lunedì 27 aprile 2026

The Twilight Sad - IT'S THE LONG GOODBYE (Rock Action 2026)

 


Nonostante più di vent’anni di carriera e ben sette dischi in studio pubblicati, gli scozzesi Twilight Sad non sono mai riusciti a sfondare veramente, rimanendo nel novero di quelle che si definiscono band di culto. In parte, per una naturale propensione all’understatement, un po’ per una proposta musicale mai davvero distintiva, e in parte per una qualità compositiva più che dignitosa ma mai davvero all’altezza delle aspettative. Tant’è che si potrebbe sostenere, senza il rischio di sbagliarsi, due affermazioni tra loro contrastanti, e cioè che la band originaria di Kilsyth non abbia mai pubblicato un disco brutto, e, per converso, che non ne abbia mai pubblicato uno davvero bellissimo.

Tra coloro che amano visceralmente il lavoro del duo spicca Robert Smith, un nome che non molti posso vantare nella propria fanbase. Dopo che il leader dei Cure ha invitato i Twilight Sad a unirsi al suo tour nel 2016, fra i musicisti è nata una naturale alchimia che ha portato a una collaborazione costante, sia come compagni di tour che in studio. Non è un caso, quindi, che i membri principali del gruppo scozzese, James Graham e Andy MacFarlane, considerino Smith alla stregua di un componente della line up, visto che lo stesso ha contribuito e supervisionato a questo nuovo IT’S THE LONG GOODBYE (si, tutto maiuscolo, non è un refuso), anche se in un modo, a dire il vero, abbastanza impercettibile.

La storia di IT’S THE LONG GOODBYE parte nel 2019, quando Graham ha iniziato a scrivere dei contrasti della sua vita: le gioie del matrimonio e della paternità si contrapponevano alle crudeli emozioni legate alla malattia diagnosticata a sua madre (demenza frontotemporale) e al suo successivo, inesorabile declino. Durante la pandemia Covid, poi, Graham e MacFarlane (che ora vive a Londra) si scambiavano idee, e le canzoni iniziavano gradualmente a prendere forma. Quando nel 2024 la madre del cantante decedette, il lutto ha finito per incidere pesantemente sul mood doloroso e malinconico dell’album.

Non è un caso che dal punto di vista delle liriche IT’S THE LONG GOODBYE rappresenta la raccolta di canzoni più personale del repertorio dei The Twilight Sad, un’amara riflessione sull’impotenza di fronte all’aggravarsi della patologia materna, sul tormento della perdita, sulla difficoltà a rielaborare il lutto e la necessità, nonostante tutto, di andare avanti.

Un album in qualche modo catartico, dunque, a cui, come detto, contribuisce Smith in tre canzoni, e che si avvale del contributo di David Jeans (Arab Strap) e Alex MacKay (Mogwai) che suonano rispettivamente batteria e basso.

Dal momento in cui "GET AWAY FROM IT ALL" apre il disco, irrompendo con un muro di fremente elettricità shoegaze, non c'è tregua allo strazio (“Andiamocene via, Andremo via da tutto, io sono il figlio che conosci, tu sei mia madre”). Qui, c’è già tutto: l’impotenza, la paura per l’ineluttabile, e un dolore scrosciante, come le chitarre che prendono a sportellate la melodia agrodolce. È uno dei primi brani scritti per l'album e, una volta completato, era inevitabile che ne diventasse la canzone d'apertura, facendo da cornice alla scaletta insieme al brano di chiusura "TV PEOPLE STILL THROWING TVS AT PEOPLE", una ballata claustrofobica percossa nel finale dallo sferragliare aggressivo della chitarra di MacFarlane, su cui Graham ripete come un mantra senza pace: “No, non voglio sentirmi così, Non voglio sentirmi così, No, non voglio sentirmi così, No, non voglio sentirmi così, Va bene che ti senta così?”. 

