mercoledì 24 giugno 2026

Peter Frampton - Carry The Light (Universal, 2026)


 

Si scrive Peter Frampton ma si legge Comes Alive, il leggendario live datato 1976 e uno dei dischi più presenti nelle case di ogni appassionato di rock a ogni latitudine del pianeta. A distanza di mezzo secolo da quel capolavoro e alla veneranda età di settantacinque anni, Frampton vive e lotta ancora insieme a noi, nonostante una rara malattia muscolare (IBM), caratterizzata da atrofia, infiammazione, debolezza e progressivo deperimento dei muscoli.

Un dramma per chi suona la chitarra, un crudele scherzo del distino che avrebbe abbattuto chiunque e che invece il musicista londinese è riuscito a combattere, trasformando il danno irreversibile in energia creativa, attraverso la quale ha cambiato il modo di suonare.

Così, dopo ben sedici anni, Frampton torna con un disco di inediti, che vede la collaborazione con il figlio Julian in qualità di coautore e si avvale di un parterre di ospiti di livello stellare: Sheryl Crow, Bill Evans, H.E.R., Tom Morello, Graham Nash e Benmont Tench. Il risultato è uno dei suoi dischi migliori di sempre, che mescola rock, pop, blues e jazz attraverso una visione ispirata, uno suono fresco ed arrangiamenti raffinati ed eleganti, anche quando il chitarrista accelera il passo verso lidi più movimentati.

I suoi riff di chitarra colpiscono il centro del cuore, con tocchi aggraziati e quelle splendide melodie che riempiono la spazio fra le note. C’è tanta passione e nessuna fretta, c’è il cesello dell’artigiano che lavora con cura ogni intarsio delle sue creature fino a raggiungere la perfezione. Un disco caldo e classico, che sa essere intimo e politico al contempo, e in cui le ospitate, lontano da essere una mera sfilata di stelle, arricchiscono davvero le canzoni.

La brillante title track si apre con un canto primitivo, che rimanda a un tempo in cui l’uomo era connesso a madre terra, poi il ritmo tribale, il groove bluesy, le voci che scandiscono "Carry The Light", l’assolo graffiante e un ritornello in cui risuona la speranza come faro di luce in mezzo all’oscurità del mondo. Un canzone che è un monito a cercare il bene nonostante tutto il male che ci circonda.

"Buried Treasure" è un tributo a Tom Petty, un ricordo dell’amico, attraverso un testo composto da una raccolta di titoli di canzoni del musicista scomparso e un suono che più pettyano non si può. Ad accompagnare Frampton è Benmont Tench, tastierista degli Heartbreakers, la cui presenza sembra la chiusura di un cerchio perfetto. Il riff di chitarra è di quelli che portano le stigmate del super classico e ascoltare Frampton che canta "I keep on listening" lascia in bocca il sapore di una passione condivisa con quanti continuano a mettere sul piatto i dischi dell’intramontabile Petty.

La capacità di scrittura di Frampton (arricchita dal contributo del figlio) è a tratti superba. E’ impossibile, infatti, non restare a bocca aperta quando parte l’acustica e struggente "I'm Sorry Elle", con Graham Nash che si unisce a Frampton per le armonie vocali: una canzone sul dolore, che parla della separazione dai propri cari durante la pandemia di Covid per abbracciare, quindi, un sentimento universalmente condiviso. Una melodia stellare, di quelle che spappolano il cuore, trasforma il brano nel vertice emotivo di un album tutto magnifico.

Dal mid tempo elettro acustico di "Breaking The Mold", in duetto con Sheryl Crows, agli echi harrisoniani della chitarra nella suntuosa "I Can’t Let It Be" fino allo strumentale Islamorada, in cui la chitarra di Frampton s’intreccia con quella di H.E.R. in un susseguirsi melodico che lambisce la sommità del cielo, non c’è una nota che non sia puro piacere.

E stupisce che il chitarrista raggiunga questi risultati, coinvolgendo l’amico Tom Morello in "Lions At The Gate", un brano di protesta rock, che trae ispirazione dalle sgargianti statue di leoni che si trovavano fuori dalle ville di Hollywood negli anni '20. Una canzone rabbiosa di sfida all'élite, un inno di ribellione contro la guerra e contro l'invio al fronte di persone che non hanno i mezzi per evitarlo. L'assolo di chitarra è come ci si aspetterebbe: ruvidissimo, ma con una precisione millimetrica su melodia, atmosfera e fraseggio.

