martedì 10 marzo 2026

Karnivool - In Verses (Cymatic Records, 2026)

 


Pausa è un termine di per sé indeterminato: può indicare un lasso di tempo breve, quanto uno iato lungo anni. Quella che si sono presi gli australiani Karnivool, prima di pubblicare un nuovo disco, è durata la bellezza di tredici anni, pari alla carriera scolastica di uno studente italiano, dall’inizio delle elementari alla fine del liceo. Cosa aspettarsi da questa rinascita, da questo nuovo inizio?

La talentuosa band, nel corso della sua breve carriera, è passata dal raffinato nu-metal del loro debutto del 2005, Themata, alle tendenze più prog-rock di opere come Sound Awake del 2007 e Asymmetry del 2013. Arrivato dopo quasi tredici anni di assenza, In Verses è un disco inevitabilmente destinato a essere confrontato con i bei dischi pubblicati, ormai, in un lontano passato. E il confronto, alla resa dei conti, è vincente.

Il disco è frutto di un lungo lavoro di affinamento del suono, di tentativi, riusciti, di sperimentare, di un songwriting consapevole e maturo. Pur sfoggiando alcuni elementi già presenti nelle precedenti pubblicazioni, In Verses è un lavoro decisamente più compatto e omogeneo, un album di grande impatto, a cui mancano però quei singoli di spicco che rendevano più allettante il materiale del passato. Il disco funziona, semmai, più come un viaggio atmosferico, un unico grande flusso di musica in continuum, da ascoltare senza distrazioni, in una sola seduta (anche se poi gli ascolti devono essere diversi per coglierne ogni sfumatura).

In Verses è, insomma, un album denso, ossessivamente intricato nei suoi soundscapes, un album che fa della densità il tessuto stesso della sua identità estetica.

La voce del vocalist Ian Kenny, nonostante il tempo trascorso, è quella che ci ricordavamo, risuona piena di vita e di potenza come nei precedenti album, e il suo timbro, così ricco di sfumature e morbido, si adatta perfettamente allo stile prog atmosferico, ma corposo, della band. Le chitarre di Drew Goddard e Mark Hosking alternano trame pastose e flessibili, che sviluppano una sorta di atmosfera malinconica riconducibile all’alt metal di fine anni '90, a riff più pesanti, che percuotono, senza tuttavia prendere mai il sopravvento. Ottima anche la sezione ritmica, con le linee di basso di Jon Stockman, evidenti soprattutto nei momenti più tranquilli e atmosferici della scaletta, e il drumming stellato di Mike Judd, che definisce la direzione che ogni canzone prenderà, alternando la regola less is more (tocchi calibrati sul bordo del rullante) a groove che schiacciano il piede sull’acceleratore, innestando la marcia dell’epica.

I primi secondi di "Ghost" ribollono e riverberano, solleticando le orecchie dell'ascoltatore con le texture di chitarra e di synth, prima di esplodere, un minuto dopo, nella massiccia e fangosa distorsione del timbro di chitarra di Drew Goddard e Mark Hosking, il singolo "Aozora", ispirato al termine giapponese che significa cielo azzurro, mette in mostra in modo simile l'innato senso del groove dei Karnivool, mentre "Animations" testimonia la grande dote della band, capace di offuscare il senso del tempo con una poliritmia intricata e seducente. Le ultime due canzoni del disco, poi, "Opal" e "Salva", possiedono un tono decisamente personale e malinconico, raccontano la perdita di un amico e la perdita dell'innocenza, sono brani colorati da arrangiamenti delicati combinati con passaggi più pesanti che sono il cavallo di battaglia della band. 

Ogni singolo brano è assolutamente ricco di trame e intrecci sorprendenti, al punto che elencarli tutti diventerebbe rapidamente un esercizio stucchevole. Mai prima d'ora i Karnivool avevano suonato in modo così maniacalmente dettagliato, e in In Verses la profondità e la complessità del loro suono penetrano in una dimensione completamente nuova,

La produzione cristallina di Forrester Savell lascia ampio spazio al vagabondaggio sonoro di Karnivool, i sottili dettagli materici non si perdono mai nel mix, anzi, sono pienamente illuminati accanto al grosso della strumentazione standard, come granelli di polvere sospesi che danzano in un raggio di sole. Una produzione consapevole e deliberata, in linea con l'intento dietro ogni decisione compositiva. Allo stesso modo, la scrittura dei brani tiene conto dell'architettura emergente di un paesaggio sonoro così intenso, integrandosi pienamente e fondamentalmente nel processo compositivo.

