mercoledì 21 ottobre 2026

Silver Springs - Fleetwood Mac (Warner, 1976)

 


Una canzone splendida, una delle più belle del repertorio dei Fleetwood Mac, che, però, strano a dirsi, dovette attendere anni prima di comparire su un album. Stevie Nicks scrisse "Silver Springs" dopo la rottura con Lindsey Buckingham, il chitarrista della band e suo fidanzato di lunga data. Voleva essere sicura che lui non si dimenticasse mai di lei, come è evidente dal verso "Ti seguirò finché il suono della mia voce non ti perseguiterà", che non lascia dubbi sul dolore e il risentimento della cantante quando la loro storia finì.

Il brano si prende davvero il suo tempo, si sviluppa a lenta combustione con due strofe e un pre-ritornello che anticipano il famoso refrain, che si può ascoltare a due minuti e quindici secondi dall’inizio. 

 

"Il tempo ti ha stregato, ma tu non mi dimenticherai

So che avrei potuto amarti

Ma tu non me l'hai permesso"

 

Segue una pausa strumentale, e poi il ritornello ritorna con l'aggiunta di questi versi: 

 

"Ti seguirò finché il suono della mia voce non ti perseguiterà

Dammi solo una possibilità

Non riuscirai mai a sfuggire al suono della donna che ti ama"

 

La canzone non raggiunge mai un vero e proprio climax, ma di certo lascia il segno.

L'idea per il titolo venne alla Nicks quando vide un cartello con la scritta "Silver Spring", nel Maryland (appena a nord di Washington, DC) mentre era in macchina con Buckingham. Il nome le sembrava così bello che decise di utilizzarlo per una canzone che stava scrivendo, modificandolo leggermente in "Silver Springs".

"Silver Springs", come detto, è un classico del songbook dei Fleetwood Mac, eppure, nonostante il brano fosse stato registrato nel 1976 per l’album Rumours, non venne incluso in scaletta. All'epoca, la selezione dei brani per gli album doveva essere molto accurata, perché lo spazio sui dischi in vinile era limitato, e Rumours era stracolmo di grandi canzoni, tanto che divenne uno degli album più venduti della storia.

Così "Silver Springs" fu scartata per fare spazio a un'altra canzone scritta della Nicks, intitolata "I Don't Want To Know", che il resto della band preferiva e che si adattava meglio all'album perché più corta. Stevie fu molto contrariata dalla decisione e prese in considerazione l'idea di rifiutarsi di cantare "I Don't Want To Know" per protesta, cosa che poi, ovviamente, non fece.

Il brano fu disponibile solo come lato B dei singoli "Go Your Own Way" e "Don't Stop". Ottenne, comunque, un po' di passaggi radiofonici e la band lo suonò durante la tappa europea del tour del 1977. La sua popolarità, però, crebbe davvero quando venne inserita nella scaletta del tour The Dance del 1997, che riunì la formazione classica, con il ritorno di Stevie Nicks e Lindsey Buckingham. La canzone è diventata sempre più popolare con il tempo, raggiungendo un nuovo pubblico grazie allo streaming.

"Silver Springs" apparve finalmente su un album nel 1992, quando fu inclusa nel cofanetto The Chain. Fu anche pubblicata nella loro raccolta di successi del 2002 e nell'edizione DVD-Audio di Rumours dello stesso anno, comparendo nella tracklist dove sarebbe stata inserita nell'album originale se non ci fossero stati problemi di spazio.

Nel 1997 fu inserita nel loro album live The Dance, uscito anche in DVD. Durante l'esecuzione della canzone, a metà del brano, la Nicks si gira verso Buckingham e sembra cantare direttamente per lui. Era come se gli stesse ricordando a chi fosse dedicata la canzone. Quando i loro sguardi s’incrociano, si possono percepire le emozioni che dovevano aver provato molti anni prima, quando si frequentavano e si amavano. Un momento davvero intenso.

Una curiosità. Stevie Nicks era solita alloggiare negli hotel durante i suoi tour con lo pseudonimo di "Miss Silver Spring".

 


 

Blackswan, mercoledì 21/10/2026

lunedì 19 ottobre 2026

Big Truck - Midday At The Middleway (Marshall Records, 2026)

 


La carriera di Laurie Vincent è stata legata fino a oggi all’iconico marchio Soft Play, nome innocuo sotto il quale si cela un’indomita band di feroce hardcore punk, quattro dischi all’attivo, l’ultimo del 2024, e tanta voglia di spaccare tutto. Il chitarrista, mente pensante del gruppo, ha deciso di prendersi una pausa e provare a battere altre strade. Nasce così il progetto Big Truck, quartetto composto anche da Sam Coppin (batteria), Asa Thallon (chitarra) e Justin Myles (tastiere), dedito a quello che loro stessi definiscono abstract pop.

