lunedì 13 aprile 2026

Elles Bailey - Can't Take My Story Away (Outlaw Music/Cooking Vinyl, 2026)

 


Quando nel 2017, la britannica Elles Bailey pubblicò il suo album di debutto intitolato Wildfire, era facile intuire di trovarsi di fronte a una musicista di raro talento, pronta a guadagnarsi la ribalta, sia in ambito locale che internazionale. L’allora ventottenne aveva già le idee chiare, idee che nascevano da quel suo sguardo appassionato dritto verso le terre americane, di cui amava in modo viscerale la tradizione blues e soul. Quell’esordio, per nella sua integrità accademica, palesava un’inaspettata freschezza emotiva e metteva in mostra le doti vocali di una ragazza per la quale si sprecarono illustri paragoni con Janis Joplin e Beth Hart.

Da quell’anno, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchio, e la Bailey non solo ha confermato tutte le sue potenzialità, ma si è creata una sempre maggiore evidenza mediatica che l’ha portata a vincere con il suo disco del 2025, Beneath The Neon Glow, il premio come Miglior Vocalist Blues del Regno Unito e quello per il Miglior Album dell’anno. E non c’è da stupirsene.

La Bailey si circonda sempre di grandi musicisti, scrive testi sopraffini ed è un’interprete formidabile, grazie a un timbro roco intriso di soul e all’autenticità che traspare della sua musica. 

Questo nuovo You Can’t Take My Story Away si discosta dai precedenti concentrandosi sul tema della vulnerabilità, affrontato con grande onestà e trasporto. Gli undici brani che compongono You Can't Take My Story Away parlano, infatti, di come superare le difficoltà, riscoprire la fiducia in se stessi e affrontare il dolore di una delusione amorosa con coraggio e speranza. Al fianco della Bailey, il produttore Luke Potashnick che ha cesellato con grande eleganza tutti i brani, mettendo in risalto la consueta prova vocale della cantante, qui, intensa come mai, grazie a un pathos che da intimo si fa universale. 

La sua vulnerabilità e la sua forza si fondono in un mix esplosivo, come è del tutto evidente nell’iniziale title track, un brano soul, completo di fiati e coristi, levigato da una band affiatata che sembra suonare insieme da anni. Sostenuta da una melodia accattivante, la canzone parla di lasciarsi alle spalle una relazione tossica e uscirne vittoriosi (“There’s a Moment After All The Hurt, When You Finally Learn To Accept”).

"Growing Roots" è un altro brano notevole, che cavalca un ritmo funky e atmosfere anni '70, insufflando buon umore e pensieri positivi, mentre la Bailey canta di lasciar andare una storia d'amore, arrendersi all’inevitabile e trovare la propria strada. La sua voce scivola senza sforzo dal registro basso e profondo a quello più acuto, e grazie agli interessanti cambi di registro, al ritmo percussivo e alla chitarra essenziale, la canzone si sviluppa in modo impeccabile.

Sono numerosi i brani che lasciano amare fin dal primo ascolto. "Blessed", ad esempio è una ballata dalla melodia incantevole, accompagnata da archi, chitarra acustica e una sezione ritmica formidabile. È una canzone capace di toccare il cuore in un istante, una canzone che parla dell'essere amati per quello che si è, e che trova il suo punto di forza in un arrangiamento che fonde con misura e garbo il soprano melodioso della Bailey al basso acustico, alla batteria sobria e ai cori azzeccatissimi.

Da menzionare anche "How Do You Do It" canzone dalle atmosfere paludose in stile Little Feat, punteggiata da un pianoforte in stile New Orleans e dalla chitarra slide, e un paio di brani rock come "Take A Step Back" e "Angel", entrambi screziati di soul, in cui emerge il lato più aggressivo della cantante.

L'album si conclude con "Starling", una ballata per pianoforte, degno finale per una raccolta di canzoni senza una sbavatura, e brano simbolo dei temi affrontati in scaletta: qualunque cosa la vita ti tolga, la tua storia e i tuoi sentimenti restano tuoi.

