mercoledì 2 settembre 2026

Take On Me - A-ah (Warner, 1984)

 


Sembra difficile crederlo, ma "Take On Me" degli A-ha, una hit da milioni di copie vendute e un evergreen che continua ad ammaliare i nostalgici degli anni ’80 e a conquistare nuovi appassionati, ebbe un parto lunghissimo, almeno nella versione che noi conosciamo. Gli A-ha (il nome venne scelto perché richiamava un’esclamazione conosciuta in tutto il mondo) sono un trio norvegese composto da Morten Harket (voce), Pal Waaktaar (chitarra) e Mags Furuholmen (tastiere), che si trasferì a Londra nel gennaio del 1983 in cerca di fortuna, che, poi, arrivò proprio grazie a "Take On Me".

Il trio scrisse e registrò la prima versione di questa canzone nel 1982 con il titolo "Lesson One". Il brano aveva un testo diverso ma conteneva già alla base il leggendario riff di tastiera. Più tardi, nel 1983, la canzone attirò l'attenzione di un veterano dell'industria musicale, Terry Slater, che divenne il manager della band e aiutò Harket e soci a ottenere un contratto con la Warner Bros. Records.

All'inizio del 1984, gli A-ha riscrissero la canzone con il nome di "Take On Me" e la registrarono con il produttore Tony Mansfield. Pubblicata come singolo solo in Europa, raggiunse il terzo posto nella loro nativa Norvegia, ma non entrò in classifica altrove, risultando un flop particolarmente clamoroso nel Regno Unito. Per questa versione, inoltre, fu realizzato un video che era notevolmente meno attrattivo rispetto a quello che venne creato successivamente e che divenne il traino per il successo planetario del brano.

Visti gli scarsi consensi, su suggerimento di Slater, il trio registrò nuovamente la canzone con il produttore Alan Tarney, che la arricchì con più strumentazione ed energia. In quel periodo, un dirigente di una casa discografica di nome Jeff Ayeroff passò dalla A&M alla Warner Bros. e si fece promotore della canzone, attratto dalla bellezza della melodia e dall’avvenenza fisica del trio (definì Morten Harket, testuali parole: "uno degli uomini più belli del mondo". Ayeroff commissionò, così, un nuovo video, ingaggiando Steve Barron, noto per aver già diretto i clip di "Don't You Want Me" degli Human League e "Billie Jean" di Michael Jackson.

Il video, completato nel maggio del 1985, era talmente all’avanguardia, che la Warner Bros. promosse il brano attraverso il clip, facendolo proiettare nei cinema prima dei film e infine distribuendolo su MTV. Quando MTV lo acquistò, anche le stazioni radio trasmisero la canzone che, ad agosto dello stesso anno, entrò nella Top 40 statunitense. Il brano continuò a scalare le classifiche fino a raggiungere il primo posto il 19 ottobre, dove rimase per una settimana. Una settimana dopo, il brano raggiunse anche il suo picco nella classifica britannica, piazzandosi al secondo posto dietro a "The Power Of Love" di Jennifer Rush (in Italia si piazzò al settimo posto, vincendo il disco d’oro).

Come il lettore avrà intuito, "Take On Me" divenne l’eccezionale hit che ricordiamo proprio grazie al suo video innovativo, in cui un personaggio dei cartoni animati invita il lettore a unirsi a lui in un fumetto. Il tema fu ispirato dalla sequenza della trasformazione che si può guardare nel film di fantascienza, del 1980, Stati di Allucinazione diretto da Ken Russell, mentre l’idea dell’animazione è opera di Michael Patterson e sua moglie Candace Reckinger, che l’avevano già utilizzata per il film Commuter, che vinse il premio Student Academy Award nel 1981.

Una curiosità. Bunty Bailey, la donna di cui Morten Harket si innamora e che salva nel video, divenne la fidanzata del cantante per un paio d'anni, dopo che i due si erano conosciuti e avevano collaborato sul set. Dopo la loro rottura, lei si dedicò ad altri video musicali, tra cui "To Be A Lover" di Billy Idol, in cui interpreta una delle ragazze che facevano la coriste per il musicista (è la bionda in abito bianco al centro).

 


 

Blackswa, mercoledì 02/09/2026

lunedì 31 agosto 2026

Shania Twain - Little Miss Twain (Republic Records, 2026)


 

Negli anni ’90, Shania Twain era, probabilmente, la stella più luminosa del firmamento country pop. Basta guardare i numeri di Come On Over (1997) quello che, universalmente, è considerato il suo capolavoro: due dischi di diamante, venti milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti, prima piazza delle charts di mezzo mondo (ma stranamente non negli Usa, dove si piazzò secondo) e addirittura ventesima piazza raggiunta anche Italia, paese, si sa, refrattario al genere. Un boom clamoroso dovuto anche alla collaborazione, confluita poi in un rapporto d’amore sfociato in matrimonio, con Mutt Lange, ai tempi uno dei produttori più in voga del momento.

