venerdì 18 settembre 2026

S.A. Cosby - Legittima Vendetta (Rizzoli, 2023)

 


Per un ex galeotto, una coppia di poliziotti davanti alla porta di casa non può che significare guai. E quando Ike Randolph viene a sapere che suo figlio Isiah è stato ucciso a sangue freddo insieme al marito Derek, lasciando orfana una bimba piccola, il passato che pensava di essersi messo alle spalle gli crolla addosso. Al dolore si aggiunge la vergogna di non aver mai saputo accettare l’omosessualità del figlio. La stessa vergogna che prova Buddy Lee Jenkins, il padre di Derek, anche lui con un curriculum da delinquente di tutto rispetto. Oltre all’esperienza della prigione, i due uomini hanno poco da spartire: il primo è nero e dopo aver pagato il suo debito con la giustizia ha messo la testa a posto; il secondo è bianco, ha qualche problema con l’alcol e, a volte, con i neri. Buddy Lee e Ike si conosceranno al funerale, e nel giro di poco capiranno di dover fare un’ultima cosa insieme: mettere da parte il colore della pelle e rispolverare i ferri del mestiere per trovare i killer dei loro ragazzi e provare a redimersi, se possibile, dai propri errori. Non sanno che quest’impresa scoperchierà un vaso di Pandora pieno di odio e segreti.

 

Ike è nero, ha un passato turbolento e parecchi anni di prigione sulle spalle, anche se ormai ha messo la testa a posto, ha aperto un’impresa di giardinaggio e vive in una bella casa insieme alla moglie Myia. Buddy Lee, invece, è bianco, anche lui è stato associato alle patrie galere, ma adesso che è fuori non è riuscito a rimettere insieme il puzzle della propria esistenza: vive in una roulotte, è separato dalla bella moglie, che ha sposato un uomo facoltoso, campa di espedienti ed ha un serio problema con l’alcol e una salute cagionevole.

Il carcere non è l’unica cosa che accomuna i due uomini: sono entrambi padri di due figli gay, che si sono innamorati e sposati. E sono tutti e due profondamente omofobi, tanto da aver interrotto ogni rapporto con i loro ragazzi.

Quando arriva la notizia che Isiah e Derek sono stati brutalmente assassinati davanti a un locale, Ike e Buddy Lee appianano le iniziali divergenze e iniziano a indagare su quello che per la polizia è un caso senza speranze. Ciò che scopriranno li metterà in serio pericolo, scatenando l’ira di un gruppo di motociclisti suprematisti, manovrati, però, da un insospettabile burattinaio.

Legittima Vendetta è un poliziesco vecchio stampo, che conquista per i colpi di scena e il ritmo sostenuto, risucchiando il lettore fino a un vibrante e inaspettato finale, che avrà il potere di suscitare nel lettore più di una lacrimuccia.

Tuttavia, sarebbe riduttivo parlare di questo romanzo come di un semplice thriller. S. A. Cosby è uno scrittore sopraffino, la sua prosa è scorrevole, affilata, asciutta, evita ogni retorica, nonostante gli argomenti trattati, scegliendo invece la strada del realismo e della crudezza.

Legittima Vendetta è, soprattutto, la fotografia in bianco e nero dell’America di Trump, in cui omofobia e razzismo innervano una società in cui diseguaglianza sociale, armi e violenza sono all’ordine del giorno.

Non solo. Cosby porta per mano i due protagonisti in un percorso di consapevolezza che fa da contraltare al loro feroce desiderio di vendetta. Se da un lato, infatti, la caccia agli assassini è spietata, al punto da riportare in vita il sopito passato delinquenziale dei due padri, dall’altro, Ike e Buddy Lee scoprono, attraverso la loro forzata collaborazione, l’insensatezza del reciproco razzismo e, soprattutto, il male che hanno causato ai loro figli a causa di una testarda e ingiustificata omofobia. La riflessione sociale, quindi, si affianca, senza appesantirlo, allo sviluppo concitato di una storia avvincente, che conferma S.A. Cosby come uno dei migliori scrittori crime oggi in circolazione. 

Thriller dell’anno per il Washington Post nel 2021.

 

Blackswan, venerdì 18/09/2026

mercoledì 16 settembre 2026

The Jayhawks - Sanctuary Park (Thirty Tigers, 2026)

 


E’ un dato di fatto che da quando Mark Olson se n’è andato, i Jayhawks, ormai saldamente nelle mani dell’altro sodale, Gary Louris, pur con risultati sempre dignitosi, non sono stati più in grado di replicare la magia dei loro giorni migliori.

