lunedì 24 agosto 2026

Jack White - Frozen Charlotte (Third Man Records, 2026)

 


Ho sempre pensato che a Jack White, prima con gli immensi White Stripes, poi con un’elettrizzante discografia solista e notevoli progetti paralleli, vada riconosciuto il merito di aver tenuto in vita il blues, trasformandolo da “musica per vecchi” a pane quotidiano di almeno un paio di generazioni di giovani ascoltatori, muovendosi all’interno della tradizione con grande rispetto filologico, ma cercando anche di spingersi oltre, per arrivare là dove altri non sono mai arrivati.

Le sonorità tradizionali dei braccianti afroamericani rappresentano l'antenato comune da cui si sarebbe evoluto un intero albero genealogico musicale, destinato a cambiare il mondo. Esplorando le tracce fossili del rock and roll, si scopre che ogni ramo riconduce inevitabilmente al Delta. Come un archeologo esperto, Jack White ha trascorso gran parte degli ultimi trent'anni in equilibrio precario tra omaggio storico, evoluzione moderna e sperimentazione eccentrica.

La sua musica porta in sé l'inconfondibile patrimonio genetico del rock and roll delle origini, ma quelle strutture familiari riemergono stravolte in qualcosa di completamente nuovo.

Ragazzaccio cresciuto fra la polvere dei garage, predicatore revivalista, tradizionalista del blues e alchimista del suono: White, con le sue chitarre che urlano tra fruscii analogici e amplificatori spinti fino allo stremo, ha portato il blues oltre gli steccati del genere, senza tuttavia fargli perdere la propria identità.  

Se sembrava impossibile innovare una tradizione ormai consolidata, White ha dimostrato di saper guardare al passato per trovare la strada verso il futuro. Alla faccia dei puristi che non comprendono che l’ibridazione non è solo sopravvivenza, ma anche abbrivio per la riscoperta dell’integrità.

In tal senso, il nuovo Frozen Charlotte rappresenta ciò che accade quando quel dna ricomincia a mutare: il blues sembra vitale come non mai. La famigliare alchimia sonora a cui White ci ha abituati, nonostante frequenti digressioni sperimentali, è intatta: una produzione analogica ruvida, riff blues sporchi, atmosfere garage-rock ed esecuzioni che sembrano sul punto di collassare da un momento all'altro per un guasto elettrico. Eppure, il chitarrista evita di ridurre questi elementi a un semplice pastiche, scegliendo invece di costringere gli istinti più ancestrali del genere ad assumere forme nuove e insolite. 

La riottosa bellezza di questo nuovo disco risiede nella sincerità e nella spontaneità di un pugno di canzoni che non vogliono compiacere nessuno, che vivono di semplice energia abrasiva. La sicurezza artistica con cui si muove White, quella consapevolezza di poter fare quello che gli pare, lo riporta esattamente dove tutto è iniziato: a seguire l’istinto in un garage sporco, a cercare di fondere gli amplificatori con riff selvaggi e primordiali. Paradossalmente, è proprio questa libertà a rendere l'album uno dei suoi lavori più audaci degli ultimi anni. Ogni canzone trasmette un senso basico di libertà, senza mai perdere di vista la melodia e il riff: dietro quel frastuono liberatorio si cela un album ricco di melodie accattivanti e, naturalmente, un lavoro alla chitarra di livello stellare.

Il brano d'apertura e primo singolo, "G.O.D. and the Broken Ribs", è una dichiarazione di puro revivalismo. Un ritmo incalzante fa battere piedi, prima che la Telecaster di White squarci l'aria con feroci ondate di distorsione. "Derecho Demonico" tiene alto il tiro con uno dei riff migliori dell'album, muovendosi con spavalderia su un avvio sincopato prima di esplodere in un assolo folgorante. Quando arriva "There’s Nobody There", White ha già chiarito la filosofia alla base dell'album: tre brani, appena dieci minuti, ma ricchi di riff, idee e svolte inaspettate che rendono l’ascolto imperdibile.

