martedì 24 marzo 2026

The Delines - The Set Up (El Cortez Records, 2026)

 


La testa piena di idee, il bisogno di raccontare nuove storie, l’urgenza di mettere in note un’ispirazione che sembra non conoscere momenti di stanca. La band originaria di Portland sta vivendo un momento d’oro, anche se non è propriamente corretto parlare di momento per una band che non sbaglia un colpo fin dall’esordio intitolato Colfax, risalente al 2014. Meglio, si potrebbe dire che la loro declinazione di un country soul arricchito dalle storie di Willy Vlautin, romanziere e maestro del noir urbano, sta acquisendo, disco dopo disco, lo status di classico, sia per quel suono deliziosamente retrò, che torna a vivere con inusitata freschezza, sia per la potenza narrativa di liriche molto prossime alla vera letteratura.

Dopo le atmosfere suggestive di Mr.Luck And Ms. Doom, i Delines tornano con The Set Up, una raccolta di canzoni cinematografiche, schiette e profondamente umane che si addentrano nelle vite di anime ferite e vagabonde ai margini dell'America. Se, però, Mr. Luck & Ms. Doom il tema era connotato da un romanticismo agrodolce, The Set Up si addentra in territori più oscuri e solitari.

Prodotto ancora una volta da John Morgan Askew, il cui talento nel plasmare paesaggi sonori immersivi e vissuti si percepisce in ogni nota, questo nuovo album amplia, in qualche modo, la tavolozza sonora della band.

I semi di The Set Up furono piantati mentre i Delines stavano terminando le sessioni del suo predecessore. Willy Vlautin portò una nuova canzone, "Walking With His Sleeves Down", che Amy Boone imparò al pianoforte, dandone un’interpretazione straordinaria. Tuttavia, la solitudine inquieta espressa nel brano non si adattava al romanticismo errante di Luck & Doom, e quindi fu accantonata. Vlautin presentò poi anche "The Reckless Life", che si adattava al mondo sonoro del disco ma se ne discostava a livello di testo. Entrambe le canzoni, infatti, raccontano di personaggi che vivono al limite (tossicodipendenti, vagabondi, gente con due piedi sul baratro), figure molto più drammatiche degli squattrinati romantici di Luck & Doom. Entrambe non trovarono posto nella scaletta dell’album, ma erano talmente buone che l’idea di lasciarle in un cassetto sembrava profondamente ingiusta.

Poi, durante il tour di Mr. Luck & Ms. Doom, Vlautin continuò a scrivere, spinto dalla necessità di puntare il dito sulla crisi degli oppioidi, su storie di giovani che vivevano in tende, in auto, in vecchi camper, sfiniti dalla dipendenza, morti viventi, senza denaro, senza prospettive, senza speranza. Temi solo abbozzati in quel disco, ma che meritavano, tuttavia, una più profonda focalizzazione, un diverso e più doloroso terreno emotivo. Erano storie simili che, però, riflettevano in modo diverso sulle anime perse che popolano i testi di Vlautin: meno romanticismo di quelle vite al limite, più disperazione di chi vive tutto ciò.

Se i protagonisti di Luck & Doom provavano amori tormentati e cercavano nella fuga una speranza, The Set Up fotografa, invece, il totale fallimento, la sconfitta, un’irrimediabile ed esiziale stasi, la morte come inevitabile conseguenza.

"Ti ho detto che mio padre è morto in macchina? Ha avuto un infarto nel parcheggio del negozio di liquori Lee. Una fila di abiti da mille dollari appesi a un palo sul sedile posteriore. Nel bagagliaio c'era tutto il resto che possedeva" canta Amy Boone in "Can You Get Me Out Of Phoenix", una delle meraviglie del disco. Un organo ipnotico e un pianoforte elettrico ondeggiano mestamente, mentre il suono più squillante della chitarra si espande, e la batteria di Sean Oldham crea trame minimal, le pause importanti quanto i colpi, una lezione magistrale di economia. Sulle note si muove la voce arresa della Boone, una femme fatale che ha visto più tramonti che albe, che canta nel cuore della notte di locali di mezza tacca, in cui il fumo e l’odore di alcool impregna i vestiti al pari di una malinconia agra.

