venerdì 24 gennaio 2020

BLUE OYSTER CULT - DON'T FEAR THE REAPER (Columbia, 1976)





Nel 1976, quando esce Agents Of Fortune, il disco di maggior successo dei Blue Oyster Cult, la band newyorkese ha già esaurito il suo ciclo migliore da un punto di vista creativo. Dopo questo momento in avanti, infatti, la carriera dei B.O.C. procede in modo altalenante, tra dischi modesti ma commercialmente rilevanti (Cultosaurus Erectus, 1980) e ritorni di fiamma di ottimo livello (Fire Of Unknow Origin, 1981, il disco che contiene Burnin’ For You e Joan Crawford, per intenderci).
Agents Of Fortune è, in tal senso, un disco spartiacque: lascia alle spalle capolavori come Tyranny And Mutation (1973) e Secret Treaties (1974), apre al declino successivo, ma porta in eredità il successo planetario e quei riscontri commerciali (disco d’oro e disco di platino) che precedentemente erano mancati.
Il merito dell’exploit è da ricondursi soprattutto a Don’t Fear The Reaper, terzo brano in scaletta, che azzanna le classifiche (settima piazza in Canada, dodicesima negli States, sedicesima in Inghilterra), consegnando i B.O.C. all’eternità. Già, perché la canzone, oltre ad aver venduto moltissimo, si consolida nel tempo come un evergreen rock che, a più di quarant’anni dalla sua uscita, non ha ceduto un grammo del proprio peso specifico al logorio del tempo.
Scritta dal chitarrista Donald ”Buck Dharma” Roeser, la canzone sollevò non poche polemiche al momento della sua uscita, in quanto il testo ambiguo sembrava contenere un esplicito invito al suicidio (the reaper, il mietitore, è un ovvio richiamo a una delle iconografie tradizionali attraverso cui la morte viene umanizzata, sia al cinema che in letteratura). Fu lo stesso autore, però, a fugare ogni dubbio a proposito del contenuto testuale. Roeser, infatti, ha sempre sostenuto di aver scritto la canzone, immaginandosi cosa sarebbe successo se fosse morto in giovane età (l’uomo gode ancora di ottima salute) e di quanto sia stupido temere qualcosa di ineluttabile, a cui inevitabilmente tutti, prima o poi, dovranno rendere conto (“40, 000 men and women everyday”: quarantamila uomini e donne muoiono ogni giorno).
A prescindere da questa prima quasi banale evidenza, la bellezza del testo risiede semmai nella citazione shakespeariana di Romeo e Giulietta, che sposta il tema principale della narrazione dalla morte all’amore. Non quindi l’ennesimo riferimento al suicidio (tutti sanno come finisce la tragedia di Shakespeare), ma invece l’assimilazione fra l’eternità che unisce la morte alla più pura e totalizzante forma d’amore (nel sentire comune, non esiste amore umano più alto – anzi ne è l’archetipo- di quello fra i due sfortunati amanti veronesi).
A volerci spingere oltre (ben oltre le intenzioni del suo autore) il testo, inconsapevolmente, si ricollega al mito classico di Orfeo e Euridice, straziante e commovente storia che da sempre ha ispirato musicisti e letterati e che accosta per la prima volta il tema dell’aldilà (gli inferi) e dell’ineluttabilità della morte a quello di un amore che cerca disperatamente di lottare contro il fato per guadagnarsi le porte dell’eternità (in ambito rock, per dire, i Genesis, intorno al mito di Orfeo ed Euridice, avevano costruito la loro The Musical Box).
Da un punto di vista squisitamente musicale, i cinque minuti e dieci secondi che compongono il brano sono magistralmente costruiti intorno a uno dei riff più celebri di sempre. Un riff acchiappone, di presa facilissima e dai sentori byrdsiani, perfetto per i passaggi radiofonici, morbido, ipnotico e al contempo vivace, capace di restituire la sospensione amniotica dell’eternità e di creare una sfasatura profonda fra l’evanescenza estatica delle note e la dimensione gotica del tema trattato. Che ritorna, poi, inquietante, come un ghigno sinistro, nella lunga esitazione centrale, in cui le chitarre creano un vortice che risucchia l’ascoltatore verso uno sprofondo buio e dolorosissimo, per poi spingerlo nuovamente verso l’alto, verso l’estasi di un amore eterno come eterna è la morte.
Oltre al grande lavoro alle chitarre di Bloom e Roeser, l’architrave su cui si poggia la melodia del brano è costituito dallo spettacolare intreccio fra i cori e i controcanti che, nello specifico, assumono un ruolo centrale rispetto al cantato gentile di Bloom.
Ultima nota di colore: Don’t Fear The Reaper fu inserita da John Carpenter nella colonna sonora del suo film Halloween (1978), circostanza che contribuì ad alimentare ulteriormente il mito della canzone.