Così, quando parte Keeping Our Heads Above Water, canzone che apre questo nuovissimo Sanctuary Park, il tuffo al cuore per i fan di vecchia data della band originaria di Minneapolis è garantito. Eccoli! I Jayhawks sono tornati in tutto il loro splendore!

Prodotte dal mago Bob Ezrin, le undici canzoni che compongono la scaletta dell’album riaccendono antichi fuochi con una formula che il tempo aveva sbiadito: il connubio equilibrato fra pop, rock e country, le cristalline armonie vocali, la fragranza di essenze che rimandano ai fab four e melodie che impiegano un nano secondo a imprimersi nella mente e, quindi, nel cuore. E’ soprattutto il mood unico di un suono che ha fatto scuola a trovare nuova linfa vitale, quell’ambivalenza tra giocoso e malinconico, che ricorda una giornata luminosa di fine autunno, quando la luce del sole è ormai una tiepida carezza che già prelude ai languori dell’inverno. Stupore e famigliarità, il nitore che illumina lo sguardo, la nostalgia che pungola l’anima, un sorriso di pura e ingenua euforia reso appena salmastro da una piccola lacrima che inumidisce le labbra.

Undici canzoni inanellate fra loro da una rinnovata ispirazione che riporta la band ai fasti di Tomorrow The Green Grass (1995), il disco che replicò il successo di Holywood Town Hall (1992), sublimando il suono americano attraverso una mirabile attitudine pop.

Ecco, basta Keeping Our Heads Above Water per riportare alla luce l’antica magia: coretti estatici, il suono levigato con sapienza artigianale, la leggerezza cristallina dell’interplay vocale, strofa, pre ritornello e ritornello benedetti da imprimatur divino. Quattro minuti di apparente giocosa spensieratezza a cui si sovrappone una leggiadra nostalgia che tocca le corde della commozione quando Louris canta la forza di un amore indomito, nonostante tutto: “Dire che sei tutto ciò che ho, solo per tornare a respirare, Sentire il mondo e il peso della sua ombra, Dire che siamo troppo giovani per combattere questa battaglia, Attingere a tutto il tuo amore per tornare a credere, Ci vuole tutto il tuo amore per tornare a credere”.

In Sanctuary Park ci sono le canzoni, tutte, e dico tutte, di livello, c’è una band che ha ritrovato un rinnovato ardore e c’è il tocco di Ezrin, perfetto nel dare coerenza al suono, stupefacente nel curare ogni minimo dettaglio (il velluto di una pedal steel, il gocciolare di un piano, la croccantezza di un riff). Difficile scegliere il meglio in una scaletta punteggiata di brani destinati a diventare classici del songbook Jayhawks. E allora, non resta che raccontarli tutti.

Le armonie vocali su cui si sviluppa Kingston Girl, le simmetrie baciate di pianoforte e chitarra, le carezze nostalgiche della fisarmonica e il ritornello stellare fanno battere il cuore, che fa addirittura le capriole quando parte Mr. Lincon, brano che lega a doppio filo la scrittura di Louris con quella di sir Paul McCartney.

Hands Upon The Wheel si apre come un pezzo bluegrass, tutte le voci davanti a un unico microfono, per poi sviluppare una tensione malinconica che la successiva Leap Of Faith, una zuccherina incursione nel country, riesce a mitigare con una leggerezza da fiore in bocca, bretelle e cappello di paglia, per godersi la frescura di un torrentello coi piedi a mollo e la mente sgombra dalla vita.

E i momenti magici non sono certo finiti: American Night si presenta come una nuova Blue, rafforzando il legame con Tomorrow The Green Grass, Always And A Day si immerge nelle atmosfere del rock californiano anni ’70, è un brano tirato e adrenalinico che fa contrappunto alla successiva title track, la pietra più preziosa di gioiello regale: le chitarre innervano una tensione avviluppata da una soffusa coltre psichedelica e bluesy (viene in mente, come per magia, Tim Buckley) per sfociare, poi, in un ritornello di esiziale malinconia.

Non Un caso, visto che il brano è anche il momento in cui il disco si rivela più chiaramente: Sanctuary Park è un luogo reale a Dundas, in Ontario, ma nell'album assume un significato più ampio, diventando il simbolo di qualsiasi posto la memoria custodisca come sacro: i primi amori, i segreti dell'adolescenza, le persone che ti conoscevano prima che diventassi chi sei oggi.