I brani non si dilungano mai oltre il dovuto: arrivano, lasciano il segno e passano oltre. Delle tredici tracce dell'album, una sola supera i quattro minuti di durata, e tale rigore si rivela uno dei maggiori punti di forza di Frozen Charlotte. Mentre molto del blues rock in circolazione rischia spesso di perdersi in jam compiaciute e autocelebrative, White mantiene i brani al centro dell'attenzione: ogni riff, ogni verso e ogni istante sono al servizio della composizione.

La parte centrale dell'album mantiene vivo questo slancio: dai cori da battaglia che trainano "Raising the Grain" all'urgenza punk e graffiante di "You’ll Never Fix Me", fino all'irresistibile riff d'apertura di "Nobody Knows", White evita con intelligenza che il disco diventi ripetitivo.

E’ inevitabile notare, poi, quanto sia diventata formidabile l’attuale band di White. Dominic Davis, Bobby Emmett e Patrick Keeler non sembrano più semplici turnisti, bensì veri e propri collaboratori. Il tempo trascorso in tournée ha creato un’alchimia che permette a White di spingersi ancora più a fondo nel caos, sapendo che ognuno di loro è in grado di trovare istintivamente il punto di approdo. I groove trasudano una sicurezza naturale e la sezione ritmica imprime una spinta inarrestabile. In una formazione così essenziale, ogni musicista ha modo di mettersi in luce, che si tratti di un passaggio di batteria o di un assolo di tastiera. Se White traccia le linee architettoniche, può contare su una squadra di artigiani sicuri di sé per dare forma alla sua visione.

No Name (2024) era un grande disco, e Frozen Charlotte ne è la sua naturale (e forse ancora più estrema) prosecuzione, figlia di un linguaggio riconoscibile ma in costante evoluzione. Pochi artisti, infatti, hanno dedicato così tanto tempo a interrogare le tradizioni della musica rock, continuando al contempo a rimodellarle in modi autenticamente sorprendenti e interessanti.

L'evoluzione premia la capacità di adattarsi e, a oltre venticinque anni da quando i White Stripes riportarono il garage rock al grande pubblico, Jack White continua a evolversi. Dalle rive del Delta del Mississippi fino agli studi della Third Man Records a Nashville, in Tennessee, il cinquantunenne chitarrista di Detroit resta uno dei grandi custodi del rock and roll.

Voto: 8,5

Genere: Garage, Blues, rock

 


 


Blackswan, lunedì 24/08/2026

venerdì 14 agosto 2026

Judith Owen - Suit Yourself (Twanky Records, 2026)


 

Classe 1969, la londinese (ma di origini gallesi) Judith Owen è cresciuta fin da piccina respirando musica. Suo padre, Handel Owen, era un tenore d'opera gallese che aveva cantato per trent'anni nel coro del Covent Garden. Appassionato di ogni genere musicale, papà Owen passava le giornate libere ascoltando centinaia di dischi, spaziando dall'opera e dal pianoforte classico al jazz, al blues e al sound di New Orleans. Fu questo contesto a gettare nella giovane Judith il seme di quella che sarebbe poi diventata una vera e propria carriera. Cresciuta immersa nel mondo del balletto, del teatro e delle belle arti, già da adolescente la Owen si esibiva come pianista al Ronnie Scott’s Jazz Club di Londra, conquistandosi un ingaggio fisso in uno dei templi del jazz più prestigiosi al mondo ancor prima di avere l'età legale per poterlo frequentare.

A ventisette anni, ha, finalmente, esordito con il suo album di debutto, Emotions on a Postcard, uscito nel 1996, e da allora, ha costruito con costanza uno dei repertori più originali del panorama jazz e blues contemporaneo, pubblicando oltre una dozzina di album nel corso di una carriera che spazia tra rock, pop, musica classica, jazz, blues e teatro musicale.