Can't Take My Story Away è l’ennesima conferma di Elles Bailey come cantautrice e interprete di grande talento, capace di indagare a fondo la propria anima, offrendo un pugno di brani che bilanciano forza e vulnerabilità con una consapevolezza e un controllo impressionanti.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Blues, Soul

 


  


Blackswan, lunedì 13/04/2026

mercoledì 8 aprile 2026

The Gems - Year Of The Snake (Napalm Records, 2026)

 


Se ciò che amate è un rock onesto, sparato, molto melodico e con ovvi riferimenti ai decenni ’70 e ’80, richiamati, però, come fonte d’ispirazione e non come pedissequo copia incolla, il secondo album delle svedesi The Gems è quello che fa per voi.  

Già il precedente Phoenix, uscito nel 2024, aveva attirato l’attenzione su questo power trio tutto al femminile, che buttava il cuore oltre l’ostacolo con una musica, certo derivativa, ma interpretata con piglio sanguigno e con la consapevolezza di chi crede ancora che il rock non sia solo territorio per vecchi nostalgici, ma sia in grado di infiammare il cuore di giovani fan, pronti a suggerire al proprio papà che c’è ancora vita oltre i Led Zeppelin.

A differenza del suo predecessore, Year Of The Snake risulta essere meglio prodotto e più centrato sulla melodia e gli anni’80, ma mantiene comunque quella eterogeneità che rende l’ascolto divertente e, soprattutto, avvincente.

Si parte come di consueto con un brano, in questo caso intitolato "Walls", che si discosta dal resto della scaletta, quasi fosse uno specchietto delle allodole per condurre gli ascoltatori altrove: synth, voci sovrapposte e una melodia pop immediata. 

Un carezza prima della bordata della title track che parte sparata come una canzone dei Motorhead, prima di aprirsi in un refrain a la Halestorm da cantare tutti insieme sotto il palco, mettendo fin da subito in mostra le qualità tecniche di tre ragazze cazzute assai: Emlee Johansson alla batteria pesta come un martello pneumatico, Mona Lindgren al basso e alla chitarra fa il diavolo a quattro, e la cantante Guernica Mancini sprinta alla grande, con un’estensione forse non esagerata, ma con una grinta che mette a sedere tutti.

Non è tempo di detergersi il sudore dalla fronte, perché la scaletta continua con l’accattivante "Gravity" (con cameo di Tommy Johansson dei Sabaton), un tirato hair metal che gira a mille dalle parti degli Europe e la più pesa "Diamond In The Rough", trainato da un riffone alla Whitesnake e corroborato da una prova vocale spaccatutto dell’ottima Mancini. "Live And Let Go" è, invece, il prototipo di hit radiofonica e manda a memoria la lezione dei Def Leppard di Pyromania: è potente, veloce, orecchiabile e mette in mostra un incredibile lavoro alla chitarra della Lindgren.

E se "Clout Chaser" esalta l’attitudine innodica della band, rispolverando quei tropi rock alla Joan Jett, un po’ usurati, ma sempre efficaci, "Hot Bain" è un incalzante boogie rock che mette un piede in Texas e fa ciao ciao con la manina agli ZZ Top.

La seconda parte del disco è meno incisiva della prima, ma si ascolta che è un piacere. "Forgive And Forget" è una power ballad da pilota automatico inserito, ma coinvolgente grazie alle consuete e scintillanti linee vocali della Mancini, il riff saltellante di "Go Along To Get Along" chiama ancora in causa i Whitesnake, "Fire Bird" riesuma la sfacciataggine aggressiva dei Motley Crue, "Buckle Up" è un rock blues col ringhio stampato in faccia, mentre la conclusiva "Happy Water" è un furiosa sciabolata hard rock con una spolverata di cazzimma quasi punk, che chiude il disco con una zampata che lascia il segno.

