martedì 3 febbraio 2026

Scorpions - Coming Home Live (Universal, 2025)

 


Il nome degli Scorpions potrebbe essere usato come sinonimo di “longevità”, se non fosse per quell’altra band di arzilli vecchietti chiamata Rolling Stones. D’altra parte, il gruppo tedesco nasce nel lontano 1965, anni in cui i componenti originari della band erano degli sbarbatelli pieni di sogni e di speranze. Sessant’anni fa, quando molti dei redattori e dei lettori di Loudd non erano ancora nati, quando l’uomo non era ancora sbarcato sulla luna, quando i Beatles stavano conquistando il mondo e gli States si preparavano all’estate dell’amore, che arriverà nel 1967. Da allora, gli Scorpions hanno iniziato una lenta ma inesorabile scalata al successo, che diventerà planetario due decenni dopo, con un filotto di dischi che sbancheranno le classifiche di mezzo mondo, Stati Uniti compresi.

Registrato il 5 luglio presso l'Hannover Stadium Arena - Heinz von Heiden, nella loro nativa Germania, Coming Home Live rappresenta esattamente ciò che promette: celebrare i 60 anni di eccellenza hard rock e heavy metal di queste leggende indistruttibili.

Un’autocelebrazione, un ritorno a casa, là dove tutto cominciò, una festa da condividere coi tanti fan della band che, a dispetto dell’età, sa ancora il fatto suo. Non una pallida replica di ciò che fu, infatti, ma una macchina da guerra che grazie alla passione e al mestiere, riesce a piegare il tempo a proprio vantaggio e a vincere la battaglia in scioltezza. Alla veneranda età di settantasette anni, Rudy Schenker sforna ancora riff come un ossesso, e Klaus Meine, pur non disponendo più dell’estensione dei giorni di gloria, tiene il palco come un vecchio leone, dando vita a una prova più che dignitosa. A coadiuvare i due vecchietti, il grande Matthias Jabs, funambolico come sempre, e una granitica sezione ritmica composta da Mikkey Dee alla batteria e Pawel Maciwoda al basso, due ragazzini che all’anagrafe registrano circa una ventina di anni in meno.

Che la band stesse vivendo un momento di grazia, lo si era capito con il notevole Rock Believer, uscito nel 2022, considerato uno dei loro miglior album di sempre, e i successivi live per promuovere il disco, che testimoniavano quanto gli Scorpions fossero ancora in possesso della magia e dell’entusiasmo per incantare le grandi folle degli stadi, così come avviene in questo nuovo episodio della saga, che non raggiunge il livello dell’iconico World Wide Live (1985), ma tiene botta, eccome.

Certo, per chi non è mai caduto sotto l'incantesimo degli Scorpions, Coming Home Live sembrerà irrilevante come qualsiasi album dal vivo di fine carriera che si possa menzionare. Ma per i fan, questa performance rappresenta un momento speciale, quello in cui i cinque tedeschi si sono rifugiati tra le braccia accoglienti dei loro sostenitori più fedeli e hanno ricambiato il loro affetto come meglio potevano. Non solo un greatest hits, ma una carrellata quasi completa di sei decenni di grandi canzoni, una potente istantanea per vedere all'opera “la leggenda”.

Tutto, da un medley di brani dai loro amatissimi, ma spesso misconosciuti, album degli anni '70, ai classici del loro periodo d'oro degli anni '80 (tra cui un filotto di gioielli da "Love At First Sting" del 1984), fino all'infuocata "Gas In The Tank" (da Rock Believer), riceve il marchio infuocato e distintivo della band e, come era lecito aspettarsi, il pubblico di Hannover impazzisce.

Persino "Wind Of Change", (una super hit che, molti, compreso il sottoscritto, trovano bruttina assai) mostra una certa freschezza e, per chi l’ha vissuta in prima persona, suscita un commovente fascino nostalgico.

Scegliere i momenti salienti è probabilmente un esercizio inutile perché Coming Home Live è una festa dall'inizio alla fine. A cui manca, purtroppo, un capolavoro come "No One Like You" (da Blackout) e a cui un miglior lavoro in fase di post produzione (il suono risulta un po’ impastato) avrebbe sicuramente giovato.

