giovedì 19 febbraio 2026

Textures - Genotype (Kscope, 2026)

 



La storia degli olandesi Textures nasce molto tempo fa, esattamente nel 2003, quando la band pubblicò Polaris, un esordio che fece innamorare la stampa specializzata, affascinata da quella miscela intrigante fra progressive, death e metalcore, e che li fece accostare, non a torto, a una band iconica come quella dei Meshuggah.

Poi altri tre album, segnati da svariati cambi di line up, in cui il suono si ammorbidiva, aumentando il tasso melodico, e, quindi, l’ambizioso progetto di due album tra loro concettualmente collegati, il primo dei quali, Phenotype, venne pubblicato nel 2016, prima dell’improvviso scioglimento del gruppo, per non ben specificati motivi.

Oggi, ben dieci anni dopo, esce Genotype, il secondo album di quel progetto interrotto, che vede tornare sulle scene la band con la stessa formazione del precedente (il cantante Daniël de Jongh, i chitarristi Jochem Jacobs e Bart Hennephof, il bassista Remko Tielemans e il batterista Stef Broks), ma con una scaletta riscritta completamente.

Se, sotto il profilo delle liriche, il disco affronta temi sociali, fotografando il mondo degli ultimi, dei diseredati, di coloro che mangiano il pane duro della vita, ma lottano e sopravvivono, lanciando così un messaggio positivo a tutta l’umanità, musicalmente il disco, autoprodotto dalla band e mixato meravigliosamente da Forrester Savell, suona moderno e cinematico, i sintetizzatori respirano e avvolgono, le chitarre alternano ricami melodici a momenti di furore (controllato), la sezione ritmica porta con sé sia groove che slancio narrativo, mentre la voce di Daniel de Jongh passa con naturalezza dal cantato pulito al growl, tecnica usata con sapienza per accentuare la drammaticità di alcuni passaggi cardine.

Rispetto al passato, è evidente che la band giochi maggiormente la carta della melodia e della linearità, dando maggior respiro alle composizioni ed evitando, almeno in parte, i muscoli che menano il randello e una narrazione basata sul tecnicismo (se non fosse per il superbo lavoro dietro le pelli di Stef Broks, spesso alle prese con tempi sincopati).

In tal senso, il brano strumentale d'apertura, "Void", esplicita il nuovo corso, fungendo da colonna sonora di benvenuto, creando un mix fra ouverture rock epica e suggestioni ambient.

Si entra, quindi, nel vivo della scaletta con il singolo di lancio, "At the Edge Of Winter" (con il cameo della vocalist Charlotte Wessels, ex Delain), un brano ricco di sintetizzatori e straordinari groove poliritmici, in cui il ringhio delle chitarre è mitigato dall’impianto melodico vagamente malinconico e dal riuscito interplay fra le due voci.

Con i suoi sette minuti di durata, la successiva "Measuring The Heavens" è senza dubbio il brano più ambizioso del lotto: un’introduzione ricca di synth stratificati e un andamento labirintico e pulsante, che lascia spazio, pian piano, alle chitarre e a un’esplosione finale, rabbiosa e epica.

Non deludono, poi, "Nautical Dusk" e "Vanishing Twin" costruite ancora una volta sull’alternanza tra brevi aggressioni sonore, perfetto bilanciamento fra synth e chitarre, groove incalzanti e un impianto melodico sempre più preponderante.

Piuttosto che inseguire l'escalation tecnica, "Genotype" enfatizza lo spazio, l'atmosfera e si concentra nel mettere in evidenza la scrittura delle canzoni. Che puntano prevalentemente su una combinazione di elementi che creano un format tutto sommato accessibile, come avviene in "A Seat for the Like-Minded" e nella chiusura "Walls Of The Soul", la prima che spinge su riff in tempi dispari alternati a momenti di drammatico raccoglimento emotivo, la seconda, e anche la più lunga del lotto, che si apre con un tempo sincopato e tastiere che evocano certa wave anni ’80, prima di lasciar spazio a uno dei momenti più ruvidi del disco, in cui il growl prende il sopravvento fra epica cinematografica e slanci furibondi.