Year Of The Snake ha perso un po’ dell’effetto sorpresa che aveva entusiasmato con Phoenix, ma, per converso, mette in mostra le doti consolidate di un trio che sa spingere sull’acceleratore senza perdere di vista un irresistibile impianto melodico, e rifinisce ulteriormente uno stile, a due passi dall’essere veramente distintivo.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Hard Rock 




Blackswan, mercoledì 08/04/2026

martedì 7 aprile 2026

Unwritten - Natasha Bedingfield (BMG, 2004)

 


Una canzone pop irresistibile, una progressione melodica uncinante, ma anche un allegro testo motivazionale, coinvolgente e buono per tutte le occasioni. "Unwritten" parla di vivere la vita al massimo, di non pianificare tutto, perché non si sa mai cosa può succedere. Ogni giorno è una pagina bianca e sta a noi riempirla. La canzone trasmette l'idea di tenere gli occhi aperti per tutte le possibilità che la nostra vita ci regala e di essere pronte ad afferrarle.

Natasha Bedingfield ha dichiarato alla rivista Seventeen che questa canzone parla di "non preoccuparsi e basta". Ha spiegato: "Ho iniziato ad avere dei veri sogni a 17 anni, ma avevo sempre paura che la gente mi prendesse in giro. Alla fine ho detto: 'Va bene. Scriverò canzoni, anche se sono brutte. Continuerò a scrivere finché non diventerò brava'".

E così è stato: alla fine Natasha è diventata una star proprio grazie a "Unwritten" (numero uno nelle classifiche inglesi), un brano dal retroterra in qualche modo autobiografico e personale.

Il fratello di Natasha Bedingfield, Daniel Bedingfield, cantante molto noto in Gran Bretagna, ha collezionato una serie di successi all'inizio degli anni 2000 e in ogni intervista che rilasciava, elogiava la sorellina. I suoi continui elogi hanno portato Natasha a trasferirsi a Los Angeles per lavorare con dei guru della composizione. Un'esperienza fantastica per la sua carriera, ma che la allontanò dal fratellino Joshua, che stava per compiere quattordici anni. Impossibilitata a essere presente al compleanno e a fargli un regalo, la Bedingfield ha fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi pop star: ha scritto una canzone per lui.

"Unwritten" è quindi una canzone scritta pensando a un quattordicenne, un’età in cui vuoi disperatamente essere preso sul serio, ma allo stesso tempo tutti ti chiedono cosa farai della tua vita. E’ un grido di liberazione dalle catene delle aspettative, un’ode alla pagina bianca che rappresenta il futuro di ogni bambino, un futuro che aspetta solo di essere scritto.

Tuttavia, per quanto il tema sia personale, la canzone, nel tempo, ha acquisito significati diversi a seconda di chi l’ascolta. In un’intervista a PopEater, Natasha disse: "Ho scritto 'Unwritten' per mio fratello, per il suo 14° compleanno, era una canzone molto personale. La sua vita mi ha ricordato come le persone ci facciano sentire come se dovessimo avere già tutto sotto controllo. Dobbiamo già scegliere quale università frequentare, quale materia studiare, e non sappiamo ancora molto della vita. Quindi quella era una storia molto personale sulla mia vita, sulla sua vita… È stato, però, fantastico incontrare persone per cui la canzone significava altro. Molti l'hanno suonata alla loro laurea, altri la suonano ai loro matrimoni, eccetera."

Il brano fu scritto dalla Bedingfield insieme alla songwriter Danielle Brisebois, insieme alla quale convisse per un certo periodo. Il ritornello è stato ispirato da un giorno in cui Brisebois non era riuscita a prendere l'autobus ed era rimasta inzuppata sotto un acquazzone. Eppure, si sentiva fortunata: tutte quelle persone in autobus o in macchina si stavano perdendo la semplice gioia della pioggia sulla pelle. 

"Unwritten" gioca un ruolo importante nella commedia romantica del 2023 Anyone But You (Tutti Tranne Te), una rivisitazione moderna di Molto Rumore per Nulla di Shakespeare. La canzone viene suonata e cantata da diversi personaggi durante il film e, mentre scorrono i titoli di coda, il cast canta a squarciagola il testo, un giocoso omaggio ai finali festosi delle commedie di Shakespeare. Grazie alla sua sincronizzazione con "Anyone But You", la canzone è tornata nella Top 40 della classifica dei singoli del Regno Unito nel gennaio 2024, raggiungendo infine il 12° posto.