Blackswan, venerdì 24/01/2020

giovedì 23 gennaio 2020

PREVIEW



Real Estate annunciano oggi il nuovo album The Maing Thing in uscita il 28 febbraio su Domino. L’album contiene le canzoni più ispirate e consapevoli di sempre, composte nel giro di un anno al Marcata Sound nella zona nord dello stato di New York. Alla produzione troviamo Kevin McMahon Dopo il suo lavoro del 2011 Days, Kevin McMahon torna come produttore e per la prima volta in questo album la band collabora con dei musicisti esterni, si tratta del duo Sylvan Esso, la cui cantante Amelia Meath è presente nel primo singolo “Paper Cup”. Nelle 13 tracce - piene di profondità, stranezza e contraddizioni – la band mescola ansie esistenziali, ambientali e politiche, con sentimenti paterni, testi satirici, linee di chitarra energiche e archi sfavillanti.
Riguardo a “Paper Cup” e al making of di The Main Thing, Martin Courtney afferma:
“Paper Cup parla del processo di invecchiamento e di quando mi sono reso conto che questa cosa che ho iniziato a fare più di 10 anni fa – essere un musicista, scrivere brani, essere parte di una band – potrebbe diventare il lavoro della mia vita. Guardo le persone intorno a me che cambiano e si evolvono, che affrontano nuove sfide mentre io, in un certo senso, mi sento priogioniero della routine. Ti senti incerto nell’essere un artista mentre tutto il mondo affronta il cambiamento climatico e il malcontento politico e sociale. È un brano che mette in discussione la strada scelta nella vita ed è alla ricerca del significato di ciò che fai. Quelle domande non trovano risposte in questa canzone, ma paradossalmente, il processo di creazione di questo disco – immergersi in profondità, cercando di renderlo la cosa migliore che abbiamo fatto – mi ha ridato speranza, e non solo a me, ma a tutta la band, è per questo che lo stiamo facendo.”
Con The Main Thing i membri dei Real Estate - Alex Bleeker (basso), Martin Courtney (voce, chitarra), Matthew Kallman (tastiere), Julian Lynch (chitarra, voce) e Jackson Pollis (batteria e drum programming) – rinnovano l’impegno preso fra loro, la band ha trascorso 10 anni di carriera e 5 album a creare suoni inconfondibili ed influenti. Principale autore dei testi, Martin Courtney afferma, “Ancora prima di decidere dove registrare e con chi, sapevo che doveva suonare bene” ma come aggiunge Alex Bleeker “Attraverso attenzione e cura ai dettagli, abbiamo scoperto che fare musica che inconrti il favore delle altre persone, è la nostra catarsi. La cosa più importante è seguire le proprie ispirazioni e sperare di diffonderle nelle persone intorno a te.”
 