Il divorzio da Lange e la successiva malattia di Lyme, contratta a causa del morso di una zecca, fermarono per ben quindici anni la carriera della Twain, che tornò sulle scene nel 2017 con l’ottimo Now, disco che testimoniò la validità artistica della musicista canadese anche in assenza del suo abile pigmalione.

Oggi, la Twain non è più una stella di prima grandezza (i numeri degli anni ’90 sono ormai una chimera), per quanto resti, anche in virtù del suo passato, una musicista stimata e con un cospicuo seguito di fan. Ed è proprio al suo passato che guarda il nuovo Little Miss Twain (un titolo che ammicca alla pellicola del 2006, Little Miss Sunshine), il quale non è tanto un disco che segna un ritorno sulle scene (l’ultimo album, Queen Of Me, è uscito solo tre anni fa), quanto piuttosto una storia delle sue origini, dei giorni in cui la Twain muoveva i primi passi nel mondo della musica, grazie anche alla fiducia in lei riposta da qualcun altro, quando tutto era in divenire, quando la gloria e il successo erano solo un sogno di bambina.

È nella title track che questa fiducia, così fondamentale per la carriera della cantante, viene raccontata: Twain canta la convinzione della madre riguardo al suo futuro successo con un’intensità cruda che va ben oltre la semplice nostalgia. La presenza di Tanya Tucker (ai tempi il modello da seguire), che duetta con lei, trasforma un sogno d’infanzia in qualcosa di reale, di tangibile, la prova che quanto immaginato è potuto davvero realizzarsi.

Tutto il resto dell’album si sviluppa all’ombra di quel brano, raccontando una vita trascorsa nel tentativo di meritare quella fiducia che altri avevano in lei prima ancora che lei stessa riuscisse a trovarla in sé.

In tal senso il country rock di "Stranger Things" apre il libro dei ricordi raccontando quel particolare senso di incredulità che si prova nel vedere qualcuno trasformarsi in una persona che non avresti mai immaginato potesse diventare. Come guardarsi allo specchio a sessant’anni e ritrovare l’immagine di una ragazza piena di belle speranze. E viceversa. Tutto scorre su questo filo che lega presente e passato, in cui il linguaggio musicale della Twain, pur mantenendo le sonorità country in primo piano, varia con sicurezza e appagante divertimento.

New Love è pura euforia da primo amore, giocosa, pimpante, quasi festante, lo splendido blues rock Faded Blue Jeans (un omaggio ai propri inseparabili jeans), trova in Josh Homme un’inaspettata, ma perfetta spalla per raccontare il momento in cui il ricordo si trasforma in vera e propria nostalgia, mentre la graffiante Dirty Rose cattura con un groove funky irresistibile e "Right Time" snocciola i numeri del perfetto country pop da FM.

Manca il momento memorabile, il singolo assassino che diventa istant classic, ma ogni singola canzone ha una sua propria identità e forza: "Scary Little Thing" è tagliente e carica di tensione r’n’b, l’arrangiamento di ottoni e il passo caracollante suggeriscono sensualità, "Take It to the River" possiede un passo lento e un ritornello brillante, è una ballata dolce amara avvolta in splendidi cori, "Down the Middle" è divertimento e autentica gioia in abiti country.

Little Miss Twain non è forse l'album più compatto della Twain e, a tratti, la ricerca della nostalgia prevale sulla scrittura stessa. Tuttavia, è un buon disco, vario, sincero, autentico. Una giovane donna piena di speranza e l’icona musicale che è diventata finiscono per incontrarsi nelle stesse canzoni: si guardano negli occhi, si sorridono, gli anni trascorsi svaniscono in un ideale abbraccio, mentre passato e presente si sovrappongono con vista sul futuro.

Voto: 7,5

Genere: Country, Rock, Pop 




Blackswan, lunedì 31/08/2026

venerdì 28 agosto 2026

Larry McMurtry - Cavallo Pazzo (einaudi, 2025)

 


Dalla pagina eroica nella battaglia del Little Bighorn alla fine tragica a Fort Robinson, Cavallo Pazzo è vissuto negli ultimi anni in cui il popolo sioux poteva considerarsi ancora libero, ed è morto quando quell’epoca era ormai finita. Con grande passione e forza narrativa, Larry McMurtry si muove tra verità e leggenda, facendo affiorare il ritratto di un guerriero indomito, risoluto, schivo e altruista. Un uomo che ha lottato fino allo stremo per la sopravvivenza del suo popolo e del suo modo di vivere.