Sembra un’ovvietà, visto il tempo trascorso a disposizione per definire ogni dettaglio della scaletta, ma In Verses sembra davvero il frutto di una maturazione naturale del sound dei Karnivool, e sebbene manchi di quelle particolari caratteristiche sonore che avevano definito i celebrati Sound Awake o Asymmetry, il disco rappresenta un audace passo in avanti, che utilizza il passato come una cornice in cui inserire un dipinto, per quanto riconoscibile, proiettato verso un nuovo e coraggioso futuro.

Voto: 8

Genere: Progressive Metal

 


 


Blackswan, martedì 10/03/2026

lunedì 9 marzo 2026

Summer of '69 - Bryan Adams (A&M, 1984)

 


Un grande classico rock, una delle canzoni più belle e famose di Bryan Adams, "Summer Of ’69" (sesta traccia dal best seller Reckless) è un brano malinconico, che celebra gli anni della giovinezza, fotografandoli durante un estate di amicizia, di spensieratezza, di musica, di primi amori. Una canzone che parla del ricordo e della crescita personale, attraverso la lente nostalgica di giorni andati per sempre.

Però, nell’estate del '69, Bryan Adams aveva 9 anni, e pertanto quel riferimento temporale è assolutamente incongruo rispetto ai temi narrati dalle liriche. 69 si riferisce, semmai, all’atto sessuale, è una metafora del fare l’amore, evoca la prima esperienza erotica, e non, come si pensa, un anno in particolare.   

Adams scrisse il brano con il cantautore Jim Vallance, autore di diverse canzoni degli Aerosmith e collaboratore frequente di Adams. Vallance spiegò che la canzone ha subito diverse modifiche e che originariamente si chiamava "Best Days Of My Life", con il verso "Summer Of '69" ripetuto solo una volta nel testo.

Secondo il songwriter, il testo di "Summer Of ’69" è stato influenzato da molte altre canzoni, a partire da "Running On Empty" di Jackson Browne, che in un passaggio canta: "In '69 I was 21". Non solo. Il verso "Ho ottenuto la mia prima vera sei corde" è ispirato a "Juke Box Hero" dei Foreigner, “in piedi sul portico di tua madre, mi hai detto che avresti aspettato per sempre" rimanda a "Thunder Road" di Bruce Springsteen e “quando mi hai tenuto la mano, ho capito che era adesso o mai più" a "I Want To Hold Your Hand" dei Beatles.

Sia Adams che Vallance suonavano in gruppi musicali al liceo, il che ha fornito spunto per il riferimento alla band che si è sciolta.  

 

"Avevamo una band e ci impegnavamo molto

Jimmy se n'è andato, Jody si è sposato

Avrei dovuto sapere che non saremmo mai andati lontano".

 

Nel verso "Jimmy quit, Jody got married", Jody era Jody Perpik, il tecnico del suono di Adams, che si sposò più o meno nello stesso periodo in cui stava nascendo questa canzone e che poi apparve nel video con la moglie, in un'auto con il cartello "Just Married". 

Una curiosità. La chitarra citata in "Summer Of ’69" proveniva da un negozio di musica di Reading, in Inghilterra, era una finta Stratocaster e fu acquistata nel 1970, quando Adams aveva solo 12 anni. All’epoca suo padre era un addetto dell’ambasciata canadese, che in quell’anno venne trasferito in Israele con tutta la famiglia. Quando fecero ritorno nel Regno Unito, Bryan regalò la chitarra a un vicino di casa e, arrivato in Canada, si comprò un’altra chitarra, della quale però restò molto deluso.

Anni dopo, come un fulmine a ciel sereno, un messaggio apparve nella sua casella di posta: era qualcuno che affermava di avere proprio quella chitarra comprata a Reading. Il messaggio diceva: 'Ehi, ho la tua chitarra del 1970. La vuoi indietro?'", ma dopo la risposta affermativa del musicista, nessuno più si fece sentire. Passò un decennio prima che si verificasse un vero e proprio colpo di scena. In una discoteca di Berlino, un uomo avvicinò Adams all'improvviso e gli disse: 'Bryan, ho la tua chitarra. Quella della tua infanzia.'" A quanto pare, quell'uomo era un amico del mittente originale dell'email, purtroppo morto in un incidente aereo. Prima di morire, forse per una premonizione, aveva affidato la chitarra all'amico con una richiesta: "se non potrò farlo io, restituiscila a Bryan Adams". E così, l'amico fece.

