martedì 12 maggio 2026

Free Bird - Lynyrd Skynyrd (MCA, 1973)

 


Non è solo uno dei più grandi classici del rock a stelle e strisce, ma difficilmente troverete una canzone rock con un impatto emotivo e culturale (per gli americani, ovviamente) maggiore di "Free Bird".

Il brano è apprezzabile al meglio nella versione dell'album, che dura nove minuti circa, con l'ultimo verso pronunciato dopo cinque minuti ("vola alto, uccello libero, sì"), e gli ultimi quattro minuti dedicati a quello che può essere definito il passaggio strumentale più famoso della storia: tre chitarristi, Allen Collins, Ed King e Gary Rossington, e una teoria di assoli a dir poco fantastica.

"Free Bird", inizialmente, nacque come una ballata senza gli assoli di chitarra finali, e i Lynyrd Skynyrd la registrarono in questo modo per la prima volta nel 1972. Il chitarrista Allen Collins aveva lavorato al brano a intermittenza per i due anni precedenti. Al momento della registrazione, la canzone durava solo sette minuti e mezzo, ma per tutto l'anno successivo Collins continuò a perfezionarla fino a quando non fu registrata per la versione finale inclusa Pronounced Leh-nerd Skin-nerd nel 1973.

Collins scrisse la musica molto prima che Ronnie Van Zant ne scrivesse le liriche. Van Zant trovò finalmente l'ispirazione una sera e la fece suonare a Collins e Gary Rossington più e più volte, finché non ne scrisse il testo. 

Molti fan pensavano che "Free Bird" fosse un tributo al chitarrista degli Allman Brothers Band, Duane Allman, morto nel 1971, due anni prima della pubblicazione della canzone. E’ vero che gli Skynyrd, a volte, la dedicavano ad Allman durante i concerti, ma il brano fu scritto molto prima della sua morte e non riguardava affatto Allman.

In realtà, "Free Bird" è una canzone che racconta di un amore vacillante, perché il protagonista non sembra intenzionato a impegnarsi seriamente e preferisce volare libero come un uccello. Il verso iniziale, "Se me ne andassi domani, ti ricorderesti ancora di me?", fu, infatti, pronunciato dalla fidanzata del chitarrista Allen Collins, Kathy, che gli aveva posto proprio questa domanda durante una loro accesa discussione, dovuta alla superficialità con cui il musicista affrontava la relazione. 

 

"Se me ne andassi domani

Ti ricorderesti ancora di me?

Perché devo continuare a viaggiare, ora

Perché ci sono troppi posti che devo vedere

Ma se restassi qui con te, ragazza

Le cose non potrebbero essere le stesse

Perché ora sono libero come un uccello

E questo uccello non puoi cambiare"

 

Nonostante il testo sia chiarissimo, la canzone, però, ha assunto significati diversi per persone diverse. E’ una canzone d’amore, delle poche mai scritte dai Lynyrd Skynyrd, ma negli States viene spesso suonata ai funerali o, anche, durante le feste di laurea.

Sia la band che la loro etichetta discografica non avevano idea che "Free Bird" avrebbe raggiunto tali vette di popolarità. Infatti, alcuni dirigenti dell'etichetta (MCA) non la volevano nell'album, pensando che fosse troppo lunga per essere trasmessa in radio. I Lynyrd, però, fecero fronte comune e si assicurarono che il brano fosse incluso nel disco, anche se non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventato così leggendario.

Il montaggio radiofonico della canzone ne ha ridotto la lunghezza a quattro minuti e quarantun secondi, con la coda strumentale ridotta a circa un minuto. Il che, ovviamente, fa perdere tutta la sua iconica bellezza alla canzone, che dal vivo può allungarsi a dismisura, a secondo dell’ispirazione dei musicisti.