C’è ancora spazio per due brani che vedono il contributo al saxofono di Bill Evans, il primo, "Can You Take Me There", dal respiro notturno, che si dipana fra trame blues/jazz con una raffinatezza unica, il secondo, "Tinderbox", un rock in tonalità minore (con intermezzo jazz), ruvido quanto basta per il messaggio politico e antimilitarista che veicola: "Insieme possiamo brillare, da soli non abbiamo alcuna possibilità".

Chiude "At The End Of The Day", una pacata riflessione sul tempo che passa, declinata con la serenità di chi sa di non aver vissuto invano e di aver lasciato dietro di sé pagine di musica straordinaria.

Voto: 9

Genere: Classic Rock, Rock, Blues 




Blackswan, mercoledì 24/06/2026

lunedì 22 giugno 2026

Chicago- Graham Nash (Atlantic, 1971)

 


E’ il 28 agosto del 1968, quando la convention del Partito Democratico, che si sta svolgendo a Chicago, fu interrotta da migliaia di manifestanti, alcuni appartenenti allo Youth International Party, che protestavano contro l’allora Presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson, e contro la guerra nel Vietnam. La manifestazione sfociò in violenti scontri tra la polizia e i giovani pacifisti che si erano presentati per protestare a favore della cessazione del conflitto e per sostenere il movimento per i diritti civili. Il sindaco di Chicago, Richard Daley, ordinò sostanzialmente alla polizia di usare tutta la forza necessaria per mantenere l'ordine. E la polizia non se lo fece ripetere due volte: con veemenza, picchiò selvaggiamente i contestatori, dando vita a una vera caccia all’uomo e arrestando chiunque cercasse di opporre resistenza.

Tra questi, sette attivisti, rinominati Chicago 7, e Bobby Seale, leader delle Pantere nere, che a Chicago, però, era rimasto solo poche ore. E’ proprio a lui che si riferiscono i versi iniziali di "Chicago", canzone scritta da Graham Nash, che immortala quegli eventi.

 

"Sebbene tuo fratello sia legato e imbavagliato

E lo abbiano incatenato a una sedia

Non vuoi venire a Chicago per favore?

Solo per cantare"

 

Quando il processo ai Chicago 7 ebbe inizio, Bobby Seale, infatti, bersagliò ripetutamente di insulti il giudice Julius Hoffman, che lo fece imbavagliare e legare a una sedia in aula, per poi ordinare che il suo caso fosse separato da quello degli altri sette attivisti. Seale fu successivamente condannato a quattro anni di prigione per oltraggio alla corte.

A questo proposito Nash dichiarò: “La gente iniziava a rendersi conto di essere calpestata in molti modi… quando ho visto legare Bobby Seale a una sedia, mettergli un bavaglio in bocca, metterlo sul banco dei testimoni e cercare di definirlo un giusto processo, ogni fibra del mio essere inglese diceva: "Aspetta un attimo, non è giusto".

In tal senso, "Chicago" è un esempio di ciò che Nash chiamava "canzoni come notizie", ovvero musica che forniva anche un commento sociale e politico su ciò che stava accadendo nel mondo.

Per la cronaca, Il 18 febbraio 1970, i sette imputati furono prosciolti dalle accuse di cospirazione. Cinque di loro, Hoffman, Rubin, Dellinger, Hayden e Davis furono ritenuti colpevoli di avere attraversato il confine dello Stato con finalità di incitamento alla rivolta e furono condannati a cinque anni di carcere e multati per 5.000 dollari. Il 21 novembre 1972, le condanne furono ribaltate dalla Corte D’Appello Degli Stati Uniti che ritenne che il giudice Hoffman non avesse tenuto conto dei pregiudizi culturali o razziali di alcuni giurati. Durante il processo, tutti gli imputati e due avvocati della difesa, tra cui il celebre legale William Kunstler (fu il legale di Jim Morrison quando questi fu accusato di oscenità) furono, inoltre, accusati e condannati di oltraggio alla corte, ma anche queste sentenze furono annullate.