 
 
 
 
Blackswan, giovedì 23/01/2020

mercoledì 22 gennaio 2020

BLACKBERRY SMOKE - HOMECOMING (Earache/Three Legged Records, 2019)

Ci sono band che trovano nella dimensione live la loro massima espressione artistica: suonano in studio come se fossero sul palco e stanno sul palco come se non ci fosse un domani, come fosse sempre l’ultimo concerto. E non è un caso che i Blackberry Smoke abbiano acquisito fama e fan, e vengano indicati come i legittimi successori di leggende quali Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers Band e Black Crowes proprio in virtù della loro attività concertistica che vanta, come a pochi accade, un numero di show che si aggira sulle duecento date circa l’anno.
A conferma di quanto appena scritto, ecco questo Homecoming, terzo live di una discografia che vanta sei album in studio, a riprova di quanto sia importante per la band di Atlanta suonare la propria musica dal vivo, fianco a fianco con schiere di fan festanti e partecipi. Registrato nel novembre del 2018 a casa, al Tabernacle di Atlanta, ed appuntamento fisso che prende il nome di Brothers and Sisters Holiday Homecoming, organizzato per raccogliere fondi in favore di bambini malati di cancro, questo live è vibrante, appassionato, suonato da una band che sa picchiare duro ma anche incantare con ballate dal cuore in mano, imboccando spesso derive jammistiche entro le quali sbrigliare gli strumenti e la fantasia.
Bastano i primi due brani in scaletta (Nobody Gives A Damn e Waiting For The Thunder) per immergersi immediatamente nel clima torrido della serata e sentirsi esattamente come essere sotto il palco.
In scaletta, la parte del leone spetta ovviamente alle canzoni estratte dall’ultimo disco in studio, Find A Light, da cui vengono proposte Flesh And Bone, Run Away From It All, Medicate My Mind, Beat Seat In The House, Mother Mountain e la lunga e travolgente I’ll Keep Ramblin’, che fonde idealmente il suono degli Allman Brothers al gospel, sublimati in una lunga coda strumentale. Non mancano, ovviamente, i classici della band, come la citata Waiting For The Thunder, la struggente ballad Pretty Little Lie, una delle canzoni più belle del songbook BBS, il country malinconico di One Horse Town, l’acustica Ain’t Got The Blues, cantata a memoria da un pubblico caldissimo, o l’incalzante rock’n’roll di Let It Burn.  
Su tutte le canzoni in scaletta svettano i quattordici minuti di Sleeping Dogs, in cui emerge con gagliardia l’inclinazione alla jam dei Blackberry Smoke, in un brano che fonde rock, psichedelia e funky, e sfocia, poi, in una vibrante cover di Come Together dei Beatles e in un call and response col pubblico, che non fa mancare il proprio trascinante entusiasmo.
Palpitante e suonatissimo, Homecoming è dunque l’ennesima testimonianza della grandezza di una delle band che interpreta al meglio un suono antico, ripulendolo però dalla ruggine e dalla polvere, e che sta sul palco come pochi altri al mondo sanno stare. Sudore, emozioni, rock’n’roll.

VOTO: 8





Blackswan, mercoledì 22/01/2020

martedì 21 gennaio 2020

PREVIEW



ANNA BURCH annuncia il nuovo album IF YOU’RE DREAMING, in uscita il 3 Aprile su Heavenly Recordings. Ascolta il nuovo singolo “Not So Bad”.

