domenica 15 dicembre 2019

PREVIEW



Jonathan Wilson annuncia oggi il nuovo album Dixie Blur in uscita il 06 marzo su Bella Union [PIAS]. L’acclamato artista, produttore e polistrumentista (Father John Misty, Laura Marling, Dawes) ha trascorso il 2018 in viaggio con Roger Waters per il tour US + THEM, in qualità di direttore musicale, chitarrista e voce, cantando le parti di David Gilmour. Dopo il tour, decise di lasciare temporaneamente la sua casa e il suo studio di Los Angeles per trasferirsi a Nashville. Qui, insieme ad una serie di musicisti e al co-produttore Pat Sansone dei Wilco, creò Dixie Blur, il suo album più personale e accessibile di sempre.
Per comprendere a fondo il sound di Dixie Blur, ascoltate “So Alive” e “Korean Tea”. Il video per il recente singolo “69 Corvette”, mostra dei filmati tratti dalle sessioni di registrazione in studio, ma anche delle scene personali della sua infanzia che aiutano ad illustrare la storia di Dixie Blur. Nato nel North Carolina, Jonathan si trasferì a Los Angeles 15 anni fa, dove divenne presto un artista e produttore di tutto rispetto e parte integrante della comunità. A Los Angeles registrò i suoi acclamati album Gentle Spirit (2011), Fanfare (2013) e Rare Birds (2018).
Sia per la scrittura che per le registrazioni di Dixie Blur, Wilson ha adottato un metodo completamente diverso. I brani si rifanno alle sue radici southern, sia dal punto di vista musicale che da quello personale. A Nashville Wilson ha registrato al Sound Emporium Studio di Cowboy Jack Clement in compagnia di una serie di turnisti tra i più leggendari in circolazione: Mark O’Connor (violino), Kenny Vaughan (chitarra) Dennis Crouch (basso), Russ Pahl (pedal steel) and Jim Hoke (armonica, legni), Jon Radford (batteria), and Drew Erickson (tastiere). Insieme hanno registrato in presa diretta con pochissime sovraincisioni. Infine Jonathan ha mixato l’album al Groovemasters Studio di Jackson Browne. Il risultato è un album sorprendente, ricco di brani caldi, ponderati e melodiosi che hanno un impatto immediato, ma che crescono mano a mano che li si ascolta.
Con Dixie Blur Jonathan Wilson trova magistralmente un compromesso unendo la musica con il quale è cresciuto ad un approccio ricco di trame moderne e paesaggi sonori estetici. 
Tra marzo e aprile Wilson partirà per un tour europeo che include una data allla nuova venue londinese Lafayette.





Blackswan, domenica 15/12/2019

venerdì 13 dicembre 2019

FOREIGNER - DOUBLE VISION: THEN AND NOW (earMusic, 2019)

