venerdì 2 ottobre 2026

Jeff Bucley - Live At Sin-è (Columbia, 2026)

 


Il 23 novembre del 1993, esce per la Colombia Records, Live At Sin-è EP, il primo lascito dell’angelo Jeff Buckley a noi umani. Da quel momento in avanti la sua storia artistica diventa leggenda, il figlio del grande Tim entra nell’empireo del rock e si trasforma in uno degli artisti musicali più iconici del decennio, nonostante la morte prematura, un solo vero album all’attivo (il successivo Grace, che uscirà ad agosto del 1994), e un disco postumo, Sketches For My Sweetheart The Drunk (1998), interessante ma frammentario, che avrebbe segnato, se portato a compimento, un allontanamento dal romanticismo disperato del suo predecessore.

Oggi, il mito di Jeff Buckley è più vivo che mai, come testimonia It's Never Over, lungometraggio uscito a marzo di quest’anno che ripercorre la vita, personale e artistica, del musicista californiano. La sua figura continua a catturare l’interesse degli appassionati, e a rinfocolare il rimpianto per la sua perdita in tutti coloro che l’hanno vissuto in prima persona, durante quella breve, ma esaltante stagione. Soprattutto, la sua musica continua a essere ascoltata, grazie a un pugno di canzoni toccate da imprimatur divino e a una voce vertiginosa, di cui nessuno al mondo ha saputo, poi, pareggiare la stordente e selvaggia bellezza.

In quel lontano 1993, però, tutto doveva essere ancora scritto, la gloria imperitura era solo una lontana speranza e il destino malevolo non aveva ancora mostrato il suo volto crudele.

Jeff Buckley era solo un ragazzo segnato dal rapporto conflittuale con il fantasma dell’iconico padre, un giovane musicista in cerca di fortuna, che suonava, accompagnato dalla sola chitarra elettrica, in piccoli locali newyorkesi. Un artista emergente, che viveva, probabilmente, il momento più felice della sua esistenza, come chiarì lui stesso quando il successo iniziò a tormentarlo.

"C'è stato un momento della mia vita non troppo tempo fa nel quale potevo semplicemente esibirmi in un café e fare ciò che mi piaceva fare, suonare musica, imparare esibendomi, esplorare cosa significasse per me, cioè divertirmi mentre irritavo e/o divertivo spettatori che non mi conoscevano. In questa situazione avevo il prezioso e insostituibile lusso del fallimento, del rischio, della resa. Ho lavorato duramente per mettere insieme queste cose, questo ambiente di lavoro. Mi piaceva e poi mi è mancato quando è sparito".  

Quell’EP, registrato nell’omonimo locale dell’East Village della Grande Mela, ci fece conoscere il talento smisurato di Buckley, nonostante contenesse solo quattro canzoni, due ("Mojo Pin" ed "Eternal Life"), che sarebbero confluite in Grace, e due cover, "Je n'en connais pas la fin", portata al successo da Edith Piaf, e "The Way Young Lovers Do" di Van Morrison.

Un breve antipasto di quello che poi avremmo ascoltato in Grace, ma sufficiente per lasciare tutti sbalorditi. Se ripenso a quell’ascolto (ero un ragazzo affamato di musica, esattamente come lo sono oggi), ho il ricordo di un’autentica folgorazione. Da quale mondo ultraterreno arrivava quella voce? Quanto in alto poteva spingersi? Come poteva Buckley, nella stessa canzone, alternare un falsetto angelico a un ringhio rabbioso, come era possibile, ascoltandolo, provare al contempo estasi mistica e il dolore lancinante di uno sprofondo emotivo senza fine?

Quando dopo la sua morte, si pensò bene di dare fondo agli archivi del cantante, con svariate pubblicazioni (live, raccolte, un box set), nel 2003, vide la luce una edizione estesa di Live At Sin-è, chiamata Legacy Edition, contenente due dischi e un DVD, che dilatano l’ascolto a trentaquattro tracce, tra monologhi, divertenti interazioni con il pubblico e, ovviamente, molte canzoni, tra cover e brani originali.

Oggi, cavalcando l’onda di successo ottenuto dal film It’s Never Over, quella legacy edition viene ristampata (senza DVD), in una versione integralmente rimasterizzata.

