martedì 30 novembre 2021

TWENTY ONE - THE APARTMENTS (Microcultures, 2015)

 


Sono passati diciotto lunghissimi anni prima che Peter Walsh decidesse di emergere dal ritiro quasi ascetico nel quale si era nascosto, diciotto anni per tornare finalmente a rivedere la luce, a respirare musica. 

Quattro dischi, nel corso degli anni ’90, avevano trasformato gli Apartments in una band di culto, amata soprattutto da quei cuori malinconici grati ai languori della penombra.

Come un Burt Bacharach dalle movenze notturne, Peter Walsh declinava un pop dalle trame dense, spesso arrangiate per archi e fiati, e dai testi amari e mai condiscendenti. Poi, quando, nel 1997, esce Apart, per Walsh tutto cambia, la vita si impone prepotentemente sulla musica e il mood malinconico delle canzoni viene spazzato via dall’urlo senza requie della tragedia: la malattia della figlia, il calvario, il lutto. Gli Apartments svaniscono, Walsh si richiude in se stesso, per cercare una cura alle proprie ferite interiori.

Ci vuole tempo perché l’arte riesca a metabolizzare il dolore della perdita, a lenire un destino che non dà scampo alla speranza. Ci sono voluti esattamente diciotto anni per riuscire a scrivere otto canzoni che chiudessero i conti con il passato. Otto canzoni che non sono plumbee e contrite come ci si sarebbe potuto aspettare, ma che nemmeno celebrano con enfasi una rinascita.

No Song, No Spell, No Madrigal ha invece il passo di un uomo che torna a camminare sulle proprie gambe, ad attraversare quei boulevard parigini che erano i luoghi di una giovinezza ormai lontana. C’è grazia, e misura, e una nota sottostante di nostalgia, che nasce da un incanto perduto, da una passione non obliata, ma solo stemperata dall’età adulta. La tensione non è mai invasiva, nè viene imprigionata dallo struggimento. C’è semmai uno sguardo che si scioglie in un sorriso triste, quello sguardo affettuoso e consapevole con cui la maturità si guarda dietro le spalle, ricordando i giorni andati, con pacatezza.

Non c’è tragedia in No Song, No Spell, No Madrigal, ma un’eleganza espressiva che rende sostanziale la perfezione della forma, con la consapevolezza che per raccontare il dolore, bisogna soprattutto saperlo scrivere con misura. Un dolore che può essere trattenuto ma non dimenticato, e che riaffiora, come uno scoglio, nel mare della vita, quando, puntuale, la bassa marea di giorni tutti uguali svela un tormento dissimulato, ma profondamente radicato.

Twenty One è la quarta traccia di una scaletta impeccabile, un’elegia malinconica della perdita, in cui il sapore dolce amaro del ricordo è evocato dallo sgocciolare mesto di poche note di piano. Che, nella loro esile consistenza, sono tutto: la melodia, la presenza e l’assenza, la purezza di immagini eterne, la nostalgia per ciò che è stato e l’afasia per ciò che non sarà mai.

Quando muore un figlio la vita si ferma nell’immobilismo del lutto, e spesso i tentaivi di reagire non fanno altro che rendere più esiziale lo sprofondo emotivo: “Sono bloccato nelle stesse sabbie mobili dal 1999, bloccato nelle stesse sabbie mobili”. Un figlio muore, il suo sangue, il suo corpo, la sua anima stanno evaporando, nonostante il tentativo di trattenerli con la bugia della speranza, la bugia di una promessa, che è come osare, vanamente, di allungare lo sguardo su un futuro che non ci sarà: “La neve stava cadendo su Broadway e te l'avevo promesso un giorno, ti porterei a New York. Che fine ha fatto la promessa? Che fine ha fatto il tempo?”.

Non c’è una medicina giusta per sopravvivere a tanto dolore, ognuno combatte con le armi che può, anche se la battaglia è persa in partenza: “Alcuni sono per ricordare e alcuni sono per dimenticare, Ad ogni modo, non c'è più, Ad ogni modo, è andato.”

Walsh sceglie di ricordare, di non cancellare immagini legate a momenti di gioia, a sentimenti purissimi, quelli di un pardre che guarda crescere il proprio figlio, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Eppure, è inevitabile, il pensiero di questa morte vigliacca e ingiusta continua a sovrapporsi ingolfando le memorie più dolci: “…ricordo tutte le feste di compleanno, bambini che trasportano palloncini, stelle filanti legate a una staccionata di legno…Ti ho portato sul mio fianco all'inizio, ti ho portato sulle mie spalle. Ti ho portato su una lunga macchina nera. Non invecchierai mai.

