venerdì 10 luglio 2026

Liz Moore - Le Canzoni Di New York (NN Editore, 2026)

 


New York, anni Duemila. Jax è la direttrice della famosa etichetta Titan Records, che gestisce in maniera inflessibile e competitiva, sempre alla caccia di nuovi cantanti da mettere sotto contratto. Finora la Titan ha potuto contare sul successo di Tommy Mays e la sua band, ma le mode musicali cambiano in fretta e bisogna essere pronti a intercettare i gusti del pubblico. Lo sa bene Theo, il talent scout che ha appena scommesso su un nuovo gruppo, i Burn, a cui ha chiesto di aprire gli ultimi concerti di Tommy Mays. Ma il cammino verso la fama è un continuo saliscendi, e Jax dubita che i Burn abbiano le carte in regola per farcela. Lei punta tutto, invece, sulla giovane, bella e talentuosa Lenore Lamont, che sembra immune da dubbi e paure. Finché il peso delle aspettative e una delusione d’amore risvegliano le fragilità della ragazza, proprio alla vigilia della sua occasione per conquistare il grande pubblico. "Le canzoni di New York" alterna le voci di protagonisti e comprimari sullo sfondo della città dei sogni, e ci rivela il lato nascosto dell’industria musicale, tra slanci, debolezze, compromessi, e i colpi di scena che, in un istante, possono trasformare un fallimento in una leggenda. Con il suo sguardo carico di umanità, Liz Moore ci riporta a quell’attimo inebriante in cui le luci si abbassano, cala il silenzio ed è tempo di esibirsi sul palcoscenico della propria vita.

 

E’ stato l’ultimo a essere pubblicato in Italia in ordine di tempo, ma Le Canzoni di New York è in realtà il primo romanzo di Liz Moore, che vide la luce negli Stati Uniti nel 2007 con il titolo, di gran lunga più bello, di The Worlds Of Every Song.

L’autrice de Il Peso, poetica storia di solitudini che trovano salvezza, de I Cieli Di Philadelphia, poliziesco sui generis, trasformato poi in serie tv (Long Bright River, dal titolo originale) e del best seller Il Dio Dei Boschi, una saga familiare declinata come un thriller (dell’anima), prima di avere successo come romanziera, tentò senza grande fortuna la carriera di musicista, pubblicando un disco, Backyards, tra l’altro molto bello, che potete ascoltare su Spotify.

Le Canzoni di New York trae spunto da quella esperienza, avendo come fulcro della narrazione la casa discografica Titan, una major intorno alla quale ruotano numerosi personaggi, fotografati, nel 2004 (unico riferimento temporale è la morte di Ronald Reagan) in una New York febbrile e muta testimone della storia.

Non siamo però di fronte a un romanzo che parla solo di musica, per quanto le quasi trecento pagine siano zeppe di riferimenti che faranno la gioia degli appassionati. In realtà, la Titan è il centro catalizzante da cui si sviluppa una ragnatela personaggi, in qualche modo legati all’etichetta, ma ognuno con una propria storia alle spalle. Storie di perdite, di lutti, di dolore, di amori impossibili, di amori collassati, di amori fugaci o amori eterni, di speranze, di aspirazioni, di fragilità e debolezze insanabili.

La Moore crea, con sopraffina abilità narrativa, un intreccio di vite che suonano come una sinfonia cacofonica di strumenti mal accordati, il cui suono, alla fine, per quanto sgraziato o fuori tempo, riesce a creare una musica che ha che fare più con l’anima che con le note.

Ciò che colpisce maggiormente è la straordinario approfondimento psicologico di un pugno di personaggi, musicisti o aspiranti tali, produttori, critici musicali (a cui davvero non risparmia nulla) e fan, la cui umanità, spesso crogiolo di contraddizioni, è tratteggiata con il consueto stile asciutto, capace di elevarsi a pura poesia con poche, semplici parole.

Il finale del romanzo è un appassionato omaggio a tutti coloro che amano la musica, a quelli che conoscono il potere lenitivo di una canzone, e sanno che, giorno dopo giorno, è un fiorire di note a rendere più bella la vita.

 

Blackswan, venerdì 10/07/2026

mercoledì 8 luglio 2026

Bleachers - Everyone For Ten Minutes (Dirty Hit, 2026)

 


Il nome di Jack Antonoff è noto agli appassionati di musica per essere uno dei produttori più richiesti sul mercato, avendo collaborato con artisti di fama mondiale quali Lana Del Rey, Taylor Swift, 1975, St. Vincent, etc. Molti di meno sanno che il musicista originario del New Jersey è anche il padre padrone del progetto Bleachers, band arrivata oggi alla pubblicazione del quinto album in studio.

