lunedì 3 agosto 2026

Sienna Spiro - Visitor (Capitol, 2026)

 


Ventun anni da compiere a settembre, nata a Londra da una famiglia di origine ebraica, Sienna Spiro ha frequentato la Francis Holland School, Sloane Square, e l'East London Arts & Music, prima di abbandonare gli studi a 16 anni per dedicarsi a tempo pieno alla sua carriera musicale. Appassionata fin da bambina di artisti del calibro di Etta James e Frank Sinatra, Sienna ha iniziato a comporre musica fin da dieci anni e poi, dopo gli studi, come molti giovani della sua età, ha utilizzato i social per farsi conoscere, diventando in poco tempo un fenomeno virale.

Nel 2024 ha pubblicato "Need Me", singolo di debutto, primo di una serie di canzoni con cui si è fatta conoscere da un pubblico sempre più ampio. Il successo arriva, però, con "Die On This Hill", che fa il botto nelle classifiche sia Inghilterra che negli Stati Uniti, e con "Material Love", vero e proprio tormentone radiofonico, inserito nella colonna sonora del film Il Diavolo veste Prada 2.

Infine, il 3 luglio di quest’anno, ha pubblicato per la Capitol Records il suo album d’esordio, Visitor, un disco che esplora la vulnerabilità dell’amore, con l’amara consapevolezza di quanto siano caduchi i sentimenti e di come, ognuno di noi, è solo un visitatore nella vita della persona che ama.

Visitor è un disco mainstream, arrangiato con assoluta eleganza e composto da una scaletta che si muove con rara consapevolezza nel mondo del soul pop orchestrale. Dieci canzoni, per solo trentaquattro minuti di musica, in cui la Spiro veste, col cuore gonfio di riconoscenza, i panni che un tempo indossavano Amy Winehouse e la prima Adele (quella di 21, per intenderci).

Non c’è una sola canzone che non possa essere spesa come singolo, le melodie sono di presa immediata, ma è la voce la freccia più acuminata all’arco della giovane cantautrice: calda, profonda, disinvolta sia sulle note più alte che nei momenti più raccolti, e caratterizzata da un timbro sensuale, speziato alla cannella e al cioccolato, capace di colpire dritto al cuore con passione autentica.

Nella scaletta del disco manca "Material Love", probabilmente il suo brano più noto, visti anche i numerosi passaggi radiofonici. Poco male: ogni canzone di Visitor regge il confronto con il brano più famoso (almeno in Italia) del suo repertorio, a volte superandolo in qualità. E’ il caso della struggente "Die On The Hill", sorella minore di "Someone Like You", una ballata pervasa dalla medesima disperazione emotiva, in cui la Spiro dimostra di saper scrivere liriche tutt’altro che banali: “Mi prenderò questa notte e morirò su questa collina, Lo farò sempre. So di sembrare testarda, impaziente, Ma il libro l'hai scritto tu, io ne ho solo strappato una pagina. Per essere amata, per essere amata e nient'altro.”

Il disco si apre con "This Is My House" e ci si immerge subito in quelle sensuali cadenze soul, avvolte in atmosfere morbidamente jazzy che erano tanto care a Amy Winehouse. Amy ritorna anche nella spettacolare "He’s Not My Baby, I’m His", il passo caracollante, i coretti splendidi, e quel suono di chitarra che sembra provenire da un mondo lontano.

Non c’è un solo momento che non meriti di essere ricordato in questo disco che trova le sue vette più alte nelle ballate: la già citata "Die On This Hill", ma anche "Great Expectation", pianoforte e voce che aprono la strada verso un ritornello fantastico, "Pure", in cui la chitarra acustica e la splendida voce della Spiro tratteggiano a colori pastelli i sentimenti e le insicurezze di una giovane donna alle prese con la vita (“A volte, divento insicura, quindi mi metto in vestito per andare in città, Spero che un uomo mi noti, non so, mi rende orgogliosa, Divento gelosa e vedo me stesse negli occhi di mia sorella, Almeno lei riesce a divertirsi, almeno lei riesce a calmarsi”) e "Time, You & Me", tesa e oscura, che figurerebbe magnificamente nella colonna sonora di un film di James Bond.

