lunedì 23 maggio 2022

ROSGOS - CIRCLES (Beautiful Losers, 2022)

 


Sono passati ormai due anni da Lost In The Desert, secondo disco solista di RosGos, moniker sotto il quale si cela il lombardo Maurizio Vaiani, noto in passato anche per aver fatto parte, come cantante, della storica band Jenny’s Joke.

Un disco, il precedente, che spaziava tra diversi generi, declinati con audacia, certo, ma anche con una visione d’insieme quanto mai calibrata, e che dipingeva un melting pot espressivo dai colori cangianti, in cui convivevano pop, rock americano, folk e punk, dando asilo alle diverse sfaccettature di un’anima artistica curiosa e inquieta. Oggi, quell’approccio esuberante, quel girovagare in spazi aperti, senza cartine o coordinate, ma motivato solo dal desiderio di perdersi, si è trasformato per RosGos in un introverso percorso interiore, con una destinazione certa: l’Inferno dantesco, i gironi che lo compongono, una discesa lenta nello sprofondo ellittico del male di vivere.

D’altra parte, in due anni il mondo è cambiato e ha mostrato, ancor di più, il suo sguardo arcigno, malevolo e feroce. Se due anni fa, a perdersi era un musicista spinto da un’insaziabile amore per la creatività, in Circles è in gioco, invece, la deriva stessa dell’umanità, naufragata, forse irrimediabilmente, negli effetti esiziali di due anni di pandemia, scossa, nuovamente, dalla strattonata feroce di una guerra ingiusta, centrifugata dalle ansie e dalle frustrazioni di un’esistenza che non dà scampo più a nessuno, distillando l’ignobile percolato di una società violenta e senza etica. E’ l’Inferno, sono i gironi a cui siamo destinati, qui, sulla terra, la morte in vita.

Nessuna enfasi, nessuno stereotipo, nessuna banalizzazione, però. Vaiani è un musicista sensibile, che si tiene lontano da intenti moralistici, preferendo indagare con lucidità, e che veste i panni del poeta Virgilio, prendendo per mano l’ascoltatore e accompagnandolo, attraverso nove emozionanti canzoni, mostrando, suggerendo, a volte consolando anche, quando il buio ghermisce la vista, e la luce della melodia (e della speranza) illumina l’impervia strada.

Il bisogno di diversificazione espressiva che pervadeva Lost In The Desert, in Circles diviene approccio rigoroso, il suono da cangiante, si fa crepuscolare, a tratti ossianico, abbracciando, senza però replicarla pedissequamente, l’inquieta geografia dark-wave di ottantiana memoria, in cui emergono riconoscibilissimi echi da Cure, Opposition e Cocteau Twins, solo per citarne alcuni. Una veste formale perfetta per questo concept album che si nutre di una cupa e inquieta armonia, e in cui ogni cosa è al suo posto, incastonata nel quadro d’insieme, con la consapevolezza di chi sa prendere le distanze dalla materia e sa raccontare, trasformando l’angoscia dello sprofondo in linguaggio artistico universale.

Tutto funziona a meraviglia nelle nove tracce che compongono la scaletta del disco: la dissonante costruzione di canzoni in cui il nitore melodico trasfigura il respiro plumbeo delle atmosfere ("Limbo", "Lust", "Fraud", solo per citarne tre), le linee vocali, declinate con sicurezza ed eleganza, la produzione di Marco Torriani, che, con tocco mirabile, evita sapientemente scoscesi presbiteriani, insufflando nelle sulfuree volute infernali, aria pulita e una persistente sensazione di spazio tridimensionale.  

Ascoltare Circles è come intraprendere un viaggio a tappe, in cui è ben chiara la destinazione finale: sprofondare nell’abisso, conoscere il male, per poi, un giorno, uscire nuovamente a riveder le stelle. “I’m Waiting For You” recita il verso finale del disco, lasciando aperte le porte a quella che, ci piace pensare, sia una sorta di invocazione alla speranza, un bagliore di luce nelle tenebre di un Inferno, che RosGos ha saputo raccontare con uno stile unico, affabulante e magnetico.
 