La sontuosa produzione di John Morgan Askew assicura che ogni dettaglio sia messo in risalto con una chiarezza accattivante. L'album inizia con un’onda quieta di ottoni che si diffonde senza sforzo dagli altoparlanti in accordo con un organo solitario in sottofondo, mentre il lento ticchettio delle percussioni si fa strada. Ogni nota è di un nitore assoluto.

L'incipit è la prima di tre canzoni collegate, tutte recitate con la voce roca e sensuale di Boone, e ognuna intitolata The Set Up. Introduzioni che, nelle mani di qualsiasi altra band, sarebbero solo riempitivi, ma qui, presentate come sono, diventano parte integrante quanto le canzoni vere e proprie e i tre strumentali che le collegano.

"Dilaudid Diane" si presenta come uno dei momenti più dolorosi in scaletta: una canzone ispirata alla lotta contro la dipendenza e alle fragili vite dei giovani travolte dalla sua scia. Registrato dal vivo attorno a un unico microfono, il brano fonde sonorità doo-wop con la malinconia di una canzone folk di protesta, il tutto reso possibile dall'inconfondibile voce di Amy Boone. Quasi un poema sinfonico, brutalmente e splendidamente conciso. 

"Bloccata fuori Tijuana

Con un dente marcio e un occhio nero

Non avrebbe mai pensato di essere lei

Quella che si è lasciata andare

Dilaudid Diane

Dilaudid Diane

Diane era una ragazza seria

Correva attraverso il paese

Suonava il clarinetto nella banda musicale

Amava i film francesi"

 

"The Reckless Life" riempie gli spazi lasciati vuoti dalle altre canzoni, i fiati sono di nuovo splendenti, gli effetti wah-wah emergono cristallini dalla chitarra di Vlautin, e un’emozionante coda estesa con hammond e chitarra si fa abbracciare dal soffio vitale e malinconico degli ottoni.

E se "Walking with His Sleeves Down" vede la Boone in solitaria accompagnata da un pianoforte scarno e malinconico, che trova il suo contrappunto nella bossanova sensuale di "The Meter Keeps Ticking", le atmosfere ronzanti e ipnagogiche dello strumentale "The Last Time I Saw Her" chiudono con un tocco cinematografico l’ennesimo grande disco dei Delines, una band che, come nessun altra in America, sa creare musica che racconta la vita degli ultimi e delle classi disagiate con tanta passione, sincerità ed eleganza.

Gli emarginati di cui cantano i Delines probabilmente non ascolteranno mai queste canzoni, non sapranno mai che le loro vite disperate sono state trasformate in una poesia così cruda e intensa. Una contraddizione che, tuttavia, nulla toglie a questa splendida musica, che sa essere tanto cronaca sociale quanto emozionata elegia dei perdenti.

Voto: 8

Genere: Country Soul

 


 


Blackswan, martedì 24/03/2026

lunedì 23 marzo 2026

Night Moves - Bob Seger (Capitol, 1976)

 


 

Seconda traccia dall’omonimo album pubblicato da Bob Seger nel 1976, Night Moves parla di una giovane coppia che perde la verginità sul sedile posteriore di una Chevrolet. Seger afferma che la canzone è autobiografica, ma che si è preso qualche libertà nello scriverla, perchè la storia d'amore a cui è ispirata la canzone era avvenuta dopo gli anni del liceo. La ragazza di cui Seger si era innamorato aveva un fidanzato nell'esercito, e quando lui è tornato, lei lo ha sposato, spezzando così il cuore di cantante.

