venerdì 26 novembre 2021

GLORY BOX - PORTISHEAD (Go!Discs/London, 1994)

 


Quando il brit pop sta iniziando la sua parabola discendente, in Inghilterra si va affermando un nuovo genere, che, dalla città di Bristol, si appresta a conquistare gli ascolti di mezzo mondo. Si chiama trip hop, un ibrido in cui confluiscono hip hop, soul, psichedelia, jazz, funk, dub ed elettronica.

Portabandiera del suono, insieme a Morcheeba e Massive Attack, sono i Portishead, che prendono il nome da una piccola cittadina del Somerset, in cui è cresciuto Geoff Barrow, mente pensante della band, polistrumentista e produttore. Arruolata la magnetica Beth Gibbons, cantante dal timbro vocale spettrale, i Portishead escono nel 1994 con un esordio folgorante, intitolato Dummy, a tutt’oggi considerato dalla critica come uno degli album più influenti di quel decennio.

Dieci tracce (undici nell’edizione americana) in cui suoni clamorosamente vintage (sintetizzatori moog e rhodes, organo hammond, giri di chitarra tratti da colonne sonore cinematografiche degli anni sessanta) vengono rielaborati in chiave moderna attraverso l’uso di campionatori e scratch. Il risultato è una scaletta dagli umori cupi e malinconici, che si srotolano su ritmiche rallentate quasi al confine della narcolessia.

In una scaletta, che è riduttivo definire perfetta, svetta il brano conclusivo, Glory Box, canzone che la mano del tempo ha collocato sul piedistallo della leggenda. Costruita sullo scheletro di Ike's Rap II di Isaac Hayes dall'album Black Moses, Glory Box viene lanciata come singolo, su insistenza della casa discografica, nonostante il parere contrario dei musicisti, che la ritenevano troppo commerciale e non adatta a rappresentare la vera essenza della musica dei Portishead. Non è un caso, quindi, il brano che compaia in coda al disco, come a voler rimarcare la distanza fra la band e una canzone che, però, innegabilmente, diede loro il successo commerciale e la fama.  

Una linea di basso che scende verso un cupo sprofondo, la batteria che scandisce il ritmo al rallentatore, volute di archi ad accentuare l’effetto ipnagogico e un ritornello, il cui grido di dolore della Gibbons si inerpica sulle scariche elettriche di una chitarra sporca e distorta sono l’ossatura di Glory Box. Difficile immaginare qualcosa di più malinconico di questa dolorosa confessione a cuore aperto di una donna ferita nei sentimenti, delusa da un rapporto ormai avariato, pronta a rinunciare all’amore per salvaguardare il proprio orgoglio e la propria identità.

L’idea di partenza fu quella di utilizzare l’immagine della Glory Box (uno scrigno prezioso, in cui le donne, nei tempi passati, usavano riporre il proprio corredo per la dote in vista del matrimonio), come metafora dell’anima femminile, per denunciare una relazione logora, che non riesce più a trasmettere felicità e passione, ma solo una esiziale frustrazione: “Sono così stanca di giocare, di giocare con questo arco e queste frecce…lascia che siano le altre ragazze a giocare”. Perché l’uomo che Beth ha davanti agli occhi ha ormai perso la propria integrità, e soprattutto, non possiede più quella sensibilità che era stata la scintilla dell’amore (“Quindi non smettere di essere un uomo. Dai solo un'occhiata verso di noi quando puoi, Semina un po' di tenerezza, Non importa se piangi”).

E poi, nel ritornello, quell’invocazione, quel grido disperato, estremo, ma vano tentativo, di tenere in piedi un rapporto che non ha più ragione d’essere:” Dammi una ragione per amarti, Dammi una ragione per essere una donna, Voglio solo essere una donna”.

La canzone, anche a causa del video, in cui uomini e donne si scambiano i ruoli, fu inizialmente male interpretata da parte del pubblico, che travisò le liriche come se quella della Gibbons fosse una richiesta al proprio uomo di prendere in mano le redini della relazione. La cosa fece molto infuriare la cantante che, resasi conto che la gente aveva frainteso i suoi sentimenti, cominciò a considerare la canzone solo un mero prodotto di consumo, un veicolo per arricchirsi e niente più.