Genotype è un disco senz’altro riuscito, levigato e ragionato nella produzione, e omogeneo nella sua struttura, un disco che rispetta il passato dei Textures, senza rinnegarlo, ma che finisce per imboccare la strada di una elegante prevedibilità, limando certi spigoli acuminati e, soprattutto, scegliendo di puntare prevalentemente sull’atmosfera a detrimento dell’aggressività. Un buon ritorno che, però, cambiando molte delle carte in tavola, lascia un punto di domanda per quello che sarà il prossimo futuro della band.

Voto: 7

Genere: Prog Metal 




Blackswan, giovedì 19/02/2026

martedì 17 febbraio 2026

Hallas - Panorama (Aventyr Records, 2026)

 


 

Sembra davvero sorprendente che un genere nato e legato indissolubilmente agli anni ’70, come il prog rock, continui a godere di ottima salute e abbia ancora schiere indomite di appassionati. Merito di vecchi dinosauri che non demordono, di un custode del genere come Steven Wilson, dei suoi dischi e delle sue opere di restauro, e merito anche di una schiera di nuove band che sono tornate a reinterpretare con passione quel suono antico.

E’ il caso, ad esempio, degli svedesi Hallas, che fin dalle prime note di questo nuovo Panorama, si pongono nel novero di quella che possiamo definire l’avanguardia del prog rock contemporaneo. Con questo quarto album in studio, il quintetto presenta una scaletta che consolida la propria voce distintiva nell’interpretare al materia, ma anche un’audace espansione che di questa materia sia può fare con tante idee brillanti, sperimentali, innovative.

Gli Hallas, da un certo punto di vista sono classicissimi, più reali del re, verrebbe da dire (uno sguardo alla copertina, i cui colori rimandano a Trespass dei Genesis); eppure, evitano fruste operazioni di copia incolla, miscelano i tropi del genere con audacia, accantonano il timore reverenziale verso gli anni d’oro del prog, per modernizzare, con un pizzico d’incoscienza, la proposta.

Concettualmente, il disco fotografa un paesaggio distopico vividamente immaginato, dove un eremita solitario osserva un mondo segnato dallo sfruttamento eccessivo e dall'incuria. La narrazione dell'album suggerisce una verità toccante: non importa quanto ci si ritiri dalle dinamiche della società, perché la realtà inesorabilmente continuerà a tallonarci, esigendo un nostro coinvolgimento.

Gli Hällas avvolgono questa meditazione esistenziale nel linguaggio familiare, ma in continua espansione, del prog: un'alchimia tra la grandeur deli anni '70, energici strattoni hard rock, morbido folk e sfumature psichedeliche.

Panorama si apre con la monumentale "Above the Continuum", un viaggio di ventun minuti che mette in mostra la capacità della band di mischiare le solite carte per dare vita a un organismo musicale la cui classicità è al servizio di un’espressività anomala. Dopo un'introduzione accattivante e ricca di synth, che accenna a texture elettroniche, il brano si dispiega in ricchi paesaggi prog classici: interplay fra le chitarre, lussureggianti linee di organo e Moog, e un'agile sezione ritmica navigano in intricati salti temporali, conferendo alla composizione struttura ed espansività. La voce di Tommy Alexandersson rimane dinamica e autorevole, fornendo un'impronta definitiva all'identità della band in tutto il brano.

Passaggi corali, assoli raffinati e una magistrale interazione tra gli strumenti elevano il brano a un arazzo sonoro multidimensionale. L'espansività sinfonica e la precisione tecnica coesistono senza soluzione di continuità, culminando in un finale heavy prog di intensa energia catartica.

"Face Of An Angel", pubblicata come singolo, offre un contrappunto più breve animato da una sensibilità pop e Aor immediata. Il ritornello è memorabile, mentre intricate linee di chitarra e tastiera dialogano senza sforzo nella parte centrale. La sezione ritmica guida il brano con slancio esuberante, e le linee vocali bilanciano calore, dinamismo e melodie contagiose.

Il passaggio a "The Emissary" è segnato da evocativi suoni del mare, che conducono a un brano che espande i punti di forza melodici di quello precedente, stratificando al contempo trame più intense. Ritornelli orecchiabili si intrecciano con intricati passaggi di tastiera e fioriture elettroniche, creando un paesaggio sonoro inconfondibilmente progressivo, melodico e avventuroso.

Il brano più breve, "Bestiaus", si discosta dal quanto ascoltando prima, vestendo i panni di una ballata oscura e contemplativa. La voce di Alexandersson è intrisa di pathos, completata da motivi pianistici malinconici che conferiscono al brano un peso meditabondo e introspettivo.