La constatazione dell’ineluttabile, della finitezza umana, dell’insensatezza del tutto sono racchiuse nel lungo mantra finale, in domande senza risposte che lasciano sgomenti e che inchiodano a una vita, ormai, senza più senso: “E dove e dove e dove e dove sono le feste che non si sono mai tenute? e dove sono tutte le nevi che non sono mai cadute? Dove sei amore mio? Dove sei? Non ci saranno ventun’anni, non ci saranno feste, niente feste, niente feste. Non ci saranno ventun’anni”.

 



Blackswan, martedì 30/11/2021


lunedì 29 novembre 2021

TIME CLOCKS - JOE BONAMASSA (Provogue, 2021)

 


Un tempo, ci si stupiva per la super prolificità di Joe Bonamassa, uno capace di sfornare un disco via l’altro, come se il tempo fosse sempre dalla sua parte. Oggi, dopo tanti anni di carriera, quella fecondità è diventata semplicemente un segno immediatamente distintivo, e non il solo. Quando il chitarrista di Utica si è affacciato al panorama musicale, la sua abilità tecnica fece sperticare la stampa in elogi sempre più convinti, come se fosse l’unica abilità riconducibile al talento di Bonamassa. Nell'ultimo decennio, tuttavia, il suo materiale originale, sempre più potente ed espressivo, ha preso il centro della scena, tanto che oggi, l’indubbia bravura come chitarrista è solo una parte della narrazione. Dopo l'eccezionale Redemption del 2018, che ha visto Bonamassa adottare un approccio da cantautore confessionale, continuando a trasformare il blues-rock in nuove forme vertiginose, Royal Tea dell'anno scorso, realizzato per onorare le leggende del blues britannico con cui è cresciuto, sanciva un’ulteriore passo avanti nella sua crescita artistica, ribadita, ora, da questo ennesimo e ottimo Time Clocks.

Grazie a una sana dose di sicurezza che lambisce spesso i confini della spavalderia, Bonamassa ha acquisito la capacità di trarre in inganno l’ascoltatore, dando delle indicazioni per percorrere una strada che, poi, si rivela quella sbagliata. Sebbene, infatti, la maggior parte delle canzoni di questo nuovo disco faccia riferimento sia al suo lavoro passato che a numerosi riferimenti di genere, proprio quando pensi che si sia invischiato in cliché e formule prevedibili, il chitarrista, con abile gioco di prestigio, mischia le carte in tavola con risultati sorprendenti.

"Notches", ad esempio, cita lo spavaldo riff di Clapton su "Had To Cry Today" dei Blind Faith, ma aggiunge contrappunti di sitar aprendo alla psichedelia, scatena un vibrante coro e pompa gagliardo sulla ritmica in una corsa a perdifiato. Un brano che riesce a fondere passato e presente, tradizione e originalità in un unicum avvincente.

In Time Clocks, Bonamassa si diverte a creare scenari lussureggianti, a sovrapporre generi e suoni, dimostrando il crescendo della sua maturità compositiva. La title track ne è un esempio cristallino: apre in modalità southern country dal mood malinconico e riflessivo, e poi, trascinata dal contrappunto di cori appassionati, si gonfia in un gospel da cantare a squarciagola, accendini alla mano.

Altrove, il blues-funk sinuoso di "Questions and Answers" lascia il posto a vaghi sentori mariachi, mentre la successiva e roboante "Curtain Call", fa pensare ai Led Zeppelin della metà degli anni '70 collocati, però, in una struttura più complessa, quasi progressive.  Magico, poi, il connubio fra folk rinascimentale, cupezza soul e l’energia di un riff potentissimo di "The Loyal Kind", un azzardo che in mano ad altri poteva risultare un pasticcio e a cui, invece, Bonamassa riesce a dare un equilibrio e un’omogeneità eccezionali.  

In un contesto di brani strutturati con intelligenza e mutevoli nelle forme, ci sono anche canzoni più immediate, come "The Heart That Never Waits" e "Hanging On A Loser", che scintillano grazie brillante mixaggio di Bob Clearmountain e conquistano al primo ascolto, trainati dagli uncinanti riff e da quel costante tocco gospel dovuto al perfetto flusso dei cori.

Insomma, Time Clocks potrebbe sembrare, appena messo sul piatto, il solito disco di Bonamassa, salvo poi mostrare diverse sfaccettature e una struttura tanto solida quanto complessa, quando l’ascolto viene approfondito. Un album che parla del tempo che scorre, della mortalità, ma anche dei periodi in cui il chitarrista faceva fatica a sbarcare il lunario e dei suoi rapporti non sempre idilliaci con l’industria discografica, e che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, di un musicista cresciuto anno dopo anno, sia sotto il profilo tecnico che sotto quello del songwriting. Finchè mantieni questo livello, caro Joe, per quanto ci riguarda, puoi fare uscire anche un disco alla settimana.
 
