venerdì 11 giugno 2021

MDOU MOCTAR - AFRIQUE VICTIME (Matador/Beggars Group/Indigo, 2021)

 


Un disco di denuncia, di rabbia, di militanza, un grido di libertà contro il colonialismo, lo sfruttamento sfrenato delle risorse, il depauperamento di un popolo, umiliato, derubato, massacrato. E’ la copertina dell’album che lo esplicita senza mezzi termini, prima ancora di ascoltare una sola nota di Afrique Victime, sesto lavoro in studio del musicista tuareg, Mdou Moctar. Un rapace artiglia mamma Africa piangente, dietro un bagliore, che forse rappresenta la speranza o forse è semplicemente il luccichio di una gemma ghermita. In una terra ferita brutalmente da rapine minerarie internazionali e dalla mano feroce del terrore fondamentalista, fare musica non è semplicemente scrivere canzoni, ma lottare per dare voce a un popolo e raccontare una tragedia troppo spesso nascosta agli occhi dell’opinione pubblica.

Non solo, però. Questo è un disco che ingenera diverse riflessioni, che emoziona e tocca il cuore, ma spinge a ragionare: sulla musica e sull’Uomo.

Mdou Moctar è stato spesso definito il Jimi Hendrix del deserto, definizione, questa, abbastanza pigra e prevedibile, ma che suggerisce, tuttavia, la stretta connessione che esiste tra due realtà musicali, geograficamente distanti, ma indissolubilmente legate dal medesimo dna. Afrique Victime, a prescindere dai suoi sviscerati contenuti politici, è un disco in cui due culture convergono, palesando la stretta consanguineità: da un lato, le sonorità tuareg e il blues, che ha avuto i natali proprio in questa terra, dall’altro, una decisa componente rock, che altro non è se non l’evoluzione occidentale di quella cultura ancestrale, qui restituita alle sue origini, dopo un lungo processo di contaminazione.

Afrique Victime si apre con Chismiten: venti secondi di quasi silenzio, passi che si avvicinano a un amplificatore, poco prima che parta un selvaggio lick di chitarra, e Moctar e la sua band si fondono rapidamente in un trascinante groove, ondeggiante e sinuoso come le movenze di un serpente incantato. Ed è proprio questa attenzione al ritmo, questa oscillazione continua, ad essere il filo conduttore di una scaletta che spinge a ballare voluttuosamente sulle note di Asdikte Akal, che tesse trame acustiche potenti e maestose (Tala Tannan e Layla), che pompa decibel e drammaticità nella title track e che si chiude nel misticismo sognante di Bismilahi Atagah.

Con Afrique Victime, Moctar racconta la propria terra attraverso un linguaggio che è scoperta e sorpresa, ma che, al contempo, suggerisce anche una vicinanza, per ricordarci il debito, nei confronti dell'Africa, di quasi tutta la musica moderna. Dischi come questo sono una porta su un futuro immaginario, l’ipotesi di un domani migliore, l’utopia di una fusione, in cui la connessione globale possa far sì che un chitarrista del Sahara possegga lo stesso appeal culturale di una pop star occidentale. Questo, soprattutto, è un disco capace di lenire l'anima con la bellezza e aprire gli occhi agli scettici su ciò che la musica, la musica veramente buona, può fare per ciascuno di noi, non importa da dove essa provenga. In queste canzoni, le differenti estrazioni sociali e il colore della nostra pelle svaniscono di fronte a un’emozione che dovrebbe scuotere qualsiasi essere vivente nel profondo. E unire, in un sogno di fratellanza condiviso.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, venerdì 11/06/2021

giovedì 10 giugno 2021

PREVIEW

 


In uscita per BMG il 3 settembre 2021, l'album composto da 18 tracce presenta la Ronnie Wood Band insieme a Mick Taylor e altri incredibili ospiti speciali come Bobby Womack, Mick Hucknall e Paul Weller, e rende omaggio a uno degli eroi musicali che più ha influenzato Ronnie, il pioniere del blues elettrico del Mississippi Jimmy Reed.
 

L'album è stato registrato dal vivo in una serata memorabile alla Royal Albert Hall il 1° novembre 2013.
Contiene brani straordinari tra cui Good Lover e Ghost of A Man. Con un artwork unico appositamente creato da Ronnie, Mr Luck sarà disponibile in digitale, su CD, in vinile e in una bellissima edizione limitata con vinile colorato in doppia tonalità blu fumo.

Quando il chitarrista autodidatta Eddie Taylor insegnò tutto ciò che sapeva del suonare la chitarra al suo amico Jimmy Reed, sicuramente non poteva immaginare l'effetto che ciò avrebbe avuto per la scena blues di Chicago. Per questo, anche se nella sua carriera ha accompagnato musicisti come John Lee Hooker, Tylor è ricordato soprattutto per il suo lavoro con il suo ex studente.

