lunedì 6 luglio 2026

Bryan Andrews - The Older I Get (Disruptor Records, 2025)

 


 

Musicista country originario di Carrollton, Missouri, Stati Uniti, noto per la sua voce roca, le sue radici rurali e le sue idee politiche di sinistra che sfidano le norme tradizionali della musica country, Bryan Andrews si è costruito un seguito di aficionados, pubblicando online clip schiette e politicamente impegnate che prendono di mira gli eccessi dei miliardari e al contempo difendono i programmi SNAP (un'assistenza alimentare federale per famiglie a basso reddito, conosciuto anche come "buoni pasto").

Andrews è uno che ci mette sempre la faccia, che non ha paura di dire cose, per cui, per come vanno le cose negli Stati Uniti in questo periodo, si rischia anche la galera. Lui, però, è incazzato nero, e resta sulla barricata, costi quel che costi. In un mondo musicale, oltretutto, come quello del country, reazionario e conservatore, che tollera ben poco posizioni di sinistra e non si abbandona certo a standing ovation per chi critica il sistema Trump.  

"The Older I Get" è una canzone recentissima, la sua più famosa. Suona come un brano country (con un tocco di Americana e una fantastica slide), ma è in realtà un catalogo della disillusione moderna: ingiustizia sociale sistemica, persecuzione dell'immigrazione e una strisciante sfiducia nelle istituzioni, che non fanno nulla per alleviare il disagio esistenziale delle classi più deboli. Il punto focale del brano è la triste rivelazione che più lui invecchia, meno capisce come il mondo possa essere così brutto.

Andrews ha pubblicato la canzone il 10 ottobre 2025 e sarebbe potuta rimanere una traccia di protesta di nicchia se Andrews, qualche giorno dopo, non avesse pubblicato in un video un'invettiva infuocata contro il governo in cui rimarcava la sua visione politica come carburante nobile della sua musica.. Quel video scatenò un marasma mediatico, che Andrews pagò in termini di censura. Il brano, tuttavia, arrivò al terzo posto nella classifica Country Digital Song Sales di Billboard e all'ottavo posto nella classifica generale Digital Song Sales. I social media, poi, fecero il grosso del lavoro: "The Older I Get" si diffuse su TikTok in cover improvvisate, video di reazione e commenti politici.

Andrews scrisse la canzone circa sei mesi prima della sua pubblicazione, come commento generale sull'ingiustizia e sulla lenta erosione dell'ottimismo che può derivare dall'età. La riprese, però, nel luglio 2025, dopo che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti dichiarò che la lista di Epstein "non esiste", una dichiarazione che lo colpì profondamente e che fu la goccia che fa traboccare il vaso, tanto da ispirare un nuovo verso del brano, che trasforma la frustrazione astratta in un territorio molto specifico:

"Cercare di nascondere i nomi su una lista

Mentire e dire che non esiste"

Il nuovo bridge ha quindi trasformato la canzone da un profondo disagio a un'aperta accusa contro il sistema Trump.

Gli intenti di Andrews sono, quindi, apertamente di sinistra e smaccatamente barricaderi, e le liriche accennano alla crescita personale solo come spunto per puntare il dito sulla corruzione, la disuguaglianza, la guerra, suggerendo la sensazione che l'età adulta porti con sé meno risposte di quelle che dovrebbe.  

 

"Più invecchio, più non riesco a capirlo

Davvero non possono trovare una cura per il cancro

O hanno già una risposta?

Ma vedono il simbolo del dollaro negli occhi di un bambino

Più invecchio, più non riesco a distinguere

Tra supereroi e supercattivi

Immagino che una parte abbia scambiato tutti i suoi mantelli

E ora i cattivi indossano giacca e cravatta"

 


 

 

Blackswan, lunedì 06/07/2026

venerdì 3 luglio 2026

The Dead Daisies - Live Plus Five (TDD PTY, 2026)

 


Quello che sulla carta sembrava essere un progetto estemporaneo, un supergruppo da una botta e via, piano piano, disco dopo disco, e cambio di line up dopo cambio di line up, è diventata una cosa tremendamente seria. Pubblicati ben otto album in studio in dodici anni di attività, chiuso l’interregno governato dall’ex Deep Purple, Glenn Hughes, con rientro nei ranghi di John Corabi, i Dead Daisies hanno trovato la definitiva quadra di formazione e la voglia di celebrarsi attraverso un live che ripercorre le tappe di una carriera ultra decennale.

