mercoledì 9 settembre 2026

Jorge Diaz - La Spia (Ponte Alle Grazie, 2026)

 


Andalusia, 1952. Un uomo viene brutalmente assassinato sulla spiaggia. A indagare è chiamato il giovane caporale Javier Bermejo della Guardia Civil, ma quello che potrebbe apparire come un delitto passionale si rivela qualcosa di molto più complicato. Per cominciare, chi era la vittima, il barone Ino von Rolland, ricco e misterioso uomo d’affari tedesco ritiratosi nella cittadina spagnola? Forse un nazista sfuggito alla giustizia dopo la fine della guerra? O un ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento? Non sembrano due ipotesi compatibili... Jorge Díaz recupera dai meandri della storia del Novecento l’affascinante e ambigua figura posta al centro di questo romanzo, e si occupa di riempire i buchi lasciati dalle fonti. Ci trasporta così nella Barcellona del 1917, in cui servizi segreti tedeschi e britannici lavorano per procurare alle proprie forze navali il predominio nel Mediterraneo; tra le due guerre ci fa visitare Berlino, e di nuovo la Spagna durante la Guerra civile; poi i campi di sterminio, il Portogallo, l’Argentina. Fino all’Andalusia degli anni Cinquanta, quando la vicenda storica smarrisce le tracce dell’enigmatico personaggio lasciando all’autore la libertà di inventarsi il finale.

 

Jorge Díaz Cortés (Alicante, 1962), scrittore e sceneggiatore, è noto a livello internazionale soprattutto in quanto membro, con Agustín Martínez e Antonio Santos Mercero, del terzetto di autori che si cela dietro al nome di Carmen Mola.

Per usare un’immagine tratta dal mondo della musica, La Spia è il suo quinto libro da “solista” e fonde mirabilmente il romanzo dai connotati storici al thriller. Lo scopo è quello di raccontare l’ambigua figura, realmente esistita, di Ino Von Rolland, il cui vero nome era Isaac Ezratty, ebreo nato a Salonicco nel 1893 (si sconosce la data di morte) e diventato agente del controspionaggio nazista agli ordini del generale Canaris, responsabile dell’Abwehr, e suo amico e protettore.

Attraverso le studio delle fonti storiche esistenti, numerose, ma anche colme di lacune (tra cui i memorandum degli interrogatori avvenuti dopo il conflitto da parte delle autorità alleate), Diaz ricostruisce l’enigmatica e contraddittoria figura di quest’uomo piccolo d’altezza ma dotato di un fascino magnetico, cultore della bella vita e delle belle arti, playboy impenitente, amante vorace e inesausto, fedele alla patria di adozione ma lontano da ogni fanatismo nazista, e comunque servitore indefesso della causa, nonostante venne rinchiuso per un lungo periodo nel campo di concentramento di Buchenwald.

La parte storica del romanzo ne ripercorre le gesta a partire dal 1917, quando a Barcellona Von Rolland lavora per creare una rete di spie al servizio della Germania, fino alla sua permanenza in Argentina, come infiltrato fra gli esuli ebrei, avvenuta dopo il periodo detentivo a Buchenwald.

L’ultima notizia storica che lo riguarda risale al 1949, quando Ezratty chiese la nazionalità spagnola all’allora governo Franco. Poi più nulla. Non si sa dove, quando e in che circostanze sia deceduto.

Le numerose afasie storiche vengono colmate dalla fantasia dello scrittore, che intorno alla misteriosa morte della spia, immagina che la stessa sia avvenuta, in modo cruento, nel 1952, a Mojacar, un pittoresco paesino dell’Andalusia, dove Von Rolland si era ritirato per qualche anno, prima di essere assassinato. Incaricato delle indagini è un giovane caporale della Guardia Civil, Javier Bernejo che, nella cornice pittoresca di una location da fiaba, scoprirà torbidi retroscena e metterà a repentaglio la propria integrità e il proprio amore (di lontananza).

Un romanzo ambivalente, scritto molto bene, che, nonostante i ritmi compassati, avvince tanto il lettore appassionato di thriller che quello amante delle piccole storie della Storia, il quale, se lo vorrà, troverà nella lettura numerosi spunti di approfondimento.

