanti per sparigliare le carte di un destino malevolo, continuare, nonostante tutto, cercando nella musica un lenimento, una pozione salvifica per lasciarsi alle spalle il dolore di una tragedia immane.

Pur mantenendo inizialmente un'impronta musicale molto aderente allo stile della precedente formazione, d'altra parte per tre quarti uguale alla nuova (rielaborarono anche alcune canzoni scritte da Curtis prima di morire), i New Order svilupparono presto un loro sound distintivo, affrancandosi dall'immaginario post punk e new wave, per approdare a un suono più elettronico, dance e pop.

Non aveva, infatti, senso continuare come Joy Division, il male di vivere e la disperata visione del leader erano morte con lui. I New Order sarebbero stati la band della luce come i Joy Division lo erano stati del crepuscolo: alla notte curtisiana contrapponevano il giorno, al buio, i colori e la luce.

 

Anche se all’inizio, come accennato, il loro sound era ancora molto legato allo stile dark e melancolico che caratterizzava la loro precedente incarnazione, nel 1985, quando pubblicarono l'album Low-Life, era chiaro che i New Order avevano pienamente rifinito la loro arte, con un sound techno-pop e ritmi synth che li rese una delle band più influenti e acclamate del decennio.

"The Perfect Kiss" è il primo singolo estratto dall'album, un brano fondamentale nella storia del gruppo, che rilancia e rinnova la struttura di "Blue Monday" (la loro signature song pubblicata nel 1983) verso dimensioni ancora più epiche e sofisticate.

I temi gemelli dell'amore e della morte riecheggiano nel nucleo centrale delle liriche. In tal senso, il verso "We believe in a land of love" rivela un desiderio di pacificazione e armonia, mentre "the perfect kiss is the kiss of death" allude alla nostra inesorabile mortalità. 

“Facendo finta di non vedere la sua pistola

Ho detto: "Usciamo e divertiamoci un po''

Questi versi si riferiscono a un episodio accaduto durante una visita occasionale della band a casa di un uomo conosciuto negli Stati Uniti. L’idea era quella di rinfrescarsi e cambiarsi prima di uscire a fare serata per locali, ma l’uomo tirò fuori da sotto il letto il suo arsenale di armi da fuoco, terrorizzando non poco i quattro musicisti, che volevano solo andare a divertirsi.

Il fantasma di Ian Curtis, tuttavia, continua, inevitabilmente, a materializzarsi, è difficile tenere nascosta la sua pesante eredità. 

 

Hai buttato via la tua unica possibilità di essere qui oggi

Poi scoppia una rissa nella tua strada

Perdi un altro cuore spezzato in una terra di carne

Amico mio, ha esalato l'ultimo respiro” 

 

Queste liriche drammatiche fanno probabilmente riferimento alla relazione di Ian Curtis con la giornalista belga Annik Honoré, la liaison che distrusse definitivamente il suo rapporto con la moglie, Deborah Woodruff. Curtis era apparentemente consumato dal senso di colpa a causa di questo amore galeotto, e ciò potrebbe aver contribuito al suo suicidio.

Il complesso arrangiamento del brano include diversi effetti sonori. Ad esempio, il bridge è adornato da rane che gracidano placidamente. una scelta voluta per omaggiare la fiaba senza tempo, in cui una principessa bacia un ranocchio e questi si trasforma in un bel principe: ecco il "bacio perfetto". 

Il video che accompagna la canzone si deve al regista americano Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti, Philadelphia), mentre Henri Alekan, il cameraman di Jean Cocteau, si è occupato della fotografia.

Il clip, che mostra la band suonare il brano dall'inizio alla fine nella sala prove, venne filmato in un ex showroom a Salford, dove un tempo si riparavano cucine a gas. Un posto malsano, illuminato da nove lucernari, che Demme, però, fece togliere per per avere più luce sul set. Una scelta che fece la felicità della feccia di Salford, che durante i giorni della lavorazione, si intrufò nello showroom, rubando tutto quello che si poteva rubare. I lucernari vennero quindi chiusi con del cemento, e la band, durante le registrazioni, non vide più la luce del giorno.