Voto: 7,5
 

 

Blackswan, lunedi 29/11/2021

venerdì 26 novembre 2021

GLORY BOX - PORTISHEAD (Go!Discs/London, 1994)

 


Quando il brit pop sta iniziando la sua parabola discendente, in Inghilterra si va affermando un nuovo genere, che, dalla città di Bristol, si appresta a conquistare gli ascolti di mezzo mondo. Si chiama trip hop, un ibrido in cui confluiscono hip hop, soul, psichedelia, jazz, funk, dub ed elettronica.

Portabandiera del suono, insieme a Morcheeba e Massive Attack, sono i Portishead, che prendono il nome da una piccola cittadina del Somerset, in cui è cresciuto Geoff Barrow, mente pensante della band, polistrumentista e produttore. Arruolata la magnetica Beth Gibbons, cantante dal timbro vocale spettrale, i Portishead escono nel 1994 con un esordio folgorante, intitolato Dummy, a tutt’oggi considerato dalla critica come uno degli album più influenti di quel decennio.

Dieci tracce (undici nell’edizione americana) in cui suoni clamorosamente vintage (sintetizzatori moog e rhodes, organo hammond, giri di chitarra tratti da colonne sonore cinematografiche degli anni sessanta) vengono rielaborati in chiave moderna attraverso l’uso di campionatori e scratch. Il risultato è una scaletta dagli umori cupi e malinconici, che si srotolano su ritmiche rallentate quasi al confine della narcolessia.

In una scaletta, che è riduttivo definire perfetta, svetta il brano conclusivo, Glory Box, canzone che la mano del tempo ha collocato sul piedistallo della leggenda. Costruita sullo scheletro di Ike's Rap II di Isaac Hayes dall'album Black Moses, Glory Box viene lanciata come singolo, su insistenza della casa discografica, nonostante il parere contrario dei musicisti, che la ritenevano troppo commerciale e non adatta a rappresentare la vera essenza della musica dei Portishead. Non è un caso, quindi, il brano che compaia in coda al disco, come a voler rimarcare la distanza fra la band e una canzone che, però, innegabilmente, diede loro il successo commerciale e la fama.  

Una linea di basso che scende verso un cupo sprofondo, la batteria che scandisce il ritmo al rallentatore, volute di archi ad accentuare l’effetto ipnagogico e un ritornello, il cui grido di dolore della Gibbons si inerpica sulle scariche elettriche di una chitarra sporca e distorta sono l’ossatura di Glory Box. Difficile immaginare qualcosa di più malinconico di questa dolorosa confessione a cuore aperto di una donna ferita nei sentimenti, delusa da un rapporto ormai avariato, pronta a rinunciare all’amore per salvaguardare il proprio orgoglio e la propria identità.

L’idea di partenza fu quella di utilizzare l’immagine della Glory Box (uno scrigno prezioso, in cui le donne, nei tempi passati, usavano riporre il proprio corredo per la dote in vista del matrimonio), come metafora dell’anima femminile, per denunciare una relazione logora, che non riesce più a trasmettere felicità e passione, ma solo una esiziale frustrazione: “Sono così stanca di giocare, di giocare con questo arco e queste frecce…lascia che siano le altre ragazze a giocare”. Perché l’uomo che Beth ha davanti agli occhi ha ormai perso la propria integrità, e soprattutto, non possiede più quella sensibilità che era stata la scintilla dell’amore (“Quindi non smettere di essere un uomo. Dai solo un'occhiata verso di noi quando puoi, Semina un po' di tenerezza, Non importa se piangi”).

E poi, nel ritornello, quell’invocazione, quel grido disperato, estremo, ma vano tentativo, di tenere in piedi un rapporto che non ha più ragione d’essere:” Dammi una ragione per amarti, Dammi una ragione per essere una donna, Voglio solo essere una donna”.

La canzone, anche a causa del video, in cui uomini e donne si scambiano i ruoli, fu inizialmente male interpretata da parte del pubblico, che travisò le liriche come se quella della Gibbons fosse una richiesta al proprio uomo di prendere in mano le redini della relazione. La cosa fece molto infuriare la cantante che, resasi conto che la gente aveva frainteso i suoi sentimenti, cominciò a considerare la canzone solo un mero prodotto di consumo, un veicolo per arricchirsi e niente più.

Non è un caso, infatti, se Dummy, trainato proprio da Glory Box, ebbe un successo commerciale ragguardevole, conquistando dischi d’oro e di platino praticamente in ogni angolo del mondo. E ciò, nonostante sia un album non facilmente digeribile, cupo, malinconico, di quelli che spingono verso una dimensione parallela, in cui ogni ascolto pretende il suo tributo di lacrime, palpiti e struggimenti.