Voto: 7

Genere: hard rock, metal 




Blackswan, martedì 03/02/2026

lunedì 2 febbraio 2026

Something In The Way - Nirvana (Geffen, 1991)

 


Considerata da alcuni una delle canzoni rock più tristi di sempre, "Something In The Way" è un brano profondamente autobiografico, ispirato a un periodo della vita di Kurt Cobain (era l’aprile del 1984), in cui, a suo dire, abbandonò la propria casa e andò a vivere sotto un ponte di Aberdeen, vivendo di espedienti. Una canzone intima e profondamente sentita, in cui il leader dei Nirvana racconta le emozioni e sentimenti del momento, indicando con “something in the way” ogni cosa che si poneva come intralcio alla sua serenità.

Leggenda vuole che il testo fu scritto dal cantante con lo spray proprio sulle pareti del ponte sotto il quale bivaccava, e che, successivamente, fu cancellato durante opere di riqualificazione della zona. In realtà, come affermato dal bassista dei Nirvana, Kirst Novoselic, e dalla sorella Kim, Cobain non visse mai sotto un ponte, ma è evidente che la canzone esprimesse comunque un profondo disagio, alimentato dai rapporti non proprio idilliaci con la famiglia.

 

"Sotto il ponte, il telo ha una perdita

E gli animali che ho intrappolato sono diventati tutti i miei animali domestici

E vivo di erba e delle gocce che cadono dal soffitto

Va bene mangiare pesce perché non hanno sentimenti"

 

"Something In The Way" è l’ultima traccia del leggendario Nevermind e chiude il disco prima che, 13 minuti e 51 secondi dopo, parta una traccia nascosta, intitolata "Endless, Nameless".

Nel brano, i Nirvana usarono anche un violoncello, che venne suonato dal loro amico di Los Angeles, Kirk Canning. Il violoncello fu registrato l'ultimo giorno della sessione: la band era a una festa con alcuni amici, e chiedendo in giro se qualcuno conoscesse un violoncellista, scoprirono che Canning lo era. Se lo portarono in studio e, in un solo take, la partitura d’archi venne inserita nella canzone.

Incredibile ma vero, il brano ha raggiunto la Top 20 della classifica iTunes per la prima volta nell'agosto 2020, dopo essere apparso in un trailer (e due volte nella pellicola) del film del 2022, The Batman. La versione che si ascolta nel film fu arrangiata nuovamente dal compositore Michael Giacchino che, per arricchire il brano, aggiunse nuove partiture di pianoforte e batteria ed elementi orchestrali. Dopo l'uscita di The Batman, il 4 marzo 2022, gli streaming della canzone hanno registrato un picco, con il risultato che "Something In The Way" è entrata per la prima volta nella Hot 100 di Billboard.

I Nirvana eseguirono una toccante versione del brano durante la loro apparizione agli MTV Unplugged, avvenuta poco prima del suicidio di Cobain. Durante la registrazione, Cobain cantò con un filo di voce, quasi sussurrando, tanto che il produttore Butch Vig, in fase di mixaggio dovette alzare al massimo il volume per rendere udibile l’interpretazione del cantante.

 


 

 

Blackswan, lunedì 02/02/2026

giovedì 29 gennaio 2026

Mavis Staples - Sad And Beautiful World (ANTI-, 2025)

 


Difficile trovare un aggettivo, per quanto scelto accuratamente, che si adatti alla grandezza di Mavis Staples. Allora lasciamo perdere, tanto è la Storia a parlare per lei, ultimo membro vivente degli Staple Singers, guerriera culturale e paladina dei diritti civili, la cui voce risonante ha ispirato generazioni di ascoltatori.

La Staples, compiuti gli ottantasei anni, ha ancora l'autorevolezza, la qualità tonale e il talento lirico che hanno sempre caratterizzato le sue performance. Sembra difficile credere che canti fin da bambina, e oggi, ascoltando i dieci brani del suo ultimo album, Sad And Beautiful World, si sente ancora il timbro sicuro di un titano della voce. Che, comprensibilmente, non ha più la potenza di un tempo, nonostante ci sia convinzione e saggezza acquisita in ogni parola che canta.

Ma non è giusto aspettarsi che sia ancora lei a guidare la carica. Il produttore Brad Cook se ne rende conto e riunisce una moltitudine di musicisti, dai veterani come Buddy Guy, Eric Burton e Bonnie Raitt alla nuova generazione con artisti del calibro di MJ Lenderman, Justin Vernon e innumerevoli altri, che probabilmente sono entusiasti di essere in compagnia di Mavis. È un grande appello all'unità, come se tutti fossero riuniti sotto quella proverbiale grande tenda gospel per cantare di pace e di amore. Riuniti, non tanto per alzare la voce con rabbia, quanto per riflettere su questi tempi oscuri.