PS: attenzione, se amate gli animali, alcuni passaggi funzionali alla trama e relativi ai combattimenti fra cani, potrebbero urtare la vostra sensibilità.

 

Blackswan, mercoledì 09/09/2026

 

lunedì 7 settembre 2026

The Pretty Reckless - Dear God (Fearless Records, 2026)

 


Bella e talentuosa, Taylor Momsen ha solo trentatre anni, ma ha già alle spalle una carriera artistica da veterana. Ha iniziato fin da bambina con il cinema, interpretando film cult come Il Grinch di Ron Howard e lo splendido Paranoid Park di Gus Van Sant, e ha proseguito sulle passarelle, diventando, ancora minorenne un’apprezzata modella e testimonial pubblicitaria.

La sua passione, quella vera, però, è sempre stata la musica, un pungolo così forte, da farle abbandonare tutto per prestare la sua estensione da mezzosoprano ai Pretty Reckless, band di rock alternativo, da lei stessa fondata nel 2009. Il gruppo si è rapidamente affermato grazie a un'identità distintiva, costruita su una scrittura potente, atmosfere cupe e l'inconfondibile voce della Momsen. Al fianco del chitarrista Ben Phillips, suo partner creativo sin dagli esordi, la Momsen guida una formazione rimasta identica dal 2010. Insieme al bassista Mark Damon e al batterista Jamie Perkins, il quartetto ha fatto parlare di sé fin dal debutto con l’ottimo Light Me Up.

Da allora, i The Pretty Reckless hanno pubblicato quattro album di successo e, dopo l'acclamato Death By Rock And Roll del 2021, tornano ora con Dear God

L'album si apre con "Life Evermore Pt. 2", un brano che funge sia da introduzione che da canzone a sé stante. Il motivo ricorrente di "Life Evermore" riappare altre due volte nel corso del disco: la "Pt. 3" e la conclusiva "Pt. 1" offrono una cornice concettuale a un album ricco di energia ed emozione.

Il singolo di lancio, "For I Am Death" detta subito il mood della scaletta. Cupo e aggressivo, il brano esplode di energia grezza, mentre la voce roca della Momsen scartavetra un ritornello eccezionale. Lo slancio prosegue con "When I Wake Up", un inno rock ribelle che schiaccia il piede sull’acceleratore verso un refrain immediato, mentre la Momsen dà lezioni di grinta e sensualità con un’interpretazione stellare.

"Love Me" recupera antiche scorie grunge e si presenta come un disperato grido d’attenzione, con un’urgenza emotiva che pervade l’intero ritornello. Un senso di cupa malinconia attraversa il brano e permane nella title track dell’album. "Dear God" si apre con una voce inquieta e chitarre martellanti, creando una potente atmosfera alternative rock intrisa di disperazione, struggimento e vulnerabilità, con vista su livide atmosfere sabbathiane. L’interpretazione della Momsen e l’accompagnamento strumentale della band si fondono alla perfezione, rendendo il brano il fulcro ideale dell’album.

"About You" è un altro inno rock che pesca per ispirazione agli anni ’80 e celebra la gioia pura di suonare. Carico di energia, trasmette una vera e propria scarica di adrenalina. Un momento più raccolto giunge con "Rollercoaster of Life", un brano intenso e ritmato che offre una profonda carica emotiva e richiama alla mente certe cose dei Red Hot Chili Peppers, a cui fa seguito "Eye of the Storm", che crea un'atmosfera più melodica: mentre il caos infuria tutt'intorno, la canzone incarna la quiete serena che si trova al centro della tempesta. Per molti versi, rappresenta il rifugio emotivo dell'album, circondato da brani rock esplosivi e carichi di energia inarrestabile

"Devil in Disguise (Michelle’s Song)" si propone come una ballata acustica ricca di profondità e sincerità, prima che l'album si avvii alla conclusione con "Dark Days", che, come suggerisce il titolo, regala uno dei momenti più malinconici e riflessivi dell'intero disco, ammiccando a sonorità nineties.