Nel mezzo, un filotto di canzoni che, ognuna a modo suo, riesce a intrappolare il cuore in una morsa: la profonda linea di basso di "DESIGNED TO LOSE" spinge la malinconia in territori post punk, "ATTEMPT A CRASH LANDING – THEME" aggiunge sonorità più rock e viscerali alla Placebo, la lunga "DEAD FLOWERS", una delle canzoni a cui Robert Smith ha contribuito con chitarra e tastiere, si sviluppa attraverso una scorbutica new wave densa di disperazione, "WAITING FOR THEPHONE TO CALL" cita la synth wave alla Depeche Mode, ipnotizzando l’ascoltatore con un beat che sa di sprofondo emotivo, "THE CEILING UNDERGROUND" e "INHOSPITABLE/HOSPITAL" elevano alla perfezione quel rock tutto malinconia che band come Interpol e Editors non sanno più scrivere, mentre l’elettricità di "CHEST WOUND TO THE CHEST" raccoglie l’eredità di band come My Bloody Valentine e Slowdive, con le chitarre ricche di effetti di MacFarlane in primo piano, mentre Graham si confronta con le proprie struggenti emozioni.

Resta da citare la penultima traccia, "BACK TO FOURTEEN", un ascolto claustrofobico e inquietante, che vede Smith al basso, in cui Graham gioca con il numero 14, che si riferisce alla casa in cui Graham viveva con sua madre, ma anche all’età dell’adolescenza, un periodo di serenità che confligge con il dolore del presente (“Sono l'unico che ti vede ancora? Sono l'unico che ti ama ancora? C'è qualcuno dietro quegli occhi. E non portatela via, non portatela via da me”).

Gli elementi principali che troviamo in IT’S THE LONG GOODBYE non si discostano drasticamente dal resto della loro discografia, ma, a ben vedere, gli arrangiamenti strumentali e la crudezza dell'interpretazione vocale sono così incisivi che questo album difficilmente uscirà dall’heavy rotation di chi avrà occasione di ascoltarlo.

E se la discografia dei Twilight Sad, come accennato all’inizio, poteva suscitare pareri discordanti, questo nuovo album metterà tutti d’accordo definitivamente: è il loro capolavoro, senza se e senza ma.

Voto: 8,5

Genere: Post Punk, New Wave, Shoegaze

 


 


Blackswan, lunedì 27/04/2026

giovedì 23 aprile 2026

Niccolò Ammaniti - Il Custode (Einaudi, 2026)

 


In uno sperduto borgo della Sicilia, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, vive la famiglia Vasciaveo. Il tredicenne Nilo, la madre Agata e la zia Rosi. Ufficialmente si occupano di lavorare e rivendere marmo, ma è solo una copertura. I Vasciaveo sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile. L’arrivo in paese di Arianna – giovane donna bella e alla deriva – e della figlia Saskia rompe gli equilibri che tengono in piedi le loro esistenze. Essere custodi della cosa nel bagno equivale anche a esserne prigionieri. Un sacrificio che Nilo, dopo aver conosciuto l’amore, non potrà più sopportare.

 

Un romanzo breve, sono solo centosessantacinque pagine, che procede rapido, grazie a un ritmo incalzante, e che si legge tutto d’un fiato. Attenzione, però, perché Il Custode va maneggiato con cura, è un romanzo che contiene più riflessioni di quello che la sua brevità farebbe supporre, e che va affrontato muovendosi su diversi piani di lettura.

A Triscina, un paesino fatiscente ammassato su una grande spiaggia siciliana, vivono i Vasciaveo, famiglia composta dal tredicenne Nilo, che abita insieme alla mamma Agata e alla zia Rosi in un sottoscala. Una famiglia apparentemente normale, che si occupa di lavorare e di rivendere il marmo. Tuttavia, dietro questa dignitosa professione, si cela un indicibile orrore, dal momento che i Vasciaveo sono da tempo immemore custodi di un mistero che ha radici lontane, addirittura nella mitologia greca. Quando in paese arrivano la conturbante Arianna e sua figlia Saskia, l’apparente tranquillità della famiglia inizia a vacillare…

Il Custode, come si diceva, possiede diversi piani di lettura: è un romanzo thriller, che tiene col fiato sospeso grazie al ritmo incalzante e ai continui colpi di scena, è romanzo inquietante e disturbante, che si gioca alla perfezione la carta dell’horror, senza scadere in banalità grandguignolesche, ma pensandola attraverso numerosi riferimenti alla cultura classica, ed è, soprattutto, romanzo di formazione.