La coincidenza ha voluto che nel 1974 un altro Taylor, Mick, facesse posto a Ronnie Wood nei Rolling Stones, aprendo la strada a una amicizia e una collaborazione proficua per questi due celebri chitarristi. Il culmine di tutto ciò è stata la presenza di Taylor nella Ronnie Wood Band alla Royal Albert Hall per il Bluesfest del 2013, dove è stato suonato l'ormai leggendario set che avrebbe generato questa registrazione.

A proposito di Mr Luck, Ronnie commenta:

"Jimmy Reed è stato una delle prime influenze per i Rolling Stones e per tutte le band che amano il blues americano fino ai giorni nostri. È un onore per me avere l'opportunità di celebrare la sua vita e la sua eredità con questo tributo"


Questo album segna il secondo capitolo di una trilogia di album speciali e personali di Wood con la sua band, che celebrano gli eroi musicali di Ronnie. Il primo album, Mad Lad, ha esplorato il lavoro di Chuck Berry e ha rappresentato una commemorazione struggente dopo la scomparsa di Berry poco più di due anni fa. Ronnie è stato in tour con Berry ed è stato suo fan per tutta la vita.

 


 

Blackswan, giovedì 10/06/2021

mercoledì 9 giugno 2021

LONDON GRAMMAR - CALIFORNIAN SOIL (Ministry Of Sound Recordings, 2021)

 


Quando i London Grammar si sono affacciati per la prima volta sulla scena musicale, fortemente saturata, di quasi un decennio fa, le loro ballate pop dal mood fortemente emotivo hanno spinto la critica a spendere paragoni con artisti come XX e Florence and the Machine, oltre ad attirare fin da subito l’attenzione del pubblico mainstream. Contrassegnato dalla gamma vocale dinamica di Hannah Reid, il trio britannico si è distinto dai propri contemporanei non solo grazie alla natura accelerata dell'hype (erano in prima fila per l'ambito Mercury Prize prima di pubblicare il loro debutto nel 2013, If You Wait), ma soprattutto perché la loro musica mostrava un’invidiabile freschezza.

Con il loro secondo album, Truth Is a Beautiful Thing del 2017, hanno mantenuto fede alle premesse (e promesse) di una musica pop elegante e di gran classe, anche se in quel caso una produzione più ambiziosa aveva tolto un po' di vitalità alle canzoni in scaletta.

Oggi, Californian Soil, li vede modificare leggermente il sound per suggerire ulteriormente la portata delle loro ambizioni musicali, con risultati anche in questo caso, però, non sempre convincenti. I London Grammar esplicitano la loro volontà di esplorare nuovi territori già a partire dalla title track: c'è un diverso ed evidente spessore nell’impianto strumentale del brano, che manca, invece, in alcuni momenti della scaletta.

Infatti, nel complesso, Californian Soil soffre, in qualche caso, proprio di mancanza di profondità: è chiaro che la potente voce della Reid non ha perso un grammo del suo fascino, ma non può essere sempre il paravento per coprire le lacune aperte da un songwriting talvolta un po' debole e da una produzione che, qui e là, palesa qualche inciampo.

Se questi sono i difetti, e lo dico a prescindere dal mio gusto personale, che mi ha spinto ad ascoltare il disco in loop per un’intera settimana, California Soil si mantiene, tuttavia, su buoni livelli per tutta la sua durata, regalando anche momenti di abbagliante bellezza. La predilezione della band per i ritmi trip-hop e i paesaggi sonori cinematografici, molto amati dai Massive Attack, rimane un intatto marchio di fabbrica e la straordinaria voce di Reid, che è sempre stata al centro del suono della band, continua a risuonare potente e affascinante come sempre.

E’ indubbio, inoltre, che il taglio dato alle canzoni sia, nello specifico, ancora più pop, cosa che nel complesso funziona bene, come avviene, ad esempio tra beat e approccio sinfonico nella splendida Lose Your Head o nel drammatico crescendo melodico di Lord It’s A Feeling.

Pur con un andamento altalenante, California Soil possiede, quindi, un fascino etereo e riesce a toccare le corde dell’emozione grazie a una prova maiuscola della Reid, la quale riversa nelle liriche e nel cantato il proprio pathos interiore. Un tormento di fondo palpabile in America, la canzone che chiude il disco e che vince la palma del miglior brano del lotto: l’America come metafora di sogni da inseguire, sogni destinati a non realizzarsi e a restare chimere, forse perché, in primo luogo, non ci appartengono (“Tutto il nostro tempo a caccia dell'America/Ma lei non ha mai avuto una casa per me/ Tutto il nostro tempo inseguendo un sogno/Un sogno che non significava niente per me”).