 


 

 

Blackswan, lunedì 09/03/2026

giovedì 5 marzo 2026

Lucinda Williams - World's Gone Wrong (Highway 20 Records, 2026)

 


Che questo mondo faccia letteralmente schifo dovrebbe essere un dato di fatto immediatamente comprensibile. Le guerre, la pandemia, la sempre più marcata diseguaglianza sociale, i rigurgiti fascisti, il razzismo diffuso come un morbo, la leadership di molti paesi saldamente in mano ad autentici imbecilli. Eppure, se il mondo continua a fare schifo, è perché la maggioranza della gente, completamente anestetizzata dai social e dalla ricerca dell’effimero, non se ne accorge, o contribuisce, giuliva e inconsapevole, allo sfacelo, con un surplus d’odio e di violenza che non si vedeva da decenni.

Ben vengano allora artisti come Lucinda Williams, che a dispetto di una salute cagionevole, non vuole rassegnarsi al male, ma affronta con lucidità e indignazione, i problemi del mondo, con particolare attenzione agli Stati Uniti, decidendo di incidere un disco che abbia il coraggio di mettere il dito nella piaga e sviscerare con urgenza temi socio politici, cercando, se possibile, di infondere un po’ di speranza.

World's Gone Wrong, pur essendo un album molto arrabbiato, non è solo un invito alla protesta, ma suona semmai come un reportage corroborato da un indefettibile sprone alla resistenza, suonato con l’intento che il focus americano diventi universale, che l’hic et nunc della denuncia si scolli, almeno in parte, dal contesto temporale, per acquisire forza atemporale, valere oggi come fra dieci anni, un vademecum di indignazione, rabbia e consapevolezza, buono per ogni barricata o manifestazione del futuro.

L'album si apre con la title track, un brano che definisce immediatamente gli obbiettivi. Come dicevamo, il fatto che "tutti sappiano che il mondo è andato storto" non rende il punto meno degno di essere sottolineato. Sostenuta da un solido southern rock, Williams racconta di un uomo e di una donna, gente semplice che lavora duramente per sbarcare il lunario (“Lavorare lunghe ore è la maledizione del diavolo”). Essere sopraffatti è quasi inevitabile, ma non bisogna arrendersi, si deve combattere, si deve restare uniti. In soccorso dei due arriva Miles Davis, e una sua canzone da ballare abbracciati per dimenticare la paura e il dolore: “Lei lo stringe forte e sorride dolcemente, Dice tesoro, mettiamoci un po' di Miles, E balliamo a piedi nudi sulle piastrelle, E dimentichiamo i nostri problemi per un po'”. Un’immagine dolcissima, poche righe che descrivono un amore indistruttibile, ma che contengono anche una certa epica da working class, la stessa che punteggia grandi canzoni americane scritte da gente come Bruce Springsteen, Bob Seger o Bon Jovi, per citarne alcuni.

Lucinda fotografa la realtà, indica il problema, ma cerca anche soluzioni, ammicca alla speranza, cerca la forza nell’unione. Così, coinvolge guest star di grande valore (Brittney Spencer, Mavis Staples, Norah Jones) per trasformare il disco in un evento comunitario, cantato e suonato con l’intento di mobilitare.  

Scavare nella fragilità del mondo significa riconoscere e dare un nome a problemi specifici, che si tratti della lotta per arrivare a fine mese o del fallimento morale di un politico che ha venduto la sua anima. Questo riconoscimento crea l'opportunità di andare avanti, non in un isolamento rabbioso, ma come lotta e determinazione collettiva.

L'album si chiude proprio con questo sentimento: il duetto fra Lucinda Williams e Norah Jones (We've Come Too Far to Turn Around) ha qualcosa di spirituale, parla dei nostri fallimenti, dell'essere ingannati dal male o del trarne vantaggio, ma indica anche la rotta, spingendo verso un mondo più giusto, perchè di strada ne è stata fatta per combattere il diavolo e i suoi simulacri, e non si può più tornare indietro: “E siamo qui per testimoniare di questa mostruosa malattia, siamo arrivati troppo lontano per tornare indietro”.