Probabilmente, Cook avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto registrando Mavis con la sua backing band, ma avere così tanti musicisti presenti suggerisce il tema della condivisione dei valori. Cook fa un ottimo lavoro nel mantenere l'attenzione su Mavis. Nessuno degli ospiti è invadente, tanto che sono solo le parti di chitarra slide di Bonnie Raitt o Derek Trucks ad alzare un po’ il tiro. L'effetto generale è che il cuore pulsante del disco sia, sempre e comunque, la Staple, una santa vivente e la voce dell'empatia, che guida la preghiera universale, come dimostra al meglio la sua interpretazione di We Got To Have Peace di Curtis Mayfield.

A parte l'hip-hop e qualche canzone rock o country, in questi tempi di guerre, violenza e divisione, mancano le voci musicali dei movimenti per i diritti civili o contro la guerra del Vietnam degli anni '60. Eppure. Mavis Staples, una delle poche artiste rimaste di quell'epoca, è ancora qui con noi e continua a lottare da par suo.

Il fatto che Staples riesca a interpretare con altrettanta distinzione e talento brani scritti da Tom Waits, Curtis Mayfield, Gillian Welch e David Rawlings, Leonard Cohen e Frank Ocean conferma la sua versatilità. Il produttore Brad Cook lascia che la sua voce domini in ogni momento, indipendentemente dal contesto strumentale, dal tempo o dall'impostazione dei testi.

Il repertorio è, dunque, variegato, ed è composto da canzoni di speranza e d’amore, ben lontane da ogni forma di ribellione violenta.

C'è un cauto ottimismo in Human Mind, scritta per Mavis da Hozier e Allison Russell. Mavis canta "A volte trovo del buono" quando si rivolge all'umanità, con l'accento chiaramente calcato su "a volte".

Una dei momenti più intensi del disco è la sua interpretazione in Chicago di Tom Waits, un brano che riflette sulla Grande Migrazione dei neri verso nord, e che vede la partecipazione di Buddy Guy e Derek Trucks. La sua gente sognava un futuro migliore allora, proprio come lo sogniamo noi oggi, ma il messaggio è che, sempre, in ogni epoca, bisogna crederci, lottare e soffrire. La scelta di questa canzone come brano di apertura probabilmente non è casuale, data l'attuale situazione in cui versano gli Stati Uniti.

In questo senso, alcune canzoni fanno espliciti appelli alla resilienza, come "Hard Times" di Gillian Welch, o la rilettura di "Anthem" di Leonard Cohen, che suggerisce in modo più che sottile che la pace non implica sottomissione. Non violenza, certo, ma anche resistenza, attraverso manifestazioni pacifiche, gioiose, condivise.

Everybody Needs Love di Kevin Morby, con un coro multigenerazionale di sottofondo composto da Bonnie Raitt, Patterson Hood, Katie Cruchfield e Nathaniel Rateliff, offre il finale perfetto, in cui la Staples sottolinea superbamente il tema pacifista e completa un'opera appassionata, con quello che potrebbe essere la colonna sonora di chi ancora lotta in questi tempi bui, e una sorta di passaggio di testimone fra la “madrina” dei diritti civili e le nuove generazioni che non si rassegnano al caos e al male.

Voto: 8

Genere: Gospel, Soul, Country

 


 


Blackswan, giovedì 29/01/2026

martedì 27 gennaio 2026

It's Too Late - Carole King (Ode Records, 1971)

 



Terza traccia dal celebrato e pluripremiato Tapestry (1971), "It's Too Late" fu scritta da Carole King insieme a Toni Stern, una pittrice e paroliera animata dallo spirito libero che si respirava nella Los Angeles dell’epoca, che divenne amica della songwriter, dopo che questa divorziò dal marito e pigmalione Gerry Goffin, abbandonando così lo stile di vita familiare e borghese per immergersi fermenti artistici di Laurel Canyon.

Questa canzone intima e malinconica è un ottimo esempio del sound cantautorale che King ha contribuito a rendere popolare, proprio partendo da Tapestry. Su una melodia struggente, la King canta di come si rende conto che la sua relazione, un tempo promettente, è ormai finita. Mentre cerca di mostrarsi coraggiosa, si sente, però, tormentata dentro.