Familiar Strangers riporta tutto con i piedi per terra: è un brindisi da bar dedicato a vecchi amici che si sentono, al contempo, vicini e lontani, è quella serata in cui il vino economico bevuto in un parcheggio vale più di qualsiasi pregiata etichetta. Il collante è l’amicizia, il comune vissuto, il ricordo. Il brano ha un’atmosfera rilassata eppure coinvolgente, capace di trascinare l'ascoltatore e farlo sentire parte della scena.

It’ll Be Alright Tonight trova la sua forza espressiva nella pedal steel di Mike Johnson, che dà una precisa identità al brano e che finisce per ricordare la dolcezza tipica della band. Sono i Jayhawks nella loro essenza più autentica.

Chiude Rowing the Boat, che evoca delicatezze alla Paul Simon, riduce tutto all'essenziale, usa un linguaggio semplice, una melodia lineare, e chiede all’ascoltatore di unirsi al viaggio e restare sulla barca, per godersi quell’esperienza emozionante che è la vita (“We’re All Part Of This beautiful team, Rowing The Boat, Rowing The Boat Together”).

Non avevo mai perso fiducia in Gary Louris e nei Jayhawks, convinto che, prima o poi, un altro grande disco sarebbe arrivato. Oggi, che la band compie quarant’anni di attività, quel momento è compiuto: Sacntuary Park è un album destinato a lasciare il segno, tanto da conquistare un posto d’onore sul podio al fianco di quei due capolavori che portano il nome di Hollywood Town Hall e Tomorrow The Green Grass

Voto: 9

Genere: Americana, Rock




Blackswan, mercoledì 16/09/2026

lunedì 14 settembre 2026

Time After Time - Cyndi Lauper (Record Plant, 1983)

 

 


Quando agli inizi degli anni ’80, i Blue Angel, la band in cui militava Cyndi Lauper si sciolse dopo aver pubblicato un solo album, la cantante ottenne un contratto come artista solista con la Portrait Records e fu affiancata dal produttore Rick Chertoff, che la aiutò a trovare i musicisti per lavorare al suo album di debutto, She's So Unusual. A questo scopo, Chertoff, che aveva suonato in una band di Philadelphia con Eric Bazilian e Rob Hyman, portò la Lauper ad assistere a un concerto della nuova band dei suoi due amici, chiamata Hooters, che suonavano al nightclub The Bottom Line del Greenwich Village.

Dopo il concerto, Brazilian e Hyman si fermano a parlare lungamente con la cantante, accorgendosi fin da subito che si trattava di una persona fuori dal comune, affascinante e creativa. Così, senza pensarci troppo su, i due la invitarono a Philadelphia e iniziarono a lavorare in sala prove, sfornando una demo via l’altra, e creando di fatto la line up del nuovo gruppo della Lauper e la scaletta di She's So Unusual, quello che, dopo poco tempo, sarebbe stato il suo album d’esordio.

Il primo singolo di Cyndi Lauper fu "Girls Just Want To Have Fun", pubblicato nel settembre del 1983. Grazie a un video vivace e divertente trasmesso costantemente su MTV, quel brano fu un successo clamoroso, raggiungendo il secondo posto negli Stati Uniti nel marzo del 1984 (dietro a "Jump" dei Van Halen). Il singolo successivo fu "Time After Time", che arrivò al primo posto a giugno e consacrò la Lauper come una cantante estremamente versatile.

Cyndi Lauper scrisse questa emozionante canzone con Rob Hyman, che compare anche come corista. Il titolo le venne in mente dopo aver letto sulla rivista TV Guide la programmazione di Time After Time (L’uomo Venuto Dall’Impossibile), un film di fantascienza del 1979 con Malcolm McDowell nei panni di H.G. Wells, la cui macchina del tempo viene rubata da Jack lo Squartatore, che la usa per viaggiare dal 1893 al 1979. Wells lo segue nel futuro e intraprende una missione per impedirgli di uccidere.

Una volta scelto il titolo, i due iniziarono a scrivere la canzone: Hyman seduto al pianoforte, improvvisò quello che poi sarebbe diventato il ritornello, mentre la Lauper dava vita al flusso del testo, per poi passare entrambi a costruire le melodie delle strofe.  "Time After Time" è, sotto questo profilo, una canzone ingannevolmente semplice, le strofe sono solo un piccolo motivo ripetuto di tre note, quasi come una filastrocca. Tuttavia, componendola, i due si resero conto che quella che voleva essere una canzone allegra, si stava in realtà trasformando in qualcos’altro. Il brano, infatti, più prendeva forma, più diventava agrodolce, profondo e toccante, e quindi iniziarono a limare la musica per adattarla alla nuova atmosfera.