Una sorta di ciliegina sulla torta per i numerosi fan che, nell’ultimo anno, avevano già goduto, e parecchio, grazie a un ottimo album di cover blues (Lookin’ For Trouble del 2025) e all’esordio solista di John Corabi (New Day del 2026), che, nei mesi scorsi, abbiamo raccontato sulle pagine del sito.

In verità, Live Plus Five era già stato pubblicato come Live At The Stonedead, registrato allo Stonedead Festival nel Regno Unito il 23 Agosto 2025, e uscito successivamente solo in versione digitale. Oggi, quel concerto, viene messo in commercio anche su supporto, con un titolo diverso e, soprattutto, con l’aggiunta di un secondo dischetto contenente altre cinque canzoni, registrate tra il 2024 e il 2025 in giro per gli States e l’Europa.

Live Plus Five è un disco dal vivo crudo e selvaggio, la fotografia perfetta di cosa la band possa fare sul palco, sprigionando un quantitativo di energia tale da sfondare le casse dello stereo.

Il primo disco è decisamente più ruvido, suona come una presa diretta, in cui si evidenziano tutti i pregi e difetti di un live; il secondo disco, invece, non meno bello, ha subito un più accurato lavoro in fase di post produzione, che tuttavia non riesce a contenere le bordate feroci di un gruppo in stato di grazia.

Si parte a cento all’ora con "Long Way To Go", con un riff all’ Ac/Dc che suona come una sgommata, lasciando i segni sull’asfalto e sollevando nuvole di fumo, tra lo stridore di ruote. Una corsa all’impazzata che non prevede soste, e che continua con il mood più oscuro di "Fired Up", con la chiamata alle armi di "Dead And Gone", in cui Corabi prepara il pubblico a un infuocato call and response, e con l’assalto all’arma bianca di "Light’em Up", crocevia della morte fra Motorhead e Ac/Dc.

Non manca, per quanto breve, l’assolo di batteria, come nel più classico dei live rock anni ’70 ("Bustle And Flow"), la sguaiatezza sleaze di "I Wanna Be Your Bitch", l’omaggio ai motociclisti e alla vita vissuta per strada in sella a una due ruote ("I’m Gonna Ride") e i classici della band come "Mexico", tiro spacca ossa e assolo di Doug Aldrich che leva la pelle di dosso.

E ovviamente ci sono le cover, un pallino della band fin dagli esordi. "Going Down" di Freddy King veste di metallo l’anima blues della band, "Fortunate Son" dei Creedence mostra il graffio dell’originale senza fare danni, così come "Helter Skelter" dei Beatles, sette minuti infuocati, in cui la band sprigiona quanta elettricità possibile. Nel secondo disco, i Dead Daisies rileggono, spostandone gli accenti, il traditional "Black Betty", già appannaggio dei newyorkesi Ram Jam e una divertita "Get a Haircut" presa (e strapazzata) dal repertorio di George Thorogood.

Live Plus Five è una gran festa per chi ama il rock più stradaiolo e bluesy messa in scena da una band che dal vivo non fa prigionieri, grazie a approccio cuore e sudore e al carisma di John Corabi, la cui voce marchia a fuoco tutte le canzoni in scaletta. Da ascoltare a volume altissimo, con buona pace del vicinato.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Hard Rock

 


 


Blackswan, venerdì 03/07/2026

mercoledì 1 luglio 2026

Violet Grohl - Be Sweet To Me (Aurora/Republic, 2026)

 


Se dovessimo fare l’elenco dei cosiddetti figli d’arte, di coloro, cioè, che hanno seguito le orme di mamma o papà nel mondo della musica, occuperemmo quasi interamente lo spazio dedicato a questa recensione. Se è inevitabile, in tutti questi casi, qualche riferimento al genitore più famoso, sarebbe però ingeneroso giudicare il disco d’esordio di un "figlio di" usando come metro la storia discografica di chi lo ha messo al mondo. Proviamo, allora a raccontare con obbiettività Be Sweet to Me, album di debutto di Violet Grohl, figlia di Dave Grohl dei Foo Fighters.

La ventenne Violet è sotto i riflettori da un po' di tempo, essendosi esibita occasionalmente con il padre fin da quando era ragazzina e avendo collaborato come vocalist con Beck e St. Vincent. Non sorprende, quindi, che grazie a quella passione che la divora fin da adolescente, la giovane Grohl abbia pubblicato un album da solista, né che mostri, qui e là, un’inevitabile influenza della musica paterna. Fortunatamente, il lavoro della Grohl merita attenzione. Ovviamente, potrebbe aver avuto delle opportunità grazie a cotanto padre, ma questo primo album suggerisce che sta diventando un'artista capace di affermarsi da sola. Non del tutto, certo, ma è sulla buona strada.

