venerdì 3 febbraio 2023

SAGA - HEADS OR TALES (Polydor, 1983)

 


Quando nel 1981 fu pubblicato il quarto album dei canadesi Saga, Worlds Apart, il singolo principale, "On the Loose", li fece finalmente entrare per la prima volta nella Top 40, raggiungendo la ventiduesima piazza delle classifiche nazionali, nel gennaio 1982, e la ventiseiesima nella classifica di Billboard, nel febbraio 1983. Anche un secondo singolo, "Wind Him Up", andò bene, spinto da una videoclip che ricevette una forte rotazione su MTV.

Qualcosa, dunque, stava cambiando, e finalmente il mondo si era accorto di questi cinque ragazzi, che avevano iniziato a calcare le scene con un omonimo album di debutto, passato praticamente sotto silenzio. Questa inaspettata esposizione mediatica, consentì ai Saga di aprire i concerti dei Jethro Tull durante il loro tour nel Nord America, oltre a vincere, sempre quell’anno, il Juno Award come Most Promising Group Of The Year. Per battere il ferro finchè caldo e cerca di sfruttare al massimo l’onda lunga del successo, i cinque canadesi si misero presto al lavoro per comporre un seguito adeguato del loro best seller Worlds Apart, un disco che permettesse alla band di restare ai vertici delle classifiche e di ampliare le schiere dei propri fan.

Esce così, a settembre del 1983, esattamente due anni dopo, Heads Or Tales, un album che cerca nuovi consensi attraverso un'attitudine più commerciale, ma non per questo meno suggestiva. Il disco, ancora prodotto da Rupert Hine, non replica il successo del predecessore, ma raggiunge, comunque, ottimi risultati di vendita trainato dall'esplosivo singolo "The Flyer" e dal successivo "Cat Walk".  

Nonostante un taglio più mainstream, Heads Or Tales mantiene alto il livello d’ispirazione della band, e la scrittura funziona dannatamente bene, grazie alla perfetta sintesi tra consueto approccio progressive e uno scintillante airplay radiofonico, che abbraccia le nuove istanze sonore legate al coevo movimento new wave. Riascoltato, oggi, il disco risulta inevitabilmente datato, eppure continuano a sorprendere il suono pieno, rotondo e accattivante (che forse lesina un po’ sui bassi, ma poco importa), gli arrangiamenti estrosi e le spiccate doti tecniche di cinque musicisti che sono stati battezzati, e si sente, all’altare del progressive.

Il singolo apripista, "The Flyer", e la successiva "Cat Walk" replicano l’apertura esplosiva di Worlds Apart, sono due siluri lanciati per colpire e affondare. Gli schemi ritmici dei due brani si fondono alla perfezione con la voce di Michael Sadler, grande estensione e timbro vagamente melodrammatico, la chitarra di Ian Crichton dispensa arabeschi con fantasiosa tecnica, la batteria di Steve Negus è tutt'altro che ordinaria (e nel corso del disco si coglierà anche una certa propensione per i tempi in levare), le linee di basso di Jim Crichton sono muscolose ma snelle, e l’uso dei synth da parte Jim Gilmour, che spesso replicano il suono degli ottoni, sono spavaldi, ficcanti e ingegnosi, ma mai ridondanti.

Negus si prende la scena su "The Sound Of Strangers" grazie a un drumming possente che connota l’andamento minaccioso del brano, destinato a diventare ben presto uno dei cavalli di battaglia live della band. "The Writing" è una delle vette del disco, possiede una straordinaria ossatura funky, costruita su favolosi riff di tastiere di Gilmour, e si sviluppa attraverso un tumultuoso crescendo, fino a un ritornello così melodico, da potercisi fidanzare fin dal primo appuntamento. "Intermission" è il brano che resta più legato al decennio in cui è stato concepito, un leggero downtempo costruito su evanescenti tocchi di chitarra e caratterizzato da synth avvolgenti (Jim Crichton, qui, suona il synthbass) e percussioni elettroniche, le cui liriche malinconiche parlano di un uomo che ha sprecato la propria vita e che non è riuscito a esprimere quel potenziale che possedeva fin da ragazzo.