Dear God si concentra con sapienza attraverso l’intero spettro della musica rock contemporanea, bilanciando sfoghi ribelli con emozioni profonde e un’oscurità malinconica. Ennesimo tassello in una discografia inappuntabile di una band che sembra essere sempre più in palla.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Hard Rock 




Blackswan, lunedì 07/08/2026

mercoledì 2 settembre 2026

Take On Me - A-ah (Warner, 1984)

 


Sembra difficile crederlo, ma "Take On Me" degli A-ha, una hit da milioni di copie vendute e un evergreen che continua ad ammaliare i nostalgici degli anni ’80 e a conquistare nuovi appassionati, ebbe un parto lunghissimo, almeno nella versione che noi conosciamo. Gli A-ha (il nome venne scelto perché richiamava un’esclamazione conosciuta in tutto il mondo) sono un trio norvegese composto da Morten Harket (voce), Pal Waaktaar (chitarra) e Mags Furuholmen (tastiere), che si trasferì a Londra nel gennaio del 1983 in cerca di fortuna, che, poi, arrivò proprio grazie a "Take On Me".

Il trio scrisse e registrò la prima versione di questa canzone nel 1982 con il titolo "Lesson One". Il brano aveva un testo diverso ma conteneva già alla base il leggendario riff di tastiera. Più tardi, nel 1983, la canzone attirò l'attenzione di un veterano dell'industria musicale, Terry Slater, che divenne il manager della band e aiutò Harket e soci a ottenere un contratto con la Warner Bros. Records.

All'inizio del 1984, gli A-ha riscrissero la canzone con il nome di "Take On Me" e la registrarono con il produttore Tony Mansfield. Pubblicata come singolo solo in Europa, raggiunse il terzo posto nella loro nativa Norvegia, ma non entrò in classifica altrove, risultando un flop particolarmente clamoroso nel Regno Unito. Per questa versione, inoltre, fu realizzato un video che era notevolmente meno attrattivo rispetto a quello che venne creato successivamente e che divenne il traino per il successo planetario del brano.

Visti gli scarsi consensi, su suggerimento di Slater, il trio registrò nuovamente la canzone con il produttore Alan Tarney, che la arricchì con più strumentazione ed energia. In quel periodo, un dirigente di una casa discografica di nome Jeff Ayeroff passò dalla A&M alla Warner Bros. e si fece promotore della canzone, attratto dalla bellezza della melodia e dall’avvenenza fisica del trio (definì Morten Harket, testuali parole: "uno degli uomini più belli del mondo". Ayeroff commissionò, così, un nuovo video, ingaggiando Steve Barron, noto per aver già diretto i clip di "Don't You Want Me" degli Human League e "Billie Jean" di Michael Jackson.

Il video, completato nel maggio del 1985, era talmente all’avanguardia, che la Warner Bros. promosse il brano attraverso il clip, facendolo proiettare nei cinema prima dei film e infine distribuendolo su MTV. Quando MTV lo acquistò, anche le stazioni radio trasmisero la canzone che, ad agosto dello stesso anno, entrò nella Top 40 statunitense. Il brano continuò a scalare le classifiche fino a raggiungere il primo posto il 19 ottobre, dove rimase per una settimana. Una settimana dopo, il brano raggiunse anche il suo picco nella classifica britannica, piazzandosi al secondo posto dietro a "The Power Of Love" di Jennifer Rush (in Italia si piazzò al settimo posto, vincendo il disco d’oro).

Come il lettore avrà intuito, "Take On Me" divenne l’eccezionale hit che ricordiamo proprio grazie al suo video innovativo, in cui un personaggio dei cartoni animati invita il lettore a unirsi a lui in un fumetto. Il tema fu ispirato dalla sequenza della trasformazione che si può guardare nel film di fantascienza, del 1980, Stati di Allucinazione diretto da Ken Russell, mentre l’idea dell’animazione è opera di Michael Patterson e sua moglie Candace Reckinger, che l’avevano già utilizzata per il film Commuter, che vinse il premio Student Academy Award nel 1981.

Una curiosità. Bunty Bailey, la donna di cui Morten Harket si innamora e che salva nel video, divenne la fidanzata del cantante per un paio d'anni, dopo che i due si erano conosciuti e avevano collaborato sul set. Dopo la loro rottura, lei si dedicò ad altri video musicali, tra cui "To Be A Lover" di Billy Idol, in cui interpreta una delle ragazze che facevano la coriste per il musicista (è la bionda in abito bianco al centro).