Comunque sia, il brano parla degli anni spensierati del liceo, della leggerezza e delle grandi speranze, della voglia di vivere e di amare, del sentirsi liberi e onnipotenti. Come in molte delle canzoni di Seger, c'è, però, anche, un tocco di nostalgia nel testo. Quando canta "Ed era estate, dolce estate, estate", il songwriter, infatti, non si riferisce solo al periodo dell'anno, ma anche a quella stagione della sua vita che fu la giovinezza, mentre nell'ultima strofa della canzone, mentre rievoca i ricordi e canta "con l'autunno che si avvicina", il riferimento è all'autunno dell'esistenza, all'invecchiamento.

A proposito di liriche, l’espressione "night moves" (mosse notturne) ha diversi significati, il che lo rende un titolo intrigante. Potrebbe significare "fare le mosse" a una ragazza sul sedile posteriore di un'auto, con esplicito riferimento sessuale, ma potrebbe riferirsi anche alle feste improvvisate che Seger e i suoi amici organizzavano nei campi di Ann Arbor, nel Michigan, quando accendevano i fari e ballavano al buio e ubriachi le loro "mosse notturne".

Seger si ispirò al film American Graffiti, uscito nel 1973, ma ambientato nel 1962. Raccontò: "Uscii dal cinema pensando: 'Ehi, anch'io ho una storia da raccontare. Nessuno ha mai raccontato com'è stato crescere nella mia zona'."

Quattro brani che confluirono nell'album Night Moves furono registrati ai Muscle Shoals Sound Studios in Alabama insieme alla Muscle Shoals Rhythm Section, e altri quattro ai Pampa Studios di Detroit, con la Silver Bullet Band di Seger. Ne serviva ancora uno per completare l'album, così il manager di Seger prenotò tre giorni ai Nimbus Nine Studios di Toronto con il produttore Jack Richardson.

Registrarono rapidamente tre brani che non furono poi così memorabili. Il chitarrista e il sassofonista di Seger se ne tornarono a Detroit, ma il resto della troupe continuò a lavorare su un brano su cui Seger aveva lavorato duramente da mesi: "Night Moves".

Quando il progetto cominciò a prendere forma, Richardson chiamò il chitarrista locale Joe Miquelon e l'organista Doug Riley per suonare nel brano insieme a Seger e ai due membri della band rimasti: il bassista Chris Campbell e il batterista Charlie Allen Martin.

"Night Moves" è anche l'unica traccia del disco ad avere dei cori femminili, per i quali furono frettolosamente reclutate Laurel Ward, Rhonda Silver e Sharon Dee Williams, un trio di Montreal che si trovava casualmente in città.

"Night Moves" fu un successo strepitoso per Seger, e fece conoscere il rocker del Michigan a un pubblico molto più vasto. Lui aveva acquisito notorietà nel proprio Stato di appartenenza fin dal suo primo album del 1969, che conteneva la solida hit "Ramblin' Gamblin' Man". Quella canzone raggiunse il numero 17 della Hot 100, ma negli anni successivi Seger faticò a ottenere un impatto nazionale.

La grande occasione arrivò nell'aprile del 1976, quando la sua etichetta, la Capitol, vedendo il successo di Frampton Comes Alive di Peter Frampton, pubblicò un album live di Seger, Live Bullet, registrato da due suoi concerti tenutisi a Detroit nel 1975. Fu il primo passo verso la gloria.

Quando Night Moves uscì nell'ottobre del 1976, i due album restano in classifica per più di un anno, ognuno dei due vendette più di cinque milioni di copie, e il singolo raggiunse la quarta piazza di Billboard. Il successo fu tale che l'addetto alle promozioni della Capitol, Bruce Wendell, disse a Seger: "Canterai questa canzone per tutta la tua carriera”. E così è stato.