Un volta scritta tutta la melodia, occorreva però trovare le parole giuste che si adattassero al mood malinconico di una storia d’amore collassata, ma che continua a generare desiderio e ricordi.

 

"Dopo la mia immagine scompare e il buio diventa grigio
guardo fuori la finestra e
tu ti domandi se io stia bene
i segreti rubati
dal profondo di noi"

 

Sia Cyndi Lauper che il coautore Rob Hyman si sono ispirati, per scrivere il testo, alle proprie difficili relazioni personali (quella amorosa di Hyman, quella professionale con il suo vecchio manager, per la Lauper) che stavano lentamente naufragando. Non si conoscevano molto bene, e proprio questo fatto li spinse ad aprirsi di più, come qualche volta succede con gli sconosciuti, nei confronti dei quali la barriera del pudore crolla più velocemente.

Rob Hyman spiegò in seguito come le sessioni di registrazione fluirono spontanee e velocità: “Non abbiamo mai fatto una demo della canzone. L'abbiamo semplicemente suonata al pianoforte in un paio di giorni, forse una settimana. È successo tutto abbastanza in fretta, e ne avevamo bisogno perché l'album era quasi finito… Con tutte le altre canzoni, invece, abbiamo passato mesi e mesi nella nostra sala prove a fare vari arrangiamenti e demo prima di entrare in studio. In questo caso, non c'è stata alcuna pre-produzione. Siamo andati direttamente al nastro e quello che sentite è la nostra prima registrazione, che secondo me ha contribuito moltissimo all'atmosfera generale del brano, non solo all'impatto della composizione, ma anche all'idea di aver catturato quella spontaneità”.

Il video che accompagna la canzone è stato diretto da Edd Griles, che ha lavorato con Lauper fin dai tempi della band Blue Angel e che aveva anche diretto i video di "Girls Just Want To Have Fun" e, poi, "She Bop".

Il wrestler Captain Lou Albano, apparso nel video di "Girls Just Want To Have Fun", interpreta un cuoco in una tavola calda nel video di "Time After Time". Anche la madre e il fidanzato di Lauper compaiono nel video, interpretando rispettivamente sua madre e il suo fidanzato.

Nel clip, una Lauper in lacrime lascia casa con solo un borsone. Secondo Lauper, la lacrima che versa è autentica, avendo rifiutato il suggerimento del regista di indurle il pianto artificialmente, in quanto sicura della sua capacità di piangere quando voleva. Fu lei stessa a raccontarlo durante un’intervista al Daily Mail: "Ho pianto perché mi sono resa conto di aver vissuto quella situazione al college. Facevo l'autostop e nel borsone c'era tutto quello che possedevo. Ho pianto perché eccomi qui, una persona famosa, ma chi diavolo l'avrebbe mai detto?"

Il grande jazzista Miles Davis registrò una versione strumentale di questo brano nel 1985. Miles aveva sempre suonato brani popolari (in passato, pezzi come "My Funny Valentine" e "If I Were A Bell" facevano parte del suo repertorio) e quando sentì la canzone di Cyndi Lauper, si innamorò follemente della melodia. Tanto che il grande trombettista suonò questo brano in quasi tutti i suoi concerti dal 1984 fino a poco prima della sua morte nel 1991.   

Un consiglio d'ascolto: cercate su Youtube anche la cover che ne fece la compianta e bravissima Eva Cassidy: toccherete il cielo con un dito.

 


 

 

Blackswan, lunedì 14/09/2026

venerdì 11 settembre 2026

Creep - Radiohead (Parlophone, 1993)

 


Il primo singolo pubblicato dai Radiohead, una delle loro canzoni più famose e più amate dai fan: "Creep", ovvero “sfigato”.