 


 

Blackswan, venerdì 26/11/2021

giovedì 25 novembre 2021

PREVIEW

 


KORN annunciano il nuovo album REQUIEM, in uscita il 24 febbraio su Loma Vista/Virgin. Guarda il video di "Start The Healing".

Korn annunciano il loro nuovo album in studio Requiem. In concomitanza con l’annuncio dell’album, la band condivide il video del singolo "Start The Healing" diretto da Tim Saccenti (Flying Lotus, Run The Jewels, Depeche Mode). 

Il regista parlando della genesi di "Start The Healing" dice:

"La nostra idea per questo video era quella di mutare quell'aspetto del DNA dei Korn che li rende così stimolanti, il loro mix di potenza grezza ed emozioni umane.

Volevo trasportare lo spettatore in un viaggio emotivo, come fa la canzone, una morte e una rinascita viscerali e catartiche che, si spera, aiutino l'ascoltatore in qualunque siano le sue lotte personali.

Collaborando con l'artista 3-D Anthony Ciannamea abbiamo attinto alla mitologia dei Korn ed esplorato le loro fonti di luce e oscurità per creare un incubo horror surreale.”

A causa degli effetti del Covid e dell'impossibilità di suonare dal vivo, Requiem è stato concepito in circostanze molto diverse rispetto alla maggior parte del catalogo della band. È un album nato senza fretta e dalla possibilità di creare senza pressioni. Stimolata da un nuovo processo creativo senza vincoli di tempo, la band è stata in grado di fare cose con Requiem che gli ultimi due decenni non sempre si è permessa, come prendersi più tempo per sperimentare insieme o registrare diligentemente su nastro analogico, processi che hanno portato alla luce una nuova dimensione sonora e consistenza nella loro musica.

 


 

 Blackswan, giovedì 25/11/2021

mercoledì 24 novembre 2021

OF THE WAND & THE MOON - YOUR LOVE CAN'T HOLD THIS WREATH OF SORROW (Heiðrunar Myrkrunar, 2021)

 


Una copertina che rispecchia perfettamente il titolo del disco e la musica in esso contenuta: due mani alla gola come una ghirlanda di dolore che nessun amore può curare. E’ la visione pessimistica di Kim Larsen (padre padrone del progetto Of The Wand & The Moon), musicista danese che guarda alla vita senza speranza, che riflette su questi giorni bui, in cui l’umanità vaga alla deriva, naufraga in un oceano esistenziale in cui la brutalità è all’ordine del giorno.

La pandemia, lo sfacelo climatico, l’intrinseca malvagità dell’uomo, belva feroce che tutto distrugge, inconsapevole di far danno a se stesso. Sono questi i presupposti che infondono un’invasiva mestizia in nove canzoni profondamente intimiste, cupe, depresse, appena attraversate, di tanto in tanto, da tenui barbagli di luce, gli stessi evocati dal corredo fotografico contenuto nel booklet e da qualche momento sonoro pacificato. Nove canzoni che si ispirano, il riferimento è abbastanza lampante, alla musica dei Death In June, per citare la band più contigua a questo progetto, senza, tuttavia, che la riuscita miscela fra neo-folk e art-rock, dal passo cinematografico e solenne, perda il proprio taglio personale, caratterizzato da arrangiamenti lussureggianti e dal quadro d’insieme organico e coeso.

Ci sono voluti dieci anni, prima che Larsen tornasse a comporre musica, a mettere nuovamente in note i propri tormenti esistenziali. Il risultato finale è decisamente il suo disco migliore, un album in cui i riferimenti alla cultura nordica presente nei precedenti lavori hanno perso la propria centralità in favore della riflessione interiore e di un mood depresso, caratterizzato da malinconia e tristezza.

Difficile togliere dal piatto un disco così coinvolgente, soprattutto se l’umore di chi ascolta è in sintonia con questo neo-folk, proposto attraverso una visione moderna del genere: orecchiabile, cinematografico, malinconico e solenne. Lo stesso semplice approccio alla melodia e quelle linee di basso avvincenti che hanno ispirato album come The Lone Descent sono ora supportati da raffinati arrangiamenti semi-orchestrali, che danno una dimensione completamente nuova alle canzoni, prima di adesso coinvolgenti, certo, ma decisamente meno intriganti sotto l’aspetto della ricchezza del suono.

In Your Love Can’t Hold The Wreath Of Sorrow, la tavolozza sonora è decisamente più audace e varia rispetto al passato, e induce a ripetuti ascolti, ognuno dei quali volto a scoprire le numerose sfumature che rendono questo disco così tanto avvincente.

Perfetta colonna sonora a corredo di plumbei cieli autunnali e per accompagnare passeggiate solitarie nella nebbia, vero e proprio combustibile emotivo per innescare soliloqui e struggimenti in anime tormentate e romantiche.

VOTO: 8

 


 


Blackswan, mercoledì 24/11/2021