giovedì 18 ottobre 2018

PREVIEW



Il 16 novembre XL Recordings pubblica Spoken By The Other, il primo EP di Powell Tillmans, una raccolta di sei tracce di due tra i più interessanti artisti in Europa.
 
Il primo membro di questa collaborazione è Oscar Powell, produttore di base a Londra. Il secondo è l’artista e musicista Wolfgang Tillmans, vincitore del premio Turner che vive tra Berlino e Londra.
 
Dopo 25 anni lontano dalla musica, Tillmans ha iniziato a pubblicare le sue tracce nel 2016, con una serie di EP e mini album collaborativi e con una traccia in chiusura all’album Endless di Frank Ocean. Powell, nel frattempo, ha pubblicato musica dal 2011 sulla sua etichetta Diagonal e su XL, partendo dalla storia della musica elettronica per creare un nuovo audace linguaggio. I due si sono incontrati al Tate Modern, dove Tillmans stava programmando una serie di performance in concomitanza con la sua esposizione del 2017. I due cominciarono rapidamente a parlare di una collaborazione vera e propria, e dopo il video di Tillmans per il brano “Freezer” di Powell, durante l’estate entrarono in studio e iniziarono a comporre.
 
Le registrazioni ebbero luogo tra Berlino, Londra e Torino, con un lavoro di squadra tra la voce di Tillmans e i synth di Powell. Invece di una semplice collaborazione produttore-cantante, spiega Powell, “la voce di Wolfgang e i miei suoni portano ad una sorta di forma o sentimento d’insieme.” Questi brani sono stati perfezionati dal vivo ai festival Atonal e Club2Club nella seconda metà del 2017 e, con non poche email e messaggi vocali scambiati tra i due, queste idee evolsero in quello che è l’EP in uscita quest’anno.
 
Nelle sei tracce dell’EP, la voce di Tillman fluttua sulla musica. I testi servono sia come istantanee poetiche e astratte come “All surfaces and all reflections” in “Doucement”, sia come invocazioni dirette all’ascoltatore, come “Lose your pride!” in “Feel the Night”. Per tutto l’EP i suoni di Powell sono allo stesso tempo nitidamente a fuoco e meravigliosamente liberi. Ogni traccia rappresenta un’altra avventura nelle infinite possibilità della musica elettronica: composti tramite synth modulari e processori di segnale digitale. “Feel the Night” utilizza un paio di note tremolanti e la voce effettata di Tillmans al fine di creare lentamente un inno. “Tone Me”, che Tillmans descrive come parodia semi-affettuosa della cultura del fitness, gioca con il suono grave della linea di basso e con una melodia disegnata sopra. “Doucement” (‘lentamente’ in francese) è una poema sinfonico elettro-acustico. “Rebuilding the Future” si muove, nonostante viaggi in modo statico. In “445”, una cena diventa un affascinante pezzo di musica concreta. Questo è il sound di due artisti che si spingono reciprocamente verso la libertà. Libertà di muoversi. Libertà di suonare, libertà di cambiare.
 
Per Powell, lavorare con Tillmans è stato liberatorio: “Penso che molti lavori di Wolfgang abbiano a che fare con la vulnerabilità.  Non ho mai avuto paura di esprimerlo, o sottolinearlo, o metterlo in evidenza come qualcosa che vale la pena mostrare.” Powell continua, “Registrare l’EP è stato come abbandonare le aspettative che pesano su di me. Le persone lo hanno descritto come un album vulnerabile, e quell’onestà e trasparenza rappresentano i miei sentimenti nel farlo. Mi ha fatto uscire dalla mia comfort zone, ma penso che lavorare con Wolfgang mi abbia spinto a fidarmi maggiormente di me stesso. A sentire di più.”
 
Proprio come le immagini di Wolfgang disegnano profonde verità da apparenti istantanee, gran parte del suo processo dipende da messaggi vocali e email piene di testi. “Dopo aver trascorso del tempo insieme in studio, Wolfgang era solito mandare musica e idee come messaggi vocali, a volte registrati semplicemente con il suo telefono e inviati dalla tromba delle scale. È davvero come nelle sue foto: ‘This is how I feel now’. L’ultimo brano, “445” è una registrazione su campo proveniente da una cena  e l’ho utilizzata per scatenare tutti i suoni intorno ad essa.”
 