“Ho scritto ‘Not So Bad’ il giorno prima di partire per fare il disco,” dice la Burch. “Sapevo che mancava un pezzo importante nell’album e per fortuna è arrivato immediatamente. La progressione degli accordi sembra jazzy e molto leggera e quando ho iniziato a scrivere le parole mi sono ricordata che mia madre mi rimbrottava sempre sul fatto che i miei testi fossero malinconici: ‘Dai, la tua vita non è poi così male!’ mi diceva.”
Quando Anna Burch si presentò al mondo col suo debutto Quit The Curse (2018) fu un concentrato di pop energico e potente. Chitarre jangle, gioiose armonie vocali e una occasionale sottotrama fuzzy sgangherata convergevano in canzoni apparentemente semplici che nascondevano la loro complessità sotto un’orecchiabilità solare. L’impatto di quelle canzoni fu immediato ed eccitante, presentando narrazioni di confusione e sconvolgimento con melodie così brillanti da suscitare sorrisi. Due anni dopo, il seguito If You’re Dreaming ci porta su strade diverse perdendo un po’ di energia nervosa a favore di una più profonda esplorazione del mondo interiore.
Dopo mesi on the road come supporto di Quit The Course, la Burch è sparita per un po’. I lunghi periodi di tour avevano pause di pochi giorni qua e là e riusciva a scrivere solo in questi ritagli di tempo. Il periodo trascorso a casa a Detroit fu turbato da diversi e inaspettati cambi di casa che si sono aggiunti ai sentimenti fuggevoli e transitori dovuti ai tour. Quando finalmente le cose si sono stabilizzate, Anna è riuscita a calarsi in un lento, ponderato e intenzionale processo di scrittura per ciò che sarebbe diventato il suo secondo album. Giorni passati a suonare la chitarra, esplorando accostamenti di accordi poco convenzionali e rimuginando sulla struttura delle canzoni, cosa che ha permesso al suo subconscio di vagare fino a quando le parole non si sono materializzate.
If You’re Dreaming è stato registrato assieme al produttore Sam Evian nel suo home studio nelle montagne di Catskill. Laddove il primo album era stato un impeto d’ispirato songwriting seguito da un processo molto elaborato di arrangiamento e mixing, qui Burch e Evian hanno lavorato con limiti temporali autoimposti per stabilire un focus più nitido e arrivare al cuore delle nuove canzoni. Il lavoro è stato abbastanza rapido ma più rilassato, legando al groove gli elementi di base ed espandendo poi gli arrangiamenti con sovraincisioni. L’obiettivo era presentare non solo un assortimento di nuove canzoni ma costruire un album che si muovesse dinamicamente attraverso un arco emotivo interconnesso.
Con temi ricorrenti come isolamento, stanchezza e desiderio, queste canzoni trasmettono quell’arco emotivo con una resa delicata ma senza compromessi. Il songwriting intrinsecamente catchy della Burch riduce di molto l’urgenza del debutto, spostandosi verso ariosi accordi jazzy, riverberi fluttuanti e un’espansione della paletta sonora con una strumentazione inedita.





Blackswan, martedì 21/01/2020

lunedì 20 gennaio 2020

PREVIEW




I Beatles sono il motivo per cui suono la chitarra”, dice Al Di Meola. “Mi hanno dato la spinta per iniziare a fare musica, quindi hanno avuto un impatto decisivo sulla mia vita”.
Il chitarrista di fama mondiale Al Di Meola apre la nuova decade con un nuovo ambizioso lavoro che segue All Your Life: A Tribute to the Beatles pubblicato nel 2013: il secondo album tributo ai Beatles Across The Universe sarà disponibile dal 13 marzo su earMUSIC.
L’incredibile padronanza della tastiera dell’artista è pari solo alla sua ammirazione per l’eredità dei Beatles che hanno ispirato generazioni di musicisti e fan grazie al loro mitico repertorio. Across The Universe è il viaggio di uno dei più importanti chitarristi americani, in cui rivisita alcuni dei grandi classici e brani meno noti composti dai Fab Four. Brani che hanno reso Al Di Meola l’uomo che è oggi.
Across The Universe è un capolavoro che mostra ancora una volta l’attrazione per un ritmo sincopato complesso abbinato a testi provocatori e armonie intricate. I fan dei Beatles, delle chitarre e della musica in generale saranno trasportati nel meraviglioso mondo che l’artista ha creato. Inoltre, nell’artwork del nuovo lavoro, Al Di Meola ha deciso di celebrare la vita di John Lennon, richiamando la famosa cover del suo album solista Rock ‘n’ Roll pubblicato nel 1975.
Across The Universe si aggiunge ad una raccolta di oltre 30 album da solista e collaborazioni con artisti come Chick Corea, John McLaughlin, Stanley Clarke, Paco De Lucia e molti altri. Al Di Meola è una leggenda vivente riconosciuta per aver creato uno stile unico di impeccabile tecnica chitarristica unito ad un linguaggio musicale internazionale che è riuscito a conquistare i cuori di milioni di fan in tutto il mondo. Ha vinto un Grammy Award, tre dei suoi lavori sono stati certificati oro e ha venduto oltre 6 milioni di dischi. Le sue collaborazioni con artisti del calibro di Paul Simon, Phil Collins, Stevie Wonder, Jimmy Page, Santana, Steve Winwood, Herbie Hancock, Frank Zappa, Luciano Pavarotti, lo hanno reso ancora più celebre. Esplorando i più disparati generi tra cui flamenco, latino, jazz, fusion, rock e world music, Al Di Meola accompagna l’ascoltatore in un tour de force che ridefinisce continuamente i limiti di uno strumento come la chitarra. Across The Universe non si allontana dai suoi album più acclamati, grazie all’incredibile reinterpretazione di alcuni brani dei Beatles.
In Across The Universe, Al Di Meola unisce la velocità della chitarra elettrica ad arrangiamenti acustici sfarzosi e il primo singolo “Strawberry Fields Forever” ne è un esempio perfetto. Nell’album sono contenute epiche cover di brani simbolo del rock ‘n’ roll, tra cui Here Comes The Sun e un meraviglioso medley di Hey Jude e Golden Slumbers.
Across The Universe sarà disponibile su CD, doppio LP e in versione digitale il 13 marzo su earMUSIC.





