venerdì 3 aprile 2020

PREVIEW




Il supergruppo punk rock Fake Names - Brian Baker (Minor Threat, Dag Nasty, Bad Religion), Michael Hampton (S.O.A., Embrace, One Last Wish), Dennis Lyxzén (Refused, International Noise Conspiracy, INVSN) e Johnny Temple (Girls Against Boys, Soulside) – pubblicherà l’omonimo album d’esordio l’8 maggio via Epitaph.
I Fake Names prendono forma nel 2016 quando Brian Baker e Michael Hampton si incontrano a casa di Hampton a Brooklyn per suonare un po’ assieme, senza nessuna altra intenzione se non quella di scrivere un paio di canzoni. Amici fin dalle scuole elementari, i due chitarristi si trovano con una manciata di canzoni in mano e prendono la decisione di mettere assieme una band. Come bassista scelgono Johnny Temple, altro compagno di classe delle elementari. Più tardi, quell’anno, al Riot Fest di Chicago reclutano al volo, presi dall’ispirazione, il frontman dei Refused Dennis Lyxzén.
Sul loro album di debutto, i Fake Names portano la loro storia collettiva in un’esplosione di sfrenata energia della durata di 28 minuti. Co-prodotto da Hampton e Geoff Sanoff e registrato ai Renegade Studios (una struttura a New York di proprietà di Steven Van Zandt), l’album conferma la loro stirpe punk con una forte dose di power-pop, chiaramente manifestata in melodie agrodolci e abbondanti armonie vocali.
 
 
 
 
 
Blackswan, venerdì 03/04/2020 

giovedì 2 aprile 2020

R.E.M. - EVERYBODY HURTS (Warner, 2020)



Cosa spinge un essere umano a togliersi la vita? Quale dramma interiore, quale dolore, quale alienazione dalla realtà è così pressante e invasiva da condurre qualcuno al suicidio? Sono queste le premesse che hanno spinto Michael Stipe a scrivere il testo di Everybody Hurts, una delle canzoni più note e più belle dei R.E.M., composta da Bill Berry, ma accreditata poi a tutta la band.
La canzone è la quarta traccia di Automatic For The People (1992), seguito del milionario (in termini di vendite) Out Of Time (1991), da cui però si discosta quasi per tutto: il mood malinconico, l’impostazione acustica, il rinnegamento della vitalità pop rock che animava il predecessore, in nome di una ballata amara e intimista.
Mentre il mondo è attraversato, da un polo all’altro, dalla trasandata potenza elettrica del Seattle Sound, Michael Stipe e soci scelgono la strada, più impervia, dei toni sommessi e della riflessione esistenziale. Un disco epocale, certo, ma che mette a dura prova la tenuta della band: un anno di lavoro, cinque diversi studi di registrazione (New Orleans, Woodstock, Miami, Atlanta e Seattle) e un clima arroventato da continui litigi su come arrangiare e mixare il disco (in studio, supervisiona e indirizza John Paul Jones, ex Led Zeppelin). Il risultato è comunque un filotto di gemme di rara bellezza, alcune delle quali destinate a contornare per sempre l’iconografia leggendaria del gruppo georgiano.
Tra queste, come accennato, spicca Everybody Hurts, ballata agrodolce che parla di suicidio, o meglio di resistenza al desiderio di farla finita. Se, infatti, il titolo è ambiguo (Everybody Hurts può significare, al contempo “tutti fanno male” ma anche “tutti provano dolore”), non lo è certo il testo, uno dei più semplici, lineari e diretti mai scritti da Stipe, che si chiude con un reiterato Hold On!, invito a resistere ma anche afflato di compassionevole solidarietà, ribadito, poi, anche in quel verso, “Oh no, you are not alone…”, preso in prestito da Rock’n’Roll Suicide di David Bowie.
La canzone, che fu adottata dallo stato americano del Nevada, che ai tempi deteneva il primato angosciante di suicidi fra i giovani, è stata coverizzata innumerevoli volte, in primis dall’amica Patti Smith, ma anche da Joe Cocker, Annie Lennox e soprattutto dai Coors, la cui versione, strano a dirsi, è intensa e struggente come l’originale.