VOTO: 8
 

 
 
Blackswan, lunedì 23/05/2022

venerdì 20 maggio 2022

WHAT'S UP - 4 NON BLONDES (Interscope, 1992)

 


Ci sono canzoni che sembra siano concepite apposta per essere cantate a squarciagola, trasportati da un impeto di gioia o da un desiderio liberatorio. E ci sono momenti in cui, guardando il mondo intorno a noi e certe dinamiche dell’esistenza, viene voglia di riempire i polmoni d’aria e di gridare: ”Che cazzo sta succedendo?”.

E’ molto probabile che Linda Perry, cantante di quel gruppo meteora chiamato 4 Non Blondes, band statunitense da una botta e via (un solo album in studio, Bigger, Better, Faster, More! Pubblicato nel 1992), si sentisse proprio così il giorno in cui scrisse What’s Up?: desiderosa di scrivere una canzone tanto immediata da poter essere cantata sotto la doccia e di poter gridare al mondo intero il proprio straniamento interiore.

What’s Going On?, Che cosa sta succedendo?, canta la Perry nel ritornello del brano, il cui titolo, per evitare confusione con il classico R&B di Marvin Gaye, fu cambiato nel più immediato What’s Up? (Che succede?). La canzone fu influenzata dalla situazione politica dell’epoca (presidente era George Bush), ma di riferimenti politici, nel testo, non c’è traccia. La Perry, anni dopo, precisò che What’s Up? fu composta in un momento di transizione, in quella terra di mezzo in cui la band sentiva la possibilità di riscuotere successo ma era ancora troppo acerba perché ciò potesse accadere. Era la fine degli anni ’80 e i componenti del gruppo facevano fatica a sbarcare il lunario, erano perennemente al verde e vivevano un‘esistenza, per così dire, molto bohemienne. Le cose, successivamente, migliorarono, i 4 Non Blondes iniziarono ad avere un ottimo seguito nella città di San Francisco, dove suonavano abitualmente in molti locali, la stampa si accorse di loro, e così anche le etichette discografiche, sempre alla ricerca di autentiche rocker da lanciare sul mercato, meglio ancora se appartenenti alla comunità LGBT.  

Fu, dunque, questo il retroterra da cui nacquero le liriche di What’s Up?, una sorta di inno alla consapevolezza, un invito ad accantonare inutili paure e a prendere in mano la propria vita, a guardare con fiducia verso il futuro, nonostante una società ipocrita e sessista, che stigmatizza l’omosessualità e le scelte di chi decide di vivere la propria vita nel mondo della musica. Un grido potente e liberatorio, che tocca il cuore e entra in testa velocemente, perché, come succede a tutte le canzoni semplici, basta un ritornello azzeccato o una strofa emozionante, per calamitare l’attenzione dell’ascoltatore e trasformare il brano in un autentico tormentone.

D’altra parte, quando la Perry canta: “And I, I am feeling a little peculiar, And so I wake in the morning, And I step outside, And I take a deep breath and I get real high, And I, scream at the top of my lungs: What's going on?” la prima cosa che si prova è l’immedesimazione, il desiderio di fare un respiro profondo e gridare con tutta la rabbia in corpo: What’s Going On? , il cui senso più profondo è, in realtà: io sono libero!

Esiste anche un aneddoto molto curioso legato alla composizione del brano, che fu raccontato, anni dopo, da Christa Hillhouse, bassista del gruppo. “"Per un breve periodo, Linda aveva lasciato il lavoro e viveva con me in questo piccolo appartamento con due camere da letto a San Francisco” ricorda Christa. “Ha scritto la canzone mentre si trovava nella sua stanza, in fondo al corridoio. Io ero nella mia camera da letto a fare sesso, ma ho smesso immediatamente quando l'ho sentita suonare quella canzone. Ricordo di aver attraversato di corsa il corridoio e di aver detto: "Amica, ma cosa stai suonando? E’ fantastica!".

What’s Up? fu il secondo singolo estratto dall’album d’esordio, ed arrivò nella top ten delle classifiche di mezzo mondo, ad eccezione degli Stati Uniti, dove la canzone si piazzò solo al quattordicesimo posto. L’album vendette complessivamente più di cinque milioni di copie, ma questo non bastò a tenere in vita la band, che si sciolse durante le registrazioni del secondo album: troppe pressioni da parte della casa discografica, troppo forte il desiderio di Linda Perry di avviare una carriera solista che, a onor del vero, non decollò mai.