Se tutto il disco fosse di questo livello, staremmo parlando di una delle prove migliori dell’anno. Invece, pur promuovendolo, California Soil resta il compito ben fatto di una band che potrebbe aspirare al massimo dei voti, ma non riesce mai a fare il vero salto di qualità. Non credo sia un problema strutturale: quando azzeccano la canzone, i London Grammar svettano sulla massa con estrema facilità. Forse, il vero problema, è il freno a mano tirato, la mancanza di coraggio con cui la band affida al cantato di Hannah Reid le sorti del proprio lavoro, senza cercare soluzioni alternative alla splendida voce del loro leader.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, mercoledì 09/06/2021

martedì 8 giugno 2021

DRIVE - THE CARS (Elektra, 1984)

 


Qualcuno sostiene che Heartbeat City (1984) sia in assoluto la miglior prova dei Cars, e senza voler togliere nulla ai lavori precedenti, che vendono bene e piazzano numerosi singoli nelle chart statunitensi, probabilmente è così. Un disco, questo, che racchiude la summa del pensiero musicale del leader, il compianto Ric Ocasek: fondere l’imperante suono new wave con un pop rock dagli arrangiamenti impeccabili e costruito sulla perfetta simbiosi fra chitarre agli estrogeni e vivaci, coloratissime tastiere.

L’album, prodotto con la collaborazione di Robert John “Mutt” Lange (che l’anno precedente aveva messo mano a Pyromania dei Def Leppard), vende benissimo e si piazza alla posizione numero di 3 di Billboard 200, grazie al tiro di un pugno di singoli irresistibili: You Might Think, Magic e Drive. E’ soprattutto quest’ultima a fare, come si dice, il botto, risultando il singolo dei Cars più venduto in assoluto, raggiungendo la posizione numero tre della Billboard Hot 100, la numero cinque nel Regno Unito, la numero quattro nella Germania occidentale, la numero sei in Canada e la numero tre in Irlanda. Senza dimenticare, poi, che Drive consente ai Cars di farsi conoscere anche in Italia, paese in cui la band capitanata da Ocasek, fino ad allora, viveva nella nicchia di pochi appassionati.

A prescindere dal notevole successo commerciale, resta il fatto che Drive è il classico evergreen, una canzone senza tempo, che riesce a emozionare anche oggi, nonostante l’utilizzo dei sintetizzatori rispecchi clamorosamente il suono dell’epoca in cui è stata concepita. Una ballata elegante e impeccabilmente arrangiata, che resterà eterna per la forte tensione romantica e drammatica che la pervade.

Drive è, infatti, una canzone che parla d’amore, ma di un amore finito, di un lutto affettivo che ingenera dubbi e disillusione. E’ l’amante ferito a parlare, anche se potrebbe benissimo essere il contrario (alla voce c’è il bassista della band, Benjamin Orr), che si rivolge alla propria amata, ponendo una serie d’interrogativi destinati a rimanere senza risposta: “Chi ti dirà quando sarà troppo tardi? Chi ti dirà che le cose non sono così grandiose? Non puoi andare avanti pensando che niente sia sbagliato. Chi ti riaccompagnerà a casa, stanotte? Chi ti rialzerà quando cadrai? Chi alzerà la cornetta quando chiamerai? Chi presterà attenzione ai tuoi sogni? Chi ti tapperà le orecchie quando urlerai?”. Ed è proprio questa serie reiterata di domande, l’escamotage letterario dell’interrogazione retorica, a rendere il brano così carico di pathos e così melodrammatico nei suoi intenti romantici. Perché, è del tutto evidente, che ciò che sottende alle domande, è l’impossibilità di ricostruire un amore perduto per sempre, eterno solo nei quattro minuti della durata della canzone.

Questo brano, così malinconico e triste, fu, poi, utilizzato l’anno successivo al Live Aid di Londra, come sottofondo musicale per un drammatico video sulle esiziali conseguenze della carestia in Etiopia. Dopo l’evento, la canzone ritornò a scalare le classifiche inglesi, attestandosi alla quarta posizione e fruttando ai Cars la bellezza di 160.000 sterline, tutte devolute alla causa dallo stesso Ocasek.

Un’ultima curiosità. Nel bel video clip di Drive, girato dall’attore Timoty Hutton, compare l'allora diciottenne modella e attrice Paulina Porizkova, che, di lì a poco, sarebbe diventata la moglie di Ric Ocasek. 




Blackswan, martedì 08/06/2021

lunedì 7 giugno 2021

THE ALMIGHTY - POWERTRIPPIN' /Deluxe Edition 2021 (HNE Recordings, 2021)

 


Il 2021 è un anno decisamente denso di novità per Ricky Warwick. Prima, ha pubblicato When Life Was Hard And Fast, disco solista che ha riscosso parecchi consensi di pubblico e critica, poi, ha messo le mani a vecchio materiale, per una ricca ristampa di Powertrippin’, terzo e celebratissimo album degli Almighty, la band di cui è leader da più di trent’anni.