I tre minuti di "Social Orphan", sorretti da una linea di basso potentissima, rappresentano uno scintillante esempio di arena rock, mentre, per converso, suona debole "The Vendetta (Still Helpless)", l'unico punto basso dell'album, la cui melodia, anche se interessante, finisce per perdersi in una produzione che gigioneggia troppo con gli stilemi AOR. Il disco, però, si riprende subito con quella meraviglia intitolata "Scrachting The Surface", grande linea vocale di Jim Gilmour, ritornello fulminante, un suono di synth e batteria elettronica strabiliante, e un grande passaggio strumentale (che evoca i Genesis di Duke), prima del ritornello finale.

Chiude la scaletta un vigoroso funky intitolato "Pitchman", probabilmente il punto più alto dell’intero disco, che palesa, oltre alla consueta splendida melodia, anche tutte le capacità tecniche e la spumeggiante inventiva della band. La seconda parte del brano, infatti, interamente strumentale, è gioia pura per le orecchie, un sali e scendi emotivo sulle montagne russe, che si apre con un favoloso assolo di moog di Gilmour e che, poi, accelera improvvisamente in un turbinio vorticoso di elettricità, in cui la chitarra di Ian Chricton diventa assoluta protagonista.

La versione rimasterizzata del disco, frutto di un ottimo lavoro di cesello fatto da Steve Negus, contiene anche una bonus track, che non aggiunge nulla al disco originale, e cioè "Cat Walk (Unabridged)", una versione estesa dell’omonima canzone in scaletta, che contiene una serie di virtuosismi di Ian Chricton.

Genere: Progressive, Rock

 


 

 Blackswan, venerdì 03/02/2023

giovedì 2 febbraio 2023

SPANISH BOMBS - THE CLASH (CBS, 1979)

 


Quante volte abbiamo canticchiato Spanish Bombs senza pensare al suo effettivo significato, considerandola, almeno per un attimo, alla stregua di una semplice canzoncina orecchiabile? Ed è quasi inevitabile, perchè quella melodia così appiccicosa e immediata fa passare in secondo piano la tragedia storica che si cela fra le note del brano.

Joe Strummer scrisse la canzone durante le sessioni di registrazione di London Calling, e la concepì tornando a casa, dopo una giornata passata ai Wessex Studios di Londra, mentre ascoltava un notiziario radiofonico sugli attentati terroristici dell'ETA agli hotel turistici della Costa Brava. Quella notizia fu la scintilla che fece divampare un vero e proprio incendio emotivo, e quel terribile fatto di cronaca divenne l’abbrivio per tornare con la mente alla sanguinosa guerra civile Spagnola.

Non è un caso che parte delle liriche di Spanish Bombs siano cantate in spagnolo. E, come in altre canzoni dei Clash che contengono inserti di lingua iberica, le parole e le frasi vengono massacrate in modo irriconoscibile. Questo perché spesso i Clash, quando utilizzavano altre lingue, le traducevano semplicemente cercando di ogni parola l'equivalente in inglese, oppure trasponendo semplicemente la frase con la sua struttura inglese. In fin dei conti, erano punk rocker, non studiosi di linguistica, e lo scopo era arrivare diretti alle orecchie di quelle classi proletarie, più aduse a frequentare i pub che a leggere libri di scrittori spagnoli.

Spanish Bombs è una canzone pop rock sbarazzina, spinta da una combinazione di accordi potenti e da un ritornello semplice e accattivante, che racconta però la brutale e sanguinosa guerra civile spagnola, combattuta alla fine degli anni '30, fra fascisti e repubblicani. Un brano che si apre con l’immagine inquietante di "buchi di proiettili nelle mura del cimitero" e che cita il grande poeta Federico Garcia Lorca (ucciso dai fascisti), con un verso (“Oh, per favore, lascia aperta la ventana (finestra in spagnolo, ndr), Federico Lorca è morto e sepolto”) che riprende la sua poesia Addio: ”Se muoio, lascia il balcone aperto!”.