A chiudere, "At The Summit" che sigilla l'album con linee di chitarra arpeggiate avvolte da lussureggianti trame di tastiera. Il brano, però, si evolve velocemente in un sofisticato viaggio hard prog, caratterizzato da una sezione ritmica incalzante, voci slanciate, intricati cambi di tempo, armonie stratificate e una ricca interazione strumentale. Traendo ispirazione dall’hard rock dei primi anni '70 guidato dall'organo, ma rifratto attraverso una lente contemporanea, il brano racchiude tutta la bravura della band nel fondere classicismo epico con sensibilità moderne. Ogni frase, cambio di tempo e tessitura strumentale evidenzia l'abilità compositiva e tecnica che è diventata il marchio di fabbrica degli Hallas.

Panorama è un disco che impone svariati ascolti, che invita l'ascoltatore a immergersi completamente nei cinque brani in scaletta, più e più volte, rivelando, ogni volta, nuove sfumature e piccoli particolari che rendono la fruizione un vero e proprio viaggio attraverso un’incontenibile fantasia musicale. Ogni traccia è una testimonianza della maestria di questa band, che scolpisce nella pietra le coordinate di un’opera che riesce a infondere la grandiosità epica del prog classico con una voce profondamente personale e contemporanea.

Un'opera che conferma il talento unico di questi cinque ragazzi nel bilanciare raffinatezza tecnica, ambizione narrativa e risonanza emotiva, un risultato che non solo onora la tradizione del genere, ma lo spinge verso nuovi territori inesplorati, costruendo un suggestivo trampolino verso il futuro.

Voto: 9

Genere: Progressive Rock

 


 

 Blackswan, martedì 17/02/2026

lunedì 16 febbraio 2026

Master Of Puppets - Metallica (Music For Nations, 1986)


 

Title track e seconda traccia dal terzo album dei Metallica, pubblicato nel 1986, "Master Of Puppets", una delle canzoni più iconiche della band, tratta il tema dell’abuso di stupefacenti. Il "Padrone" dei burattini, infatti, è la droga, che controlla l’esistenza di chi ne fa uso. Questo è evidente nelle liriche, a cui a volte si è voluto anche attribuire, a parere di chi scrive ingiustamente, un significato politico:

"Sono la tua fonte di autodistruzione

Vene che pompano di paura, risucchiando la più oscura chiarezza

Guidando nella costruzione della tua morte"

E ancora: 

"Trita la tua colazione su uno specchio

Assaggiami…

Obbedisci al tuo padrone, padrone

Maestro dei burattini, sto tirando i tuoi fili

Torco la tua mente e distruggo i tuoi sogni

Accecato da me, non riesci a vedere nulla"

 

"Master Of Puppets", come accennato, è una delle canzoni più celebri e più amate dai fan della band, eppure non fu mai pubblicata come singolo, tranne che in Francia. Il metal, nel 1986, era ancora considerato un genere di nicchia e poche stazioni radio lo prendevano in considerazione. Pubblicarla come singolo, inoltre, sarebbe stato inutile perché nessuna stazione radiofonica, anche se votata al rock, avrebbe mai passato un brano lungo più di otto minuti.

Ciò nonostante l'album ottenne il disco d'oro quasi immediatamente (500.000 copie solo negli Stati Uniti) e due anni dopo il disco di platino (un milione), il che cambiò completamente la percezione del pubblico. Le radio rock trovarono spazio per i Metallica tra le proposte di Guns N' Roses e Mötley Crüe. Anche MTV si aprì al genere, tanto che, quando i Metallica pubblicarono il loro album successivo, ...And Justice for All (1988), il loro video di "One" entrò prepotentemente nell’heavy rotation del canale televisivo, permettendo alla band di accedere per la prima volta nella Hot 100, piazzandosi al numero 35.

Oltre alle liriche inquietanti ma efficacissime, la canzone si distingue per due assoli di chitarra favolosi: James Hetfield suona il primo assolo durante la lenta parte strumentale, Kirk Hammet, invece, suona l'assolo finale, veloce e intenso. Per suonarlo, Hammet, durante la registrazione del brano, staccò la corda più acuta dalla tastiera della chitarra, in modo da produrre un suono simile a quello di una sirena.