 


 

 

Blackswan, lunedì 18/05/2026

giovedì 14 maggio 2026

The Sheepdogs - Keep Out Of The Storm (Right On Records, 2026)

 


Salvo, forse, che per gli appassionati di rock americano, il nome degli Sheepdogs è poco noto alle nostre latitudini, nonostante la band, che in realtà è canadese, sia in circolazione ormai da quasi vent’anni ed abbia all’attivo, compresa questa ultima fatica, nove album e un pugno di EP. A dispetto di alcuni importanti cambi di line up, la band, infatti, ha sempre tenuto botta, mantenendo la barra dritta e pubblicando album di qualità in modo regolare.

Il quartetto originario di Saskatoon è fin dagli esordi interprete di un rock classico e senza fronzoli, che funziona, e funziona dannatamente bene. Il loro sound affonda le radici in quei dischi senza tempo che gli amanti del rock continuano ad ascoltare, quei capolavori che non perdono un briciolo del loro fascino nonostante il tempo che passa. Lo stile della band è di quelli che non stancano mai: riff e assoli di chitarra intricati, tastiere analogiche, una sezione ritmica che pulsa con determinazione e ricche armonie vocali, il tutto al servizio di canzoni finemente cesellate che risultano immediatamente familiari, anche quando sono nuove di zecca.

A metà strada tra i Lynyrd Skynyrd, gli Allman Brothers Band, gli Eagles e i CS&N, gli Sheepdogs trovano un equilibrio tra carattere vintage ed energia contemporanea. Una formula vincente, perfezionata e affinata, sulla quale è costruito anche questo nuovo Keep Out Of The Storm, il primo disco che vede alla chitarra Ricky Paquette al posto del dimissionario Jimmy Bowskill, ed il primo disco senza il batterista fondatore Sam Corbett, il cui ruolo è stato ricoperto da sessionisti arruolati per l’occasione.

In scaletta, come di consueto, un filotto di brani vintage, attraversati dalla freschezza e dall’entusiasmo di chi suona come se si trovasse sempre sul palco, alle prese con una torrenziale jam.

Canzoni che indossano gli abiti di futuri classici del loro repertorio: "All I Wanna Do" è un hard rock in puro stile Southern con riff alla Skynyrd e assoli grintosi, "Bad For Your Health" guarda dalle parti dei Doctor & The Medics con chitarre distorte e un hammond psichedelico. Ma ancor più che nei precedenti album, i The Sheepdogs ampliano il loro sound di base: la title track riannoda i fili con la musica di Tom Petty, riletta in versione hard, mentre "I Do" è puro power pop trainato da un ritornello che si manda a memoria in un nano secondo.

Anche allargando la loro tavolozza sonora, il sound rimane, però, inconfondibilmente quello dei The Sheepdogs: la band ha trovato il suo stile molto tempo fa e oggi lo replica con chiarezza d’intenti e obbiettivi chiari.

Nonostante la sensazione di presa diretta e improvvisazione jam, la maggior parte dei brani è breve e concisa, le melodie sono essenziali e senza fronzoli, anche se a volte un maggior minutaggio, come nella lenta e lisergica "Take A Look At Me Riding", che profuma di Stephen Stills a chilometri di distanza, o nella conclusiva, sudista e innodica "Out All Night", avrebbe prolungato l’indiscusso godimento.

Keep Out Of The Storm suona caldo e invitante, classicissimo ma senza paludamenti filologici. E’ una gran festa fra amici che si ritrovano a suonare con divertito entusiasmo la musica che hanno sempre amato. E lo fanno tra una birra e l’altra, tra una risata e l’altra, consapevoli di non cambiare il corso della storia, ma certi di entrare nelle case dei fan con canzoni che rinnovano con sincerità quell’immutato rituale rock’n’roll, che ci spinge a comprare dischi e a suonarli ad alto volume. Per sentirci sempre giovani. Nonostante tutto.

Voto: 8

Genere: Rock

 


 


Blackswan. giovedì 14/05/2026

martedì 12 maggio 2026

Free Bird - Lynyrd Skynyrd (MCA, 1973)

 


Non è solo uno dei più grandi classici del rock a stelle e strisce, ma difficilmente troverete una canzone rock con un impatto emotivo e culturale (per gli americani, ovviamente) maggiore di "Free Bird".