 

La figura di Larry McMurtry è universalmente nota per la tetralogia di Lonesome Dove (il primo volume della quale vinse il premio Pulitzer nel 1985), per Voglia di Tenerezza, romanzo dal quale fu tratto l’omonimo film di James L. Brooks (che fece man bassa di Oscar nel 1984) e per la sceneggiatura de I Segreti di Brokeback Mountain (per il quale lui stesso si aggiudicò un altro Oscar).

Cavallo Pazzo, già pubblicato in Italia nel 1999, è un’opera minore del compianto romanziere americano, un saggio che si prefigge di raccontare la figura di Cavallo Pazzo, personaggio sfuggente e al contempo figura mitica, che ha saputo incarnare, oggi come allora, il vero spirito degli indiani delle pianure. Accostando la verità storica alla leggenda, McMurtry tratteggia con acutezza un personaggio di cui si sa pochissimo, e quel che si sa è, talvolta, frutto solo dell’immaginazione suscitata dalla sua aura quasi spirituale, a cagione della quale le gesta dell’uomo e il suo mito spesso si sovrappongono.

Spirito indomito, refrattario alle regole e alle tradizioni del suo popolo, cacciatore, guerriero e, soprattutto, benefattore (una delle certezze è che si prendesse cura degli anziani e dei meno abbienti), Cavallo Pazzo è diventato il simbolo della resistenza indiana all’oppressione del popolo bianco, per quanto non è storicamente accertata la sua partecipazione a molte delle battaglie che il mito gli accredita.

Tra poche notizie vere e molte storie inventate o supposizioni, McMurtry cerca di far luce, con il piglio certosino dello storico, sulla cultura degli indiani delle praterie e sulle ragioni (trattati non rispettati, epidemie, la scelleratezza con cui i bianchi fecero razzia dei beni di sostentamento dei pellerossa) che spinsero gli indiani a essere “rinchiusi “nelle riserve e che condussero al massacro di Little Bighorn (l’insensata arroganza di Custer, la sagacia militare dei nativi americani) e alla carneficina degli Sioux presso il torrente Wounded Knee, che mise fine per sempre alla resistenza indiana.

Di grande interesse anche la parte del saggio dedicata all’assassinio di Cavallo Pazzo (su cui si hanno molte più notizie attendibili) avvenuto a Fort Robinson per mano di un soldato, che lo trafisse con un colpo di baionetta. Stanco e preoccupato per le condizioni del suo popolo, stremato dalla fame e dal freddo, Cavallo Pazzo si consegnò all’esercito statunitense, che lo rinchiuse nella riserva del forte, per essere assassinato, poi, qualche mese dopo a seguito di un inganno perpetrato nei suoi confronti dai capi indiani Coda Chiazzata e Nuvola Rossa, gelosi del suo prestigio.

 

Blackswan, venerdì 28/08/2026

mercoledì 26 agosto 2026

Simply Red - Holding Back the Years (elektra/Wea, 1985)

 


Leader dei Simply Red, chiamati così per il colore dei suoi capelli, il cantante e songwriter Mick Hucknall fu abbandonato da sua madre, Maureen Taylor, quando aveva solo tre anni. Da quel momento, visse insieme il padre Reg, un barbiere dai modi piuttosto burberi, con il quale, soprattutto durante gli anni dell’adolescenza, il rapporto si fece sempre più conflittuale. "Holding Back The Years", settima traccia dall’esordio Picture Book e uno dei maggiori successi della band britannica, fu proprio ispirata dall’assenza della madre, da un dolore profondo e insanabile, aggravato dai continui litigi con il padre.

Il brano fu scritto da Hucknall nella sua cameretta, quando aveva solo diciassette anni: una composizione che nacque spontaneamente, che sgorgò limpida dalla sua ispirazione, nonostante il musicista fosse inizialmente inconsapevole del vero significato del testo. L'input per il brano gli venne da un insegnante della Manchester School of Art, dove Hucknall studiava belle arti. L'insegnante suggerì che i dipinti migliori nascono quando l'artista è in uno stato di creazione inconscia, e Hucknall cercò di utilizzare questo approccio nella sua scrittura della musica. "Volevo fare musica, non arte, quindi ho iniziato a scrivere testi in quel modo", disse una volta al Guardian. "La prima canzone che ho scritto si intitolava 'Ice Cream and Wafers'. La successiva è stata 'Holding Back the Years'."