E, poi, il ritornello, cantato in una lingua che i Clash considerano "spagnolo", ma che spagnolo proprio non è:”Spanish Bombs, yo te quiero infinito. Yo te quiero, oh my corazon”.C’è dolore e morte, in questa canzone che fa battere il piede e cantare a squarciagola, e una tristezza infinita dovrebbe pervadere l’ascoltatore quando Joe Strummer, evocando un’altra guerra fratricida, e cioè quella irllandese, canta: “La tomba irlandese era intrisa di sangue, Le bombe spagnole mandano in frantumi l'albergo, la rosa della mia senorita è stata stroncata sul nascere".

Con questo verso il dramma giunge al parossismo, una giovane donna, unico vero amore di un combattente repubblicano, viene uccisa da una bomba, e la sua giovinezza (la rosa) e il sogno di una vita insieme vengono infrante per sempre. La grande letteratura incontra il rock, e per un attimo la musica dei Clash si fonde con il grande romanzo di Hemingway in una combinazione bellissima ma straziante di amore e guerra, di empatia e morte, di romanticismo e inquietudine.

 


 

 

Blackswan, giovedì 02/02/2023

martedì 31 gennaio 2023

ENUFF Z'NUFF - FINER THAN SIN (Frontiers, 2022)

 


Gli Enuff Z’Nuff hanno subito così tanti cambi di formazione, che a tenere il conto c’è da farsi girare la testa; eppure, ciò nonostante, se c’è una band che, caparbiamente, continua ad andare per la sua strada, sono proprio loro, grazie all’uomo che ha dato inizio a tutto, il bassista, e dal 2016, anche cantante, Chip Z'Nuff.

Finer Than Sin è il diciassettesimo album in studio della band, che non molla un colpo dal lontano 1989, anno della pubblicazione dell’omonimo esordio, e continua a dimostrarsi un progetto valido, lontano dalle rotte commerciali, ma sempre in grado di rilasciare album interessanti, forse non più al livello degli anni d’oro (gli anni ’90, per intenderci), ma sicuramente di valore artistico indiscutibile.

Questo nuovo album testimonia la longevità e, soprattutto, la tenuta artistica della band, come già era evidente nelle ultime pubblicazioni in ordine di tempo, e cioè gli ottimi Brainwashed Generation (2020), album decisamente più pop, e Hardrock Nite (2021), il disco interamente dedicato a cover di brani dei Beatles.

Le ombre oscure nella musica e nei testi di ZNuff restano un marchio di fabbrica, come la voce di Chip, che in "Catastrophe", affronta il tema della droga attraverso parole che sembrano essere rivolte all’ex vocalist della band, Donnie Vie. Un tocco crepuscolare che non manca anche all’atonale e inquieta "Steal the Light", mentre altrove il sognwriting si fa più brillante, come in "Intoxicated", la cui elegante melodia, costruita su una splendida linea di basso discendente, richiama alla mente i migliori Cheap Trick.

Gli Enuff Z’Nuff continuano a fare con consapevolezza il proprio lavoro, e la miscela di glam, hard rock, power pop e psichedelia, per quanto risaputa, è ancora capace di risultare intrigante, senza mostrare la corda dovuta ai tanti decenni attraversati dalla band. Così, quando parte "Hurricane", con il suo carico di psichedelia pop guidata da archi sintetizzati e dal dolce suono dell’armonium, i vecchi leoni riescono ancora a stupire, dimostrando un’invidiabile forma e una scrittura che centra il bersaglio con disarmante semplicità.

L’aspetto migliore di questo lavoro risiede, in buona parte, anche in un’ottima produzione, che consente a Finer Than Sin di scostarsi dal suono prevedibile di tanti dischi di rock melodico, anche se, alla fine, tuttavia, qualche brano più rock e grintoso avrebbe giovato alla causa. In scaletta, anche la cover di "God Save The Queen" (omaggio alla defunta regina?) dei Sex Pistols, che, comunque, non aggiunge o toglie alcunchè a una prova più che dignitosa.