 


 

 Blackswan, lunedì 23/03/2026

giovedì 19 marzo 2026

Don Winslow - L'Ultimo Colpo (HarperCollins Black, 2026)

 


Rapinare quel casinò è assolutamente impossibile. Ed è proprio questo che rende l’idea irresistibile per un leggendario rapinatore che rischia di trascorrere il resto della propria vita in prigione. Ma in fondo, quello che conta davvero è L’ultimo colpo. Per raggranellare qualche soldo, un adolescente ambizioso e intraprendente consegna alcolici illegali alle persone che compaiono su quella che lui chiama La lista della domenica; finché un poliziotto corrotto, un’affascinante cliente e un falso guru non minacciano di infrangere i suoi sogni. In una tavola calda, due uomini della mala raccontano Una storia vera. Sembrano solo battute e pettegolezzi, ma poi si scopre che toccherà a qualcun altro pagare il conto. Un poliziotto solitamente onesto si trova a dover scegliere tra la lealtà al suo lavoro e l’affetto per un cugino scansafatiche il cui destino è L’ala nord. Per il surfista-detective Boone Daniels e la sua squadra, la star del cinema che sono incaricati di sorvegliare durante La pausa pranzo è un problema. Ma anche lei ha un problema: qualcuno la vuole morta... E per finire, un singolo, terribile errore manda in prigione un devoto uomo di famiglia e mette in rotta di Collisione l’uomo che vuole essere e l’assassino che è costretto a diventare.

 

Un ritorno a sorpresa, quello di Don Winslow. Lo scrittore americano, autore di best seller come Le Belve, La Trilogia del Cartello, L’Inverno di Frankie Machine, etc, aveva, infatti, annunciato il suo ritiro dalle scene letterarie, per dedicarsi anima e corpo all’attivismo politico, una sorta di campagna elettorale anti-Trump in continuum, realizzata attraverso video pubblicati dalla sua Don Winslow Films.

Dopo Città In Rovine, che chiudeva la trilogia dedicata al fuorilegge Danny Ryan e la sua attività di scrittore, sono passati poco mano di due anni, e il romanziere americano torna nelle librerie con una raccolta di racconti, intitolata L’ultimo Colpo. Non è dato sapere, visto l’annuncio del 2024, se questi sei racconti, figli di un’inaspettata resipiscenza, siano stati concepiti negli ultimi mesi, o siano stati, invece, recuperati dai cassetti dello scrittore newyorkese e rifiniti per l’occasione. Comunque siano andate le cose, ben venga questa nuova pubblicazione, la cui ottima qualità farà tirare un sospiro di sollievo ai tanti appassionati che si sentivano orfani di quello che, a tutti gli effetti, è uno dei più grandi scrittori noir americani degli ultimi trent’anni.

Apre la raccolta, la novella che dà il titolo al libro (e forse si riferisce anche alla carriera di Winslow), il cui protagonista, John Highland, è un maturo gangster, in attesa di giudizio, ma già destinato a marcire in prigione per il resto della vita perché pluricondannato, che organizza un’ultima rapina, con pochi amici fidati, al cartello messicano. Una cinquantina di pagine in cui ritroviamo il miglior Winslow, la sua scrittura cinematografica, i colpi di scena, il ritmo serrato e un protagonista, delinquente, si, ma con un’etica vecchio stampo che ricorda la splendida figura di Frankie Machine.

La Lista Della Domenica si allontana dal consueto genere noir, per raccontare le vicende del giovane Nick McKenna, un ragazzo di belle speranze, che arrotonda il suo modesto stipendio, consegnando alcolici illegali, con l’intenzione di iscriversi all’università. Gli anni ’70, le velleità hippies, il semi proibizionismo del Rhode Island e il sogno americano sono al centro di una storia che scorre bene, ma che risulta meno incisiva del resto della raccolta.

Molto coinvolgenti sono L’ala Nord, storia di un poliziotto onesto che viene a patti con la mafia pur di salvare la vita a un cugino condannato a dieci anni di reclusione per aver provocato, completamente ubriaco, un incidente automobilistico mortale, e La Pausa Pranzo, che vede tornare all’opera il surfista e detective Boone Daniels e la sua Pattuglia Dell’alba, ingaggiati per proteggere un’arrogante e autodistruttiva divetta di Hollywood minacciata, parrebbe, da un presunto stalker.