Blackswan, giovedì 02/04/2020

mercoledì 1 aprile 2020

PREVIEW



IRMIN SCHMIDT annuncia oggi il nuovo live album Nocturne in uscita il 29 maggio (la data dell'83esimo compleanno del compositore) su Mute [PIAS]. Nocturne documenta la sua performance al Huddersfield Contemporary Music Festival alla fine dell'anno scorso. L'album sarà disponibile su vinile bianco doppio inciso, CD e in digitale.
Si tratta del suo primo concerto solista al piano nel Regno Unito e vide l'artista esibirsi con due composizioni inedite "Nocturne" e "Yonder", nonchè la premiere inglese di "Klavierstück II", brano tratto dall'album del 2018 5 Klavierstücke.
Nocturne (live at the Huddersfield Contemporary Music Festival) comprende tre brani eseguiti dal vivo su un piano parzialmente preparato assieme a paesaggi sonori preregistrati aggiuntivi. La performance live di ‘Klavierstück II’ è un’improvvisaziono che utilizza elementi essenziali della versione originale. ‘Nocturne’ prende avvio con i suoni ambient mentre il piano sembra fondersi con il paesaggio sonoro per trasformarsi alla fine in un lungo assolo meditativo di pianoforte. ‘Yonder’ è un pezzo molto più drammatico, dominato dai suoni travolgenti delle campane da chiesa, una sorta di “dies irai” radicale, emotivo e ferocemente poetico.
Irmin Schmidt on ‘Nocturne’: “Così come è possibile vedere volti e animali nella forma delle nuvole, allo stesso modo – in particolare di notte tra lo stato di sonno e di coscienza – è possibile far apparire le strutture musicali dai suoni che ti circondano.” E su ‘Yonder’: “Le campane della chiesa: un suono che mi ha sempre toccato in modo profondo e contraddittorio, fin dall’infanzia. Dopo la guerra vivevamo circondati da rovine, solo il campanile della chiesa era intatto e le campane irrompevano tra le rovine ogni ora del giorno. Guardare in televisione Notre Dame che bruciava ha evocato in me molti ricordi. Tre settimane dopo ho iniziato a scrivere questo pezzo.”





Blackswan, mercoledì 01/04/2020

martedì 31 marzo 2020

SID SIDNEY & THE LITTLE ANGELS (Autoprodotto, 2020)

Quando si possiedono idee, creatività e passione, si possono scrivere ottime canzoni e rilasciare ottimi dischi, senza bisogno di ricche produzioni e grande dispiego di mezzi. E’ sufficiente avere la consapevolezza di ciò che si sta facendo e di come si intende realizzarlo, e il coraggio di imboccare una strada e percorrerla tutta, fino in fondo, senza paura.
Questo assunto si sposa perfettamente con l’ascolto di Apocalyptic Blues, esordio dei saronnesi Sid Sidney & the Little Angels: un disco interamente registrato su un ipad e poi prodotto in uno studio musicale, e poi riversato su macchine analogiche sia in fase di mixaggio che di masterizzazione.
Sid Sidney (Nero Violino, Amanita, Che Fare? e da dieci anni contrabbassista jazz), autore di tutte le canzoni, e Davide Peri-J Fox (Mama Bluegrass Band) sono riusciti nell’intento di creare un’opera musicale di altissima qualità, con mezzi spartani ma idee assai brillanti. Non parlo solo di belle canzoni, e qui ce ne sono parecchie, ma soprattutto di un’inaspettata coerenza nello sviluppo delle intuizioni. Se spesso le opere prime sono segnate da irrequietezza, sovrabbondanza espressiva e confusione formale, in Apocalyctic Blues la visione d’insieme è coesa, sia nel suono che nelle intenzioni.
Un disco asciutto, sobrio, diretto, che si poggia su una solida ossatura blues su cui però si addensano i sedimenti di quanto ascoltato, suonato e recepito negli anni. Nelle dieci canzoni in scaletta, quindi, convivono in un connubio omogeneo elementi rock, psichedelici, grunge, pop e new wave, contornati da atmosfere brumose, avvolti nel cupo respiro di una notte senza stelle e attraversati da un persistente mood crepuscolare.
La ritmica quadrata, la vibrante elettricità delle chitarre, pronte a sferrare fendenti affilati o ad assestare sferraglianti bordate, e le belle linee vocali disegnate dalla voce di Sid Sidney, che veste i panni di un crooner dallo sguardo sinistro, dal timbro ieratico e dalla ritmica, a tratti, salmodiante, conducono l’ascoltatore attraverso quasi quaranta minuti di musica ricca di intensità e di pathos.
La vibrante inquietudine rock blues di Cramps Into My Head, che apre le danze nel cuore di una notte plumbea, il passo pesante, quasi elefantiaco, e le contorsioni psichedeliche di Into Your Void, la malinconia disturbata della purpurea e struggente Morning Velvet, ballata riverberata dal fondo di un cratere, le scorie grunge della conclusiva Be There With You, una sorta di Nutshell post atomica, o l’ondeggiare depresso di Strange Days (in entrambi i casi la voce di Sid evoca, sulle note basse, il compianto Layne Staley) sono gli highlights di un disco che compensa l’esiguità dei mezzi con una palpabile urgenza compositiva e un surplus di emozioni che conquista fin dal primo ascolto.