 


 

Blackswa, mercoledì 02/09/2026

lunedì 31 agosto 2026

Shania Twain - Little Miss Twain (Republic Records, 2026)


 

Negli anni ’90, Shania Twain era, probabilmente, la stella più luminosa del firmamento country pop. Basta guardare i numeri di Come On Over (1997) quello che, universalmente, è considerato il suo capolavoro: due dischi di diamante, venti milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti, prima piazza delle charts di mezzo mondo (ma stranamente non negli Usa, dove si piazzò secondo) e addirittura ventesima piazza raggiunta anche Italia, paese, si sa, refrattario al genere. Un boom clamoroso dovuto anche alla collaborazione, confluita poi in un rapporto d’amore sfociato in matrimonio, con Mutt Lange, ai tempi uno dei produttori più in voga del momento.

Il divorzio da Lange e la successiva malattia di Lyme, contratta a causa del morso di una zecca, fermarono per ben quindici anni la carriera della Twain, che tornò sulle scene nel 2017 con l’ottimo Now, disco che testimoniò la validità artistica della musicista canadese anche in assenza del suo abile pigmalione.

Oggi, la Twain non è più una stella di prima grandezza (i numeri degli anni ’90 sono ormai una chimera), per quanto resti, anche in virtù del suo passato, una musicista stimata e con un cospicuo seguito di fan. Ed è proprio al suo passato che guarda il nuovo Little Miss Twain (un titolo che ammicca alla pellicola del 2006, Little Miss Sunshine), il quale non è tanto un disco che segna un ritorno sulle scene (l’ultimo album, Queen Of Me, è uscito solo tre anni fa), quanto piuttosto una storia delle sue origini, dei giorni in cui la Twain muoveva i primi passi nel mondo della musica, grazie anche alla fiducia in lei riposta da qualcun altro, quando tutto era in divenire, quando la gloria e il successo erano solo un sogno di bambina.

È nella title track che questa fiducia, così fondamentale per la carriera della cantante, viene raccontata: Twain canta la convinzione della madre riguardo al suo futuro successo con un’intensità cruda che va ben oltre la semplice nostalgia. La presenza di Tanya Tucker (ai tempi il modello da seguire), che duetta con lei, trasforma un sogno d’infanzia in qualcosa di reale, di tangibile, la prova che quanto immaginato è potuto davvero realizzarsi.

Tutto il resto dell’album si sviluppa all’ombra di quel brano, raccontando una vita trascorsa nel tentativo di meritare quella fiducia che altri avevano in lei prima ancora che lei stessa riuscisse a trovarla in sé.

In tal senso il country rock di "Stranger Things" apre il libro dei ricordi raccontando quel particolare senso di incredulità che si prova nel vedere qualcuno trasformarsi in una persona che non avresti mai immaginato potesse diventare. Come guardarsi allo specchio a sessant’anni e ritrovare l’immagine di una ragazza piena di belle speranze. E viceversa. Tutto scorre su questo filo che lega presente e passato, in cui il linguaggio musicale della Twain, pur mantenendo le sonorità country in primo piano, varia con sicurezza e appagante divertimento.

New Love è pura euforia da primo amore, giocosa, pimpante, quasi festante, lo splendido blues rock Faded Blue Jeans (un omaggio ai propri inseparabili jeans), trova in Josh Homme un’inaspettata, ma perfetta spalla per raccontare il momento in cui il ricordo si trasforma in vera e propria nostalgia, mentre la graffiante Dirty Rose cattura con un groove funky irresistibile e "Right Time" snocciola i numeri del perfetto country pop da FM.

Manca il momento memorabile, il singolo assassino che diventa istant classic, ma ogni singola canzone ha una sua propria identità e forza: "Scary Little Thing" è tagliente e carica di tensione r’n’b, l’arrangiamento di ottoni e il passo caracollante suggeriscono sensualità, "Take It to the River" possiede un passo lento e un ritornello brillante, è una ballata dolce amara avvolta in splendidi cori, "Down the Middle" è divertimento e autentica gioia in abiti country.

