lunedì 15 giugno 2026

Jayler - Voices Unheard (Silver Lining Records, 2026)

 


Chiamatela new sensation o the next big thing, chiamateli come volete, ma i britannici Jayler, dopo qualche anno di attività, sono il nuovo hype in casa classic rock, tanto da essersi guadagnati l’onore di aprire il prossimo tour delle leggende Deep Purple.

Originari delle Midlands e capitanati dal cantante e chitarrista James Bartholomew, il quartetto albionico è uno di quei gruppi intrinsecamente divisivi, amati follemente dai nostalgici degli anni ’70 e di quell’hard rock blues che aveva come paladini i Led Zeppelin, e invisi a tutti coloro che, già ai tempi dei Greta Van Fleet, avevano fatto fuoco e fiamme contro una band che aveva, a loro parere, il demerito di amare e suonare la musica ascoltata grazie ai vinili di papà.

I Jayler, togliamoci subito i sassolini dalla scarpa, non sono derivati, di più. La loro musica ha come padre putativi i citati Zep, la loro estetica, capelli lunghi, pelli, pellicce e stivaloni ammicca spudoratamente al decennio d’oro del classic rock, e il loro frontman, il già citato James Bartholomew, è la copia sputata di Plant a vent’anni.

Se vi state domandando se tutto ciò abbia senso, vi iscrivete immediatamente dalla parte dei denigratori, e vi consiglio, quindi, di mollare qui la recensione. Se, invece, vi percepite come veri rocker di razza, che prima ascoltano e poi giudicano, probabilmente sarete già incuriositi dalla proposta, e, vi assicuro, non ve ne pentirete.

I quattro giovani e baldi eroi non fanno mistero delle loro fonti d’ispirazione, e il fantasma dei Led Zeppelin aleggia su tutta la scaletta. Tuttavia, il loro approccio a quella musica insiste maggiormente sul blues, evitando derive esoteriche e spirituali che talvolta definiva il rock di Plant e Page. Il tiro è più grezzo, senza fronzoli, coriaceo e melodico in egual misura, e i quattro ragazzi sanno suonare il genere con tecnica e consapevolezza, evitando inutili fronzoli a favore di un’essenzialità che coglie il centro del bersaglio.

Inoltre, il produttore scelto per il disco è George Perks (Kid Kapichi, Pet Needs), non un rocker vecchia scuola, ma uno che si muove in ambito alternative/punk, e sa, quindi, come dare freschezza a un suono vecchio di decenni e a una materia risaputa.

L’album si apre con una breve intro blues per voce e armonica, prima che Bartholomew lanci il grido di battaglia “Alright!” che introduce "Down Below", tirata rock blues che parla la lingua degli Zep, così come la successiva "Riverboat Queen", un’altra sferragliante derapata che non fa prigionieri.

Bartholomew emula Plant, forse non ha la stessa estensione, ma canta come se non ci fosse un domani, con una potenza, un entusiasmo e un’audacia che lasciano senza fiato. La sezione ritmica è indemoniata, con menzione speciale al batterista Ed Evans e al suo drumming travolgente, mentre il chitarrista Tyler Arrowsmith sa far tutto: riff graffianti, sciabolate slide e assoli al fulmicotone.

"Need Your Love" è un brano più melodico, che strizza l’occhio alla radio, ma senza esagerare, "The Getaway" lascia da parte gli Zep, è un rock meno istintivo, più ragionato, costruito su un bell’alternarsi di accelerazioni e rallenti e su un tiro melodico che stende.

C’è tempo anche per una splendida e delicatissima ballata, "Bittersweet", e per l’esaltante "Hate To See It End", una canzone traboccante di positività ed entusiasmo, poco in linea con il resto dell’album, ma decisamente bella.