Più di quarant’anni di carriera, ottanta milioni di dischi venduti e un filotto di hit che hanno scalato i piani alti delle classifiche di mezzo mondo (si pensi a un singolo come I Want To Know What Love Is) fanno dei Foreigner una sorta d’istituzione del rock. Formatisi nel 1976 dall’incontro fra il chitarrista Mick Jones, il sassofonista Ian McDonald (ex King Crimson), dall’ex batterista di Ian Hunter, Dennis Elliot e da i newyorkesi Al Greenwood (tastiere), Lou Gramm (voce) e Ed Gagliardi (basso), la band anglo americana ha vissuto a cavallo fra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80 un decennio di gloria, diluendo un hard rock coriaceo (almeno agli inizi di carriera) con melodie mainstream di facilissima presa. Dopo di che, è stato solo un proliferare di raccolte e dischi dal vivo (fatti salvi tre album in studio, tra il 1991 e il 2009, francamente prescindibili), che non hanno aggiunto o tolto niente al glorioso passato e che non hanno offuscato la fama di un gruppo che, ancora oggi, vanta una nutrita schiera di fan.
Per celebrare degnamente i quarant’anni di carriera (o meglio, visto il titolo del live che rievoca quello del loro disco più famoso e premiato, Double Vision, appunto), la earMusic pubblica questo disco dal vivo, disponibile su CD, vinile, DVD e Blu-ray, che vede riuniti per la prima volta tutti i membri della band, sia quelli attuali che quelli storici.  I membri originali Lou Gramm, Al Greenwood, Dennis Elliott, Ian McDonald e Rick Wills salgono, quindi, sul palco con Mick Jones e gli attuali Foreigner (Kelly Hansen, Tom Gimbel, Jeff Pilson, Michael Bluestein, Bruce Watson e Chris Frazier) per dare lustro ad alcune delle canzoni di maggior successo, che riportano alla memoria ricordi indelebili per i fan di lunga data e grandi emozioni per i nuovi. L’aspetto più interessante di questo evento celebrativo resta senz’altro il film che accompagna l’uscita del disco: girato in 4K Ultra HD utilizzando più di 24 videocamere, il film concerto presenta uno straordinario design multimediale, con animazione CGI, laser, nebbia ed effetti elaborati che rendono la performance della band visivamente impressionante.
Per quanto riguarda il live act, i singoli di grande successo, quelli grazie quali i Foreigner hanno alimentato la propria fama, ci sono quasi tutti: da Double Vision a Hot Blooded, da Dirty White Boy a Urgent, da Long Long Way From Home a, ovviamente, I Want To Know What Love Is, le grandi hit si sprecano. Piaccia o meno il genere, poi, l’impatto sonoro e l’esecuzione tecnica è da veri fuoriclasse, come testimonia il tiro incredibile di canzoni come Juke Box Hero, Head Knocker o la citata Dirty White Boy. E quando nel finale esplode il sing along di I Want To Know What Love Is, cantata dal pubblico con un trasporto quasi commovente, è inevitabile che un brivido di emozione attraversi la schiena.
Double Vision: Then And Now è un bel regalo fatto ai fan di lunga data e un ottimo viatico, per gli altri, per conoscere una band, che da tempo ormai ha sparato le cartucce migliori, ma che dal vivo è ancora in grado di fare centro, con impeccabile professionismo e immutata passione.

VOTO: 7





Blackswan, venerdì 13/12/2019

giovedì 12 dicembre 2019

PREVIEW




M. Ward annuncia il nuovo album Migration Stories in uscita il 03 aprile su Anti Records. Scrittore, produttore e musicista, M. Ward si è affermato come una delle voci più versatili e uniche nel panorama moderno della musica americana. Per il suo decimo album è stato nel Quebec, Canada, per lavorare con Tim Kingsbury e Richard Reed Parry, membri degli Arcade Fire, il produttore/fonico Craig Silvey (Arcade Fire, Arctic Monkeys, Florence and the Machine) e Teddy Impakt. Insieme, negli studi di Montreal degli Arcade Fire, hanno registrato una collezione di brani ispirati alle storie di migrazione umana. I racconti quasi onirici di questi 11 brani sono nati dalle immagini tratte dai servizi sui giornali e dai notiziari televisivi, dalle storie raccontate dagli amici e dai racconti tratti dalla storia famigliare di Ward.





Blackswan, giovedì 12/12/2019

mercoledì 11 dicembre 2019

THE CURE - A NIGHT LIKE THIS (Fiction, 1985)