Grazie alla collaborazione di ottimi sessionisti e a Justin Raisen (Kim Gordon, Charli XCX, etc), l'album ha un suono incisivo che mostra chiaramente le sue influenze. La Grohl, infatti, attinge spesso all'alt-rock degli anni '90, cita Breeders, Hole e PJ Harvey, e recupera, in parte, la furia iconoclasta di band come le Babes In Toyland, tutti nomi che appaiono come principali fonti di ispirazione. C’è grande coinvolgimento da parte della giovane musicista e un entusiasmo che fa da carburante nobile, ma, tenendo conto anche della giovane età, manca la stessa originalità degli artisti che l’hanno ispirata.

Questo non significa che l'album sia brutto, perché al di là del riadattamento nostalgico di un suono che ha trent’anni di vita, offre molti spunti interessanti, qualche idea da sviluppare in futuro e, soprattutto, mette in mostra una voce destinata nel tempo a lasciare il segno. Influenzata dal cinema di David Lynch e dalla passione per gli horror, la scrittura della Grohl alterna aggressioni sonore pesantissime, violente e graffianti, a momenti che si aprono verso soundscapes cinematografici o a ballate più raccolte, intime, trasognate.

Il singolo "595" mescola radici grunge a un mood cupo e umorale, la voce della Grohl, dotata di notevole espressività oscilla fra lascivo erotismo e incombente minaccia. La più melodica "Thum" sfodera un’ariosa e grintosa aura alt rock, che la giovane musicista sa cavalcare con consumata padronanza, mentre "Big Memory" sembra un inevitabile omaggio alla musica del padre, al quale ha evidentemente rubato la capacità di scrivere strofe e refrain d’impatto immediato.

La Grohl sa anche discostarsi dagli schemi. "Often Others" è una testata sullo zigomo, si avvicina più al metal che al grunge, e le chitarre incalzanti contribuiscono a renderla dannatamente efficace. In modo diverso, ma con ottimi risultati, "Plastic Couch" beneficia di un’ottima scrittura, passando con disinvoltura dai vapori ipnagogici di un brano indie al teso crescendo tutto rumore ed elettricità.

Quando la musica si fa più sperimentale, mescolando sonorità shoegaze o fangose alla melodia, l'album acquista slancio, come avviene anche nell’ottima "Applefish", riuscita alchimia fra dolcezza e bordate elettriche.

Pur senza essere memorabili, anche la trasognata ballata "Mobile Star", che gira vicina a certe cose di Lana Del Rey, o l’alt rock melodico à la Hole di "Last Day I Loved You" aggiunge punti al computo finale.

I momenti migliori dell'album mostrano di cosa è capace la giovane Grohl, e Be Sweet to Me è sicuramente un album d'esordio più che valido. Tuttavia, il disco mostra anche alcuni limiti, principalmente a causa di un suono derivativo che, per quanto trattato con estrema grinta e consapevolezza, resta pur sempre prevedibile. Che sia una scelta di campo per non rischiare e andare sul sicuro, per esporsi al grande pubblico mostrando solo ciò che si conosce bene, evitando rischi inutili, è plausibile. D’altra parte parliamo di una ventenne che deve affrancarsi dalla figura ingombrante del padre e deve ancora trovare una strada tutta sua.

La capacità di scrivere buone canzoni e una voce di indubbio spessore ci sono già. Ora, la giovane Violet deve trovare quel tocco originale che la distingua dal mare magnum di artisti in circolazione. Ha un lunghissimo futuro davanti a sè e il tempo, come canterebbero i Rolling Stones, è dalla sua parte. Siate dolci con lei.

Voto: 7

Genere: Alternative rock, Indie Rock

 


 

 

Blackswan, mercoledì 01/07/2026

lunedì 29 giugno 2026

Vienna - Ultravox (Crysalis, 1980)

 


Nona traccia dall’omonimo album pubblicato a luglio del 1980, e primo con Midge Ure alla voce al posto di John Foxx, "Vienna" fu scritta dagli Ultravox e prodotta da Conny Plank, un mago tedesco dell'elettronica. La canzone era in parte ispirata a Il Terzo Uomo, un film del 1949 diretto da Carol Reed e interpretato da un parterre di attori straordinari (tra cui la nostra Alida Valli e Orson Welles), che raccontava una intricata storia di spionaggio nella Vienna del dopoguerra, devastata dai bombardamenti e occupata dalle forze alleate.