Nel finale, "Over The Mountain" è pura spavalderia rock blues, "Alectrona" rallenta un po’ il passo e si affida a uno splendido refrain per crescere d’intensità, mentre "Lovemaker" gira dalle parti degli Aerosmith con un riff di chitarra che inchioda.

Chiude "The Rinsk", quello che fin dagli esordi di carriera è il cavallo di battaglia della band, una canzone costruita perfettamente, che ammicca agli Zep, per aprirsi, poi, in un ritornello che è pura magia e in una parte centrale strumentale che lambisce il prog.

Voices Unheard non è solo un ottimo album d’esordio, ma soprattutto una lettera d’amore mandata al classic rock, una musica, oggi giorno, fin troppo screditata. Però, grazie a questi ventenni, il cui cuore pulsa al centro di un immaginario musicale sospeso fra passato e presente, tanti giovani avranno la possibilità di scoprire un genere che continua ad appiccare incendi, nonostante la veneranda età.

Datati e derivativi quanto si vuole, ma con questa passione i Jayler hanno tracciato una traiettoria per il futuro da percorrere insieme a tanti loro coetanei e a qualche vecchietto che ha ancora voglia di ascoltare canzoni suonate in grazia di Dio.

Voto: 8

Genere: Classic Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 15/06/2026

venerdì 12 giugno 2026

Suzi Quatro - Freedom (Chrysalis, 2026)

 


Un’icona, una leggenda, una pagina di storia. Settantacinque anni, figlia prediletta di Detroit, Suzi Quatro è stata precorritrice del rock al femminile (a quattordici anni era leader delle Pleasure Seekers), ha rilasciato ben sedici album in studio, tra cui il leggendario omonimo esordio del 1973 (quello di Can The Can, per intenderci), ha dato vita a svariate collaborazioni (la più nota quella con i Bronski Beat per la rilettura di Heroes di David Bowie) e, ciliegina sulla torta, è entrata nell’immaginario musicale italiano, prendendo parte ad alcuni episodi della celebrata serie Happy Days, nel ruolo della conturbante Leather Tuscadero.

Sebbene la sua stella si sia un po’ offuscata dopo il successo degli anni ’70, la Quatro ha continuato la sua carriera di cantante e bassista, mantenendo salda la barra di un rock’n’roll primordiale, intriso di whisky e di umori blues, dimostrando come, anche in questo ultimo album, la sua passione arda più intensamente che mai.

Freedom è il terzo disco scritto in collaborazione con suo figlio, L.R. Turkey, e contiene liriche per certi versi autobiografiche: lo sguardo rivolto al proprio passato, alla propria storia, ai successi e ai momenti difficili, all’orgoglio di essere ciò che è diventata, come donna e come rockstar (“I Can’t Be Nobody Else but me, Life Is Too Short, So Choose Yourself”, dalla ballata "Choose Yourself"). Una Suzi Quatro che si tiene lontana dai compromessi, quindi, libera da condizionamenti, consapevole di tutti i suoi difetti, diretta e fiera di ciò che fa. E che continua a fare benissimo.

Quando parte la title track si capisce subito il perché in questa ragazza di settantacinque anni il cuore continua a battere fortissimo dalla parte del rock’n’roll: "Freedom" è un brano travolgente, sprigiona un groove blues rock trainato dalla voce roca tipica della Quatro, le linee di basso sono metalliche e accattivanti, le armoniche graffianti e il ritmo del rullante invita le gambe ad abbandonarsi all’euforia.

Non è da meno "Little Miss Lovely" che, con quel ritmo tenuto dal campanaccio, si addentra nel territorio dell'hard rock/punk con chitarre grintose e un ritornello graffiante e arrochito da una voce che è un marchio di fabbrica.

La già citata "Choose Yourself" rallenta il passo in favore di una riflessione motivazionale, il mood è vagamente southern grazie alla chitarra slide, il ritornello è una meraviglia melodica, strapazzata, però, da un incisivo assolo di chitarra.