Il seguito di Fire & Love del 1989 e Soul Destruction del 1991, vide la luce nell’aprile del 1993, fu l’ultimo pubblicato per l’etichetta Polydor, e sancì l’ingresso nella line up del chitarrista Pete Friesen, che aveva sostituito il membro fondatore Tantrum (a fianco di Warwick c’erano anche Stump Monro alla batteria e Floyd London al basso). Powertrippin’ segna una svolta non da poco nella storia della band: è il primo album che schizza nella top ten britannica (alla quinta piazza per la precisione), grazie anche alla popolarità derivante dal tour degli Almighty come spalla degli Iron Maiden, ed è il disco che si smarca decisamente dei due lavori precedenti, grazie anche al songwriting e all’impronta di Friesen, che spinge il suono nelle braccia del Seattle Sound.

L’album, in tal senso, è figlio della sua epoca, rivisitazione in chiave europea di quel grunge che, nel 1993, ha già affievolito la sua spinta creativa, pur essendo ancora al centro del music business. Gli Almighty si schierano dalla parte di chi quel suono lo stritolava nella morsa di pesanti tenaglie metal, tanto che gli accostamenti più immediati, anche all’epoca, furono con band come gli Alice In Chains (l’iniziale e oscura Addiction sembra uscire dalla penna di Jerry Cantrell) e i Gruntruck di Push.

Roccioso, brutale, violento, poco incline a cercare compromessi con la melodia e pronto ad abbandonarsi a quelle accelerate punk, da sempre tratto distintivo della band (la title track è strettamente imparentata alla furia distruttiva dei Motorhead), Powertrippin è una forsennata cavalcata metal trainata dai riff siderurgici di Friesen e dalla voce petrosa di uno scatenato Warwick. Non c’è quasi un attimo di pausa, e i padiglioni auricolari si salvano dallo sconquasso generale solo grazie a Jesus Loves You… But I Don’t (un titolo, un programma), ispida ballata che procede per accumulo elettrico fino al deragliamento finale.

La reissue del disco, perfettamente rimasterizzato, contiene anche un secondo cd ricco di curiosità. Oltre ai singoli tratti da Powertrippin’, Addiction, Over The Edge e Out Of Season, questa riedizione deluxe include le B-side Blind, Bodies (proprio quella dei Sex Pistols), Insomnia, In A Rut (cover dei The Ruts) e Fuckin' Up (brano preso dal songbook di Neil Young). Le versioni live di Takin' Hold, Jesus Loves You...But I Don't e Powertrippin' testimoniano quanto potenti e devastanti siano sempre stati gli Almighty una volta saliti sul palco. Il disco bonus include anche le versioni demo di Free 'N' Easy e la title track di Soul Destruction, che non è mai stata registrata ufficialmente e non era apparsa nella scaletta dell'album originale. Da segnalare anche una versione acustica di Rockin' In The Free World di Neil Young, ulteriore chicca di una ristampa vivamente consigliata a tutti gli amanti dei suoni estremi.

 


 

Blackswan, lunedì 07/06/2021

venerdì 4 giugno 2021

HE HIT ME (AND IT FELT LIKE A KISS) - THE CRYSTALS (Philles, 1962)

 


Eva Narcissus Boyd, meglio conosciuta come Little Eva, è stata, negli anni ’60, una cantante pop di successo, nota soprattutto per un brano, The Loco – Motion, che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo ascoltato. Una hit da un milione di copie vendute, che nel 1962, arrivò prima in classifica negli Stati Uniti e che nel 1988 tornò nuovamente agli onori delle cronache, grazie all’interpretazione in chiave dance di Kylie Minogue. Per Eva, fu l’inizio di una carriera che durò per tutto il restante decennio, fino a quando, nel 1971, la Boyd si ritirò dalle scene, a soli ventotto anni, senza aver guadagnato, si dice, il becco di un quattrino.

Prima di arrivare al successo, questa giovane cantante di colore, proveniente dalla North Carolina, sbarcò il lunario, facendo i più disparati lavori, tra i quali quello di babysitter a casa della coppia di cantautori Carole King e Gerry Goffin (quelli che, tra l’altro, scrissero per lei The Loco-Motion).

E qui, inizia la nostra storia. Perché Eva, che è una ragazza semplice e solare e si conquista da subito la fiducia e l’affetto delle due stelle del music business, spesso si presenta al lavoro con dei lividi. Alle domande insistenti dei due, Eva ammette candidamente che il suo boyfriend dell’epoca la prende a sberle. La King e Goffin, venuti a conoscenza della cosa, spronano la ragazza (che ai tempi non aveva nemmeno vent’anni) a denunciare il fidanzato alla polizia, ma visto il diniego di Eva, le chiedono come possa sopportare di essere maltrattata in questo modo. Eva li guarda stranita e, come se fosse la cosa più normale del mondo, risponde: “E’ vero mi ha colpito. Ma lui mi picchia solo per dimostrarmi quanto mi ama”.

