La testa piena di idee, il bisogno di raccontare nuove storie, l’urgenza di mettere in note un’ispirazione che sembra non conoscere momenti di stanca. La band originaria di Portland sta vivendo un momento d’oro, anche se non è propriamente corretto parlare di momento per una band che non sbaglia un colpo fin dall’esordio intitolato Colfax, risalente al 2014. Meglio, si potrebbe dire che la loro declinazione di un country soul arricchito dalle storie di Willy Vlautin, romanziere e maestro del noir urbano, sta acquisendo, disco dopo disco, lo status di classico, sia per quel suono deliziosamente retrò, che torna a vivere con inusitata freschezza, sia per la potenza narrativa di liriche molto prossime alla vera letteratura.
Dopo le atmosfere suggestive di Mr.Luck And Ms. Doom, i Delines tornano con The Set Up, una raccolta di canzoni cinematografiche, schiette e profondamente umane che si addentrano nelle vite di anime ferite e vagabonde ai margini dell'America. Se, però, Mr. Luck & Ms. Doom il tema era connotato da un romanticismo agrodolce, The Set Up si addentra in territori più oscuri e solitari.
Prodotto
ancora una volta da John Morgan Askew, il cui talento nel plasmare
paesaggi sonori immersivi e vissuti si percepisce in ogni nota, questo
nuovo album amplia, in qualche modo, la tavolozza sonora della band.
I semi di The Set Up furono piantati mentre i Delines stavano terminando le sessioni del suo predecessore. Willy Vlautin portò una nuova canzone, "Walking With His Sleeves Down", che Amy Boone imparò al pianoforte, dandone un’interpretazione straordinaria. Tuttavia, la solitudine inquieta espressa nel brano non si adattava al romanticismo errante di Luck & Doom, e quindi fu accantonata. Vlautin presentò poi anche "The Reckless Life", che si adattava al mondo sonoro del disco ma se ne discostava a livello di testo. Entrambe le canzoni, infatti, raccontano di personaggi che vivono al limite (tossicodipendenti, vagabondi, gente con due piedi sul baratro), figure molto più drammatiche degli squattrinati romantici di Luck & Doom. Entrambe non trovarono posto nella scaletta dell’album, ma erano talmente buone che l’idea di lasciarle in un cassetto sembrava profondamente ingiusta.
Poi, durante il tour di Mr. Luck & Ms. Doom, Vlautin continuò a scrivere, spinto dalla necessità di puntare il dito sulla crisi degli oppioidi, su storie di giovani che vivevano in tende, in auto, in vecchi camper, sfiniti dalla dipendenza, morti viventi, senza denaro, senza prospettive, senza speranza. Temi solo abbozzati in quel disco, ma che meritavano, tuttavia, una più profonda focalizzazione, un diverso e più doloroso terreno emotivo. Erano storie simili che, però, riflettevano in modo diverso sulle anime perse che popolano i testi di Vlautin: meno romanticismo di quelle vite al limite, più disperazione di chi vive tutto ciò.
Se i protagonisti di Luck & Doom provavano amori tormentati e cercavano nella fuga una speranza, The Set Up
fotografa, invece, il totale fallimento, la sconfitta, un’irrimediabile
ed esiziale stasi, la morte come inevitabile conseguenza.
"Ti ho detto che mio padre è morto in macchina? Ha avuto un infarto nel parcheggio del negozio di liquori Lee. Una fila di abiti da mille dollari appesi a un palo sul sedile posteriore. Nel bagagliaio c'era tutto il resto che possedeva" canta Amy Boone in "Can You Get Me Out Of Phoenix", una delle meraviglie del disco. Un organo ipnotico e un pianoforte elettrico ondeggiano mestamente, mentre il suono più squillante della chitarra si espande, e la batteria di Sean Oldham crea trame minimal, le pause importanti quanto i colpi, una lezione magistrale di economia. Sulle note si muove la voce arresa della Boone, una femme fatale che ha visto più tramonti che albe, che canta nel cuore della notte di locali di mezza tacca, in cui il fumo e l’odore di alcool impregna i vestiti al pari di una malinconia agra.
La sontuosa produzione di John Morgan Askew assicura che ogni dettaglio sia messo in risalto con una chiarezza accattivante. L'album inizia con un’onda quieta di ottoni che si diffonde senza sforzo dagli altoparlanti in accordo con un organo solitario in sottofondo, mentre il lento ticchettio delle percussioni si fa strada. Ogni nota è di un nitore assoluto.
L'incipit è la prima di tre canzoni collegate, tutte recitate con la voce roca e sensuale di Boone, e ognuna intitolata The Set Up.
Introduzioni che, nelle mani di qualsiasi altra band, sarebbero solo
riempitivi, ma qui, presentate come sono, diventano parte integrante
quanto le canzoni vere e proprie e i tre strumentali che le collegano.
"Dilaudid Diane" si presenta come uno dei momenti più dolorosi in scaletta: una canzone ispirata alla lotta contro la dipendenza e alle fragili vite dei giovani travolte dalla sua scia. Registrato dal vivo attorno a un unico microfono, il brano fonde sonorità doo-wop con la malinconia di una canzone folk di protesta, il tutto reso possibile dall'inconfondibile voce di Amy Boone. Quasi un poema sinfonico, brutalmente e splendidamente conciso.
"Bloccata fuori Tijuana
Con un dente marcio e un occhio nero
Non avrebbe mai pensato di essere lei
Quella che si è lasciata andare
Dilaudid Diane
Dilaudid Diane
Diane era una ragazza seria
Correva attraverso il paese
Suonava il clarinetto nella banda musicale
Amava i film francesi"
"The Reckless Life" riempie gli spazi lasciati vuoti dalle altre canzoni, i fiati sono di nuovo splendenti, gli effetti wah-wah emergono cristallini dalla chitarra di Vlautin, e un’emozionante coda estesa con hammond e chitarra si fa abbracciare dal soffio vitale e malinconico degli ottoni.
E se "Walking with His Sleeves Down" vede la Boone in solitaria accompagnata da un pianoforte scarno e malinconico, che trova il suo contrappunto nella bossanova sensuale di "The Meter Keeps Ticking", le atmosfere ronzanti e ipnagogiche dello strumentale "The Last Time I Saw Her" chiudono con un tocco cinematografico l’ennesimo grande disco dei Delines, una band che, come nessun altra in America, sa creare musica che racconta la vita degli ultimi e delle classi disagiate con tanta passione, sincerità ed eleganza.
Gli emarginati di cui cantano i Delines probabilmente non ascolteranno mai queste canzoni, non sapranno mai che le loro vite disperate sono state trasformate in una poesia così cruda e intensa. Una contraddizione che, tuttavia, nulla toglie a questa splendida musica, che sa essere tanto cronaca sociale quanto emozionata elegia dei perdenti.
Voto: 8
Genere: Country Soul
Blackswan, martedì 24/03/2026