Eppure, oggi, con l'accorciarsi della soglia di attenzione a causa dell’uso smodato dei cellulari e dei social, e del calo della domanda di assoli di chitarra molto lunghi, la fama di "Free Bird" è un po' scemata, lasciando lo scettro della popolarità alla più compatta "Sweet Home Alabama", che ha circa il doppio degli streaming totali di "Free Bird".

Per tradizione, questo brano veniva suonato sempre alla fine dei concerti, ingenerando fra i fan una spasmodica attesa, che il pubblico sfogava richiedendo ad alta voce “Free Bird!”. Questa richiesta, negli States, nel tempo è diventata una battuta da concerto (di qualunque artista si tratti), e non è difficile, nei momenti di pausa fra un brano e l’altro, sentire qualcuno che rompe il silenzio invocandone l’esecuzione (e talvolta venendo anche accontentato).

I Lynyrd Skynyd conobbero una fine improvvisa e tragica all'apice del loro successo, quando l'aereo della band si schiantò mentre si recavano per uno show a Baton Rouge, in Louisiana, nel 1977. Il cantante Ronnie Van Zant morì insieme al chitarrista Steve Gaines, e altri membri della band rimasero gravemente feriti. Gli Skynyd si riformarono nel 1987, con il fratello di Ronnie, Johnny Van Zant, che subentrò come frontman. All’inizio, eseguire la canzone fu molto emozionante per Johnny, che per un periodo non la cantò più: la band la suonava come strumentale e il pubblico ne cantava le parole.

Una curiosità. Questo classico del southern rock è stato prodotto da un nordista, Al Kooper, che era entrato in contatto con la band un anno prima, durante un concerto ad Atlanta. Kooper, uno dei membri fondatori dei Blood, Sweat & Tears, era originario di Brooklyn, New York, ma riuscì a entrare in perfetta sintonia con gli Skynyrd, plasmando il loro sound per renderlo più appetibile senza tuttavia diluirne gli afrori sudisti.

Ecco un esempio. Nonostante la presenza di tre chitarristi, "Free Bird" si apre con un organo come strumento principale, dando così alle chitarre un maggiore impatto al loro ingresso. Nelle prime versioni del brano, questa sezione era suonata al pianoforte (strumento usato poi dal vivo), ma Al Kooper convinse la band che l'organo fosse la strada giusta da percorrere, e fu lui stesso a suonare lo strumento nel brano, accreditandosi sull'album come "Roosevelt Gook".

 


 

 

Blackswan, martedì 12/05/2026

lunedì 11 maggio 2026

Corrosion Of Conformity - Good God/Baad Man (Nuclear Blast Records, 2026)

 


Tetragoni a tutto, i Corrosion Of Conformity hanno attraversato i quattro decenni della loro storia, facendo strenua resistenza agli accidenti della vita, al tempo che passa e al mondo che cambia. Dall’esordio datato 1984, Eye For An Eye, fino a oggi, la band statunitense ha assistito a numerosi cambia di line up, ha pianto la perdita del batterista, amico e co-fondatore Reed Mulin e subito l’abbandono del bassista Mike Dean, ha superato una pandemia senza perdere la barra della creatività, e ha resistito, con pertinacia, al proliferare di nuove mode e nuovi hype.

Così, dopo ben otto anni dall’ultimo e ottimo No Cross No Crown, e superstiti Pepper Keenan e Woody Weatherman (coadiuvati da Bobby Landgraf al basso e Stanton Moore alla batteria) hanno tenacemente tenuto botta, per ripresentarsi davanti ai numerosi fan con questo Good God Baad Man, un lavoro che forse definire monumentale è troppo, ma che di sicuro si presenta come opera corposa, divisa in due ipotetici dischi, nel quale confluiscono le diverse nature di un gruppo che, nel corso degli anni, ha masticato con consapevolezza doom, stoner, sludge, hardcore, thrash, psych e southern rock, in una miscela magmatica e incandescente.

Good God Baad Man non è, quindi, semplicemente un nuovo album, ma la certificazione di una band che è orgogliosa della propria versatilità e che, probabilmente, sentiva il bisogno di mettere un punto fermo alla propria carriera ed esibire a tutti, concentrandolo in quattordici canzoni, il proprio irresistibile e variegato songbook.