Dopo l’iniziale sgomento, i due cantautori ripensarono spesso alla risposta della ragazza, finché quella frase, “Mi ha colpito” (He Hit Me), divenne lo spunto per scrivere una canzone. Nasce così He Hit Me (And It Felt Like A Kiss), un brano il cui testo, senza bisogno di essere accanite femministe, oggi come allora, fa letteralmente rabbrividire. Perché quel brano, scritto probabilmente con le migliori intenzioni (la King, dichiarò successivamente, di essere stata anche lei vittima di abusi domestici – ma non da Goffin), diventava, in buona sostanza, una sorta di benedizione a tutti quei vigliacchi che maltrattavano le proprie donne. Il verso centrale, in tal senso, lascia sgomenti: “Mi ha colpito E sembrava un bacio. Mi ha colpito E sapevo che mi amavi. Se non gli importasse di me, Non avrei mai potuto farlo arrabbiare. Ma mi ha colpito Ed ero contenta”. E non ci vuole una sensibilità da poeta per comprendere quanto queste parole, che giustificano un atto ignobile, siano raccapriccianti.

Non solo. Indovinate un po'? A produrre e ad arrangiare la canzone fu Phil Spector, il geniale produttore, che di abusi coniugali e violenza sulle donne non era secondo a nessuno. L’inventore di quello che fu definito “wall of sound”, infatti, oltre che per la propria arte, è passato alla storia anche per i rapporti a dir poco burrascosi con le proprie compagne, culminati, nel febbraio del 2003, con la condanna per l’omicidio dell’attrice Lana Clarkson. Il vertice di un escalation iniziata, però, nel 1968, quando Spector sposò Veronica “Ronnie” Bennett, cantante delle Ronettes, girl group statunitense, divenuto famoso grazie proprio al produttore (ricordate Be My Baby?). Un rapporto, quello tra Ronnie e Phil, caratterizzato dalla gelosia patologica di Spector, il quale costrinse la consorte a vivere reclusa in casa, sottoposta alle sue grottesche bizzarrie (arrivò a chiuderla in un armadio, a nascondere tutte le sue scarpe in modo che non potesse fuggire e addirittura a far costruire una bara d'oro con un coperchio di vetro in cui minacciò di rinchiuderla dopo averla uccisa, nel caso l'avesse lasciato).

Spector, che era un violento narcisista con il vizietto dell’alcol e delle armi da fuoco, aveva tuttavia un talento inarrivabile, capace, negli anni d’oro della sua carriera, di fargli scrivere, arrangiare e produttore un filotto di straordinarie hit. E’ fuori di dubbio che Spector riuscisse a sentire la musica nel profondo, a cogliere l’essenza di una canzone e a cavarne il meglio. Così, affidò He Hit Me alle Crystals, gruppo r’n’b tutto al femminile lanciato dalla sua etichetta, la Philles, e arrangiò il brano come forse nessuno se l’aspettava. Avrebbe potuto giocare con l’ironia, ma non lo fece. Il testo era vergognoso e giustificava la violenza sulle donne. Ecco allora l’intuizione: un basso cupissimo introduce la voce solista (e depressa) di Barbara Alston in una cornice funerea di tamburi e archi taglienti, mentre, in sottofondo, come un coro greco, le altre tre componenti trillano beatamente la loro convinzione che il ragazzo non avesse fatto nulla di male. Tutto inquietante, ambiguo, ma geniale.

Artisticamente ineccepibile, la canzone, però, non ebbe il successo sperato: dopo i primi passaggi in radio, la protesta degli ascoltatori crebbe a dismisura, tanto che il brano lentamente scomparve dall’airplay, per perdersi, giustamente, nell’oblio.

 


 

Blackswan, venerdì 04/06/2021

giovedì 3 giugno 2021

TEXAS - HI (BMG, 2021)

 


Jump On Board, uscito quattro anni fa, fotografava una band consapevole dei propri mezzi, capace ancora di sfornare deliziosi pasticcini pop, ma in una fase, se così si può dire, riflessiva e interlocutoria. All’orizzonte, infatti, si profilava il trentesimo anniversario di Southside (1989), album d’esordio e riuscitissimo melange di country, blues e rock, con il quale la storia della band scozzese ebbe inizio.

Per celebrare degnamente il debutto, il gruppo, nel 2019, aveva messo mano ai propri archivi alla ricerca di qualcosa di speciale da condividere con i fan. Furono scoperti diversi tesori provenienti dalle sessioni di Southside, ma non solo, visto che quell’attività di ricerca portò alla luce una miniera d'oro più grande: parecchi nastri di registrazioni incompiute per White on Blonde (1997), loro quarto e più celebrato disco. Sharleen Spiteri e Johnny McElhone, le due menti pensanti dei Texas, decisero che questo materiale accantonato era troppo buono per essere lasciato incompiuto. Fu avviato, quindi, un lavoro restauro, ma poi il brillante processo creativo spronò i Texas a comporre del materiale originale per un nuovo disco, il decimo in studio, prodotto dalla mano esperta di McElhone.