Non è un caso, infatti, se Dummy, trainato proprio da Glory Box, ebbe un successo commerciale ragguardevole, conquistando dischi d’oro e di platino praticamente in ogni angolo del mondo. E ciò, nonostante sia un album non facilmente digeribile, cupo, malinconico, di quelli che spingono verso una dimensione parallela, in cui ogni ascolto pretende il suo tributo di lacrime, palpiti e struggimenti.

 


 

Blackswan, venerdì 26/11/2021

giovedì 25 novembre 2021

PREVIEW

 


KORN annunciano il nuovo album REQUIEM, in uscita il 24 febbraio su Loma Vista/Virgin. Guarda il video di "Start The Healing".

Korn annunciano il loro nuovo album in studio Requiem. In concomitanza con l’annuncio dell’album, la band condivide il video del singolo "Start The Healing" diretto da Tim Saccenti (Flying Lotus, Run The Jewels, Depeche Mode). 

Il regista parlando della genesi di "Start The Healing" dice:

"La nostra idea per questo video era quella di mutare quell'aspetto del DNA dei Korn che li rende così stimolanti, il loro mix di potenza grezza ed emozioni umane.

Volevo trasportare lo spettatore in un viaggio emotivo, come fa la canzone, una morte e una rinascita viscerali e catartiche che, si spera, aiutino l'ascoltatore in qualunque siano le sue lotte personali.

Collaborando con l'artista 3-D Anthony Ciannamea abbiamo attinto alla mitologia dei Korn ed esplorato le loro fonti di luce e oscurità per creare un incubo horror surreale.”

A causa degli effetti del Covid e dell'impossibilità di suonare dal vivo, Requiem è stato concepito in circostanze molto diverse rispetto alla maggior parte del catalogo della band. È un album nato senza fretta e dalla possibilità di creare senza pressioni. Stimolata da un nuovo processo creativo senza vincoli di tempo, la band è stata in grado di fare cose con Requiem che gli ultimi due decenni non sempre si è permessa, come prendersi più tempo per sperimentare insieme o registrare diligentemente su nastro analogico, processi che hanno portato alla luce una nuova dimensione sonora e consistenza nella loro musica.

 


 

 Blackswan, giovedì 25/11/2021

mercoledì 24 novembre 2021

OF THE WAND & THE MOON - YOUR LOVE CAN'T HOLD THIS WREATH OF SORROW (Heiðrunar Myrkrunar, 2021)

 


Una copertina che rispecchia perfettamente il titolo del disco e la musica in esso contenuta: due mani alla gola come una ghirlanda di dolore che nessun amore può curare. E’ la visione pessimistica di Kim Larsen (padre padrone del progetto Of The Wand & The Moon), musicista danese che guarda alla vita senza speranza, che riflette su questi giorni bui, in cui l’umanità vaga alla deriva, naufraga in un oceano esistenziale in cui la brutalità è all’ordine del giorno.

La pandemia, lo sfacelo climatico, l’intrinseca malvagità dell’uomo, belva feroce che tutto distrugge, inconsapevole di far danno a se stesso. Sono questi i presupposti che infondono un’invasiva mestizia in nove canzoni profondamente intimiste, cupe, depresse, appena attraversate, di tanto in tanto, da tenui barbagli di luce, gli stessi evocati dal corredo fotografico contenuto nel booklet e da qualche momento sonoro pacificato. Nove canzoni che si ispirano, il riferimento è abbastanza lampante, alla musica dei Death In June, per citare la band più contigua a questo progetto, senza, tuttavia, che la riuscita miscela fra neo-folk e art-rock, dal passo cinematografico e solenne, perda il proprio taglio personale, caratterizzato da arrangiamenti lussureggianti e dal quadro d’insieme organico e coeso.

Ci sono voluti dieci anni, prima che Larsen tornasse a comporre musica, a mettere nuovamente in note i propri tormenti esistenziali. Il risultato finale è decisamente il suo disco migliore, un album in cui i riferimenti alla cultura nordica presente nei precedenti lavori hanno perso la propria centralità in favore della riflessione interiore e di un mood depresso, caratterizzato da malinconia e tristezza.