Il cuore della musicista, poi, ha sempre battuto in direzione New Orleans, innamorandosene a tal punto da acquistare una casa nel Quartiere Francese. New Orleans ha offerto alla Owen ciò che aveva sempre cercato: una comunità di musicisti che interagiscono tra loro sul palco, collaborando a vicenda apertamente e senza riserve.

Questo spirito permea ogni sua opera realizzata dopo essersi stabilita in città, e in modo particolare il nuovo album Suit Yourself, un titolo ispirato dalla volontà di creare musica seguendo esclusivamente le proprie regole. L'album è stato registrato presso il Palissade Studio di New Orleans, prodotto dalla stessa Owen e mixato da John Fischbach. Ad accompagnarla vi sono la sua band The Gentlemen Callers, la J.O. Big Band e un eccezionale gruppo di ospiti, tra cui Davell Crawford, Joe Bonamassa e Tonya Boyd-Cannon.

Il disco spazia con fluidità tra brani originali e cover, tra atmosfere intime voce e pianoforte, arrangiamenti per sestetto jazz e produzioni per big band, il tutto reso coeso dalla voce gallese ricca e profonda di Owen e dal suo rifiuto assoluto di essere qualcosa di diverso da se stessa.

"That’s Why I Love My Baby" è il singolo di lancio dell'album: la Owen entra in scena con grinta e sicurezza, la sua voce cavalca un groove capace di apparire, al contempo, radicato negli anni Quaranta e assolutamente attuale. È il suono di chi ha trascorso una carriera a cercare il giusto equilibrio e finalmente lo ha raggiunto, grazie anche ai Gentlemen Callers, che la sostengono con la naturalezza di una band che sa esattamente il fatto suo.

"Blue Skies", il classico intramontabile di Irving Berlin, riceve qui una rilettura che appare davvero fresca. La Owen non cerca di competere con le innumerevoli versioni celebri che l'hanno preceduta, ma, al contrario, filtra il brano attraverso la propria sensibilità distintiva, calda e lievemente ironica.  Il suo pianismo è pacato e preciso, a ricordare che, prima di affermarsi come frontman, è stata una delle pianiste jazz più talentuose della sua generazione.

Suit Yorself è un disco lungo, le canzoni sono ben tredici, ma tutto fluisce con naturalezza e intensità, lasciando, talvolta, nelle orecchie una sensazione conturbante da localino jazz fumoso a tarda notte, in altri casi, un surplus di giocoso divertimento, grazie a irresistibili groove. Nessun filler e tanti brani che lasciano il segno.

"To Your Door", una delle composizioni originali dell'album, possiede l'intimità di un pezzo nato al pianoforte a notte fonda: è personale e diretta, priva di qualsiasi leziosità. "If I Were a Bell" dal repertorio di Frank Loesser è riletta mantenendo intatta tutta la sua teatralità in stile Broadway, l'arrangiamento possiede uno swing leggero che rende l'esecuzione fluida e naturale, mentre l'interpretazione della Owen trasmette la spontaneità di chi si sta divertendo davvero, anziché limitarsi a simulare entusiasmo.

"Today I Sing The Blues" è la collaborazione emotivamente più intensa dell'album. Davell Crawford è uno dei pianisti e cantanti più amati di New Orleans e il duetto raggiunge uno spessore e una tenerezza che vanno ben oltre la classica partecipazione di un ospite. Le due voci si intrecciano con naturalezza, alternandosi e sostenendosi a vicenda in egual misura, dando vita a una delle interpretazioni più profonde e toccanti dell'intero disco.