A cantarla è il leader e vocalist della band, Thom Yorke, che, attraverso una tensione emotiva che rasenta la vera e propria autocommiserazione, recita:

"Prima eri qui e non riuscivo
Nemmeno a guardarti negli occhi
Sei come un angelo,
La tua pelle mi fa venir da piangere
Volteggi come una piuma
In un mondo bellissimo
Ed io vorrei essere speciale
Tu sei così fottutamente speciale

Ma sono uno sfigato,
Sono un mostro
Che diavolo ci faccio qui?
Questo posto non fa per me"

 

A spiegare il senso del testo fu lo stesso cantante, durante un’intervista del 1993: "Ho un vero problema a essere un uomo negli anni '90. Qualsiasi uomo con un minimo di sensibilità o coscienza nei confronti del sesso opposto avrebbe un problema. Affermarsi in modo maschile senza sembrare un membro di una band hard rock è una cosa molto difficile. Tutto si riconduce alla musica che scriviamo, che non è effeminata, ma non è nemmeno brutale nella sua arroganza. È una delle cose che cerco sempre di fare: affermare una personalità sessuale e, allo stesso tempo, cercare disperatamente di negarla".

Insomma, "Creep" è una canzone triste che parla dell’essere innamorati di qualcuno, ma di non sentirsi all’altezza, di vedere nell’altro/a infinite qualità, che il protagonista del brano è consapevole di non possedere e di essere, quindi, ben misera cosa di fronte all’oggetto del proprio desiderio. C’è un’evidente tragedia personale che sottende il testo, ma la frustrazione evocata dalle liriche diventa ben presto universale, perché il mondo, anche a un livello sociale, si divide in persone “fottutamente speciali” contrapposte a tutti gli altri, una massa informe di mediocri senza speranza.

Jonny Greenwood, chitarrista e tastierista della band, prese le distanze dal senso che Yorke attribuiva a Creep, e affermò che la canzone era in realtà un brano allegro che parla di "riconoscere se stessi". In realtà, a Greenwood il brano non piaceva affatto, lo trovava terribilmente moscio e poco attrattivo. Così, dopo le prime insoddisfacenti sessioni di prova decise di aggiungere i quattro celebri accordi di chitarra che precedono il ritornello, un puerile tentativo di sabotare la canzone, che tuttavia funzionò alla grande.

Secondo l’altro chitarrista, Ed O’Brien, “quello è il suono di Jonny che prova a incasinare la canzone...Non gli piaceva la prima volta che l'abbiamo suonata, così provava a rovinarla”. Greenwood, invece, si limitò a sostenere che quella chitarra distorta prima del refrain era solo un tentativo di dare più brio al brano: “Non mi piaceva. Era troppo tranquilla. Così ho suonato la chitarra con forza, con tanta forza."

Thom Yorke scrisse "Creep" nel 1987 mentre era studente all'Università di Exeter, in Inghilterra. La band, in quel periodo, si era già formata, ma usava ancora il nome On a Friday. Yorke realizzò una demo acustica del brano che portò ai suoi compagni di band, i quali la svilupparono musicalmente e ne diedero forma definitiva. "Creep" è stato il primo singolo dei Radiohead, pubblicato nel loro paese d'origine, il Regno Unito, nel settembre 1992 (avevano firmato il loro contratto discografico con la Emi nel dicembre 1991).

La canzone, però, fu un flop, un flop talmente clamoroso, che i Radiohead la inclusero a malincuore nel loro album di debutto, Pablo Honey, pubblicato nel febbraio 1993. Con loro sorpresa, però, il brano iniziò a essere trasmesso dalle radio e trovò finalmente un suo pubblico, tanto che la loro etichetta lo ripubblicò nel settembre 1993, data dalla quale iniziò a scalare le classifiche fino ad arrivare alla piazza numero 7 nel Regno Unito (in Italia vinse il disco di platino).

Appena il brano ebbe successo, ci si accorse, però, della clamorosa somiglianza fra "Creep" e una canzone del 1972 degli Hollies intitolata "The Air That I Breathe", scritta da Albert Hammond e Mike Hazlewood, Mettetele a confronto: le due canzoni hanno un giro di basso molto simile e i versi hanno la stessa struttura metrica e una melodia simile. Per evitare gli effetti nefasti di una controversia legale, i Radiohead accettarono di condividere parte dei diritti d'autore e di aggiungere Hammond e Hazlewood ai crediti di scrittura.

Una curiosità. Nella versione dell'album, Thom Yorke canta "Sei così fottutamente speciale". Per i passaggi radio, invece, dovette modificare la frase in "Sei così molto speciale". Yorke si pentì subito di aver cambiato la frase per la versione radiofonica, dicendo che aveva alterato "il sentimento della canzone". Secondo lui, "Creep" perdeva così tutta la sua intrinseca rabbia.