The Head On The Door è quello che potremmo definire un disco di passaggio, un’opera che traghetta definitivamente i Cure dal post punk crepuscolare della prima parte di carriera (Pornography risale a solo tre anni prima, ma sembra lontanissimo nel tempo) verso un suono che si farà sempre più variegato e contiguo al pop (una mutazione già iniziata, peraltro, coi precedenti Japanese Whispers e The Top).
Un album che, nonostante segni un’importante transizione dalle atmosfere gotiche degli album dei primi anni ’80 verso contesti più mainstream, convince per l’impianto sonoro coeso (è il primo disco in cui i Cure funzionano come band e non solo come proiezione dell’estetica decadente di Robert Smith) e al contempo risulta imprevedibile, accostando hit clamorose (il pop dagli echi smithsiani di In Between Days e la filastrocca maliziosa Close To Me), a rock chitarristico (Push), riusciti esperimenti di post punk spagnoleggiante (The Blood) e ballate malinconiche in salsa (vagamente) orientale (Kyoto Song).
In questo coacervo di idee tanto disparate e sperimentali quanto vincenti (il disco darà alla band un inaspettato successo commerciale), spunta A Night Like This, piccolo gioiello di struggimenti definitivi, attraversato da un senso di tragedia imminente che incombe nel sax disperato di Ron Howe. E’ la storia di un amore che sta collassando, di un relazione sull’orlo del baratro (“Dì arrivederci in una notte come questa/se è l’ultima cosa che mai faremo/Non sei mai sembrata persa come ora/Per favore rimani/ Ma ti guardo come se fossi fatta di pietra/mentre cammini via”) in cui la scrittura di Robert Smith torna a vestirsi dell’enfasi pessimistica che aveva caratterizzato i lavori precedenti.
Perfetta colonna sonora per terremoti sentimentali e vertice di un disco, a cui manca il fascino dei Cure più gotici e presbiteriani, ma che resta la prova convincente di una band consapevole e ispirata.





Blackswan, mercoledì 11/12/2019

martedì 10 dicembre 2019

PREVIEW




Conosciuto come frontman della band vincitrice di Mercury Prize Klaxons e dopo aver registrato con gli Arctic Monkeys e creato il progetto Shock Machine, James Righton annuncia la pubblicazione del suo primo album solista The Performer, prevista per il 20 marzo 2020 sull’etichetta dei Soulwax DEEWEE. Svela inoltre il video della title track, che è anche il primo singolo estratto dall’album.
Sono l’uomo che si esibisce sul palco o sono il papà che cambia i pannolini?”, racconta James sul conflitto che si nasconde tra le note della title track. “Mi sto godendo il momento e sto facendo qualcosa di bello o sono terribilmente triste? Trovo molto interessante l’idea di mettersi addosso un abito e diventare una persona diversa”.
L’album The Performer entra in netto contrasto con l’edonismo elettronico dei precedenti lavori di James con i Klaxons. Ripercorre diverse tappe della musica a partire dal 1970. Sfiora l’art-lounge dei Roxy Music, il groove tintinnante dei R.E.M., la sontuosa psichedelia degli ultimi Beach Boys e le abilità di scrittura di Nick Lowe. Più semplicemente, parte da alcuni elementi classici per dar vita a brani assolutamente attuali.
Queste influenze permeano la title track dell’album, che ne è anche il primo singolo. Da un lato, il dramma esistenziale nel dover conciliare la sua carriera da artista con la semplicità della vita in famiglia. Dall’altro, una via di fuga: diverse identità riescono a coesistere senza mai predominare l’una sull’altra.
L’album The Performer è stato scritto e prodotto da James Righton con l’aiuto di alcuni collaboratori. Troviamo James Ford (The Last Shadow Puppets, Simian Mobile Disco) al basso su due brani e alla batteria per tutti gli altri, Sean O’Hagan (High Llamas, Microdisney) che ha contribuito agli arrangiamenti, Jorja Chalmers (Bryan Ferry) al sassofono e ancora Josephine Stephenson (Thom Yorke, Ex:Re) che ha collaborato ad altri arrangiamenti.
È stato registrato in diversi studi, tra cui quello in casa di James e lo Studio One di Bryan Ferry. È stato poi mixato da David e Stephen Dewaele (aka Soulwax, aka 2manydjs) presso la DEEWEE a Ghent, Belgio.





