martedì 31 marzo 2026

Jay Buchanan - Weapons Of Beauty (Sacred Tongue, 2026)


 

Isolarsi dal resto del mondo, lontano dalla rutilante vita cittadina, per cercare la giusta ispirazione, per ritrovare se stessi, per dare risposte a quelle domande che ci rincorrono da sempre, con quel carico di dubbi, quell’alternarsi di smarrimento e inquietudine, che richiedono una sospensione, un momento di stasi e di pace interiore. Lo aveva già fatto, anni fa, era il 2007, Justin Vernon, alias Bon Iver, durante un inverno passato nella capanna del padre, nel Wisconsin, in cui partorì il meraviglioso For Emma, Forever Ago.

Allo stresso modo, un anno fa, Jay Buchanan, frontman dei Rival Sons, si è ritirato nel deserto del Mojave per trascorrere un periodo di isolamento e lavorare a nuova musica, che è confluita in questo Weapons Of Beauty, il suo primo album solista. Ed è proprio l’isolamento a dare il tono generale alla scaletta, che vive sulla sovrapposizione di due diversi spazi, che poi finiscono per fondersi e convivere. Da un lato, la bellezza mistica del deserto, un luogo aspro e selvaggio dalle reminiscenze cinematografiche, che suggerisce spiritualità, che affascina attraverso la forza brutale ed epica di una natura ancora indomita; dall’altro, il proprio spazio interiore, dilatato da una solitudine che impone riflessioni, che accumula pensieri, che illumina il proprio percorso esistenziale.

Con Weapons of Beauty, Jay Buchanan, offre un album solista intimo e maturo che abbandona l'energica arroganza della sua rock band per qualcosa di più emotivamente sincero. Attingendo a radici, blues, americana, gospel e soft rock, il disco sfugge a facili classificazioni di genere.

Prodotto da Dave Cobb, collaboratore di lunga data dei Rival Sons, e sequenziato da Scott Cooper, Weapons of Beauty esce dal cuore del deserto con una struttura scarna e priva di orpelli, per vedere successivamente la luce, con le canzoni maggiormente rifinite, grazie al contributo del bassista Brian Allen, del batterista Chris Powell, del tastierista Philip Towns e dei chitarristi Leroy Powell e J.D. Simo.

Se la solitudine e il deserto sono stati il carburante nobile dell’ispirazione, è la scrittura di Buchanan, così semplice ed efficace, così appassionata e melodica, ad essere una delle armi vincenti di questo emozionante album.

L'atmosfera è immediatamente definita dal brano d'apertura, "Caroline", una ballata ariosa e dalle sfumature country, che ricorda il Jason Isbell più acustico e verace, e che risulta al contempo dolce e introspettiva. La voce di Buchanan si muove con disinvoltura tra potenza e fragilità, con un’intensità espressiva che lascia senza fiato.

Nei dischi dei Rival Sons, Buchanan ha ripetutamente dimostrato un controllo impeccabile della voce, capace di suonare in modo carezzevole quando il testo richiede un tocco più delicato o di scatenarsi, quando la canzone esige tutta la sua potente estensione.

In "Weapons" il vocalist abbandona ogni posa da rocker e lascia fluire la voce come se fosse un’estensione del cuore, raggiungendo risultati impressionanti in "Sway", vertice del disco e una delle ballate più emotivamente coinvolgenti ascoltate quest’anno. Mentre canta, rivolto alla propria moglie, “Ti voglio ora, finché siamo ancora giovani, e ti voglio da vecchia”, la potenza dell’amore si espande insieme alla voce di Buchanan, diventando quasi tangibile, mentre la strumentazione si abbandona a un intenso crescendo.

In tutto il disco, la produzione di Dave Cobb mantiene saldamente l'attenzione sul cuore della melodia e sull’interpretazione vocale di Buchanan, esaltando entrambe attraverso un’orchestrazione misurata ed evocativa. Ciò è evidente in uno dei brani più significativi dell'album, "Deep Swimming", una canzone che utilizza un ritmo incalzante per accentuare, con successo, il lirismo introspettivo di liriche che meditano sui temi della memoria e della famiglia.

Un ampio e avvolgente tocco cinematografico pervade l'intero album, cosa particolarmente evidente nel country soleggiato di "Tumbleweeds", un bravo che evoca le vaste pianure di un paesaggio che si materializza innanzi ai nostri occhi, lasciando che la fantasia attraversi il deserto a volo d’uccello.