Non sono da meno altre due collaborazioni. "Mind Is On Vacation", classico di Mose Allison, riceve una rilettura inaspettata e appagante grazie a Joe Bonamassa, che conferisce al brano una sonorità chitarristica che si sposa alla perfezione con il pianoforte della Owen. I due trovano immediatamente un linguaggio comune, rilassato e colloquiale e il risultato è un brano che cattura lo spirito dell'originale di Allison, pur mantenendo un'impronta inconfondibile legata esclusivamente ai due musicisti che lo hanno realizzato. Notevole anche "Evil Gal Blues", che grazie al supporto della J.O. Big Band, diventa il momento più spudoratamente divertente dell'album. Da queste parti era passata con successo anche Aretha Franklin ma la Owen non cerca di imitarla: il brano ha un ritmo swing travolgente, la band si diverte un mondo e la Owen canta con un sorriso sornione che si percepisce in ogni singola vocale. Irresistibile dall'inizio alla fine.

Cito, ad abundantiam, anche la celebre "Shall We Dance?" a cui la Owen approda con un calore e una grazia da applausi. La musicista ne coglie il ritmo di valzer senza tradurlo in qualcosa di rigido o formale, mantenendo, invece, lo swing sciolto e colloquiale. È un brano che respira e sorride, un momento di eleganza in un album che sfoggia la propria raffinatezza con verace disinvoltura.

Nella sua classicità, Suit Yourself è un album splendido, frutto della maestria di chi pratica questo mestiere da così tanto tempo da far sembrare facili anche le cose più complesse. La Owen, infatti, passa con assoluta naturalezza dal piano solo alla big band al completo, scova il lato personale nell'universale e quello giocoso nel profondo, senza mai perdere di vista il divertimento che ne costituisce l'essenza stessa. Un gioiellino per tutti gli amanti del jazz vocale e del blues d’antan.

Voto: 8

Genere: Blues, Jazz

 


 


Blackswan, venerdì 14/08/2026

mercoledì 12 agosto 2026

Mortiis - Ghosts Of europa (Prophecy, 2026)

 


Il norvegese Håvard Ellefsen ha creato con Mortiis, lo pseudonimo usato lontano dalla casa madre Emperor, un personaggio bizzarro, respingente sia nel nome che nelle inquietanti sembianze da troll con cui si presenta al pubblico, ma sicuramente accattivante nella sua ormai più che trentennale carriera, segnata da una inesausta voglia di sperimentare.

Se c’è una cosa che va riconosciuta all’enigmatico Mortiis, è la sua incrollabile determinazione nel seguire un percorso musicale lontano da ogni possibile stereotipo. Nei primi anni ’90, si è rapidamente svincolato dall’abbraccio oscuro della scena black metal norvegese per dare vita, in totale autonomia, a un nuovo sottogenere di musica elettronica: il dungeon synth. Ma non si è fermato qui. Ben presto ha voltato nuovamente pagina, immergendo le sue orecchie elfiche nell’elettronica e nel gothic pop, e pur senza mai pretendere di reinventare tali generi, li ha sempre affrontati con passione e ispirazione. Soprattutto, non ha mai smesso di distinguersi dalla massa, dalle mode del momento, da clichè preordinati.

Con il nuovo Ghosts of Europa, Mortiis si conferma un artista di difficile catalogazione, grazie alla spiccata originalità della sua visione artistica. Pur rimanendo del tutto estraneo alle mode e mantenendo un atteggiamento fieramente intransigente e anti-commerciale, il musicista norvegese realizza, però, il suo lavoro più orecchiabile e melodico di sempre. Inquieto e anticonformista, Ellefsen fa sua l’idea che la creazione della musica può essere un atto di coraggio, attraverso il quale prendere le distanze dall’ovvio, concentrandosi su una scrittura ricca e non lineare, eppure coesa e accessibile.

L'influenza del gothic rock classico conferisce la giusta consistenza alle composizioni, mentre lievi sfumature ambient, evocativi richiami folk e una pesante impronta elettronica tessono un'atmosfera malinconica e cinematografica.

