venerdì 19 giugno 2026

Olivier Norek - I Guewrrieri D'Inverno (Rizzoli, 2026)

 


Nell’autunno del 1939 l’Unione Sovietica si appresta ad aggredire la Carelia, un’area apparentemente innocua, ma strategica per la sua posizione di ponte tra il fronte tedesco e quello russo. L’attacco non è immediato, passano mesi di incertezza, e in questo tempo di attesa, mentre l’inverno inizia a stringere la sua morsa, un milione di finlandesi viene reclutato. Sono giovani inesperti della guerra, un popolo pacifico che viene condotto lungo le linee di confine, senza attrezzature adatte, spesso senza preparazione. E così, nel freddo più spietato, nel cuore del conflitto più violento della sua storia, il popolo intero di un piccolo Stato si solleverà contro il nemico e, tra i suoi soldati, nascerà una leggenda: Simo Häyhä, che grazie alle insuperate doti di tiratore diventa la Morte Bianca…

 

Quella fra la piccola Finlandia e la Russia venne ribattezzata Guerra d’Inverno e, nonostante mise a bilancio circa centocinquantamila morti in poco più di tre mesi, resta tutt’oggi un conflitto che pochi conoscono.

La Finlandia era diventata indipendente nel 1917, dopo essere stata per anni sotto il giogo russo, soprattutto di Nicola II, lo zar che tentò in tutti i modi la russificazione del paese scandinavo. Le due nazioni, nonostante un patto di non belligeranza, continuavano a considerarsi reciprocamente ostili, soprattutto dopo che Stalin cercò, attraverso la strada del negoziato, di annettere alcuni territori del piccolo ma strategico vicino.

Quando i tentativi diplomatici di annessione fallirono, motivato anche dalla sempre maggior influenza della Germania nazista sul governo finlandese, Stalin decise per l’invasione, ricorrendo a un cinico strattagemma, poi definito l’incidente di Mainila, dal nome di un piccolo insediamento russo di confine, che venne bombardato dagli stessi sovietici, attribuendo poi la colpa ai finlandesi

Questi, per sommi capi, gli antefatti di una guerra che ebbe inizio il 30 novembre del 1939 e che, secondo Stalin, sarebbe durata al massimo due settimane (e non, invece, tre mesi).

Il dittatore sovietico, però, dovette fare i conti con l’inesperienza delle proprie truppe (che non avevano dimestichezza con gli sci), con l’orgoglio del giovane popolo finnico, disposto a tutto pur di difendere i propri confini, e col brutale inverno finlandese, segnato da temperature che oscillavano fra i -30 e i -50 gradi.

Lo scrittore francese, già noto per i polizieschi che vedono come protagonista l’ispettore Coste, ricostruisce, con certosina precisione, questo misconosciuto evento storico, partendo dai documenti dell’epoca e romanzandolo per tratteggiare la figura leggendaria dell’eroico cecchino Simo Häyhä, che seminava tanto terrore fra i militari dell’Armata Rossa, così da guadagnarsi il soprannome inquietante di Morte Bianca.

Ne esce un libro che coniuga la precisione storica e la vivida descrizione dei protagonisti di quel conflitto agli episodi, tutti veritieri, di un massacro insensato, in cui, nonostante la differenza di forze messe in campo, vide un’epica resistenza del piccolo esercito finlandese, che capitolò solo perché tradito da Francia e Inghilterra, che mentirono sul loro intervento a favore del piccolo stato scandinavo.

Manca, forse, l’approfondimento psicologico dei personaggi, tutti ingranaggi inevitabili di un sistema folle, che trasforma gli individui in macchine di morte, in una insulsa escalation di violenza. Ciò nonostante, il romanzo è palpitante e si divora fino all’ultima pagina, perchè Norek evita i tecnicismi del saggio e si concentra, invece, sui classici stilemi del romanzo di guerra, le cui pagine sono potenti, crude e sanguinose.  


Blackswan, venerdì 19/06/2026

mercoledì 17 giugno 2026

Peolple Have The Power - Patti Smith (Arista, 1988)

 


"Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere

Il potere di sognare, di dettare le regole
di lottare per liberare la Terra dagli stolti
è decretato: è il popolo che governa
è decretato: è il popolo che governa"

Questi sono alcuni versi tratti dalla celebre "People Have The Power", prima traccia dal quinto album in studio di Patti Smith, Dream Of Life, datato 1988.