 


 

 

Blackswan, venerdì 11/09/2026

mercoledì 9 settembre 2026

Jorge Diaz - La Spia (Ponte Alle Grazie, 2026)

 


Andalusia, 1952. Un uomo viene brutalmente assassinato sulla spiaggia. A indagare è chiamato il giovane caporale Javier Bermejo della Guardia Civil, ma quello che potrebbe apparire come un delitto passionale si rivela qualcosa di molto più complicato. Per cominciare, chi era la vittima, il barone Ino von Rolland, ricco e misterioso uomo d’affari tedesco ritiratosi nella cittadina spagnola? Forse un nazista sfuggito alla giustizia dopo la fine della guerra? O un ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento? Non sembrano due ipotesi compatibili... Jorge Díaz recupera dai meandri della storia del Novecento l’affascinante e ambigua figura posta al centro di questo romanzo, e si occupa di riempire i buchi lasciati dalle fonti. Ci trasporta così nella Barcellona del 1917, in cui servizi segreti tedeschi e britannici lavorano per procurare alle proprie forze navali il predominio nel Mediterraneo; tra le due guerre ci fa visitare Berlino, e di nuovo la Spagna durante la Guerra civile; poi i campi di sterminio, il Portogallo, l’Argentina. Fino all’Andalusia degli anni Cinquanta, quando la vicenda storica smarrisce le tracce dell’enigmatico personaggio lasciando all’autore la libertà di inventarsi il finale.

 

Jorge Díaz Cortés (Alicante, 1962), scrittore e sceneggiatore, è noto a livello internazionale soprattutto in quanto membro, con Agustín Martínez e Antonio Santos Mercero, del terzetto di autori che si cela dietro al nome di Carmen Mola.

Per usare un’immagine tratta dal mondo della musica, La Spia è il suo quinto libro da “solista” e fonde mirabilmente il romanzo dai connotati storici al thriller. Lo scopo è quello di raccontare l’ambigua figura, realmente esistita, di Ino Von Rolland, il cui vero nome era Isaac Ezratty, ebreo nato a Salonicco nel 1893 (si sconosce la data di morte) e diventato agente del controspionaggio nazista agli ordini del generale Canaris, responsabile dell’Abwehr, e suo amico e protettore.

Attraverso le studio delle fonti storiche esistenti, numerose, ma anche colme di lacune (tra cui i memorandum degli interrogatori avvenuti dopo il conflitto da parte delle autorità alleate), Diaz ricostruisce l’enigmatica e contraddittoria figura di quest’uomo piccolo d’altezza ma dotato di un fascino magnetico, cultore della bella vita e delle belle arti, playboy impenitente, amante vorace e inesausto, fedele alla patria di adozione ma lontano da ogni fanatismo nazista, e comunque servitore indefesso della causa, nonostante venne rinchiuso per un lungo periodo nel campo di concentramento di Buchenwald.

La parte storica del romanzo ne ripercorre le gesta a partire dal 1917, quando a Barcellona Von Rolland lavora per creare una rete di spie al servizio della Germania, fino alla sua permanenza in Argentina, come infiltrato fra gli esuli ebrei, avvenuta dopo il periodo detentivo a Buchenwald.

L’ultima notizia storica che lo riguarda risale al 1949, quando Ezratty chiese la nazionalità spagnola all’allora governo Franco. Poi più nulla. Non si sa dove, quando e in che circostanze sia deceduto.

Le numerose afasie storiche vengono colmate dalla fantasia dello scrittore, che intorno alla misteriosa morte della spia, immagina che la stessa sia avvenuta, in modo cruento, nel 1952, a Mojacar, un pittoresco paesino dell’Andalusia, dove Von Rolland si era ritirato per qualche anno, prima di essere assassinato. Incaricato delle indagini è un giovane caporale della Guardia Civil, Javier Bernejo che, nella cornice pittoresca di una location da fiaba, scoprirà torbidi retroscena e metterà a repentaglio la propria integrità e il proprio amore (di lontananza).

Un romanzo ambivalente, scritto molto bene, che, nonostante i ritmi compassati, avvince tanto il lettore appassionato di thriller che quello amante delle piccole storie della Storia, il quale, se lo vorrà, troverà nella lettura numerosi spunti di approfondimento.

PS: attenzione, se amate gli animali, alcuni passaggi funzionali alla trama e relativi ai combattimenti fra cani, potrebbero urtare la vostra sensibilità.

 

Blackswan, mercoledì 09/09/2026