Tra "The World's Gone Wrong" e "We've Come Too Far to Turn Around", la Williams affronta temi di attualità, punta il dito contro i conflitti che rendono la sua, la nostra società, un inferno, e lo fa, il più delle volte, attraverso un suono rock blues, ispido e poco accomodante, un suono che sia adatto alla frustrazione e all'energia possente della sua scrittura. Tuttavia, uno dei brani più emozionanti in scaletta proviene da background estraneo al suo stile abituale, ed è la reinterpretazione di "So Much Trouble in the World" di Bob Marley. La Williams aggiunge qualche elemento blues, ma mantiene un groove simile all’originale, dialogando con appassionato trasporto con Mavis Staples: la madrina dei diritti civili e la rocker indomita portano il padre del reggae a livelli stellari, lasciando nell’ascoltatore un’emozione che ha bisogno di molto tempo per sopirsi.

La Williams vede chiaro e parla con una chiarezza che non ammette fraintendimenti. Quando affronta il tema della religione nel blues oscuro e tormentato di "Punchline", chiama in causa i truffatori della fede, ma chiarisce che il danno che causano è aggravato dal bisogno delle persone di trovare una direzione: “La gente è arrabbiata, cerca risposte, Si chiede dove rivolgersi, Il male cresce come un cancro, Nessuno vuole scottarsi, Dio, voglio credere, Ma i bugiardi sussurrano nelle orecchie, Falsi dei e ingannatori, Giocando sulle nostre paure più profonde”. La fede è una necessità, ma la fede, in questi anni orribili, è anche pericolosissima, può fomentare l’odio, trasformarsi in razzismo e violenza.

Più determinata che mai, Lucida Williams affronta il cuore dei problemi, è incazzata, e si sente, ma non perde l’occasione di empatizzare con la gente comune, di insufflare la sua musica di coraggio e rigore etico, di aprire a orizzonti di speranza. La vita, negli ultimi anni, non è stata più facile per lei, così come la maggior parte di noi combatte, in modi diversi, la propria quotidiana battaglia per sopravvivere. E si fa male. E soffre per prospettive sempre più ridotte. Come noi, questa combattiva rocker è intrappolata nel fango di un’esistenza che non gira mai come vorremmo, un’esistenza bombardata da odio, dolore, violenza. Eppure, anche lei, come noi, è sempre pronta a risollevarsi, cantandoci che un mondo migliore è possibile. Occorre resistere e far fronte comune, tenendoci stretti in un abbraccio compassionevole e fraterno: l’ostinazione dell’amore, un giorno, finalmente, vincerà la partita.

Voto: 8

Genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, giovedì 05/03/2026

martedì 3 marzo 2026

MØL - Dreamcrush (Nuclear Blast Records, 2026)

 


Le presentazioni, per chi vive fuori dai circuiti metal, sono d’obbligo. I MØL sono una band danese originaria di Aarhus, formatasi nel 2013 e composta dal cantante Kim Song Sternkopf, dai chitarristi Nicolai Hansen e Sigurd Kehlet, dal bassista Holger Rumph-Frost e dal batterista Ken Klejs. Dopo un paio di EP, il gruppo ha pubblicato il suo esordio, Jord, nel 2018, dopo aver firmato un contratto con la Holy Roar Records. Nel 2021, il passaggio alla Nuclear Blast, con cui i danesi pubblicano il secondo album Diorama (2021) e oggi questo Dreamcrush nuovo di zecca.

Un disco che si colloca perfettamente in quel sottogenere del metal chiamato blackgaze: la tracklist è, infatti, un cocktail perfetto, che fonde black metal depressivo, post rock effervescente e l'emozionante stravaganza dello shoegaze.

Mentre la voce di Kim Song Sternkopf è spesso impostata su growl e screaming, e la batteria di Ken Lund Klejs mantiene una tiro pesante, il duo di chitarre composto da Sigurd Kehlet e Nicolai Busse incorpora una temperanza sempre crescente di riff celestiali. E, naturalmente, Holger Rumph Frost disegna linee di basso ronzanti, che plasmano il tutto.