Hucknall, come accennato, non capì di cosa parlasse la canzone finché non l'ebbe finita. E allora comprese che le liriche fotografavano quel momento ben preciso in cui un ragazzo è consapevole di essere diventato adulto, di dover lasciare casa e avventurarsi nel mondo. Ma il mondo fa paura, la vita è dura, crudele, irta d’insidie. Ecco, dunque, il motivo del titolo, fermare gli anni, far finta di non essere ancora pronto ad affrontare il pane duro dell’esistenza (“Ho sprecato tutte le mie lacrime, ho sprecato tutti quegli anni, e niente ha avuto la possibilità di andare bene…continuerò ad aspettare”).  

"Strangolato dai desideri del padre
Sperando nell’abbraccio della madre"

Il dolore per l’assenza di una madre, la necessità di un abbraccio materno che non sarà mai, i continui attriti con il padre, sempre più frequenti e sempre più violenti, sono il senso di questi due versi, che sono, poi, il fulcro della sofferenza esistenziale che anima la canzone.

Hucknall registrò originariamente "Holding Back The Years" nel 1982 con il suo gruppo punk The Frantic Elevators, ma successivamente, quando fondò i Simply Red, diede forma definitiva alla canzone, aggiungendo il celebre ritornello che recita: "I'll keep holding on".  

Il tastierista e trombettista dei Simply Red, Tim Kellett, si ispirò all'album Kind of Blue di Miles Davis per il suo assolo di tromba. Aveva notato l'uso da parte del re del jazz di una sordina harmon, un dispositivo metallico inserito all'estremità di una tromba, e decise di provarne una, cogliendo di sorpresa il produttore del disco Stewart Levine. "Suonai qualcosa di spontaneo e piacque a tutti", ha ricordato. "Una tromba era piuttosto rara nel pop e Levine diceva: 'Non ci posso credere, amico. Abbiamo un assolo di tromba'".

Il video musicale immortala Hucknall mentre cammina attraverso la campagna inglese e verso l'Abbazia di Whitby. Gli altri membri dei Simply Red (escluso il tastierista Fritz McIntyre, che interpreta una one-man band) appaiono come giocatori di cricket locali che salutano Hucknall mentre passa. Il video, poi, si conclude con il cantante a bordo di un treno, filmato alla stazione ferroviaria di Goathland sulla North Yorkshire Moors Railway.

Una curiosità. L’assolo di tromba di Kellett nel video è completamente fuori sincrono e la diteggiatura non corrisponde alle note effettivamente suonate. 




Blackswan, mercoledì 26/08/2026

lunedì 24 agosto 2026

Jack White - Frozen Charlotte (Third Man Records, 2026)

 


Ho sempre pensato che a Jack White, prima con gli immensi White Stripes, poi con un’elettrizzante discografia solista e notevoli progetti paralleli, vada riconosciuto il merito di aver tenuto in vita il blues, trasformandolo da “musica per vecchi” a pane quotidiano di almeno un paio di generazioni di giovani ascoltatori, muovendosi all’interno della tradizione con grande rispetto filologico, ma cercando anche di spingersi oltre, per arrivare là dove altri non sono mai arrivati.

Le sonorità tradizionali dei braccianti afroamericani rappresentano l'antenato comune da cui si sarebbe evoluto un intero albero genealogico musicale, destinato a cambiare il mondo. Esplorando le tracce fossili del rock and roll, si scopre che ogni ramo riconduce inevitabilmente al Delta. Come un archeologo esperto, Jack White ha trascorso gran parte degli ultimi trent'anni in equilibrio precario tra omaggio storico, evoluzione moderna e sperimentazione eccentrica.

La sua musica porta in sé l'inconfondibile patrimonio genetico del rock and roll delle origini, ma quelle strutture familiari riemergono stravolte in qualcosa di completamente nuovo.

Ragazzaccio cresciuto fra la polvere dei garage, predicatore revivalista, tradizionalista del blues e alchimista del suono: White, con le sue chitarre che urlano tra fruscii analogici e amplificatori spinti fino allo stremo, ha portato il blues oltre gli steccati del genere, senza tuttavia fargli perdere la propria identità.  

Se sembrava impossibile innovare una tradizione ormai consolidata, White ha dimostrato di saper guardare al passato per trovare la strada verso il futuro. Alla faccia dei puristi che non comprendono che l’ibridazione non è solo sopravvivenza, ma anche abbrivio per la riscoperta dell’integrità.