Blackswan, martedì 10/12/2019

lunedì 9 dicembre 2019

WHYSKEY MYERS - WHYSKEY MYERS (Wiggy Thump Records, 2019)

A voler misurare il percorso artistico dei Whiskey Myers, si potrebbe dire che questo nuovo, omonimo disco, sia il vertice della produzione della band texana. E non è assolutamente un caso che sia anche il primo album interamente autoprodotto, a riprova dell’ulteriore consapevolezza acquisita, di un rinnovato desiderio di libertà e della capacità di assumersi anche dei rischi pur di assecondare idee e intuizioni.
Non che i dischi precedenti non fossero validi, per carità: in Early Morning Shakes (2014) e Mud (2016) c’era pure la manina santa di Dave Coob, produttore pluripremiato e da sempre sinonimo di qualità. In questo Whyskey Myers, però, si respira un’aria diversa, un entusiasmo che trasuda da ogni solco del disco, un desiderio palpabile di divertirsi e di divertire. La formula, ovviamente, è quella consueta di far convivere hard rock e country, avvolgendoli in uno sgargiante mantello di chitarre southern, e i riferimenti artistici sono quelli di sempre, Lynyrd Kynyrd e Black Crowes in primis.
Poi, ci sono anche le canzoni, quattordici per la precisione, a parere di chi scrive, mai così centrate e brillanti. Si parte subito pigiando il piede sull’acceleratore, con il riffone di Die Rockin’, brano scritto in condominio con Ray Wylie Hubbard e bagnato nell’acquasantiera del gospel, una sorta di graffiante omaggio alla vita da rocker e alle leggende del rock a stelle e strisce. Non è da meno la successiva Mona Lisa, boogie travolgente affilato a colpi di slide e dal suono geneticamente derivativo (qualcuno ha detto Black Crowes?).
Due brani che aprono il disco con un piglio notevolissimo, ma che rappresentano solo una parte delle specialità di casa Whiskey Myers. L’altra, quella più morbida, affonda le radici nel country e ha sonorità decisamente più roots. Ecco, allora, lap steel, armonica e chitarra acustica che levigano il mood country della splendida Rolling Stone, mood che ritorna anche nella malinconica California To Caroline o nella splendida Bury My Bones, ballata dal sapore nostalgico che suona epica, come una sorta di Simple Man (Lynyrd Skynyrd) 2.0.
A prescindere dalle canzoni citate, tutte bellissime, il disco fila che è un piacere, tra brani robusti e grintosi (Gitter Ain’t Gold, Bitch, Kentucky Gold) e ballate spezza cuore, come la conclusiva Bad Weather, lap steel in bella evidenza e finale infuocato dal tiro delle chitarre elettriche.
Whiskey Myers è un disco che non deluderà i fan del gruppo e gli appassionati di southern: canzoni dirette, efficaci, che vanno dritte al punto senza guardarsi troppo intorno, grazie a un’urgenza espressiva che rende la scaletta agile e palpitante. E poco importa se qualche brano è un po' telefonato e i riferimenti artistici evidenti e svelati. L’esuberanza della band e un songwriting sincero e appassionato mettono tutto il resto in secondo piano.

VOTO: 7





Blackswan, lunedì 09/12/2019

sabato 7 dicembre 2019

JOE BONAMASSA - LIVE AT THE SYDNEY OPERA HOUSE (Mascot/Provogue, 2019)