Il protagonista, Nilo, conosce gli slanci e le aspirazioni di un normale tredicenne, ma il mistero che custodisce nel bagno di casa gli impedisce di avere una vita normale, rendendolo prigioniero di una routine a cui mal si adatta.  Nilo è il “custode” di qualcosa di terribile, e accetta questo suo ruolo come un dato di fatto, un dogma, un peso che il destino gli ha caricato sulle spalle e da cui è impossibile svincolarsi. Una vita scandita da ritmi ben precisi, da una routine necessaria a coprire il mistero, da una vita di relazione verso l’esterno ridotta al lumicino.

Con l’arrivo di Arianna e Saskia, due schegge impazzite, che portano scompiglio nel “natio borgo selvaggio” e nell’esistenza della famiglia Vasciaveo, Nilo conoscerà l’amore e il suo mondo già scricchiolante sotto le pulsioni dell’adolescenza e del dubbio, crollerà rapidamente, con conseguenze esiziali.

Ammaniti, con un prosa asciutta, diretta, che evita giri di parole per cogliere la violenza brutale di un racconto che non fa sconti, è abile nel far convivere una realtà precisa e respingente (la desolazione della location, la rappresentazione dell’oggi attraverso la degenerazione dei social, la criminalità organizzata ben radicata in un contesto culturale misero) ala narrazione fantastica di un horror che si fa metafora: la cosa rinchiusa nel bagno altro non è se non il coacervo di incomprensione, non detti, traumi e violenze all’interno di una famiglia che dovrebbe essere romito e invece è prigione, ma anche simbolo di una libertà che, quando si concretizza, non può che distruggere quel fragile sistema, apparentemente ben oliato, chiamato esistenza.

Senza togliere nulla alla suspense di una trama che avvince con intelligenza, aggiungo solo che il finale del romanzo è un vero e proprio colpo di genio, capace di lasciare a bocca aperta anche il lettore più arguto.

 

Blackswan, giovedì 23/04/2026

martedì 21 aprile 2026

Tedeschi Trucks Band - Future Soul (Fantasy, 2026)


 

Dopo I’m The Moon del 2022, monumentale tetralogia e progetto basato sulla storia di Layla e Majnun, un poema romantico di origine araba che narra di due amanti sfortunati, veniva da chiedersi quale sarebbe stato il passo successivo della band. Quel disco, infatti, poetico e stratificato, sondava svariati orizzonti musicali, era un album concettualmente complesso e immaginifico, che spaziava, con accenni a sonorità mediorientali, tra rock, blues e soul. Difficile pensare, quindi, che i coniugi Tedeschi/Trucks potessero replicare un’altra opera così impegnativa e commercialmente ostica.

E infatti, questo nuovo Future Soul, presentato in un’inedita grafica fumettistica, è un disco totalmente in controtendenza rispetto al precedente, e pur riproponendo i medesimi tropi musicali, cerca un approccio compositivo più mainsteeam e più leggero nei contenuti e nella forma.

Trainate dalla fidata Fender della Tedeschi e dall'elegante Gibson SG di Trucks, e magnificamente suonate dal consueto ensemble di dieci elementi, ogni canzone di Future Soul è animata da quell’inconfondibile ricerca del groove che spinge verso quegli spazi in cui regna l’emozione.

E di emozioni, in questo nuovo lavoro, ce ne sono da vendere, a partire dall’iniziale Crazy Cryin' una goduriosa apertura funky che sfocia in un delizioso ritornello e in un assolo di Trucks, che vi lascerà con la sensazione di volare, leggeri e divertiti, come un aquilone in cielo.