Niente a che vedere, dunque, con la furia iconoclasta dei citati Soft Play, ma un progetto, invece, che nasce dalla volontà di cambiare completamente registro, per vedere l’affetto che fa concupire le orecchie dell’ascoltatore con un suggestivo impianto melodico. Certo, la voglia di menar le mani non è passata completamente, ma confluisce semmai in un apparato chitarristico (Asa Thallon proviene dal metal) ad alto voltaggio e propenso alla distorsione.

La melodia, però, resta il punto focale del disco, che non è di facilissima fruizione, perché figlio di una produzione lo-fi, in cui a un suono rotondo e levigato si preferiscono gli angoli e gli spigoli, il riverbero e un tocco di noise. Eppure, i ritornelli spaccano, sono di facile presa, nonostante sia evidente l’intento di andare a braccio, di sposare sonorità trasandate (ma non amatoriali) e di far prevalere la passione e l’istinto, esattamente come succedeva ai tempi in cui la musica usciva dal garage di casa di giovani brufolosi, arrabbiati e determinati.

Serve qualche ascolto, bisogna farsi largo tra grovigli di cavi elettrici, tra amplificatori consunti dai decibel, cartoni ricolmi di cianfrusaglie, lattine di birra e avanzi di junk food, ma poi la magia arriva. Ed è pura emozione. Midday At The Middleway è un gran bel disco, composto da canzoni di un pop sbilenco, ma cristallino, suonato da una band che sa il fatto suo: le tastiere di Myles a tenere insieme l’impianto melodico, il drumming di Coppin, che picchia sapientemente ma crea anche ritmiche meno convenzionali, e due chitarre che sprizzano energia, perfetto contrappunto alla voce strascicata di Vincent, più propenso alla declamazione che al canto vero e proprio.

Come accennato, l’incedere sghembo dei brani è solo un trompe l’oeil sotto cui si celano melodie nitide, che in una veste formale diversa farebbero le fortune di molte stazioni radio.

L’inizio sferragliante di "Feel Me…?" mette subito alla prova la tenuta delle casse, prima che la canzone assuma un andamento altalenante tra rallenti ed esplosioni elettriche, mentre basso e chitarra rimescolano sonorità dai nobili natali post punk. "Central Resevation Blues" parte come in "Between Days" dei Cure e si sviluppa in un puro godimento melodico, mentre la successiva "Polyester Vibrations", grazie a un mood paranoico, mostra gli occhi iniettati di malevolo post punk.

La scaletta, però, è istintiva come lo sono le composizioni, non esiste un solo registro, ma l’estro della band continua a scartare dalla via maestra. "Surf The Suffering" fila via grintosa sulle trame di un graffiante indie rock, "Collided" piega la sua struttura blues a momenti di carezzevole dolcezza e di estasi chitarristica (spettacolare, sottotraccia, il lavoro di raccordo di Myles alle tastiere), "Head So Full" crea un suggestivo compendio fra trasognato dream pop e furore post punk (con un suono di chitarra che ricorda da vicino il primo, superbo album dei Bloc Party).

E non è finita, perché le frecce all’arco della band centrano qualsiasi bersaglio: "Rebounder", grazie al suo ritornello solare, entrerebbe di filato nel songbook dei Jayhawks, e "Dress For All Weathers" si insinua nelle trame di un jazz al neon, mentre la voce rabbiosa di Vincent spinge verso tenebrose atmosfere che ibridano post punk e progressive.

In "Interlude", la voce declama versi slam poetry su un malinconicissimo pattern di pianoforte, "Heavensent" è una ballata per chitarra e piano che trasuda cruda intimità, che evapora subito nella straniante new wave di "Keep On Trucking", chiosa enigmatica di una disco, il cui ascolto riserva una sorpresa via l’altra.

Quando il grande camion condotto da Vincent arriva a destinazione, il desiderio è quello di salire nuovamente in cabina e affrontare un nuovo viaggio. Lontano dalle mete più battute, dalle strade trafficate e dai crocevia più famigliari. Un esordio inaspettato, che ci terremo in cuffia per parecchio tempo. Questa è grande musica.

