giovedì 23 settembre 2021

PREVIEW



I Black Label Society annunciano Doom Crew Inc., l’undicesimo album in studio in uscita il 26 novembre su Spinefarm. 

L’album sarà disponibile in versione digitale, CD e doppio vinile in tre varianti di colore in edizione limitata: bianco, argento e grigio/marmo. Inoltre, Spinefarm ha ideato un’esclusiva box (solo 500 disponibili in tutto il mondo!) che include: vinile, cassetta, CD, maglia, spilla, patch e foto card ufficiale.

L’album, che contiene 12 tracce, è insieme un tributo alla crew della band, i cui membri vengono definiti come “i primi a sanguinare, gli ultimi ad andarsene”, e a tutti i fan hardcore che, nel 1998, si contrapponevano al KISS Army. I brani, che sono stati registrati al Black Vatican, studio in casa di Zakk, sono allo stesso tempo inni ai festeggiamenti ma anche al lutto, colonne sonore perfette per serate esaltanti quanto per i momenti di disorientamento. In questo nuovo lavoro Zakk condivide gli assoli con Dario Lorina, sempre accompagnato poi dal bassista John “J.D.” DeServio e dal batterista Jeff Fabb.

 


 

 

Blackswan, giovedì 23/09/2021 

mercoledì 22 settembre 2021

LONELY TEARDROPS - JACKIE WILSON (Brunswik, 1958)

 


Era sexy, terribilmente sexy. Jackie Wilson saliva sul palco e le donne perdevano letteralmente la testa per lui. E’ per questo che veniva chiamato Mr.Excitement: le sue movenze feline e i suoi ammiccamenti sensuali procuravano fra il folto pubblico femminile uno stato di eccitazione febbrile. Jackie aveva imparato a muoversi sul ring, quando, fin dall’età di sedici anni, iniziò a incrociare i guantoni e a schivare i pugni degli avversari. Plastico, reattivo, rapidissimo, Wilson fece di quell’esperienza pugilistica la palestra per i suoi successi canori, un allenamento per il grande palco del rhythm & blues, che lo portò a essere in pochi anni (prima con i The Dominoes e poi da solo) una stella di prima grandezza e un esempio artistico per le generazioni future (al suo modo di ballare si ispirò un giovane Michael Jackson).

Nonostante il successo e gli agi economici, Mr.Excitement non fu mai un uomo accomodante: il carattere fumantino e una predisposizione naturale a cacciarsi nei guai, lo portarono spesso ad avere problemi con la giustizia. Storie di droga, di alcol e depressione, ma soprattutto reati. Il vizietto dell’evasione fiscale, un poliziotto malmenato durante un concerto, e una sparatoria, il 15 febbraio del 1961, di cui l’unica cosa certa è che Wilson si beccò una pallottola nello stomaco, sono le macchie più consistenti di un’esistenza vissuta sempre sopra le righe. 

Quando la sera del 25 settembre del 1975, Jackie sale sul palco del Latin Casino di Cherry Hill per un concerto di beneficenza, la sua parabola artistica è già da tempo in declino. L’ultima canzone portata al primo posto della US R&B Chart è Higher And Higher e risale al 1967. Eppure, nonostante Mr. Exicetment non sia più quello di un tempo, la gente lo ama ancora e non vede l’ora di sentirlo cantare.

Wilson attacca uno dei suoi cavalli di battaglia, Lonely Teardrops, una hit del 1958 (arrivò alla settima piazza di Billboard 100), che parla di una relazione finita e della sofferenza di un uomo che piange disperatamente l’assenza della propria amata (You know my heart does nothing but burn, crying, Lonely teardrops, My pillow's never dry of lonely teardrops, Come home, come home, Just say you will, say you will).

Jackie, però, non sembra lucido, ha il volto contratto in una smorfia ed è madido di sudore. Mentre sta pronunciando il verso iniziale “My heart is crying” viene colpito da infarto, cade a terra e batte violentemente la testa. Ricoverato d’urgenza in ospedale, entra in coma. Ci vogliono quattro mesi perché i medici riescano a fargli riprendere conoscenza. Ma ormai è tardi: Jackie è in stato vegetativo, ha perso la vista, l’udito e la facoltà della parola. Quei colpi che era sempre riuscito a schivare con l’eleganza sensuale di un felino, sono tornati sotto le sembianze di un destino beffardo e alla fine lo hanno messo ko. Morirà nove anni più tardi, il 21 gennaio 1984, per complicazioni polmonari. 