Il brano è apprezzabile al meglio nella versione dell'album, che dura nove minuti circa, con l'ultimo verso pronunciato dopo cinque minuti ("vola alto, uccello libero, sì"), e gli ultimi quattro minuti dedicati a quello che può essere definito il passaggio strumentale più famoso della storia: tre chitarristi, Allen Collins, Ed King e Gary Rossington, e una teoria di assoli a dir poco fantastica.

"Free Bird", inizialmente, nacque come una ballata senza gli assoli di chitarra finali, e i Lynyrd Skynyrd la registrarono in questo modo per la prima volta nel 1972. Il chitarrista Allen Collins aveva lavorato al brano a intermittenza per i due anni precedenti. Al momento della registrazione, la canzone durava solo sette minuti e mezzo, ma per tutto l'anno successivo Collins continuò a perfezionarla fino a quando non fu registrata per la versione finale inclusa Pronounced Leh-nerd Skin-nerd nel 1973.

Collins scrisse la musica molto prima che Ronnie Van Zant ne scrivesse le liriche. Van Zant trovò finalmente l'ispirazione una sera e la fece suonare a Collins e Gary Rossington più e più volte, finché non ne scrisse il testo. 

Molti fan pensavano che "Free Bird" fosse un tributo al chitarrista degli Allman Brothers Band, Duane Allman, morto nel 1971, due anni prima della pubblicazione della canzone. E’ vero che gli Skynyrd, a volte, la dedicavano ad Allman durante i concerti, ma il brano fu scritto molto prima della sua morte e non riguardava affatto Allman.

In realtà, "Free Bird" è una canzone che racconta di un amore vacillante, perché il protagonista non sembra intenzionato a impegnarsi seriamente e preferisce volare libero come un uccello. Il verso iniziale, "Se me ne andassi domani, ti ricorderesti ancora di me?", fu, infatti, pronunciato dalla fidanzata del chitarrista Allen Collins, Kathy, che gli aveva posto proprio questa domanda durante una loro accesa discussione, dovuta alla superficialità con cui il musicista affrontava la relazione. 

 

"Se me ne andassi domani

Ti ricorderesti ancora di me?

Perché devo continuare a viaggiare, ora

Perché ci sono troppi posti che devo vedere

Ma se restassi qui con te, ragazza

Le cose non potrebbero essere le stesse

Perché ora sono libero come un uccello

E questo uccello non puoi cambiare"

 

Nonostante il testo sia chiarissimo, la canzone, però, ha assunto significati diversi per persone diverse. E’ una canzone d’amore, delle poche mai scritte dai Lynyrd Skynyrd, ma negli States viene spesso suonata ai funerali o, anche, durante le feste di laurea.

Sia la band che la loro etichetta discografica non avevano idea che "Free Bird" avrebbe raggiunto tali vette di popolarità. Infatti, alcuni dirigenti dell'etichetta (MCA) non la volevano nell'album, pensando che fosse troppo lunga per essere trasmessa in radio. I Lynyrd, però, fecero fronte comune e si assicurarono che il brano fosse incluso nel disco, anche se non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventato così leggendario.

Il montaggio radiofonico della canzone ne ha ridotto la lunghezza a quattro minuti e quarantun secondi, con la coda strumentale ridotta a circa un minuto. Il che, ovviamente, fa perdere tutta la sua iconica bellezza alla canzone, che dal vivo può allungarsi a dismisura, a secondo dell’ispirazione dei musicisti.

Eppure, oggi, con l'accorciarsi della soglia di attenzione a causa dell’uso smodato dei cellulari e dei social, e del calo della domanda di assoli di chitarra molto lunghi, la fama di "Free Bird" è un po' scemata, lasciando lo scettro della popolarità alla più compatta "Sweet Home Alabama", che ha circa il doppio degli streaming totali di "Free Bird".