In Hi convergono diversi elementi sonori che includono vintage R&B (Just Want to Be Liked), atmosfere dal tocco country (Moonstar), pulsante power pop (Sound of My Voice) e il connubio riuscitissimo tra western e hip-hop (la title track con il piccante cameo dei Wu-Tang Clan). E poi c'è il singolo Mr. Haze, evidente omaggio al suono Motown, punto di fusione fra dance e soul, un viaggio nella nostalgia che campiona Love's Unkind, hit del 1977 a firma Donna Summer.

Una varietà di temi stilistici che da sempre fanno parte del bagaglio dei Texas e che in Hi, però, sembrano indossare abiti più lussuosi e sgargianti. Merito di un ottimo lavoro in studio, in fase di produzione, e del contributo indispensabile di un gruppo di sessionisti perfettamente a loro agio nel dare manforte al nucleo storico della band: Michael Bannister e Eddie Campbell (tastiere), Ally McErlaine (chitarra), Tony McGovern (chitarra). Questi quattro musicisti, insieme a Spiteri e McElhone, rispettivamente alla chitarra e al basso, infondono in ciascuna delle dodici tracce di Hi (quattordici nell’edizione deluxe) quel trasporto e quella perizia che da sempre connotano la musica dei Texas.

Non dimentichiamo, ovviamente, quell’elemento essenziale che è la voce di Sharleen Spiteri, così carica di passione e di sentimento (ascoltate Unbelievable e You Can Call Me), e capace di funzionare alla grande anche quando si misura con quella altrui: il duetto con la cantante-attrice Clare Grogan, in Look What You've Done, e con RZA e Ghostface Killah del Wu-Tang Clan, nella citata Hi, sono tra i migliori momenti in scaletta.

Il disco cresce ad ogni ascolto e viene spontaneo affermare che i Texas, nonostante gli anni di carriera alle spalle, abbiamo ritrovato un’esuberante spinta artistica e quell’ispirazione che ha contraddistinto i loro giorni migliori. Indipendentemente dal suo destino commerciale, Hi è un album di pop elegantemente confezionato, a cui è difficile restare indifferenti, e se anche non è destinato a fare la storia di questo 2021, risulterà un’ottima colonna sonora per accompagnare, con leggerezza, l’estate ormai alle porte.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, giovedì 03/06/2021

martedì 1 giugno 2021

PAUL WELLER - FAT POP (Volume 1) (Polydor, 2021)

 


Paul Weller ha sempre avuto l’indiscusso merito di non fermarsi mai, sempre in movimento, alla ricerca di nuove espressioni di un’idea di musica, legata al passato, certo, ma con lo sguardo prontamente rivolto al futuro. Non si è mai arroccato su una posizione, per quanto redditizia, non ha mai voluto vivere di rendita, prendendosi dei rischi e i relativi inciampi.

Nell'inebriante era post punk, che ha poi, ceduto i riflettori alla new wave, ha portato la sua band, The Jam, a diventare un'istituzione iconica a sé stante, arroventando col punk un suggestivo retroterra mod, beat e R&B. Con gli Style Council, sua successiva creatura, Weller ha virato verso un approccio musicale più morbido e sfumato, adottando forme espressive contigue al jazz (ma con un tocco leggero che conteneva elementi accessibili a una numerosa platea pop), per declinare i suoi testi politicizzati e militanti. Il suo istinto irrequieto, alla fine, l’ha portato nuovamente a cambiare strada e a riflettere sull'influenza di quelle icone del passato (Small Faces, Traffic, Who e Kinks) che da sempre lo avevano ispirato, dando vita a quattro decenni di carriera in costante evoluzione, il cui punto fermo è stata la coerenza di seguire, sempre e comunque, il proprio istinto.

Il suo nuovo album, Fat Pop (Volume 1), arriva meno di un anno dopo l’ultima pubblicazione, On Sunset, e lo trova nello stato d'animo congeniale (lo stop imposto dalla pandemia e maggior tempo a disposizione) per rovistare nei propri armadi e scegliere un abito, i cui colori sgargianti, riflettano quel sapere immenso che spazia, con la consueta maestria, fra generi disparati (rock, pop, elettronica, R&B, soul, folk).