Blackswan, lunedì 20/01/2020

domenica 19 gennaio 2020

BEACH SLANG - THE DEADBEAT BANG OF HEARTBREAK CITY (Bridge 9 Records, 2019)

E’ innegabile che, alla luce della qualità degli esordi, più o meno tutti si sarebbero attesi qualcosa d’importante dalla band capitanata James Alex, un’evoluzione destinata a lasciare il segno e nuova linfa vitale per il panorama indie rock.
Invece, la storia travagliata dei Beach Slang, i continui cambi di line up, i litigi interni, la costante inaffidabilità, che spesso hanno messo a repentaglio l’esistenza stessa del gruppo, hanno frenato l’ascesa di quella che poteva essere una devastante macchina da guerra e che invece è ora ferma nelle retrovie, in attesa che prima o poi torni lo spirito battagliero del tempo.
The Deadbeat Bang Of Heartbreak City è, in tal senso, un disco ambiguo, che se da un lato palesa una certa carenza di ispirazione e la reiterazione del gesto che avviene in modo meccanico e privo di pathos, dall’altro fa intravvedere tutte le potenzialità di una band che sarebbe capace di rilasciare dischi di ben altra caratura e la cui creatività, invece, sembra non avere più sbocchi.
Non è di certo un caso che in The Deadbeat Bang Of Heartbreak City certe canzoni (Sticky Thumbs e Born To Raise Hell) siano repliche, se non fotocopie, di quanto già ascoltato in passato, e che una sorta di autocompiacimento e, soprattutto, quell’atteggiamento di chi continua a prendersi troppo sul serio, finiscano per dissanguare e rendere innocui brani che potrebbero avere tutt’altra resa.
Il disco, finisce così per essere più prevedibile che brutto, un miscela preconfezionata di distorsioni, punk’n’roll che digrigna i denti (senza incutere paura), melodie scorticate, e ammiccamenti glam, indie e hard rock. Spruzzate di archi e fiati vorrebbero rendere più appetibile il piatto, ma aggiungono poco o niente al sapore, così come le tre ballate lo-fi presenti in scaletta, le discrete Nobody Say Nothing/Nowhere Bus e l’inutile pianistica Bar No One, lasciano più perplessi che affascinati.
Poi, ci sono, ovviamente, anche le canzoni buone, come Tommy In the 80s, il singolo Bam Rang Rang e Kicking Over Bottles, che salvano The Deadbeat Bang Of Heartbreak City dal naufragio e mantengono viva la speranza di ascoltare James Alex e soci alle prese con un repertorio migliore.

VOTO: 6





Blackswan, domenica 19/01/2020

venerdì 17 gennaio 2020

PROWESS - BLACKTOP THERAPY (Self Released, 2020)