Wolfgang continua, “Nelle registrazioni ho fatto il percussionista: suono le posate e i bicchieri ad una cena di famiglia. La natura poco chiara di cosa venga effettivamente mostrato è qualcosa che prendo dal mio lavoro di fotografo. Le persone vogliono sempre risposte chiare, e mi sono reso conto che non è vero: possiamo essere sia seri che spiritosi, sia politici che edonistici.”
 
Queste non sono forze in opposizione per Tillmans, il cui supporto per l’Unione Europea e per i diritti dei migranti contro il crescente sviluppo del nazionalismo ha formato le fondamenta del suo lavoro. “Se tutti diventassimo insensibili in questo mondo estremizzato, non ne usciremo mai illesi. La soluzione non è controbattere ogni volta, ma creare una valida alternativa, non autoritaria o dura, ma gentile, come una canzone d’amore. Non possiamo permettere alle persone che odiano di sovrastare le nostre vite. Dobbiamo continuare a fare festa; dobbiamo continuare ad amare e a vivere.”
 
Spoken By The Other sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali e in vinile 12” edizione limitata.

TRACKLIST
Feel the Night
Tone Me
Doucement
Speak Out (Version)
Rebuilding the Future
445





Blackswan, giovedì 18/02/2018

mercoledì 17 ottobre 2018

S.CAREY - HUNDRED ACRES (Jagiaguward, 2018)

Acro è un’unità di misura usata per le superfici nei paesi anglosassoni. Non è un caso che S.Carey, moniker sotto cui si cela Sean Carey, batterista e vocalist della band che accompagna Bon Iver, utilizzi un titolo così bizzarro per presentare il suo terzo album in studio.
Un termine, almeno all’apparenza, squisitamente tecnico, ma che nello specifico riveste connotati fortemente evocativi. Acro, infatti, richiama alla mente la campagna, rivelando il carattere bucolico del disco e suggerendo un genere, quello folk, che S.Carey interpreta con grande modernità.  E appare indubitabile, dopo qualche ascolto, che il songwriter originario del Wisconsin, abbia voluto creare fin dal titolo un legame forte fra l’ascoltatore e questa musica che si muove con stupore e delicatezza fra la natura, così ben rappresentata dalla copertina dell’album e dalle due belle foto che trovate all’interno della confezione.
Non ci sono, però, la neve né le temperature rigide che il Wisconsin raccontato da Justin Vernon ha spesso evocato (si pensi, ad esempio, alla copertina di Blood Bank); la narrazione di Carey è semmai descrittiva, i colori sono tenui e autunnali, la natura è compagna benevola di un girovagare meditabondo fra campi di grano, foreste di conifere e specchi d’acqua che rapiscono lo sguardo, riempiendo il cuore di pace e di dolcezza.
Carey ha mandato a memoria la lezione del proprio datore di lavoro, e Hundred Acres suona come avrebbe suonato For Emma Forever Ago, se fosse stato privato dalla feroce malinconia suscitata dalla fine di una storia d’amore, o anche come Carrie & Lowell di Sufjan Stevens, senza però il peso nostalgico dei ricordi.
Le canzoni di Carey, invece, si sviluppano nel presente, attraverso cento acri che mappano la geografia dell’anima e inducono a una serena contemplazione. Lo sguardo e i pensieri si perdono così nella melodia serica di Rose Petals, la cui morbidezza sfuma fra gli armoniosi contorni del crepuscolo, o nello sfarfallio tenue di Hideout, che sfiora carezzevole la pelle e le orecchie.
Domina la luce in Hundred Acres, e barbagli di sole attraversano la melodia cristallina di More I See, il tepore che accompagna il risveglio della bellissima Emery o il folk millesimato della title track, soavemente elegiaca. E quando Carey si abbandona all’abbraccio della malinconia, cesella i quattro minuti e mezzo di True North, gioiello di semplicità e poesia e perfetto breviario di struggimenti per cuori che senza lacrime non sanno stare.
Lontano dalla grandeur di certi dischi iperprodotti, Hundred Acres preferisce i toni sommessi, si muove con passo leggero scegliendo uno scarno armamentario sonoro composto di chitarra, piano, archi e un pizzico di elettronica, e inanella “una somma di piccole cose” (tanto per citare un bellissimo disco del nostro Niccolò Fabi con cui Hundred Acres è strettamente imparentato) il cui computo finale produce, però, grandi emozioni che arrivano dritte al cuore.