Tanti brani e molta eterogeneità hanno spinto i due leader a cercare una quadra, a regolare il caos creativo tramite un compromesso che permettesse al numeroso materiale di avere un senso compiuto. Ecco, allora, i due dischi, con due titoli diversi. Il primo (Good God) divampa come un incendio ed è composto da sei brani che affondano le radici nell'aggressività hardcore, doom e heavy psych della band: riff potenti, batteria pestata ma dinamica, un'attitudine al massimo. Il secondo (Baad Man) è meno pesante, più asciutto: otto brani che insufflano i miasmi del Mississippi, incanalando Grand Funk Railroad, ZZ Top e Lynyrd Skynyrd nella classica struttura compositiva dei COC.

La band viaggia che è un piacere: le chitarre di Woody Weatherman e Pepper Keenan possiedono il consueto impatto “corrosivo”, la voce di quest’ultimo è sporca, aggressiva e beffarda, Stanton Moore è un batterista di altissimo livello, il suo background conferisce ai groove una fluidità tale da impedire ai brani più pesanti di risultare troppo pachidermici, mentre il basso di Bobby "Rock" Landgraf è preciso dove serve e sciolto e aggressivo dove il brano lo richiede.

Good God si apre con "Good God? / Final Dawn", un brano in due parti che dichiara subito le intenzioni della band. Il riff è diretto e fisico e non c'è tempo per i preamboli e abbellimenti: questi sono i COC nella loro versione più intransigente, quella degli esordi, per intenderci. "You or Me" è una delle bombe del disco: groove travolgente, ma a ritmo medio, che non molla mai la presa e che vede Keenan in una delle sue migliori performance, grazie a quel timbro minaccioso così incredibilmente verace. "Gimme Some Moore", il primo singolo pubblicato, vede il contributo vocale di Al Jourgensen dei Ministry ed è l richiamo più diretto alle radici hardcore dei COC degli esordi: grezzo, energico, volutamente ruvido, espressione di un'energia che sembra quella di una band che suona veloce perché può ancora permetterselo.

"The Handler" e "Bedouin's Hand" mantengono alta l'intensità nella parte centrale del disco, sventolando la bandiera dello stoner doom, mentre "Run for Your Life" chiude Good God con dieci minuti di uno psych rock allucinato e di matrice settantiana.

Il cambio di registro in Baad Man è evidente ma non stridente, merito dell’ottima produzione di Warren Riker che ha saputo coniugare con sapienza le diverse anime della band in un suono decisamente coeso. Non si tratta, però, di un sound completamente nuovo, dal momento che lo si è già intravisto in Deliverance e in America's Volume Dealer, e ora qui sviluppato più compiutamente.

"Baad Man" (il brano) apre il secondo disco con un ritmo lento ma incalzante che comunica immediatamente il cambio di tono. Ciò che segue è la sensibilità musicale dei COC che filtra il suono classico di band come Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers e gli ZZ Top dei tempi d'oro. "Mandra Sonos" si sviluppa su un'atmosfera swing, quasi psichedelica, "Loose Yourself" esibisce un riff stellare, "Asleep on the Killing Floor" è southern rock in collisione coi Sabbath, "Swallowing the Anchor" e "Brickman", questa in odore Lynyrd Skynyrd, sono i brani strutturalmente più memorabili del disco, costruiti su quel tipo di istinto melodico che la band aveva sviluppato con il materiale dell'era Deliverance, ma qui applicato con meno preoccupazione per l'appeal commerciale. "Forever Amplified" chiude l'album con una nota di autentico peso emotivo, tra afrori pscihedelici e un mood che resta acido e sporchissimo.