Un album di debutto genuinamente retrò, che guarda soprattutto al suono classico dell’hard rock a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, e si sviluppa attraverso riff acchiapponi, ganci melodici e uncinanti coretti. Questo, in sintesi il contenuto di Blacktop Therapy, album d’esordio degli americani Prowess.
La band, fondata nel 2016, arriva da Charlotte, la città più popolosa del North Carolina, ed è composta da Dalton Bowes (Voce), Curly Staples (Chitarra), Scott Roby (Chitarra), Brandon Chinn (batteria) e Kenny Mange (basso), cinque ragazzi che si sono fatti le ossa, passando di palco in palco e di rassegna in rassegna, esibendosi in esplosivi live act. Una costante e lunga attività concertistica che ha permesso loro di farsi un nome e di acquisire un seguito di fan appassionati ancora prima di aver pubblicato il disco di debutto. I Prowess, prima di cimentarsi sulla lunga distanza, hanno però dato alle stampe due Ep (Headfirst del 2017 e Roll’n With The Punches del 2018) che hanno evidenziato subito, anche se in forma grezza, doti da rocker di classe e un approccio energico e battagliero. Nel 2019, poi, hanno iniziato a lavorare a questo primo full lenght insieme al produttore Tuk Smith (ex leader dei Biters) che ha smussato gli spigoli e indirizzato il suono della band, fin da Looking For a Bullet, primo singolo, rilasciato a maggio dello stesso anno.
Blacktop Therapy è un disco breve (nove canzoni per mezzora circa di musica), circostanza questa che ha obbligato la band a dare tutto entro un minutaggio limitato: ne deriva che, pur in un contesto in cui l’originalità non è indispensabile, la scaletta sia priva di filler, con una seconda parte del disco (l’hard rock blues della galoppante Heart’s Desire e l’arrembante finale di All Downhill sono i picchi dell’album) più ispirata rispetto alla prima.
I numi tutelari di questi cinque giovanotti si sprecano, e all’interno delle nove canzoni ognuno potrà cogliere svariate similitudini, che vanno dagli Ac/Dc ai Free, ai Gun, ai Buckcherry e via citando. Da parte loro, però, i Prowess ci mettono una potenza di tiro ragguardevole, grazie a una sezione ritmica quadratissima, a due chitarre assatanate che dispensano assoli e riff senza posa e alla voce di Dalton Bowes, sporca e graffiante al punto giusto.  
Nessuno si aspetti versatilità o giochi di prestigio: in Blacktop Therapy c’è solo rock’n’roll, sanguigno, grezzo e sudatissimo. Ma il gioco riesce e la mezzora di ascolto fila via mettendo a dura prova la cervicale in un headbagging compulsivo. Band da tenere d’occhio e disco da ascoltare a volumi esagerati.

VOTO: 7





Blackswan, venerdì 17/01/2020 

giovedì 16 gennaio 2020

PREVIEW




L’atteso settimo album di U.S. Girls, versatile moniker dell’artista multidisciplinare Meg Remy, intitolato Heavy Light, sarà disponibile dal 06 marzo su 4AD, distribuzione Self. Conosciuta e acclamata per i molteplici studi di personaggi attentamente osservati, in Heavy Light Remy preferisce raccontare episodi personali, creando qualcosa di profondamente introspettivo. I brani sono un’indagine sulla malinconia del senno di poi, sia dal punto di vista personale che culturale. Remy rende esplicita quest’idea tramite la rivisitazione di tre brani precedentemente pubblicati: “Statehouse (It’s A Man’s World)”, “Red Ford Radio”, e “Overtime” pubblicato come primo singolo di Heavy Light. Il video che accompagna il singolo è stato girato dalla stessa Remy e vede la partecipazione di Andrea Nann della Dreamwalker Dance Company.
Heavy Light segue l’acclamato album del 2018 In A Poem Unlimited, recentemente incluso da Pitchfork nella classifica dei migliori album dell’ultima decade e molto apprezzato da The Guardian, The Sunday Times, Crack e Q magazine, in quanto considerato l’album più accessibile della sua decennale carriera.
Heavy Light è stato prodotto da Remy e registrato in presa diretta con 20 musicisti – tra cui il sassofonista della E Street Band Jake Clemons – presso il celebre studio Hotel 2 Tango di Montreal. Per sviluppare il nucleo di Heavy Light, una serie di brani che si muovono in equilibrio fra percussioni orchestrali (arrangiate del percussionista Ed Squires) e la voce umana (diretta da Kritty Uranowski), Remy ha collaborato con i co-autori Basia Bulat e Rich Morel. La voce solista di Remy è accompagnata da un coro armonioso formato da cantanti che non solo prestano la loro voce ma condividono riflessioni sulle esperienze dell’infanzia, formando un collage di interludi di spoken word presenti nel corso dell’album. Heavy Light è stato mixato dai collaboratori di lunga data Maximilian ‘Twig’ Turnbull, Steve Chahley e Tony Price.