La canzone racconta di un sogno con visioni bibliche, una specie di Apocalisse in cui però il mondo non finisce ma si rinnova grazie al potere delle persone. Quindi molti riferimenti sono sia al Nuovo Testamento che all'Antico Testamento (“And the leopard / and the lamb / lay together truly bound deriva, ad esempio, da Isaia 11:6).

"People Have The Power" fu scritta da Patti Smith e dal suo defunto marito, Fred "Sonic" Smith. Patti ha raccontato a NME come hanno cercato di infondere lo spirito degli anni '60 in una moderna canzone di protesta: "Entrambi avevamo protestato contro la guerra del Vietnam da giovani. Avevamo vissuto gli anni '60, dove la nostra voce culturale era davvero forte, e stavamo cercando di scrivere una canzone che avrebbe reintrodotto quel tipo di energia. È triste per me, ma molto bella. Era davvero la canzone di Fred - anche se io ho scritto i testi, lui ha scritto la musica; il concetto era suo, e voleva che fosse una canzone che la gente cantava in tutto il mondo per ispirarsi a diverse cause. E lui non ha vissuto abbastanza per vederlo accadere, ma io ho visto persone. Ho partecipato a marce in tutto il mondo dove la gente ha iniziato a cantarla spontaneamente, sai, che fosse a Parigi o con i palestinesi o, sai, in Spagna o a New York City, Washington D.C. - ed è così commovente per me vedere il suo sogno realizzato.”

La canzone nacque una sera, mentre la Smith e “Sonic” si trovavano in casa. Lui, in salotto, stava strimpellando la chitarra e scrivendo accordi, mentre la cantante era in cucina a preparare la cena. Il chitarrista ed ex membro degli MC5 entrò all’improvviso proprio mentre la Smith stava sbucciando le patate e gridò: "Tricia, le persone hanno il potere! Bisogna scrivere questa canzone, devi scrivere il testo!". La Smith, colta di sorpresa, gli rispose che avrebbe voluto avere il potere di far sbucciare a lui le patate. Nonostante la battuta, però, fu conquistata dall’idea e si mise subito all’opera. Così, per le notti successive, la musicista rimuginò a lungo su cosa fare di quel verso, che tipo di connotazione dare alle liriche, come arricchire quel semplice slogan che era stato partorito da Fred, di cui conosceva bene le idee radicali e l’accesa passione politica. Alla fine, l’idea condivisa fu quella di scrivere una canzone che ricordasse all’ascoltatore il suo potere individuale, ma anche il potere collettivo delle persone, che unite possono fare qualsiasi cosa. Il senso era quello di ispirare le persone, ispirare le persone a unirsi. 

"Ascolta:
Io credo che tutto quello che sogniamo
può avverarsi con la nostra unità.
Noi possiamo rivoltare il mondo
possiamo invertire la rivoluzione terrestre"

Il tema, incidentalmente, era anche pacifista, richiamato dall'immagine potente degli eserciti che fermano l'avanzata e dei soldati che gettano le armi nella polvere.

"Le apparenze vendicative divennero sospette
ed il chinarsi come per sentire
e gli eserciti cessarono di avanzare
perché le persone furono ascoltate.
E i pastori ed i soldati
si stesero tra le stelle
a scambiare visioni
ed a gettare le armi
tra i rifiuti nella polvere"

Quando nel 1988, uscì Dream Of Life, "People Have the Power" fu inaspettatamente ignorata (tranne in Italia, dove si piazzò al diciottesimo posto delle classifiche), ma lentamente è diventata una delle canzoni più note di Patti Smith e un vero e proprio inno pacifista cantato a ogni latitudine.

In un'intervista del 2018 a Mojo, la Smith ha dichiarato: "Fred voleva che fosse cantata da persone di tutto il mondo. Non è vissuto abbastanza per vedere che accadesse. Ma io sono stata a cortei dove persone che non mi conoscevano la cantavano…L'ho vista alle elezioni in Grecia. Ho visto palestinesi con cartelli che dicevano 'il popolo ha il potere'. È esattamente ciò che voleva Fred” 

PS: Fred “Sonic” Smith è deceduto il 4 novembre del 1994 per insufficienza cardiaca.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 17/06/2026

lunedì 15 giugno 2026

Jayler - Voices Unheard (Silver Lining Records, 2026)

 


Chiamatela new sensation o the next big thing, chiamateli come volete, ma i britannici Jayler, dopo qualche anno di attività, sono il nuovo hype in casa classic rock, tanto da essersi guadagnati l’onore di aprire il prossimo tour delle leggende Deep Purple.