Blackswan, mercoledì 22/09/2021

martedì 21 settembre 2021

DURAND JONES & THE INDICATIONS - PRIVATE SPACE (Dead Oceans, 2021)

 


Durand Jones e i suoi Indications continuano a percorre a ritroso la strada della black music, oscillando fra anni ’60 e anni ’70, e ripristinando con passione e serio approccio filologico suoni antichi che, nelle loro sapienti mani, mantengono ancora oggi un’incredibile forza propulsiva. Così, se inserisci Private Space nel lettore cd e schiacci play, la prima cosa che ti passa per la mente è: “Accidenti, questo disco degli Earth, Wind And Fire non lo conoscevo!”. E non potrebbe essere diversamente, visto che il terzo album della band originaria di Bloomington pulsa esattamente come i classici EWF targati anni '70.

Queste dieci tracce non si allontanano molto, almeno dal punto di vista concettuale (tirare a lucido la storia della black music), dal precedente stile retro-soul della band, anche se gli elementi degli anni '60 che avevano alimentato i primi due dischi, vengono qui sostituiti dalla lucentezza del suono disco che andava di moda dalla metà alla fine degli anni '70. Elementi di The Gap Band, The Brothers Johnson, Hot Chocolate e Isley Brothers si mescolano con il dance-pop dei Bee Gees, creando un set fatto per essere inserito nella playlist di una qualche discoteca retrò.

Un approccio vintage che puoi ritrovare anche nei seducenti titoli delle canzoni, Sexy Thang, The Way That I Do e More Than Ever, che richiamano alla memoria la sensualità di quel periodo storico che Jones e la band vogliono replicare. Tuttavia, a voler dare anche un’occhiata veloce alle liriche delle canzoni, gli argomenti trattati sono talvolta ben radicati nel presente, con richiami ai giorni difficili della pandemia e del lockdown (Love Will Work It Out) e a una rinata speranza (I Can See).

Trattasi, però, solo di episodi, dal momento che la maggior parte delle liriche parla di questioni di cuore, perfetti clichè per un disco il cui intento, alla fine, è solo quello di divertire. E in tal senso la band centra il bersaglio: il funk/disco di canzoni come Sea Of Love è irresistibile, gli echi di Giorgio Moroder in Witchoo fanno perdere la testa, il ballatone Ride Or Die, punteggiato di chitarra wah-wah e voci in falsetto riesce addirittura a evocare il fantasma di Marvin Gaye, mentre Reach Out potrebbe facilmente essere scambiata per una gemma proveniente dal repertorio di Hall & Oates.

Private Space non è certo un disco dalle grandi rivelazioni, si limita a far rivivere il passato, evitando però operazioni di copia incolla, ma lucidando, semmai, con entusiasmo e qualche piccolo tocco di modernità, quegli straordinari groove che riempivano le piste da ballo quarant’anni fa. Durand Jones e il fidato batterista/polistrumentista/co-vocalist Aaron Frazer in tal senso sono maestri, e mettere nel lettore questo cd è un po' come rivivere la stessa magia. Niente che cambi la storia di questo 2021, ma solo la certezza che, sparato a tutto volume a una festa, Private Space sarà in grado di riportare, con naturalezza, tutti in pista a ballare fino all’alba. 

VOTO: 7




Blackswan, martedì 21/09/2021

lunedì 20 settembre 2021

SUNDAY BLOODY SUNDAY - U2 (Island, 1983)

 


All'inizio degli anni '70, camminare per una strada di Derry (Londonderry secondo gli Unionisti) era un pò come aggirarsi in una polveriera con una candela in mano. I cattolici dell'IRA (indipendentisti) e i protestanti dell'UDA e dell'UVF (lealisti) si ammazzavano fra di loro, senza farsi troppi scrupoli per la popolazione civile (le bombe nei luoghi pubblici erano all'ordine del giorno). L'esercito inglese pattugliava la città coi carrarmati, e gli infiniti posti di blocco erano spesso scenario di attentati e sparatorie. La situazione era ulteriormente aggravata dallo strapotere della polizia nordirlandese (la Royal Ulster Constabulary), ricettacolo di violenti al servizio della monarchia inglese e paragonabili per le efferatezze compiute alle squadracce della morte di sudamericana memoria (come in Argentina o in Cile, la storia irlandese di quegli anni è funestata dalla tragedia dei desaparesidos).