In Everyone For Ten Minutes, Antonoff si concentra concettualmente sul mondo dei social, sul modo in cui lui stesso viene percepito online, sulla frustrazione di mantenere legami autentici e uno spirito creativo in una società dominata dal deficit dell’attenzione, che annienta l'anima delle persone. Il produttore incanala questo disagio e il suo desiderio di superarlo nel suo lavoro più ambizioso fino ad oggi, quantunque la sua musica non riesca mai davvero a liberarsi della tendenza a rendere omaggio alle costanti fonti d’ispirazione (soprattutto Springsteen) finendo per creare soundscapes spesso deliberatamente stereotipati.

L'impegno di Antonoff nel compiere scelte stilistiche più coraggiose questa volta è decisamente ammirevole, soprattutto in contrasto con l'ultimo lavoro del suo gruppo, Bleachers del 2024, che procedeva con il pilota automatico innestato. Questo nuovo lavoro, infatti, incorpora anche elementi country, soul, gospel, shoegaze, e svariati campionamenti, che rendono l’ascolto decisamente più seducente. Lui stesso sembra molto più desideroso di mostrarsi vulnerabile rispetto a prima, è questo è decisamente un cambiamento notevole rispetto alla piacevole accessibilità che caratterizzava i suoi lavori precedenti.

Il tentativo, poi, di utilizzare un tema attualissimo come la tecnologia che sconvolge l'intimità e la veracità nelle nostre relazioni funge da intrigante cornice tematica per la sua produzione consapevole e sicura. E Antonoff fonde la tensione tra questa alchimia creativa e l'ansia incombente non solo nel suono e nel tema dell'album, ma anche nella sua estetica: Everyone For Ten Minutes prende il nome da un'impostazione di AirDrop che consente a chiunque di condividere file con altri per soli dieci minuti e la sua austera copertina in bianco e nero raffigura Antonoff, a torso nudo e con la testa rasata, curvo in preda a qualche smarrimento emotivo.

Nonostante la sua energia irrequieta, l'urgenza e l'attualità tematica, Everyone For Ten Minutes si perde in un’eccessiva serietà che si scontra con le intenzioni di fondo, e nonostante si faccia apprezzare per la volontà di uscire da una consolidata comfort zone, gran parte del tentativo di innovarsi finisce per rientrare dell’alveo delle sue affettazioni springsteeniane: l’abbondanza di coretti, gli assoli di sax, i riferimenti al New Jersey e i suoni che, spesso, mirano a incarnare un’epicità nota a tutti fan del boss. Insomma, Everyone For Ten Minutes sono i Bleachers al quadrato, un territorio familiare reso più grande e più ampio, ma non necessariamente più profondo.

Nonostante il costante riferimento alle proprie influenze, l'eclettica venatura della scrittura di Antonoff riesce talvolta a sorprendere. L'album si apre, ad esempio, con "Sideways", un inno all'amore, la cui atmosfera trasognata da stadio rock funge da àncora avvincente per l'affetto del musicista verso la sua compagna, Margaret Qualley. "The Van" rielabora il soul-pop di Just Don't Want to Be Lonely dei Blue Magic, trasformandolo in un'affascinante e piacevole introduzione ai ricordi dei primi tour della band. "You And Forever", grazie al cantato da crooner e all’atmosfera sognante è una canzone che si fa ricordare a lungo dopo l’ascolto, così come "Upstairs At Els", che incorpora scintillanti sonorità new wave e la splendida "I’m Not Joking", in cui l'organo avvolgente e il delicato clavicembalo conferiscono alla melodia una qualità genuinamente soul.

Come per la maggior parte del lavoro dei Bleachers, Antonoff rimane incredibilmente tenace nel suo intento di creare album che mirano a suonare e a trasmettere un senso di grandezza, e a rileggere certe fonti d’ispirazione (Springsteen) da un’angolazione tutta sua. Insomma, i Bleachers sembrano felici di fare la musica che amano senza preoccuparsi di apparire ripetitivi o fuori fuoco rispetto agli obbiettivi che si sono prefissati.  