Nei 14 mesi trascorsi in tour, tra cui spiccano le esibizioni al Coachella, Oshega e Gov Ball, U.S. Girls , accompagnata da una band di 8 elementi, ha folgorato i palchi con il suo mix di disco-pop politicizzata e improvvisazioni teatrali e aggressive.






Blackswan, giovedì 16/01/2020

mercoledì 15 gennaio 2020

INTERPOL - OUR LOVE TO ADMIRE (Capitol, 2007)

Fondati a New York nel 1997 da Daniel Kessler (chitarra) e Greg Drudy (batteria), gli Interpol si affacciano fattivamente sulla scena musicale statunitense solo dopo l'ingresso nella formazione di Sam Fogarino (subentrato alla batteria al posto dello stesso Drudy), di Carlos Dengler (basso e tastiere) e del cantante Paul Banks. Sono anni di tour sfibranti in cui Banks e soci presentano un repertorio composto essenzialmente da cover e da alcuni brani originali dalle sonorità eighties, che rappresenteranno il marchio di fabbrica della band.  Non siamo di fronte però a uno dei tanti gruppi che si limitano al copia e incolla: gli Interpol partono dalla lezione dei Joy Division, dei Cure, dei The Sound di Adrian Borland e dei Chameleons, ma modernizzano quel suono, creando atmosfere di maestoso lirismo gotico e derive malinconiche al neon. 
Centrale nelle canzoni Interpol è l’intreccio intricato fra le due chitarre, che danno vita a un suono stratificato, pieno, supportato da beat ansiogeni, dalla voce baritonale e distante di Banks e da epici declivi crepuscolari tracciati dalle linee di algidi synth. Quando l'etichetta Matador mette la band sotto contratto, gli Interpol si chiudono in studio per quasi due anni. Il risultato di questa maratona in sala di registrazione si intitola Turn On The Bright Lights (2002), manifesto del post-punk revival, che fa gridare al miracolo la stampa specializzata (per Pitchfork è il miglior disco del 2002) e proietta gli Interpol verso l'Olimpo degli dei del rock. Tra ritmiche pulsanti e riff serrati (Stella Was A Driver And She Was Always Down), nevrosi del nuovo millennio (Obstacle 1) e romanticismo notturno e denso (NYC), Turn On The Bright Lights propone una scaletta di cinquanta minuti che non si concede un momento di stanca e che affonda in atmosfere umbratili, febbricitanti, a tratti vaporose e psichedeliche, risultando a tutt'oggi non solo il miglior lavoro della band newyorkese, ma anche uno dei dischi più emozionanti della nuova avanguardia del wave-sound.
Antics (2004) è il seguito ideale del fulminante esordio della band. Un lavoro che ha diviso critica e pubblico, tra chi, nelle dieci canzoni in scaletta, ritrova una band al massimo dell’ispirazione e chi invece vede in questo sophomore la reiterazione stanca di quanto proposto nel primo disco. Di sicuro, Antics si presenta più convenzionale per alcune soluzioni marcatamente rock e per i testi più comprensibili e meno elusivi. E' il tentativo, peraltro riuscito, di accedere al grande pubblico, con una produzione che risulta più curata e canzoni che sostituiscono l'aura di mistero con una linearità a tratti addirittura rassicurante.
Non mancano tuttavia, gioiellini da conservare fra i migliori ricordi della band: la zampata rock di Slow Hands, i languori depressi di Public Pervert e le pulsioni pop di Not Even Jail.
Il disco, invece, che mette tutti d’accordo, ma in senso negativo, è Our Love To Admire, terzo lavoro della band, considerato (quasi) unanimemente dalla critica di quegli anni un album mediocre e di gran lunga inferiore ai suoi predecessori. Un giudizio che ha senso se contestualizzato all’interno della breve discografia di allora e se rapportato ai due dischi che l’hanno preceduto, ma che suona estremamente punitivo in senso assoluto: riascoltato oggi con la prospettiva di quasi un ventennio di carriera, Our Love To Admire acquisisce una lucentezza compositiva e un’eleganza formale prima offuscate dagli inevitabili paragoni del tempo.
Il disco segna il passaggio della band a una major (Capitol) e rappresenta, nonostante i giudizi non proprio benevoli da parte della critica, anche il capitolo che regala agli Interpol una solida statura internazionale (l’album debutta al quarto posto di Billboard 200 e vende 154.000 copie in una settimana). Meno cupo e umbratile di Turn On The Bright Light e Antics, Our Love To Admire mantiene vivo il mood malinconico che aveva contraddistinto i due album precedenti, ma lo innesca attraverso una formula canzone molto più strutturata che nei due primi capitoli e caratterizzata da un wall of sound chitarristico ancora più incline al rock. 
Il mood si fa meno elusivo e più esplicito, ogni struggimento viene palesato in modo diretto, senza filtri, con un susseguirsi di canzoni che puntano alla eterogeneità espressiva, pur mantenendo una costante linearità formale. Non tutto è di livello (Who Do You Think? e Mammoth sono canzoni così così, prive di mordente), e The Heinrich Maneuver è un singolo potente, dal piglio aggressivo ma dallo svolgimento prevedibile.
Tuttavia, nonostante qualche passo falso, Our Love To Admire è costellato di autentiche gemme, che anche a distanza di tredici anni continuano a suonare benissimo: l’albeggiare nebbioso e gli sprofondi di Pioneer To The Falls, il tintinnare della chitarra e la complessa progressione melodica Pace Is The Trick, la cupa Rest My Chemestry, graffiante e cadenzata, il basso pulsante e la ritmica quadrata di No I In Threesome, con Fogarino a dettare legge, restano, a guardare oggi la storia della band e i chiaroscuri dell’ultima parte di carriera, alcune delle migliori canzoni mai scritte da Banks e soci. Che dopo Our Love To Admire, molleranno la Capitol per tornare nel 2010 alla Matador con un nuovo disco (Interpol), questo sì, decisamente anonimo.  





