lunedì 28 settembre 2026

A.A. Williams - Solstice (Reigning Phoenix Music, 2026)

 


In un mondo più giusto A.A. Williams riempirebbe le pagine dei giornaloni musicali, al pari di Chelsea Wolf o Florence, per citare due nomi sempre in auge, e avrebbe, oltretutto, schiere di fan adoranti. Invece, la songwriter britannica resta patrimonio di una nicchia di ascoltatori e passa inosservata alla maggior parte dei critici, nonostante una discografia di assoluto livello. Forse per il suo sbandierato amore per il metal, genere nel quale viene spesso catalogata, nonostante certe sonorità siano assolutamente residuali nella sua musica.

Solstice rappresenta la naturale evoluzione di As The Moon Rests (2022), sviluppandone ulteriormente i punti di forza, che sono quelli di un suono che fa convivere goth rock, post rock e dream pop, il tutto declinato in paesaggi dal sapore cinematografico e con un mood malinconico e oscuro. Questo nuovo lavoro si sviluppa per quasi un’ora, attraverso undici canzoni caratterizzate da una profonda immersione atmosferica e da tessiture sonore cupe, avvolgenti, evocative. Il pianoforte è lo strumento identitario della Williams, ma non il protagonista assoluto, visto anche il ricorso alla chitarra elettrica, spesso protagonista di molti brani in scaletta.

E’ la voce della songwriter, però, a catalizzare l’attenzione, a prescindere dall’habitus strumentale: delicato ma potente, il timbro della musicista londinese è quello di chi vive perennemente sul ciglio di un baratro emotivo di insanabile tristezza. Ogni canzone è interpretata con quella rassegnata afflizione di chi vive in un mondo ostile, di chi ha scordato il significato della parola speranza, di chi ha conosciuto, e conosce, il pane duro dell’erosione sentimentale, della solitudine e della perdita in senso lato (“The absence that i feel from losing al that’s real, little by little it’s eating me up” da Little By Little).

Ne deriva un ascolto che, pur nella purezza cristallina di melodie facilmente assimilabili, non è per tutti. La Williams si rivolge ad anime tormentate e sofferenti, a chi predilige la nostalgia di un giorno di pioggia all’insulsa luce del sole, a chi si rifugia sotto le coperte per dimenticare il mondo e nascondersi dallo sguardo grifagno della realtà, a chi vive di notte in un abbraccio esiziale coi propri fantasmi, a chi cerca nel proprio tormento interiore quella voluptas dolendi che può diventare, inaspettatamente, nobile carburante esistenziale.

"Poison" si apre con un pianoforte etereo e distante, prima che un riff di chitarra graffiante accompagni la voce della Williams su una melodia priva di colori e di calore, ma di una bellezza arresa, rassegnata, sconfitta. Un brano che è la cartina di tornasole dell’intero disco: la tensione cresce lentamente e il peso emotivo è quasi soffocante, mentre chitarre post rock scartavetrano ogni residuo di speranza. Impossibile non provare un immediato groppo in gola di fronte a una musica che sublima in cinque minuti tutta l’amara concretezza del male di vivere.

La successiva "Wolves" è caratterizzata da più ampio respiro e da un mood gelido. Il brano si sviluppa con pazienza, sovrapponendo tessiture sonore scintillanti a ondate di chitarra di intensità travolgente. È un pezzo di respiro cinematografico ma dall'esecuzione profondamente personale, che mette in luce la straordinaria capacità di Williams di creare musica capace di risultare intima anche quando raggiunge dimensioni ponderose.

Uno dei vertici del disco è la citata "Little By Little", il cui arrangiamento sobrio (quelle note di pianoforte sgocciolate come lacrime sono un pungolo feroce per il cuore), la progressione lenta, la struggente onestà delle liriche e l’intensità emotiva spappolano il cuore silenziosamente e con metodo, senza che sia necessario alcun eccesso.

"Hold It Together" e "Outlines" mantengono vivo il flusso ipnotico dell'album, alternando momenti di intimismo quasi silenzioso a imponenti muri di suono. Williams padroneggia alla perfezione l'arte della misura, sapendo esattamente quando lasciare che una melodia respiri e quando sprigionare una forza emotiva travolgente.