VOTO: 7





Blackswan, mercoledì 17/10/2018

martedì 16 ottobre 2018

PREVIEW




Ad anticiparlo la prima traccia estratta dall’album Untold e l’annuncio del lungo tour internazionale che include 4 live in Inghilterra il prossimo Febbraio.
La capacità di catapultare l’ascoltatore in una dimensione intima attraverso un sound intenso e pieno di passione è qualcosa in cui l’artista australiano di base a Los Angeles eccelle.
Dopo il successo dell’EP “Berlin”, RY era stato impegnato in una serie di live sold-out sia in Europa, che in America che in Canada, compresi i due live alla Union Chapel e al Shepherds Bush Empire nel 2016. Successivamente, nutrito e accudito durante diversi mesi di “hibernation and emotional sweat” - afferma Ry – nelle montagne a nord di LA, il debut album “Dawn” (2016) rifletteva a pieno un periodo di studio dedicato all’attività del songwriting di un cantante che sembrava a volte essere in balia delle proprie emozioni ed altre invece di avere le piene capacità di controllarle.
Ry con questo secondo album amplifica e rende omaggio alla sua visione. Tra “rippling beats “, dolci chitarre, un piano equilibrato e vocalità ben dosate, UNFURL fa esattamente ciò che il titolo suggerisce: un naturale percorso che parte dal precedente album, e si schiude qui in nuove e delicate direzioni, mantenendosi però ben saldo alle sue radici.
Cresciuto nella cittadina costiera di Angourie, sulla costa est australiana, lascia casa appena 17enne con una tavola da surf. Nei suoi viaggi in Costa Rica, Indonesia, Stoccolma, Londra, Berlino e Hollywood ha modo di appassionarsi a diversi tipi di musica, Indian Ragas, African jazz, techno, e anche all’elettronica sperimentale che lo ha portato a due importanti collaborazioni: una con Frank Wiedemann del duo elettronico tedesco Âme, sotto il nome di Howling, e l’altra con il dj inglese Adam Freeland e il produttore californiano Steve Nalepa, sotto il nome di The Acid.
Durante i suoi viaggi Ry ha iniziato a scrivere canzoni fragili, intime e acustiche, incidendole su nastro per preservare la loro pura spontaneità.
L’Ep “Berlin” lo ha portato alle radio mainstream e ha preparato il terreno per “Dawn”, che è stato scritto e registrato immerso nella natura in una sorta di isolamento. “Berlin” ha attualmente raggiunto i 78 milioni di streaming e complessivamente ad oggi gli streaming di Ry superano i 120 milioni. La sua carriera vanta anche una collaborazione con Rihanna che lo ha invitato a remixare "Love On The Brain" a cui Ry ha risposto con una bellissima re-interpretazione minimalista.
Per questo secondo album e dopo essere stato impegnato in tour per mesi, Ry aveva molto ben chiaro in mente che cosa fare per ripagare e ringraziare tutti i suoi fan. “I grew up very simply,” ha spiegato “and I think I always want to come back to that.”
Ry è tornato a casa, a Topanga Canyon, e ha lasciato che le canzoni che aveva scritto si schiudessero, proprio come suggerisce il titolo, nel loro ambiente, cioè a casa, vicino al mare, alla famiglia e agli amici.
Per mantenere la loro potenza, molte canzoni sono state registrate live, utilizzando un’attrezzatura analogica in un vecchio studio di LA e in uno spazio convertito a studio a Topanga; lì Ry ha avuto la possibilità “to walk barefoot and sandy from home straight into a sacred little space and create”.





Blackswan, martedì 16/10/2018

lunedì 15 ottobre 2018

KRISTINA MURRAY - SOUTHERN AMBROSIA (Loud Magnolia Records, 2018)