 


 

Blackswan, venerdì 20/05/2022

giovedì 19 maggio 2022

LUCIUS - SECOND NATURE (Second Nature Records, 2022)

 


Holly Laessig e Jess Wolfe, al secolo meglio conosciute come Lucius, sono un duo pop poco conosciuto dalle nostre parti, nonostante siano attive da oltre quindici anni, siamo portate in palmo di mano dalla stampa americana e abbiano collaborato con un’infinità di artisti del calibro di tra cui Roger Waters, Jeff Tweedy, Jackson Browne, John Legend, Mavis Staples, John Prine, Sheryl Crow, Grace Potter, The War on Drugs, Brandi Carlile e Lukas Nelson, solo per citarne alcuni.

Con il loro nuovo album, il quarto se si considera anche l’esordio autoprodotto, le due ragazze rilasciano un delizioso affresco pop, un inno vitalistico con cui spazzano via l’angoscia e l’afflizione dei due anni appena trascorsi, e le pressioni, personali e universali, dovute alla pandemia, al lockdown, alla solitudine, alla perdita di speranza, ai drammi di una società che la politica non ha saputo o non ha voluto mitigare o risolvere.

Second Nature è una ventata di freschezza, una boccata d’aria pulita di quelle di cui si sente il bisogno, quando per troppo tempo si è stati al chiuso, a rimuginare sulle proprie disgrazie e sul proprio malessere interiore. Prodotto da Dave Coob (lontano, nello specifico, dai suoi consueti territori) e da Brandi Carlile (da sempre amica delle due ragazze), i disco racchiude dieci deliziose canzoni mainstream, che abbracciano un adult pop elegante e ricco di soluzioni intelligenti, aprendosi, con piglio divertito, a momenti funky e disco, che spingono ad abbandonare il divano delle lacrime e a saltare in pista, per riapprezzare la leggerezza del divertimento.

Si parte così con la title track, posta a inizio di scaletta, che conquista immediatamente con un’irresistibile groove funky, il calibro preciso, ma non invadente, di una sezione ritmica raffinatissima, e quelle due voci che si compenetrano alla perfezione, dando l’esatta misura di quanto la Leassing e la Wolfe siano una rodatissima macchina melodica. La voglia di ballare, diventa addirittura irresistibile con la successiva "Next To Normal", un gioiello dance, in cui sono gli arrangiamenti (una chitarra distorta, il tocco vagamente psichedelico, i coretti acchiapponi) a fare la differenza. Voglia di vivere, di superare le difficoltà della vita attraverso il ballo, il movimento contrapposto a due anni di assoluta staticità. Questo tema, che permea tutte le dieci canzoni in scaletta, è sviscerato nella decisiva "Dance Around It" (che vede anche il contributo di Sheryl Crow e Brandi Carlile), il nocciolo musicale di Second Nature, un brano danzereccio e pimpante, trainato dalle consuete melodie vocali e da una ritmica che ammicca agli anni ’80.

Le Lucius, però, hanno molte frecce al loro arco, e se il dancefloor è il posto privilegiato per togliersi la polvere di dosso e tornare a sorridere, la brillantezza della loro scrittura convince anche nelle angeliche trame vocali di "24", un gioiello di armonia e sentimento che rimanda alle grandi ballate degli anni ’80, così come la successiva "Heartbursts", che da quel decennio ruba massicce dose di ottimismo, riversato tutto nello splendido verso: "Better give your heart than never give at all”.

Non c’è una canzone, tra tutte, che non suoni come una possibile hit, sia quando le Lucius si fanno più riflessive, parlando di pene d’amore, come nell’intensa "The Man I’ll Never Find", o quando, per converso, spingono nuovamente in pista con il beat di "LSD" (nessuna droga, solo l’acronimo di Love So Deep), per inneggiare alle gioie dell’amore. Il disco si chiude con una ballata struggente, "White Lies", in cui le atmosfere avvolgenti vivono su un tappeto sonoro minimal e sulla forza espressiva di due voci, il cui connubio ha del miracoloso.