È impossibile ascoltare questo disco senza pensare a Reed Mullin. Keenan è stato esplicito al riguardo: "Con molte di queste canzoni, stiamo cercando di rendere orgoglioso Reed Mullin". Questo onere è presente in tutto l'album, ma non lo fa scadere nel mero progetto di elaborazione del lutto. Good God / Baad Man è, semmai, il manifesto musicale creato da chi ha trovato la forza di andare avanti, nonostante tutto.

Good God / Baad Man offre ciò che promette, la storia di una band iconica racchiusa in due dischi: uno, Good God, è tra gli album heavy più urgenti che Keenan e Weatherman abbiano prodotto dagli anni ‘90, l’altro, Baad Man, è più libero e generoso, e punta sulla varietà piuttosto che sulla forza.Insieme, rappresentano l'intero spettro di ciò che il gruppo è ed è sempre stato. Semplicemente leggenda.

Voto: 8,5

Genere: Metal

 


 

 

Blackswan, lunedì 11/05/2026

giovedì 7 maggio 2026

Foo Fighters - Your Favorite Toy (Roswell Records/Sony, 2026)

 


Tre anni fa, But here We Are celebrava un mesto ritorno sulle scene da parte della band capitanata da Dave Grohl, un disco segnato dal dolore personale e collettivo per la dipartita del batterista Taylor Hawkins, compagno di line up e, soprattutto, amico. Pur non rinnegando in toto il consueto suono Foo Fighters, un arena rock debitore agli anni ’90 e caratterizzato dal connubio quasi simbiotico fra sportellate elettriche e ritornelli ad alto contenuto melodico, quell’album era segnato da una feroce malinconia, da una tristezza palpabile di un lutto che cercava la strada della rielaborazione, affidandosi ad alcune splendide ballate da groppo in gola.

Dopo tre anni, il dolore resta, e non potrebbe essere altrimenti, ma se nel predecessore un senso diffuso di mestizia segnava ogni nota della scaletta, Your Favorite Toy ritrova un impeto di vitalità, mai così rabbiosa. Sono sempre i Foo Fighters, ma qualcosa sembra essere cambiato. Il pilota automatico, che talvolta si percepiva nelle precedenti produzioni, è stato disattivato in favore di una guida spericolata, che affronta le curve, anche le più pericolose, alla massima velocità, infischiandosene del rischio di uscire fuori pista.

Siamo vivi e scalcianti, sembra voler dire Grohl, siamo una band che non sarà mai più quella di prima, che si è dovuta misurare con un vuoto incolmabile, che ha visto le profondità dell’abisso, e che ora ha investito tutto il dolore in un approccio diverso, più rumoroso, primitivo, feroce. Non manca, come sempre, l’aspetto melodico che ha contraddistinto il sound della band di Seattle fin dagli esordi, ma è decisamente secondario, quasi sfumato rispetto a un impeto che prende nuova linfa dall’hardcore punk.

Al centro della narrazione non c’è più l’arena, lo stadio, le grandi masse da sobillare con refrain di presa immediata, ma piccoli locali, scuri e umidi, in cui una giovane band cerca la gloria senza flirtare col compromesso.  

Questo approccio è già stato sperimentato in passato, ma mai come questa volta in modo così ardito da generare un caos più conciso e altrettanto sferragliante, che si snoda attraverso sequenze di accordi graffianti e distorti, linee melodiche tese, drammatiche e non di immediata assimilazione, e da una delle performance vocali più furenti di sempre.

Your Favorite Toy parte a razzo prima ancora che l’ascoltatore possa allacciare la cintura di sicurezza, aprendosi con una sequenza di brani esplosivi. Ad aprire le danze l’assalto all’arma bianca "Caught in The Echo", un brano trainato da un riff grunge essenziale e tagliente, che si snoda su livelli di drammaticità parossistica, accentuata ancor di più dal climax centrale che contiene il divampare delle fiamme con un surplus di nostalgica tensione.

"Of All People", che racconta dell’amarezza per quel dolore che non se ne va, e la title track sembrano pescare a piene mani da una rabbia hardcore abrasiva e definiscono il tono garage punk incendiario che informa il disco.