Southern Ambrosia è un’autentica sorpresa, e non solo da un punto di vista musicale, grazie alle belle canzoni che ne costellano la scaletta, ma anche, e soprattutto, per le liriche dei brani che Kristine Murray cesella con lirismo, consapevolezza e indubbia affabulazione.
C'è una ragione per cui il Sud degli States produce un’influenza romantica nei cuori di molti dei suoi abitanti e nativi e suggestiona con aria di mistero e folclore coloro che lo osservano da lontano. Ci sono molte parti del mondo più antiche, con alle spalle grandi tradizioni e storie importanti di epiche battaglie militari, di grandi civiltà che hanno regnato e guerreggiato, di antiche reliquie che si celano negli anfratti della terra.
Ma molti di questi luoghi non riescono a suggerire lo stesso mistero e la stessa attrazione di una terra come, ad esempio, la Georgia, tanto che, verrebbe da dire, l’incanto è probabilmente la più grande risorsa del Sud. 
Una linea sottile fra peccato e la redenzione attraversa le storie raccontate dalla Murray, allo stesso modo in cui la cresta degli Appalachi attraversa la regione. Come spesso è il Sud del mondo, anche quello americano è terra di contrasti, di incalcolabili ricchezze estratte sul suolo, anche se talvolta attraverso tragedie immense come lo schiavismo, e di una povertà e un’ignoranza che vivono parallele, e che sono paragonabili solo a quelle di un paese del terzo mondo.
Sono questi i temi che diventano la fonte di ispirazione per Southern Ambrosia di Kristina Murray. Da dietro i suoi occhi tristi, la songwriter non si limita a sviscerare i dolori della propria esperienza, ma tutti i dolori di un intero popolo. Anche quando piange per le bollette al tavolo della cucina, imprecando per un padre assente o temendo che la vita stessa non sia altro che un lento processo di morte, Murray è spietata nel suo sforzo di farti sentire il dolore personale attraverso storie immaginarie che diventano fin troppo chiaramente reali e universali.
Se è vero che all'interno di questi racconti c'è anche la piccola ricchezza della vita quotidiana del Sud, vista con gli occhi di chi è innamorato della propria terra, è altrettanto vero che la Murray si sofferma però sempre sulla fatica e il dolore di battaglie quotidiane, con la consapevolezza che Dio ignora le suppliche degli ultimi, che quando “pregano per la pioggia, arriva l’alluvione”.
Figlia selvaggia della Georgia del Sud, Murray ombreggia le sue storie con inaspettata profondità, e le sue scelte vocali sono in parti uguali inebrianti, spietate, incisive. "Quando sei morto e bello che andato, Non c'è niente che loro possano rubare, Non ne so molto, Ma questo è per un fatto, L'unica cosa che ti potranno prendere sarà il duro lavoro che hai fatto”, canta nella commossa preghiera di Potter's Field, soffermandosi sulla paura dell’aldilà e lo sfruttamento del lavoro terriero, mentre la ballata bluesy di Made In America, apre il disco soffermandosi sul tema della sofferenza e riflettendo sul fatto che bisogna “imparare a combattere e bere e pregare e vivere proprio attraverso il dolore”.
Kristine è capace di raccontare di dipendenza dall’eroina senza mezzi termini, attraverso la grinta honky tonk di The Ballad of Angel and Donnie, o tratteggiare il quadro tragico di una società in cui “troppe persone di buon cuore, vivono al limite, camminando in giro come se fossero già morti” nell’Americana dritta e diretta di Slow Kill.
Prodotto da Michael Rinne, noto per il suo eccezionale lavoro con Caroline Spence, Kelsey Waldon e Erin Rae, e grazie al contributo di validi musicisti (tra gli altri, Kris Donegan alla chitarra elettrica e slide, Justin Schipper alla pedal steel e dobro, Ian Fitchuk al piano, lo stesso Michael Rinne al basso, Fred Eltringham alla batteria, John Mailander al violino e Rob McNelley alla slide), Southern Ambrosia è un disco che contiene osservazioni intelligenti e profonde sulla società, capaci di cogliere nel segno come un cazzotto ben assestato, ma che non perdono mai un briciolo del calore che avvolge un suono perfettamente equilibrato.
Perché, anche quando la Murray canta su come "la vita ti ferisce come l'ustione di sigaretta”, raccontando il passaggio dall’infanzia alla cruda realtà dell’età adulta, c'è una spumosità levigata che, tutto sommato, rallegra i sensi.
Chiude il disco la scabra bellezza di Joke’s On Me, esitante ballata attraversata da violini e dal ripetuto e fulminante verso “dicono sempre di ascoltare il tuo cuore, immagino che il mio vecchio cuore non sia così intelligente”, che la racconta lunga sulla qualità di scrittura della Murray e sul perché perdere questo disco sarebbe un delitto.