VOTO: 8





Blackswan, martedì 31/03/2020

lunedì 30 marzo 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO



“Nessuno si salva da solo”. Queste le parole struggenti pronunciate dal Pontefice durante la preghiera Urbis ed Orbis in una crepuscolare e tetra Piazza San Pietro. Solo il rumore cupo e metallico di una pioggia battente a fare da sottofondo. Sono suggestioni di un momento drammatico che segnerà il nostro percorso di vita. Se è vero che nessuno si salva da solo è altrettanto realistico che nessuno potrà salvarci da Matteo Salvini. Mi dolgo della considerazione prosaica, ma neppure in una avversità tanto tragica come questa, il Capitano Apri e Chiudi non ci risparmia le sue solite ricette salvacena per fronteggiare l’imprevisto. A parte il solito bla bla contro il governo e il Premier Conte, l’ex ministro dell’Interno non sembra perdere ne’ il pelo ne’ tantomeno il vizio. Nella solita veste di tracotante disturbatore del conducente, si agita in dirette su social e in trasmissioni televisive snocciolando ad minchiam numeri di morti, mascherine, tamponi e di “ve lo avevo detto”. Tra le tante drammatiche suggestioni con cui mi ritrovo a fare i conti in questi maledetti giorni, penso a cosa sarebbe accaduto se il felpato Matteo, dopo il colpo di sole ferragostano, fosse ora investito dei pieni poteri. 

Una sciagura apocalittica pari per gravità a quella di trovarci il senatore di Scandicci investito da qualche ruolo istituzionale di prestigio. Quando fa capolino l’uno (Salvini) ecco che in perfetto sincrono appare l’altro (Renzi) in ossequio al detto “marciare divisi per colpire uniti”. E tutto questo nel segno di una visibilità prepotente e arrogante. Nel pieno di una catastrofe quasi biblica per proporzione e diffusione, Renzi il Saggio, sull’onda di Beppe Sala nella versione iniziale del contagio, invoca ora la riapertura delle attività. “Dobbiamo convivere con il virus. La gente non può morire di fame in un’Italia ibernata per un altro mese. Serve attenzione, serve gradualità, serve il rispetto della distanza ma bisogna riaprire”. Peccato che proprio lui e i tanti che la pensano allo stesso modo non sono costretti a prendere il treno o la metropolitana per andare a lavorare alla catena di montaggio. È fin troppo facile atteggiarsi a soloni con i problemi altrui. L’unica spiegazione a un siffatto “slancio“ non è altro che “purché si parli di me,  comunque se ne parli, purché se ne parli”.

Cleopatra, lunedì 30/03/2020

sabato 28 marzo 2020

PEARL JAM - GIGATON (Republic Records, 2020)