Morbida e carezzevole nei suoi incisi soul, "Shower of Roses" riflette sulla bellezza intesa sia come dono che come doloroso promemoria della caducità della vita, catturando la tensione tra gioia e dolore. Il testo allude anche al rapporto di Buchanan con la vita sotto i riflettori e al suo desiderio di autenticità: "Quando la folla se n'è andata, Le luci si spengono sul palco, Quando cala il sipario, Vuoi solo che dicano, Che non hai mai preso più di quanto hai dato".

E se "The Great Divide" riecheggia lo spirito dei Fleetwood Mac degli anni '70, trasmettendo un'atmosfera malinconica venata da una quieta urgenza, la cover che Buchanan fa di "Dance Me to the End of Love" di Leonard Cohen è avvolta di tensione soul, che infonde nel brano un’essenziale intensità. 

Il culmine emotivo dell'album arriva con il finale catartico della title track, voce e pianoforte a dispensare una vulnerabilità traboccante di emozioni, quelle emozioni che nascono dalla bellezza, sia nell’amore che nell’arte, e che sono un’arma per resistere di fronte ai momenti difficili della vita.

Alla fine del brano, si sente il piede di Buchanan che si toglie dal pedale del pianoforte e, quindi, il silenzio. Il silenzio del deserto, il silenzio della solitudine, il silenzio come spazio nel quale fluttuano i palpiti appena provati.  

Voto: 8

Genere: Americana




Blackswan, martedì 31/03/2026

lunedì 30 marzo 2026

Spoonman - Soundgarden (A&M, 1994)

 


Ottava traccia dal best seller Superunknown (1994) questa canzone ha come protagonista un vero artista di strada di nome Artis the Spoonman, che suonava i cucchiai per le strade di Seattle, città dove si formarono i Soundgarden. Artis non fu solo l’ispirazione per il brano, ma partecipò attivamente alla realizzazione dello stesso, suonando i cucchiaì nella canzone (è accreditato nell'album) e apparendo nel video.

Cornell, che conosceva le strabilianti doti artistiche di Artis, nel 1992 lo volle sul palco come intermezzo tra l’esibizione dei Soundgarden e quella dei Melvins. Finito il concerto, la manager della band, Susan Silver, disse a Artis che la band stava scrivendo una canzone dal titolo "Spoonman" e gli propose di contribuire alla registrazione. Nel 1993, quasi un anno e mezzo dopo, la collaborazione si consumò in quattro take e due ore di lavoro.

Tra registrazione e video, Artis guadagnò complessivamente 8.000 dollari. Una discreta somma, ma non tale, ovviamente, da renderlo ricco. A lui, però, non importava, sia perché come artista di strada si era creato un pubblico appassionato e una discreta fama d’intrattenitore, sia perché era assolutamente insensibile a ogni forma di promozione del proprio lavoro.

Suonava i suoi cucchiai e rendeva felice la gente, non aveva manager, nessun avvocato ed era finanziariamente poco accorto: nessuna trattativa, accettava solo quello che gli altri erano disposti a offrire. E così, a parte i proventi per la registrazione, come royalties non incassò un becco di un quattrino, nonostante, a dispetto di quello che si poteva pensare, fosse un musicista molto richiesto.

A questa canzone, infatti, viene spesso attribuito il merito di aver trasformato Artis the Spoonman in una sorta di celebrità, ma, in realtà, lui aveva già fatto concerti di alto profilo, tra cui alcune esibizioni con Frank Zappa nel 1981. Ai tempi, suonava già da venticinque anni, si era esibito anche al Letterman Show, era stato in Giappone, Inghilterra, Germania, Australia, Bali, Singapore, dove aveva partecipato a trasmissioni televisive nazionali e concerti.  Lo stesso Artis spiegò in un’intervista: “Quello che ho fatto con i Soundgarden è stato un altro salto di qualità. Avevo già ottenuto un sacco di copertura nazionale e avevo suonato un sacco di concerti in tutto il Paese. Ma quel salto è stato enorme, un onore immenso."

Coinvolgere Artis per Cornell non era solo avvalersi di un musicista dalle doti straordinarie, ma anche un modo per far riflettere la gente sull’errata percezione che spesso si ha degli artisti di strada. “La gente pensa” disse Cornell “che un musicista di strada sia un senzatetto, o che lo faccia perché non riesce a mantenere un lavoro regolare. Lo mettono un gradino più in basso nella scala sociale a causa di come percepiscono qualcuno che si veste in modo diverso. Il testo della canzone suggerisce semplicemente che io mi identifico molto più facilmente con qualcuno come Artis".