 

"Ed è troppo tardi, tesoro, ora è troppo tardi

Anche se ci abbiamo davvero provato

Qualcosa dentro è morto e non posso nascondermi

E non posso fingere 

Era così facile vivere qui con te.

Eri leggero e arioso e sapevo esattamente cosa fare

Ora sembri così infelice e mi sento uno stupida"

 

Sulla falsariga di "You're So Vain", si vociferava che questa canzone parlasse di James Taylor, che era un buon amico di King e suonava in Tapestry. All'inizio del 1971, Taylor e King andarono in tour insieme, con King come artista di apertura. Molti pensavano che il testo raccontasse di una breve storia d'amore tra i due. King non confermò mai queste voci, e in seguito Taylor frequentò e sposò Carly Simon.

Questa teoria, però, regge poco. In realtà, l’autrice del testo era Toni Stern, la quale, a sua volta, ebbe una relazione con Taylor e, guarda caso, scrisse le liriche del brano poco dopo la loro rottura e l’inizio della relazione del cantautore con Joni Mitchell. Più volte intervistata in proposito, la Stern si è sempre rifiutata di fare chiarezza.

Non solo. Alcuni hanno intravisto in "It’s Too Late" un messaggio politico, poiché l'idealismo degli anni '60 era svanito e la morte di Martin Luther King Jr. e di Robert Kennedy nel 1968 avevano lasciato una giovane generazione disillusa, convinta che "era troppo tardi" per cambiare le cose.

Strano ma vero, il brano fu pubblicato come lato B di "I Feel the Earth Move", prima traccia dell’album. Dopo alcune settimane di trasmissione continua di "I Feel the Earth Move", molti dj in tutti gli Stati Uniti decisero di dare a "It's Too Late" la stessa quantità di passaggi radiofonici. Ben presto, si arrivò al punto che tutti preferirono "It's Too Late", che finì per raggiungere la vetta delle classifiche nel maggio del 1971, mentre il lato A non entrò mai in classifica.

Secondo il chitarrista Danny Kortchmar, le sessioni dell'album procedettero rapidamente: "Le sessioni di Tapestry durarono circa tre settimane e suonavamo tre brani al giorno", ha raccontato alla rivista Uncut. "It's Too Late" fu una di queste, e il suo ormai famoso assolo di chitarra nacque al momento. "Suonai l'assolo subito, non era una sovraincisione. Carole disse semplicemente: 'Suona un assolo qui, Danny', senza rendersi conto che l'avrei ascoltato per il resto della mia vita, in ogni farmacia, supermercato, o alla radio". All'inizio, Kortchmar pensò che fosse un po' troppo rilassato, ma col tempo imparò ad apprezzarlo. "Quell'assolo era assolutamente perfetto per l'atmosfera della canzone. Ha svolto egregiamente il suo compito".

 


 

 

Blackswan, martedì 27/01/2026

lunedì 26 gennaio 2026

Alter Bridge - AB (8) (Napalm Records, 2026)

 



Quella degli Alter Bridge è una band di autentici fuoriclasse, uno dei gruppi di punta del metal moderno, genere che interpretano con grande perizia tecnica e una scrittura articolata e ricca di spunti. Eppure ancora oggi, dopo più di vent’anni di carriera e otto album all’attivo, la parola d’ordine a cui informano la loro carriera è sempre “basso profilo”. Nessuna posa, nessun hype, ma i comportamenti di uomini qualunque, che amano la propria arte e amano farla bene. Myles Kennedy e soci vivono per la musica a prescindere dalla ribalta mediatica e da ogni successo commerciale, e riescono a far apparire e suonare ogni album come se fosse la cosa più semplice del mondo, nonostante la loro interpretazione del genere metal sia spesso più complessa, tecnicamente, di quanto si possa immaginare.

Ci vogliono molta abilità e talento per far sembrare tutto così naturale, esattamente come avviene in questo nuovo disco, il cui titolo, semplicemente AB (come il loro terzo album in studio) ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, un approccio minimalista: AB, Alter Bridge, niente fronzoli, solo un marchio di fabbrica di cui andare orgogliosi. In tal senso la band non ha stravolto la consueta formula, il DNA è lo stesso che si può trovare nei lavori precedenti, l’ispirazione la medesima che animava il precedente Pawns & Kings, di cui AB è una sorta di fratello gemello in termini di pesantezza, ma con un tocco di oscurità in più.