Non ho dubbi che l’uscita di Gigaton, undicesimo album in studio dei Pearl Jam, sarà accompagnata da recensioni negative e da una (aprioristica) campagna denigratoria, cosa che succede spesso per nuovi lavori di band o artisti bolliti (o presunti tali), spesso a prescindere dal contenuto qualitativo di ciò che si va ad ascoltare. Mi trovo, quindi, nella scomoda posizione di parlare bene di un disco che ancora prima della pubblicazione, aveva suscitato sui social le consuete dissertazioni su come i Pearl Jam siano ormai vecchi, abbiano già dato tutto, si presentino come una stanca replica di loro stessi, non facciano un disco decente, eccetera, eccetera, eccetera. E sento il bisogno di parlarne bene, non perché ami e segua la band di Seattle fin dai suoi primi, ormai lontanissimi, vagiti, ma perché Gigaton, al netto di alcuni difetti, è un disco che ripropone una band risoluta, curiosa, vogliosa di fare, capace ancora, come peraltro non ha mai smesso di fare, di scrivere anche grandi canzoni.
Nessuno, qui, vuol fare apologie da fan irriducibile: è evidente che album come Ten, Versus, Vitalogy, rappresentino un apice artistico impossibile da replicare, ed è altrettanto evidente che, esaurita l’urgenza espressiva degli anni gloriosi, i Pearl Jam si siano rintanati in una comfort zone, dalla quale hanno continuato con regolarità a sfornare dischi di mestiere, raccontando cose già dette, a volte bene, a volte molto meno. E’ un calo fisiologico, che diventa poi assestamento quando la creatività non trova più sbocchi verso nuove forme espressive.
In tal senso, Gigaton stupisce proprio per la volontà di Vedder e soci di superare il proprio steccato e vedere se sia possibile rimettersi in gioco, provando a spostare, non di molto, ma in modo comunque significativo, il baricentro della loro musica. Intendiamo: i Pearl Jam restano loro, il marchio di fabbrica è quello; eppure, in queste dodici canzoni, lo sforzo per evolversi è tangibile ed evidente. Ci sono suoni nuovi e c’è un modo leggermente più complesso di strutturare le canzoni, pur rimanendo sempre in quell’ambito classic rock, che li mantiene fra le band più seguite e amate al mondo (pur con il consueto contorno di irriducibili detrattori).
Gigaton è, perciò, un disco che richiede un ascolto diverso, che non può essere esaurito con un ”buona la prima, tanto è sempre la stessa solfa", ma va compulsato più volte per comprendere lo sforzo fatto dal gruppo per rinnovare il messaggio. Non tutto, ovviamente, è centrato, ma le canzoni buone ci sono e non sono poche (come per altro, già esistevano anche in pubblicazioni precedenti meno brillanti e massacrate senza pietà da molto critica).
Who Ever Said apre le danze con il più tipico suono PJ: un riff di chitarra arrembante e la ritmica martellante fanno pensare subito che siamo di fronte al già sentito, all’ovvio. Eppure, a metà, il brano ha una svolta, si innerva di pathos e tensione, sembra una canzone a incastro, tanto vibrante da far pensare di essere tornati ai tempi d’oro. Anche la successiva Superblood Wolfmoon, eccitata dal rombare punkeggiante delle chitarre, suona inizialmente come un deja vu. Tuttavia, non è la solita sfuriata  di tre minuti e via: la trama è più complessa, piacciono i cori, la foga di uno scatenato Vedder e l’assolo icastico e risoluto di McCready. Sono i Pearl Jam, certo, ma non sono i Pearl Jam che fanno i Pearl Jam: sono potenti, sferraglianti, credibili.