 

Mentre procede l’ascolto torna alla mente molta musica che ha segnato la nostra vita, artiste del calibro di Kate Bush, Tori Amos e Florence, ma sono richiami emotivi in un disco che possiede una sua natura identitaria: quello sguardo sempre rivolto all’abisso, quella volontà di evitare ogni artificio consolatorio, quella consapevolezza di quanto la malinconia e l’afflizione siano le componenti più invasive della nostra esistenza. E siamo solo a metà del viaggio, con il meglio che ancora deve arrivare.

"I’ve Seen Enough" è una canzone stellare, carica di pathos, un brano che trasmette un'intensità sofferta e profondamente riflessiva, tanto da rendere il dolore palpabile, come un’entità fisica che ci circonda durante l’ascolto, mentre "The Veil" avvolge l'ascoltatore in strati di malinconia eterea, il pianoforte accarezzato come si accarezza un’anima afflitta.

Ogni traccia del disco appare curata nei minimi dettagli, senza che si perda un briciolo di pathos, ogni traccia è priva di momenti superflui o di inutili virtuosismi, e arriva al dunque con affilata disperazione.

Il singolo di punta "Just A Shadow" ribadisce tutte le qualità del disco: è essenziale, melodico, intimo eppure potentissimo nel suo incedere post rock.  Qui, la prova vocale della Williams è ammaliante: fragile un istante prima, autorevole e intensa quello successivo.

Verso la conclusione dell'album, "It Won’t Rain Forever" offre un tenue barlume di speranza tra le tenebre grazie a una melodia meno sofferta e più luminosa, mentre "Breathe" crea, in punta di plettro, un senso di quiete onirica che precede lo splendido finale di "The Gentle Harm", una canzone dall’aura quasi spirituale, che si sviluppa su accordi di pianoforte in minore, abbandonandosi a tutto il peso delle emozioni provate, per insufflare l’ascolto di un ultimo estremo anelito di agra malinconia, che chiosa in un livido crescendo strumentale.

Ciò che rende Solstice un grande disco, a mio parere il migliore ascoltato quest’anno, è la capacità della Williams di rendere la tristezza e la malinconia di una veridicità bruciante, di scrivere canzoni intense senza perdere quell’intento intimista che sottende a tutta la sua musica. Non c’è spettacolarizzazione, non ci sono orpelli, nessun escamotage, solo l’ardente pathos e un’onestà espositiva attraverso la quale la musicista inglese crea un’ora di sublime atmosfera, utilizzando la freccia più acuminata che possiede la musica che conta: l’emozione.

Voto: 9

Genere: Alternative

 


 

 Blackswan, lunedì 28/09/2026

venerdì 25 settembre 2026

Moonspell - Far From God (Napalm, 2026)

 


Una lunga carriera fatta di molti alti e di pochissimi bassi, ma soprattutto un disco, Irreligious (1996), che dopo la sua uscita ha influenzato la scena gothic metal del decennio in corso e di quello successivo. Un disco divenuto non solo cartina di tornasole di un genere ma anche emblema distintivo del suono di una band che ha ancora tante, tantissime cose da dire.

Da oltre tre decenni, i lusitani Moonspell rappresentano una delle voci più distintive del genere, bilanciando malinconia, oscurità e grandezza poetica, oltre a un suggestivo impianto melodico, senza mai ridursi a una caricatura del genere che hanno contribuito a definire. Il loro quattordicesimo album in studio, Far From God, è l’ennesima dimostrazione di come l'esperienza e la convinzione artistica possano ancora generare musica vitale.

Essere fedeli a se stessi, amare il proprio credo musicale, ma evitare con intelligenza di ripetersi, senza tuttavia snaturare un suono. Invece di inseguire le tendenze del momento o rifinire eccessivamente il proprio sound, i veterani portoghesi danno alle stampe un lavoro che esalta le loro inclinazioni, un disco, quindi, intriso di atmosfera, di spessore emotivo, di oscurità e malinconia e di ganci melodici molto catchy, ma mai banali. 