 

Quando scrisse "Chicago", Graham Nash aveva da poco lasciato gli Hollies, con cui sarebbe stato impossibile pubblicare una canzone dal testo così politicizzato, e aveva formato i Crosby, Stills & Nash (a cui, poi, si aggiunse Neil Young). Tuttavia, nemmeno con la nuova band riuscì a pubblicare il brano, che finì sul suo primo album solista, Songs For Beginners, nel 1971. "Chicago", pubblicata come primo singolo, raggiunse il 35° posto nelle classifiche statunitensi. Nash scrisse la canzone dopo che il portavoce della controcultura Wavy Gravy chiese a Crosby, Stills, Nash & Young di esibirsi a un evento benefico per i Chicago 7. Il gruppo, però, era diviso: David Crosby e Graham Nash volevano suonare, ma Stephen Stills e Neil Young (che non conoscevano bene i fatti) no, e quindi non se ne fece nulla. Qualche tempo dopo, Nash dichiarò: "Ho scritto questa canzone per Neil e Stephen e per tutti coloro che pensavo potessero voler sapere che quello che stava succedendo ai Chicago 7 non era giusto".

In un'intervista del 2015 al quotidiano britannico The Guardian, Graham Nash disse che questa canzone contiene l'unico verso che avrebbe voluto non aver mai scritto. 

 

"Possiamo cambiare il mondo -

Riorganizzare il mondo

Sta morendo - se credi nella giustizia

Sta morendo - e se credi nella libertà

Sta morendo - lascia che un uomo viva la sua vita

Sta morendo - regole e regolamenti, chi ne ha bisogno?

Apri la porta"

 

Abbiamo bisogno di regole. Non è permesso passare col semaforo rosso. Ci sono certe regole sociali che dobbiamo rispettare. Quindi ora la canto in modo diverso. Dico: "Alcune di quelle regole, chi ne ha bisogno?" 

Una curiosità. Una delle coriste di Chicago è Rita Coolidge, con cui Nash stava insieme al momento della pubblicazione del brano, dopo che la cantante aveva lasciato Stephen Stills. Questo triangolo amoroso causò molti attriti tra Stills e Nash, motivo per cui i Crosby, Stills & Nash non pubblicarono alcun album tra il 1971 e il 1976.

 


 

 

Blackswan, lunedì 22/06/2026

domenica 21 giugno 2026

Wuthering Heights: tre donne su cime tempestose

 



Che cosa unisce Emily Bronte, Silvia Path e Kate Bush?

Il romanzo scritto da Emily Bronte nel 1847 e' il punto di partenza. Il romanzo è una storia gotica di amore ossessivo, fantasmi, paesaggi selvaggi, passione e intensa profondità psicologica. Catherine Earnshaw e Heathcliff formano una delle coppie più tormentate della letteratura. La sua atmosfera — brughiere battute dal vento, morte, ricordi che perseguitano e passioni estreme — ha esercitato una profonda influenza sulle generazioni successive.

Sylvia Plath e Ted Hughes visitarono lo Yorkshire poco dopo il loro matrimonio. Ispirata da quei paesaggi legati alle Brontë, Plath scrisse la poesia Wuthering Heights (1956). La poesia non riprende la trama del romanzo, ma si concentra sull'impressione che le brughiere suscitano in lei.

Nella poesia le brughiere appaiono spoglie e desolate. La natura è percepita come qualcosa di estraneo e travolgente. La voce poetica prova un profondo senso di alienazione e inquietudine.

Plath ammirava Emily Brontë e si identificava con la sua feroce indipendenza e la sua intensità emotiva. Entrambe esplorarono la passione, la morte e la forza della natura.

Kate Bush compose il suo celebre successo Wuthering Heights nel 1978 dopo aver visto un adattamento televisivo e aver letto il romanzo di Brontë. La canzone è cantata dal punto di vista del fantasma di Catherine: «Heathcliff, sono io, Cathy, sono tornata a casa».

Bush trasformò il romanzo in una ballata art-pop e riuscì a catturarne il desiderio soprannaturale e l’intensità emotiva travolgente. Non ci sono prove che Kate Bush si sia ispirata alla poesia di Plath per scrivere la sua canzone. Tuttavia, molti critici hanno notato sorprendenti affinità tra le tre artiste.

Molti percepiscono una sorta di tradizione gotica femminile, non tanto attraverso un’influenza diretta, quanto attraverso temi e sensibilità condivisi: il fascino per il selvaggio, il desiderio, il perturbante e una soggettività femminile intensa e visionaria.

Virginia Woolf scrisse che Emily Brontë era capace di "far soffiare il vento e ruggire il tuon". Molti critici ritengono che sia Sylvia Plath sia Kate Bush abbiano ereditato qualcosa di quella stessa forza creativa.