 


 

 

Blackswan, martedì 07/04/2026

giovedì 2 aprile 2026

The Black Crowes - A Pound Of Feathers (Silver Arrow, 2026)

 


Quando nel 2024, dopo uno iato lungo undici anni, i Black Crowes sono tornati sulle scene con Happiness Bastards, nel recensire l’album, il nostro Jacopo Bozzer (Loudd.it) scriveva che quello era “il disco più diretto e rock and roll dei Black Crowes dai tempi di By Your Side”. In poche parole, coglieva l’essenza di un ritorno sulle scene, il cui risultato finale non era per niente scontato.

Come altre band formate da fratelli (qualcuno ha detto Oasis?), la storia dei Black Crowes, prima dello scioglimento, era stata caratterizzata dai continui litigi fra Chris e Rich Robinson, due con se le mandavano a dire e, talvolta, se le dicevano a schiaffoni. Poi, dopo aver dedicato anni alle proprie rispettive carriere e a ignorarsi con distaccato disprezzo, il miracolo è avvenuto e i due ragazzacci hanno provato a vedere l’effetto che fa a condividere il palco e a scrivere di nuovo canzoni insieme. Il risultato, come detto, non era scontato, tanto che i più sospettosi, all’annuncio che il leggendario marchio di fabbrica stava per essere rispolverato e tirato a lucido, già suggerivano che la riappacificazione fosse suggerita da motivazioni, ça va sans dire, di opportunità economica. E invece…

Invece, la riconciliazione tra Chris e Rich Robinson ha portato nuova linfa alla loro musica, innescando nuovamente una miccia rock’n’roll per un’esplosione di energia che non si ricordava da tempo. Così, a volerci scherzare un po’ su, parafrasando l’amico Bozzer, verrebbe da dire che questo nuovo A Pound Of Feathers è il disco più diretto e rock’n’roll dai tempi di Happiness Bastards. Perché se quel ritorno era dannatamente scoppiettante, il sophomore della rinascita lo è anche di più.

Eccoci qui, allora, trentasei anni dopo l’esordio Shake Your Money Maker, a parlare di una band che sembra più affamata che mai. La qualità del songwriting è, come sempre, brillante, ma questa nuova uscita trasuda una grinta che ha alzato l'asticella rispetto a quanto fatto prima, catturando il lato selvaggio dei loro concerti e distillandolo in studio senza perdere un grammo della loro salvifica ruvidezza. Ritroviamo senza dubbio l'arroganza alla Rolling Stones e le armonie southern rock di un tempo, ma la grinta aggiunta riflette un equilibrio tra la rabbia che la maturità porta con sé, quando si riflette sul mondo, e la sicurezza in sé stessi che offre una base più solida rispetto alla presunzione giovanile (e quanto dannatamente tracotanti erano i giovani Black Crowes?).

E’ proprio questa la carica che i fratelli Robinson hanno fatto esplodere nel brano d'apertura e singolo principale "Profane Prophecy": lo spirito di Jagger e Richards è palpabile, ma la belligeranza della voce e la grinta del riff aggiungono un tocco selvaggio, carico di pericolo ed eccitazione, che gli Stones sembrano essersi lasciati alle spalle molti anni fa.

C’è un lato rozzo e feroce che marchia a fuoco fin dall’inizio l’intera scaletta, uno sfacciato esibizionismo e un dissolutezza che ci si aspetterebbe da una band molto più giovane, come se quel marchio di “salvatori del rock’n’roll” dato negli anni ’90 alla band, tornasse nel cuore dei due fratelli con un’urgenza indifferibile.

Non stupisce allora che il disco continui con "Cruel Streak", un blues rock sfrontato che è una vera e propria dichiarazione d'intenti, un’onda in piena che tutto travolge, mentre l’ascoltatore trattiene il fiato, pervaso dall’inquietudine di trovarsi di fronte a tanta rabbiosa cattiveria (ascoltate come canta infoiato il buon Rich: brividi!).  

