venerdì 12 giugno 2026

Suzi Quatro - Freedom (Chrysalis, 2026)

 


Un’icona, una leggenda, una pagina di storia. Settantacinque anni, figlia prediletta di Detroit, Suzi Quatro è stata precorritrice del rock al femminile (a quattordici anni era leader delle Pleasure Seekers), ha rilasciato ben sedici album in studio, tra cui il leggendario omonimo esordio del 1973 (quello di Can The Can, per intenderci), ha dato vita a svariate collaborazioni (la più nota quella con i Bronski Beat per la rilettura di Heroes di David Bowie) e, ciliegina sulla torta, è entrata nell’immaginario musicale italiano, prendendo parte ad alcuni episodi della celebrata serie Happy Days, nel ruolo della conturbante Leather Tuscadero.

Sebbene la sua stella si sia un po’ offuscata dopo il successo degli anni ’70, la Quatro ha continuato la sua carriera di cantante e bassista, mantenendo salda la barra di un rock’n’roll primordiale, intriso di whisky e di umori blues, dimostrando come, anche in questo ultimo album, la sua passione arda più intensamente che mai.

Freedom è il terzo disco scritto in collaborazione con suo figlio, L.R. Turkey, e contiene liriche per certi versi autobiografiche: lo sguardo rivolto al proprio passato, alla propria storia, ai successi e ai momenti difficili, all’orgoglio di essere ciò che è diventata, come donna e come rockstar (“I Can’t Be Nobody Else but me, Life Is Too Short, So Choose Yourself”, dalla ballata "Choose Yourself"). Una Suzi Quatro che si tiene lontana dai compromessi, quindi, libera da condizionamenti, consapevole di tutti i suoi difetti, diretta e fiera di ciò che fa. E che continua a fare benissimo.

Quando parte la title track si capisce subito il perché in questa ragazza di settantacinque anni il cuore continua a battere fortissimo dalla parte del rock’n’roll: "Freedom" è un brano travolgente, sprigiona un groove blues rock trainato dalla voce roca tipica della Quatro, le linee di basso sono metalliche e accattivanti, le armoniche graffianti e il ritmo del rullante invita le gambe ad abbandonarsi all’euforia.

Non è da meno "Little Miss Lovely" che, con quel ritmo tenuto dal campanaccio, si addentra nel territorio dell'hard rock/punk con chitarre grintose e un ritornello graffiante e arrochito da una voce che è un marchio di fabbrica.

La già citata "Choose Yourself" rallenta il passo in favore di una riflessione motivazionale, il mood è vagamente southern grazie alla chitarra slide, il ritornello è una meraviglia melodica, strapazzata, però, da un incisivo assolo di chitarra.

Con "Goin' Down" si ritorna al rock blues più ruvido, le chitarre sono acide e graffianti, le linee di basso funky, la voce della Quatro profonda e cupa, e tutto intorno si materializza l’asfalto di Detroit, i fumi delle ciminiere e un cielo del colore dell’acciaio. Detroit resta una sorta di fill rouge non dichiarato dell’album, la città dove tutto è iniziato, la città degli MC5 e di Alice Cooper. La band di Wayne Kramer fa capolino in alcuni dei brani più travolgenti della scaletta: l’incalzante "Hanging Over Me", una tirata per chitarre in acido e pianoforte honky tonk e "Shakedown", che scappa veloce su un riff vorticoso e un assolo di wah wah che fa girar la testa. Non poteva, a questo punto, mancare la Canzone: "Kick Out The Jams", la leggenda degli MC5 e una delle canzoni più importanti (e censurate) della storia, qui riletta insieme al fratellone Alice Cooper, con un piglio e una grinta che, a differenza di tante altre cover, non sfigurano rispetto all’originale.