Con "Goin' Down" si ritorna al rock blues più ruvido, le chitarre sono acide e graffianti, le linee di basso funky, la voce della Quatro profonda e cupa, e tutto intorno si materializza l’asfalto di Detroit, i fumi delle ciminiere e un cielo del colore dell’acciaio. Detroit resta una sorta di fill rouge non dichiarato dell’album, la città dove tutto è iniziato, la città degli MC5 e di Alice Cooper. La band di Wayne Kramer fa capolino in alcuni dei brani più travolgenti della scaletta: l’incalzante "Hanging Over Me", una tirata per chitarre in acido e pianoforte honky tonk e "Shakedown", che scappa veloce su un riff vorticoso e un assolo di wah wah che fa girar la testa. Non poteva, a questo punto, mancare la Canzone: "Kick Out The Jams", la leggenda degli MC5 e una delle canzoni più importanti (e censurate) della storia, qui riletta insieme al fratellone Alice Cooper, con un piglio e una grinta che, a differenza di tante altre cover, non sfigurano rispetto all’originale.

E potremmo fermarci qui, se non ci fossero da citare anche "Can’t Let It Go", un brano esplosivo, tra le cui sciabolate slide si erge minacciosa e potente la voce della bassista, e "Take It Or Leave It", un rullo compressore che calpesta tutto ciò che incontra, incorporando inquietanti lick blues e uno sfrontato call and response, che lo rendono uno dei migliori brani del disco.

Freedom è una goduria, un incontro/scontro tra rock’n’roll e blues che promette (e mantiene) scintille fin dalle prime note, grazie a un’indomita musicista che ancora arde di passione per il suo lavoro, la sua città e una musica che, grazie anche a lei, continua a essere senza tempo. Peccato che saranno in pochi ad accorgersene: le manca il suffisso indie e quell’hype social che sembrano essere gli unici motivi di interesse da parte dei giornaloni specializzati. Se, però, amate il rock sanguigno e senza fronzoli, quello suonato bene mente il sudore sgocciola dalla fronte, fate un giro da queste parti. Altro che Angine De Poitrine!

Voto: 8

Genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, venerdì 12/06/2026

mercoledì 10 giugno 2026

Kaasin - The Underworld (Pride And Joy, 2026)

 


Il nome di questa band ricorda molto da vicino la parola italiana casino, e questi cinque musicisti di casino ne fanno, ma sempre ben organizzato e in fin dei conti decisamente orecchiabile. In realtà, il nome del gruppo è il cognome del padre padrone del progetto, il chitarrista norvegese Jo Henning Kaasin, già apprezzato per le sue collaborazioni con artisti di fama internazionale come Glenn Hughes (Deep Purple) e Joe Lynn Turner (Rainbow).

Affiancato dal cantante Jan Thore Grefstad (Saint Deamon, TNT), dal bassista Ståle Kaasin (Humbucker), dal tastierista Erling Henanger (Magic Pie) e dal batterista Per-Morten Bergseth (Jorn, Wig Wam), l’irsuto musicista rilascia il secondo album in studio intitolato The Underworld, seguito del debutto del 2021 Fired Up, e prodotto dallo stesso chitarrista insieme a Halvor Halvorsen e Ståle Kaasin.

L'album segna un nuovo capitolo per questi guerrieri norvegesi dell'hard rock, presentando un suono più cupo e atmosferico, pur rimanendo saldamente radicato nella tradizione classica (Deep Purple, Rainbow, Iron Maiden, etc) basata su riff incalzanti, melodie potenti e una solida maestria musicale.

Si parte a tutto gas con l’hard rock in purezza "The Real World", ed è subito manifesta superiorità tecnica, grazie a una band affiatata e consapevole, che mette in mostra la voce melodica di Grefstad, che dona ancora più vibrante elettricità all’impasto sonoro, ulteriormente potenziato dalle eleganti tastiere di Henanger.