Little Miss Twain non è forse l'album più compatto della Twain e, a tratti, la ricerca della nostalgia prevale sulla scrittura stessa. Tuttavia, è un buon disco, vario, sincero, autentico. Una giovane donna piena di speranza e l’icona musicale che è diventata finiscono per incontrarsi nelle stesse canzoni: si guardano negli occhi, si sorridono, gli anni trascorsi svaniscono in un ideale abbraccio, mentre passato e presente si sovrappongono con vista sul futuro.

Voto: 7,5

Genere: Country, Rock, Pop 




Blackswan, lunedì 31/08/2026

venerdì 28 agosto 2026

Larry McMurtry - Cavallo Pazzo (einaudi, 2025)

 


Dalla pagina eroica nella battaglia del Little Bighorn alla fine tragica a Fort Robinson, Cavallo Pazzo è vissuto negli ultimi anni in cui il popolo sioux poteva considerarsi ancora libero, ed è morto quando quell’epoca era ormai finita. Con grande passione e forza narrativa, Larry McMurtry si muove tra verità e leggenda, facendo affiorare il ritratto di un guerriero indomito, risoluto, schivo e altruista. Un uomo che ha lottato fino allo stremo per la sopravvivenza del suo popolo e del suo modo di vivere.

 

La figura di Larry McMurtry è universalmente nota per la tetralogia di Lonesome Dove (il primo volume della quale vinse il premio Pulitzer nel 1985), per Voglia di Tenerezza, romanzo dal quale fu tratto l’omonimo film di James L. Brooks (che fece man bassa di Oscar nel 1984) e per la sceneggiatura de I Segreti di Brokeback Mountain (per il quale lui stesso si aggiudicò un altro Oscar).

Cavallo Pazzo, già pubblicato in Italia nel 1999, è un’opera minore del compianto romanziere americano, un saggio che si prefigge di raccontare la figura di Cavallo Pazzo, personaggio sfuggente e al contempo figura mitica, che ha saputo incarnare, oggi come allora, il vero spirito degli indiani delle pianure. Accostando la verità storica alla leggenda, McMurtry tratteggia con acutezza un personaggio di cui si sa pochissimo, e quel che si sa è, talvolta, frutto solo dell’immaginazione suscitata dalla sua aura quasi spirituale, a cagione della quale le gesta dell’uomo e il suo mito spesso si sovrappongono.

Spirito indomito, refrattario alle regole e alle tradizioni del suo popolo, cacciatore, guerriero e, soprattutto, benefattore (una delle certezze è che si prendesse cura degli anziani e dei meno abbienti), Cavallo Pazzo è diventato il simbolo della resistenza indiana all’oppressione del popolo bianco, per quanto non è storicamente accertata la sua partecipazione a molte delle battaglie che il mito gli accredita.

Tra poche notizie vere e molte storie inventate o supposizioni, McMurtry cerca di far luce, con il piglio certosino dello storico, sulla cultura degli indiani delle praterie e sulle ragioni (trattati non rispettati, epidemie, la scelleratezza con cui i bianchi fecero razzia dei beni di sostentamento dei pellerossa) che spinsero gli indiani a essere “rinchiusi “nelle riserve e che condussero al massacro di Little Bighorn (l’insensata arroganza di Custer, la sagacia militare dei nativi americani) e alla carneficina degli Sioux presso il torrente Wounded Knee, che mise fine per sempre alla resistenza indiana.

Di grande interesse anche la parte del saggio dedicata all’assassinio di Cavallo Pazzo (su cui si hanno molte più notizie attendibili) avvenuto a Fort Robinson per mano di un soldato, che lo trafisse con un colpo di baionetta. Stanco e preoccupato per le condizioni del suo popolo, stremato dalla fame e dal freddo, Cavallo Pazzo si consegnò all’esercito statunitense, che lo rinchiuse nella riserva del forte, per essere assassinato, poi, qualche mese dopo a seguito di un inganno perpetrato nei suoi confronti dai capi indiani Coda Chiazzata e Nuvola Rossa, gelosi del suo prestigio.

 

Blackswan, venerdì 28/08/2026