E potremmo fermarci qui, se non ci fossero da citare anche "Can’t Let It Go", un brano esplosivo, tra le cui sciabolate slide si erge minacciosa e potente la voce della bassista, e "Take It Or Leave It", un rullo compressore che calpesta tutto ciò che incontra, incorporando inquietanti lick blues e uno sfrontato call and response, che lo rendono uno dei migliori brani del disco.

Freedom è una goduria, un incontro/scontro tra rock’n’roll e blues che promette (e mantiene) scintille fin dalle prime note, grazie a un’indomita musicista che ancora arde di passione per il suo lavoro, la sua città e una musica che, grazie anche a lei, continua a essere senza tempo. Peccato che saranno in pochi ad accorgersene: le manca il suffisso indie e quell’hype social che sembrano essere gli unici motivi di interesse da parte dei giornaloni specializzati. Se, però, amate il rock sanguigno e senza fronzoli, quello suonato bene mente il sudore sgocciola dalla fronte, fate un giro da queste parti. Altro che Angine De Poitrine!

Voto: 8

Genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, venerdì 12/06/2026

mercoledì 10 giugno 2026

Kaasin - The Underworld (Pride And Joy, 2026)

 


Il nome di questa band ricorda molto da vicino la parola italiana casino, e questi cinque musicisti di casino ne fanno, ma sempre ben organizzato e in fin dei conti decisamente orecchiabile. In realtà, il nome del gruppo è il cognome del padre padrone del progetto, il chitarrista norvegese Jo Henning Kaasin, già apprezzato per le sue collaborazioni con artisti di fama internazionale come Glenn Hughes (Deep Purple) e Joe Lynn Turner (Rainbow).

Affiancato dal cantante Jan Thore Grefstad (Saint Deamon, TNT), dal bassista Ståle Kaasin (Humbucker), dal tastierista Erling Henanger (Magic Pie) e dal batterista Per-Morten Bergseth (Jorn, Wig Wam), l’irsuto musicista rilascia il secondo album in studio intitolato The Underworld, seguito del debutto del 2021 Fired Up, e prodotto dallo stesso chitarrista insieme a Halvor Halvorsen e Ståle Kaasin.

L'album segna un nuovo capitolo per questi guerrieri norvegesi dell'hard rock, presentando un suono più cupo e atmosferico, pur rimanendo saldamente radicato nella tradizione classica (Deep Purple, Rainbow, Iron Maiden, etc) basata su riff incalzanti, melodie potenti e una solida maestria musicale.

Si parte a tutto gas con l’hard rock in purezza "The Real World", ed è subito manifesta superiorità tecnica, grazie a una band affiatata e consapevole, che mette in mostra la voce melodica di Grefstad, che dona ancora più vibrante elettricità all’impasto sonoro, ulteriormente potenziato dalle eleganti tastiere di Henanger.

Non mancano, così come in tutto il disco, i bei ritornelli da cantare a squarciagola, qualche digressione strumentale in odore di prog e i consueti assoli adrenalinici. In tal senso, "Two Hearts" è ancora meglio, con la chitarra grintosa e il basso pulsante dei due fratelli Kaasin a dettare legge, mentre un bel assolo di hammond e la voce di Grefstad rendono scintillante l’aura melodica del brano.

"We Speed At Night" spinge di nuovo al massimo il piede sull’acceleratore per un hard rock che più classico non si può (a voi scoprire tutte le fonti d’ispirazione), mentre "Iron Horse" mette in evidenza le doti atmosferiche della band, grazie a delizioso incipit, spazzato via poi dalla solita tensione elettrica che, nello specifico, ricorda i Rainbow, era Dio.

Senza inventare nulla che non sia già stato ascoltato centinaia di volte, la band riattiva quel sentimento di nostalgia per il decennio d’oro dell’hard rock, mettendo dalla sua, però, un’evidente passione e quella qualità tecnica che le nuove leve sembrano aver irrimediabilmente perduto.