Ci crediate o no, la canzone è stata ritenuta "culturalmente, storicamente o esteticamente significativa", abbastanza da meritare, nel 2016, l’inserimento, e quindi la conservazione, nel National Recording Registry dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, la prima registrazione metal a farlo.

Il brano ebbe una seconda vita e un inaspettato successo quando fu inserito in una scena chiave di un episodio della quarta stagione di Stranger Things, in cui il personaggio metallaro Eddie Munson lo suona alla chitarra per combattere un demone. L'episodio è ambientato nel marzo del 1986, esattamente lo stesso mese in cui fu pubblicato Master Of Puppets.

Una curiosità. Quando i Metallica tennero due concerti in Cina nel 2013, il governo cinese impose loro di non suonare questa canzone, per non alimentare il malcontento con testi che parlavano di essere controllati da un'entità superiore. La band obbedì, ma Kirk Hammett il riff iniziale, solo il riff, lo suonò egualmente in entrambe le serate.

 


 

 

Blackswan, lunedì 16/02/2026

giovedì 12 febbraio 2026

Juan Gomez-Jurado - Tutto Muore (Fazi, 2025)

 


 

L'universo Regina Rossa si chiude: dopo Tutto brucia e Tutto torna, il capitolo conclusivo della nuova trilogia di Juan Gómez-Jurado. Nulla è come sembra. Nemmeno le persone che ami. E l'unica cosa che rimane da fare quando hai perso - i tuoi ricordi, la tua famiglia, te stessa - è arrenderti. Aura Reyes ha affrontato quasi tutto. La prigione, il rapimento di una delle gemelle e una valigetta piena di segreti. Ora deve fare i conti con Constanz Dorr, che non vuole rinunciare a condurre il gioco ed è disposta a comprare la sua anima. Ma il Male non si può pagare a rate e la Verità non è un mistero da risolvere, bensì un fardello che ci portiamo da sempre dietro. Nel cuore di una rete di menzogne che unisce passato e presente, Aura dovrà scegliere da che parte stare: con le sue alleate, Mari Paz e Sere, o con chi può darle le risposte che ha sempre cercato? E, quando ogni elemento sembra andare al proprio posto, tutto si spezza. Perché in questa guerra senza tregua nessuno è senza colpa.

Quando il romanzo finisce, Juan Gomez-Jurado lascia una nota per il lettore:”Si, lo so che mi odi.  Mi odierei anch’io.” Una frase che la dice lunga sulla storia che si è appena conclusa: una storia in cui bene e male si intrecciano fino a confondersi, in cui è difficile distinguere gli amici dai nemici, in cui sono il dolore e la perdita le uniche certezze della narrazione.

Dopo Tutto Brucia e Tutto Torna, la trilogia del “tutto” si conclude con il suo capitolo più cupo e ambiguo. Aura viene nuovamente a contatto con Constanz Dorr, depositaria della verità sulla morte di suo marito Jaume, per cercare di capire cosa ci sia dietro quell’efferato delitto. A starle vicina è l’amica Sere, la quale, però, nasconde un segreto che può mettere a dura prova la loro amicizia. Mari-Paz, stufa delle bizze di Aura, decide di abbandonare il terzetto per raggiungere i suoi amici mercenari che si sono ritirati a Ceuta, dopo essere scampati per un soffio alla vendetta di Romero, che torna a piede libero più vendicativa che mai.

Sono questi gli ingredienti dell’ennesimo romanzo che si legge tutto d’un fiato, il cui ritmo adrenalinico dispensa a mani basse un susseguirsi di colpi di scena che lasceranno il lettore senza parole.

Riuscirà Aura a resistere al fascino diabolico di Constanz e a scoprire chi ha tramato contro di lei? Riuscirà Mari Paz ha salvare i suoi amici dal pericolo che incombe su di loro per mano della poliziotta corrotta? Qual è la menzogna taciuta da Sere per troppo tempo alla sua amica Aura? E cosa vuole davvero la perfida Dorr?

La scrittura pop, brillante e un po’ ruffiana dello scrittore iberico condurrà il lettore attraverso una tortuosa gimcana, il cui finale metterà in contatto alcuni dei protagonisti delle due trilogie (Mari Paz, Antonia Scott e Jon Gutièrrez) per quello che si prospetta un nuovo, eccitante capitolo della saga.