Un disco, tra l’altro, che lo trova a condividere i riflettori con sua figlia Leah, accreditata come co-autrice della sognante Shades Of Blue, con la cantante Lia Metcalfe (The Mysterines), con cui duetta in True, e con il leggendario Andy Fairweather Low, la cui voce dà ulteriore nerbo al funky ondeggiante di Testify. Hannah Peel, poi, è arruolata per arrangiare gli archi in Glad Times, Cobweb Connections e Still Glides The Stream, dando a questi brani quel tocco Philly Soul che tanto andava di moda negli anni '70 e gran parte degli anni '80.

Detto questo, l'intero album, inaspettatamente, visto i tempi che corrono, sfoggia una vena pimpante, energica, attraversata solo, di quando in quando, da quel retrogusto agrodolce e malinconico, a cui spesso Weller ci aveva abituati in passato (ciò che accade, ad esempio, nella conclusiva Still Glides The Stream, a parere di chi scrive la migliore canzone del lotto).  

E’ la visione d’insieme, quindi, a essere vincente, quell’indubbia capacità che Weller ha di equilibrare la scaletta, inserendo con gusto momenti introspettivi in un contesto decisamente giocoso, e facendo convivere graffi garagisti (True) a deliziose ballate soul (Glad Times), senza che l’accostamento risulti disturbante.

Il Modfather consegna alla storia, in meno di un anno, un altro disco che può decisamente essere annoverato fra i migliori della sua carriera. In fin dei conti, Weller rimane un maestro nel creare album sofisticati e affidabili, attraversati da quei lampi di magia, che lo rendono uno dei più ispirati songwriter inglesi di tutti i tempi.

VOTO: 7,5

 


 

Blackswan, martedì 01/06/2021

 

lunedì 31 maggio 2021

THE VINTAGE CARAVAN - MONUMENTS (Napalm Records, 2021)

 


Arrivano dall’Islanda, piccola terra di grandi musicisti (Olafur Arnalds, Sigur Ros, Bjork, Of Monsters And Men, Johann Johannson) e ci portano in dono uno dei dischi rock più belli dell’anno. Si chiamano Vintage Caravan, un nome che esplicita al meglio la passione della band per il classic rock, si sono formati in un sobborgo vicino alla capitale, Reykjavik, e hanno rilasciato a tutt’oggi cinque album. Una carriera in crescendo, che li ha portati a condividere il palco con gli Opeth, e li ha visti migliorarsi, disco dopo disco, sia da un punto tecnico che compositivo.

Monuments, registrato tra il febbraio e il marzo del 2020, è il punto più alto della loro discografia, un lavoro solido e complesso, meno pesante e monolitico rispetto ai precedenti, e zeppo di idee e di intuizioni, che rigenerano con fantasia sonorità nate decenni fa. Le undici canzoni in scaletta, infatti, frullano, con inusitata sapienza, hard rock di matrice ’60 e ’70, stoner, blues, psych rock e progressive, riuscendo, a dispetto, di miriadi di citazioni, a risultare assai originali. I tre componenti (Oskar Logi Agustsson, chitarra e voce, Alexander Orn Numason, basso e tastiere, e Sefan Ari Stefansson, batteria e tastiere), poi, suonano benissimo e, soprattutto, amano suonare, con attitudine jammistica e una predisposizione a lunghe digressioni strumentali imparentate con il prog rock. E’ soprattutto, però, quando spingono il piede sull’acceleratore e partono di slancio che diventano devastanti, e mai aggettivo, vi assicuro, si sposa meglio con la maggior parte dei brani del lotto.

Conduce le danze la chitarra di Agustsson, come appare fin da subito evidente con l’incipit Whispers, tonitruante apertura dagli oscuri echi sabbathiani. Ed è solo il primo dei molti volti dei Vintage Caravan che, con la successiva Crystallized, ci portano alla fine degli anni ’60, evocando i Cream più rumorosi, in un tripudio di chitarre in acido corroborate da un riff di saltellante funk ed esaltate da una infuocata digressione jam.

Can’t Get You Of My Mind spinge improvvisamente il disco verso un tiro deliziosamente radiofonico, ammicca ai Blue Oyster Cult con un ritornello che è uno schianto e che si manda a memoria fin dal primo ascolto. Un arpeggio morbidissimo apre Dark Times, che poi parte a cento allora, come una galoppata in stile Iron Maiden, che rifiata dentro un ritornello di arioso space rock. Se This One’s For You rallenta il passo in una ballata sfiorata da carezzevole psichedelia, Forgotten, cuore pulsante del disco, forgia otto minuti di devastante potenza, che partono con la forsennata rincorsa rubata a Highway Star dei Deep Purple, si misurano con la velocita convulsa Heart Of The Sunrise degli Yes e sfociano in un ritornello irresistibile, per poi deragliare nella seconda parte, in cui gli strumenti galoppano sbrigliati su coordinate progressive.