Per tradizione, questo brano veniva suonato sempre alla fine dei concerti, ingenerando fra i fan una spasmodica attesa, che il pubblico sfogava richiedendo ad alta voce “Free Bird!”. Questa richiesta, negli States, nel tempo è diventata una battuta da concerto (di qualunque artista si tratti), e non è difficile, nei momenti di pausa fra un brano e l’altro, sentire qualcuno che rompe il silenzio invocandone l’esecuzione (e talvolta venendo anche accontentato).

I Lynyrd Skynyd conobbero una fine improvvisa e tragica all'apice del loro successo, quando l'aereo della band si schiantò mentre si recavano per uno show a Baton Rouge, in Louisiana, nel 1977. Il cantante Ronnie Van Zant morì insieme al chitarrista Steve Gaines, e altri membri della band rimasero gravemente feriti. Gli Skynyd si riformarono nel 1987, con il fratello di Ronnie, Johnny Van Zant, che subentrò come frontman. All’inizio, eseguire la canzone fu molto emozionante per Johnny, che per un periodo non la cantò più: la band la suonava come strumentale e il pubblico ne cantava le parole.

Una curiosità. Questo classico del southern rock è stato prodotto da un nordista, Al Kooper, che era entrato in contatto con la band un anno prima, durante un concerto ad Atlanta. Kooper, uno dei membri fondatori dei Blood, Sweat & Tears, era originario di Brooklyn, New York, ma riuscì a entrare in perfetta sintonia con gli Skynyrd, plasmando il loro sound per renderlo più appetibile senza tuttavia diluirne gli afrori sudisti.

Ecco un esempio. Nonostante la presenza di tre chitarristi, "Free Bird" si apre con un organo come strumento principale, dando così alle chitarre un maggiore impatto al loro ingresso. Nelle prime versioni del brano, questa sezione era suonata al pianoforte (strumento usato poi dal vivo), ma Al Kooper convinse la band che l'organo fosse la strada giusta da percorrere, e fu lui stesso a suonare lo strumento nel brano, accreditandosi sull'album come "Roosevelt Gook".

 


 

 

Blackswan, martedì 12/05/2026

lunedì 11 maggio 2026

Corrosion Of Conformity - Good God/Baad Man (Nuclear Blast Records, 2026)

 


Tetragoni a tutto, i Corrosion Of Conformity hanno attraversato i quattro decenni della loro storia, facendo strenua resistenza agli accidenti della vita, al tempo che passa e al mondo che cambia. Dall’esordio datato 1984, Eye For An Eye, fino a oggi, la band statunitense ha assistito a numerosi cambia di line up, ha pianto la perdita del batterista, amico e co-fondatore Reed Mulin e subito l’abbandono del bassista Mike Dean, ha superato una pandemia senza perdere la barra della creatività, e ha resistito, con pertinacia, al proliferare di nuove mode e nuovi hype.

Così, dopo ben otto anni dall’ultimo e ottimo No Cross No Crown, e superstiti Pepper Keenan e Woody Weatherman (coadiuvati da Bobby Landgraf al basso e Stanton Moore alla batteria) hanno tenacemente tenuto botta, per ripresentarsi davanti ai numerosi fan con questo Good God Baad Man, un lavoro che forse definire monumentale è troppo, ma che di sicuro si presenta come opera corposa, divisa in due ipotetici dischi, nel quale confluiscono le diverse nature di un gruppo che, nel corso degli anni, ha masticato con consapevolezza doom, stoner, sludge, hardcore, thrash, psych e southern rock, in una miscela magmatica e incandescente.

Good God Baad Man non è, quindi, semplicemente un nuovo album, ma la certificazione di una band che è orgogliosa della propria versatilità e che, probabilmente, sentiva il bisogno di mettere un punto fermo alla propria carriera ed esibire a tutti, concentrandolo in quattordici canzoni, il proprio irresistibile e variegato songbook.

Tanti brani e molta eterogeneità hanno spinto i due leader a cercare una quadra, a regolare il caos creativo tramite un compromesso che permettesse al numeroso materiale di avere un senso compiuto. Ecco, allora, i due dischi, con due titoli diversi. Il primo (Good God) divampa come un incendio ed è composto da sei brani che affondano le radici nell'aggressività hardcore, doom e heavy psych della band: riff potenti, batteria pestata ma dinamica, un'attitudine al massimo. Il secondo (Baad Man) è meno pesante, più asciutto: otto brani che insufflano i miasmi del Mississippi, incanalando Grand Funk Railroad, ZZ Top e Lynyrd Skynyrd nella classica struttura compositiva dei COC.