Il brano ebbe una genesi molto veloce. Il batterista della band, Warren Cann propose ai compagni  un pattern di drum machine/pad synth, su cui il gruppo iniziò a lavorare utilizzando un ritornello già composto in precedenza e aggiungendo mano a mano le strofe. La canzone nacque in poche ore e fu perfezionata il giorno successivo, sistemando i punti deboli e rifinendola completamente.

Gli Ultravox consideravano "Vienna" il culmine musicale dell'album, perché era la canzone che meglio rappresentava ciò che stavano cercando di fare, cioè delineare il suono del rock elettronico anni ’80, arricchendolo di una fascino noir e decadente.

Il brano fu scelto come title track e la band aveva intenzione di pubblicarlo come terzo singolo (i primi due erano "Sleepwalk" e "Passing Strangers"), trovandosi però di fronte il netto rifiuto dei manager della casa discografica, la Crysalis, che ritenevano "Vienna" troppo lunga (cinque minuti), troppo strana per una hit da Top 30, troppo deprimente e troppo lenta.

Alla fine, fortunatamente, prevalse la volontà degli Ultravox, e la canzone riuscì a raggiungere la seconda piazza delle classifiche inglesi, seconda sola a "Shaddap You Face" di Joe Dolce, una leggerissima comedy song che sbancò le classifiche di mezzo mondo. Ai tempi, la band, e in particolare Midge Ure, fu molto infastidito nel vedersi surclassato da una canzoncina considerata insulsa, ma ebbe un successivo ristoro quasi trent’anni dopo, nel 2012, quando "Vienna" fu nominata il miglior singolo di sempre ad aver raggiunto il secondo posto in classifica nel Regno Unito, in un sondaggio condotto da BBC Radio 2 e dall'Official Charts Company, vincendo a mani basse contro canzoni del calibro di "Strawberry Fields Forever", "Hound Dog" e "Wonderwall", solo per citarne alcune.

Particolarmente innovativo fu il video che accompagnava la canzone, diretto da Russell Mulcahy, uno dei più grandi registi dei primi anni '80. Il clip fu girato principalmente a Londra, con scene al Gaumont State Theatre e al Searcy's, e in parte, ovviamente, anche a Vienna, dove la band si era recata, insieme alla troupe, per un solo giorno di riprese.

Una curiosità. In una scena memorabile del video, una tarantola (vera) striscia sul volto di un uomo. Quest'anima coraggiosa altri non è che Julien Temple, come Mulcahy un regista di video musicali molto popolare nei primi anni del genere.

Quando la canzone e il relativo video uscirono, molti critici sostennero che evocassero il pittore simbolista austriaco Gustav Klimit e altri membri del movimento della Secessione viennese di inizio Novecento. Furono incoraggiati in questa loro analisi da alcune interviste rilasciate alla stampa da Midge Ure, il quale per darsi un tono, inventava riferimenti culturali a casaccio. Fu lo stesso frontman a confessarlo in seguito a Rolling Stone: "Ho mentito ai giornali sull'argomento all'epoca: i Secessionisti, Gustav Klimt, e chissà cos’altro. Non sapevo nulla di tutto ciò. Ho scritto una canzone su una storia d'amore in vacanza, ma in questo contesto molto oscuro e minaccioso".

Non è un caso, allora, che l’iconico urlo di Ure ("This means nothing to me", ovvero: "questo non significa niente per me"), inserito nel ritornello del brano, fu lanciato dal cantante mentre il resto della band discettava con sussiego su quelli che sarebbero dovuti essere i riferimenti culturali e artistici del disco. Una versione scozzese (Ure è di Glasgow) dell’italico: “parla come magni”.

 


 

 

Blackswan, lunedì 29/06/2026

mercoledì 24 giugno 2026

Peter Frampton - Carry The Light (Universal, 2026)


 

Si scrive Peter Frampton ma si legge Comes Alive, il leggendario live datato 1976 e uno dei dischi più presenti nelle case di ogni appassionato di rock a ogni latitudine del pianeta. A distanza di mezzo secolo da quel capolavoro e alla veneranda età di settantacinque anni, Frampton vive e lotta ancora insieme a noi, nonostante una rara malattia muscolare (IBM), caratterizzata da atrofia, infiammazione, debolezza e progressivo deperimento dei muscoli.

