venerdì 7 agosto 2026

Love To Love You Baby - Donna Summer (Casablanca Records, 1975)

 


Prima traccia dall’omonimo album del 1975, "Love To Love You Baby" fu scritta da Donna Summer con l'aiuto dei produttori europei Giorgio Moroder e Pete Bellotte. Questa controversa canzone fu il primo grande successo di Moroder, che in seguito scalò le classifiche di mezzo mondo come cantautore e produttore, grazie a hit come "Hot Stuff", "On The Radio" (sempre con la Summer) e colonne sonore per molti film, tra cui Scarface, Fuga di Mezzanotte e American Gigolo, ma fu anche il primo grande successo della cantante, che divenne ben presto un’autentica macchina da guerra nei circuiti disco music.

La disco ottenne popolarità nei locali gay dove si usavano DJ al posto delle band, ma col tempo quella musica si diffuse nei club più tradizionali e arrivò nelle stazioni radio e in film come La febbre del sabato sera. Summer ottenne molti successi e divenne nota come la "Regina della disco", ma prima di "Love To Love You Baby", era più un'artista folk-pop e, prima ancora, si esibiva in musical e in spettacoli teatrali.

Abbiamo scritto di un brano controverso, e per comprenderne il motivo, basta un ascolto della canzone per rendersi conto dei suoi contenuti esplicitamente sessuali. Così espliciti che, ai tempi, correva voce che per quei convincenti mugolii, la Summer avesse simulato un vero orgasmo sdraiata sul pavimento dello studio. Queste voci contenevano una mezza verità: dopo aver provato a registrare la sua voce nel modo tradizionale, il suo produttore Giorgio Moroder la fece cantare sul pavimento dello studio sdraiata sulla schiena, a luci spente, chiedendole di immaginare un rapporto sessuale con il di lei fidanzato Peter.    

Donna Summer aveva ricevuto un'educazione cristiana e fece molta fatica a immedesimarsi nella femme fatale interpretata in "Love To Love You Baby", tanto che, in seguito, ebbe difficoltà ad ascoltare di nuovo la canzone dopo averla registrata, preoccupata per l'impatto che avrebbe avuto sulla sua immagine. Tuttavia, imparò ad accettarla e ne fece il fulcro del suo tour successivo, mettendo in scena uno spettacolo con tanto di ballerini che simulavano posizioni sessuali.

La rivista Time, che ai tempi evidentemente non aveva di che riempire le pagine, analizzò approfonditamente il brano, sentenziando che, nella versione presente nell’album (che dura 16 minuti e 50 secondi), la Summer avrebbe avuto ben ventidue orgasmi. Sempre il Time definì la canzone come “Sex Rock”, affermando che “il messaggio di Donna si trasmette al meglio con grugniti, gemiti e languidi lamenti. Il suo obiettivo è realizzare un album che le persone possano portare a casa e fantasticare nella propria mente".

Dopo la pubblicazione di questo articolo, si sviluppò un'opposizione più organizzata alle canzoni sessualmente esplicite. In Gran Bretagna, la BBC vietò "Love To Love You Baby", mentre negli Stati Uniti, il reverendo Jesse Jackson utilizzò il suo gruppo Operation PUSH (People United to Save Humanity) per attaccare canzoni di questo tipo, sostenendo che causassero un aumento delle gravidanze adolescenziali.Summer dichiarò, in seguito, al Telegraph Magazine: "Avevano paura di ciò che avrebbe potuto provocare tra i giovani. E come madre non sono in disaccordo con loro su questo punto. Non avrei scelto quella canzone specifica per inaugurare la mia carriera. Ma accetto che sia andata così. E ho fatto del mio meglio per trasformare il successo di quel disco in qualcos'altro e allontanarmi da quell'immaginario il prima possibile".

Ad un certo punto, però, la Summer smise di eseguire dal vivo quella canzone per evitare di essere fisicamente aggredita dal suo pubblico. Il casus belli che fece prendere alla cantante quella decisione avvenne in Italia, anno 1977. Fu la stessa artista a raccontarlo durante un’intervista: “Ero in una tenda in Italia, 5.000 uomini, quasi nessuna donna, e stavo cantando 'Love to Love You, Baby' ed ero vestita in modo piuttosto succinto - ero piuttosto giovane, e i ragazzi si sono talmente impazziti che hanno iniziato a spingere verso il palco. Così ho interrotto il concerto e sono dovuta scappare verso la mia roulotte sul retro. E loro sono arrivati alla roulotte e hanno iniziato a scatenarsi. Cinquemila ragazzi in un piccolo paese in Italia! Ho pensato: 'Morirò oggi, non uscirò da qui'”.