La vera notizia non è tanto l’uscita di un nuovo disco a firma Joe Bonamassa, quanto invece il fatto che si tratta della prima pubblicazione a suo nome del 2019. D’altra parte, il chitarrista newyorkese, da tempo ci ha abituati a ritmi vertiginosi, facendo succedere le uscite discografiche con la stessa regolarità delle stagioni climatiche. Da solo o in compagnia (Black Country Communion), gli album pubblicati ogni anno sono infatti almeno tre.
Questo Live At The Sydney Opera House è poi l’ennesima riproduzione di un concerto (risalente però al 2016), tanto che non sarebbe solo un’iperbole affermare che Bonamassa abbia più live nella propria discografia che capelli in testa. La domanda che sorge spontanea è quindi quella che spesso ci poniamo: vale la pena acquistare un nuovo disco dal vivo del pur valente chitarrista americano? Se siete fan, come è probabile che siate, se state leggendo queste righe, la risposta è ovviamente si. Anche perché, a prescindere dalle differenze fra una scaletta e l’altra dei numerosi concerti pubblicati (qui la parte del leone la fanno ben sette brani estratti da Blues Of Desperation), Bonamassa è comunque sinonimo di qualità.
Merito anche di una band rodatissima, di cui fanno parte Reese Wynans alle tastiere, Michael Rhodes al basso, Anton Fig alla batteria, Mahalia Barnes, Juanita Tippins e Gary Pinto ai cori, Paulie Cerra e Lee Thornburg ai fiati. Band super affiatata, dicevamo, che il chitarrista frequenta dal tempo e che asseconda il buon Joe in una scaletta, breve di titoli (le canzoni sono nove in tutto: oltre alle sette citate, anche Love Ain’t a Love Song da Different Shade Of Blue e la cover di Florida Mainline tratta da 461 Ocean Boulevard di Eric Clapton) ma assai lunga nell’esecuzione dei singoli brani, quasi tutti oltre i sette minuti.
Spazio, quindi, al lato più jammistico del combo, che vede ovviamente il chitarrista sugli scudi con assoli lunghissimi, come sempre molto tecnici e ricchi di fantasia (ascoltate che numeri nell’iniziale This Train, che cita anche Locomotive Breath dei Jethro Tull, o nella lenta How Deep This Rivers Runs).

Nonostante chi scrive sia un fan della prima ora e i dischi di Bonamassa li abbia proprio tutti, compreso questo, bisogna però essere onesti: Live At The Sydney Opera House non è un disco imperdibile. Tuttavia, se siete fan di Joe o vi piace il rock blues e la chitarra che vola libera e senza freni, controindicazioni non ve ne sono. E’ solo un rito che si ripete nel tempo, senza soluzione di continuità. Finché non annoia, va benissimo così.

VOTO: 7





Blackswan, sabato 07/12/2019

venerdì 6 dicembre 2019

PREVIEW

Greg Dulli annuncia oggi il suo primo album solista Random Desire in uscita il 21 febbraio su Royal Cream/BMG.
Il brano in apertura all'album, “Pantomima” è un primo assaggio di ciò che ci si può aspettare da Random Desire. Dulli annuncia anche il tour europeo previsto per la primavera 2020.
Greg Dulli iniziò a lavorare al nuovo album subito dopo aver pubblicato l’ultimo disco con i Whigs, In Spades del 2017, nominato da Pitchfork tra i migliori album rock dell’anno e descritto come “un lavoro duro e minaccioso di indie rock maestoso…elettrizzante e inquietante.” Il batterista Patrick Keeler stava per prendere un periodo sabbatico per registrare e partire in tour con i The Raconteurs. Il collaboratore di lunga data di Dulli, il bassista John Curley tornò a scuola e poi ci fu la tragica morte del chitarrista Dave Rosser.
In risposta Dulli tornò alle sue radici, trovando ispirazione nei visionari Prince e Todd Rundgren. Il musicista di Hamilton, OH ma di base a Los Angeles, scrisse quasi tutte le parti dell’album, dalle linee di piano ai riff di basso e batteria. Come sempre la musica venne prima mentre i testi vennero aggiunti più tardi. L’album è stato scritto e registrato tra la sua casa di Silver Lake, il villaggio di Crestline sulle montagne sopra a San Bernardino, e New Orleans. Ma la maggior parte del disco è stata completata nella bellezza arida e nell'isolamento di Joshua Tree (nello studio di Christopher Thorne). Dulli suonò quasi tutti gli strumenti ma nella tracklist del disco sono numerosi gli ospiti che hanno collaborato:  il chitarrista dei Whigs Jon Skibic, il polistrumentista Rick G. Nelson, Mathias Schneeberger (Twilight Singers), il mago della pedal steel, bassista e medico Dr. Stephen Patt, e il batterista Jon Theodore (Queens of the Stone Age, The Mars Volta).
Con i suoi 37 minuti, Random Desire è una sorta di clinica fondata da un veterano che opera all'apice del suo potere e offre la prova della sua saggezza stanca e combattuta, che ha conquistato con le vittorie e le sconfitte. Un documento lucido e sicuro di sé sull'esperienza, sui pericoli della vita e sulle nuove possibilità che si presentano davanti a noi. Un’altra morte e rinascita di un fuorilegge che ha visto tutto e in qualche modo è sopravvissuto per raccontarlo.