Dance Of Clairvoyants è il primo brano in scaletta che si discosta nettamente da quanto la band di Seattle ci ha abituati in tanti anni, ed è stato anche il primo singolo pubblicato, quello che per molti è stata una sorta di colpo di fulmine (evaporato dopo pochissimo, peraltro) e che ha anche ingenerato azzardati paragoni con i Talking Heads. Comunque la vogliate vedere, questa resta una canzone di rottura, intrigante e imprevedibile, capace di miscelare alla perfezione inquietudini new wave a un nervosissimo groove funky. Ancora meglio la successiva Quick Escape, la cui circolarità elettrica e convulsa, è sostenuta da un giro di basso potente e distorto. Un brano le cui intenzioni sono quasi progressive, come dimostra la straordinaria coda strumentale, in cui Ament si inventa una linea di basso alla Chris Squire (Heart Of Sunrise) e McCready sfodera un assolo da brividi. Canzone da testare assolutamente in concerto, visto che potrebbe essere l’abbrivio di uno di quei momenti jammistici con cui i Pearl Jam si mangiano il palco come pochi al mondo.
Alright è una ballata che indossa una tenue ed inusitata veste elettronica: piace il coraggio, ma il songwriting gira intorno a una sola idea e manca di quel guizzo melodico che poteva centrare il bersaglio grosso. Come accade, invece, nella successiva Seven O’Clock, sei minuti abbondanti di power ballad da stadio che srotola il proprio epos su un tappeto di tastiere e sulla voce quanto mai appassionata di Vedder. Una sorta di istant classic, a cui, date tempo qualche anno, verrà concesso un privilegiato posto nel cuore di molti fan.
Never Destination è la sfuriata punk’n’roll che non manca mai in un disco dei Pearl Jam. Niente di nuovo, tutto molto prevedibile (ma queste sciabolate vi sono sempre piaciute, perché non dovrebbe piacervi anche questa?). Meglio la successiva, e gemella, Take The Long Way, che sembra animata da sincera urgenza, possiede un ritornello assassino e ci regala un lavoro egregio dei due chitarristi. Buckle Up è un episodio anomalo, dall’andamento molto psichedelico, potrebbe essere intrigante, ma sembra un’idea buttata lì, senza essere sviluppata.
Le successive due canzoni rappresentano il momento più debole del disco: Comes Then Goes è poco più di una schitarrata con gli amici davanti al falò, inutile e senza mordente, resa vieppiù inascoltabile dai sei minuti di durata, che la rendono assolutamente indigeribile, mentre Retrogade è la classica ballata alla Pearl Jam, ma fiacca, priva di epica e di ispirazione. Quando, ormai, a fine ascolto, si stanno per tirare i remi in barca, ecco che arriva improvvisa River Cross, canzone di bellezza straniante, sostenuta da una ritmica dl suono anni ’80 e da una melodia appassionata, malinconica e struggente, che la trasfigura in una sorta di Don’t Give Up (Peter Gabriel) 2.0.
Insomma, Gigaton (da rivedere titolo e copertina) non è un capolavoro, ma è un buon disco, testimone di una band che sembra aver disinnestato il pilota automatico, e si sia rimessa a guidare, facendo leva, non solo sulla propria indubbia perizia, ma anche su quelle intuizioni, qui nuovamente presenti, e quel coraggio, che l’hanno fatta diventare una delle più grandi rock band della storia. Forse, io spero di no, molti ne parleranno male, e questa magari sarà una delle poche recensioni positive che leggerete. Personalmente, non voglio convincervi di nulla: l’arma per giudicare l’avete anche voi. Si chiamano orecchie, e valgono più di mille parole.