Il titolo della canzone fu, però, frutto della fantasia di Jeff Ament, il bassista dei Pearl Jam. Ament, insieme a Eddie Vedder, Layne Staley e altri eroi del grunge, apparve nel film del 1992 Singles, che vedeva Matt Dillon nei panni di un musicista di nome Cliff Poncier. Nella sceneggiatura originale è stata tagliata una scena dove Cliff Poncier, dopo essere mollato la sua band si ritrova a suonare e a vendere le proprie cassette soliste per strada. Il regista Cameron Crowe chiese a Jeff Ament di disegnare la grafica di quelle cassette e di inventarsi i titoli delle canzoni.

Per puro divertimento, Chris Cornell, che ha un cameo nel film, registrò l'intera cassetta di Cliff partendo dai falsi titoli di Ament, uno dei quali era appunto Spoon Man. La registrazione di cinque canzoni scritte da Cornell fu, poi, stampata su circa 5000 CD, che furono usati per promuovere il film. In scaletta compare anche la versione originale di Spoon Man, che fu registrata su un nastro a quattro tracce per emulare il modo molto grezzo in cui l'avrebbe suonata Poncier.

Quando arrivò il momento di registrare Superunknown, Cornell ne realizzò una versione rifinita con i Soundgarden, questa volta con il titolo definitivo di "Spoonman". Ament fu accreditato nell'album per aver inventato il titolo.

 


 

 Blackswan, lunedì 30/03/2026

giovedì 26 marzo 2026

Kula Shaker - Wormslayer (Strange Folk LLP, 2026)

 


I Kula Shaker ci fecero godere, e non poco, nella seconda metà degli anni ’90, con due dischi (K del 1996 e Peasants, Pigs & Austronauts del 1999) che fondevano mirabilmente suoni mutuati dalla cultura musicale indiana con quel brit pop, che fu suono dominante del decennio, e con una vera e propria passione per il rock psichedelico, derivato dai rivoluzionari anni ’60.

Una carriera, poi, proseguita dignitosamente nel nuovo millennio, che, dopo uno iato di sei anni, ha ripreso con pubblicazioni a cadenza regolare a partire dal 2022. Questo nuovo Wormslayer segue l’ottimo Natural Magik di due anni fa, senza cambiare di una virgola la consueta proposta, che la band londinese gestisce con la consapevolezza del veterano ma anche con inaspettata brillantezza. Certo, l’effetto nostalgia non manca ed è il gancio per conquistare all’ascolto tutti coloro che negli anni ’90 tenevano il poster di Crispian Mills e soci appeso alle pareti della cameretta. Tuttavia, la scaletta è talmente buona, da poter conquistare anche le orecchie di giovani appassionati che di quel decennio conoscono solo i racconti dei loro papà.

D’altra parte, un pezzo come "Lucky Number", che apre la scaletta, risucchia subito nel mondo magico dei Kula Shaker, in cui suoni speziati al curry contornano un rock di colorata psichedelia, sferzante e divertentissimo, roba che sparato a tutto volume durante una festa spinge sul dancefloor più velocemente di tre negroni sbagliati. E ancora meglio, in tal senso, è il raga rock di "Good Monkey" (guardate il video che è una vera figata), con quell’incipit lennoniano, il groove strappa mutande e il goduriosissimo interplay tra la voce del leader e gli spassosi coretti.

Un uno-due che conquista fin da subito e apre le porte al resto della scaletta, la cui prima gemma è la successiva "Charge of the Light Brigade", un orgia psichedelica, che spinge forte sulla ritmica quadrata ed echi che rimandano ai Fab Four, presenti in sottofondo anche nella ballata sixties "Little Darling".

Giocano con un lontano passato, i Kula Shaker, ma sanno fare con una classe unica quello che per altri diventerebbe un insulso pastrocchio. Ascoltate, a esempio, "Broke As Folk", il cui inizio atmosferico riporta in vita i Pink Floyd anni ’70, per poi immergersi completamente nel mondo Doors. E mentre Jay Darlington spolvera l’hammond come un profeta del verbo Manzarek, la domanda sorge spontanea: chi è questo che canta al posto di Jim Morrison?  

