Pausa è un termine di per sé indeterminato: può indicare un lasso di tempo breve, quanto uno iato lungo anni. Quella che si sono presi gli australiani Karnivool, prima di pubblicare un nuovo disco, è durata la bellezza di tredici anni, pari alla carriera scolastica di uno studente italiano, dall’inizio delle elementari alla fine del liceo. Cosa aspettarsi da questa rinascita, da questo nuovo inizio?
La talentuosa band, nel corso della sua breve carriera, è passata dal raffinato nu-metal del loro debutto del 2005, Themata, alle tendenze più prog-rock di opere come Sound Awake del 2007 e Asymmetry del 2013. Arrivato dopo quasi tredici anni di assenza, In Verses è un disco inevitabilmente destinato a essere confrontato con i bei dischi pubblicati, ormai, in un lontano passato. E il confronto, alla resa dei conti, è vincente.
Il disco è frutto di un lungo lavoro di affinamento del suono, di tentativi, riusciti, di sperimentare, di un songwriting consapevole e maturo. Pur sfoggiando alcuni elementi già presenti nelle precedenti pubblicazioni, In Verses è un lavoro decisamente più compatto e omogeneo, un album di grande impatto, a cui mancano però quei singoli di spicco che rendevano più allettante il materiale del passato. Il disco funziona, semmai, più come un viaggio atmosferico, un unico grande flusso di musica in continuum, da ascoltare senza distrazioni, in una sola seduta (anche se poi gli ascolti devono essere diversi per coglierne ogni sfumatura).
In Verses
è, insomma, un album denso, ossessivamente intricato nei suoi
soundscapes, un album che fa della densità il tessuto stesso della sua
identità estetica.
La voce del vocalist Ian Kenny, nonostante il tempo trascorso, è quella che ci ricordavamo, risuona piena di vita e di potenza come nei precedenti album, e il suo timbro, così ricco di sfumature e morbido, si adatta perfettamente allo stile prog atmosferico, ma corposo, della band. Le chitarre di Drew Goddard e Mark Hosking alternano trame pastose e flessibili, che sviluppano una sorta di atmosfera malinconica riconducibile all’alt metal di fine anni '90, a riff più pesanti, che percuotono, senza tuttavia prendere mai il sopravvento. Ottima anche la sezione ritmica, con le linee di basso di Jon Stockman, evidenti soprattutto nei momenti più tranquilli e atmosferici della scaletta, e il drumming stellato di Mike Judd, che definisce la direzione che ogni canzone prenderà, alternando la regola less is more (tocchi calibrati sul bordo del rullante) a groove che schiacciano il piede sull’acceleratore, innestando la marcia dell’epica.
I primi secondi di "Ghost" ribollono e riverberano, solleticando le orecchie dell'ascoltatore con le texture di chitarra e di synth, prima di esplodere, un minuto dopo, nella massiccia e fangosa distorsione del timbro di chitarra di Drew Goddard e Mark Hosking, il singolo "Aozora", ispirato al termine giapponese che significa cielo azzurro, mette in mostra in modo simile l'innato senso del groove dei Karnivool, mentre "Animations" testimonia la grande dote della band, capace di offuscare il senso del tempo con una poliritmia intricata e seducente. Le ultime due canzoni del disco, poi, "Opal" e "Salva", possiedono un tono decisamente personale e malinconico, raccontano la perdita di un amico e la perdita dell'innocenza, sono brani colorati da arrangiamenti delicati combinati con passaggi più pesanti che sono il cavallo di battaglia della band.
Ogni
singolo brano è assolutamente ricco di trame e intrecci sorprendenti,
al punto che elencarli tutti diventerebbe rapidamente un esercizio
stucchevole. Mai prima d'ora i Karnivool avevano suonato in modo così
maniacalmente dettagliato, e in In Verses la profondità e la complessità del loro suono
penetrano in una dimensione completamente nuova,
La produzione cristallina di Forrester Savell lascia ampio spazio al vagabondaggio sonoro di Karnivool, i sottili dettagli materici non si perdono mai nel mix, anzi, sono pienamente illuminati accanto al grosso della strumentazione standard, come granelli di polvere sospesi che danzano in un raggio di sole. Una produzione consapevole e deliberata, in linea con l'intento dietro ogni decisione compositiva. Allo stesso modo, la scrittura dei brani tiene conto dell'architettura emergente di un paesaggio sonoro così intenso, integrandosi pienamente e fondamentalmente nel processo compositivo.
Sembra un’ovvietà, visto il tempo trascorso a disposizione per definire ogni dettaglio della scaletta, ma In Verses sembra davvero il frutto di una maturazione naturale del sound dei Karnivool, e sebbene manchi di quelle particolari caratteristiche sonore che avevano definito i celebrati Sound Awake o Asymmetry, il disco rappresenta un audace passo in avanti, che utilizza il passato come una cornice in cui inserire un dipinto, per quanto riconoscibile, proiettato verso un nuovo e coraggioso futuro.
Voto: 8
Genere: Progressive Metal
Blackswan, martedì 10/03/2026