VOTO: 7





Blackswan, sabato 28/03/2020 

giovedì 26 marzo 2020

NICKOLAS BUTLER - UOMINI DI POCA FEDE (Marsilio, 2020)


Dopo il successo di Shotgun Lovesongs e Il cuore degli uomini, Nickolas Butler si ispira a una storia della sua terra per dare vita a un romanzo colmo di umanità. Con la consueta bravura nel ritrarre l'America rurale, lo scrittore del Midwest coglie temi universali – le contraddizioni del credere, il dolore del lutto, il peso dell'affetto – e li trasforma in sensazioni concrete, come l'odore della polvere e della benzina, la vista a perdita d'occhio sui campi e i solchi profondi che l'amore scava dentro ognuno di noi. 

Lyle è un uomo semplice, devoto, attaccato alla famiglia. Ha sessantacinque anni, è in pensione e aiuta l’amico Otis nella conduzione di un meleto, che produce frutti squisiti. Ama sua moglie Peg, sua figlia adottiva Shiloh, e soprattutto il nipotino Isaac, la luce che illumina le sue ore. Una vita ordinaria, tutta casa e chiesa, i cui giorni sono scanditi dall’affetto dei cari e degli amici (il mansueto Hoot e Charlie, il prete della parrocchia) e dallo scorrere delle stagioni del Wisconsin, la terra dove ha vissuto tutta la propria esistenza. Un giorno, però, Shiloh si invaghisce di Peter, un predicatore affascinante, ma senza scrupoli, ed entra a far parte di una setta religiosa, in cui tutti sono convinti che Isaac abbia capacità taumaturgiche di guaritore. Ben resto i rapporti fra Lyle e Shiloh si incrinano, al punto che la figlia vieta al nonno di vedere il nipotino.
Ispirato da una storia vera, Butler ambienta nella sua terra d’adozione (lui è nato in Pennsylvania) un piccolo dramma famigliare, per riflette con profondità sul tema della fede e del fanatismo religioso. Impossibile non tornare con la mente al capolavoro di Flannery O’Connor, Il Cielo è Dei Violenti, anche se, in questo caso, manca la follia estrema che animava quelle sconvolgenti pagine, e il tema resta più sfumato, in quanto il romanziere si concentra sul riverbero che un’idea travisata di religione può avere sui rapporti umani.
Lo scrittore, soprattutto, accompagna il suo personaggio principale in un percorso di consapevolezza, che porta Lyle, sempre in bilico fra devozione e agnosticismo, a comprendere che la fede altro non è se non amare il prossimo e la natura, e condividere le sofferenze altrui, dividendo in egual misura il fardello del dolore.
Butler evita moralismi e luoghi comune, e tratteggia, invece, con lirismo e semplicità (la prosa è asciuttissima) una storia comune, di piccolissimo cabotaggio, che riesce, però, ad avere un respiro universale. In tal senso, Lyle è un personaggio centrato e a tutto tondo, che vive le avversità (la malattia dell’amico Hoot, il distacco dal nipote e dalla figlia), senza mai perdere la bussola del proprio cuore, forte di un’umanità e di una generosità che gli consentono di essere sempre presente a se stesso, anche quando tutto sta andando a rotoli.
Non è un caso, infatti, che in alcune pagine di Uomini di Poca Fede, la prosa possieda la grazia e la delicatezza del Kent Haruf di Le Nostre Anime di Notte: la sensibilità con cui vengono raccontati i sentimenti per la moglie Peg, l’amico Hoot e il nipotino Isaac, credetemi, sono momenti di alta letteratura. Un finale niente affatto accomodante è il valore aggiunto a un romanzo che vi conquisterà dalla prima all’ultima pagina.

Blackswan, giovedì, 26/03/2020 

mercoledì 25 marzo 2020

PREVIEW



Il produttore, compositore, chitarrista e cantautore premiato ai Grammy Blake Mills annuncia il suo nuovo album Mutable Set, in uscita l’8 maggio su New Deal Records.
Mills presenta anche “Vanishing Twin”, il primo singolo estratto da Mutable Set che viene accompagnato dal video, una rappresentazione dell’isolamento incredibilmente attuale, diretto da Justin Daashuur Hopkins, già collaboratore di Mills e co-fondatore del collettivo artistico Noh/Wave.
Mutable Set è il quarto album in studio di Mills, composto come colonna sonora della dissonanza emotiva che caratterizza la vita moderna. L’album rispecchia il tira e molla delle forze opposte: la dissonanza tra l’armonia e l’inquietudine, i crescendo orchestrali e i momenti di quasi assoluto silenzio, le progressioni di accordi melodiche ma irrisolte. Gli elementi fondamentali di questo nuovo lavoro sono il fingerpicking di Mills, il delicato piano e il tono malinconico.
In Mutable Set, registrato presso gli iconici Sound City Studios di Los Angeles, a Mills si uniscono: Aaron Embry alle tastiere (Elliot Smith, Edward Sharpe and the Magnetic Zeros), Sam Gendel al sassofono (Vampire Weekend, Moses Sumney), Rob Moose agli archi (Alabama Shakes, Bon Iver), Abe Rounds alle batterie (Meshell Ndegocello, Andrew Bird) e Pino Palladino al basso (The Who, D’Angelo).





Blackswan, mercoledì 25/03/2020

martedì 24 marzo 2020

HONEY HARPER - STARMAKER (Ato Records, 2020)