Una curiosità. L’attrice Scarlett Johansonn raccontò che quando nacque la sua primogenita Rose, evidentemente inconsapevole dei riferimenti sessuali contenuti nel brano, utilizzava "Love To Love You Baby" come ninna nanna, per far addormentare la bambina.

 


 

 

Blackswan, 07/08/2026

mercoledì 5 agosto 2026

Holly Jackson - Not Quite Dead Yet (Rizzoli, 2025)

 


Tra sette giorni Jet Mason sarà morta.
Jet ha ventisette anni e sta ancora aspettando che la sua vita decolli. Il suo mantra è “lo farò più tardi”, pensando di avere tutto il tempo del mondo. Fino alla notte di Halloween, quando viene aggredita in casa sua da un intruso. L’attacco le procura un forte trauma cranico e il medico è certo che entro una settimana la lesione scatenerà un aneurisma mortale. Jet non ha mai pensato di avere dei nemici, ma ora vede tutti sotto una nuova luce: la sua famiglia, la sua ex migliore amica, ora sua cognata, il suo ex fidanzato possessivo… Le restano sette giorni, solo sette giorni per scoprire chi l’ha aggredita, e a mano a mano che le sue condizioni peggiorano, Jet si rende conto che l’unico di cui si possa fidare è il suo amico d’infanzia Billy. Ma questa assurda storia ha anche un risvolto positivo: per la prima volta nella sua vita è determinata a portare a termine qualcosa. Jet risolverà il suo stesso omicidio.

 

E’ la notte di Halloween, quando Jet, ventisettenne incapace di dare un senso alla propria esistenza, al ritorno dai festeggiamenti cittadini per la ricorrenza, viene aggredita nella casa in cui vive coi propri genitori. L’assalitore la colpisce, con inaudita brutalità, per tre volte al cranio, e la lascia esanime a terra, credendola morta.

Jet, però, viene soccorsa in tempo, e dopo le cure del caso le viene annunciata la più terribile delle diagnosi: o si sottopone immediatamente a un’operazione, il cui esito fatale è quasi certo, oppure, entro sette giorni, morirà a seguito di un esiziale aneurisma. Jet sceglie di vivere il breve lasso di tempo che la separa dall’inevitabile, con l’intento di scoprire chi l’ha uccisa. Già, perché Jet è virtualmente morta, ma non ancora del tutto.

Se accettiamo l’improbabile prius logico che sorregge la trana di Not Quite Dead Yet, e cioè che si possa vivere (quasi) normalmente per sette giorni, dopo aver subito una trauma cranico dalle conseguenze mortali, possiamo tranquillamente immergerci nella lettura di questo avvincente romanzo a firma Holly Jackson.

Perché l’idea, per quanto poco plausibile, è di quelle vincenti: innescare una lotta tra la protagonista, il tempo e un implacabile destino, per riuscire a dare un volto a quello che è, a tutti gli effetti, un assassino in pectore.

Nonostante il ritmo non sia frenetico, il romanzo si legge d’un fiato, i colpi di scena sono ben dosati e la trama si snoda in modo credibile attraverso indagini che scandagliano anche il passato di una famiglia agiata e (apparentemente) perbene, la cui storia è stata segnata per sempre da una tragedia emotivamente devastante.

Nonostante manchi ogni approfondimento psicologico dei personaggi, peraltro non funzionale alla trama, la fotografia dei due giovani protagonisti, Jet e Billy, che combattono per portare alla luce la verità e un reciproco amore per lungo tempo taciuto, è perfettamente centrata e ben si adatta alla prosa pop, leggera, ma comunque efficace della Jackson.

Il finale, che assume i connotati di una tragedia shakespeariana, non delude, così come una riflessione scolastica, ma indispensabile, sul tempo che scorre inesorabile e il peso del non detto, che spesso ingarbuglia i rapporti con le persone che amiamo.

 

Blackswan, mercoledì 05/08/2026

lunedì 3 agosto 2026

Sienna Spiro - Visitor (Capitol, 2026)

 


Ventun anni da compiere a settembre, nata a Londra da una famiglia di origine ebraica, Sienna Spiro ha frequentato la Francis Holland School, Sloane Square, e l'East London Arts & Music, prima di abbandonare gli studi a 16 anni per dedicarsi a tempo pieno alla sua carriera musicale. Appassionata fin da bambina di artisti del calibro di Etta James e Frank Sinatra, Sienna ha iniziato a comporre musica fin da dieci anni e poi, dopo gli studi, come molti giovani della sua età, ha utilizzato i social per farsi conoscere, diventando in poco tempo un fenomeno virale.