Sebbene il ricordo di Taylor rimarrà per sempre impresso nell'anima della band, questo album si presenta come una trionfale rinascita, pensata per andare avanti dopo una simile tragedia. Con rabbia, con furore, con un sound crudo e a tratti primitivo. Il disco è segnato da un impellente voglia di vivere e dalla volontà di recuperare una lontana giovinezza, che porta freschezza qualunque direzione la scaletta prenda.

La splendida "Window" è un intermezzo di indie rock più rilassato caratterizzato da una melodia sinuosa e scorrevole, che si colloca dalle parti dei più recenti Queens Of The Stone Age, "If You Only Knew" è un hard rock blues classicissimo, ma vestito alla Foo Fighters sembra nuovo di pacca, "Spit Shine" è puro hardcore punk, roba da gettarsi a capofitto in un pogo magmatico sotto il palco, mentre "Unconditional" fa trapelare un barlume di luce che illumina la penombra di quello spazio emotivo in cui Grohl riflette ancora sullo spaesamento dovuto alla perdita ("Fa male tutto, non riesco a dire cosa mi passa per la testa, non ne sono sicuro").Your Favorite Toy torna a un sound più familiare nella sua parte finale, con brani come "Child Actor" che presenta un suono più malinconico e melodico, e "Amen, Caveman", che è come ritrovare un vecchio amico, con il suo paesaggio sonoro lineare e vasto e il suo ritmo incalzante, un classico del songbook dei Foo Fighters, stereotipato, forse, ma sempre dannatamente centrato.  

Chiude "Asking For a Friend", il capolavoro del disco: la strofa iniziale cresce d'intensità a ogni secondo che passa, prima di esplodere in brutali riff slide con accordatura ribassata e una pesante progressione di accordi, mentre la voce di Grohl ruggisce tra i ritmi di batteria incalzanti. L'accompagnamento creato dal tastierista Rami Jaffee aggiunge strati di drammaticità, che raggiunge il culmine nei ritornelli trionfali e potenti. Questo accompagnamento viene poi dirottato dalla batteria travolgente e violenta, culminando in una delle più sincronizzate dimostrazioni di puro caos che la musica dei Foo Fighters abbia mai conosciuto.

Definirlo un ritorno alle origini sarebbe un commento fuori luogo, dato che il gruppo capitanato da Grohl non ha mai davvero modificato la propria forma, ormai consolidata nei decenni. Questo, semmai, è il disco di una band che ha attraversato l'inferno, ha provato il più profondo sconforto e ne è uscita più viva che mai. Con il proprio stile, certo, ma tirato a lucido da uno spirito combattivo indomabile e dal desiderio di fare più casino possibile per sentirsi ancora vivi.

Voto: 8

Genere: Rock

 


 

Blackswan, giovedì 07/05/2026

martedì 5 maggio 2026

Something In The Air - Thunderclap Newman (Track, 1969)

 


John "Speedy" Keen è un batterista di talento, che sa cantare molto bene e possiede un istintivo talento per la scrittura. Suona in giro come sessionista e nel tempo libero si dedica alla composizione. Per arrotondare, però, guida camion, perché il futuro come musicista è incerto, un lavoro stabile dà sicurezza, e soprattutto perchè quel poco che guadagna suonando la batteria non è sufficiente a sbarcare il lunario.

Poi, il colpo di culo. Viene chiamato a lavorare come autista per Pete Townsend degli Who, i due fanno amicizia, e il chitarrista si interessa alla musica che Keen compone nei ritagli di tempo. Una canzone, soprattutto, sembra scritta apposta per gli Who, s’intitola "Armenia City in the Sky" (un viaggio acido ricco di sovraincisioni: chitarre e fiati al contrario, droni raga, e numerosi feedback) e confluirà come traccia d’apertura dell’album The Who Sell Out del 1967. Il legame fra i due si consolida, tanto che Townsend convince il batterista a mettere in piedi una band, che vedrà nella line up anche il sedicenne chitarrista Jimmy McCulloch e, soprattutto, il pianista jazz Andy "Thunderclap" Newman, da cui il nome della band.