In tal senso, Everyone For Ten Minutes, nonostante un approccio più in linea con lo spirito del tempo e una produzione su scala più ampia, resta un buon disco ma anche un’occasione mancata: formalmente impeccabile, cristallino nei suoi riferimenti musicali, ma con meno cuore di quanto ci si potrebbe aspettare da chi, non più tardi due anni fa, ha scritto una delle più belle canzoni di Natale di sempre: "Merry Christmas, Please Don’t Call". Le carte in regola per un grande disco ci sono, serve solo un po’ di coraggio in più.

Voto: 7

Genere: Indie Rock, Pop

 


 


Blackswan, mercoledì 08/07/2026

lunedì 6 luglio 2026

Bryan Andrews - The Older I Get (Disruptor Records, 2025)

 


 

Musicista country originario di Carrollton, Missouri, Stati Uniti, noto per la sua voce roca, le sue radici rurali e le sue idee politiche di sinistra che sfidano le norme tradizionali della musica country, Bryan Andrews si è costruito un seguito di aficionados, pubblicando online clip schiette e politicamente impegnate che prendono di mira gli eccessi dei miliardari e al contempo difendono i programmi SNAP (un'assistenza alimentare federale per famiglie a basso reddito, conosciuto anche come "buoni pasto").

Andrews è uno che ci mette sempre la faccia, che non ha paura di dire cose, per cui, per come vanno le cose negli Stati Uniti in questo periodo, si rischia anche la galera. Lui, però, è incazzato nero, e resta sulla barricata, costi quel che costi. In un mondo musicale, oltretutto, come quello del country, reazionario e conservatore, che tollera ben poco posizioni di sinistra e non si abbandona certo a standing ovation per chi critica il sistema Trump.  

"The Older I Get" è una canzone recentissima, la sua più famosa. Suona come un brano country (con un tocco di Americana e una fantastica slide), ma è in realtà un catalogo della disillusione moderna: ingiustizia sociale sistemica, persecuzione dell'immigrazione e una strisciante sfiducia nelle istituzioni, che non fanno nulla per alleviare il disagio esistenziale delle classi più deboli. Il punto focale del brano è la triste rivelazione che più lui invecchia, meno capisce come il mondo possa essere così brutto.

Andrews ha pubblicato la canzone il 10 ottobre 2025 e sarebbe potuta rimanere una traccia di protesta di nicchia se Andrews, qualche giorno dopo, non avesse pubblicato in un video un'invettiva infuocata contro il governo in cui rimarcava la sua visione politica come carburante nobile della sua musica.. Quel video scatenò un marasma mediatico, che Andrews pagò in termini di censura. Il brano, tuttavia, arrivò al terzo posto nella classifica Country Digital Song Sales di Billboard e all'ottavo posto nella classifica generale Digital Song Sales. I social media, poi, fecero il grosso del lavoro: "The Older I Get" si diffuse su TikTok in cover improvvisate, video di reazione e commenti politici.

Andrews scrisse la canzone circa sei mesi prima della sua pubblicazione, come commento generale sull'ingiustizia e sulla lenta erosione dell'ottimismo che può derivare dall'età. La riprese, però, nel luglio 2025, dopo che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti dichiarò che la lista di Epstein "non esiste", una dichiarazione che lo colpì profondamente e che fu la goccia che fa traboccare il vaso, tanto da ispirare un nuovo verso del brano, che trasforma la frustrazione astratta in un territorio molto specifico:

"Cercare di nascondere i nomi su una lista

Mentire e dire che non esiste"

Il nuovo bridge ha quindi trasformato la canzone da un profondo disagio a un'aperta accusa contro il sistema Trump.

Gli intenti di Andrews sono, quindi, apertamente di sinistra e smaccatamente barricaderi, e le liriche accennano alla crescita personale solo come spunto per puntare il dito sulla corruzione, la disuguaglianza, la guerra, suggerendo la sensazione che l'età adulta porti con sé meno risposte di quelle che dovrebbe.  

 

"Più invecchio, più non riesco a capirlo

Davvero non possono trovare una cura per il cancro

O hanno già una risposta?

Ma vedono il simbolo del dollaro negli occhi di un bambino

Più invecchio, più non riesco a distinguere

Tra supereroi e supercattivi

Immagino che una parte abbia scambiato tutti i suoi mantelli

E ora i cattivi indossano giacca e cravatta"

 


 

 

Blackswan, lunedì 06/07/2026

venerdì 3 luglio 2026

The Dead Daisies - Live Plus Five (TDD PTY, 2026)

 


Quello che sulla carta sembrava essere un progetto estemporaneo, un supergruppo da una botta e via, piano piano, disco dopo disco, e cambio di line up dopo cambio di line up, è diventata una cosa tremendamente seria. Pubblicati ben otto album in studio in dodici anni di attività, chiuso l’interregno governato dall’ex Deep Purple, Glenn Hughes, con rientro nei ranghi di John Corabi, i Dead Daisies hanno trovato la definitiva quadra di formazione e la voglia di celebrarsi attraverso un live che ripercorre le tappe di una carriera ultra decennale.