Non ci sono picchi assoluti in The Underworld, ma tanta ottima musica suonata con il cuore in mano, come nel pulsante rock blues di Over The Mountain (con un assolo finale di Kaasin da capogiro), nel tocco mediorientale ed epico di "Arabian Night", che ai veterani del genere farà tornare in mente i leggendari Deep Purple o nel rullo compressore della title track, spinta in territori maidediani dai riff taglienti di Kaasin e dal drumming scatenato di Bergseth.

Le fondamenta dei Kaasin sono state gettate con la chiara ambizione di creare un hard rock contemporaneo dallo spirito classico e con una forte identità tecnica. Poco importa, allora, delle accuse di passatismo che inevitabilmente bolleranno progetti come questo. In The Underwolrld si può godere ancora di quell’energia che arriva da lontano e che continua a far battere il cuore di tanti appassionati. E’ la nostalgia che fa rima con gioia, e tanto basta per ascoltare il disco.

Voto: 7

Genere: Classic Rock, Hard Rock

 


 


Blackswan, mercoledì 10/06/2026

lunedì 8 giugno 2026

Brand New - Limousine (Ms Rebridge) (Interscope, 2006)

 


Riconosciuti come una delle band principali dell’emo/post hardcore, esplorato per la prima volta con maestria in quel gioiello che porta il nome di Deja Entendu (2003), i newyorkesi Brand New fanno il botto tre anni dopo, quando pubblicano The Devil And God Are Raging Inside Me, disco che si porta a casa il plauso unanime della critica e un notevole successo di vendite, che vale alla band un disco d’oro.

Merito, almeno in parte, della seducente copertina, una delle più belle mai pubblicate in ambito rock, che evoca il contrasto fra innocenza e purezza e l’orrore della vita quotidiana, che aspetta dietro l’angolo l’inconsapevole bambina; e merito, soprattutto, di una scaletta di brani senza una sbavatura, talmente emozionante che la prestigiosa rivista Kerrang! lo inserirà fra i cinquanta dischi da ascoltare prima di morire.

The Devil And God Are Raging Inside Me è un disco profondamente malinconico, la cui straniante bellezza è tutta giocata sul contrasto: le immagini evocate dalla cover, ma anche un continuo alternarsi di accattivanti melodie e infuocati assalti all’arma bianca, tra crepuscoli di insopportabile mestizia e brevi, quanto accecanti, esplosioni di luce.

Un disco che colpisce dritto al cuore, che fa dell’emotività la sua freccia più acuminata, ma che la sicura mano del produttore Mike Sapone riesce a incanalare e a mettere al servizio della musica. Che non è musica per allegroni, meglio chiarirlo fin da subito, dal momento che i testi e la voce del frontman, Jesse Lacey (il cui timbro ricorda tantissimo quello di Robert Smith) esplorano senza filtri una geografia esistenziale fatta di dolore, di perdita, di angoscia e dramma.  

D’altra parte, Lacey soffrì di depressione durante la fase di scrittura dell'album a causa dell'ansia legata alle grandi aspettative riposte sulla band in seguito al successo di critica di Deja Entendu.

Dal punto di vista testuale, "Sowing Season" affronta il tema della morte ("stavo perdendo tutti i miei amici, li stavo perdendo a causa dell'alcol e della guida"), "Millstone" parla della perdita dell’innocenza, "Jesus Christ" è una conversazione con Dio sulla perdita della fede, influenzata dall'educazione religiosa di Lacey e dalla sua frequentazione della South Shore Christian School durante l'adolescenza, mentre "The Archers' Bows Have Broken" punta il dito verso chi usa la religione per scopi egoistici o per fare politica.

La canzone, però, che spezza il cuore e lascia senza parole è "Limousine (MS Rebridge)", da molti considerata la signature song della band. Il brano racconta la morte di Katie Flynn, una bambina di soli sette anni. Poche ore prima della sua morte, Katie era la damigella d'onore al matrimonio della zia, e si divertiva a lanciare petali di rosa lungo la navata.