Chiudono il disco le carezzevoli atmosfere jazzy di "Mono No Aware", lasciando nel cuore un desiderio di ricominciare da capo, di immergersi nuovamente in questo disco che guarda agli anni ’60 e al più sofisticato pop soul, per raccontare con misura e quieta poesia i turbamenti, i dubbi, le aspirazioni e le paure di una ragazza che si affaccia alla vita, all’amore e a quel mondo musicale anelato fin da bambina.

Più Adele che Amy Winehouse (le manca la disperata consapevolezza che nasce dal desiderio di autodistruzione), ma con Sienna Spiro forse è nata un’altra stella della medesima caratura. Se sarà così, lo scopriremo con il prossimo disco. Intanto, dipendesse da me, un piccolo spazio nel firmamento delle grandi voci femminili, inizierei a prepararlo.

Voto: 8,5

Genere: Soul, Pop

 


 


Blackswan, lunedì 03/08/2026

venerdì 24 luglio 2026

Kacey Musgraves - Middle Of Nowhere (Lost Highway, 2026)


 

Quella di Kacey Musgraves è una delle figure più controverse del country a stelle e strisce. Affabulante creatrice di un linguaggio musicale che fonde pop e roots, la musicista texana è una star di prima grandezza, vende milioni di copie di dischi, ha successo anche fuori dai patri confini e ha vinto in carriera la bellezza di otto Grammy (ed altri svariati riconoscimenti) con solo sette dischi in studio pubblicati. Eppure, la quasi trentottenne songwriter è invisa a quella frangia ortodossa di ascoltatori che l’accusano di annacquare il genere e, ancora di più, a quanti, maschilisti e conservatori, non tollerano le sue posizioni progressiste in favore dei diritti LGBT, dell’uso creativo della marijuana oltre al suo irricevibile sentimento iconoclasta nei confronti della religione. Una donna che suona un country fuori dagli schemi e si permette anche di sostenere posizioni sinistroidi: una vera iattura.

Sarà, ma la Musgraves, piaccia o meno, non sbaglia un disco, raggiungendo con questo suo ultimo Middle of Nowhere vette altissime.

Middle Of Nowhere è un album all’insegna del calore e della luminosità, è un lavoro delicato e sobrio che privilegia la semplicità, senza affidarsi a virtuosismi vocali o a produzioni eccessivamente elaborate. Il disco conserva il suo caratteristico fascino pacato, sviluppandosi con calma e intrecciando piccole emozioni quotidiane in ogni brano. Saldamente ancorato al country classico texano (i rimandi al genere sono effettivamente più espliciti che mai), Middle Of Nowhere fonde sottili sfumature bluegrass e zydeco, elementi che si amalgamano con naturalezza allo stile vocale morbido e colloquiale della Musgraves e all’innata capacità di creare meravigliose melodie d’immediata assimilazione. Il risultato è scaletta coesa e morbida pervasa da un quieto calore che permea ogni nota, dall'inizio alla fine.

Il fascino delicato dell'album colpisce subito con la title track, Middle of Nowhere, che stabilisce fin dall'inizio un'atmosfera rilassata: non c'è alcuna forzatura o eccesso, il brano si sviluppa su una ritmica quasi spazzolata, una strumentazione pulita e un flusso melodico fluido e disteso. La voce di Kacey appare meravigliosamente spontanea, privilegia la naturalezza rispetto alla perfezione tecnica, permettendo al brano di immergersi in un'atmosfera calma e ariosa che cattura perfettamente lo spirito dell'intero album.

Il disco presenta una struttura chiara, fondata su un mix di elementi country classici e stratificazioni ritmiche variegate, il tutto attraversato da un battito leggero e ballabile che conferisce alle canzoni numerose e ariose variazioni ritmiche. Non c’è un solo ritornello che vada sprecato, e brani come "Dry Spell" (il tema dell'astinenza sessuale affrontato senza mezzi termini), "Back On The Wagon" e, soprattutto, "Mexico Honey" sono lì a dimostrare un scrittura abile a vestire un pop stellare di credibili abiti country.

"Abilene", poi, con il suo ritmo percussivo vagante, genera un groove melodico straordinariamente fluido, apportando una ventata di novità e un carattere distintivo alle sonorità tradizionali.

Anche i brani nati da collaborazioni aggiungono una piacevole profondità, senza mai allontanarsi dall'atmosfera equilibrata e delicata dell'album. "Horses and Divorces" (con Miranda Lambert) rimane fedele alle radici più autentiche e dirette del country, proponendo una melodia lenta e misurata, mentre "Uncertain, Tx" (con Willie Nelson) intreccia lievi sfumature di sapore latino e un ritmo più fluido e scorrevole, aprendo la strada a trame sonore più libere e a un mood divertito.