La title track, che apre l'album, funge da suggestiva introduzione alla scaletta del disco. Tra calda elettronica, echi anni’80 e melodie immediate, impreziosita dalla voce di Laurie Ann Haus e dalle tastiere di Thorsten Quaeschning (Tangerine Dream), la canzone definisce perfettamente il tono dell'opera.

Da qui, Mortiis ci trascina completamente nel suo universo. Brani come "Return to the Old Fields" e "The Faith That Fades Away" custodiscono il cuore emotivo dell'album: melodie oscure risuonano nel profondo e la bellezza sboccia tra rovine ormai sopraffatte dal tempo. La fotografia di un mondo primordiale, inquieto e sinistro, capace, però, di sedurre con i suoi spazi infiniti, intramezzati dalle cadenti vestigia di un’epoca che fu. Enigma e Dead Can Dance si affiancano a Tangerine Dream e Archive, per creare uno scenario che rapisce con le armi della fantasia e della visione.

L'irresistibile "Violent Silence" si insinua nella mente come un gelido inno synth-pop sfuggito per miracolo agli estrosi anni '80, così come le successive "Transcending Morpheus", aperta dalla sublime spiritualità portata in dono dalla voce ospite di Iliana Tsakiraki, e "Tundra, Heart of Hell" guardano a quel decennio riportando alla luce parte della grammatica utilizzata da New Order e Depeche Mode.

A conclusione di questo viaggio suggestivo e malinconico, troviamo l’oscuro mantra elettronico in chiave dark wave di "Tribes of Dystopia" (notevole l’assolo di chitarra di Christopher Amott), e l’ancora più cupa traccia conclusiva di stampo industrial, "Farewell Romero", che unisce i vari elementi dell'esperienza d'ascolto incarnando al contempo, in modo definitivo, l'essenza di Ghosts of Europa.

Un disco non per tutti, perché, pur nella sua mutevole veste melodica, rinnega completamente la forma canzone, per dare sfogo e spazio a una musica libera di muoversi senza prestare attenzione al tempo che scorre e, soprattutto, ai dictat del mercato. Affascinante.

Voto: 8

Genre: Elettronica, Goth Rock, Post Punk

 


 

 

Blackswan, mercoledì 12/08/2026

lunedì 10 agosto 2026

In Your Eyes - Peter Ganriel (Charisma, 1986)

 



 A volte mi perdo così tanto

I giorni passano e questo vuoto mi riempie il cuore

Quando voglio scappare

Parto in macchina

Ma in qualunque direzione io vada

Torno nel posto in cui sei tu

Tutti i miei istinti, tornano

E la grande facciata, così presto brucerà

Senza un rumore, senza il mio orgoglio

Mi protendo dall'interno

Nei tuoi occhi

La luce, il calore"

 

Peter Gabriel ha sempre sostenuto che il testo di "In Your Eyes", quinta traccia di quel capolavoro datato 1986, intitolato So, potrebbe riferirsi sia all'amore tra un uomo e una donna, quanto alla relazione tra una persona e Dio. E a leggere le prime strofe del brano non si può che essere d’accordo: “ma in qualunque direzione io vada, torno nel posto in cui sei tu” può ammiccare tanto a una storia d’amore che ha generato un legame fortissimo, inscindibile nonostante la distanza, oppure al sentimento consolatorio di chi trova pace solo fra le braccia della religione e di Dio.

Ognuna delle due interpretazioni è valida, eppure il brano ha raggiunto l’apice del successo quando venne inserito nella commedia romantica del 1989, diretta da Cameron Crow, Say Anything (da noi intitolata Non Per Soldi…Ma Per Amore), in una sequenza in cui John Cusack la suona da un Boom Box che tiene sopra la testa per conquistare il cuore di Ione Sky. La storia raccontata nella pellicola è quella di una dibattuta storia d’amore fra Lloyd Dobler, aspirante kickboxer e studente mediocre, e la talentuosa Diane Court, che ha appena vinto una borsa di studio per l’Inghilterra. Ma se le ambizioni di Diane sono concrete nel futuro, è nel presente che la ragazza non vive: accettando di uscire con Lloyd, scoprirà il mondo oltre i libri e soprattutto il lato romantico del ragazzo.