Seguire la strada del disco omonimo è, in questo caso, un segno di fiducia, espressione di consapevolezza di una band che è fermamente convinta che queste canzoni siano esattamente rappresentative di chi sono in questo momento della loro carriera gli Alter Bridge. Non c'è la tentazione di abbandonarsi a deviazioni estreme o di lanciarsi in strane sperimentazioni solo per il gusto di farlo. Qui, ci sono gli Alter Bridge e sono gli Alter Bridge al loro massimo livello, ci sono il loro produttore storico, Michael “Elvis“ Baskette, le radici mai dimenticate di una storia che un tempo s’intitolava Creed, un suono rodatissimo che attenua le grintose sportellate elettriche con ritornelli di facile presa e strutture difficilmente lineari. What else do you want?

Inizia il disco e la band parte a tutto gas. La voce di Myles Kennedy, come sempre, vola verso l’infinito del cielo, affrontando senza sforzo quelle note alte con il suo timbro nasale e l’interpretazione drammatica, perfettamente integrata dal registro meno istrionico di Mark Tremonti.

Musicalmente, AB diffonde un’atmosfera cupa dall’inizio alla fine e ogni nota cresce orgogliosamente dal loro retroterra metal. I riff imponenti che fanno da traino alle canzoni, esibendo, spesso, una fragorosa potenza, sembrano uscire dalla sei corde di Tremonti con la stessa facilità con cui ci sverniciano i padiglioni auricolari.

L'opener "Silent Divide", sbuffante e stridente, è una slavina adrenalinica travolgente e oscura, spinta dalla chitarra di Tremonti che ringhia e ulula, mettendo in pericolo le coronarie dei deboli di cuore. "Rue The Day", con i suoi cambi tempo improvvisi, è ancora più cupa della precedente, ma nulla al confronto del tornado che porta il nome di "Power Down", una sberla che manderebbe al tappeto anche le orecchie più allenate, se non fosse per quel ritornello che attraversa la violenza primordiale del brano come un raggio di sole.

Tremonti e Kennedy sono una macchina da guerra collaudatissima, ma non dimentichiamo che è la rocciosa e salda sezione ritmica composta dal bassista Brian Marshall e dal batterista Scott Phillips ciò che tiene insieme il tutto, con un’inarrestabile potenza che si agita all’unisono con il movimento delle placche tettoniche. Ciò è particolarmente evidente nella superba "Trust In Me", con la sua ritmica complessa, il tiro live acceso da uno splendido ritornello, che si eleva squillante mentre li sotto la musica infuria e ribolle.

Le chitarre ribassate spingono "Disregarded" in una china oscura attraverso il sentiero impervio che un tempo percorrevano i Creed, mentre "Tested And Able" suona come un esercizio sull’abilità di far convivere un riff di chitarra pesantissimo con un tiro melodico piacevolmente gigione.

La seconda parte dell’album riserva altre sorprese e splendide canzoni da ascoltare. Le superbe linee vocali combinate con riff pesanti e un ritmo martellante rendono "What Lies Within" uno dei momenti più ruggenti della scaletta, contemperato dalla successiva "Hang By A Thread", power ballad che, come da tradizione Alter Bridge, viene piazzata al punto giusto per far rifiatare l’ascoltatore e spegnere il rumore in qualche lacrima di struggente malinconia.

E se "Playing Aces" sprinta a cento all’ora verso il ritornello più orecchiabile dell’album, il momento più cool di AB arriva alla fine con i nove minuti di "Slave to Master". La voce di Myles Kennedy è in primo piano, mentre il brano si sviluppa in un’inaspettata quiete. Poi, all’improvviso, un’accelerazione sferragliante come una mandria di purosangue lanciati alla carica. Lentamente ma inesorabilmente, la melodia cresce di intensità, aprendosi in un ritornello superbo che mantiene una forte qualità melodica senza compromettere la pesantezza della struttura metal. Quindi, il fragore si spegne, e la tranquilla sezione centrale offre l'opportunità di fare un respiro profondo e godersi suggestivi paesaggi sonori e un'impressionante assolo di Mark Tremonti.

Servono diversi ascolti per assorbire completamente il disco, perché il minutaggio è ponderoso (un’ora circa) e la struttura dei brani, come di consueto, non di immediata assimilazione. Alla fine, però, ci si rende conto di trovarsi di fronte a uno degli album Alter Bridge più versatili ed emozionanti pubblicati fino a oggi, a certificare la qualità del quale bastano solo due lettere: AB.

Voto: 8

Genere: Metal

 


 


Blackswan, lunedì 26/01/2026