La band viaggia che è un piacere: le chitarre di Woody Weatherman e Pepper Keenan possiedono il consueto impatto “corrosivo”, la voce di quest’ultimo è sporca, aggressiva e beffarda, Stanton Moore è un batterista di altissimo livello, il suo background conferisce ai groove una fluidità tale da impedire ai brani più pesanti di risultare troppo pachidermici, mentre il basso di Bobby "Rock" Landgraf è preciso dove serve e sciolto e aggressivo dove il brano lo richiede.

Good God si apre con "Good God? / Final Dawn", un brano in due parti che dichiara subito le intenzioni della band. Il riff è diretto e fisico e non c'è tempo per i preamboli e abbellimenti: questi sono i COC nella loro versione più intransigente, quella degli esordi, per intenderci. "You or Me" è una delle bombe del disco: groove travolgente, ma a ritmo medio, che non molla mai la presa e che vede Keenan in una delle sue migliori performance, grazie a quel timbro minaccioso così incredibilmente verace. "Gimme Some Moore", il primo singolo pubblicato, vede il contributo vocale di Al Jourgensen dei Ministry ed è l richiamo più diretto alle radici hardcore dei COC degli esordi: grezzo, energico, volutamente ruvido, espressione di un'energia che sembra quella di una band che suona veloce perché può ancora permetterselo.

"The Handler" e "Bedouin's Hand" mantengono alta l'intensità nella parte centrale del disco, sventolando la bandiera dello stoner doom, mentre "Run for Your Life" chiude Good God con dieci minuti di uno psych rock allucinato e di matrice settantiana.

Il cambio di registro in Baad Man è evidente ma non stridente, merito dell’ottima produzione di Warren Riker che ha saputo coniugare con sapienza le diverse anime della band in un suono decisamente coeso. Non si tratta, però, di un sound completamente nuovo, dal momento che lo si è già intravisto in Deliverance e in America's Volume Dealer, e ora qui sviluppato più compiutamente.

"Baad Man" (il brano) apre il secondo disco con un ritmo lento ma incalzante che comunica immediatamente il cambio di tono. Ciò che segue è la sensibilità musicale dei COC che filtra il suono classico di band come Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers e gli ZZ Top dei tempi d'oro. "Mandra Sonos" si sviluppa su un'atmosfera swing, quasi psichedelica, "Loose Yourself" esibisce un riff stellare, "Asleep on the Killing Floor" è southern rock in collisione coi Sabbath, "Swallowing the Anchor" e "Brickman", questa in odore Lynyrd Skynyrd, sono i brani strutturalmente più memorabili del disco, costruiti su quel tipo di istinto melodico che la band aveva sviluppato con il materiale dell'era Deliverance, ma qui applicato con meno preoccupazione per l'appeal commerciale. "Forever Amplified" chiude l'album con una nota di autentico peso emotivo, tra afrori pscihedelici e un mood che resta acido e sporchissimo.

È impossibile ascoltare questo disco senza pensare a Reed Mullin. Keenan è stato esplicito al riguardo: "Con molte di queste canzoni, stiamo cercando di rendere orgoglioso Reed Mullin". Questo onere è presente in tutto l'album, ma non lo fa scadere nel mero progetto di elaborazione del lutto. Good God / Baad Man è, semmai, il manifesto musicale creato da chi ha trovato la forza di andare avanti, nonostante tutto.

Good God / Baad Man offre ciò che promette, la storia di una band iconica racchiusa in due dischi: uno, Good God, è tra gli album heavy più urgenti che Keenan e Weatherman abbiano prodotto dagli anni ‘90, l’altro, Baad Man, è più libero e generoso, e punta sulla varietà piuttosto che sulla forza.Insieme, rappresentano l'intero spettro di ciò che il gruppo è ed è sempre stato. Semplicemente leggenda.

Voto: 8,5

Genere: Metal

 


 

 

Blackswan, lunedì 11/05/2026