VOTO: 7,5





Blackswan, lunedì 15/10/2018

domenica 14 ottobre 2018

PREVIEW




I Deer Tick hanno annunciato la pubblicazione di un nuovo album che sarà nei negozi a partire dal primo novembre e si intitolerà Mayonnaise. L’album sarà composto da 13 canzoni, alcune delle quali sono versioni alternative di brani noti e comparsi in album precedenti come Deer Tick Vol.1 e Deer Tick Vol.2, alcune cover suonate durante il loro Twice Is Nice Tour (Run Of The Mill di george Harrison, ad esempio) e un brano originale intitolato Hey! Yeah!.




Blackswan, domenica 15/10/2018

sabato 13 ottobre 2018

SARI SCHOOR - NEVER SAY NEVER (Manhaton, 2018)

Una gavetta iniziata sul palco del mitico GBGB, la conseguente attenzione del produttore Mike Vernon e i tour con alcuni protagonisti della scena rock blues quali Popa Chubby, Joe Louis Walker e Walter Trout, sono stati solo l’inizio di una sempre crescente notorietà, cha ha portato Sari Schoor, singer songwriter originaria di New York, a pubblicare nel 2016 il suo primo disco solista, A Force Of Nature.
Quel disco ebbe critiche positive e apprezzamenti da parte della stampa specializzata, ma anche un notevole riscontro di vendite, grazie a una verace e rabbiosa interpretazione di un classicone senza tempo come Black Betty (accreditata a Lead Belly e portata al successo planetario dai Ram Jam). Erano molte le attese, dunque, per questo sophomore, per capire, cioè, se la talentuosa e non più giovanissima artista newyorkese avesse davvero tutte le doti per entrare nel novero delle migliori interpreti femminili di genere.
Never Say Never, è presto detto, non solo conferma tutte le positive impressioni dell’esordio, ma anzi rappresenta un ulteriore passo avanti nel consolidamento di un suono (risoluto e volitivo) e nella qualità della scrittura (la maggior parte dei brani originali sono scritti da Schorr in condominio con Henning Gehrke, il suo coproduttore, cosa che garantisce una maggior coerenza stilistica al materiale proposto).
Siamo di fronte a un classico disco di rock blues, con qualche apertura al soul e al gospel, che in scaletta alterna brani più ruvidi ed energici (la maggioranza) ad alcune ballate ricche di pathos. Il paragone più evidente sarebbe quello con Beth Hart, se non fosse che la Schorr sfoggia una grinta maggiormente innervata di rock a discapito della propensione più black della collega losangelina.
Il carattere veramente distintivo del disco, però, risiede nella voce di Sari che, al netto di paragoni un po' pigri con la solita Janis Joplin, ricorda per il timbro roco quella di Melissa Etheridge, anche se dotata di una potenza e di un’estensione a dir poco straordinarie. Questa ragazza non lavora certo di fioretto e nemmeno sta a guardare le sfumature, su questo non ci piove; ma per quanto concerne passione e grinta, canta davvero come se ogni nota fosse l’ultima della sua vita (difficile non commuoversi, ascoltando, ad esempio, l’intensa Beautiful).
Valore aggiunto del disco è una backing band coi fiocchi, in cui spicca per tecnica il chitarrista Ash Wilson (che ha una carriera parallela con il suo gruppo), libero di spaziare con ficcanti e pulitissimi assoli, diventando vero co-protagonista del disco.
Se un paio di episodi suonano abbastanza prescindibili a causa di un taglio radiofonico che mal si adatta al resto della scaletta (Back To L.A.), impossibile non eccitarsi per un disco che regala momenti palpitanti (King Of Rock & Roll, dedicata a Robert Johnson, il wah wah alla Hendrix di Thank You) e due cover irresistibili: la sensuale Ready For Love uscita dalla penna di Mick Ralph (Moot The Hoople e Bad Company) e la romantica title track, presa dal repertorio di Ian McLagan (Small Faces e Faces).
Con Never Say Never, Sari Schorr, dopo il promettente esordio di due anni, consolida la propria posizione all’interno della comunità rock blues e dimostra di avere le carte in regola per affezionare alla sua causa una nuova schiera di fan. Piaccia o no il genere, infatti, sarebbe davvero un peccato perdersi la performance di quella che, senza esagerare, potremmo definire una degli migliori cantanti rock in circolazione. Provare per credere.