Quando il governo unionista varò l’Internment, ovvero la possibilità per le forze dell'ordine di imprigionare un cittadino a tempo indefinito e senza processo, la situazione già incandescente divenne esplosiva.

Il 30 gennaio del 1972, la NICRA (Northern Ireland Civic Rights Assosiacion) organizzò a Derry una manifestazione pacifica per protestare contro le misure restrittive appena varate. Migliaia di persone, fra le quali molte donne e molti giovani, iniziarono a sfilare per le vie della città controllati dai paracadutisti britannici. Quale sia stato il motivo che accese la miccia dei disordini non è dato sapere. Quel che è certo è che i militari inglesi fecero improvvisamente fuoco sulla folla, colpendo 26 persone, di cui 14 a morte. Il colonnello Wilford, a capo delle truppe di Sua Maestà, si è sempre difeso sostenendo di aver risposto al fuoco dei manifestanti (in seguito, peraltro, smentito dai alcuni suoi soldati), ma i molti giornalisti testimoni dell'eccidio affermarono che i manifestanti erano pacifici e disarmati e che all'echeggiare dei primi spari si diedero immediatamente alla fuga (versione dimostrata dal fatto che molti degli uccisi furono colpiti alle spalle).

La commissione di inchiesta governativa incaricata di far luce sulla strage, accolse la tesi difensiva dei militari e non emise condanne. Solo nel 2010, il premier britannico Cameron, fece ammenda per l'accaduto, condannando l'operato dell'esercito e chiedendo ufficialmente scusa ai parenti delle vittime.

I terribili fatti di sangue di quella domenica di gennaio vennero raccontati in un bel film di Paul Greengrass (Bloody Sunday, Orso d'Oro a Berlino nel 2002) e ispirarono una delle più belle e famose canzoni degli U2, Sunday Bloody Sunday, presente nell'album War del 1983).

L'idea per la musica e lo spunto per il testo vennero al chitarrista The Edge, che lavorò alla canzone in solitaria, mentre Bono si trovava in luna di miele. Quando il cantante rientrò dal viaggio, gli venne affidata la stesura del testo, al quale però, nonostante gli sforzi, non riusciva a dare lo sviluppo desiderato. Bono ricorda che riuscì a superare il blocco creativo solo grazie al continuo pungolo della moglie che, per settimane, ogni mattina, lo spronava dicendogli: "Vai a finire Sunday Bloody Sunday!".

La canzone ebbe enorme riscontro mediatico e fu il brano che consacrò gli U2 al definitivo successo planetario. Tuttavia, non mancarono numerose critiche da parte di chi interpretò la canzone attribuendole forti connotati di militanza politica in senso indipendentista. Fu così che Bono, come testimoniato anche nel live Under A Blood Red Sky, per lungo tempo, fu costretto a introdurre dal vivo la canzone con le parole " This is not a rebel song ". 

Sunday Bloody Sunday racconta quei tragici eventi, è un gancio di memoria per il sangue versato, un omaggio alle vittime e al dolore di chi, quel giorno, perse i propri congiunti: “Tonight, Broken bottles under children's feet, Bodies strewn across the dead-end street”. E Ancora: “And the battle's just begun, There's many lost, but tell me who has won? The trenches dug within our hearts, And mothers, children, brothers, sisters torn apart”.