E’ difficile concludere l’ascolto di Second Nature senza aver voglia di ricominciare tutto da capo: troppo forte l’approccio vitale, troppo intense le melodie, troppo ben calibrata l’amalgama tra strumenti e voci. Un disco, questo, orgogliosamente mainstream, aggettivo troppo spesso usato in senso negativo, e che qui, invece, assume il significato di una musica che ha la forza trasversale di raggiungere il più ampio spettro di ascoltatori, quelli che non pretendono altro che momenti di cantabile leggerezza, e quelli che, invece, comprendono quanto talento nascondono queste canzoni, solo all’apparenza, mordi e fuggi.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, giovedì 19/05/2022

martedì 17 maggio 2022

DON'T YOU (FORGET ABOUT ME) - SIMPLE MINDS (A&M, 1985)

 


Chi ha vissuto la propria giovinezza negli anni ’80 e dintorni, si ricorderà che nelle nottate passate in discoteca, arrivava un momento esatto, che spesso coincideva con il finale di serata, in cui la musica da ballo lasciava il posto a una, peraltro troppo breve, parentesi rock. Una mezzoretta circa, in cui il dancefloor cambiava completamente volto, lasciando spazio a un filotto di canzoni, quasi sempre introdotte da Roadhouse Blues dei Doors, il cui momento clou era riservato a Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds, aperta da quell’innodico “Hey, hey, hey, hey, Ooh, woah”, che tutti cantavano a squarciagola, un dito della mano rivolto al cielo, a ribadire il proprio pedigree rockista.

Ricordi di gioventù. Oggi, quel brano, infatti, vive quasi esclusivamente nella memoria di chi oggi ha superato la cinquantina e sembra impossibile che, ai tempi, Don’t You (Forget About Me), non solo intasasse di passaggi l’airplay radiofonico, ma avesse conquistato le classifiche di mezzo mondo. Numero uno negli Stati Uniti, a maggio 1985, numero uno in Canada, nel mese successivo, numero tre in Irlanda e in Italia, e numero sette in Gran Bretagna, dove però, rimase in classifica addirittura per due anni, dal 1985 al 1987. Numeri impressionanti per una canzone che nessuno voleva incidere, e che i Simple Minds hanno sempre schifato, ritenendola lontanissima dai loro standard artistici.

La canzone fu composta dal produttore Keith Forsey e da Steve Schiff (il chitarrista di Nina Hagen) per la colonna sonora del film The Breakfast Club, pellicola diretta da John Hughes. Entrambi erano fan dei Simple Minds, e avevano scritto il brano proprio con l’intenzione di proporlo alla band. Forsey prese contatto con l’etichetta dei Simple Minds, le A&M Records, ma l’incontro con Jim Kerr e soci ebbe esito negativo, nonostante l'entusiasmo e le aspettative di Forsey.

Il quale, visto il diniego ottenuto, offrì la canzone, prima a Bryan Ferry, e poi a Billy Idol, che Forsey stava producendo in quel momento, ma entrambi rifiutarono di inciderla. Al produttore si propose, invece, Corey Hart, che all'epoca stava avendo successo con "Sunglasses at Night", ma in questo caso fu Forsey a respingere le advances, ritenendo la voce di Hart non adatta al brano. Alla fine, la perseveranza di Forsey colse nel segno, grazie a buoni offici di Chrissie Hynde, all'epoca la moglie di Kerr, che riuscì a convincere la band della bontà della canzone, che in prospettiva poteva rivelarsi una hit da classifica.

E non fu affatto facile: secondo il frontman dei Simple Minds, la band era riluttante a registrare la canzone, poiché sentivano di dover registrare solo il proprio materiale. "Siamo i Simple Minds, non facciamo canzoni altrui. Siamo i Simple Minds, facciamo le nostre canzoni", disse Kerr, a proposito di Don’t You (Forget About Me), in un’intervista rilasciata alla BBC, nel 2018. Tuttavia, la band era anche frustrata dal fatto che la sua musica non riusciva a trovare sbocchi sul mercato statunitense, e questo fu l’argomento vincente con cui la Hynde fece breccia nella resistenza del marito.

Una volta accontentato Forsey, la band riarrangiò e registrò Don't You (Forget About Me) in sole tre ore in uno studio a nord di Londra, consegnò il lavoro fatto, dimenticandosene immediatamente, nella convinzione che sarebbe stata una canzone usa e getta per la colonna sonora di un film dimenticabile. Peccato che il film, uscito nelle sale il 7 febbraio del 1985 (la prima fu a Los Angeles), ebbe un incredibile successo di pubblico, tanto da incassare cinquantun milioni di dollari, a fronte di un budget da un milione e mezzo, aprendo così, definitivamente ai Simple Minds le porte del mercato statunitense. Sempre benedetta fu Chrissie Hynde. 