La successiva "I Got You" è, invece, una dolce e veloce ballata dai sentori shuffle, l’arrangiamento di fiati è perfetto, il mood allegro, l’impatto molto radiofonico e l’assolo di Trucks cuce un rapido fil rouge con sonorità molto vicine all’Allman Brothers Band.

Il gruppo funziona che è una meraviglia, la produzione nitida, bilanciata e stratificata permette di apprezzare il contributo di ogni membro della line up al processo di composizione, cosa evidentissima nelle sonorità sofisticate dell’evocativa "Who Am I", un brano che possiede la freschezza di un soffio di vento che culla di ottimismo i nostri pensieri.

La band, tuttavia, sa anche irruvidire il suono senza perdere un briciolo di fascino: "Hero" ribolle di una tensione melodrammatica che fa tremare i polsi, spinta com’è da un’impetuosa prova vocale della Tedeschi e sconquassata nel finale da un magma elettrico prossimo al noise, mentre la title track mostra muscoli di un hard rock blues d’antan, riff graffiante e assolo stratosferico.

Questo disco, dicevamo, è più immediato e accessibile, grazie a brani con un tocco deliziosamente radiofonico come "Under The Knife", cantato da Mike Mattison, coautore e collaboratore della band, o come il divertissement r’n’b di "Be Kind", canzoni assimilabili fin dal primo ascolto, senza che venga tuttavia meno anche solo un grammo di qualità. Un tocco di mainstream, questo, frutto della collaborazione con Mike Elizondo, il loro primo produttore esterno dopo molti anni. D’altra parte Elizondo ha lavorato con artisti del calibro di Dr. Dre, Fiona Apple, Eminem e Carrie Underwood, è figlio di un altro mondo ma abile demiurgo nel rendere una band talentuosa come i Tedeschi Trucks più accessibile al pubblico radiofonico.

Il flusso sinuoso di "Devil Be Gone", in cui la chitarra di Trucks imita le linee vocali con il suo classico brio, è uno degli high light che fanno scattare la standing ovation, mentre "Shout Out" con il suo andamento avvolgente mette in mostra una delle migliori prove vocali della Tedeschi, che senza mai strafare, si fa guidare da una sensibilità interpretativa unica.

Chiude "Ride On", una ballata suadente, che procede con il pilota automatico, ma anche con una classe che è per pochi.

Future Soul è un disco che si discosta leggermente dal passato della band e che cerca attraverso i suoi ganci melodici e un’impeccabile mise en place più “nazional popolare” di allargare il bacino dei fan. Un’aspirazione legittima, e ci mancherebbe, che nulla toglie al fascino di un gruppo che da oltre quindici anni plasma la materia rock blues con la qualità e la consapevolezza dei grandissimi.

Voto: 8

genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, martedì 21/04/2026

lunedì 20 aprile 2026

Hells Bells - Ac/Dc (Atco, 1980)

 


Gli Ac/Dc registrarono Back In Black pochi mesi dopo la morte del cantante Bon Scott, deceduto per intossicazione alcolica dopo una notte di forti bevute, e ingaggiarono per sostituirlo Brian Johnson, un cantante inglese proveniente dalla formazione glam rock dei Geordie

Il primo brano del disco, lo sanno anche i sassi, è "Hells Bells", una canzone che, in omaggio a Bon Scott, inizia con una campana a morto, che suona quattro rintocchi, introducendo l’ingresso del leggendario riff di chitarra (i rintocchi sono altri nove, prima che il suono di campana sfumi gradualmente).

Perché il tributo al cantante scomparso fosse il più veritiero possibile, la band si rifiutò di utilizzare freddi effetti sonori. Bisognava trovare una vera campana, e, soprattutto, di grandi dimensioni. Il primo tentativo di registrarne il suono ebbe luogo nel Leicestershire, in Inghilterra, al Carillon and War Memorial Museum, ma questo esperimento fallì miseramente.