Basta accendere lo stereo e inserire il cd nel lettore, e la magia torna a rivivere. Sembra un miracolo, ma Buckley si spoglia dei panni di celestiale icona e torna in carne e ossa, a fianco a noi, con una serie di interpretazioni sbalorditive. Bastano i nove minuti di "Lover, You’ve Should Come Over" per essere proiettati in una dimensione trascendente, in cui il tempo è sospeso, lo spazio si fa immateriale e la musica diviene respiro condiviso.

E c’è molto di più: gli scherzi con il pubblico, una parodia dei Doors, le storielle raccontate, le cover di Nina Simone, Bob Dylan, Leonard Cohen, Van Morrison e Led Zeppelin, una versione embrionale di The Last Goodbye  e un’interpretazione da brividi di "Calling You" (dalla colonna sonora del film Bagdad Cafè).

Chi già possiede l’edizione pubblicata nel 2003, conosce ormai la cristallina bellezza di questa raccolta e, salvo aneliti completisti, può tranquillamente fare a meno di questa reissue. Coloro che, invece, se la fossero persa o non conoscono ancora la musica di Jeff Buckley, possono cogliere una ghiotta occasione per accostarsi a uno dei più grandi e sfortunati musicisti di tutti i tempi. E una volta che vi lascerete toccare l’anima da quella voce impetuosa e delicatissima, non ce ne sarà più per nessuno.

 


 

 

Blackswan, venerdì 02/10/2026

mercoledì 30 settembre 2026

People Watching - Sam Fender (Polydor, 2025)

 


"People Watching" è la title track del terzo album di Sam Fender, un disco su cui il cantante inglese ha iniziato a lavorare con Markus Dravs a Londra e ha poi completato con Adam Granduciel dei War On Drugs a Los Angeles. Fender aveva già composto materiale sufficiente per un album, prima di scrivere questa canzone, ma quando lo ha fatto, la sua visione originale per quello che doveva essere il disco è cambiata, e il brano ha finito per definire il tema dell’opera, nonostante sia stata scritta proprio all'ultimo momento.

In tal senso, a differenza del precedente Seventeen Going Under (2021), che è in gran parte autobiografico, People Watching è più orientato verso l'esterno, è una raccolta di storie su diverse persone della sua città natale, il che rende quello della title track un titolo particolarmente azzeccato. 

"People Watching" è stata scritta da Fender in memoria della sua amica e mentore, Annie Orwin, scomparsa nel novembre del 2023. Il brano si basa sui pensieri e sulle esperienze di Fender durante i suoi viaggi da e per la casa di cure palliative in cui era ricoverata Annie, la quale era per il cantante una sorta di madre surrogata, un’anima buona che si prendeva cura di lui, che lo incoraggiava e lo spronava nei momenti difficili, un vero e proprio rifugio, da cui andare per leccarsi le ferite, ma anche carburante nobile per quella che è stata la sua folgorante carriera.

Una donna che univa all’amore materno anche preziosi consigli, e che Fender ricambiò restandole accanto durante i suoi ultimi giorni, dormendo su una sedia accanto a lei (“sono rimasto tutta la notte fino a quando hai lasciato questa vita, perché questo è amore”).  

Annie, con fare di affettuoso rimbrotto, spesso lo rimproverava per non averla mai menzionata nelle note di un album o nei discorsi di ringraziamento, e ora, invece, ironia della sorte, si vedeva dedicare un'intera canzone, e persino un intero album, quale tributo post mortem. In seguito, Fender disse: "Spero che ovunque si trovi ora, ci stia guardando dall'alto e dica: 'Era ora, ragazzo'".

 

"Mentre torno a casa, osservo la gente.

Invidio il barlume di speranza.

Mi dà un po' di sollievo dalla solitudine"

 

Queste, che sono le liriche cruciali del brano, fotografano Fender, di ritorno a casa dalla clinica di cure palliative di Annie, mentre si perde nei suoi pensieri. Osserva i passanti, ognuno un mondo a sé. Il momento è difficile, il dolore invasivo, ma il tema cupo della canzone viene mitigato da un suono tutto sommato luminoso e da quell’accenno alla speranza che suggerisce una sorta di malinconico conforto.

People Watching ha debuttato al primo posto della classifica degli album del Regno Unito con 107.100 unità vendute nei primi sette giorni. Fender è diventato, quindi, il primo artista a vendere oltre 100.000 copie in una settimana, dopo che Harry Styles ne aveva totalizzate ben 113.000 con Harry's House, trentatre mesi prima, nel maggio del 2022. People Watching ha, inoltre, vinto il prestigioso Mercury Music Prize 2025, assegnato al miglior album di un artista britannico, con questa motivazione: "Dopo lunghe discussioni, abbiamo concordato su un album che si distingueva per coesione, carattere e ambizione. Sembrava un album classico, destinato a occupare un posto d'onore nelle collezioni di dischi per gli anni a venire. People Watching di Sam Fender è allo stesso tempo ricco di melodia e di ampio respiro, unendo il rock dell'America profonda alla realtà della vita quotidiana e all'importanza della comunità”.