Prodotto da Jaime Gomez Arellano, Far From God mostra i Moonspell al loro meglio e pervasi da una rinnovata determinazione, che cancella il peso dei trent’anni anagrafici della loro storia. L'album abbraccia le sonorità di stampo cinematografico e il romanticismo gotico che da sempre caratterizzano l'identità della band, arricchendoli al contempo con una produzione moderna e incisiva, capace di conferire straordinaria nitidezza a ogni riff, fraseggio di tastiera e linea vocale. Il risultato è un lavoro che appare al contempo nostalgico e proiettato verso il futuro, celebrando l'eredità del gruppo senza restarne prigioniero. Solo otto canzoni per un minutaggio di quarantatre minuti, in cui tutto funziona alla perfezione, in cui forma e sostanza si fondono su un livello di ispirazione altissimo.

Il brano d'apertura, "Cross Your Heart", fotografa lo stato di grazia della band, maestra indiscussa nel coinvolgere emotivamente l’ascoltatore nelle trame di un suono che per i lusitani non ha segreti. Una canzone splendida e di forte impatto, che agli ascoltatori più navigati può ricordare qualcosa dei primi Heroes del Silencio: chitarre lancia in resta, melodie cupe, ricchi strati di tastiere e la voce inconfondibilmente imponente e ieratica di Fernando Ribeiro. Il ritornello indimenticabile lo rende un candidato ideale per diventare un classico dal vivo, a riprova del fatto che i Moonspell non hanno perso la capacità di comporre brani da forte impatto innodico.

La title track, "Far From God", è un altro episodio di spicco costruito su dinamiche drammatiche e melodie suggestive. Una canzone che ricorda da vicino i Sisters of Mercy, e che riprende il fascino della band per la mitologia vampiresca, pur evitando i cliché del genere. È una canzone cupa, romantica e profondamente atmosferica, che unisce riff oscuri a tastiere di ampio respiro, dando vita a uno dei migliori brani gothic metal del loro songbook.

"Biblical" è costruita su una linea di basso pulsante, che crea l’ossatura su cui tastiere e chitarre tessono un’atmosfera ansiogena, mettendo in mostra il talento della band nel fondere chitarre dirompenti e ritornelli coinvolgenti. Ennesima prova magistrale di Ribeiro, la cui voce alterna un timbro seducente, quasi carezzevole, a momenti di luciferino growl.  

"The Great Wolf in the Sky" scorre impetuosa, trovando picchi di pura rabbia, intervallati dagli arrangiamenti per archi di Alicia Nuhro, un tocco che amplia le ambizioni cinematografiche dell’album. Gli elementi orchestrali, però, non sovrastano mai il sound caratteristico del gruppo, conferendo invece profondità emotiva a una composizione già potente.

"Your Promise of Light" regala uno dei momenti più melodici del disco, bilanciando malinconia e inquieto sprofondo, mentre "For the Love of Mortals" si apre su un drumming circolare e ipnotico ed esplora sonorità più lente e di matrice quasi doom, lasciando che la narrazione lirica di Ribeiro risplenda appieno in attimi di puro lirismo notturno. 

La coppia conclusiva formata da "Our Freedom to Fall" e "Reconquista" garantisce una chiusura all’altezza dell’incisivo inizio dell’album. Il primo brano offre un altro ritornello memorabile avvolto in una densa atmosfera goth metal, palpitante e ricca di pathos (straordinario lavoro alla sei corde di Ricardo Amorim), mentre il secondo suggella l’opera con epica grandiosità, lasciando nell’ascoltatore il desiderio di intraprendere nuovamente il viaggio negli oscuri meandri di un disco che evita inutili riempitivi a favore di una narrazione coesa e priva di momenti deboli.

Fernando Ribeiro si conferma uno dei frontman più carismatici della scena metal, offrendo una prova vocale ricca di solennità e sfumature emotive, pur non disdegnando momenti più aggressivi, gestiti sempre con grande misura. Il chitarrista Ricardo Amorim crea riff potenti ma raffinati, che non sacrificano mai la melodia in favore della pesantezza, mentre le tastiere di Pedro Paixão restano fondamentali per l'atmosfera inconfondibile della band. Il bassista Aires Pereira e il batterista Hugo Ribeiro formano una sezione ritmica straordinariamente affiatata, capace di coniugare potenza e sottigliezza lungo tutto il disco. I cinque musicisti suonano in perfetta sintonia, dimostrando che i Moonspell continuano a evolversi senza rinunciare a quelle qualità che hanno garantito loro il successo internazionale. 