Per evitare altri infruttuosi tentativi, la produzione commissionò una campana di bronzo da una tonnellata a una fonderia locale, con l’intento, poi, di utilizzarla anche sul palco, durante il tour di promozione del disco.  

Tuttavia, la campana non fu pronta in tempo per la registrazione, quindi il produttore (Mutt Lange) decise di utilizzare la campana di una chiesa vicina. Nemmeno questo secondo tentativo andò bene, perché all’interno del vaso vivevano alcuni uccelli, e a ogni rintocco veniva registrato anche il battito delle ali dei volatili che si davano alla fuga spaventati.

Pertanto, non c’era altro soluzione se non quella di utilizzare la campana che era in produzione, anche se non ancora finita. Lo staff della band, quindi, prese in prestito un'unità di registrazione mobile di proprietà di Ronnie Laine e la trasportò in fonderia. La campana fu appesa a un paranco e fu suonata dall'uomo che l'aveva costruita e che conosceva il modo di dare al rintocco un suono comunque credibile.

A causa delle armoniche, le campane non sono facili da registrare, quindi l’ingegnere Tony Platt posizionò circa 15 microfoni con diverse dinamiche in diversi punti della fonderia e poi portò le registrazioni agli Electric Lady Studios di New York, dove lui e il produttore Mutt Lange scelsero la giusta combinazione di suoni di campana, misero insieme un mix e lo rallentarono a metà velocità in modo che la campana da una tonnellata suonasse più minacciosa, esattamente come una campana da due tonnellate.

Il termine "Hells Bells", in inglese, è utilizzato come un'esclamazione di sorpresa, ma nel contesto di questa canzone venne usato per evocare immagini dell’aldilà e trasmettere la sensazione di una band pronta a scatenare l'inferno (qualcosa per cui Bon Scott, tra l’altro, era noto a tutti).

Il testo della canzone fu scritto dal nuovo cantante Brian Johnson, il quale, come rivelò nel 2008 alla rivista Q, visse quell’esperienza come qualcosa di piuttosto impegnativo: “Non credo in Dio, né al Paradiso, né all’Inferno. Ma è successo qualcosa. Avevamo queste stanze, piccole come celle (ndr: parte del disco fu registrato alle Bahamas, presso i Compass Point Studios di Chris Blackwell), con un letto e un bagno, ma senza TV. Avevo questo grande foglio di carta e dovevo scrivere delle parole. Pensavo, oh cazzo! E adesso? Non lo dimenticherò mai, ho semplicemente iniziato a scrivere e non mi sono più fermato... avevo una bottiglia di whisky e ho iniziato a bere. Ho tenuto la luce accesa tutta la notte, amico."

Incredibile, ma vero, "Hells Bells" ha contribuito al salvataggio del pilota dei Black Hawk, Michael Durant, imprigionato dopo la battaglia di Mogadiscio in Somalia, nel 1993. Durant, che aveva le gambe rotte, era stato catturato e gettato in una prigione, dove veniva preso a calci e sputi dai suoi aguzzini. I suoi commilitoni sapevano che gli Ac/Dc erano la sua band preferita, così, per poterlo localizzare, hanno collegato un altoparlante al telaio di uno dei Black Hawk e hanno iniziato a sorvolare sui tetti di Mogadiscio, suonando "Hells Bells" a tutto volume. Il militare, sebbene ferito gravemente e terrorizzato, si è tolto la maglietta, si è arrampicato fino ad arrivare a una finestra della cella e l’ha sventolata fino a quando i suoi compagni non sono riusciti a individuarlo e a salvarlo. Potere della musica.