In questi versi è racchiusa l’insensatezza di un odio che non guarda in faccia a nessuno, che miete vittime innocenti in una guerra civile che non ha alcuna ragione d’essere. C’è l’empatia di Bono verso il proprio popolo e la sofferenza per le troppe morti, ma non certo una posizione politica radicale. Sunday Bloody Sunday è, soprattutto, una canzone di pace e di speranza, che cita la vittoria d’amore di Gesù (“The real battle just begun, To claim the victory Jesus won”), invita a non girare la testa dall’altra parte e a tener desto lo sguardo sul problema (I can't believe the news today, Oh, I can't close my eyes and make it go away) e a perseguire un sogno di fratellanza (‘Cause tonight We can be as one). Una canzone indissolubilmente legata a quel 30 gennaio 1972 divenuta, nel tempo, messaggio universale contro tutte le guerre.

 


 

 

Blackswan, lunedì 20/09/2021

venerdì 17 settembre 2021

BLACK IS THE COLOR OF MY TRUE LOVE'S HAIR - NINA SIMONE (Colpix Records, 1959)

 


Sono stati fatti molti studi e versati fiumi d’inchiostro per ricostruire filologicamente la provenienza di Black Is The Color Of My True Love’s Hair, un traditional folk, le cui origini sembrerebbero risalire alla terra di Scozia, citata espressamente nel testo originale della canzone (il fiume Clyde). Una canzone, però, che, come succede a molti brani folk dalle origini antiche, ha mutato abiti nel corso del tempo, sia da un punto di vista musicale che testuale. Il brano, che viene già citato dagli studiosi a fine ‘800, fu, infatti, erroneamente fatto rientrare nella tradizione musicale dei monti Appalachi, in quanto John Jacob Niles (1892-1980), compositore, cantante, musicista e ricercatore folklorico del Kentucky, se ne attribuì la paternità, avendone modificato la melodia, che è poi quella che tutti oggi conosciamo.

Black Is The Color Of My True Love’s Hair, nella sua versione originale, recita una sorta di lettera scritta da una ragazza, disperata per aver appreso della morte in guerra del suo innamorato. Un brano tristissimo, il lamento di una donna per un amore che poteva essere eterno e che invece la malasorte ha distrutto, infrangendo i sogni di una giovane coppia. Un testo intenso e appassionato, che descrive con inusuale delicatezza la profondità del legame d’amore: “Nero è il colore dei capelli del mio vero amore, il volto come una bella rosa, il viso più dolce e le mani più gentili, amo il terreno su cui si posa. Amo il mio amore e lui lo sa bene, amo il terreno sul quale cammina…”. La morte, però, ha cancellato la speranza di un futuro insieme, possibile solo nell’aldilà, e ha trasformato la grazia del sentimento in uno struggente stato d’invasiva nostalgia: “L’inverno è trascorso e le foglie sono verdi, sono finiti i tempi che abbiamo conosciuto, e tuttavia spero che verrà il giorno, quanto tu ed io saremo una cosa sola. Andrò al Clyde a piangere e singhiozzare, perchè non potrò mai più essere contenta, ti scriverò delle brevi righe, e patirò la morte diecimila volte”. Liriche al contempo dolenti e dolcissime, in cui il colore nero dei capelli dell’amato diviene anche il vuoto cromatico che accompagna un lutto impossibile da rielaborare.

La canzone fu reinterpretata nel corso degli anni da moltissimi artisti quali Joan Baez, Christy Moore, Luciano Berio, che mise anche mano agli arrangiamenti, e più di recente dai Coors, da Celine Dion e da Paul Weller. La versione più nota, però, è senza dubbio quella di Nina Simone, che la pubblicò per la prima volta nel suo live Nina Simone At Town Hall del 1959. La reinterpretazione della cantante e pianista originaria della Carolina del Nord, però, ha un testo modificato e più corto, che ben presto divenne un inno del movimento per i diritti civili. “Nero è il colore dei capelli del mio vero amore, il viso dolce e meraviglioso, gli occhi più puri e le mani più forti, amo la terra che calpesta, amo la terra che calpesta”, canta la Simone. Se è vero, però, che gli struggenti riferimenti sentimentali restano immutati, è altrettanto vero che il colore nero assume, qui, tutt’altra valenza: è, infatti, l’orgogliosa affermazione identitaria di un popolo in lotta, allora come oggi, per i propri diritti.  

 


 

Blackswan, venerdì 17/09/2021