Originari delle Midlands e capitanati dal cantante e chitarrista James Bartholomew, il quartetto albionico è uno di quei gruppi intrinsecamente divisivi, amati follemente dai nostalgici degli anni ’70 e di quell’hard rock blues che aveva come paladini i Led Zeppelin, e invisi a tutti coloro che, già ai tempi dei Greta Van Fleet, avevano fatto fuoco e fiamme contro una band che aveva, a loro parere, il demerito di amare e suonare la musica ascoltata grazie ai vinili di papà.

I Jayler, togliamoci subito i sassolini dalla scarpa, non sono derivati, di più. La loro musica ha come padre putativi i citati Zep, la loro estetica, capelli lunghi, pelli, pellicce e stivaloni ammicca spudoratamente al decennio d’oro del classic rock, e il loro frontman, il già citato James Bartholomew, è la copia sputata di Plant a vent’anni.

Se vi state domandando se tutto ciò abbia senso, vi iscrivete immediatamente dalla parte dei denigratori, e vi consiglio, quindi, di mollare qui la recensione. Se, invece, vi percepite come veri rocker di razza, che prima ascoltano e poi giudicano, probabilmente sarete già incuriositi dalla proposta, e, vi assicuro, non ve ne pentirete.

I quattro giovani e baldi eroi non fanno mistero delle loro fonti d’ispirazione, e il fantasma dei Led Zeppelin aleggia su tutta la scaletta. Tuttavia, il loro approccio a quella musica insiste maggiormente sul blues, evitando derive esoteriche e spirituali che talvolta definiva il rock di Plant e Page. Il tiro è più grezzo, senza fronzoli, coriaceo e melodico in egual misura, e i quattro ragazzi sanno suonare il genere con tecnica e consapevolezza, evitando inutili fronzoli a favore di un’essenzialità che coglie il centro del bersaglio.

Inoltre, il produttore scelto per il disco è George Perks (Kid Kapichi, Pet Needs), non un rocker vecchia scuola, ma uno che si muove in ambito alternative/punk, e sa, quindi, come dare freschezza a un suono vecchio di decenni e a una materia risaputa.

L’album si apre con una breve intro blues per voce e armonica, prima che Bartholomew lanci il grido di battaglia “Alright!” che introduce "Down Below", tirata rock blues che parla la lingua degli Zep, così come la successiva "Riverboat Queen", un’altra sferragliante derapata che non fa prigionieri.

Bartholomew emula Plant, forse non ha la stessa estensione, ma canta come se non ci fosse un domani, con una potenza, un entusiasmo e un’audacia che lasciano senza fiato. La sezione ritmica è indemoniata, con menzione speciale al batterista Ed Evans e al suo drumming travolgente, mentre il chitarrista Tyler Arrowsmith sa far tutto: riff graffianti, sciabolate slide e assoli al fulmicotone.

"Need Your Love" è un brano più melodico, che strizza l’occhio alla radio, ma senza esagerare, "The Getaway" lascia da parte gli Zep, è un rock meno istintivo, più ragionato, costruito su un bell’alternarsi di accelerazioni e rallenti e su un tiro melodico che stende.

C’è tempo anche per una splendida e delicatissima ballata, "Bittersweet", e per l’esaltante "Hate To See It End", una canzone traboccante di positività ed entusiasmo, poco in linea con il resto dell’album, ma decisamente bella.

Nel finale, "Over The Mountain" è pura spavalderia rock blues, "Alectrona" rallenta un po’ il passo e si affida a uno splendido refrain per crescere d’intensità, mentre "Lovemaker" gira dalle parti degli Aerosmith con un riff di chitarra che inchioda.

Chiude "The Rinsk", quello che fin dagli esordi di carriera è il cavallo di battaglia della band, una canzone costruita perfettamente, che ammicca agli Zep, per aprirsi, poi, in un ritornello che è pura magia e in una parte centrale strumentale che lambisce il prog.

Voices Unheard non è solo un ottimo album d’esordio, ma soprattutto una lettera d’amore mandata al classic rock, una musica, oggi giorno, fin troppo screditata. Però, grazie a questi ventenni, il cui cuore pulsa al centro di un immaginario musicale sospeso fra passato e presente, tanti giovani avranno la possibilità di scoprire un genere che continua ad appiccare incendi, nonostante la veneranda età.