La scaletta è decisamente attrattiva nella sua varietà: "Be Merciful" è una splendida ballata che sorge con delicatezza da atmosfere folk per poi elevarsi in un crescendo gospel innervato da una buona dose di elettricità, "Shaunie" riporta nel cuore di atmosfere psichedeliche, alternando lo strimpellare di una chitarra acustica con il tiro acido di quella elettrica in un tripudio di colori, mentre "The Winged Boy", dopo lo sfarfallio iniziale, insegue derive lisergiche su una ritmica che sembra rubata da "Promentory" di Trevor Jones (dalla colonna sonora de L’Ultimo Dei Mohicani).

Ottima anche la tripletta con cui si chiude il disco: la breve "Day For Night" è un gustoso acquarello folk che si muove dalle parti di Simon & Garfunkel, a cui fanno da contrappunto la straniante title track, punto di fusione fra filastrocca psichedelica e grintoso hard rock settantiano e l’elegante blues rock della conclusiva "Dust Beneath Our Feet", che sembra suonata da degli Stones in trip di marjuana.

La nostalgia, si sa, è canaglia, e molti di noi sarebbero disposti ad accettare qualunque cosa, pur di tornare ad ascoltare un disco degli eroi della fu giovinezza. Coi Kula Shaker, fortunatamente, non si corre il rischio di un’accettazione passiva che guarda con condiscendenza anche un pugno di pessime canzoni, perché questa loro, potremmo definirla così, seconda parte di carriera, è animata da un rinnovato entusiasmo e da una ritrovata ispirazione.

Anche nella sua divertente varietà, Wormslayer è un disco coeso in un suono che, pur non innovando i vecchi stilemi del passato, dopo trent’anni di storia, li restituisce a vecchi e nuovi fan con una inaspettata e vitale freschezza.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Psichedelia, Brit Pop

 


 

Blackswan, Giovedì 26/03/2026


martedì 24 marzo 2026

The Delines - The Set Up (El Cortez Records, 2026)

 


La testa piena di idee, il bisogno di raccontare nuove storie, l’urgenza di mettere in note un’ispirazione che sembra non conoscere momenti di stanca. La band originaria di Portland sta vivendo un momento d’oro, anche se non è propriamente corretto parlare di momento per una band che non sbaglia un colpo fin dall’esordio intitolato Colfax, risalente al 2014. Meglio, si potrebbe dire che la loro declinazione di un country soul arricchito dalle storie di Willy Vlautin, romanziere e maestro del noir urbano, sta acquisendo, disco dopo disco, lo status di classico, sia per quel suono deliziosamente retrò, che torna a vivere con inusitata freschezza, sia per la potenza narrativa di liriche molto prossime alla vera letteratura.

Dopo le atmosfere suggestive di Mr.Luck And Ms. Doom, i Delines tornano con The Set Up, una raccolta di canzoni cinematografiche, schiette e profondamente umane che si addentrano nelle vite di anime ferite e vagabonde ai margini dell'America. Se, però, Mr. Luck & Ms. Doom il tema era connotato da un romanticismo agrodolce, The Set Up si addentra in territori più oscuri e solitari.

Prodotto ancora una volta da John Morgan Askew, il cui talento nel plasmare paesaggi sonori immersivi e vissuti si percepisce in ogni nota, questo nuovo album amplia, in qualche modo, la tavolozza sonora della band.

I semi di The Set Up furono piantati mentre i Delines stavano terminando le sessioni del suo predecessore. Willy Vlautin portò una nuova canzone, "Walking With His Sleeves Down", che Amy Boone imparò al pianoforte, dandone un’interpretazione straordinaria. Tuttavia, la solitudine inquieta espressa nel brano non si adattava al romanticismo errante di Luck & Doom, e quindi fu accantonata. Vlautin presentò poi anche "The Reckless Life", che si adattava al mondo sonoro del disco ma se ne discostava a livello di testo. Entrambe le canzoni, infatti, raccontano di personaggi che vivono al limite (tossicodipendenti, vagabondi, gente con due piedi sul baratro), figure molto più drammatiche degli squattrinati romantici di Luck & Doom. Entrambe non trovarono posto nella scaletta dell’album, ma erano talmente buone che l’idea di lasciarle in un cassetto sembrava profondamente ingiusta.