A Keen, che non ha alcuna fiducia nel proprio talento, sembra tutto un gioco, ma il chitarrista degli Who, che era già decisamente navigato, intuisce una possibilità di successo in una composizione del batterista, intitolata "Something In The Air". 

 

Call out the instigators

Because there's something in the air

We got to get together sooner or later

Because the revolution's here

And you know it's right

And you know that it's right

 

Questa orecchiabilissima canzone dal testo fortemente politicizzato, non solo fu un sorprendente successo nel Regno Unito, dove rimase al primo posto per tre settimane nell'estate del 1969, ma divenne anche un piccolo classico della canzone di protesta in lingua inglese, venendo utilizzata come inno e simbolo delle rivolte giovanili del 1968 - '69. "Something In The Air" confluì nell’unico disco pubblicato dalla band, Hollywood Dream, uscito nel 1970, e fu prodotta e arrangiata da Pete Townshend, che vi ha anche suonato il basso usando lo pseudonimo "Bijou Drains".

Incredibile ma vero, gli Who non hanno mai raggiunto il primo posto in classifica né nel Regno Unito né negli Stati Uniti, mentre "Something In The Air" è stata l'unica canzone su cui ha lavorato Townsend che sia arrivata in cima alle charts britanniche. In America, invece, il brano ebbe una tiepida accoglienza, e solo anni dopo, quando fu inserita nella colonna sonora di Kingpin (1996) e Almost Famous (2000), gli americani si accorsero per la prima volta della bellezza della canzone.

I Thunderclap Newman, formati in fretta e furia, non erano all'altezza di suonare dal vivo, ma quando questo brano ebbe successo, furono mandati in un lungo tour che si rivelò la loro rovina. I loro concerti furono accolti male e il tempo trascorso in tour significava tempo lontano dallo studio e dalla scrittura di canzoni, unico elemento di forza della band. La cui avventura durò solo due anni, e si chiuse, più o meno, dopo la pubblicazione di un altro singolo prodotto da Townsend, "Accidents", che si fermò alla piazza numero quarantasei delle classifiche inglesi.  

Newman prese a suonare il sassofono e tornò al circuito dei pub, McCulloch si unì al gruppo di Paul McCartney, i Wings, prima di morire di infarto nel 1979, e Speedy Keen pubblicò due album da solista e continuò a lavorare come turnista, ma non tornò più a guidare camion.

 


 

 

Blackswan, martedì 05/05/2026

lunedì 4 maggio 2026

Black Label Society - Engines Of Demolition (Spinefarm, 2026)

 


Zakk Wylde non solo è una delle figure più vitali, influenti e instancabilmente attive del panorama heavy metal, ma per tanti fan ancora in lutto, rappresenta un’estensione in vita del compianto Ozzy. Non solo per aver firmato con la sua funambolica chitarra ben sette dischi del leggendario vocalist, ma perché, soprattutto, il suo modo di comporre, suonare e cantare sembra ogni volta di più riportarlo in vita. Uno stile ben definito e immediatamente riconoscibile che è diventato tanto pregio, quanto limite del quasi sessantenne chitarrista. Il quale, in qualche intervista ci ha anche scherzato su, sembra, infatti, pubblicare sempre lo stesso disco. E a ben vedere, chi conosce la discografia dei Black Label Society, potrebbe considerare questa coerenza un ineludibile dato di fatto, se non fosse che, per qualche strana alchimia, ogni volta il vecchio Zakk fa centro, e i suoi album si ascoltano con le antenne dritte e il cuore in tumulto.  