Datati e derivativi quanto si vuole, ma con questa passione i Jayler hanno tracciato una traiettoria per il futuro da percorrere insieme a tanti loro coetanei e a qualche vecchietto che ha ancora voglia di ascoltare canzoni suonate in grazia di Dio.

Voto: 8

Genere: Classic Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 15/06/2026

venerdì 12 giugno 2026

Suzi Quatro - Freedom (Chrysalis, 2026)

 


Un’icona, una leggenda, una pagina di storia. Settantacinque anni, figlia prediletta di Detroit, Suzi Quatro è stata precorritrice del rock al femminile (a quattordici anni era leader delle Pleasure Seekers), ha rilasciato ben sedici album in studio, tra cui il leggendario omonimo esordio del 1973 (quello di Can The Can, per intenderci), ha dato vita a svariate collaborazioni (la più nota quella con i Bronski Beat per la rilettura di Heroes di David Bowie) e, ciliegina sulla torta, è entrata nell’immaginario musicale italiano, prendendo parte ad alcuni episodi della celebrata serie Happy Days, nel ruolo della conturbante Leather Tuscadero.

Sebbene la sua stella si sia un po’ offuscata dopo il successo degli anni ’70, la Quatro ha continuato la sua carriera di cantante e bassista, mantenendo salda la barra di un rock’n’roll primordiale, intriso di whisky e di umori blues, dimostrando come, anche in questo ultimo album, la sua passione arda più intensamente che mai.

Freedom è il terzo disco scritto in collaborazione con suo figlio, L.R. Turkey, e contiene liriche per certi versi autobiografiche: lo sguardo rivolto al proprio passato, alla propria storia, ai successi e ai momenti difficili, all’orgoglio di essere ciò che è diventata, come donna e come rockstar (“I Can’t Be Nobody Else but me, Life Is Too Short, So Choose Yourself”, dalla ballata "Choose Yourself"). Una Suzi Quatro che si tiene lontana dai compromessi, quindi, libera da condizionamenti, consapevole di tutti i suoi difetti, diretta e fiera di ciò che fa. E che continua a fare benissimo.

Quando parte la title track si capisce subito il perché in questa ragazza di settantacinque anni il cuore continua a battere fortissimo dalla parte del rock’n’roll: "Freedom" è un brano travolgente, sprigiona un groove blues rock trainato dalla voce roca tipica della Quatro, le linee di basso sono metalliche e accattivanti, le armoniche graffianti e il ritmo del rullante invita le gambe ad abbandonarsi all’euforia.

Non è da meno "Little Miss Lovely" che, con quel ritmo tenuto dal campanaccio, si addentra nel territorio dell'hard rock/punk con chitarre grintose e un ritornello graffiante e arrochito da una voce che è un marchio di fabbrica.

La già citata "Choose Yourself" rallenta il passo in favore di una riflessione motivazionale, il mood è vagamente southern grazie alla chitarra slide, il ritornello è una meraviglia melodica, strapazzata, però, da un incisivo assolo di chitarra.

Con "Goin' Down" si ritorna al rock blues più ruvido, le chitarre sono acide e graffianti, le linee di basso funky, la voce della Quatro profonda e cupa, e tutto intorno si materializza l’asfalto di Detroit, i fumi delle ciminiere e un cielo del colore dell’acciaio. Detroit resta una sorta di fill rouge non dichiarato dell’album, la città dove tutto è iniziato, la città degli MC5 e di Alice Cooper. La band di Wayne Kramer fa capolino in alcuni dei brani più travolgenti della scaletta: l’incalzante "Hanging Over Me", una tirata per chitarre in acido e pianoforte honky tonk e "Shakedown", che scappa veloce su un riff vorticoso e un assolo di wah wah che fa girar la testa. Non poteva, a questo punto, mancare la Canzone: "Kick Out The Jams", la leggenda degli MC5 e una delle canzoni più importanti (e censurate) della storia, qui riletta insieme al fratellone Alice Cooper, con un piglio e una grinta che, a differenza di tante altre cover, non sfigurano rispetto all’originale.

E potremmo fermarci qui, se non ci fossero da citare anche "Can’t Let It Go", un brano esplosivo, tra le cui sciabolate slide si erge minacciosa e potente la voce della bassista, e "Take It Or Leave It", un rullo compressore che calpesta tutto ciò che incontra, incorporando inquietanti lick blues e uno sfrontato call and response, che lo rendono uno dei migliori brani del disco.