Difficile togliere dal piatto un disco così coinvolgente, soprattutto se l’umore di chi ascolta è in sintonia con questo neo-folk, proposto attraverso una visione moderna del genere: orecchiabile, cinematografico, malinconico e solenne. Lo stesso semplice approccio alla melodia e quelle linee di basso avvincenti che hanno ispirato album come The Lone Descent sono ora supportati da raffinati arrangiamenti semi-orchestrali, che danno una dimensione completamente nuova alle canzoni, prima di adesso coinvolgenti, certo, ma decisamente meno intriganti sotto l’aspetto della ricchezza del suono.

In Your Love Can’t Hold The Wreath Of Sorrow, la tavolozza sonora è decisamente più audace e varia rispetto al passato, e induce a ripetuti ascolti, ognuno dei quali volto a scoprire le numerose sfumature che rendono questo disco così tanto avvincente.

Perfetta colonna sonora a corredo di plumbei cieli autunnali e per accompagnare passeggiate solitarie nella nebbia, vero e proprio combustibile emotivo per innescare soliloqui e struggimenti in anime tormentate e romantiche.

VOTO: 8

 


 


Blackswan, mercoledì 24/11/2021

martedì 23 novembre 2021

CANDY SAYS - THE VELVET UNDERGROUND (MGM, 1969)

 


E’ capitato a tutti, almeno una volta nella vita: guardarsi allo specchio e non piacersi. Non è soltanto una mera questione estetica, ma c’è qualcosa di più inquietante, di più destabilizzante. Perché, talvolta, quell’immagine riflessa, che ci accompagna da sempre, ci appare come quella di un estraneo, non rappresenta la percezione che di noi stessi abbiamo nel profondo dell’anima. E così, ci percepiamo inadeguati, sfasati rispetto al mondo circostante, risucchiati in un magma doloroso di insicurezze e frustrazioni. E’ questo spaesamento emotivo che ha ispirato Lou Reed a scrivere una delle canzoni più belle e intense dei Velvet Underground. Il brano s’intitola Candy Says e lo trovate su The Velvet Underground, il terzo album della band newyorkese, il primo con Doug Yule in formazione al posto di John Cale, e il primo rilasciato per l’etichetta MGM Records.

Il brano trae spunto dalla triste vicenda di Candy Darling, attrice transgender, star della Factory di Andy Warhol, che successivamente, il 21 marzo del 1974, all’età di soli ventinove anni, morirà di cancro a seguito delle iniezioni di ormoni femminili a cui si sottoponeva. Perché Candy, all’anagrafe, di nome faceva James Lawrence Slattery, ma si accorse ben presto, durante la sua adolescenza, di essere omosessuale e di amare il travestitismo. Candy voleva essere donna, a tutti i costi: è per questo, che ogni volta che si guardava allo specchio, sentiva un profondo disagio interiore, e che scontrarsi con la realtà di tutti i giorni, era come affrontare una battaglia, che le logorava la mente e il cuore; è per questo, che si sottopose, per anni, a un’invasiva cura ormonale, che le procurò il linfoma che la uccise.

Il corpo come un involucro che spesso rappresenta un ostacolo alla felicità, alla piena realizzazione di se stessi. “Candy dice sono arrivata a odiare il mio corpo”. Recita così, l’incipit della canzone, che venne cantata da Doug Yule, perché Reed aveva problemi alle corde vocali, in quel momento consumate dai troppi concerti dal vivo. Odiare il proprio corpo perché implica un grave sfasamento con la realtà, anelare una libertà che è però destinata a rimanere una chimera (“Guarderò gli uccelli blu volare sulla mia spalla, li guarderò mentre mi passano accanto”), ambire a un cambiamento radicale, che inquieta e mette paura (“Odio le grandi decisioni, che causano infinite revisioni nella mia mente”). 

Resta celebre la versione di Candy Says, che Lou Reed, nel 2005, interpretò insieme a Antony And The Johnsons, alla Carnegie Hall di New York. Il destino volle che, sette mesi prima di morire, Reed suonò ancora una volta la canzone, ancora una volta insieme a Antony, alla Salle Pleyel di Parigi. Fu l’ultima apparizione su un palco del grande musicista americano, che ci ha lasciati il 27 ottobre del 2013.