Voto: 9

Genere: Indie Rock, Pop, Post Punk

 


 


Blackswan, lunedì 19/10/2026

venerdì 16 ottobre 2026

Brian Fallon & The Painkillers - Not Bad For New Jersey (Lesser Known Records, 2026)

 


Figlio del New Jersey, amico di lunga data di Bruce Springsteen, leader dei Gaslight Anthem, con cui ha pubblicato sei album (l’ultimo History Books del 2023), Brian Fallon ha speso una carriera a rinverdire i fasti del rock americano, quello crudo, diretto, senza fronzoli, materia per blue collar o per chi, dalla musica, pretende semplicità e passione. Insomma, Brian Fallon ha trascorso quasi trent'anni a consolidare la sua reputazione come una delle grandi voci rock della classe lavoratrice. Dai Gaslight Anthem alla carriera solista, le sue canzoni sono sempre caratterizzate da un'intensità emotiva sincera e dalla grinta tipica di chi lotta per emergere. Come il suo mentore Bruce Springsteen, per intenderci.

Not Bad For New Jersey, il suo quinto album solista, è un condensato rock, composto da un mix equilibrato di brani più aggressivi e ballate, confezionato con un tocco radiofonico dal sapore eighties, che apre a inevitabili paragoni con la musica del Boss e quella di Bryan Adams, tanto per suggerire i riferimenti più ovvi.

Un disco molto distante dal precedente Local Honey (il successivo album del 2021, Night Divine, è una raccolta di inni sacri e canzoni natalizie reinterpretate), che era caratterizzato da un intimismo acustico e vulnerabile, Qui, la scelta del produttore, Butch Walker, propende per un suono più corposo, che trabocca di quell’energia famigliare tipica dei Gaslight Anthem e che rende la scaletta il capitolo più divertente e vitale della carriera solista di Fallon.

Il cantante e chitarrista ci mette cuore, corpo e anima, tutti elementi che confluiscono in undici canzoni che non cambieranno il corso degli eventi, ma che hanno il merito di essere sincere e appassionate. La presenza, poi, di nomi illustri quali Donovan Woods, Lori McKenna, Brandon Flowers, Phil Collen e Marc Ribot, arricchisce di ulteriori spezie un disco semplice e appetitoso come un piatto di stufato con le patate.

La title track e "Better Before" aprono il disco con quell’impeto rock che ci si aspetta da chi il rock lo mastica con sapienza da tempo: energia a mille, chitarre in grande spolvero e ritornelli innodici, da cantare sotto il palco coi pugni alzati verso il cielo. Si spinge forte sull’acceleratore anche con "Somewhere You Shouldn’t Be", vigoroso esempio di arena rock, a cui contribuiscono un paio di assolo spettacolari di Phil Collen, chitarrista dei Def Leppard, e con l'energia di "Nobody Likes You In NYC" e "Big Sleep", due brani da ascoltare a tutto volume, mentre la macchina corre veloce verso l’orizzonte, in un impeto di libertà, i finestrini abbassati e il vento fra i capelli.

Non mancano, poi, le ballate, un registro che Fallon ha dimostrato in passato di saper maneggiare con equilibrato pathos; su tutte "Pearls", canzone d’amore con il cuore tenuto in mano, e "Love At The End Of The World", resa preziosa dalle armonie vocali intrecciate con l’amico Brandon Flowers.

Chiude il ringhio blues rock dell’oscura "Wolf By The River", scartavetrata dalla chitarra dell’immenso Marc Ribot, che piazza nel mezzo un assolo da brividi.

Not Bad For New Jersey, pur nella sua coerenza espressiva, propone una notevole varietà musicale e l'alternanza di stili valorizza l'atmosfera che ogni brano cerca di trasmettere. Nel complesso, si tratta di un ottimo lavoro da parte di Brian Fallon: l'artista conferma la grande sincerità dei suoi testi e delle emozioni che vi sono racchiuse, sfruttando al meglio il talento dei musicisti ospiti per comunicarle efficacemente. Il risultato è pienamente raggiunto, e se cercate quella veracità che avete trovato nei dischi di Springsteen (il termine di paragone più immediato), questo disco girerà spesso e volentieri sul vostro stereo di casa.

Voto: 7,5

Genere: Rock

 


 


Blackswan, venerdì 16/10/2026

mercoledì 14 ottobre 2026

25 Or 6 To 4 - Chicago (Columbia, 1970)


 

Ottava traccia da Chicago II, uno dei capolavori indiscussi della combo americana, "25 or 6 To 4" fu scritta da Robert Lamm, tastierista e cantante dei Chicago. Il brano parla del tentativo di scrivere una canzone a notte fonda, e il titolo si riferisce all'ora del giorno: le 3:35 del mattino (25 minuti alle 4:00) o le 3:34 del mattino (26 minuti alle 4:00).