Blackswan, mercoledì 15/01/2020

martedì 14 gennaio 2020

PREVIEW



NATHANIEL RATELIFF annuncia il suo primo album solista in sette anni AND IT’S STILL ALRIGHT è disponibile dal 14 febbraio su Stax Records/Caroline International.
Quando Rateliff iniziò a scrivere l’album i brani raccontavano il dolore per la fine della sua relazione ma le tematiche cambiarono quando Richard Swift, suo amico di lunga data e produttore dei due precedent album con i The Night Sweats, venne a mancare nel luglio 2018. Nel corso dei 10 brani di And It’s Still Alright Rateliff è esitante ma non perde mai la speranza, una speranza che fa parte di un piano più grande. Le canzoni sono più tranquille e riflessive, rispetto al soul esuberante dei The Night Sweats, ma non per questo sono meno dirette e indelebili. Nathaniel supera i limiti e trova una nuova profondità nella sua scrittura, una voce che in solitaria si avventura nell’amore, nella perdita e nella perseveranza.
Rateliff ha scritto il singolo e title track “And It’s Still Alright” specificatamente per Swift – un brano di inquietante bellezza e approvazione.
Per registrare And It’s Still Alright Rateliff è tornato nello studio di Swift, il National Freedom a Cottage Grove, Oregon, in compagnia del co-produttore Patrick Meese (collaboratore di lunga data e batterista dei The Night Sweats) e James Barone (il batterista dei Beach House), che hanno poi mixato l’album. L’album vede inoltre la collaborazione di Tom Hagerman (violinista dei DeVotchKa), Luke Mossman (chitarrista dei The Night Sweat), Elijah Thomson ( bassista degli Everest), Daniel Creamer (tastierista dei The Texas Gentlemen) e Eric Swanson (alla steel guitar).





Blackswan, martedì 14/01/2020