Quest'ultimo album conferma perché la band rimanga uno dei nomi più autorevoli del genere. La loro musica affonda le radici in atmosfere autentiche, tematiche letterarie e una reale profondità emotiva, ben lontana dalla semplice imitazione stilistica. Mentre le formazioni più giovani spesso si limitano a riproporre l'estetica del gothic metal, i Moonspell continuano a incarnarne lo spirito autentico.

Voto: 8,5

Genere: Gothic Rock, Gothic Metal




Blackswan, venerdì 25/09/2026

mercoledì 23 settembre 2026

The Cruel Intentions - All Hail Hypocrisy (Indie recordings, 2026)

 


Formatisi nel 2015 a Oslo, Norvegia, e protagonisti del revival scandinavo dello sleaze rock, i Cruel Intentions si sono fatti un nome grazie a un atteggiamento grezzo, a un'intensa attività dal vivo e a un cromosoma artistico che affonda le radici direttamente nella scena della Sunset Strip.

Lizzy DeVine, voce, chitarra, ex membro dei Vains of Jenna, porta con sé l’estetica e le atmosfere della Los Angeles anni ’80, una passione che si percepisce in ogni riff, in ogni ritornello e in ogni verso, e che crea un’atmosfera di pura magia, nostalgica, eppure inarrestabile.

I Cruel Intentions sanno creare alla perfezione quel mood particolare che richiama band come Skid Row, Motley Crue e Guns N’ Roses, a cui si aggiunge anche qualche incursione nel punk melodico. Il risultato è un disco totalmente analogico, sporco e sguaiato, condito da testi trasgressivi e capace di evocare, con credibilità, i clichè di un’epoca in cui sesso, droga, cazzeggiare sulla spiaggia per godersi il sole e bere birra fino al tramonto (o allo sfinimento fisico) erano linfa vitale per suonare rock’n’roll.

All Hail Hypocrisy, il terzo album in studio della band, soffia sulle ceneri di un fuoco spento da anni e ne ravviva la fiamma, facendo divampare incendi che ben conosciamo, ma che ardono con rinnovata passione. La produzione di Erik Martensson (cantante e chitarrista degli Eclipse), sodale di lunga data della band, nobilita alla perfezione le intenzioni del quartetto, esaltandone velocità ed energia, e cogliendo il puro istinto stradaiolo che sta alla base di tutte le undici composizioni, che non superano i tre minuti e mezzo di durata.

L'album parte col botto grazie al brano "Beating in My Chest", una derapata che dà il tono con riff ruvido, voce graffiante e ritornello di facile presa, a cui fa seguito "Living Out of Line", che mantiene alto il ritmo spingendo verso un’inevitabile headbanging mentre lo si ascolta.

Tutto il disco spinge al massimo sull’acceleratore, e lo fa con il bel tiro melodic punk della title track (il ritornello si manda a memoria prima che la canzone sia finita) e di "Pseudo Genius", pura adrenalina senza filtri, con la sensualità sguaiata di "Bad Addiction" (fan dei Motley Crue siete avvertiti!) e con i ganci melodici di "Porridge Head".

In questo assalto all’arma bianca rumoroso, grezzo e molto sboccato, c’è anche un momento più tranquillo intitolato "Wasteland", un brano che si avvicina alla ballata, ma senza cadere nei soliti cliché: melodia che conquista, fascino selvatico e suono ispido.

Non c’è niente di nuovo in All Hail Hypocrisy, niente che non abbiamo già ascoltato dai maestri indiscussi del genere tanti anni fa. Ma l’approccio dei Cruel Intentions è credibile, la volontà di cercare l’essenza del rock’n’roll, tutto istinto e sudore, è quasi fisicamente tangibile: si guarda all’essenziale, al groove, a quel flusso di energia che dà la carica giusta per imbracciare l’air guitar e scatenarsi. Il resto non conta. 