 


 

 

Blackswan, lunedì 20/04/2026

giovedì 16 aprile 2026

Jo Nesbo - L'impronta Del Lupo (Einaudi, 2026)

 


Minneapolis, 2016. Quando un mercante d’armi legato alle gang è vittima di un attentato, gli indizi sembrano puntare verso un suo vicino, Tomas Gomez, che però tutti descrivono come tranquillo e perbene. Eppure Tomas Gomez potrebbe essere il misterioso Lobo, un assassino prezzolato che negli anni Novanta aveva scosso il mondo della criminalità locale con la sua ferocia. Adesso sembra tornato, deciso a regolare vecchi conti in sospeso. Bob Oz è un detective con un passato doloroso e un problema con l’alcol e le donne, che compensa la mancanza di talento non arrendendosi mai. Il caso Gomez lo affascina, suo malgrado. E indagando, contro tutto e tutti, capisce che Lobo – “il lupo” – non è in cerca di vendetta, ma di giustizia.

 

Dalla fredda Norvegia, Jo Nesbo sposta la location della sua ultima fatica negli Stati Uniti, in Minnesota, e nello specifico, in un altrettanto fredda Minneapolis. Manca il leggendario Harry Hole (anch’egli negli States nell’ultimo capitolo della saga, Luna Rossa del 2023) e al suo posto troviamo, invece, il detective della MPD, Bob Oz, un uomo fragile, dal passato doloroso, in perenne lotta coi suoi sensi di colpa, che combatte affogando i suoi fantasmi nel bicchiere e passando da una relazione occasionale all’altra.

In una Minneapolis, in cui il proliferare delle armi prepara il terreno per gli anni bui (il romanzo si svolge nel 2016), segnati dal brutale assassinio di George Floyd (2020) e recentemente, da quelli ancor più efferati, di Renee Nicole Good e Alex Pretti commessi dall’ICE, Oz si mette sulle tracce di Tomas Gomez, un assassino prezzolato che negli anni ’90 si faceva chiamare Lobo, e che oggi ha ricominciato a uccidere senza un motivo apparente. Oz, che non perde occasione di mettersi in cattiva luce con colleghi e superiori, viene sospeso dalla Polizia, ma con l’aiuto della detective Kay Myers e di un affabile tassidermista, riesce a ricomporre i pezzi di un puzzle concepito con determinata precisione.

Come sempre, Nesbo è straordinariamente abile nel risucchiare il lettore in una trama efficacissima, costruita attraverso le soggettive di alcuni personaggi (lo stesso killer, il poliziotto corrotto Olav Henson, l’amica Kay Myers) e un susseguirsi di colpi di scena, che tengono incollati fino alla fine.

Se è ovvio che, in qualche modo, Oz è l’alter ego americano di Hole (la stessa dipendenza dall’alcol, lo stesso passato traboccante di fantasmi, la medesima fragilità emotiva, l’identico tormento interiore), nello specifico, Nesbo cerca di allontanarsi almeno un po’, dal consueto e vincente canovaccio. Da un lato, infatti, inserisce anche un suo alter ego, uno scrittore norvegese di thriller, che, anni dopo, nel 2022, torna a Minneapolis, nella comunità norvegese in cui era cresciuto da bambino, per ricostruire le vicende narrate nella trama principale; dall’altro, mai come prima, il romanzo risente di una forza valenza politica. Non solo constatazione di quel clima sociale, in cui serpeggia una violenza pronta a esplodere, e che, l’anno successivo, porterà Trump a vincere le elezioni, ma anche, e soprattutto, un j’accuse senza mezzi termini nei confronti di quel secondo emendamento della Costituzione americana, che sancisce il diritto dei cittadini di detenere e portare armi, con le esiziale conseguenze che riempiono la cronaca nera americana, passata e recente.

Non raggiunge i picchi di altri romanzi dello scrittore norvegese, ma L’impronta Del Lupo è un thriller che avvince dalla prima e ultima pagina, e Bob Oz, il poliziotto disarmato, impulsivo e tenace, che troverà un po’ di pace solo nel finale, si colloca nella galleria dei personaggi di Nesbo come uno dei più riusciti di sempre.

 

Blackswan, giovedì 16/04/2026