In tal senso, il nuovo Frozen Charlotte rappresenta ciò che accade quando quel dna ricomincia a mutare: il blues sembra vitale come non mai. La famigliare alchimia sonora a cui White ci ha abituati, nonostante frequenti digressioni sperimentali, è intatta: una produzione analogica ruvida, riff blues sporchi, atmosfere garage-rock ed esecuzioni che sembrano sul punto di collassare da un momento all'altro per un guasto elettrico. Eppure, il chitarrista evita di ridurre questi elementi a un semplice pastiche, scegliendo invece di costringere gli istinti più ancestrali del genere ad assumere forme nuove e insolite. 

La riottosa bellezza di questo nuovo disco risiede nella sincerità e nella spontaneità di un pugno di canzoni che non vogliono compiacere nessuno, che vivono di semplice energia abrasiva. La sicurezza artistica con cui si muove White, quella consapevolezza di poter fare quello che gli pare, lo riporta esattamente dove tutto è iniziato: a seguire l’istinto in un garage sporco, a cercare di fondere gli amplificatori con riff selvaggi e primordiali. Paradossalmente, è proprio questa libertà a rendere l'album uno dei suoi lavori più audaci degli ultimi anni. Ogni canzone trasmette un senso basico di libertà, senza mai perdere di vista la melodia e il riff: dietro quel frastuono liberatorio si cela un album ricco di melodie accattivanti e, naturalmente, un lavoro alla chitarra di livello stellare.

Il brano d'apertura e primo singolo, "G.O.D. and the Broken Ribs", è una dichiarazione di puro revivalismo. Un ritmo incalzante fa battere piedi, prima che la Telecaster di White squarci l'aria con feroci ondate di distorsione. "Derecho Demonico" tiene alto il tiro con uno dei riff migliori dell'album, muovendosi con spavalderia su un avvio sincopato prima di esplodere in un assolo folgorante. Quando arriva "There’s Nobody There", White ha già chiarito la filosofia alla base dell'album: tre brani, appena dieci minuti, ma ricchi di riff, idee e svolte inaspettate che rendono l’ascolto imperdibile.

I brani non si dilungano mai oltre il dovuto: arrivano, lasciano il segno e passano oltre. Delle tredici tracce dell'album, una sola supera i quattro minuti di durata, e tale rigore si rivela uno dei maggiori punti di forza di Frozen Charlotte. Mentre molto del blues rock in circolazione rischia spesso di perdersi in jam compiaciute e autocelebrative, White mantiene i brani al centro dell'attenzione: ogni riff, ogni verso e ogni istante sono al servizio della composizione.

La parte centrale dell'album mantiene vivo questo slancio: dai cori da battaglia che trainano "Raising the Grain" all'urgenza punk e graffiante di "You’ll Never Fix Me", fino all'irresistibile riff d'apertura di "Nobody Knows", White evita con intelligenza che il disco diventi ripetitivo.

E’ inevitabile notare, poi, quanto sia diventata formidabile l’attuale band di White. Dominic Davis, Bobby Emmett e Patrick Keeler non sembrano più semplici turnisti, bensì veri e propri collaboratori. Il tempo trascorso in tournée ha creato un’alchimia che permette a White di spingersi ancora più a fondo nel caos, sapendo che ognuno di loro è in grado di trovare istintivamente il punto di approdo. I groove trasudano una sicurezza naturale e la sezione ritmica imprime una spinta inarrestabile. In una formazione così essenziale, ogni musicista ha modo di mettersi in luce, che si tratti di un passaggio di batteria o di un assolo di tastiera. Se White traccia le linee architettoniche, può contare su una squadra di artigiani sicuri di sé per dare forma alla sua visione.

No Name (2024) era un grande disco, e Frozen Charlotte ne è la sua naturale (e forse ancora più estrema) prosecuzione, figlia di un linguaggio riconoscibile ma in costante evoluzione. Pochi artisti, infatti, hanno dedicato così tanto tempo a interrogare le tradizioni della musica rock, continuando al contempo a rimodellarle in modi autenticamente sorprendenti e interessanti.

L'evoluzione premia la capacità di adattarsi e, a oltre venticinque anni da quando i White Stripes riportarono il garage rock al grande pubblico, Jack White continua a evolversi. Dalle rive del Delta del Mississippi fino agli studi della Third Man Records a Nashville, in Tennessee, il cinquantunenne chitarrista di Detroit resta uno dei grandi custodi del rock and roll.

Voto: 8,5

Genere: Garage, Blues, rock

 


 


Blackswan, lunedì 24/08/2026