Se questi quattro racconti funzionano benissimo, i migliori però, sono i due restanti. Una Storia Vera vede protagonisti due killer che fanno colazione in un diner e si raccontano esilaranti storie di mafia. Sembra di assistere a una sequenza cinematografica, a quei dialoghi che hanno reso leggendari film come Quei Bravi Ragazzi o Le Jene, e l’ironia è il motore che accende quaranta pagine assolutamente irresistibili.

Collisione con le sue cento pagine è il racconto più lungo e più avvincente del lotto. La storia è quella di Brad McAllister, marito devoto, padre affettuoso e manager in carriera, che subito dopo aver ricevuto una promozione estremamente redditizia, uccide un uomo, colpendolo violentemente al volto, dopo un litigio automobilistico. Condannato a undici anni di reclusione, si trova ad affrontare la dura e violenta legge del carcere, a cui sopravvive grazie alla protezione di Blanton, leader dei Black Guerrilla Family, egida sotto la quale si riuniscono i prigionieri di colore. Una volta scarcerato per buona condotta, si renderà conto che quella protezione non era affatto gratuita. Perché, quando Blanton viene a sua volta scarcerato, si presenta a riscuotere il debito, obbligando Brad a violare nuovamente la legge.

Per tutti coloro, come il sottoscritto, sentivano la mancanza dell’amato Don Winslow, L’ultimo Colpo è un’inaspettata e gradita sorpresa, una boccata d’aria in attesa di sapere se il grande romanziere americano abbia voluto uscire di scena, facendo un altro dono ai suoi lettori più fedeli, o se questo sia, invece, l’abbrivio per una seconda parte di carriera, che potrà ricominciare a pieno regime, magari, chissà, quando Trump perderà le prossime elezioni.  


Blackswan, giovedì 19/03/2026

martedì 17 marzo 2026

Archive - Glass Minds (Dangervisit, 2026)

 


Formatisi a Croydon, nel sud di Londra, nel 1994, gli Archive si sono evoluti da pionieri del trip-hop a uno dei fenomeni alternativi più rispettati d'Europa. Più di trent’anni di carriera e tredici album in studio, sono i numeri certificati di un collettivo che, segnato da numerosi cambi di line up, resta saldamente in mano ai due fondatori, Darius Keeler e Danny Griffiths, accompagnati ancora una volta dal sodale di lunga data, il produttore e ingegnare del suono, Jerome Devoise.

Registrato a Brighton, Londra e Parigi, Glass Minds segue l’ambizioso triplo album del 2022 Call To Arms And Angels, un’opera monumentale, sfaccettata, compendio perfettamente riuscito di trip hop, elettronica, rock, pop e industrial, condensati in un’ora e quarantacinque minuti quasi perfetti. Un vero e proprio gioiello di musica alternativa, a cui fa eco questo nuovo album, seguito naturale del suo predecessore, nonostante il minutaggio più ristretto (solo un’ora e venti) e una maggiore, seppur di poco, accessibilità melodica.

Anche Glass Minds è un disco inquieto, cupo, dal mood fortemente malinconico, ma qui e là si intravedono spiragli di pallida luce, che filtra attraverso un intreccio sonoro crepuscolare, come i raggi di un sole malato, algido, che non riscalda. Tuttavia, se Call To Arms & Angels conteneva una musica figlia del suo tempo, che rifletteva l'era pandemica in cui era stata scritta, e Glass Minds musicalmente sembra il suo fratello minore, allo stesso tempo ci troviamo di fronte, però, a un’opera meno disperata e claustrofobica, in cui prevale un approccio minimalista, più silente, ma egualmente potente, e, in alcuni momenti, più vicino al pop.

L’album inizia con l’inquietante strumentale "Broken Bits", un brano che sembra nascere tra le gelide luci al neon di un cantiere navale. La canzone si apre con il suono minaccioso e gutturale di quella che sembra essere una sirena sfiatata, le stratificazioni di synth portano aria contaminata, irrespirabile, prima che un riff ossessivo stritoli l’ascoltatore con la sua progressione ipnotica e glaciale, mentre lame elettriche fendono l’atmosfera. E’ pura claustrofobia, che risucchia in un malevolo sprofondo, che comprime il respiro, in un crescendo ossessivo che non lascia speranza.