C'è molto da celebrare in A Pound Of Feathers, molte canzoni da tenersi strette per la conta finale, quella che stabilirà il miglior disco rock dell’anno. "Pharmacy Chronicles" rallenta il passo attraverso un ballatone cinque stelle prevalentemente acustico, che offre una progressione melodica da lasciare senza fiato, e mentre la goduria dell’ascolto solleva verso terra, la scalciante "Do The Parasite!" colpisce alla bocca dello stomaco con un’irruenza garage punk, difficile da trovare in tutta la discografia dei Black Crowes.

Quattro canzoni da punto esclamativo, che basterebbero da sole a convincere qualsiasi neofita ad acquistare in blocco l’intera discografia della band.

Di carne al fuoco, però, c’è ne molto altra e la grigliata non è finita. Per dire: esiste gente che venderebbe la mamma per scrivere "High & Lonesome", un mid tempo che fonde nervature soul e atmosfere desertiche, scartavetrate da una chitarra acida di psichedelia.

Breve ma intensa, "Queen Of The B-Sides" aggiunge alla scaletta un blues acustico dalle sfumature country, prima che il gruppo si scateni con "It's Like That", un rock assassino, figlio degli Stones più sporchi e sguaiati e con "Blood Red Regrets", oscura e tempestosa, ruvida al punto di scartavetrare padiglioni auricolari non abbastanza scafati. E se "You Call This a Good Time?" parte a razzo come nella miglior tradizione Ac/Dc, i riff sinuosi di "Eros Blues", sparigliati da una fremente tensione hard rock, anticipano la suspense inquietante e le atmosfere torbide della conclusiva "Doomsday Doggerel", chiosa benedetta dagli effluvi allo zolfo di un patto col diavolo.

Già, perché i fratelli Robinson, per tornare a questi livelli d’ispirazione, a qualcuno, l’anima, devono per forza averla venduta. Se no, non si spiegherebbe un disco come A Pound Of Feathers, che non solo conferma che i Black Crowes sono tornati alla grande, ma, azzardo, anche nella loro miglior versione dai tempi di una giovinezza che, oggi, sembra diventata eterna.

Voto: 9

Genere: Rock

 

 



Blackswan, giovedì 02/04/2026

martedì 31 marzo 2026

Jay Buchanan - Weapons Of Beauty (Sacred Tongue, 2026)


 

Isolarsi dal resto del mondo, lontano dalla rutilante vita cittadina, per cercare la giusta ispirazione, per ritrovare se stessi, per dare risposte a quelle domande che ci rincorrono da sempre, con quel carico di dubbi, quell’alternarsi di smarrimento e inquietudine, che richiedono una sospensione, un momento di stasi e di pace interiore. Lo aveva già fatto, anni fa, era il 2007, Justin Vernon, alias Bon Iver, durante un inverno passato nella capanna del padre, nel Wisconsin, in cui partorì il meraviglioso For Emma, Forever Ago.

Allo stresso modo, un anno fa, Jay Buchanan, frontman dei Rival Sons, si è ritirato nel deserto del Mojave per trascorrere un periodo di isolamento e lavorare a nuova musica, che è confluita in questo Weapons Of Beauty, il suo primo album solista. Ed è proprio l’isolamento a dare il tono generale alla scaletta, che vive sulla sovrapposizione di due diversi spazi, che poi finiscono per fondersi e convivere. Da un lato, la bellezza mistica del deserto, un luogo aspro e selvaggio dalle reminiscenze cinematografiche, che suggerisce spiritualità, che affascina attraverso la forza brutale ed epica di una natura ancora indomita; dall’altro, il proprio spazio interiore, dilatato da una solitudine che impone riflessioni, che accumula pensieri, che illumina il proprio percorso esistenziale.

Con Weapons of Beauty, Jay Buchanan, offre un album solista intimo e maturo che abbandona l'energica arroganza della sua rock band per qualcosa di più emotivamente sincero. Attingendo a radici, blues, americana, gospel e soft rock, il disco sfugge a facili classificazioni di genere.