Non mancano, così come in tutto il disco, i bei ritornelli da cantare a squarciagola, qualche digressione strumentale in odore di prog e i consueti assoli adrenalinici. In tal senso, "Two Hearts" è ancora meglio, con la chitarra grintosa e il basso pulsante dei due fratelli Kaasin a dettare legge, mentre un bel assolo di hammond e la voce di Grefstad rendono scintillante l’aura melodica del brano.

"We Speed At Night" spinge di nuovo al massimo il piede sull’acceleratore per un hard rock che più classico non si può (a voi scoprire tutte le fonti d’ispirazione), mentre "Iron Horse" mette in evidenza le doti atmosferiche della band, grazie a delizioso incipit, spazzato via poi dalla solita tensione elettrica che, nello specifico, ricorda i Rainbow, era Dio.

Senza inventare nulla che non sia già stato ascoltato centinaia di volte, la band riattiva quel sentimento di nostalgia per il decennio d’oro dell’hard rock, mettendo dalla sua, però, un’evidente passione e quella qualità tecnica che le nuove leve sembrano aver irrimediabilmente perduto.

Non ci sono picchi assoluti in The Underworld, ma tanta ottima musica suonata con il cuore in mano, come nel pulsante rock blues di Over The Mountain (con un assolo finale di Kaasin da capogiro), nel tocco mediorientale ed epico di "Arabian Night", che ai veterani del genere farà tornare in mente i leggendari Deep Purple o nel rullo compressore della title track, spinta in territori maidediani dai riff taglienti di Kaasin e dal drumming scatenato di Bergseth.

Le fondamenta dei Kaasin sono state gettate con la chiara ambizione di creare un hard rock contemporaneo dallo spirito classico e con una forte identità tecnica. Poco importa, allora, delle accuse di passatismo che inevitabilmente bolleranno progetti come questo. In The Underwolrld si può godere ancora di quell’energia che arriva da lontano e che continua a far battere il cuore di tanti appassionati. E’ la nostalgia che fa rima con gioia, e tanto basta per ascoltare il disco.

Voto: 7

Genere: Classic Rock, Hard Rock

 


 


Blackswan, mercoledì 10/06/2026

lunedì 8 giugno 2026

Brand New - Limousine (Ms Rebridge) (Interscope, 2006)

 


Riconosciuti come una delle band principali dell’emo/post hardcore, esplorato per la prima volta con maestria in quel gioiello che porta il nome di Deja Entendu (2003), i newyorkesi Brand New fanno il botto tre anni dopo, quando pubblicano The Devil And God Are Raging Inside Me, disco che si porta a casa il plauso unanime della critica e un notevole successo di vendite, che vale alla band un disco d’oro.

Merito, almeno in parte, della seducente copertina, una delle più belle mai pubblicate in ambito rock, che evoca il contrasto fra innocenza e purezza e l’orrore della vita quotidiana, che aspetta dietro l’angolo l’inconsapevole bambina; e merito, soprattutto, di una scaletta di brani senza una sbavatura, talmente emozionante che la prestigiosa rivista Kerrang! lo inserirà fra i cinquanta dischi da ascoltare prima di morire.

The Devil And God Are Raging Inside Me è un disco profondamente malinconico, la cui straniante bellezza è tutta giocata sul contrasto: le immagini evocate dalla cover, ma anche un continuo alternarsi di accattivanti melodie e infuocati assalti all’arma bianca, tra crepuscoli di insopportabile mestizia e brevi, quanto accecanti, esplosioni di luce.

Un disco che colpisce dritto al cuore, che fa dell’emotività la sua freccia più acuminata, ma che la sicura mano del produttore Mike Sapone riesce a incanalare e a mettere al servizio della musica. Che non è musica per allegroni, meglio chiarirlo fin da subito, dal momento che i testi e la voce del frontman, Jesse Lacey (il cui timbro ricorda tantissimo quello di Robert Smith) esplorano senza filtri una geografia esistenziale fatta di dolore, di perdita, di angoscia e dramma.  