Il battito ossessivo e militaresco della title track, suggerisce nuovi inquietanti scenari, mentre accordi di piano in minore punteggiano il cantato esile e spettrale di Lisa Mottram e una melodia flebile fluttua nel buio grazie a un efficace (e minimal) arrangiamento orchestrale. Il mood non cambia con la successiva "Patterns": lo sgocciolare del pianoforte, l’atmosfera malinconica e disperata, la ricerca dello spazio emotivo in un sottofondo che alterna elettricità e momenti di estasi sinfonica, ne fanno uno dei momenti migliori del disco, anche questo, però, perso nel cuore di una notte fonda e senza speranza.

"Look At Us" svela l'aspetto più rock degli Archive, mettendo in primo piano un riff di chitarre distorte e una ritmica incalzante, mentre i sintetizzatori fanno un passo indietro. Il cambio di texture aggiunge un contrasto dinamico all'atmosfera generale dell'album, le melodia è di una bellezza sinistra, la voce della Mottram in perfetto equilibrio tra timbro esangue e un’urgenza espressiva che morde la gola.

La voce di Pollard Berrier brilla in "When You're This Down" e offre una performance avvincente: il riff ripetuto è ipnotico e àncora il brano a un'atmosfera quasi trance e carica di suggestioni soul. "So Far From Losing You", che raggiunge quasi gli otto minuti, è una appassionata lettera d'amore (“Please sit and stare at me. Look right into me, look into you. And then you’ll see my love will be indistructible”), le voci di Lisa Mottram e Pollard Berrier si intrecciano magnificamente, esaltando l'aspetto emotivo del brano, costruito, nella prima parte, solo ed esclusivamente su partiture elettroniche efficacissime, per poi accelerare in un dolcissimo fluttuare malinconico quando entra la voce della Mottram.

Si accende un po’ di luce quando parte "Wake Up Strange", la cui melodia contagiosa, il cui DNA è riconducibile agli anni ’80 (ascoltate gli intrecci dei synth, minimali ma decisivi), rende il brano il momento più orecchiabile del disco insieme alla successiva e delicatissima "City Walls", che sembra uscita dalla penna magica di Sufjan Stevens e che commuove per la fragilità delle trame, così cristalline, così pure, così evanescenti. Una canzone splendida nella sua basilare semplicità: il tempo si ferma, eterno e caduco, come l’attimo di una rosa che sboccia.

"The Love The Light", così ossessiva, caotica e disperata sembra figlia dei Radiohead di Kid A, mentre le trame sinfoniche che avvolgono "Shine Out Power" arrivano con una forza grezza, un suono imponente e immediato che stringe le viscere, grazie a un andamento altalenante e drammatico, e a una voce cruda e bruciante, che risuona come una disperata richiesta d’aiuto.

Chiudono "Heads Are Gonna Roll", che vede alla voce il rapper Jimmy Collins in un esperimento riuscito di fondere elettronica spinta e hip hop, e la lunatica "Where I Am", una ballata dolce e scorbutica al tempo stesso, perfetta chiusura per un disco che tiene il passo del suo predecessore e mostra un livello di ispirazione toccato da imprimatur divino. 

Non un disco che si ascolta semplicemente, ma che si vive, attimo per attimo, canzone per canzone, emozione per emozione.

Voto: 9

Genere: Alternative, Elettronica

 


 


Blackswan, martedì 17/03/2026

lunedì 16 marzo 2026

Everything Zen - Bush (Atlantic, 1994)

 


Primo singolo in assoluto dei britannici Bush, "Everything Zen" si sviluppa attraverso un testo intricatissimo (scritto dal leader della band Gavin Rossdale), tanto che, a voler giocare un po’ con il titolo, bisogna avere la mente aperta e una pazienza zen per riuscire a cogliere tutte le allusioni, le citazioni e i rimandi in essa contenuti.