Finita la festa, Katie e la sua famiglia salirono tutti su una limousine e si diressero verso casa. Martin Heidgen, 25 anni, aveva bevuto almeno 14 drink quella sera, e il suo tasso alcolemico era più di tre volte superiore al limite consentito a New York (0,8).

Martin, completamente ubriaco, guidò per oltre due miglia verso nord, ma nella corsia opposta, con direzione sud, dove si trovava la limousine della famiglia Flynn. Sia l'autista della limousine, Stanley Rabinowitz, sia Katie morirono sul colpo, ma a causa dell’urto violentissimo, Katie fu decapitata, e la testa finì fra le braccia di sua mamma, che la cullò mentre i soccorritori aiutavano il resto della famiglia a uscire dal veicolo.

L’incidente, che avvenne poco distante da dove Lacey viveva, è, quindi, il tema della canzone, che affronta la tragedia da varie angolazioni.

I versi: “Kate, tocca a te, Prendi i petali e disponili nella navata, Fai finta di essere Dio e cresci, è il tuo giorno per sposarti. Abbiamo trovato il tuo uomo, Sta bevendo, è tutto americano. E guiderà lui. Si è offerto volontario con grazia per porre fine alla tua vita…” affronta il punto di vista della madre della piccola vittima.  

Altri versi, “Ehi, suprema bellezza, Sì, avevi ragione su di me, Ma posso tirarmi fuori da sotto questo senso di colpa che mi schiaccerà?” rappresentano il punto di vista di Martin Haidgen.

Il bridge del brano si ripete sette volte, mentre Lacey conta da uno a sette, e canta la strofa per ogni anno di vita della piccola Flynn:” Beh, ti amo così tanto (mai più), Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (mai più), No, perché posso dartelo (mai più), Ma non posso sopportarlo (mai più)”.

Quattro versi sono cantati verso la fine della canzone e sono quasi impercettibili rispetto al ritornello. Questi versi sembrano provenire dal punto di vista di Katie: “Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (Non dovrò mai perdere il mio bambino tra la folla) Perché posso darlo a vedere (Dovrei ridere adesso...) Ma non ce la faccio”.

Il produttore Mike Sapone ha avuto l'idea di includere campioni di esplosioni nella traccia, da cui il sottotitolo "MS Rebridge", con MS che sono le iniziali di Sapone. Con i suoi sette minuti e quarantadue secondi, Limousine è rimasta la canzone più lunga dei Brand New fino a "Batter Up" del 2017, che dura otto minuti e ventotto secondi.

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/06/2026

venerdì 5 giugno 2026

From Ashes To New - Reflections (BNM, 2026)

 


Sulla cresta dell’onda da ormai dieci anni, gli americani From Ashes To New hanno conquistato schiere di fan come nuovi alfieri del movimento nu metal, andando ad occupare il posto, disco dopo disco, lasciato libero dai Linkin Park. Un legame, quello con la band del fu Chester Bennington (oggi, tornata in auge con la nuova cantante Emily Armstrong) caratterizzato dagli stessi moduli espressivi (alternanza di due voci, rap e screaming, riff pesantissimi, ritornelli di facile presa, un senso diffuso di malinconia e tristezza), che nel corso del tempo si è attenuato un po’, pur rimanendo un marchio di fabbrica evidentissimo anche in questo nuovo Reflections.

Dopo il successo di Blackout del 2023, anche questo nuovo album ha tutte le carte in regola per confermare la band originaria della Pennsylvania come tra le migliori in circolazione nel circuito alternative. Niente di nuovissimo sul fronte occidentale, certo, ma una scaletta che esplicita maturità e consapevolezza, oltre alla capacità di rileggere con freschezza un canovaccio in uso ormai da un decennio.