Prodotto da Dave Cobb, collaboratore di lunga data dei Rival Sons, e sequenziato da Scott Cooper, Weapons of Beauty esce dal cuore del deserto con una struttura scarna e priva di orpelli, per vedere successivamente la luce, con le canzoni maggiormente rifinite, grazie al contributo del bassista Brian Allen, del batterista Chris Powell, del tastierista Philip Towns e dei chitarristi Leroy Powell e J.D. Simo.

Se la solitudine e il deserto sono stati il carburante nobile dell’ispirazione, è la scrittura di Buchanan, così semplice ed efficace, così appassionata e melodica, ad essere una delle armi vincenti di questo emozionante album.

L'atmosfera è immediatamente definita dal brano d'apertura, "Caroline", una ballata ariosa e dalle sfumature country, che ricorda il Jason Isbell più acustico e verace, e che risulta al contempo dolce e introspettiva. La voce di Buchanan si muove con disinvoltura tra potenza e fragilità, con un’intensità espressiva che lascia senza fiato.

Nei dischi dei Rival Sons, Buchanan ha ripetutamente dimostrato un controllo impeccabile della voce, capace di suonare in modo carezzevole quando il testo richiede un tocco più delicato o di scatenarsi, quando la canzone esige tutta la sua potente estensione.

In "Weapons" il vocalist abbandona ogni posa da rocker e lascia fluire la voce come se fosse un’estensione del cuore, raggiungendo risultati impressionanti in "Sway", vertice del disco e una delle ballate più emotivamente coinvolgenti ascoltate quest’anno. Mentre canta, rivolto alla propria moglie, “Ti voglio ora, finché siamo ancora giovani, e ti voglio da vecchia”, la potenza dell’amore si espande insieme alla voce di Buchanan, diventando quasi tangibile, mentre la strumentazione si abbandona a un intenso crescendo.

In tutto il disco, la produzione di Dave Cobb mantiene saldamente l'attenzione sul cuore della melodia e sull’interpretazione vocale di Buchanan, esaltando entrambe attraverso un’orchestrazione misurata ed evocativa. Ciò è evidente in uno dei brani più significativi dell'album, "Deep Swimming", una canzone che utilizza un ritmo incalzante per accentuare, con successo, il lirismo introspettivo di liriche che meditano sui temi della memoria e della famiglia.

Un ampio e avvolgente tocco cinematografico pervade l'intero album, cosa particolarmente evidente nel country soleggiato di "Tumbleweeds", un bravo che evoca le vaste pianure di un paesaggio che si materializza innanzi ai nostri occhi, lasciando che la fantasia attraversi il deserto a volo d’uccello.

Morbida e carezzevole nei suoi incisi soul, "Shower of Roses" riflette sulla bellezza intesa sia come dono che come doloroso promemoria della caducità della vita, catturando la tensione tra gioia e dolore. Il testo allude anche al rapporto di Buchanan con la vita sotto i riflettori e al suo desiderio di autenticità: "Quando la folla se n'è andata, Le luci si spengono sul palco, Quando cala il sipario, Vuoi solo che dicano, Che non hai mai preso più di quanto hai dato".

E se "The Great Divide" riecheggia lo spirito dei Fleetwood Mac degli anni '70, trasmettendo un'atmosfera malinconica venata da una quieta urgenza, la cover che Buchanan fa di "Dance Me to the End of Love" di Leonard Cohen è avvolta di tensione soul, che infonde nel brano un’essenziale intensità. 

Il culmine emotivo dell'album arriva con il finale catartico della title track, voce e pianoforte a dispensare una vulnerabilità traboccante di emozioni, quelle emozioni che nascono dalla bellezza, sia nell’amore che nell’arte, e che sono un’arma per resistere di fronte ai momenti difficili della vita.

Alla fine del brano, si sente il piede di Buchanan che si toglie dal pedale del pianoforte e, quindi, il silenzio. Il silenzio del deserto, il silenzio della solitudine, il silenzio come spazio nel quale fluttuano i palpiti appena provati.  

Voto: 8

Genere: Americana




Blackswan, martedì 31/03/2026