Lamm ha spiegato che ai tempi viveva con un gruppo di hippie sopra Sunset Strip. Uno dei vantaggi di quella casa era che si trovava sulle Hollywood Hills e godeva di un bel panorama sulla città, che diventava addirittura splendido a tarda notte. L’intento di Lamm era quello di descrivere il processo di scrittura della canzone che stava componendo.

 

"Aspettando l'alba

Cercando qualcosa da dire

Luci intermittenti contro il cielo

Arrendendomi, chiudo gli occhi

Seduto a gambe incrociate sul pavimento"

 

Non certo un processo semplice, come si deduce dalle liriche, ma una ricerca febbrile di note e parole che sembrano non andare mai a posto. E mentre il musicista ci prova e ci riprova, un orologio al neon dall’altra parte della città, indica il tempo che passa, che poi finì cristallizzato nel titolo.

Nel 2019, in un’intervista alla rivista Mix, Lamm precisò: “Non riuscivo a capire bene dove puntassero le lancette dell'orologio. Erano le 4 meno 25 o 26 minuti. Non mi aspettavo di tenere quelle parole. Pensavo di sostituirle con un testo vero e proprio. Ma alla fine è andata bene”.

Ci sono molte voci infondate sul significato del testo di questa canzone. Una diceria popolare sostiene che "6 to 4" fosse un soprannome per l'LSD, perché se si assumeva la sostanza alle 18:00, gli effetti svanivano alle 4:00 del mattino, esattamente 10 ore dopo, mentre altri sostenevano, sempre a torto, che il titolo indicasse il nome di una persona famosa attraverso un codice numerico.

Il brano divenne rapidamente un pezzo forte del repertorio del gruppo, grazie anche alla loro sezione fiati (il trombettista Lee Loughnane, il sassofonista Walter Parazaider e il trombonista James Pankow), che fu protagonista di molti dei loro successi degli anni '60 e '70, ed è una delle canzoni più suonate dalle bande universitarie statunitensi, grazie proprio all’utilizzo degli ottoni ed al ritmo incalzante che lo rendono perfetto per gli eventi sportivi studenteschi.

La voce solista del brano è quella del cantante e bassista Peter Cetera che al momento della registrazione, però, aveva l’articolazione della mascella bloccata. Qualche mese prima della sessione di registrazione, infatti, la band andò a una partita di baseball al Dodger Stadium, dove la loro squadra del cuore, i Chicago Cubs, sconfisse i Dodgers, scatenando l'ira di quattro marines tifosi, pronti a sfogare la loro rabbia su qualcuno. Quel qualcuno fu Cetera, che venne individuato tanto per i suoi lunghi capelli quanto per il tifo sfegatato. La rissa che ne seguì lo mandò in terapia intensiva con la mascella rotta in tre punti, e quindi, quando arrivò il momento di registrare la canzone, aveva ancora la mascella bloccata. Cetera dovette imparare a cantare in modo diverso, tenendo i denti stretti, una tecnica assai complessa che, però, divenne ben presto il suo marchio di fabbrica.

Questo è solitamente l'ultimo brano che i Chicago suonano ai loro concerti. Negli anni successivi, i Chicago si sono spesso esibiti in tour con altri artisti di alto profilo che si univano a loro sul palco durante l'esecuzione del pezzo. Nei tour con gli Earth, Wind & Fire, questo brano ha offerto un'ottima vetrina per le sezioni di fiati di entrambe le band, e si adattava perfettamente anche alla voce di Philip Bailey. Tra gli altri artisti che, nel corso degli anni, si sono uniti a loro per questo gran finale si annoverano i Doobie Brothers e gli REO Speedwagon. 

Uno dei pregi della canzone è senz’altro il lavoro alla chitarra di Terry Kaith: il caratteristico riff della canzone è stato suonato attraverso un amplificatore Fender da concerto modificato, mentre lo splendido assolo è stato votato da Guitar World, nel 2015, uno dei migliori assoli di wah wah di tutti i tempi.

Una curiosità. Peter Cetera suonava il basso con le dita, ma il produttore James William Guercio pretese che suonasse la linea per la canzone utilizzando il plettro. Cetera non si diede per vinto, e dopo una lunga serie di alterchi, giunse al compromesso di suonare il basso con la parte posteriore dell’unghia.