 

Blackswan, giovedì 12/02/2026

 

martedì 10 febbraio 2026

Soen - Reliance (Silver Lining Records, 2026)

 


Le roi est mort, vive le roi! I Soen che conoscevamo un tempo, quelli degli esordi, che si identificavano con un prog metal vicino a band seminali come Tool e Opeth, non esistono più, ma il loro regno è ancora saldo e florido, la continuità è garantita: è il modo di governare che è cambiato completamente.

Fuor di metafora, la band svedese ha superato una prima fase di carriera (vedi Cognitive del 2012), allontanandosi, album dopo album, dalle sonorità degli esordi, per cercare una propria, nuova identità espressiva, optando per un approccio più snello alle canzoni, aumentando l'aspetto melodico e anthemico e minimizzando gli elementi più prog.

Dopo Lotus del 2019, i Soen sono più melodici e accessibili, offrendo canzoni che durano circa quattro o cinque minuti e che vantano ritornelli di ampio respiro e orecchiabili. Il che potrebbe (ulteriormente) deludere chi si aspetta strutture più lunghe e complesse come quelle di un tempo. Nello stesso modo, il fatto che questa nuova formula di scrittura delle canzoni sia più evidente da qualche anno a questa parte, non compromette la qualità della proposta, solo la rende un po' più prevedibile, tutto qui. Non solo. Oggi, a differenza di quanto accadeva un decennio fa, le canzoni dei Soen sono immediatamente riconoscibili, possiedono uno stile distintivo che, piaccia o meno, è quello dei Soen.

Ciò non toglie, però, che questo nuovo Reliance sia la fotocopia esatta dei precedenti Imperial (2021) e Memorial (2023), dal momento che le canzoni possiedono esattamente la stessa identica struttura. Tutto questo era prevedibile, anche solo a giudicare dai singoli pubblicati per il lancio del disco. Sia "Primal" che "Mercenary" (che aprono la scaletta) sono brani che alternano riff di chitarra pesanti e distorti e voci grintose a cui si giustappongono spunti melodici e atmosferici e voci più morbide, dando vita a un paesaggio sonoro piuttosto familiare a chiunque abbia mai ascoltato le ultime prove della band. Più precisamente, la maggior parte di ciò che sentiamo in Reliance è già stato fatto in una forma o nell'altra, e non c’è nulla di veramente nuovo che ci faccia fare il classico balzo sulla sedia. Squadra che vince, non si cambia, direbbe qualcuno.

Ciononostante, non mancano grandi canzoni, come la splendida, e terzo singolo. "Discordia", avvolta da paesaggi atmosferici malinconici e sferzata da chitarre quasi djent, il tutto impreziosito dall’ennesima prova vocale dell’ottimo Joel Ekelöf.

Piace moltissimo anche "Huntress", un brano da stadio dall'atmosfera meravigliosamente suadente, che vanta un ritornello incisivo e uno splendido momento solista, frutto della maestria di Cody Ford, chitarrista di gran classe.

Non manca, poi, la consueta ballata, "Indifferent", un brano orchestrale essenziale, sostenuto principalmente da pianoforte e voce, la cui melodia semplice e delicata si pone in netto contrasto con il resto dei brani.

La maestosa traccia di chiusura, "Vellichor", colpisce per la sua atmosfera corale e un lento crescendo che vira verso l’epos grazie a un altro fulgido assolo di chitarra di Cody Ford. Per quanto riguarda il resto dei brani, pur nella loro prevedibilità, vedono la band dare il massimo su ogni fronte, dagli ispirati e intriganti pattern di batteria di Martin Lopez ("Discordia") alla magia della chitarra di Ford (l'assolo di "Axis") allo stile vocale duale di Joel Ekelöf ("Drifter") e alle tastiere lussureggianti di Lars Åhlund che emergono per aggiungere atmosfera o rimangono sullo sfondo ("Draconian"), mentre le linee di basso di Stefan Stenberg sono allo stesso tempo solide e fragorose ("Unbound").

In conclusione, gli arrangiamenti eleganti, l'alta qualità dei riff, i notevoli spunti melodici e la maestria tecnica della band rendono Reliance un'opera melodica e al contempo potente, anche se appoggiata un po' troppo su schemi prevedibili e ripetuti. Non si tratta, però, a parere di chi scrive, di un approccio stereotipato, quanto, semmai, di consolidare ulteriormente un proprio sound, qui, ormai, completamente definito.

Voto: 7

Genere: Metal

 


 

 

Blackswan, martedì 10/02/2026