Cameron Crowe avrebbe dovuto usare "Got To Be A Lover" di Billy Idol, ma non la trovava consona alla sequenza. Si ricordò così di una playlist che aveva preparato per il suo matrimonio e che conteneva proprio "In Your Eyes". Poiché si trattava di una canzone profondamente personale, Gabriel non voleva che fosse usata nel film, ma quando Crowe lo chiamò e gli mandò una cassetta del girato, Gabriel la apprezzò molto e diede la sua approvazione. I produttori di Say Anything pagarono circa 200.000 dollari per utilizzare la canzone, ma ne valse la pena, poiché la scena in cui fu utilizzata divenne una delle sequenze più famose e iconiche della storia del cinema americano (da noi, ci si ricorda a malapena del film).

Nella canzone compare come corista il musicista dell'Africa occidentale Youssou N'Dour, la cui performance ha conferito al brano una struttura vocale distintiva. Gabriel scoprì N’Dour nel 1984, quando quest’ultimo si esibiva in Inghilterra. I due diventarono amici e collaboratori, con un rispetto reciproco per la musica dell'altro, tanto che N'Dour si unì a Gabriel nel tour di So, partecipò a una versione estesa di "In Your Eyes" e dal vivo cantò spesso anche in Biko. Nel 1991, Gabriel ricambiò il favore, quando eseguì la canzone nel paese natale di N'Dour, il Senegal, davanti a una folla di 70.000 persone.

I concerti di Peter Gabriel sono altamente coreografati e rigorosamente programmati, ma con "In Your Eyes" l’artista inglese creò un momento speciale, assicurandosi che nel brano ci fosse ampio spazio per l'improvvisazione. Il suo tastierista nel tour di So, David Sancious, raccontò in seguito come era nata questa particolare idea.

Stavamo provando la canzone e Peter ha detto che voleva allungare il finale", ha detto Sancious. "Ci sarebbe stata una pausa in cui avrei suonato qualcosa, inventato qualcosa per circa otto battute. Solo ritmo di batteria e pianoforte. Manu Katché suonava la batteria e mi dava il segnale per rientrare. Quindi era diverso ogni sera e lui si divertiva molto quando inventavo cose diverse. Era una pausa in stile gospel e poi si tornava al ritornello di "In Your Eyes". E c'erano altri momenti in cui facevo piccole cose diverse che non erano le stesse ogni sera, e Gabriel era felice”.

 


 

 

Blackswan, lunedì 10/08/2026

venerdì 7 agosto 2026

Love To Love You Baby - Donna Summer (Casablanca Records, 1975)

 


Prima traccia dall’omonimo album del 1975, "Love To Love You Baby" fu scritta da Donna Summer con l'aiuto dei produttori europei Giorgio Moroder e Pete Bellotte. Questa controversa canzone fu il primo grande successo di Moroder, che in seguito scalò le classifiche di mezzo mondo come cantautore e produttore, grazie a hit come "Hot Stuff", "On The Radio" (sempre con la Summer) e colonne sonore per molti film, tra cui Scarface, Fuga di Mezzanotte e American Gigolo, ma fu anche il primo grande successo della cantante, che divenne ben presto un’autentica macchina da guerra nei circuiti disco music.

La disco ottenne popolarità nei locali gay dove si usavano DJ al posto delle band, ma col tempo quella musica si diffuse nei club più tradizionali e arrivò nelle stazioni radio e in film come La febbre del sabato sera. Summer ottenne molti successi e divenne nota come la "Regina della disco", ma prima di "Love To Love You Baby", era più un'artista folk-pop e, prima ancora, si esibiva in musical e in spettacoli teatrali.