Voto: 7

Genere: Hard Rock




Blackswan, mercoledì 23/09/2026

lunedì 21 settembre 2026

For Emma- Bon Iver (Jagjaguwar, 2007)

 


"Ho percorso la luce, così tante strade straniere
Per Emma, per sempre"

 

Lui si chiama Justin Vernon, cantautore originario del Wisconsin, ma gli appassionati di musica lo conoscono con lo pseudonimo di Bon Iver, un nome d’arte bizzarro che nasce da un'ingegnosa storpiatura del termine francese per "buon inverno". Vernon, però, non conosceva il francese e tanto meno lo parlava; si ricordava, tuttavia, di una storia su una città in Alaska, dove la gente, dopo la prima neve dell’anno, usciva di casa, si abbracciava e si augurava “bon hiver” (appunto, “buon inverno”). Secondo il cantante la parola “hiver” gli ricordava troppo “liver”, che in inglese significa “fegato”, e così decise di togliere la “h”.

Dopo lo scioglimento della sua band De Yarmond Edison e la dolorosa conclusione di una storia d’amore, Vernon si ritirò nella baita di legno del padre, immersa nei boschi del Wisconsin, per trascorrere tre mesi di letargo in mezzo alla neve. In quell’isolamento forzato, il musicista raccolse i suoi pensieri e li trasformò in una serie di canzoni, che confluirono nell’album d’esordio intitolato For Emma Forever Ago. Il disco fu inizialmente autoprodotto alla fine del 2007 in una tiratura limitata di 500 copie, che esaurì rapidamente, e successivamente venne pubblicato da Jagjaguwar negli Stati Uniti e da 4AD in Europa.

"For Emma", una delle canzoni più intense dell’album, fu concepita e composta in quel clima glaciale, in quella solitudine dolorosa ma necessaria a fare i conti con se stessi, con il proprio passato e il proprio futuro.

Uno dei versi più significativi del brano recita “Ho visto la morte su una neve soleggiata", fotografando in modo incisivo quello che era lo stato d’animo del songwritter in un preciso momento: la propria solitudine, la temperatura che segnava meno 30 gradi e un sole abbacinante. Un contrasto splendido, che spinge l’anima a riflessioni dolci amare: il sole che illumina, il freddo che ferisce, l’isolamento che impone un fluire costante di riflessioni.

Come questa canzone, tutte le storie raccontate da Bon Iver in For Emma Forever Ago si svolgono durante l'inverno, perché a febbraio, in Wisconsin, le cose si fanno davvero difficili. La desolazione, il grigiore, la mancanza di sole, la terra e la neve che si accumulano ai lati delle strade, rappresentano il momento in cui il cuore delle persone è più vulnerabile e grida a gran voce il proprio desiderio di disgelo e primavera. Un momento in qualche modo catartico, perfetto per fare i conti con un grande amore perso nel nulla.

A questo punto è impossibile non chiederselo: Emma esiste veramente?

Si e no. Emma era il secondo nome della ragazza con cui Vernon si era lasciato, a dire il vero, un bel po’ di tempo prima che il disco venisse registrato. In realtà, Emma è soprattutto un simbolo di rinascita. A spiegarlo fu lo stesso musicista in un’intervista al London Times: “Ho chiamato Emma e lei è rimasta piuttosto sconvolta. Ma come le ho spiegato, non si trattava di lei. Il disco è stato il mio modo di fermare finalmente una spirale terribile e lenta che si stava accumulando da anni. Un modo per alleviare i ricordi, affrontare un amore perduto, la nostalgia e la mediocrità."

E ancora: “Come spesso accade nella vita delle persone, le vecchie relazioni hanno molto a che fare con le nuove che nascono. Gran parte dell'album parla del mio tentativo di crescere, di aprirmi a un nuovo amore e dei miei fallimenti. Racconta la storia di un'ultima relazione e di come altre si siano intrecciate con essa."

Bon Iver registrò inizialmente i brani dell'album nella baita di legno, anche se in seguito in alcune canzoni furono aggiunti altri strumenti: in "For Emma", ad esempio, i musicisti di Boston John DeHaven e Randy Pingrey registrarono parti di tromba e trombone in studio.

Per la cronaca, For Emma Forever Ago ebbe un notevole successo di critica e molte delle testate specializzate lo indicarono come miglior disco del 2008, mentre le vendite crebbero più lentamente, raggiungendo negli Stati Uniti il milione di copie vendute. 