Una curiosità. Come accennato, nel disco compare quale produttore Adam Granducel dei War On Drugs, che è da sempre restio a produrre musica fuori dalla sua casa madre. Per convincerlo Fender lo ha contattato, aprendo la mail con un detto tipico del Nord-Est dell’Inghilterra: "shy bairns get nothing", che significa "i ragazzi timidi non ottengono nulla". Come dire: io ci provo, non si sa mai.

La copertina dell'album riproduce una fotografia di Tish Murtha, celebre cronista della vita della classe operaia nel nord-est dell'Inghilterra. Un fotografia voluta fortemente dal cantante inglese, per ribadire con fermezza la sua appartenenza al proletariato e le sue posizioni politiche, contigue a quelle della sinistra radicale.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 30/09/2026

lunedì 28 settembre 2026

A.A. Williams - Solstice (Reigning Phoenix Music, 2026)

 


In un mondo più giusto A.A. Williams riempirebbe le pagine dei giornaloni musicali, al pari di Chelsea Wolf o Florence, per citare due nomi sempre in auge, e avrebbe, oltretutto, schiere di fan adoranti. Invece, la songwriter britannica resta patrimonio di una nicchia di ascoltatori e passa inosservata alla maggior parte dei critici, nonostante una discografia di assoluto livello. Forse per il suo sbandierato amore per il metal, genere nel quale viene spesso catalogata, nonostante certe sonorità siano assolutamente residuali nella sua musica.

Solstice rappresenta la naturale evoluzione di As The Moon Rests (2022), sviluppandone ulteriormente i punti di forza, che sono quelli di un suono che fa convivere goth rock, post rock e dream pop, il tutto declinato in paesaggi dal sapore cinematografico e con un mood malinconico e oscuro. Questo nuovo lavoro si sviluppa per quasi un’ora, attraverso undici canzoni caratterizzate da una profonda immersione atmosferica e da tessiture sonore cupe, avvolgenti, evocative. Il pianoforte è lo strumento identitario della Williams, ma non il protagonista assoluto, visto anche il ricorso alla chitarra elettrica, spesso protagonista di molti brani in scaletta.

E’ la voce della songwriter, però, a catalizzare l’attenzione, a prescindere dall’habitus strumentale: delicato ma potente, il timbro della musicista londinese è quello di chi vive perennemente sul ciglio di un baratro emotivo di insanabile tristezza. Ogni canzone è interpretata con quella rassegnata afflizione di chi vive in un mondo ostile, di chi ha scordato il significato della parola speranza, di chi ha conosciuto, e conosce, il pane duro dell’erosione sentimentale, della solitudine e della perdita in senso lato (“The absence that i feel from losing al that’s real, little by little it’s eating me up” da Little By Little).

Ne deriva un ascolto che, pur nella purezza cristallina di melodie facilmente assimilabili, non è per tutti. La Williams si rivolge ad anime tormentate e sofferenti, a chi predilige la nostalgia di un giorno di pioggia all’insulsa luce del sole, a chi si rifugia sotto le coperte per dimenticare il mondo e nascondersi dallo sguardo grifagno della realtà, a chi vive di notte in un abbraccio esiziale coi propri fantasmi, a chi cerca nel proprio tormento interiore quella voluptas dolendi che può diventare, inaspettatamente, nobile carburante esistenziale.

"Poison" si apre con un pianoforte etereo e distante, prima che un riff di chitarra graffiante accompagni la voce della Williams su una melodia priva di colori e di calore, ma di una bellezza arresa, rassegnata, sconfitta. Un brano che è la cartina di tornasole dell’intero disco: la tensione cresce lentamente e il peso emotivo è quasi soffocante, mentre chitarre post rock scartavetrano ogni residuo di speranza. Impossibile non provare un immediato groppo in gola di fronte a una musica che sublima in cinque minuti tutta l’amara concretezza del male di vivere.