L'intera produzione dell'album è caratterizzata da una splendida temperanza, lasciando sempre ampio respiro alle voci e alle melodie affinché possano trovare la loro dimensione e indugiare nell'aria. Il country ne costituisce la solida ossatura, mentre le altre influenze si integrano in modo naturale, senza mai apparire forzate o eccessive.

Middle of Nowhere sembra fatto su misura per i momenti più lenti e tranquilli della vita, pomeriggi di relax, lunghi viaggi in auto, il dolce dondolio di un’amaca, le ore di quiete alla ricerca di un po’ di pace interiore. Pur privo di picchi emotivi dirompenti (se non, forse, la conclusiva "Hell On Me", ballata spaccacuore), l'album trasmette una leggerezza spontanea grazie a sonorità calde e delicate, e a melodie essenziali ma di  bellezza cristallina. Un disco che invita a continui ascolti, probabilmente il picco della carriera di Kacey Musgraves.

Voto: 8

Genere: Country, Pop, Americana

 


 


Blackswan, venerdì 24/07/2026

mercoledì 22 luglio 2026

Jared James Nichols - Louder Than Fate (Frontiers, 2026)

 


Quello di Jared James Nichols è un nome che lentamente, ma inesorabilmente, si sta guadagnando, disco dopo disco, una crescente schiera di fan, il consenso della critica e l’apprezzamento dei suoi colleghi, avendo collaborato con nomi stellari quali Steve Vai, Slash, Joe Bonamassa, Peter Frampton (per citarne alcuni) e diviso il palco con band del calibro di Bue Oyster Cult, Living Colour, Saxon e molti altri.

Trentasettenne, originario del Wisconsin, affiliato a casa Gibson, il chitarrista americano ha pubblicato un paio di EP e quattro album in studio all’insegna di un hard rock blues nerboruto, graffiante e aggressivo, che interpreta da protagonista grazie a una bella voce roca e a uno stile chitarristico essenziale, diretto, senza fronzoli, ma tecnicamente ineccepibile.

Questo nuovo Louder Than Fate è un disco che ribadisce una formula consolidata, che forgia un suono derivativo, certo, reso, però, credibile da un surplus di pathos, sudore e passione. Nichols non insegue le mode, non scende a compromessi e se ne infischia di stupire cercando strade sperimentali o annacquando la proposta a uso e consumo delle chart. Picchia duro e diretto, scartavetra le canzoni coi suoi riff tellurici e quando cerca la melodia è per creare ritornelli di facile presa, che il pubblico possa cantare a squarciagola sotto il palco, pugno chiuso e handbanging compulsivo.

L'album si apre con "Let’s Go", l'intensità dei riff è subito alle stelle, il tiro innodico è energico e coinvolgente, l’assolo micidiale e i cori in stile eighties fanno presa immediata sull’ascoltatore. L'inizio di "Ghost" è, invece, caratterizzato da un blues lento e ondeggiante, che sfoggia un'attitudine smaccatamente sudista, anche se il brano, poi, vira verso sonorità grunge ruvidissime e caratterizzate da una vocalità cupa e rabbiosa. L'impronta blues rimane protagonista anche in "Way Back", un brano che attinge alle radici del southern e diventa travolgente, con un impatto di pura energia che spazza via tutto.

Non c’è trucco, non c’è inganno, ma solo una musica che nasce per essere suonata dal vivo, senza risparmiare nemmeno una stilla di sudore. Nichols, però, è anche molto abile nelle variazioni sul tema, quando abbandona il consueto impeto per momenti più morbidi e raccolti. In "Bending or Breaking" il musicista imbraccia la chitarra acustica, mette da parte le sue solite regole compositive, per tuffarsi in qualcosa di nuovo, e il risultato è ottimo: un mid tempo clamorosamente melodico, un brano perfetto per le radio anni ’90. Probabilmente, il la canzone più commerciale e accessibile scritta fino a oggi, in cui persino l'assolo è più contenuto, pensato per un pubblico diverso. Anche "Killing Time" rallenta il passo per vestire i panni della ballata addolcita da un misurato arrangiamento d’archi.