VOTO: 7





Blackswan, sabato 13/10/2018

venerdì 12 ottobre 2018

PREVIEW



Pavo Pavo è il progetto discografico di Oliver Hill ed Eliza Bagg. Mystery Hour è il secondo album della band. Incanalando il dramma narrativo della mutevole relazione tra Eliza ed Oliver, risulta non catalogabile essendo al contempo massimale e compatto, un sogno febbrile pieno di immagini cinematografiche e radicato nelle amozioni acute.
La band ha condiviso un video onirico e inquietante (che potete vedere qui sotto, come sempre) della title-track, diretto da Harrison Atkins. “Il nostro nuovo disco è stato scritto mentre Eliza ed io ci stavamo separando dopo sei anni,” dice Oliver. “Per la title-track, volevamo un video che ci presentasse come due personaggi che meditavano sui rapporti da tutte le angolazioni, abbinando il romantico melodramma dell’orchestra e del coro con l’azione cinematica e narrativa. John, il protagonista del video, è un angelo del sesso e dell’amore, e funge da mascotte sovrumana del disco – rappresenta la ricerca di intimità e connessione. Il tatuaggio del cuore umano che ha sul collo è il nucleo del suo potere, e in quel tatuaggio viviamo noi, Pavo Pavo, a lanciare incantesimi e guidare i suoi movimenti.”
L’album fu inizialmente un mezzo per elaborare la rottura ma presto divenne una risposta di ritorno, influenzando l’alchimia del loro processo di separazione e dando forma ai loro nuovi ruoli nelle rispettive vite. Suoni e strumenti ricorrenti mettono in scena le trame mutevoli di questi personaggi attraverso l’album: le voci instabili di Oliver e i synth melodici sono un distorto, imperfetto rimpiazzo del fluttuante soprano di Eliza, e gli archi a cascata fungono da colonna sonora intenzionale per il melodramma romantico.
Il tono generale è impostato dalla title-track, una canzone pop guidata dall’orchestra e dal coro fino alla dissolvenza celestiale: “mi rendo conto che l’amore è vedere ogni parte di te / ma, mon cheri, sono stato progettato per essere insoddisfatto”.
Al cuore di questa musica c’è la franchezza con cui il duo continua a cantare assieme e che rivela la loro incrollabile amicizia. “Goldenrod” conclude l’album con un duetto sulla perdita, l’espressività delle due voci ingarbugliate per farle sembrare sconcertanti, inumane.





Blackswan, venerdì 12/10/2018

giovedì 11 ottobre 2018

GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO - UNIDICI CANZONI DI MERDA CON LA PIOGGIA DENTRO (La Tempesta, 2018)

Ci sono artisti che restano per sempre legati all’illustre passato che si sono lasciati alle spalle, e vivono di ricordi di una gloria antica, nutrendo la propria rilevanza artistica e la propria credibilità con l’autorevolezza conquistata nel tempo. Giorgio Canali è uno di quei musicisti che avrebbe potuto vivere di rendita, facendosi scudo dietro la militanza in band leggendarie come CCCP, CSI e PGR, che hanno fatto la storia del rock alternativo italiano.
Invece, no: Canali ha puntato tutto sul presente, si è scrollato di dosso la pesante eredità di questa entusiasmante stagione e ha imboccato una strada autonoma e coraggiosa, inseguendo e realizzando un’idea di rock urticante, scomodo e passionario. Così, a nessuno, oggi, verrebbe in mente di parlare del chitarrista originario di Predappio come di” quello che suonava nei”, salvo per spiegare a qualche ascoltatore distratto “guarda un po' cosa ti sei perso”.
La carriera di Canali, d’altra parte, è sempre stata improntata a un rigore artistico ed etico, che lo ha tenuto lontano da scelte furbette e accomodanti, andando spesso in contro tendenza rispetto a un mercato, come quello italiano, zavorrato da tonnellate di paccottiglia. La sua autorevolezza sta proprio in questo, a prescindere dalla storia che si è lasciato alle spalle, e lo dimostra un filotto di dischi diretti, sanguigni e arrabbiati, capaci di raccontare il paese, la società e sentimenti universali, senza mai abbassare la guardia o cedere alle mode del momento.
Questo Undici Canzoni Di Merda Con La Pioggia Dentro (citazione dal suo Rojo, album del 2011) arriva due anni dopo Perle Per Porci (inusuale disco di cover che finiva per suonare come un disco di canzoni originali) e conferma nuovamente quanto appena scritto. Se in tanti hanno mollato, venendo a patti coi tempi che cambiano, con l’età e con logiche commerciali che poco hanno a che vedere con l’arte, Canali non arretra di un centimetro e torna più battagliero che mai, tenendo lo sguardo vigile sul mondo che lo circonda, dissacrando senza filtri la società degli smartphone e dei selfie, ma riuscendo al contempo a mettersi a nudo e a raccontare i propri tormenti con una semplicità e una purezza che disarmano.
Non sono in molti, infatti, quelli che, senza perdere il bandolo della matassa o cedere all’ovvio, sanno coniugare all’interno della stessa canzone  parole d’amore e invettiva politica, o far convivere i più intimi struggimenti del cuore con la disillusione e un approccio fieramente iconoclasta.
Pubblico e privato, passione e rabbia, riflessione e denuncia, sono gli elementi che animano queste undici canzoni, che non sono ovviamente canzoni di merda, ma che di pioggia, dentro, ne portano parecchia. A volte, diluvia, e tuoni e fulmini accendono di elettricità gli scossoni di Undici o la tirata noise di Emilia Parallela, impietosi affreschi di un paese in definitiva deriva etica; in altri casi, invece, la pioggia scende lenta, ed è il coagulante per momenti più raccolti, in cui la musica si scioglie in verace malinconia (Messaggi A Nessuno) o lenisce l’afflizione di un guerriero ferito ma non arreso (la tormentata richiesta di aiuto nella conclusiva Mandate Bostik).
La presenza dei Rossofuoco, la backing band che accompagna Canali ormai da quindici anni, innerva la scaletta di un suono ruvido, asciutto e al contempo potente, mediando con sapienza fra sferraglianti assalti rock e ballate declinate con scabra virilità. Il carburante nobile di un songwriting che continua a colpire nel segno con la forza della passione e con la lama affilata di un’irrequieta, e per questo realmente creativa, onestà artistica.