In definitiva, il legame più profondo tra loro non è tanto una relazione diretta di influenza, quanto uno stesso spirito artistico: tre donne separate da oltre un secolo, capaci di trasformare le tempeste interiori in letteratura e musica indimenticabili.

 


 

 

Offhegoes, domenica 21/06/2026

venerdì 19 giugno 2026

Olivier Norek - I Guerrieri D'Inverno (Rizzoli, 2026)

 


Nell’autunno del 1939 l’Unione Sovietica si appresta ad aggredire la Carelia, un’area apparentemente innocua, ma strategica per la sua posizione di ponte tra il fronte tedesco e quello russo. L’attacco non è immediato, passano mesi di incertezza, e in questo tempo di attesa, mentre l’inverno inizia a stringere la sua morsa, un milione di finlandesi viene reclutato. Sono giovani inesperti della guerra, un popolo pacifico che viene condotto lungo le linee di confine, senza attrezzature adatte, spesso senza preparazione. E così, nel freddo più spietato, nel cuore del conflitto più violento della sua storia, il popolo intero di un piccolo Stato si solleverà contro il nemico e, tra i suoi soldati, nascerà una leggenda: Simo Häyhä, che grazie alle insuperate doti di tiratore diventa la Morte Bianca…

 

Quella fra la piccola Finlandia e la Russia venne ribattezzata Guerra d’Inverno e, nonostante mise a bilancio circa centocinquantamila morti in poco più di tre mesi, resta tutt’oggi un conflitto che pochi conoscono.

La Finlandia era diventata indipendente nel 1917, dopo essere stata per anni sotto il giogo russo, soprattutto di Nicola II, lo zar che tentò in tutti i modi la russificazione del paese scandinavo. Le due nazioni, nonostante un patto di non belligeranza, continuavano a considerarsi reciprocamente ostili, soprattutto dopo che Stalin cercò, attraverso la strada del negoziato, di annettere alcuni territori del piccolo ma strategico vicino.

Quando i tentativi diplomatici di annessione fallirono, motivato anche dalla sempre maggior influenza della Germania nazista sul governo finlandese, Stalin decise per l’invasione, ricorrendo a un cinico strattagemma, poi definito l’incidente di Mainila, dal nome di un piccolo insediamento russo di confine, che venne bombardato dagli stessi sovietici, attribuendo poi la colpa ai finlandesi

Questi, per sommi capi, gli antefatti di una guerra che ebbe inizio il 30 novembre del 1939 e che, secondo Stalin, sarebbe durata al massimo due settimane (e non, invece, tre mesi).

Il dittatore sovietico, però, dovette fare i conti con l’inesperienza delle proprie truppe (che non avevano dimestichezza con gli sci), con l’orgoglio del giovane popolo finnico, disposto a tutto pur di difendere i propri confini, e col brutale inverno finlandese, segnato da temperature che oscillavano fra i -30 e i -50 gradi.

Lo scrittore francese, già noto per i polizieschi che vedono come protagonista l’ispettore Coste, ricostruisce, con certosina precisione, questo misconosciuto evento storico, partendo dai documenti dell’epoca e romanzandolo per tratteggiare la figura leggendaria dell’eroico cecchino Simo Häyhä, che seminava tanto terrore fra i militari dell’Armata Rossa, così da guadagnarsi il soprannome inquietante di Morte Bianca.

Ne esce un libro che coniuga la precisione storica e la vivida descrizione dei protagonisti di quel conflitto agli episodi, tutti veritieri, di un massacro insensato, in cui, nonostante la differenza di forze messe in campo, vide un’epica resistenza del piccolo esercito finlandese, che capitolò solo perché tradito da Francia e Inghilterra, che mentirono sul loro intervento a favore del piccolo stato scandinavo.

Manca, forse, l’approfondimento psicologico dei personaggi, tutti ingranaggi inevitabili di un sistema folle, che trasforma gli individui in macchine di morte, in una insulsa escalation di violenza. Ciò nonostante, il romanzo è palpitante e si divora fino all’ultima pagina, perchè Norek evita i tecnicismi del saggio e si concentra, invece, sui classici stilemi del romanzo di guerra, le cui pagine sono potenti, crude e sanguinose.  


Blackswan, venerdì 19/06/2026

mercoledì 17 giugno 2026

Peolple Have The Power - Patti Smith (Arista, 1988)

 


"Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere

Il potere di sognare, di dettare le regole
di lottare per liberare la Terra dagli stolti
è decretato: è il popolo che governa
è decretato: è il popolo che governa"

Questi sono alcuni versi tratti dalla celebre "People Have The Power", prima traccia dal quinto album in studio di Patti Smith, Dream Of Life, datato 1988.