Con "Dust ‘n’ Bones" si torna a picchiare duro nel più classico stile Nichols: un riff da urlo, un'attitudine sfacciata e carica di sudore, e un assolo capace di lasciarti a bocca aperta. Una vera mazzata. E se "Looks Like That Felt Good" fonde mirabilmente southern, blues e un ritornello sfrontato, "Runnin’ Hot" è un pezzo di grande impatto in pieno stile anni '70, con la batteria  suonata apposta per farci battere le mani a ritmo, e un assolo stellare che è un concentrato di tecnica e velocità.  

Chiude l’album "Pretend" una derapata adrenalinica che viaggia a velocità supersonica, sfoggiando un lavoro alla sei corde degna dei più grandi di sempre.

Louder Than Fate conferma per l’ennesima volta il talento straordinario di un artista, virtuoso della chitarra e cantante di grande spessore. Inutile cercare originalità fra le canzoni del disco, aspetto che di sicuro a Nichols interessa poco o niente. Qui, c’è tanta sostanza, tanto sudore, la voglia di spaccare tutto come se suonare fosse solo ed esclusivamente un eterno live. Grinta, uno stile riconoscibile e vampate di autentico furore fanno la differenza. E tanto basta.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Blues, Hard Rock

 


 

 Blackswan, mercoledì 22/07/2026

 

lunedì 20 luglio 2026

Richie Havens - Freedom (Cotillion Records/Atlantic Records, 1970)

 

 


 

"A volte mi sento come un bambino senza madre

A volte mi sento come un bambino senza madre

A volte mi sento come un bambino senza madre

Lontano da casa mia

 

Libertà

Libertà

Libertà

Libertà"

 

Questi sono alcuni versi di "Freedom", che Richie Havens inventò sul palco di Woodstock, creando, senza poterlo immaginare, uno dei momenti più significativi del festival e una delle canzoni più significative di quel momento storico.

Un brano che di lì a breve diventerà un inno generazionale, un grido di libertà e di pace, un ipnotico mantra contro tutte le guerre, e nello specifico contro quella del Vietnam, che coagulava lo spirito di libertà collettivo di quei tre giorni leggendari e le istanze pacifiste e anticonvenzionali delle nuove generazioni.

Con le sue radici nella scena folk del Greenwich Village, la su voce roca ma accogliente e una manciata di album eclettici nel suo repertorio, Havens rappresentava una scelta ideale, quasi ovvia, di artista perfetto per calcare il palco del festival di Woodstock.

Il suo nome era il quinto in scaletta, ma un ingorgo stradale in cui erano rimasti coinvolti diversi artisti, lo costrinse a salire sul palco per primo, accompagnato dalla sua band, ovvero Eric Oxendine al basso, Paul Williams alla chitarra solista e Daniel Ben Zebulon alle congas.

L’inizio del concerto, per la cronaca, era in ritardo di tre ore, e Havens era seriamente preoccupato di essere oggetto di lanci da parte di una folla inferocita. Invece, successe qualcosa di inaspettato.

Ventotto anni, Havens salì sul palco vestito con una tunica e indossando un paio di sandali che richiamavano esplicitamente le sue origini africane, così come il distintivo stile percussivo con cui suonava la chitarra. Sudato e quasi in estasi mistica, mandò in visibilio il pubblico, che, non appagato, continuava a chiedere bis. Alla fine, Havens suonò ben undici canzoni, l’ultima delle quali, "Freedom", sarà destinata a gloria imperitura. Richiamato a gran voce dal pubblico, salì nuovamente sul palco, senza sapere cosa suonare.

A quel punto, ispirato dal perfetto connubio fra suono, ambiente e pubblico, viene colto da un lampo di genio. Si siede e incomincia a improvvisare sulle note di "Motherless Child", uno standard gospel che viene completamente stravolto dall’ipnotica ripetizione della parola "Freedom" aggiunta al testo da Richie, come a voler fissare un momento magico che diventa fil rouge accomunante la libertà dalla schiavitù, la libertà dalle guerre e la libertà da stupide convenzioni sociali.

Il musicista, successivamente, spiegò alla stampa: “Quando mi sentiì suonare quella lunga introduzione, stavo temporeggiando. Pensavo: 'Cosa diavolo canterò? Penso che la parola 'libertà' mi sia uscita di bocca perché l'ho vista davanti a me. Ho visto la libertà che stavamo cercando. E ogni persona la condivideva, e così è uscita quella parola.”