Nel 2024 ha pubblicato "Need Me", singolo di debutto, primo di una serie di canzoni con cui si è fatta conoscere da un pubblico sempre più ampio. Il successo arriva, però, con "Die On This Hill", che fa il botto nelle classifiche sia Inghilterra che negli Stati Uniti, e con "Material Love", vero e proprio tormentone radiofonico, inserito nella colonna sonora del film Il Diavolo veste Prada 2.

Infine, il 3 luglio di quest’anno, ha pubblicato per la Capitol Records il suo album d’esordio, Visitor, un disco che esplora la vulnerabilità dell’amore, con l’amara consapevolezza di quanto siano caduchi i sentimenti e di come, ognuno di noi, è solo un visitatore nella vita della persona che ama.

Visitor è un disco mainstream, arrangiato con assoluta eleganza e composto da una scaletta che si muove con rara consapevolezza nel mondo del soul pop orchestrale. Dieci canzoni, per solo trentaquattro minuti di musica, in cui la Spiro veste, col cuore gonfio di riconoscenza, i panni che un tempo indossavano Amy Winehouse e la prima Adele (quella di 21, per intenderci).

Non c’è una sola canzone che non possa essere spesa come singolo, le melodie sono di presa immediata, ma è la voce la freccia più acuminata all’arco della giovane cantautrice: calda, profonda, disinvolta sia sulle note più alte che nei momenti più raccolti, e caratterizzata da un timbro sensuale, speziato alla cannella e al cioccolato, capace di colpire dritto al cuore con passione autentica.

Nella scaletta del disco manca "Material Love", probabilmente il suo brano più noto, visti anche i numerosi passaggi radiofonici. Poco male: ogni canzone di Visitor regge il confronto con il brano più famoso (almeno in Italia) del suo repertorio, a volte superandolo in qualità. E’ il caso della struggente "Die On The Hill", sorella minore di "Someone Like You", una ballata pervasa dalla medesima disperazione emotiva, in cui la Spiro dimostra di saper scrivere liriche tutt’altro che banali: “Mi prenderò questa notte e morirò su questa collina, Lo farò sempre. So di sembrare testarda, impaziente, Ma il libro l'hai scritto tu, io ne ho solo strappato una pagina. Per essere amata, per essere amata e nient'altro.”

Il disco si apre con "This Is My House" e ci si immerge subito in quelle sensuali cadenze soul, avvolte in atmosfere morbidamente jazzy che erano tanto care a Amy Winehouse. Amy ritorna anche nella spettacolare "He’s Not My Baby, I’m His", il passo caracollante, i coretti splendidi, e quel suono di chitarra che sembra provenire da un mondo lontano.

Non c’è un solo momento che non meriti di essere ricordato in questo disco che trova le sue vette più alte nelle ballate: la già citata "Die On This Hill", ma anche "Great Expectation", pianoforte e voce che aprono la strada verso un ritornello fantastico, "Pure", in cui la chitarra acustica e la splendida voce della Spiro tratteggiano a colori pastelli i sentimenti e le insicurezze di una giovane donna alle prese con la vita (“A volte, divento insicura, quindi mi metto in vestito per andare in città, Spero che un uomo mi noti, non so, mi rende orgogliosa, Divento gelosa e vedo me stesse negli occhi di mia sorella, Almeno lei riesce a divertirsi, almeno lei riesce a calmarsi”) e "Time, You & Me", tesa e oscura, che figurerebbe magnificamente nella colonna sonora di un film di James Bond.

Chiudono il disco le carezzevoli atmosfere jazzy di "Mono No Aware", lasciando nel cuore un desiderio di ricominciare da capo, di immergersi nuovamente in questo disco che guarda agli anni ’60 e al più sofisticato pop soul, per raccontare con misura e quieta poesia i turbamenti, i dubbi, le aspirazioni e le paure di una ragazza che si affaccia alla vita, all’amore e a quel mondo musicale anelato fin da bambina.

Più Adele che Amy Winehouse (le manca la disperata consapevolezza che nasce dal desiderio di autodistruzione), ma con Sienna Spiro forse è nata un’altra stella della medesima caratura. Se sarà così, lo scopriremo con il prossimo disco. Intanto, dipendesse da me, un piccolo spazio nel firmamento delle grandi voci femminili, inizierei a prepararlo.