 


 

 

Blackswan, mercoledì  14/10/2026

lunedì 12 ottobre 2026

George Thorogood And The Destroyers - The Baddest Show on Earth: Greatest Hits Live (Craft Records, 2026)

 


George Thorogood è una leggenda. A settantasei anni compiuti è entrato a far parte con i suoi Destroyers della Hall Of Fame, anche se, a causa delle condizioni di salute precarie la sua attività di musicista ha subito più di una battuta d’arresto. Per cinquant’anni, però, la sua chitarra ha fatto letteralmente scintille, contaminando il blues con il rock’n’roll, il boogie e l’hard rock, creando un suono ibrido, ma verace, che ha conquistato il cuore di schiere di aficionados.

Una musica diretta e senza fronzoli, un blues rock da bisboccia, buono per quei venerdì sera in cui, dopo una settimana di fatica, hai bisogno di sgombrare la mente dai brutti pensieri, scolarti qualche pinta in santa pace, cantare a squarciagola e muovere il culo a ritmo nel tuo pub preferito. Dove la musica dei Destroyers non manca mai, bonus compreso nella paga settimanale per gente semplice, colletti blu a cui qualche buona canzone riesce ancora ad aprire il cuore alla speranza. Come suggerisce il titolo, The Baddest Show on Earth: Greatest Hits Live, questa raccolta di undici brani celebra mezzo secolo di storia, attraverso un viaggio nella musica più graffiante, energica, sudata e adrenalinica di Thorogood, registrata dal vivo in varie occasioni tra il 1978 e il 2024. Blues rock per chi delle mode e dell’hype indie se ne fotte bellamente, e cerca negli ascolti sostanza, cuore e sudore.

Il ritmo martellante della cover di apertura, "Who Do You Love" di Bo Diddley, con Thorogood che infiamma la tastiera della chitarra in cinque minuti di blues-rock adrenalinico, è solo un assaggio di ciò che arriva nell'ora successiva.

In scaletta, sono presenti quasi tutti i suoi successi, catturati nel loro habitat naturale, e cioè, sul palco, di fronte a un pubblico in cerca di quella dose di roots-rock schietto e viscerale che Thorogood ha sempre suonato, tra chitarre graffianti e sassofoni brucianti. Com'era prevedibile, quasi ogni esecuzione risulta più lunga, intensa e trascinante rispetto alla versione in studio.

Un'interpretazione esplosiva del 1980 di "One Bourbon, One Scotch, One Beer" di John Lee Hooker si dilata fino a toccare quasi gli undici minuti di pura scarica di adrenalina, arricchita da testi improvvisati per aizzare la folla sul consumo delle bevande alcoliche citate nel titolo, il tutto a potenziare un'energia già alle stelle e assoli di chitarra dal ritmo boogie irresistibile.

Il brano viene superato di poco, in termini di durata, dal quarto d'ora abbondante dedicato a "Boogie Chillun'" (sempre di Hooker), in cui la band incalza alle spalle del chitarrista con la potenza di una locomotiva fuori controllo.

Il sax e la chitarra scatenano un frastuono travolgente su "Madison Blues" di Elmore James, mentre Howlin’ Wolf è omaggiato con una versione incandescente e sincopata di "Tail Dragger", che cresce d'intensità grazie al ritmo incalzante e preciso della chitarra. "Howlin’ for My Baby", anche questa dal repertorio di Wolf, dedicata a "tutte le donne presenti in sala", avanza con una carica bruciante e sensuale, "Ride On Josephine" di Bo Diddley spinge Thorogood a ringhiare il testo con una ferocia pari alla ruvidezza del suono della sua chitarra, e "Steppin’ Out" di Memphis Slim (brano reso celebre dalla versione dal vivo dei Cream) è ridotta a due minuti e mezzo, senza perdere, tuttavia, la sua primigenia bellezza.

D’altronde, non c’è tregua a quell’energia quasi inarrestabile, che scaturisce come scintille da un cortocircuito, mentre Thorogood fa ciò che gli riesce meglio: spingere ogni brano fino al punto di rottura, e oltre, spronato dall’amore per la musica e da un pubblico che non si aspetta nulla di meno. 

I fan di lunga data sanno bene che non mancano le registrazioni dal vivo tratte dalla sua vasta carriera cinquantennale, trascorsa quasi interamente on the road. Tuttavia, otto di questi brani sono esecuzioni inedite e di ottima qualità sonora, che coprono l’arco temporale di mezzo secolo trascorso a infiammare i palchi, testimoniando in modo convincente del talento di questo showman nel conquistare il pubblico, un’abilità che pochi altri sanno esprimere con pari efficacia.

Voto: 8

Genere: Blues, Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 12/110/2026