La successiva "Wolves" è caratterizzata da più ampio respiro e da un mood gelido. Il brano si sviluppa con pazienza, sovrapponendo tessiture sonore scintillanti a ondate di chitarra di intensità travolgente. È un pezzo di respiro cinematografico ma dall'esecuzione profondamente personale, che mette in luce la straordinaria capacità di Williams di creare musica capace di risultare intima anche quando raggiunge dimensioni ponderose.

Uno dei vertici del disco è la citata "Little By Little", il cui arrangiamento sobrio (quelle note di pianoforte sgocciolate come lacrime sono un pungolo feroce per il cuore), la progressione lenta, la struggente onestà delle liriche e l’intensità emotiva spappolano il cuore silenziosamente e con metodo, senza che sia necessario alcun eccesso.

"Hold It Together" e "Outlines" mantengono vivo il flusso ipnotico dell'album, alternando momenti di intimismo quasi silenzioso a imponenti muri di suono. Williams padroneggia alla perfezione l'arte della misura, sapendo esattamente quando lasciare che una melodia respiri e quando sprigionare una forza emotiva travolgente.

 

Mentre procede l’ascolto torna alla mente molta musica che ha segnato la nostra vita, artiste del calibro di Kate Bush, Tori Amos e Florence, ma sono richiami emotivi in un disco che possiede una sua natura identitaria: quello sguardo sempre rivolto all’abisso, quella volontà di evitare ogni artificio consolatorio, quella consapevolezza di quanto la malinconia e l’afflizione siano le componenti più invasive della nostra esistenza. E siamo solo a metà del viaggio, con il meglio che ancora deve arrivare.

"I’ve Seen Enough" è una canzone stellare, carica di pathos, un brano che trasmette un'intensità sofferta e profondamente riflessiva, tanto da rendere il dolore palpabile, come un’entità fisica che ci circonda durante l’ascolto, mentre "The Veil" avvolge l'ascoltatore in strati di malinconia eterea, il pianoforte accarezzato come si accarezza un’anima afflitta.

Ogni traccia del disco appare curata nei minimi dettagli, senza che si perda un briciolo di pathos, ogni traccia è priva di momenti superflui o di inutili virtuosismi, e arriva al dunque con affilata disperazione.

Il singolo di punta "Just A Shadow" ribadisce tutte le qualità del disco: è essenziale, melodico, intimo eppure potentissimo nel suo incedere post rock.  Qui, la prova vocale della Williams è ammaliante: fragile un istante prima, autorevole e intensa quello successivo.

Verso la conclusione dell'album, "It Won’t Rain Forever" offre un tenue barlume di speranza tra le tenebre grazie a una melodia meno sofferta e più luminosa, mentre "Breathe" crea, in punta di plettro, un senso di quiete onirica che precede lo splendido finale di "The Gentle Harm", una canzone dall’aura quasi spirituale, che si sviluppa su accordi di pianoforte in minore, abbandonandosi a tutto il peso delle emozioni provate, per insufflare l’ascolto di un ultimo estremo anelito di agra malinconia, che chiosa in un livido crescendo strumentale.

Ciò che rende Solstice un grande disco, a mio parere il migliore ascoltato quest’anno, è la capacità della Williams di rendere la tristezza e la malinconia di una veridicità bruciante, di scrivere canzoni intense senza perdere quell’intento intimista che sottende a tutta la sua musica. Non c’è spettacolarizzazione, non ci sono orpelli, nessun escamotage, solo l’ardente pathos e un’onestà espositiva attraverso la quale la musicista inglese crea un’ora di sublime atmosfera, utilizzando la freccia più acuminata che possiede la musica che conta: l’emozione.

Voto: 9

Genere: Alternative

 


 

 Blackswan, lunedì 28/09/2026

venerdì 25 settembre 2026

Moonspell - Far From God (Napalm, 2026)

 


Una lunga carriera fatta di molti alti e di pochissimi bassi, ma soprattutto un disco, Irreligious (1996), che dopo la sua uscita ha influenzato la scena gothic metal del decennio in corso e di quello successivo. Un disco divenuto non solo cartina di tornasole di un genere ma anche emblema distintivo del suono di una band che ha ancora tante, tantissime cose da dire.

Da oltre tre decenni, i lusitani Moonspell rappresentano una delle voci più distintive del genere, bilanciando malinconia, oscurità e grandezza poetica, oltre a un suggestivo impianto melodico, senza mai ridursi a una caricatura del genere che hanno contribuito a definire. Il loro quattordicesimo album in studio, Far From God, è l’ennesima dimostrazione di come l'esperienza e la convinzione artistica possano ancora generare musica vitale.