Nel verso "Raindogs howl for the century", Gavin Rossdale fa riferimento a due delle sue icone culturali preferite: Tom Waits e Allen Ginsberg. Rain Dogs, infatti, è il titolo di un album di Tom Waits pubblicato nel 1985, merntre Howl è una celebre poesia di Ginsberg datata 1955.

Il verso "There's no sex in your violence" deriva da un verso della canzone dei Jane's Addiction "Ted, Just Admit It...", e per Rossdale è un importante riferimento autobiografico, che fotografa gli anni della sua giovinezza, quando, inesperto musicista senza alcuna speranza di successo, viveva da sbandato, senza bussola etica, in un contesto in cui si respirava violenza tutto il giorno. “Ero perso e non sapevo dove stessi andando, cosa stessi facendo…” raccontò anni dopo in un’intervista “Avevo lottato per anni. E quel verso, "sesso e violenza", è un filo conduttore attraverso l'arte. Ho semplicemente deciso di inserirlo nel contesto di "Non c'è sesso nella tua violenza". È una sorta di convinzione personale, un mantra personale." Sarà.

Anche il verso "Minnie Mouse è cresciuta come una mucca, Dave è di nuovo in saldo" è una citazione musicale di livello e si riferisce a David Bowie, la cui canzone "Life On Mars?" contiene il verso: "Mickey Mouse è cresciuto come una mucca, Lennon è di nuovo in saldo".

Non solo. Questa canzone ha contribuito a far entrare la parola "stronzo" nel mainstream musicale. La prima strofa del brano, infatti, contiene il verso "Should I fly Los Angeles, find my asshole brother" ("Se volassi a Los Angeles, troverei il mio fratello stronzo"), che la maggior parte delle stazioni radio di quegli anni non censurò, perché, a differenza del decennio precedente, gli standard di volgarità accettabile si stavano notevolmente abbassando.

I Bush, per chi non ne conoscesse la storia, sono una band britannica, ma hanno avuto di gran lunga il loro maggior successo in America, dove questa canzone ha, per così dire, guidato la carica verso la gloria, seppur momentanea.

Nel dicembre 1994, una copia di "Everything Zen" arrivò su KROQ, un'influente stazione radio di Los Angeles. Il loro DJ Jed The Fish la nominò la sua "Catch Of The Day" e la canzone ottenne un'enorme risposta, tanto che cominciò a essere mandata in heavy rotation. Altre stazioni radio seguirono l'esempio, e MTV inserì il video nel suo palinsesto, cosi che in poco tempo la canzone prese gradualmente piede in tutto il paese.

I Bush colsero, quindi, l'occasione per fare un tour in America e suonare "Everything Zen" in diverse apparizioni televisive (tra cui il Late Night with David Letterman) e showcase radiofonici (tra cui il concerto di Natale acustico di KROQ). Alla fine del tour, nell'aprile del 1995, il riscontro mediatico era tale che iniziarono a suonare nelle arene.

In quel periodo, gruppi britpop come Oasis e Blur erano molto popolari in patria, ma faticavano a sfondare in America. Era il contrario per i Bush, che non riuscivano a vendere nella loro nativa Inghilterra (Sixteen Stone, l’album che contiene "Everything Zen", raggiunse solo il 42° posto nella classifica degli album del Regno Unito), ma che, invece, vennero accolti con entusiasmo negli Stati Uniti. Gran parte del successo americano a proprio a che fare con questa canzone, perché nonostante l'accento british di Gavin Rossdale, il brano suona molto americano, con un sound grunge pesante e un testo che parla di giovani delusi e disaffezionati, come nella miglior tradizione del Seattle Sound.

Una curiosità. Nel 1996, i No Doubt aprirono per circa tre mesi un tour americano dei Bush. Durante questo tour, Rossdale strinse una relazione amorosa con la cantante dei No Doubt, Gwen Stefani, tanto che i suoi compagni di band iniziarono a chiamare la canzone "Everything Gwen". Per la cronaca, Stefani e Rossdale convolarono a giuste nozze nel 2002, ebbero tre figli e divorziarono nel 2015.

 


 

Blackswan, lunedì 16/03/2026