D’altra parte, Lacey soffrì di depressione durante la fase di scrittura dell'album a causa dell'ansia legata alle grandi aspettative riposte sulla band in seguito al successo di critica di Deja Entendu.

Dal punto di vista testuale, "Sowing Season" affronta il tema della morte ("stavo perdendo tutti i miei amici, li stavo perdendo a causa dell'alcol e della guida"), "Millstone" parla della perdita dell’innocenza, "Jesus Christ" è una conversazione con Dio sulla perdita della fede, influenzata dall'educazione religiosa di Lacey e dalla sua frequentazione della South Shore Christian School durante l'adolescenza, mentre "The Archers' Bows Have Broken" punta il dito verso chi usa la religione per scopi egoistici o per fare politica.

La canzone, però, che spezza il cuore e lascia senza parole è "Limousine (MS Rebridge)", da molti considerata la signature song della band. Il brano racconta la morte di Katie Flynn, una bambina di soli sette anni. Poche ore prima della sua morte, Katie era la damigella d'onore al matrimonio della zia, e si divertiva a lanciare petali di rosa lungo la navata.

Finita la festa, Katie e la sua famiglia salirono tutti su una limousine e si diressero verso casa. Martin Heidgen, 25 anni, aveva bevuto almeno 14 drink quella sera, e il suo tasso alcolemico era più di tre volte superiore al limite consentito a New York (0,8).

Martin, completamente ubriaco, guidò per oltre due miglia verso nord, ma nella corsia opposta, con direzione sud, dove si trovava la limousine della famiglia Flynn. Sia l'autista della limousine, Stanley Rabinowitz, sia Katie morirono sul colpo, ma a causa dell’urto violentissimo, Katie fu decapitata, e la testa finì fra le braccia di sua mamma, che la cullò mentre i soccorritori aiutavano il resto della famiglia a uscire dal veicolo.

L’incidente, che avvenne poco distante da dove Lacey viveva, è, quindi, il tema della canzone, che affronta la tragedia da varie angolazioni.

I versi: “Kate, tocca a te, Prendi i petali e disponili nella navata, Fai finta di essere Dio e cresci, è il tuo giorno per sposarti. Abbiamo trovato il tuo uomo, Sta bevendo, è tutto americano. E guiderà lui. Si è offerto volontario con grazia per porre fine alla tua vita…” affronta il punto di vista della madre della piccola vittima.  

Altri versi, “Ehi, suprema bellezza, Sì, avevi ragione su di me, Ma posso tirarmi fuori da sotto questo senso di colpa che mi schiaccerà?” rappresentano il punto di vista di Martin Haidgen.

Il bridge del brano si ripete sette volte, mentre Lacey conta da uno a sette, e canta la strofa per ogni anno di vita della piccola Flynn:” Beh, ti amo così tanto (mai più), Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (mai più), No, perché posso dartelo (mai più), Ma non posso sopportarlo (mai più)”.

Quattro versi sono cantati verso la fine della canzone e sono quasi impercettibili rispetto al ritornello. Questi versi sembrano provenire dal punto di vista di Katie: “Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (Non dovrò mai perdere il mio bambino tra la folla) Perché posso darlo a vedere (Dovrei ridere adesso...) Ma non ce la faccio”.

Il produttore Mike Sapone ha avuto l'idea di includere campioni di esplosioni nella traccia, da cui il sottotitolo "MS Rebridge", con MS che sono le iniziali di Sapone. Con i suoi sette minuti e quarantadue secondi, Limousine è rimasta la canzone più lunga dei Brand New fino a "Batter Up" del 2017, che dura otto minuti e ventotto secondi.