Il country, pur mantenendo una mappa cromosomica immutabile nel tempo, nel corso della storia è stato declinato con accenti diversi: la contrapposizione fra l’Outlaws e Nashville, le commistioni con il rock di settantiana memoria, la cosmic american music di Gram Parsons, la rinascita alt degli anni ’90, le avanguardie progressive e il queer country, che oggi vive un’importante stagione revivalista (Orville Peck).
Nella lunga fila di nomi che mantengono in vita questo genere antico, irrorandolo di nuova linfa vitale, si inserisce anche William Fussell, artista poliedrico con un passato shoegaze e avant pop, che nei giorni scorsi ha debuttato, sotto il moniker Honey Harper, per la Ato Records.
Figlio di un’estetica glitterata che revisiona con un tocco di femminilità, ma senza eccessi, lo stereotipo maschile del cowboy, Fussell pesca a piene mani dalla storia del country (Gram Parsons, Wilco, etc.), filtrandola però attraverso una sensibilità pop e rileggendola insieme agli appunti presi durante la prima parte della carriera.
Le undici canzoni di Starmaker sono, quindi, figlie di un’alchimia sonora che trasfigura la tradizione americana (richiamata costantemente dall’uso della lap steel) attraverso melodie spolverate di zucchero al velo, la cui dolcezza è però attenuata dall’alternarsi di suggestioni melanconiche e nostalgiche.
Nel country fluttuante a mezz’aria di Honey Harper si percepisce l’afflato cosmico di Parsons, echi di psichedelia gentile, la grazia pop e meditabonda della scrittura di Tweedy, gli sfarfallii ipnagogici e il respiro rallentato del risveglio in un’alba punteggiata di cinguettii e barbagli di sole, il soliloquio intimista durante una giornata di pioggia.
Composto insieme alla moglie Alana Pagnuti e registrato nel corso di tre anni tra Francia, Inghilterra (dove il songwriter americano risiede) e Ungheria, Starmaker si apre con il luccichio psichedelico di Green Shadows, ballata folk morbida e trasognata, che schiude con delicatezza le porte sul mondo sonoro di Fussell.
Quel che segue è un viaggio acustico tra soundscapes dai pastelli tenui, contornati da arrangiamenti minimal (e talvolta inaspettati) e sfumati attraverso la voce versatile di Honey Harper, capace al contempo di leggiadria e sprofondi baritonali da crooner.
La sinuosa delicatezza di In Light Of Us, attraversata da echi pop alla Wilco, è il secondo capitolo di una scaletta che non ha cedimenti e che inanella gemme assolute nello spleen cinematico di The Day It Rained Forever,  nell’estasi contemplativa di Something Relative (gli archi avvolgenti, la carezzevole lap steel, la perfezione adamantina del ritornello), nelle volute orchestrali della melodrammatica Suzuki Dreams, e nel folk depresso di Vaguely Satisfied, che evapora in un inusuale e inaspettato pattern di flauto.
Delicato e fragile, a tratti struggente, Starmaker intreccia all’ordito country tenui filamenti pop, togliendo (nuovamente) la polvere a un genere che non perde la propria ortodossia di fondo, ma si rigenera attraverso una visione moderna e futuribile.

VOTO: 9





Blackswan, martedì 24/03/2020

domenica 22 marzo 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO


Non è per essere bastian contrario, ma questo rituale dei flash mob sui balconi di casa mi pare un po’ fuori luogo. Forse la mia analisi potrà apparire in controtendenza rispetto al sentire comune che, al contrario, considera certe esternazioni popolari come un desiderio irrefrenabile di leggerezza in momenti drammatici come questi. È una questione di prospettiva. 
Consolatoria o liberatoria che sia la reazione personale alla quarantena, dal mio punto di vista vedere certa gente tamburellare con i coperchi delle pentole intonando l’inno di Mameli mi sembra fuori contesto. Così come esporre il tricolore sul balcone. Non siamo ai tempi delle notti magiche dell’82 quando Pablito e compagni ci regalavano suggestioni indimenticabili. Questa è l’ora più buia dal dopoguerra. 
Il che non significa che dobbiamo intonare i mortualia ma la contingenza ci suggerisce un contegno e una condotta più appropriati. Perciò basta con la retorica di certi comportamenti spesso immaturi di gente che ora suona la grancassa o la tromba sul terrazzo, quando fino a qualche settimana fa magari andava a sciare o si accalcava in strada per l’apericena, salvo poi prendere d’assalto le stazioni ferroviarie per fuggire altrove. E non dimentichiamoci di quelli che il Coronavirus riguardava gli anziani, come se fossero esseri umani da sacrificare. 
Qualche pensatore illuminato sostiene che il mondo cambierà. Un nuovo Umanesimo pervaderà l’universo. “L’ottimismo è il profumo della vita”, diceva Tonino Guerra. Ce lo auguriamo tutti ma temo che quando questo blackout finirà, gli uomini torneranno cinici esattamente come prima. Se non peggio di prima.

Cleopatra, lunedì 22/03/2020