Blackswan, venerdì 06/12/2019

giovedì 5 dicembre 2019

HEALTH & BEAUTY - SHAME ENGINE / BLOOD PRESSURE (Wichita Recording, 2019)

Solitamente, dicembre è un mese in cui si cominciano a tirare le fila, a fare il bilancio della stagione trascorsa, a imbastire le classifiche dei dischi più belli. Tuttavia, vista la qualità delle uscite di quest’ultimo scorcio d’anno (mi vengono in mente Allison Moorer, Kate Davis, Leonard Cohen, come esempi) i giochi sembrano tutt’altro che fatti e si preannuncia un fine 2019 davvero interessante.
A dimostrazione di quanto affermato, ecco, quasi sul filo del traguardo, uno dei dischi che occuperà posizioni molto alte nelle classifiche di chi avrà la fortuna di ascoltarlo. Shame Engine/Blood Pressure è il settimo album in studio degli Health & Beauty, nome che sembra rubato a un centro benessere, sotto il quale invece si cela un ensemble chicagoana capitanata dall’eclettico Brian J Sulpizio, songwriter nativo dell’Ohio e unico membro fisso del progetto. Intorno alla sua figura, infatti, da sempre ruotano svariati musicisti, di diverse estrazioni, che danno linfa alla visione idiosincratica di Sulpizio nei confronti di generi preconfezionati. Una visone fieramente libera, il coraggio dell’incoerenza, la volontà di contaminare e di miscelare suoni apparentemente distanti, fanno degli Health & Beauty un gruppo anomalo, legato al suono americano, ma capace di rielaborarlo, arricchirlo, in alcuni casi persino stravolgerlo.
Questo nuovo Shame Engine / Blood Pressure è dunque l’ennesimo capitolo visionario dell’ispirazione onnivora di Sulpizio, uno che riesce a far convivere all’interno dello stesso album country folk, rock per chitarra, esplosioni noise, derive jammistiche ereditate dal free jazz e pop. Un disco dalla struttura spigolosa, dall’andamento tortuoso (brani di tre minuti si alternano a canzoni chilometriche), e concettualmente complesso, ostico ai più, ma ricco di fascino ed estremamente eccitante per tutti coloro che amano osare e mettere il naso fuori dalla loro comfort zone.
Sono solo dieci le canzoni in scaletta, ma a parte la lunga durata del disco (più di un’ora), la complessità è data dai frequenti cambi di registro, dal continuo alternarsi fra momenti morbidi ad altri decisamente rumorosi, pur in un contesto che, da un punto di vista sonoro, rimane immediatamente riconoscibile.
Shame Engine / Blood Pressure si apre con i quasi undici minuti di Saturday Night, canzone che non ammette mezze misure: o vi innamorerete immediatamente e perdutamente, o sarà anche il vostro ultimo saluto a Sulpizio e alla sua musica fuori dagli schemi. Un giro di basso ipnotico, ripetuto all’infinito a cui si incolla un giro di chitarra elettrica che vi introdurrà in cupe atmosfere notturne del Nick Cave più crepuscolare: è solo l’abbrivio per spingervi in un blues inquietante, ossianico, reso ancora più malevolo dalla voce cantilenante di Sulpizio e da una stratificazione di chitarre che trasfigurano Hendrix in un trip psichedelico a lenta combustione.
La successiva Yr Wives farà immediatamente crollare tutte le certezze che l’ascoltatore si è costruito nei dieci minuti precedenti: giro di basso tonante e riff di chitarra elettrica che aprono a un ritornello di una dolcezza inusitata, dai sentori quasi brasiliani, per poi perdersi in un finale puntuto e dissonante. Le atmosfere ipnagogiche di Rat Shack tratteggiano una melodia inafferrabile, accarezzata da una voce femminile che fa da contraltare a quella di Sulpizio e da un vellutato suono di tromba. Ci sono moduli jazz in questa canzone (provate a coglierli sottotraccia) e tutto il genio visionario di un artista che plasma la materia rock con un’originalità sorprendente.
Resterete a bocca aperta, poi, quando parte la successiva Clown, dieci minuti di ballata elettrica che tesse trame disilluse e malinconiche, riportando in vita il fantasma del mai dimenticato Jason Molina.
C’è un contrasto stridente fra l’approccio jammistico e l’impatto live con cui gli Health & Beauty affrontano le canzoni in scaletta e la complessità di idee che prendono forma, ascolto dopo ascolto. Picchi di songwriting tanto geniale da indurre la più spontanea delle standing ovation, come avviene nella superba Bottom Leaves, in cui esplosioni noise mutuate dal free jazz intervallano una melodia nostalgica e dolcissima che sembra presa a prestito dal songbook del nostro Luigi Tenco. Un brano talmente ricco, spiazzante e inusuale da lasciare senza fiato. E non è finita.
Judy è una ballata che fonde mirabilmente Neil Young a dissonanze jazz, Escaping Error evoca fragranze folk con leggerezza estatica, Recourse è un country rock che cita nuovamente Neil Young (uno dei pallini di Sulplizio), architettando una melodia sghemba e colorandola con tonalità di verde irlandese, mentre la conclusiva Love Can Be Kind, chiude con dieci minuti di ballata elettrica, la chitarra e la voce di Sulpizio a lambire le stelle del cielo, e un’atmosfera da locale jazz all’ora del bicchiere della staffa a scaldare il cuore.
La chiosa perfetta di un disco non facile, poco accessibile, forse, ma di una bellezza stordente. Perderlo sarebbe un delitto.