Blackswan, martedì 17/05/2022

lunedì 16 maggio 2022

BLOC PARTY - ALPHA GAMES (Infectous/BMG, 2022)

 


E’ quanto mai stucchevole parlare dei Bloc Party, facendo sempre riferimento al loro splendido album d’esordio, Silent Alarm (2005). Eppure, risulta quasi inevitabile, visto che quel disco aveva alzato l’asticella delle aspettative molto in alto, mentre, poi, tutti i lavori successivi, riascoltati, anche oggi, in retrospettiva, non sono mai parsi all’altezza del clamore suscitato dall’inarrivabile primo disco. Un giudizio, questo, forse troppo severo, perché, a onor del vero, bisogna dare atto alla band capitanata da Kele Okerere di aver avuto il coraggio di uscire dal rigido steccato indie post punk, per cercare nuove strade espressive, arricchendo la proposta di elementi elettronici, sezioni di fiati e arrangiamenti d’archi, passando dal suono muscolare di Four (2012) agli accenti r'n'b e gospel del precedente Hymns (2016), senza, però, mai trovare una quadra.

Cosa aspettarsi, dunque, da questo nuovo Alpha Games? I dubbi che il gruppo inglese fosse, per così dire, ancora in cerca di una propria identità, erano tanti, così come era forte la speranza di ritrovare le atmosfere ferocemente livide del loro esordio, in un ritorno al passato, che potesse nuovamente lustrare l’aura dei giorni di gloria. In realtà, questo nuovo lavoro, non fa che concentrare in dodici canzoni la storia dei Bloc Party, fortunatamente, però, con una chiarezza espositiva e un livello di ispirazione prevalentemente alti.

L'apertura dell'album, "Day Drinker", è un vera e propria sciabolata post-punk, così come la traccia successiva, "Traps", che è stata pubblicata come singolo l'anno scorso. Entrambi i brani riecheggiano piuttosto bene le vibranti atmosfere del loro debutto, anche se le chitarre suonano forse un po' più grintose e la produzione complessiva suona, ovviamente, un po' più aggiornata. Già le cose cambiano nella traccia seguente, "You Should Know the Truth", in cui permane un retrogusto anni ’80, ma un taglio decisamente più pop e melodico, mentre in “Callum Is A Snake” le chitarre tornano a ruggire, scontrandosi con l’estetica techno della successiva, ansiogena, "Rough Justice", che supera definitivamente gli stereotipi del moderno post punk. La ritmica tribale di "The Girls Are Fighting", sposta nuovamente gli accenti, facendo venire in mente, nonostante le spolverate di synth, il dance rock degli ultimi Royal Blood.

A questo punto è ben chiaro che se prendiamo come ampia cornice l’impostazione indie della band, il quadro dipinto dai Bloc Party possiede un approccio coloristico cangiante, quasi una sorta di crossover, in cui convivono ballate "Of Things Yet to Come", i cui echi anni ’80 evocano U2 e Simple Minds, brani che spingono verso il dancefloor come “By Any Means Necessary” e “In Situ”, e lineari indie rock dagli accattivanti coretti “If We Get Caught”. In un modo del tutto inaspettato, poi, l'album si chiude con la ballata "The Peace Offering", i cui malinconici arpeggi di chitarra risuonano come attraverso lo spazio, i testi sono declamati, creando un inquietante senso di intimità, prima di un intenso slancio finale.

Dopo diversi ascolti, Alpha Games restituisce nitida l’immagine di un gruppo che per troppo tempo è rimasta sfocata, legata indissolubilmente al loro inarrivabile esordio e a una serie di dischi successivi che ne avevano offuscato la fama, relegandoli allo status di eterni incompiuti. Senza rinnegare il passato, anzi recuperandolo e dandogli nuovo forma, i Bloc Party dimostrano di essere ancora in grado di scrivere accattivanti canzoni indie di tre minuti, creando una visione d’insieme, quella che mancava da tempo, variegata nella forma e nella sostanza, fregandosene delle mode del momento, ma restituendo all’ascoltatore il meglio della loro ispirazione. Non un disco imperdibile, ma sicuramente un buon trampolino di lancio per una seconda parte di carriera.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, lunedì 16/05/2022