VOTO: 7,5





Blackswan, giovedì 11/10/2018

mercoledì 10 ottobre 2018

PREVIEW




L’album, che segue Furnaces, uscito nel 2016, vede Ed Harcourt aggiungere una nuova freccia al suo arco musicale. Si tratta di una svolta rispetto al sottovalutato predecessore: il versatilissimo cantante, scrittore e polistrumentista elimina voce e parole per creare un gruppo di brani strumentali prevalentemente pianistici come se fossero la colonna sonora di un film ancora invisibile, quasi una risposta alla feroce sfida odierna di un pianeta urlante con una calma meditativa e ipnotica.
“Il mondo in cui viviamo – siamo esauriti da Internet, dai social media, dal fuoco di fila continuo di notizie che ci vengono vomitate addosso quotidianamente. Non puoi evitarlo ed è sfiancante. Perciò questo disco è nato come un passo indietro – è qualcosa che cerca di essere bello. La mia speranza è che le persone possano scegliere di nuotare in questa musica quando tutto diventa troppo.”
Parlando della gestazione del disco, scritto e registrato nel suo “Wolf Cabin” studio nell’Oxfordshire, Harcourt ha affermato: “Sapevo di voler comprare un nuovo pianoforte. Alla fine, ho trovato questo Hopkinson Baby Grand del 1910, che è esattamente della stessa marca ed epoca del pianoforte di mia nonna, su cui ho iniziato a studiare e col quale ho scritto i miei primi tre dischi. Mi sono sentito di nuovo a casa. Avevo bisogno di prendermi una pausa dal canto e dalle parole, così ho iniziato a comporre bozzetti strumentali. Sono cresciuto ascoltando e suonando Debussy, Satie, Mozart, Grieg così come compositori moderni tipo Max Richter, Philip Glass, Arvo Part. Ho anche amato Warren Ellis [con cui Harcourt ha lavorato per il nuovo album di Marianne Faithfull] e la colonna sonora di Nick Cave per “The Assassination Of Jesse James”… Mi alzavo in queste mattine fredde di febbraio, prendevo un caffè dopo che i bambini erano andati a scuola, poi venivo qui, chiudevo la porta e suonavo… con la neve che scendeva sulla finestra.”
Con il pianoforte accompagnato occasionalmente dal violino della moglie Gita Langley e dal violoncello di Amy Langley, l’album trasporta in una calma ingannevole che desta le più tempestose passioni interiori. Riflessivo anche se mai remissivo, è come una tempesta silenziosa.
“Non c’è nulla di artificioso in questo disco. Viene dal cuore.”





Blackswan, mercoledì 10/10/2018