Voto: 8,5

Genere: Soul, Pop

 


 


Blackswan, lunedì 03/08/2026

venerdì 24 luglio 2026

Kacey Musgraves - Middle Of Nowhere (Lost Highway, 2026)


 

Quella di Kacey Musgraves è una delle figure più controverse del country a stelle e strisce. Affabulante creatrice di un linguaggio musicale che fonde pop e roots, la musicista texana è una star di prima grandezza, vende milioni di copie di dischi, ha successo anche fuori dai patri confini e ha vinto in carriera la bellezza di otto Grammy (ed altri svariati riconoscimenti) con solo sette dischi in studio pubblicati. Eppure, la quasi trentottenne songwriter è invisa a quella frangia ortodossa di ascoltatori che l’accusano di annacquare il genere e, ancora di più, a quanti, maschilisti e conservatori, non tollerano le sue posizioni progressiste in favore dei diritti LGBT, dell’uso creativo della marijuana oltre al suo irricevibile sentimento iconoclasta nei confronti della religione. Una donna che suona un country fuori dagli schemi e si permette anche di sostenere posizioni sinistroidi: una vera iattura.

Sarà, ma la Musgraves, piaccia o meno, non sbaglia un disco, raggiungendo con questo suo ultimo Middle of Nowhere vette altissime.

Middle Of Nowhere è un album all’insegna del calore e della luminosità, è un lavoro delicato e sobrio che privilegia la semplicità, senza affidarsi a virtuosismi vocali o a produzioni eccessivamente elaborate. Il disco conserva il suo caratteristico fascino pacato, sviluppandosi con calma e intrecciando piccole emozioni quotidiane in ogni brano. Saldamente ancorato al country classico texano (i rimandi al genere sono effettivamente più espliciti che mai), Middle Of Nowhere fonde sottili sfumature bluegrass e zydeco, elementi che si amalgamano con naturalezza allo stile vocale morbido e colloquiale della Musgraves e all’innata capacità di creare meravigliose melodie d’immediata assimilazione. Il risultato è scaletta coesa e morbida pervasa da un quieto calore che permea ogni nota, dall'inizio alla fine.

Il fascino delicato dell'album colpisce subito con la title track, Middle of Nowhere, che stabilisce fin dall'inizio un'atmosfera rilassata: non c'è alcuna forzatura o eccesso, il brano si sviluppa su una ritmica quasi spazzolata, una strumentazione pulita e un flusso melodico fluido e disteso. La voce di Kacey appare meravigliosamente spontanea, privilegia la naturalezza rispetto alla perfezione tecnica, permettendo al brano di immergersi in un'atmosfera calma e ariosa che cattura perfettamente lo spirito dell'intero album.

Il disco presenta una struttura chiara, fondata su un mix di elementi country classici e stratificazioni ritmiche variegate, il tutto attraversato da un battito leggero e ballabile che conferisce alle canzoni numerose e ariose variazioni ritmiche. Non c’è un solo ritornello che vada sprecato, e brani come "Dry Spell" (il tema dell'astinenza sessuale affrontato senza mezzi termini), "Back On The Wagon" e, soprattutto, "Mexico Honey" sono lì a dimostrare un scrittura abile a vestire un pop stellare di credibili abiti country.

"Abilene", poi, con il suo ritmo percussivo vagante, genera un groove melodico straordinariamente fluido, apportando una ventata di novità e un carattere distintivo alle sonorità tradizionali.

Anche i brani nati da collaborazioni aggiungono una piacevole profondità, senza mai allontanarsi dall'atmosfera equilibrata e delicata dell'album. "Horses and Divorces" (con Miranda Lambert) rimane fedele alle radici più autentiche e dirette del country, proponendo una melodia lenta e misurata, mentre "Uncertain, Tx" (con Willie Nelson) intreccia lievi sfumature di sapore latino e un ritmo più fluido e scorrevole, aprendo la strada a trame sonore più libere e a un mood divertito.

L'intera produzione dell'album è caratterizzata da una splendida temperanza, lasciando sempre ampio respiro alle voci e alle melodie affinché possano trovare la loro dimensione e indugiare nell'aria. Il country ne costituisce la solida ossatura, mentre le altre influenze si integrano in modo naturale, senza mai apparire forzate o eccessive.

Middle of Nowhere sembra fatto su misura per i momenti più lenti e tranquilli della vita, pomeriggi di relax, lunghi viaggi in auto, il dolce dondolio di un’amaca, le ore di quiete alla ricerca di un po’ di pace interiore. Pur privo di picchi emotivi dirompenti (se non, forse, la conclusiva "Hell On Me", ballata spaccacuore), l'album trasmette una leggerezza spontanea grazie a sonorità calde e delicate, e a melodie essenziali ma di  bellezza cristallina. Un disco che invita a continui ascolti, probabilmente il picco della carriera di Kacey Musgraves.