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/06/2026

venerdì 5 giugno 2026

From Ashes To New - Reflections (BNM, 2026)

 


Sulla cresta dell’onda da ormai dieci anni, gli americani From Ashes To New hanno conquistato schiere di fan come nuovi alfieri del movimento nu metal, andando ad occupare il posto, disco dopo disco, lasciato libero dai Linkin Park. Un legame, quello con la band del fu Chester Bennington (oggi, tornata in auge con la nuova cantante Emily Armstrong) caratterizzato dagli stessi moduli espressivi (alternanza di due voci, rap e screaming, riff pesantissimi, ritornelli di facile presa, un senso diffuso di malinconia e tristezza), che nel corso del tempo si è attenuato un po’, pur rimanendo un marchio di fabbrica evidentissimo anche in questo nuovo Reflections.

Dopo il successo di Blackout del 2023, anche questo nuovo album ha tutte le carte in regola per confermare la band originaria della Pennsylvania come tra le migliori in circolazione nel circuito alternative. Niente di nuovissimo sul fronte occidentale, certo, ma una scaletta che esplicita maturità e consapevolezza, oltre alla capacità di rileggere con freschezza un canovaccio in uso ormai da un decennio.

Dopo aver scartato, a quanto pare, un numero imprecisato di canzoni per poter focalizzarsi sul materiale rimasto e limarlo alla perfezione, il quintetto di Lancaster torna, quindi, con un lavoro composto da dodici brani, che suona solido e accattivante. Reflections mantiene intatto il sound caratteristico della band, con il contrasto tra le strofe rap di Matt Brandyberry e i ritornelli melodici di Danny Case, un binomio che funziona come sempre alla grande.

Detto questo, si nota un leggero cambiamento di tono: gli elementi elettronici, questa volta, risultano più raffinati e cupi, conferendo all'album una maggiore impronta industrial che si sposa bene con il pesante lavoro di chitarra di Lance Dowdle e Jimmy Bennett.

L’alternarsi tra momenti più rilassati e melodici ed altri decisamente più rumorosi garantisce alla scaletta, pur nell’omogeneità di suoni, una varietà emotiva che la rende interessante e avvincente. Brani come "Drag Me" e "Villain" si spingono verso sonorità più pesanti, supportate da un groove incandescente e contagioso, mentre la splendida "Die For You" si presenta come il fulcro emotivo dell'album, ed è facile capire perché sia già diventata una delle preferite dai fan: la sua energia irrequieta, i riff taglienti e l'interpretazione vocale appassionata di Case la rendono uno dei momenti più memorabili del disco, con un ritornello da mandare a memoria fin dal primo ascolto.

Più avanti nell'album, "New Disease" prende di mira l'influenza della cultura digitale e la tendenza a seguire le mode, ed è un brano che riflette lo stile tipico della band: orecchiabile e bombastico, ma con un testo sufficientemente incisivo da conferirle spessore ("We die for the feeling, Nothing to believe in Put a gun against your head, Pull the trigger join the trend, We live for the sickness Obsessed and addicted, We're all dying just to be, Part of a new disease").

Il disco si chiude con "Falling from Heaven" e "Your Ghost" (due episodi in cui i Linkin Park sono più che una semplice sensazione), che mostrano un lato più introspettivo (pur nella loro veste metal), ed evocano le riflessioni di cui al titolo, elemento che si addice al tono generale del disco.  

Il titolo Reflections, quindi, sembra azzeccato, dal momento che, pur in un contesto rumoroso, questo lavoro appare in qualche modo più profondo e introverso: è un album che mostra una band che sa esattamente cosa vuole, il cui processo di scrittura, fatto di continui ripensamenti, sembra aver dato i frutti migliori. La struttura è coesa, l’intensità emotiva, anche nei testi, non manca mai, e l’energia che i fan si aspettano è forse più contenuta, ma aggressiva quanto basta per non rinnegare il passato.

Voto: 7,5

Genere: Alternative Metal, Nu Metal

 


 


Blackswan, venerdì 05/06/2026