VOTO: 6,5

Genere: rock

 


 

 

Blackswan, martedì 31/01/2023

lunedì 30 gennaio 2023

THE JORGENSENS - AMERICANA SOUL (Paramour Records, 2022)

 


L’inizio della storia dei The Jorgensens risale al 2014, l’anno in cui la cantante e songwriter, Brianna Tagg, incontra il chitarrista e produttore, Kurt Jorgensen, nella città di St. Paul, in Minnesota. Fra i due scocca immediatamente una scintilla artistica che li ha porta a collaborare, a scrivere canzoni insieme per registrare un album come duo. Entrambi, inoltre, escono da un complicato periodo di dipendenza dall’alcool, circostanza, questa, che rafforza il loro legame affettivo, culminato, prima, in una relazione, poi, nel matrimonio. Un rapporto solidissimo, come quello che, talvolta, si instaura fra anime gemelle, e che è diventato il carburante nobile che ha alimentato la scrittura delle loro canzoni e le successive esibizioni dal vivo.

Strada facendo, poi, hanno ampliato il loro duo trasformandolo in una vera e propria band, arruolando alla causa Andra Lee Suchy (voce), Brenda Lee King (basso), Jeff King (sassofono, clarinetti), Jeff Levine (tromba), Mark O'Day (batteria) e C Harris (percussioni). Il risultato è una compagine dinamica e agile, in grado di giocare con stili e ritmi diversi, dimostrando quanto possa essere avvincente e creativa la musica roots contemporanea, se sei abile a giocare con il groove, a creare armonie vocali seducenti, e se, oltre a ottime canzoni, riversi nei solchi, tanto, tanto entusiasmo.

Guidata dalle performance vocali dei due coniugi Jorgensen, la band, in Americana Soul, ha creato un’accattivante miscela delle diverse influenze dei suoi componenti, in un progetto levigato con cura artigianale e armonizzato dalla freschezza di chi si diverte a suonare la musica che ama. Il risultato è una scaletta breve ma appassionata, in cui confluiscono blues, rock, country e jazz, convivendo in un modo naturale e spontaneo, che riesce a enfatizzare le connessioni fra i vari generi, senza che l’insieme risulti pretenzioso o ridondante.

Americana Soul è un disco onesto e verace, privo di spocchiose velleità filologiche, ma semplicemente acceso dalla passione di chi vuole onorare la musica roots, dandone una personalissima interpretazione, che riesca a suonare al contempo classica e moderna.

L’opener "Old Black Crow", che è anche il loro primo singolo, indica il percorso con chiarezza: atmosfere blues, sciabolate di chitarra slide, la voce roca di Jorgensen, un brillante tappeto di fiati, un efficace ritornello R&B e un inaspettato groove latin jazz nel finale. Equilibrio perfetto, resa massimale.

La successiva "Miles" è, invece, una road song, di quella da ascoltare a tutto volume con i finestrini dell’auto abbassati e il vento tra i capelli. Brianna si mette al volante dell’auto e conduce la band nel cuore di Memphis con la sua voce sensuale, mentre il marito disegna i consueti arabeschi slide e i fiati pompano energia e divertimento. Il funky "Boom Boom Boom" è spensierato e furbetto, mette in luce le doti vocali di Jorgensen e fonde l’acustica in primo piano con un ottimo lavoro di fiati e di controcanti nelle retrovie.

E siamo solo all’inizio di un pugno di canzoni che si fanno amare fin dal primo ascolto, attraverso un percorso variegato i cui convivono il blues notturno e le fumose atmosfere jazzy di "Hey Baby", il groove trascinate di "Shake It", attraversata da una simbiotica connessione fra banjo e violino, la slide classicissima che insuffla blues e calore in "Leave Your Light On" (con i coniugi a dividersi il microfono) e il folk malinconico della conclusiva "State Line".

Se lo scopo, come richiamato dal titolo dall’album, era quello di fondere la musica nera e bianca statunitense in un tutt’uno che rendesse omaggio e onore alla tradizione, la missione dei Jorgensens può dirsi compiuta. Le diverse influenze si colgono proprio tutte e il bilanciamento con cui vengono accostate è l’elemento che eleva Americana Soul ben oltre gli standard dell’esercizio di stile. In questi solchi troverete passione e consapevolezza, e, soprattutto, quel sorriso divertito che rende, sempre, tutto più bello.