VOTO: 9





Blackswan, giovedì 05/12/2019

mercoledì 4 dicembre 2019

PREVIEW




H.E.A.T annunciano il nuovo album H.E.A.T II, in uscita il 21 febbraio su earMUSIC. Guarda i video per i primi due singoli estratti "Rise" e "One By One". DATA UNICA IN ITALIA: 13 maggio - Legend Club, Milano.
H.E.A.T II è il primo album del gruppo hard rock svedese H.E.A.T  ad essere prodotto interamente dalla band - con Jona Tee e Dave Dalone in qualità di produttori. Il sound classic rock del nuovo album rimanda alle origini della band, ma con la sicurezza di una delle band più talentuose dei nostri giorni. "Se avessimo pubblicato il nostro album di debutto nel 2019, questo è il sound che avrebbe avuto, da qui il titolo." H.E.A.T II sarà disponibile su CD, vinile e in digitale dal 21 febbraio su earMUSIC.
Il primo singolo "One By One" (uscito il 27 settembre) e il secondo "Rise" sono un assaggio di ciò che i fan possono aspettarsi da H.E.A.T II.
All'inizio dell'anno la band ha pubblicato il live album Live At Sweden Rock Festival, il loro secondo live album - disponibile per la prima volta su video - che include tutti i brani più famosi come “Living On The Run”, “A Shot At Redemption” e “Bastard Of Society”. Tutti i brani presenti nella setlist sono esuberanti ed elettrizzanti, e rendono  Live At Sweden Rock Festival uno spettacolo indimenticabile per tutti i fan della musica rock. 





Blackswan, mercoledì 04/12/2019