Un dramma per chi suona la chitarra, un crudele scherzo del distino che avrebbe abbattuto chiunque e che invece il musicista londinese è riuscito a combattere, trasformando il danno irreversibile in energia creativa, attraverso la quale ha cambiato il modo di suonare.

Così, dopo ben sedici anni, Frampton torna con un disco di inediti, che vede la collaborazione con il figlio Julian in qualità di coautore e si avvale di un parterre di ospiti di livello stellare: Sheryl Crow, Bill Evans, H.E.R., Tom Morello, Graham Nash e Benmont Tench. Il risultato è uno dei suoi dischi migliori di sempre, che mescola rock, pop, blues e jazz attraverso una visione ispirata, uno suono fresco ed arrangiamenti raffinati ed eleganti, anche quando il chitarrista accelera il passo verso lidi più movimentati.

I suoi riff di chitarra colpiscono il centro del cuore, con tocchi aggraziati e quelle splendide melodie che riempiono la spazio fra le note. C’è tanta passione e nessuna fretta, c’è il cesello dell’artigiano che lavora con cura ogni intarsio delle sue creature fino a raggiungere la perfezione. Un disco caldo e classico, che sa essere intimo e politico al contempo, e in cui le ospitate, lontano da essere una mera sfilata di stelle, arricchiscono davvero le canzoni.

La brillante title track si apre con un canto primitivo, che rimanda a un tempo in cui l’uomo era connesso a madre terra, poi il ritmo tribale, il groove bluesy, le voci che scandiscono "Carry The Light", l’assolo graffiante e un ritornello in cui risuona la speranza come faro di luce in mezzo all’oscurità del mondo. Un canzone che è un monito a cercare il bene nonostante tutto il male che ci circonda.

"Buried Treasure" è un tributo a Tom Petty, un ricordo dell’amico, attraverso un testo composto da una raccolta di titoli di canzoni del musicista scomparso e un suono che più pettyano non si può. Ad accompagnare Frampton è Benmont Tench, tastierista degli Heartbreakers, la cui presenza sembra la chiusura di un cerchio perfetto. Il riff di chitarra è di quelli che portano le stigmate del super classico e ascoltare Frampton che canta "I keep on listening" lascia in bocca il sapore di una passione condivisa con quanti continuano a mettere sul piatto i dischi dell’intramontabile Petty.

La capacità di scrittura di Frampton (arricchita dal contributo del figlio) è a tratti superba. E’ impossibile, infatti, non restare a bocca aperta quando parte l’acustica e struggente "I'm Sorry Elle", con Graham Nash che si unisce a Frampton per le armonie vocali: una canzone sul dolore, che parla della separazione dai propri cari durante la pandemia di Covid per abbracciare, quindi, un sentimento universalmente condiviso. Una melodia stellare, di quelle che spappolano il cuore, trasforma il brano nel vertice emotivo di un album tutto magnifico.

Dal mid tempo elettro acustico di "Breaking The Mold", in duetto con Sheryl Crows, agli echi harrisoniani della chitarra nella suntuosa "I Can’t Let It Be" fino allo strumentale Islamorada, in cui la chitarra di Frampton s’intreccia con quella di H.E.R. in un susseguirsi melodico che lambisce la sommità del cielo, non c’è una nota che non sia puro piacere.

E stupisce che il chitarrista raggiunga questi risultati, coinvolgendo l’amico Tom Morello in "Lions At The Gate", un brano di protesta rock, che trae ispirazione dalle sgargianti statue di leoni che si trovavano fuori dalle ville di Hollywood negli anni '20. Una canzone rabbiosa di sfida all'élite, un inno di ribellione contro la guerra e contro l'invio al fronte di persone che non hanno i mezzi per evitarlo. L'assolo di chitarra è come ci si aspetterebbe: ruvidissimo, ma con una precisione millimetrica su melodia, atmosfera e fraseggio.

C’è ancora spazio per due brani che vedono il contributo al saxofono di Bill Evans, il primo, "Can You Take Me There", dal respiro notturno, che si dipana fra trame blues/jazz con una raffinatezza unica, il secondo, "Tinderbox", un rock in tonalità minore (con intermezzo jazz), ruvido quanto basta per il messaggio politico e antimilitarista che veicola: "Insieme possiamo brillare, da soli non abbiamo alcuna possibilità".

Chiude "At The End Of The Day", una pacata riflessione sul tempo che passa, declinata con la serenità di chi sa di non aver vissuto invano e di aver lasciato dietro di sé pagine di musica straordinaria.

Voto: 9

Genere: Classic Rock, Rock, Blues 




Blackswan, mercoledì 24/06/2026