Poi, durante il tour di Mr. Luck & Ms. Doom, Vlautin continuò a scrivere, spinto dalla necessità di puntare il dito sulla crisi degli oppioidi, su storie di giovani che vivevano in tende, in auto, in vecchi camper, sfiniti dalla dipendenza, morti viventi, senza denaro, senza prospettive, senza speranza. Temi solo abbozzati in quel disco, ma che meritavano, tuttavia, una più profonda focalizzazione, un diverso e più doloroso terreno emotivo. Erano storie simili che, però, riflettevano in modo diverso sulle anime perse che popolano i testi di Vlautin: meno romanticismo di quelle vite al limite, più disperazione di chi vive tutto ciò.

Se i protagonisti di Luck & Doom provavano amori tormentati e cercavano nella fuga una speranza, The Set Up fotografa, invece, il totale fallimento, la sconfitta, un’irrimediabile ed esiziale stasi, la morte come inevitabile conseguenza.

"Ti ho detto che mio padre è morto in macchina? Ha avuto un infarto nel parcheggio del negozio di liquori Lee. Una fila di abiti da mille dollari appesi a un palo sul sedile posteriore. Nel bagagliaio c'era tutto il resto che possedeva" canta Amy Boone in "Can You Get Me Out Of Phoenix", una delle meraviglie del disco. Un organo ipnotico e un pianoforte elettrico ondeggiano mestamente, mentre il suono più squillante della chitarra si espande, e la batteria di Sean Oldham crea trame minimal, le pause importanti quanto i colpi, una lezione magistrale di economia. Sulle note si muove la voce arresa della Boone, una femme fatale che ha visto più tramonti che albe, che canta nel cuore della notte di locali di mezza tacca, in cui il fumo e l’odore di alcool impregna i vestiti al pari di una malinconia agra.

La sontuosa produzione di John Morgan Askew assicura che ogni dettaglio sia messo in risalto con una chiarezza accattivante. L'album inizia con un’onda quieta di ottoni che si diffonde senza sforzo dagli altoparlanti in accordo con un organo solitario in sottofondo, mentre il lento ticchettio delle percussioni si fa strada. Ogni nota è di un nitore assoluto.

L'incipit è la prima di tre canzoni collegate, tutte recitate con la voce roca e sensuale di Boone, e ognuna intitolata The Set Up. Introduzioni che, nelle mani di qualsiasi altra band, sarebbero solo riempitivi, ma qui, presentate come sono, diventano parte integrante quanto le canzoni vere e proprie e i tre strumentali che le collegano.

"Dilaudid Diane" si presenta come uno dei momenti più dolorosi in scaletta: una canzone ispirata alla lotta contro la dipendenza e alle fragili vite dei giovani travolte dalla sua scia. Registrato dal vivo attorno a un unico microfono, il brano fonde sonorità doo-wop con la malinconia di una canzone folk di protesta, il tutto reso possibile dall'inconfondibile voce di Amy Boone. Quasi un poema sinfonico, brutalmente e splendidamente conciso. 

"Bloccata fuori Tijuana

Con un dente marcio e un occhio nero

Non avrebbe mai pensato di essere lei

Quella che si è lasciata andare

Dilaudid Diane

Dilaudid Diane

Diane era una ragazza seria

Correva attraverso il paese

Suonava il clarinetto nella banda musicale

Amava i film francesi"

 

"The Reckless Life" riempie gli spazi lasciati vuoti dalle altre canzoni, i fiati sono di nuovo splendenti, gli effetti wah-wah emergono cristallini dalla chitarra di Vlautin, e un’emozionante coda estesa con hammond e chitarra si fa abbracciare dal soffio vitale e malinconico degli ottoni.

E se "Walking with His Sleeves Down" vede la Boone in solitaria accompagnata da un pianoforte scarno e malinconico, che trova il suo contrappunto nella bossanova sensuale di "The Meter Keeps Ticking", le atmosfere ronzanti e ipnagogiche dello strumentale "The Last Time I Saw Her" chiudono con un tocco cinematografico l’ennesimo grande disco dei Delines, una band che, come nessun altra in America, sa creare musica che racconta la vita degli ultimi e delle classi disagiate con tanta passione, sincerità ed eleganza.

Gli emarginati di cui cantano i Delines probabilmente non ascolteranno mai queste canzoni, non sapranno mai che le loro vite disperate sono state trasformate in una poesia così cruda e intensa. Una contraddizione che, tuttavia, nulla toglie a questa splendida musica, che sa essere tanto cronaca sociale quanto emozionata elegia dei perdenti.