Dopo aver scartato, a quanto pare, un numero imprecisato di canzoni per poter focalizzarsi sul materiale rimasto e limarlo alla perfezione, il quintetto di Lancaster torna, quindi, con un lavoro composto da dodici brani, che suona solido e accattivante. Reflections mantiene intatto il sound caratteristico della band, con il contrasto tra le strofe rap di Matt Brandyberry e i ritornelli melodici di Danny Case, un binomio che funziona come sempre alla grande.

Detto questo, si nota un leggero cambiamento di tono: gli elementi elettronici, questa volta, risultano più raffinati e cupi, conferendo all'album una maggiore impronta industrial che si sposa bene con il pesante lavoro di chitarra di Lance Dowdle e Jimmy Bennett.

L’alternarsi tra momenti più rilassati e melodici ed altri decisamente più rumorosi garantisce alla scaletta, pur nell’omogeneità di suoni, una varietà emotiva che la rende interessante e avvincente. Brani come "Drag Me" e "Villain" si spingono verso sonorità più pesanti, supportate da un groove incandescente e contagioso, mentre la splendida "Die For You" si presenta come il fulcro emotivo dell'album, ed è facile capire perché sia già diventata una delle preferite dai fan: la sua energia irrequieta, i riff taglienti e l'interpretazione vocale appassionata di Case la rendono uno dei momenti più memorabili del disco, con un ritornello da mandare a memoria fin dal primo ascolto.

Più avanti nell'album, "New Disease" prende di mira l'influenza della cultura digitale e la tendenza a seguire le mode, ed è un brano che riflette lo stile tipico della band: orecchiabile e bombastico, ma con un testo sufficientemente incisivo da conferirle spessore ("We die for the feeling, Nothing to believe in Put a gun against your head, Pull the trigger join the trend, We live for the sickness Obsessed and addicted, We're all dying just to be, Part of a new disease").

Il disco si chiude con "Falling from Heaven" e "Your Ghost" (due episodi in cui i Linkin Park sono più che una semplice sensazione), che mostrano un lato più introspettivo (pur nella loro veste metal), ed evocano le riflessioni di cui al titolo, elemento che si addice al tono generale del disco.  

Il titolo Reflections, quindi, sembra azzeccato, dal momento che, pur in un contesto rumoroso, questo lavoro appare in qualche modo più profondo e introverso: è un album che mostra una band che sa esattamente cosa vuole, il cui processo di scrittura, fatto di continui ripensamenti, sembra aver dato i frutti migliori. La struttura è coesa, l’intensità emotiva, anche nei testi, non manca mai, e l’energia che i fan si aspettano è forse più contenuta, ma aggressiva quanto basta per non rinnegare il passato.

Voto: 7,5

Genere: Alternative Metal, Nu Metal

 


 


Blackswan, venerdì 05/06/2026

mercoledì 3 giugno 2026

What I Am - Edie Brickell & The New Bohemians (Geffen, 1988)

 


So di Non Sapere” è la celebre affermazione del filosofo greco Socrate, che indica la consapevolezza della propria ignoranza come punto di partenza per la vera conoscenza e la ricerca filosofica. Un'ammissione di umiltà che spinge alla ricerca continua, riconoscendo i limiti umani e rifiutando la presunzione di sapere tutto.

Uno dei successi più insoliti degli anni '80, "What I Am", trae spunto, più o meno, da questa massima, invitando l’ascoltatore a essere se stesso, parlare di cose che sa veramente, utilizzando espressioni semplici e comprensibili a tutti. Nel testo, Edie Brickell prende in giro i saccenti, gli intellettuali boriosi, tutti coloro che pensano di essere al centro dell’Universo e che condividono continuamente le proprie convinzioni politiche, filosofiche e spirituali, esponendo i propri pensieri a chiunque sia disposto ad ascoltare. Ecco i versi:

"La filosofia è un discorso su una scatola di cereali

La religione è un sorriso su un cane"

Ecco il genere di cose che direbbero questi pseudo pensatori da strapazzo: stupidaggini sesquipedali a cui molte persone ingenue finirebbero per credere.