Freedom è una goduria, un incontro/scontro tra rock’n’roll e blues che promette (e mantiene) scintille fin dalle prime note, grazie a un’indomita musicista che ancora arde di passione per il suo lavoro, la sua città e una musica che, grazie anche a lei, continua a essere senza tempo. Peccato che saranno in pochi ad accorgersene: le manca il suffisso indie e quell’hype social che sembrano essere gli unici motivi di interesse da parte dei giornaloni specializzati. Se, però, amate il rock sanguigno e senza fronzoli, quello suonato bene mente il sudore sgocciola dalla fronte, fate un giro da queste parti. Altro che Angine De Poitrine!

Voto: 8

Genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, venerdì 12/06/2026

mercoledì 10 giugno 2026

Kaasin - The Underworld (Pride And Joy, 2026)

 


Il nome di questa band ricorda molto da vicino la parola italiana casino, e questi cinque musicisti di casino ne fanno, ma sempre ben organizzato e in fin dei conti decisamente orecchiabile. In realtà, il nome del gruppo è il cognome del padre padrone del progetto, il chitarrista norvegese Jo Henning Kaasin, già apprezzato per le sue collaborazioni con artisti di fama internazionale come Glenn Hughes (Deep Purple) e Joe Lynn Turner (Rainbow).

Affiancato dal cantante Jan Thore Grefstad (Saint Deamon, TNT), dal bassista Ståle Kaasin (Humbucker), dal tastierista Erling Henanger (Magic Pie) e dal batterista Per-Morten Bergseth (Jorn, Wig Wam), l’irsuto musicista rilascia il secondo album in studio intitolato The Underworld, seguito del debutto del 2021 Fired Up, e prodotto dallo stesso chitarrista insieme a Halvor Halvorsen e Ståle Kaasin.

L'album segna un nuovo capitolo per questi guerrieri norvegesi dell'hard rock, presentando un suono più cupo e atmosferico, pur rimanendo saldamente radicato nella tradizione classica (Deep Purple, Rainbow, Iron Maiden, etc) basata su riff incalzanti, melodie potenti e una solida maestria musicale.

Si parte a tutto gas con l’hard rock in purezza "The Real World", ed è subito manifesta superiorità tecnica, grazie a una band affiatata e consapevole, che mette in mostra la voce melodica di Grefstad, che dona ancora più vibrante elettricità all’impasto sonoro, ulteriormente potenziato dalle eleganti tastiere di Henanger.

Non mancano, così come in tutto il disco, i bei ritornelli da cantare a squarciagola, qualche digressione strumentale in odore di prog e i consueti assoli adrenalinici. In tal senso, "Two Hearts" è ancora meglio, con la chitarra grintosa e il basso pulsante dei due fratelli Kaasin a dettare legge, mentre un bel assolo di hammond e la voce di Grefstad rendono scintillante l’aura melodica del brano.

"We Speed At Night" spinge di nuovo al massimo il piede sull’acceleratore per un hard rock che più classico non si può (a voi scoprire tutte le fonti d’ispirazione), mentre "Iron Horse" mette in evidenza le doti atmosferiche della band, grazie a delizioso incipit, spazzato via poi dalla solita tensione elettrica che, nello specifico, ricorda i Rainbow, era Dio.

Senza inventare nulla che non sia già stato ascoltato centinaia di volte, la band riattiva quel sentimento di nostalgia per il decennio d’oro dell’hard rock, mettendo dalla sua, però, un’evidente passione e quella qualità tecnica che le nuove leve sembrano aver irrimediabilmente perduto.

Non ci sono picchi assoluti in The Underworld, ma tanta ottima musica suonata con il cuore in mano, come nel pulsante rock blues di Over The Mountain (con un assolo finale di Kaasin da capogiro), nel tocco mediorientale ed epico di "Arabian Night", che ai veterani del genere farà tornare in mente i leggendari Deep Purple o nel rullo compressore della title track, spinta in territori maidediani dai riff taglienti di Kaasin e dal drumming scatenato di Bergseth.

Le fondamenta dei Kaasin sono state gettate con la chiara ambizione di creare un hard rock contemporaneo dallo spirito classico e con una forte identità tecnica. Poco importa, allora, delle accuse di passatismo che inevitabilmente bolleranno progetti come questo. In The Underwolrld si può godere ancora di quell’energia che arriva da lontano e che continua a far battere il cuore di tanti appassionati. E’ la nostalgia che fa rima con gioia, e tanto basta per ascoltare il disco.

Voto: 7

Genere: Classic Rock, Hard Rock

 


 


Blackswan, mercoledì 10/06/2026