Essere fedeli a se stessi, amare il proprio credo musicale, ma evitare con intelligenza di ripetersi, senza tuttavia snaturare un suono. Invece di inseguire le tendenze del momento o rifinire eccessivamente il proprio sound, i veterani portoghesi danno alle stampe un lavoro che esalta le loro inclinazioni, un disco, quindi, intriso di atmosfera, di spessore emotivo, di oscurità e malinconia e di ganci melodici molto catchy, ma mai banali. 

Prodotto da Jaime Gomez Arellano, Far From God mostra i Moonspell al loro meglio e pervasi da una rinnovata determinazione, che cancella il peso dei trent’anni anagrafici della loro storia. L'album abbraccia le sonorità di stampo cinematografico e il romanticismo gotico che da sempre caratterizzano l'identità della band, arricchendoli al contempo con una produzione moderna e incisiva, capace di conferire straordinaria nitidezza a ogni riff, fraseggio di tastiera e linea vocale. Il risultato è un lavoro che appare al contempo nostalgico e proiettato verso il futuro, celebrando l'eredità del gruppo senza restarne prigioniero. Solo otto canzoni per un minutaggio di quarantatre minuti, in cui tutto funziona alla perfezione, in cui forma e sostanza si fondono su un livello di ispirazione altissimo.

Il brano d'apertura, "Cross Your Heart", fotografa lo stato di grazia della band, maestra indiscussa nel coinvolgere emotivamente l’ascoltatore nelle trame di un suono che per i lusitani non ha segreti. Una canzone splendida e di forte impatto, che agli ascoltatori più navigati può ricordare qualcosa dei primi Heroes del Silencio: chitarre lancia in resta, melodie cupe, ricchi strati di tastiere e la voce inconfondibilmente imponente e ieratica di Fernando Ribeiro. Il ritornello indimenticabile lo rende un candidato ideale per diventare un classico dal vivo, a riprova del fatto che i Moonspell non hanno perso la capacità di comporre brani da forte impatto innodico.

La title track, "Far From God", è un altro episodio di spicco costruito su dinamiche drammatiche e melodie suggestive. Una canzone che ricorda da vicino i Sisters of Mercy, e che riprende il fascino della band per la mitologia vampiresca, pur evitando i cliché del genere. È una canzone cupa, romantica e profondamente atmosferica, che unisce riff oscuri a tastiere di ampio respiro, dando vita a uno dei migliori brani gothic metal del loro songbook.

"Biblical" è costruita su una linea di basso pulsante, che crea l’ossatura su cui tastiere e chitarre tessono un’atmosfera ansiogena, mettendo in mostra il talento della band nel fondere chitarre dirompenti e ritornelli coinvolgenti. Ennesima prova magistrale di Ribeiro, la cui voce alterna un timbro seducente, quasi carezzevole, a momenti di luciferino growl.  

"The Great Wolf in the Sky" scorre impetuosa, trovando picchi di pura rabbia, intervallati dagli arrangiamenti per archi di Alicia Nuhro, un tocco che amplia le ambizioni cinematografiche dell’album. Gli elementi orchestrali, però, non sovrastano mai il sound caratteristico del gruppo, conferendo invece profondità emotiva a una composizione già potente.

"Your Promise of Light" regala uno dei momenti più melodici del disco, bilanciando malinconia e inquieto sprofondo, mentre "For the Love of Mortals" si apre su un drumming circolare e ipnotico ed esplora sonorità più lente e di matrice quasi doom, lasciando che la narrazione lirica di Ribeiro risplenda appieno in attimi di puro lirismo notturno. 

La coppia conclusiva formata da "Our Freedom to Fall" e "Reconquista" garantisce una chiusura all’altezza dell’incisivo inizio dell’album. Il primo brano offre un altro ritornello memorabile avvolto in una densa atmosfera goth metal, palpitante e ricca di pathos (straordinario lavoro alla sei corde di Ricardo Amorim), mentre il secondo suggella l’opera con epica grandiosità, lasciando nell’ascoltatore il desiderio di intraprendere nuovamente il viaggio negli oscuri meandri di un disco che evita inutili riempitivi a favore di una narrazione coesa e priva di momenti deboli.