Una sorta di ciliegina sulla torta per i numerosi fan che, nell’ultimo anno, avevano già goduto, e parecchio, grazie a un ottimo album di cover blues (Lookin’ For Trouble del 2025) e all’esordio solista di John Corabi (New Day del 2026), che, nei mesi scorsi, abbiamo raccontato sulle pagine del sito.

In verità, Live Plus Five era già stato pubblicato come Live At The Stonedead, registrato allo Stonedead Festival nel Regno Unito il 23 Agosto 2025, e uscito successivamente solo in versione digitale. Oggi, quel concerto, viene messo in commercio anche su supporto, con un titolo diverso e, soprattutto, con l’aggiunta di un secondo dischetto contenente altre cinque canzoni, registrate tra il 2024 e il 2025 in giro per gli States e l’Europa.

Live Plus Five è un disco dal vivo crudo e selvaggio, la fotografia perfetta di cosa la band possa fare sul palco, sprigionando un quantitativo di energia tale da sfondare le casse dello stereo.

Il primo disco è decisamente più ruvido, suona come una presa diretta, in cui si evidenziano tutti i pregi e difetti di un live; il secondo disco, invece, non meno bello, ha subito un più accurato lavoro in fase di post produzione, che tuttavia non riesce a contenere le bordate feroci di un gruppo in stato di grazia.

Si parte a cento all’ora con "Long Way To Go", con un riff all’ Ac/Dc che suona come una sgommata, lasciando i segni sull’asfalto e sollevando nuvole di fumo, tra lo stridore di ruote. Una corsa all’impazzata che non prevede soste, e che continua con il mood più oscuro di "Fired Up", con la chiamata alle armi di "Dead And Gone", in cui Corabi prepara il pubblico a un infuocato call and response, e con l’assalto all’arma bianca di "Light’em Up", crocevia della morte fra Motorhead e Ac/Dc.

Non manca, per quanto breve, l’assolo di batteria, come nel più classico dei live rock anni ’70 ("Bustle And Flow"), la sguaiatezza sleaze di "I Wanna Be Your Bitch", l’omaggio ai motociclisti e alla vita vissuta per strada in sella a una due ruote ("I’m Gonna Ride") e i classici della band come "Mexico", tiro spacca ossa e assolo di Doug Aldrich che leva la pelle di dosso.

E ovviamente ci sono le cover, un pallino della band fin dagli esordi. "Going Down" di Freddy King veste di metallo l’anima blues della band, "Fortunate Son" dei Creedence mostra il graffio dell’originale senza fare danni, così come "Helter Skelter" dei Beatles, sette minuti infuocati, in cui la band sprigiona quanta elettricità possibile. Nel secondo disco, i Dead Daisies rileggono, spostandone gli accenti, il traditional "Black Betty", già appannaggio dei newyorkesi Ram Jam e una divertita "Get a Haircut" presa (e strapazzata) dal repertorio di George Thorogood.

Live Plus Five è una gran festa per chi ama il rock più stradaiolo e bluesy messa in scena da una band che dal vivo non fa prigionieri, grazie a approccio cuore e sudore e al carisma di John Corabi, la cui voce marchia a fuoco tutte le canzoni in scaletta. Da ascoltare a volume altissimo, con buona pace del vicinato.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Hard Rock

 


 


Blackswan, venerdì 03/07/2026

mercoledì 1 luglio 2026

Violet Grohl - Be Sweet To Me (Aurora/Republic, 2026)

 


Se dovessimo fare l’elenco dei cosiddetti figli d’arte, di coloro, cioè, che hanno seguito le orme di mamma o papà nel mondo della musica, occuperemmo quasi interamente lo spazio dedicato a questa recensione. Se è inevitabile, in tutti questi casi, qualche riferimento al genitore più famoso, sarebbe però ingeneroso giudicare il disco d’esordio di un "figlio di" usando come metro la storia discografica di chi lo ha messo al mondo. Proviamo, allora a raccontare con obbiettività Be Sweet to Me, album di debutto di Violet Grohl, figlia di Dave Grohl dei Foo Fighters.