Abbiamo scritto di un brano controverso, e per comprenderne il motivo, basta un ascolto della canzone per rendersi conto dei suoi contenuti esplicitamente sessuali. Così espliciti che, ai tempi, correva voce che per quei convincenti mugolii, la Summer avesse simulato un vero orgasmo sdraiata sul pavimento dello studio. Queste voci contenevano una mezza verità: dopo aver provato a registrare la sua voce nel modo tradizionale, il suo produttore Giorgio Moroder la fece cantare sul pavimento dello studio sdraiata sulla schiena, a luci spente, chiedendole di immaginare un rapporto sessuale con il di lei fidanzato Peter.    

Donna Summer aveva ricevuto un'educazione cristiana e fece molta fatica a immedesimarsi nella femme fatale interpretata in "Love To Love You Baby", tanto che, in seguito, ebbe difficoltà ad ascoltare di nuovo la canzone dopo averla registrata, preoccupata per l'impatto che avrebbe avuto sulla sua immagine. Tuttavia, imparò ad accettarla e ne fece il fulcro del suo tour successivo, mettendo in scena uno spettacolo con tanto di ballerini che simulavano posizioni sessuali.

La rivista Time, che ai tempi evidentemente non aveva di che riempire le pagine, analizzò approfonditamente il brano, sentenziando che, nella versione presente nell’album (che dura 16 minuti e 50 secondi), la Summer avrebbe avuto ben ventidue orgasmi. Sempre il Time definì la canzone come “Sex Rock”, affermando che “il messaggio di Donna si trasmette al meglio con grugniti, gemiti e languidi lamenti. Il suo obiettivo è realizzare un album che le persone possano portare a casa e fantasticare nella propria mente".

Dopo la pubblicazione di questo articolo, si sviluppò un'opposizione più organizzata alle canzoni sessualmente esplicite. In Gran Bretagna, la BBC vietò "Love To Love You Baby", mentre negli Stati Uniti, il reverendo Jesse Jackson utilizzò il suo gruppo Operation PUSH (People United to Save Humanity) per attaccare canzoni di questo tipo, sostenendo che causassero un aumento delle gravidanze adolescenziali.Summer dichiarò, in seguito, al Telegraph Magazine: "Avevano paura di ciò che avrebbe potuto provocare tra i giovani. E come madre non sono in disaccordo con loro su questo punto. Non avrei scelto quella canzone specifica per inaugurare la mia carriera. Ma accetto che sia andata così. E ho fatto del mio meglio per trasformare il successo di quel disco in qualcos'altro e allontanarmi da quell'immaginario il prima possibile".

Ad un certo punto, però, la Summer smise di eseguire dal vivo quella canzone per evitare di essere fisicamente aggredita dal suo pubblico. Il casus belli che fece prendere alla cantante quella decisione avvenne in Italia, anno 1977. Fu la stessa artista a raccontarlo durante un’intervista: “Ero in una tenda in Italia, 5.000 uomini, quasi nessuna donna, e stavo cantando 'Love to Love You, Baby' ed ero vestita in modo piuttosto succinto - ero piuttosto giovane, e i ragazzi si sono talmente impazziti che hanno iniziato a spingere verso il palco. Così ho interrotto il concerto e sono dovuta scappare verso la mia roulotte sul retro. E loro sono arrivati alla roulotte e hanno iniziato a scatenarsi. Cinquemila ragazzi in un piccolo paese in Italia! Ho pensato: 'Morirò oggi, non uscirò da qui'”.

Una curiosità. L’attrice Scarlett Johansonn raccontò che quando nacque la sua primogenita Rose, evidentemente inconsapevole dei riferimenti sessuali contenuti nel brano, utilizzava "Love To Love You Baby" come ninna nanna, per far addormentare la bambina.

 


 

 

Blackswan, 07/08/2026