Una curiosità. L'esibizione di Havens a Woodstock ebbe un'enorme influenza sul leader dei Portugal. The Man, il cantante John Gourley, che ai tempi non era ancora nato, ma che vide il film dedicato all’evento, e da sempre ascoltava i racconti del padre, che era stato presente al festival. Fu quasi inevitabile, quindi, che quei racconti, prima o poi, confluissero in qualcosa di importante. La band, infatti, intitolò il loro album del 2017 Woodstock e lo aprirono con la canzone "Number One", che contiene un sample di Haven che canta "Freedom".

 


 

 

Blackswan, lunedì 20/07/2026

venerdì 17 luglio 2026

She Sells Sanctuary - The Cult (Beggars Banquet, 1985)

 


Quando chiesero a Ian Astbury, frontman dei The Cult, di cosa parlasse "She Sells Sanctuary", il cantante rispose: "Sesso. Semplicemente, parla di sesso. Avevo fatto sesso e ne ero molto orgoglioso". Sebbene il titolo completo della canzone non compaia mai nel testo, molti fecero notare a Astbury che la frase "She Sells Sanctuary" sottintende che la donna protagonista del brano stia vendendo il proprio sesso. Che avesse, quindi, frequentato una prostituta? Anche in questo caso, la risposta del cantante fu pronta, per quanto un po’ fantasiosa. Ian Astbury, infatti, chiarì che la canzone parlava soprattutto di una transazione spirituale: da tempo affascinato dalle culture dei popoli indigeni e da come l'energia possa fluire tra gli esseri umani, il frontman voleva solo suggerire come in questo caso fosse un'energia femminile a fluire dentro di lui.

Qualunque sia il significato del brano, è indubbio che lo stesso, a prescindere dai contenuti, cattura subito l'attenzione con un'introduzione di chitarra quasi psichedelica creata dal chitarrista dei Cult, Billy Duffy. L'idea nacque per puro caso. La band stava registrando la canzone agli Olympic Studios di Barnes di Londra, dove un tempo registravano i Led Zeppelin. Il chitarrista degli Zeppelin, Jimmy Page, a volte usava un archetto da violino per suonare la chitarra, così quando Duffy ne trovò uno in studio, lo usò per scherzare, al solo scopo di divertire Ian Astbury, che stava ascoltando nella sala di controllo.

Per renderlo più strano, Duffy premette tutti i pedali della pedaliera e dopo aver smesso, si fece una gran risata. Ma Steve Brown, produttore del disco, esclamò: "Ferma, ferma, è fantastico!". Così si decise di iniziare il brano con quel suono mistico, che non sarebbe mai stato creato se Duffy non avesse trovato l’archetto e non si fosse messo, come dicono a Milano, a fare “il pirla”.

"She Sells Sanctuary" fu una svolta determinante per i Cult, che, quando pubblicarono il brano come primo singolo del loro secondo album, Love, nel 1985, avevano solo un piccolo seguito nella natale Inghilterra.

Il brano uscì come singolo nel maggio 1985 e decollò nel Regno Unito dopo essere stato trasmesso nel programma mattutino di Radio One. Raggiunse la quindicesima posizione a luglio, un grande passo avanti rispetto ai singoli precedenti, che erano rimasti sempre nelle retrovie delle chart. Quando l'album Love fu pubblicato a ottobre, "She Sells Sanctuary" raggiunse la posizione numero quattro.

A produrre l’album fu chiamato Steve Brown, che dopo essere stato il produttore degli Wham! voleva uscire dal mondo del pop per approcciarsi a una musica suonata con la chitarra elettrica. I Cult, però, volevano che fosse Steve Lillywhite, noto per il suo lavoro con Peter Gabriel e gli U2, a produrre il disco, e realizzarono una prima demo del brano per proporglielo. Questa demo, leggenda vuole, fu notte tempo rubata dalla scrivania dell’agente dei Cult, John Giddings, dallo stesso Brown, che ci mise mano abbellendola un po’ e proponendola poi alla band che, inizialmente sorpresa, accettò di buon grado di collaborare con “l’autore del furto”.

Una curiosità. Il titolo della canzone "She Sells Sanctuary" per gli inglesi ha un suono familiare, perché ricorda quello di un noto scioglilingua: "she sells seashells by the seashore" (lei vende conchiglie in riva al mare). 




Blackswan, venerdì17/07/2026