La ventenne Violet è sotto i riflettori da un po' di tempo, essendosi esibita occasionalmente con il padre fin da quando era ragazzina e avendo collaborato come vocalist con Beck e St. Vincent. Non sorprende, quindi, che grazie a quella passione che la divora fin da adolescente, la giovane Grohl abbia pubblicato un album da solista, né che mostri, qui e là, un’inevitabile influenza della musica paterna. Fortunatamente, il lavoro della Grohl merita attenzione. Ovviamente, potrebbe aver avuto delle opportunità grazie a cotanto padre, ma questo primo album suggerisce che sta diventando un'artista capace di affermarsi da sola. Non del tutto, certo, ma è sulla buona strada.

Grazie alla collaborazione di ottimi sessionisti e a Justin Raisen (Kim Gordon, Charli XCX, etc), l'album ha un suono incisivo che mostra chiaramente le sue influenze. La Grohl, infatti, attinge spesso all'alt-rock degli anni '90, cita Breeders, Hole e PJ Harvey, e recupera, in parte, la furia iconoclasta di band come le Babes In Toyland, tutti nomi che appaiono come principali fonti di ispirazione. C’è grande coinvolgimento da parte della giovane musicista e un entusiasmo che fa da carburante nobile, ma, tenendo conto anche della giovane età, manca la stessa originalità degli artisti che l’hanno ispirata.

Questo non significa che l'album sia brutto, perché al di là del riadattamento nostalgico di un suono che ha trent’anni di vita, offre molti spunti interessanti, qualche idea da sviluppare in futuro e, soprattutto, mette in mostra una voce destinata nel tempo a lasciare il segno. Influenzata dal cinema di David Lynch e dalla passione per gli horror, la scrittura della Grohl alterna aggressioni sonore pesantissime, violente e graffianti, a momenti che si aprono verso soundscapes cinematografici o a ballate più raccolte, intime, trasognate.

Il singolo "595" mescola radici grunge a un mood cupo e umorale, la voce della Grohl, dotata di notevole espressività oscilla fra lascivo erotismo e incombente minaccia. La più melodica "Thum" sfodera un’ariosa e grintosa aura alt rock, che la giovane musicista sa cavalcare con consumata padronanza, mentre "Big Memory" sembra un inevitabile omaggio alla musica del padre, al quale ha evidentemente rubato la capacità di scrivere strofe e refrain d’impatto immediato.

La Grohl sa anche discostarsi dagli schemi. "Often Others" è una testata sullo zigomo, si avvicina più al metal che al grunge, e le chitarre incalzanti contribuiscono a renderla dannatamente efficace. In modo diverso, ma con ottimi risultati, "Plastic Couch" beneficia di un’ottima scrittura, passando con disinvoltura dai vapori ipnagogici di un brano indie al teso crescendo tutto rumore ed elettricità.

Quando la musica si fa più sperimentale, mescolando sonorità shoegaze o fangose alla melodia, l'album acquista slancio, come avviene anche nell’ottima "Applefish", riuscita alchimia fra dolcezza e bordate elettriche.

Pur senza essere memorabili, anche la trasognata ballata "Mobile Star", che gira vicina a certe cose di Lana Del Rey, o l’alt rock melodico à la Hole di "Last Day I Loved You" aggiunge punti al computo finale.

I momenti migliori dell'album mostrano di cosa è capace la giovane Grohl, e Be Sweet to Me è sicuramente un album d'esordio più che valido. Tuttavia, il disco mostra anche alcuni limiti, principalmente a causa di un suono derivativo che, per quanto trattato con estrema grinta e consapevolezza, resta pur sempre prevedibile. Che sia una scelta di campo per non rischiare e andare sul sicuro, per esporsi al grande pubblico mostrando solo ciò che si conosce bene, evitando rischi inutili, è plausibile. D’altra parte parliamo di una ventenne che deve affrancarsi dalla figura ingombrante del padre e deve ancora trovare una strada tutta sua.

La capacità di scrivere buone canzoni e una voce di indubbio spessore ci sono già. Ora, la giovane Violet deve trovare quel tocco originale che la distingua dal mare magnum di artisti in circolazione. Ha un lunghissimo futuro davanti a sè e il tempo, come canterebbero i Rolling Stones, è dalla sua parte. Siate dolci con lei.

Voto: 7

Genere: Alternative rock, Indie Rock

 


 

 

Blackswan, mercoledì 01/07/2026