Fernando Ribeiro si conferma uno dei frontman più carismatici della scena metal, offrendo una prova vocale ricca di solennità e sfumature emotive, pur non disdegnando momenti più aggressivi, gestiti sempre con grande misura. Il chitarrista Ricardo Amorim crea riff potenti ma raffinati, che non sacrificano mai la melodia in favore della pesantezza, mentre le tastiere di Pedro Paixão restano fondamentali per l'atmosfera inconfondibile della band. Il bassista Aires Pereira e il batterista Hugo Ribeiro formano una sezione ritmica straordinariamente affiatata, capace di coniugare potenza e sottigliezza lungo tutto il disco. I cinque musicisti suonano in perfetta sintonia, dimostrando che i Moonspell continuano a evolversi senza rinunciare a quelle qualità che hanno garantito loro il successo internazionale. 

Quest'ultimo album conferma perché la band rimanga uno dei nomi più autorevoli del genere. La loro musica affonda le radici in atmosfere autentiche, tematiche letterarie e una reale profondità emotiva, ben lontana dalla semplice imitazione stilistica. Mentre le formazioni più giovani spesso si limitano a riproporre l'estetica del gothic metal, i Moonspell continuano a incarnarne lo spirito autentico.

Voto: 8,5

Genere: Gothic Rock, Gothic Metal




Blackswan, venerdì 25/09/2026

mercoledì 23 settembre 2026

The Cruel Intentions - All Hail Hypocrisy (Indie recordings, 2026)

 


Formatisi nel 2015 a Oslo, Norvegia, e protagonisti del revival scandinavo dello sleaze rock, i Cruel Intentions si sono fatti un nome grazie a un atteggiamento grezzo, a un'intensa attività dal vivo e a un cromosoma artistico che affonda le radici direttamente nella scena della Sunset Strip.

Lizzy DeVine, voce, chitarra, ex membro dei Vains of Jenna, porta con sé l’estetica e le atmosfere della Los Angeles anni ’80, una passione che si percepisce in ogni riff, in ogni ritornello e in ogni verso, e che crea un’atmosfera di pura magia, nostalgica, eppure inarrestabile.

I Cruel Intentions sanno creare alla perfezione quel mood particolare che richiama band come Skid Row, Motley Crue e Guns N’ Roses, a cui si aggiunge anche qualche incursione nel punk melodico. Il risultato è un disco totalmente analogico, sporco e sguaiato, condito da testi trasgressivi e capace di evocare, con credibilità, i clichè di un’epoca in cui sesso, droga, cazzeggiare sulla spiaggia per godersi il sole e bere birra fino al tramonto (o allo sfinimento fisico) erano linfa vitale per suonare rock’n’roll.

All Hail Hypocrisy, il terzo album in studio della band, soffia sulle ceneri di un fuoco spento da anni e ne ravviva la fiamma, facendo divampare incendi che ben conosciamo, ma che ardono con rinnovata passione. La produzione di Erik Martensson (cantante e chitarrista degli Eclipse), sodale di lunga data della band, nobilita alla perfezione le intenzioni del quartetto, esaltandone velocità ed energia, e cogliendo il puro istinto stradaiolo che sta alla base di tutte le undici composizioni, che non superano i tre minuti e mezzo di durata.

L'album parte col botto grazie al brano "Beating in My Chest", una derapata che dà il tono con riff ruvido, voce graffiante e ritornello di facile presa, a cui fa seguito "Living Out of Line", che mantiene alto il ritmo spingendo verso un’inevitabile headbanging mentre lo si ascolta.

Tutto il disco spinge al massimo sull’acceleratore, e lo fa con il bel tiro melodic punk della title track (il ritornello si manda a memoria prima che la canzone sia finita) e di "Pseudo Genius", pura adrenalina senza filtri, con la sensualità sguaiata di "Bad Addiction" (fan dei Motley Crue siete avvertiti!) e con i ganci melodici di "Porridge Head".

In questo assalto all’arma bianca rumoroso, grezzo e molto sboccato, c’è anche un momento più tranquillo intitolato "Wasteland", un brano che si avvicina alla ballata, ma senza cadere nei soliti cliché: melodia che conquista, fascino selvatico e suono ispido.

Non c’è niente di nuovo in All Hail Hypocrisy, niente che non abbiamo già ascoltato dai maestri indiscussi del genere tanti anni fa. Ma l’approccio dei Cruel Intentions è credibile, la volontà di cercare l’essenza del rock’n’roll, tutto istinto e sudore, è quasi fisicamente tangibile: si guarda all’essenziale, al groove, a quel flusso di energia che dà la carica giusta per imbracciare l’air guitar e scatenarsi. Il resto non conta. 

Voto: 7

Genere: Hard Rock




Blackswan, mercoledì 23/09/2026