Voto: 8

Genere: Country, Pop, Americana

 


 


Blackswan, venerdì 24/07/2026

mercoledì 22 luglio 2026

Jared James Nichols - Louder Than Fate (Frontiers, 2026)

 


Quello di Jared James Nichols è un nome che lentamente, ma inesorabilmente, si sta guadagnando, disco dopo disco, una crescente schiera di fan, il consenso della critica e l’apprezzamento dei suoi colleghi, avendo collaborato con nomi stellari quali Steve Vai, Slash, Joe Bonamassa, Peter Frampton (per citarne alcuni) e diviso il palco con band del calibro di Bue Oyster Cult, Living Colour, Saxon e molti altri.

Trentasettenne, originario del Wisconsin, affiliato a casa Gibson, il chitarrista americano ha pubblicato un paio di EP e quattro album in studio all’insegna di un hard rock blues nerboruto, graffiante e aggressivo, che interpreta da protagonista grazie a una bella voce roca e a uno stile chitarristico essenziale, diretto, senza fronzoli, ma tecnicamente ineccepibile.

Questo nuovo Louder Than Fate è un disco che ribadisce una formula consolidata, che forgia un suono derivativo, certo, reso, però, credibile da un surplus di pathos, sudore e passione. Nichols non insegue le mode, non scende a compromessi e se ne infischia di stupire cercando strade sperimentali o annacquando la proposta a uso e consumo delle chart. Picchia duro e diretto, scartavetra le canzoni coi suoi riff tellurici e quando cerca la melodia è per creare ritornelli di facile presa, che il pubblico possa cantare a squarciagola sotto il palco, pugno chiuso e handbanging compulsivo.

L'album si apre con "Let’s Go", l'intensità dei riff è subito alle stelle, il tiro innodico è energico e coinvolgente, l’assolo micidiale e i cori in stile eighties fanno presa immediata sull’ascoltatore. L'inizio di "Ghost" è, invece, caratterizzato da un blues lento e ondeggiante, che sfoggia un'attitudine smaccatamente sudista, anche se il brano, poi, vira verso sonorità grunge ruvidissime e caratterizzate da una vocalità cupa e rabbiosa. L'impronta blues rimane protagonista anche in "Way Back", un brano che attinge alle radici del southern e diventa travolgente, con un impatto di pura energia che spazza via tutto.

Non c’è trucco, non c’è inganno, ma solo una musica che nasce per essere suonata dal vivo, senza risparmiare nemmeno una stilla di sudore. Nichols, però, è anche molto abile nelle variazioni sul tema, quando abbandona il consueto impeto per momenti più morbidi e raccolti. In "Bending or Breaking" il musicista imbraccia la chitarra acustica, mette da parte le sue solite regole compositive, per tuffarsi in qualcosa di nuovo, e il risultato è ottimo: un mid tempo clamorosamente melodico, un brano perfetto per le radio anni ’90. Probabilmente, il la canzone più commerciale e accessibile scritta fino a oggi, in cui persino l'assolo è più contenuto, pensato per un pubblico diverso. Anche "Killing Time" rallenta il passo per vestire i panni della ballata addolcita da un misurato arrangiamento d’archi.

Con "Dust ‘n’ Bones" si torna a picchiare duro nel più classico stile Nichols: un riff da urlo, un'attitudine sfacciata e carica di sudore, e un assolo capace di lasciarti a bocca aperta. Una vera mazzata. E se "Looks Like That Felt Good" fonde mirabilmente southern, blues e un ritornello sfrontato, "Runnin’ Hot" è un pezzo di grande impatto in pieno stile anni '70, con la batteria  suonata apposta per farci battere le mani a ritmo, e un assolo stellare che è un concentrato di tecnica e velocità.  

Chiude l’album "Pretend" una derapata adrenalinica che viaggia a velocità supersonica, sfoggiando un lavoro alla sei corde degna dei più grandi di sempre.

Louder Than Fate conferma per l’ennesima volta il talento straordinario di un artista, virtuoso della chitarra e cantante di grande spessore. Inutile cercare originalità fra le canzoni del disco, aspetto che di sicuro a Nichols interessa poco o niente. Qui, c’è tanta sostanza, tanto sudore, la voglia di spaccare tutto come se suonare fosse solo ed esclusivamente un eterno live. Grinta, uno stile riconoscibile e vampate di autentico furore fanno la differenza. E tanto basta.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Blues, Hard Rock

 


 

 Blackswan, mercoledì 22/07/2026