La Brickell, in contrapposizione a costoro, chiarisce di non sapere nulla, di non avere le risposte, e anche se le avesse, le terrebbe solo ed esclusivamente per sé:

"Non sono a conoscenza di troppe cose

So quello che so se capisci cosa intendo"

Edie Brickell non era un membro originale dei New Bohemians, che nacquero come gruppo ska a Dallas, in Texas, con Brad Houser al basso, Eric Presswood alla chitarra e Brandon Aly alla batteria. I tre erano tutti iscritti alla Booker T. Washington High School for the Performing and Visual Arts, che fu frequentata anche dalla Brickell, che però non entrò in contatto con loro fino a molto tempo dopo. Nel 1985, la cantante, allora studentessa d'arte alla Southern Methodist University, li vide esibirsi in un locale notturno e, dopo essersi fatta coraggio con l'aiuto di un amico insistente e qualche bicchierino di Jack Daniel's, chiese di poter salire sul palco per cantare una canzone insieme. Quell’improvvisato provino live andò talmente bene, che qualche giorno dopo, la band assunse la Brickell come cantante solista.

Il gruppo si costruì un seguito a Dallas e firmò con la Geffen Records nel 1986. Faticarono a registrare il loro primo album, Shooting Rubberbands At The Stars, scontrandosi spesso con il produttore Pat Moran, ma quando, nel 1988, il loro esordio fu pubblicato, la bellezza delle canzoni e la voce distintiva della cantante colpirono positivamente critica e, solo dopo un po’, anche il pubblico.

D’altra parte, in un'epoca di hair metal e musica dance, il pop rock proposto dal gruppo attraverso "What I Am", pubblicata come primo singolo, fu difficile da vendere.

La svolta arrivò quando i New Bohemians furono scritturati come ospiti musicali nella puntata del 5 novembre 1988 del Saturday Night Live, che fu anche la puntata più ascoltata dell'anno grazie all'apparizione del conduttore televisivo Morton Downey Jr., fumatore accanito e personaggio sopra le righe.

Da quel momento in avanti, "What I Am" iniziò a essere trasmessa in radio e su MTV, raggiungendo il settimo posto delle classifiche americane nel marzo 1989 (e fu un successo anche nelle chart di mezzo mondo, Italia compresa). In quella apparizione al Saturday Night Live, poi, la Brickell incontrò Paul Simon. I due si innamorarono e si sposarono nel maggio 1992.

Quella di Edie Brickell And The New Bohemians è la storia di un gruppo meteora, uno di quelli che gli inglesi chiamano One-Hit Wonder, famosi al grande pubblico per un singolo brano di successo, senza successivamente riuscire a replicare tale successo con altre canzoni.

Il loro secondo singolo, "Circle", si fermò, infatti, alla quarantottesima piazza di Billboard, mentre l'album successivo della band, Ghost Of A Dog del 1990, per usare un eufemismo, ricevette poca attenzione. Così la band si prese una lunga pausa. La Brickell pubblicò un album solista nel 1994 e mise su famiglia; il gruppo si riunì, successivamente, nel 1998 per registrare nuove canzoni per una compilation, e pubblicò tre nuovi album nel 2006, nel 2018 e nel 2021, tutti passati sotto silenzio.

Un destino scritto nel titolo del loro album d’esordio, Shooting Rubberbands At The Stars, ovvero tirare elastici alle stelle: quante possibilità ha una giovane band di Dallas di colpirne una?

I proventi derivanti dalla vendita del singolo hanno però garantito al gruppo una discreta agiatezza economica. Fu la stessa Brickell ad ammetterlo nel 2021: ”Sono molto grata a 'What I Am', perché mi ha permesso di vedere il mondo, mi ha permesso di realizzare i miei sogni, mi ha permesso di prendermi cura della mia famiglia.”.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 03/06/2026