 


 

 

Blackswan, lunedì 21/09/2026

venerdì 18 settembre 2026

S.A. Cosby - Legittima Vendetta (Rizzoli, 2023)

 


Per un ex galeotto, una coppia di poliziotti davanti alla porta di casa non può che significare guai. E quando Ike Randolph viene a sapere che suo figlio Isiah è stato ucciso a sangue freddo insieme al marito Derek, lasciando orfana una bimba piccola, il passato che pensava di essersi messo alle spalle gli crolla addosso. Al dolore si aggiunge la vergogna di non aver mai saputo accettare l’omosessualità del figlio. La stessa vergogna che prova Buddy Lee Jenkins, il padre di Derek, anche lui con un curriculum da delinquente di tutto rispetto. Oltre all’esperienza della prigione, i due uomini hanno poco da spartire: il primo è nero e dopo aver pagato il suo debito con la giustizia ha messo la testa a posto; il secondo è bianco, ha qualche problema con l’alcol e, a volte, con i neri. Buddy Lee e Ike si conosceranno al funerale, e nel giro di poco capiranno di dover fare un’ultima cosa insieme: mettere da parte il colore della pelle e rispolverare i ferri del mestiere per trovare i killer dei loro ragazzi e provare a redimersi, se possibile, dai propri errori. Non sanno che quest’impresa scoperchierà un vaso di Pandora pieno di odio e segreti.

 

Ike è nero, ha un passato turbolento e parecchi anni di prigione sulle spalle, anche se ormai ha messo la testa a posto, ha aperto un’impresa di giardinaggio e vive in una bella casa insieme alla moglie Myia. Buddy Lee, invece, è bianco, anche lui è stato associato alle patrie galere, ma adesso che è fuori non è riuscito a rimettere insieme il puzzle della propria esistenza: vive in una roulotte, è separato dalla bella moglie, che ha sposato un uomo facoltoso, campa di espedienti ed ha un serio problema con l’alcol e una salute cagionevole.

Il carcere non è l’unica cosa che accomuna i due uomini: sono entrambi padri di due figli gay, che si sono innamorati e sposati. E sono tutti e due profondamente omofobi, tanto da aver interrotto ogni rapporto con i loro ragazzi.

Quando arriva la notizia che Isiah e Derek sono stati brutalmente assassinati davanti a un locale, Ike e Buddy Lee appianano le iniziali divergenze e iniziano a indagare su quello che per la polizia è un caso senza speranze. Ciò che scopriranno li metterà in serio pericolo, scatenando l’ira di un gruppo di motociclisti suprematisti, manovrati, però, da un insospettabile burattinaio.

Legittima Vendetta è un poliziesco vecchio stampo, che conquista per i colpi di scena e il ritmo sostenuto, risucchiando il lettore fino a un vibrante e inaspettato finale, che avrà il potere di suscitare nel lettore più di una lacrimuccia.

Tuttavia, sarebbe riduttivo parlare di questo romanzo come di un semplice thriller. S. A. Cosby è uno scrittore sopraffino, la sua prosa è scorrevole, affilata, asciutta, evita ogni retorica, nonostante gli argomenti trattati, scegliendo invece la strada del realismo e della crudezza.

Legittima Vendetta è, soprattutto, la fotografia in bianco e nero dell’America di Trump, in cui omofobia e razzismo innervano una società in cui diseguaglianza sociale, armi e violenza sono all’ordine del giorno.

Non solo. Cosby porta per mano i due protagonisti in un percorso di consapevolezza che fa da contraltare al loro feroce desiderio di vendetta. Se da un lato, infatti, la caccia agli assassini è spietata, al punto da riportare in vita il sopito passato delinquenziale dei due padri, dall’altro, Ike e Buddy Lee scoprono, attraverso la loro forzata collaborazione, l’insensatezza del reciproco razzismo e, soprattutto, il male che hanno causato ai loro figli a causa di una testarda e ingiustificata omofobia. La riflessione sociale, quindi, si affianca, senza appesantirlo, allo sviluppo concitato di una storia avvincente, che conferma S.A. Cosby come uno dei migliori scrittori crime oggi in circolazione. 

Thriller dell’anno per il Washington Post nel 2021.

 

Blackswan, venerdì 18/09/2026