Dreamcrush catapulta l’ascoltatore in un buco nero con vista sulla depressione, solo per afferrargli la mano all'ultimo secondo e trascinarlo di nuovo fuori verso un sole accecante. E’ luce e buio, magma terrigno e volatilità, estasi e sprofondo, disperazione e inaspettata leggerezza, ghigno sinistro e ascensione verso il sublime.

Come suggerisce il titolo, Dreamcrush esplora la psicosi dei sogni come tema predominante: un’indagine che potrebbe includere i nostri sogni inconsci, così come i nostri sogni ad occhi aperti. L'album cerca di svelare i modi in cui le aspettative spesso hanno la meglio su di noi, quando così tanti aspetti della traiettoria della vita non sono sotto il nostro controllo, e dobbiamo imparare a cavalcare l'onda, nel bene e nel male. In questo senso, l'album sembra una lettera d'amore al lasciarsi andare e arrendersi al momento presente, piuttosto che cadere preda di sogni che sono sempre irraggiungibili.

Immergendosi nel contesto lirico, il disco offre una prospettiva ampiamente pessimistica e uno sguardo introspettivo sulla razza umana, discernendo ciò che guida le motivazioni e i desideri delle persone.

I MØL gettano luce sull'onnipresenza dell'oscurità, della malattia, della tristezza e della distruzione che affliggono il nostro mondo, mentre si interrogano se i sogni possano offrire una parvenza di via di fuga.

I testi, le parti strumentali, l'intera atmosfera di questo album, giocano a tiro alla fune tra loro, lottando per trovare una ragione. I sogni non saranno sempre un sollievo positivo, ma in un modo o nell'altro, ci offrono un posto dove andare, lontano dalla parte oscura della vita, lontano dal piombare nel disordine. O forse no? Forse è meglio la cruda realtà, perché cullarsi nei sogni porta inevitabilmente al risveglio e ad aprire gli occhi sulla vera esistenza, con la conseguenza che le atmosfere trasognate, che hanno insufflato ottimismo e speranza nelle nostre menti, finiscono irrimediabilmente per schiantarsi sul quel granitico muro chiamato “male di vivere”.

In tal senso, Dreamcrush è un disco che gioca sull’alternanza degli opposti: le sezioni melodiche sono talmente lucenti da sembrare intagliate da cesello divino, conducono l’ascoltatore in un’altra dimensione, spingono in alto, verso un mondo carezzevole e cristallino, in cui l’ebbrezza e l’incanto giocano a nascondino con un filo di appagante malinconia; ma quando il black metal mostra il suo volto arcigno, nella voce aspra e disperata di Kim Song Sternkopf, nei riff di chitarra che strattonano, nelle improvvise accelerazioni del drumming, ecco, allora, che i sogni vengono cancellati con un crudele colpo di spugna della realtà.

Dreamcrush è un viaggio emotivo che sonda l’animo umano, che inganna l’ascoltatore attraverso un avventuroso processo di sublimazione, che lo strapazza, rendendolo vittima di aggressioni sonore, e cullandolo, al contempo, nell’alveo etereo di melodie angeliche.

"DREAM" ascende verso il cielo con emotività quasi (dream) pop, prime che l’urlo belluino di Sternkopf e un muro di chitarre riportino il brano in un fango primordiale che offusca la vista, la cascata elettrica che si rovescia su "Young" sembra preludere al più melodico shoegaze, ma uno screraming impazzito la riporta in caotico flusso di disperata tristezza, "Hud" rallenta l’impeto con una carezzevole e malinconica melodia pop, sfregiata però dall’aspro growl del vocalist, mentre la conclusiva "CRUSH" esplora addirittura territori emo che erano cari ai Dredg.

Undici brani in scaletta, e se ne vorrebbero molti di più, e tutti bellissimi. D’altra parte, il processo di realizzazione di questo album non ha seguito una tempistica convenzionale: invece di prevedere una o due settimane per la registrazione, i MØL hanno distribuito i loro tempi in studio su diversi mesi. Concedersi il tempo necessario per ogni canzone ha, quindi, dato loro la possibilità di sperimentarla fino a raggiungere il risultato desiderato: l’eccellenza. Un labor limae grazie al quale Dreamcrush conquista la palma del miglior disco metal di questa prima frazione di anno, proponendosi come un disco che perseguiterà gli amanti del genere per molto tempo, seducendoli verso reiterati ascolti, in un crescendo di autentica goduria.