E così, mentre si avvicinano al traguardo dei trent'anni di carriera, i Black Label Society rimangono tra i più stimati alfieri del panorama heavy metal, grazie a un suono molto Ozzy ma sempre arricchito da una sana dose di influenze southern e blues rock. È passato un po' di tempo dall'uscita del loro precedente album, Doom Crew Inc. del 2021, dato che Zakk Wylde si è tenuto impegnato con la sua versione dei Black Sabbath (Zakk Sabbath), la reunion dei Pantera e la collaborazione con Ozzy Osbourne per quello che sarebbe poi diventato l'ultimo album solista di quest'ultimo.

Tutto ciò non ha impedito all’irsuto musicista di concentrarsi anche sul suo progetto principale, dando così vita a questo nuovo Engines of Demolition che suona come una perfetta sintesi di quanto accaduto negli ultimi anni. Alternando riff pesanti e veloci, assoli virtuosi e ballate più oscure ed emozionanti, il disco non si discosta molto da uno stile consolidato, ma mostra un'intensità e una grinta pari a quelle dei lavori più celebri della band.

Engines of Demolition non cerca di reinventare la ruota, e soprattutto non ne ha bisogno. Offre invece un'espressione sicura e pienamente realizzata del sound che Wylde ha affinato nel corso dei decenni: un disco intriso di nostalgia ma al tempo stesso animato da una forza innegabile. Ascoltandolo, come detto poc’anzi, è impossibile non pensare a Ozzy, la cui voce si integrerebbe perfettamente con questi brani, se non fosse che il timbro di Wylde nel tempo abbia acquisito un’affinità espressiva simile a quella dell’ex cantante dei Sabbath.

Si percepisce chiaramente che Wylde ha pensato al suo amico e collaboratore di lunga data durante tutto il processo di scrittura, e non è un caso che la scaletta si concluda con la nostalgica "Ozzy's Song", una struggente ballata per pianoforte e chitarra, in grado di crepare il cuore anche del più truce dei metallari (soprattutto se la si ascolta guardando il video clip che l’accompagna).

Da sempre, le ballate sono uno dei fiori all’occhiello del songbook targato BLS, e qui, oltre a quella conclusiva appena citata, sono da segnalare anche "Better Days & Wiser Times", dall’andamento quasi cinematografico e dalle sonorità a metà strada tra southern e country, o la malinconica "Back To Me", un brano caratterizzato dal perfetto interplay fra chitarra acustica ed elettrica.

A parte questi momenti deliziosamente morbidi, fin dal brano d'apertura "Name in Blood", Wylde chiarisce che nelle vene della band pulsa ancora una forte componente heavy metal. Il brano si apre con un arpeggio quasi soft, ma una volta che entra nel vivo, il ritmo incalzante e i groove potenti sprigionano un'energia immediatamente contagiosa, come gli assoli, che sono assolutamente micidiali. "Gatherer of Souls" prosegue in modo simile, assestandosi su una cadenza leggermente più lenta che lascia trasparire maggiormente l'attitudine southern e blues.

Una caratteristica distintiva dell'album è la sua incessante presenza di riff, talvolta veri e propri cazzotti in pieno volto, come avviene nella pesantissima "The Gallows" o nella più scattante "Lord Humungus". Il caratteristico lavoro chitarristico di Wylde è ovviamente protagonista, impetuoso, grezzo al punto giusto ed estremamente brillante negli assoli, quasi tutti brevi, ma dannatamente incisivi.

Questo non è certo un disco per chi cerca innovazione o una reinvenzione moderna del genere, ma si rivolge direttamente agli ascoltatori che apprezzano l'heavy metal soprattutto come esperienza emotiva. Engines of Demolition offre proprio questo: virtuosismo musicale, ma anche una forte sensibilità retrò e un potente senso di profonda condivisione.

A questo punto della loro carriera, i Black Label Society possiedono un sound ben definito dal quale non si discostano, ma la qualità dei brani di Engines of Demolition dimostra che la loro formula può ancora essere entusiasmante anche dopo tanti anni di carriera.

Voto: 7,5

Genere: Hard Rock, Metal

 


 


Blackswan, lunedì 04/05/2026