La canzone racconta di un sogno con visioni bibliche, una specie di Apocalisse in cui però il mondo non finisce ma si rinnova grazie al potere delle persone. Quindi molti riferimenti sono sia al Nuovo Testamento che all'Antico Testamento (“And the leopard / and the lamb / lay together truly bound deriva, ad esempio, da Isaia 11:6).

"People Have The Power" fu scritta da Patti Smith e dal suo defunto marito, Fred "Sonic" Smith. Patti ha raccontato a NME come hanno cercato di infondere lo spirito degli anni '60 in una moderna canzone di protesta: "Entrambi avevamo protestato contro la guerra del Vietnam da giovani. Avevamo vissuto gli anni '60, dove la nostra voce culturale era davvero forte, e stavamo cercando di scrivere una canzone che avrebbe reintrodotto quel tipo di energia. È triste per me, ma molto bella. Era davvero la canzone di Fred - anche se io ho scritto i testi, lui ha scritto la musica; il concetto era suo, e voleva che fosse una canzone che la gente cantava in tutto il mondo per ispirarsi a diverse cause. E lui non ha vissuto abbastanza per vederlo accadere, ma io ho visto persone. Ho partecipato a marce in tutto il mondo dove la gente ha iniziato a cantarla spontaneamente, sai, che fosse a Parigi o con i palestinesi o, sai, in Spagna o a New York City, Washington D.C. - ed è così commovente per me vedere il suo sogno realizzato.”

La canzone nacque una sera, mentre la Smith e “Sonic” si trovavano in casa. Lui, in salotto, stava strimpellando la chitarra e scrivendo accordi, mentre la cantante era in cucina a preparare la cena. Il chitarrista ed ex membro degli MC5 entrò all’improvviso proprio mentre la Smith stava sbucciando le patate e gridò: "Tricia, le persone hanno il potere! Bisogna scrivere questa canzone, devi scrivere il testo!". La Smith, colta di sorpresa, gli rispose che avrebbe voluto avere il potere di far sbucciare a lui le patate. Nonostante la battuta, però, fu conquistata dall’idea e si mise subito all’opera. Così, per le notti successive, la musicista rimuginò a lungo su cosa fare di quel verso, che tipo di connotazione dare alle liriche, come arricchire quel semplice slogan che era stato partorito da Fred, di cui conosceva bene le idee radicali e l’accesa passione politica. Alla fine, l’idea condivisa fu quella di scrivere una canzone che ricordasse all’ascoltatore il suo potere individuale, ma anche il potere collettivo delle persone, che unite possono fare qualsiasi cosa. Il senso era quello di ispirare le persone, ispirare le persone a unirsi. 

"Ascolta:
Io credo che tutto quello che sogniamo
può avverarsi con la nostra unità.
Noi possiamo rivoltare il mondo
possiamo invertire la rivoluzione terrestre"

Il tema, incidentalmente, era anche pacifista, richiamato dall'immagine potente degli eserciti che fermano l'avanzata e dei soldati che gettano le armi nella polvere.

"Le apparenze vendicative divennero sospette
ed il chinarsi come per sentire
e gli eserciti cessarono di avanzare
perché le persone furono ascoltate.
E i pastori ed i soldati
si stesero tra le stelle
a scambiare visioni
ed a gettare le armi
tra i rifiuti nella polvere"

Quando nel 1988, uscì Dream Of Life, "People Have the Power" fu inaspettatamente ignorata (tranne in Italia, dove si piazzò al diciottesimo posto delle classifiche), ma lentamente è diventata una delle canzoni più note di Patti Smith e un vero e proprio inno pacifista cantato a ogni latitudine.

In un'intervista del 2018 a Mojo, la Smith ha dichiarato: "Fred voleva che fosse cantata da persone di tutto il mondo. Non è vissuto abbastanza per vedere che accadesse. Ma io sono stata a cortei dove persone che non mi conoscevano la cantavano…L'ho vista alle elezioni in Grecia. Ho visto palestinesi con cartelli che dicevano 'il popolo ha il potere'. È esattamente ciò che voleva Fred” 

PS: Fred “Sonic” Smith è deceduto il 4 novembre del 1994 per insufficienza cardiaca.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 17/06/2026