Voto: 9

Genere: Blackgaze

 


 


Blackswan, Martedì 03/03/2026

lunedì 2 marzo 2026

How Deep is Your Love - Bee Gees (RSO, 1977)

 


"How Deep Is Your Love" fu un enorme successo negli Stati Uniti, e non solo. Negli States rimase al primo posto per tre settimane, e nella Top 10 per 17 settimane, un record per l'epoca. La canzone fu anche un enorme successo nella classifica Adult Contemporary, dove stazionò al primo posto per sei settimane, più di qualsiasi altra canzone dei Bee Gees. Fu disco di platino in Gran Bretagna e disco d’oro in Canada, Spagna, Francia e Italia. Quando Billboard, nel 2011, elencò le sue 100 migliori canzoni Adult Contemporary di tutti i tempi, "How Deep Is Your Love" arrivò al 13° posto. Questa fu la prima delle canzoni tratte dalla colonna sonora de La Febbre del Sabato Sera a raggiungere la vetta della classifica US Hot 100.

I Bee Gees la scrissero allo Château d'Hérouville in Francia, lo Honky Chateau dove Elton John registrò tre album nei primi anni '70. Quando arrivarono per registrare le canzoni per La Febbre del Sabato Sera, scoprirono che il luogo era in stato di totale abbandono: lo studio funzionava, ma l'esterno era un disastro. Questo diede loro la possibilità di concentrarsi solo sulla musica, viste le poche attrattive che li attendevano all’esterno.

All’interno dell’Honky Chateau, però, c'era una bellissima stanza con un pianoforte dove la canzone venne concepita. Lì aveva soggiornato Chopin, e il tastierista della band, Blue Weaver, trovò la giusta ispirazione per arrangiare il brano, ispirandosi al "Preludio in mi bemolle" del grande compositore polacco, una tonalità, quella, su cui Barry Gibb, mentre da una vetrata colorata entrava un raggio di sole, iniziò a cantare: “conosco i tuoi occhi nel sole del mattino”.  

Il brano sarebbe dovuto essere interpretato dalla cantante americana Yvonne Elliman, ma Robert Stigwood, produttore del film e della colonna sonora, pretese affinché i Bee Gees la eseguissero personalmente (la Elliman ha poi cantato "If I Can't Have You", sempre scritta dai Bee Gees). A convincerlo in questa scelta, fu la prima versione del brano che ne fecero i fratelli Gibb: sembrava, infatti, di ascoltare una sola voce, e invece erano due, quelle di Robin e Barry che cantavano all’unisono, in un abbraccio melodico che aveva del celestiale.

La pubblicazione del brano ebbe, successivamente, degli strascichi processuali.

Un cantautore e antiquario dell'Illinois di nome Ronald Selle fece, infatti, causa ai Bee Gees, sostenendo che una canzone da lui scritta nel 1975, intitolata "Let It End", fosse la base per "How Deep Is Your Love". Il caso fu discusso in tribunale nel 1983. I Bee Gees sostennero di non aver mai ascoltato "Let It End", e non vi erano prove che l'avessero fatto (quella canzone non fu mai pubblicata: Selle ne fece una registrazione casalinga che inviò alle case discografiche). Il caso si basava sulle evidenti somiglianze tra le canzoni, e un testimone esperto di Selle, un musicologo di nome Arrand Parsons, cercò di convincere la giuria, attraverso un'analisi tecnica degli spartiti, che i Bee Gees avevano plagiato il brano. La giuria gli diede ragione e stabilì che i Bee Gees avevano effettivamente copiato la canzone di Selle. Il giudice, tuttavia, annullò il verdetto, e allora Selle presentò successivamente ricorso, ma la sua richiesta fu nuovamente respinta.

Il caso ebbe notevole eco mediatica e sottopose all’attenzione pubblica il problema delle giurie che emettevano verdetti sulla musica, senza avere le necessarie competenze tecniche. In tal senso, la sentenza d’appello creò un precedente storico, secondo cui "sorprendenti somiglianze" tra canzoni non erano sufficienti a dimostrare il plagio. Da quel momento in poi, quindi, un autore di canzoni avrebbe dovuto dimostrare che il presunto plagiatore avesse effettivamente ascoltato la canzone prima che il caso potesse accedere in un’aula di tribunale.

 


 

 

Blackswan, lunedì 02/03/2026