Voto: 8 

Genere: rock, blues, country




Blackswan, lunedì 30/01/2023

venerdì 27 gennaio 2023

ROSANNA - TOTO (Columbia, 1982)

 


Toto IV, uno dei più grandi successi commerciali degli anni ’80 (5 milioni di dichi venduti in tutto il mondo) si portò a casa ben sei Grammy Awards (produzione dell'anno, album dell'anno, migliore tecnica di registrazione), tre dei quali, conquistati grazie al primo singolo Rosanna (registrazione dell’anno, migliore arrangiamento strumentale, miglior arrangiamento vocale), probabilmente la canzone più famosa della band losangelina.

Il brano prese il titolo dal nome dell'attrice Rosanna Arquette (Cercasi Susan Disperatamente, Fuori Orario, Pulp Fiction, Crash, etc.) che all'epoca usciva con il tastierista dei Toto, Steve Porcaro. Tuttavia, non fu Porcaro a scrivere la canzone, bensì il leader David Paich, il quale, tra l’altro, nemmeno si ispirò alla figura della fidanzata dell’amico. Il brano, infatti, fu dedicato da Paich a un suo amore del liceo, una vecchia fiamma, che evidentemente il cantante e tastierista serbava ancora nel cuore come dolcissimo ricordo. Quando occorse scegliere un titolo da dare alla canzone, Paich pensò che Rosanna, la nuova ragazza del suo migliore amico, fosse un titolo musicalmente perfetto per il brano appena concepito, e fu così che la Arquette passò alla storia, dando il nome a una straordinaria hit che, in realtà, parlava di un’altra donna.

Tra l’altro, sul disco, Rosanna venne cantata da Bobby Kimball, e quasi tutti i fan si convinsero che fosse lui ad avere una relazione con la Arquette. Quindi, ricapitolando: la canzone fu scritta da David Paich, ispirato dal nome della ragazza di Steve Porcaro, ma cantata dal cantante Bobby Kimball. Un gran casino, insomma.

Il brano non portò molta fortuna alla coppia Porcaro/Arquette, che si lasciò solo poco tempo dopo la pubblicazione del singolo. La Arquette, peraltro, aveva una vera e propria passione per i musicisti, visto che si legò sentimentalmente, oltre che a Porcaro, anche al compositore e regista Tony Greco, a Peter Gabriel, che scrisse per lei In Your Eyes, e infine a James Newton Howard che, guarda caso, era il direttore della Martyn Ford Orchestra, che compare in alcune tracce proprio di Toto IV. 

La verve dell’incipit e il ritornello orecchiabile sembrano adattarsi a un’euforica canzone d’amore, così come anche la prima strofa lascerebbe intendere: “Tutto quello che voglio fare quando mi sveglio la mattina è guardarti negli occhi”. In realtà, il brano racconta di un amore finito. Lei, infatti, se n’è andata da quasi un anno perché insoddisfatta della relazione (“Non sapevo che stavi cercando più di quanto potessi mai essere io”) e lui, nonostante il tempo passato, soffre ancora tantissimo (“Non avrei mai pensato che perderti potesse far male così tanto”). Ecco, dunque, un altro esempio di canzone che pur suonando leggera e orecchiabile, nasconde fra i suoi solchi il più classico dei terremoti sentimentali.

Rosanna, oltre che dall’incantevole melodia, fu trainata al successo anche dalla videoclip diretta dal regista Steve Barron, e interpretata dalla sensuale Cynthia Rhodes, che altri non è se non Penny Johnson, la protagonista femminile di Dirty Dancing (1987). E, vedi un po’ i casi della vita, nel video compare anche Patrick Swayze, anche se è molto meno visibile. Se guardate con attenzione, però, potreste individuarlo: è lui che indossa la giacca rossa tra i corteggiatori di Rosanna.

Una curiosità. I primi sette album dei Toto contengono ognuno almeno una canzone con il nome di una ragazza nel titolo. La maggior parte di queste canzoni sono state scritte da David Paich, che lo ha fatto come una sorta di tributo a suo padre, Marty Paich, che ha arrangiato l'album di Ray Charles, Dedicated to You, un disco in cui ogni brano aveva il nome di una ragazza nel titolo.

 


 

 

Blackswan, venerdì 27/01/2023