Monuments è un disco che non ti molla mai, che ti sorprende a ogni nuova canzone, tenendo desta l’attenzione e alto il livello di adrenalina nel sangue. Così, dopo un brano immenso come Forgotten, non ti aspetti un altro gioiello come Sharp Teeth, ipervelocità funk e architettura prog, in cui tecnica e sudore sfociano nell’ennesimo deragliamento jam, o l’epos da capelli al vento di Hell, canzone che regala momenti melodici irresistibili, grazie anche alla voce limpida e avvolgente di Agustsson. Altri due brani tiratissimi (Torn In Two e Said & Done), prima della sublime chiosa di Clarity, lenta ballata di otto minuti che procede per accumulo, fino all’esplosione del finale, incendiato da un grande assolo di chitarra di Agustsson.

Il disco dura un’ora abbondante, ma quasi non ci accorge del tempo che passa, perché non c’è un solo momento in scaletta che non sia necessario ed entusiasmante. Questi ragazzi possiedono una potenza d’urto che ha pochi eguali, e che affascina e stupisce soprattutto nel momento in cui ti ricordi che il ribollente magma sonoro di Monuments è creato con solo tre strumenti. Retrò, certo, lo dice anche il nome, ma incredibilmente moderni e freschi, i Vintage Caravan sono, a parere di chi scrive, una delle migliori rock band in circolazione, il cui destino è dare nuovo lustro e vitalità a un genere dato, troppo spesso, per morto.

VOTO: 9

 


 

Blackswan, lunedì 31/05/2021

venerdì 28 maggio 2021

LOUSIANA 1927 - RANDY NEWMAN (Reprise, 1974)

 


Le nuvole arrivano da nord e ha iniziato a piovere

Ha piovuto molto forte e ha piovuto per molto tempo

L'alluvione prese piede con piogge estremamente abbondanti nel bacino centrale del Mississippi, già nell'estate del 1926. A settembre, gli affluenti del Mississippi in Kansas e Iowa iniziarono a tracimare. Inizia così, la grande inondazione del Mississippi del 1927, quella che è stata l'alluvione fluviale più distruttiva nella storia degli Stati Uniti, con 70.000 km2 inondati, una profondità delle acque arrivata anche a 9 metri e danni stimati tra i 246 milioni e il miliardo di dollari. Il novantaquattro per cento delle oltre 630.000 persone colpite dall'alluvione viveva negli stati dell'Arkansas, Mississippi e Louisiana, la maggior parte nel Delta del Mississippi. Più di 200.000 afroamericani vennero sfollati dalle loro case e hanno dovuto vivere per lunghi periodi in campi di soccorso. Le vittime furono 246. 

23 agosto 2005. Sugli Stati Uniti si abbatte l’Uragano Katrina, uno dei più gravi, in termini economici e di vittime, della storia americana. 1836 morti, recita il tragico bilancio, e 705 dispersi, una città, New Orleans, quasi completamente sommersa dalle acque. 

Due catastrofi, due eventi terribili, legati indissolubilmente tra loro da una canzone, Lousiana 1927, scritta da Randy Newman e inserita in Good Old Boys, concept album del 1974, che il musicista californiano dedicò al Sud degli Stati Uniti, sua terra d’adozione (Newman era cresciuto a New Orleans).

La canzone è cantata dalla prospettiva di un residente senza nome della zona, che racconta l'alluvione delle parrocchie di St. Bernard e Plaquemines e descrive la devastazione all’indomani dei fatti: “river had busted through clear down to Plaquemines” (il fiume era esploso fino a Plaquemines), e ancora “six feet of water in the streets of Evangeline” (sei piedi d’acqua nelle strade di Evangeline).

Un testo, quello di Lousiana 1927, che contiene, però, anche palesi intenti politici. Viene immaginata la visita sui luoghi dell’inondazione da parte dell’allora presidente Calvin Coolidge (accompagnato da “A Little Fat Man”)e il suo distacco di fronte alla tragedia (“The President Say, "Little Fat Man Isn't It A Shame What The River Has Done To This Poor Crackers Land"); viene, inoltre, puntato il dito contro la classe dirigente di New Orleans, che aveva deviato l’alluvione con cariche di dinamite fatte esplodere per salvare i quartieri più abbienti della città (“They're Tyrin' To Wash Us Away, They're Tryin' To Wash Us Away”).

Il brano tornò di attualità nel 2005 e divenne una sorta di inno di protesta delle popolazioni colpite dall’Uragano Katrina contro l’amministrazione del Presidente Bush, accusata di non aver saputo gestire efficacemente l’emergenza. 

L’intento dichiarato di Newman era di rendere omaggio alla sua seconda casa, a quella città, New Orleans, in cui sua mamma era nata e in cui lui era cresciuto. Una prospettiva personale e privata, capace però di trasformarsi nel lamento collettivo delle popolazioni, rurali e indigenti, che sempre, al verificarsi di una tragedia, sono quelle che pagano, inevitabilmente, lo scotto più alto.

 


 

Blackswan, venerdì 28/05/2021