 


 

Blackswan, martedì 23/11/2021

lunedì 22 novembre 2021

LANA DEL REY - BLUE BANISTERS (Polydor, 2021)

 


A marzo, appena dopo l’uscita dell’ottimo Chemtrails Over The Country Club, Lana Del Rey aveva annunciato un nuovo disco, che sarebbe dovuto uscire a giugno e si sarebbe dovuto intitolare Rock Candy Sweet. Invece, è stato necessario qualche mese in più perché il nuovo album vedesse la luce e con il titolo diverso di Blue Banisters. Un ritardo dovuto, ovviamente, al lavoro di limatura delle canzoni, ma anche alla necessità di ritrovare riservatezza e tranquillità, perdute a causa dei continui attacchi della stampa (alcuni suoi commenti su Donald Trump hanno scatenato un vero e proprio putiferio), che hanno portato la songwriter americana a chiudere tutti i suoi profili social.

L’isolamento ha indubbiamente giovato alla qualità di scrittura e alla lucentezza del suono, visto che questo nuovo disco si colloca un gradino sopra il suo predecessore, per varietà espositiva ed intensità emotiva.

L'album, come di consueto, suona molto malinconico, è pervaso di tristezza e intimismo, sentimenti che sono, da sempre, la maggior fonte d’ispirazione della trentaseienne musicista originaria di New York. Un mood che, evidentemente, le è caro, una predisposizione alla mestizia tanto radicata da spingere Lana a difendere a spada tratta le sue scelte sulle tintinnanti note di pianoforte di Beautiful, brano che evoca addirittura Picasso e il suo periodo blu (“E se qualcuno avesse chiesto a Picasso di non essere triste?" si chiede. "Non avremmo mai saputo chi fosse o l'uomo che sarebbe diventato. Non ci sarebbe il periodo blu).

Una canzone, questa, che testimonia anche l’evoluzione di Lana come cantante: la sua voce suona calda e ricca di sfumature come, probabilmente, mai prima. Quel cantato languido e avvolgente risplende in molti degli episodi migliori del disco, nella title track, ad esempio, o nella stupefacente "Arcadia", senza ombra di dubbio una delle canzoni più intense scritte da Lana negli ultimi anni.

Blue Banisters è, decisamente, un disco più vario, che imbocca strade diverse dai i due album precedenti, Chemtrails... e Norman Fucking Rockwell, lavori che evocavano un certo folk targato Laurel Canyon, qui presente solo in qualche episodio. Una peculiarità dovuta, probabilmente, al fatto che il nuovo disco è una raccolta sia di vecchie canzoni che di nuovo materiale. Alcune di queste tracce ("Nectar Of The Gods", "If You Lie Down With Me"), infatti, risalgono addirittura al 2013 e avrebbero potuto essere incluse nel suo disco del 2014, Ultraviolence.

In questo nuovo capitolo, Lana, poi, utilizza soprattutto il pianoforte, che diviene l’elemento centrale in quasi tutte le canzoni, ad eccezione dell’insolita "Interlude-The Trio", che campiona Ennio Morricone su ritmiche trap, o dell’incedere jazzy di Dealer, in duetto con Miles Kane (The Rascals, The Last Shadow Puppets) e uno degli apici emotivi del disco, in cui Lana, quasi urlando, canta, a proposito di una relazione sentimentale in agonia: “Non voglio vivere, non voglio darti niente, perché non mi dai mai niente in cambio”.

Al disco, probabilmente, avrebbe giovato un minutaggio inferiore, e qualche canzone ("Living Legend", "Nectar Of the Gods") suona rispetto al resto della scaletta, solo come un piacevole riempitivo, senza riuscire a svettare all’interno di un contesto di qualità altissima. Ciò nonostante, con Blue Banisters, Lana Del Rey non solo rifinisce e consolida una stile inimitabile, ma conferma di vivere un momento artistico ispiratissimo, a dispetto, come dicevamo all’inizio, di una costante aggressione mediatica, che invece di ferirla, sembra averla rafforzata sotto il profilo della consapevolezza e dell’integrità.

VOTO: 8

 


 


Blackswan, lunedì 22/11/2021