Voto: 8

Genere: Country Soul

 


 


Blackswan, martedì 24/03/2026

lunedì 23 marzo 2026

Night Moves - Bob Seger (Capitol, 1976)

 


 

Seconda traccia dall’omonimo album pubblicato da Bob Seger nel 1976, Night Moves parla di una giovane coppia che perde la verginità sul sedile posteriore di una Chevrolet. Seger afferma che la canzone è autobiografica, ma che si è preso qualche libertà nello scriverla, perchè la storia d'amore a cui è ispirata la canzone era avvenuta dopo gli anni del liceo. La ragazza di cui Seger si era innamorato aveva un fidanzato nell'esercito, e quando lui è tornato, lei lo ha sposato, spezzando così il cuore di cantante.

Comunque sia, il brano parla degli anni spensierati del liceo, della leggerezza e delle grandi speranze, della voglia di vivere e di amare, del sentirsi liberi e onnipotenti. Come in molte delle canzoni di Seger, c'è, però, anche, un tocco di nostalgia nel testo. Quando canta "Ed era estate, dolce estate, estate", il songwriter, infatti, non si riferisce solo al periodo dell'anno, ma anche a quella stagione della sua vita che fu la giovinezza, mentre nell'ultima strofa della canzone, mentre rievoca i ricordi e canta "con l'autunno che si avvicina", il riferimento è all'autunno dell'esistenza, all'invecchiamento.

A proposito di liriche, l’espressione "night moves" (mosse notturne) ha diversi significati, il che lo rende un titolo intrigante. Potrebbe significare "fare le mosse" a una ragazza sul sedile posteriore di un'auto, con esplicito riferimento sessuale, ma potrebbe riferirsi anche alle feste improvvisate che Seger e i suoi amici organizzavano nei campi di Ann Arbor, nel Michigan, quando accendevano i fari e ballavano al buio e ubriachi le loro "mosse notturne".

Seger si ispirò al film American Graffiti, uscito nel 1973, ma ambientato nel 1962. Raccontò: "Uscii dal cinema pensando: 'Ehi, anch'io ho una storia da raccontare. Nessuno ha mai raccontato com'è stato crescere nella mia zona'."

Quattro brani che confluirono nell'album Night Moves furono registrati ai Muscle Shoals Sound Studios in Alabama insieme alla Muscle Shoals Rhythm Section, e altri quattro ai Pampa Studios di Detroit, con la Silver Bullet Band di Seger. Ne serviva ancora uno per completare l'album, così il manager di Seger prenotò tre giorni ai Nimbus Nine Studios di Toronto con il produttore Jack Richardson.

Registrarono rapidamente tre brani che non furono poi così memorabili. Il chitarrista e il sassofonista di Seger se ne tornarono a Detroit, ma il resto della troupe continuò a lavorare su un brano su cui Seger aveva lavorato duramente da mesi: "Night Moves".

Quando il progetto cominciò a prendere forma, Richardson chiamò il chitarrista locale Joe Miquelon e l'organista Doug Riley per suonare nel brano insieme a Seger e ai due membri della band rimasti: il bassista Chris Campbell e il batterista Charlie Allen Martin.

"Night Moves" è anche l'unica traccia del disco ad avere dei cori femminili, per i quali furono frettolosamente reclutate Laurel Ward, Rhonda Silver e Sharon Dee Williams, un trio di Montreal che si trovava casualmente in città.

"Night Moves" fu un successo strepitoso per Seger, e fece conoscere il rocker del Michigan a un pubblico molto più vasto. Lui aveva acquisito notorietà nel proprio Stato di appartenenza fin dal suo primo album del 1969, che conteneva la solida hit "Ramblin' Gamblin' Man". Quella canzone raggiunse il numero 17 della Hot 100, ma negli anni successivi Seger faticò a ottenere un impatto nazionale.

La grande occasione arrivò nell'aprile del 1976, quando la sua etichetta, la Capitol, vedendo il successo di Frampton Comes Alive di Peter Frampton, pubblicò un album live di Seger, Live Bullet, registrato da due suoi concerti tenutisi a Detroit nel 1975. Fu il primo passo verso la gloria.

Quando Night Moves uscì nell'ottobre del 1976, i due album restano in classifica per più di un anno, ognuno dei due vendette più di cinque milioni di copie, e il singolo raggiunse la quarta piazza di Billboard. Il successo fu tale che l'addetto alle promozioni della Capitol, Bruce Wendell, disse a Seger: "Canterai questa canzone per tutta la tua carriera”. E così è stato.

 


 

 Blackswan, lunedì 23/03/2026