venerdì 14 dicembre 2018

SPAIN - [SPAIN MANDALA BRUSH] (Glitterhouse Records, 2018)

Quando uscì The Soul Of Spain (2012) erano passati ben undici anni dal precedente I Believe (2001). Uno iato lunghissimo, durante il quale Josh Haden ha evidentemente riflettuto sulla sua creatura, plasmando lentamente, ma in modo determinante, il suono delle origini, per trasformarlo, disco dopo disco, in qualcosa di diverso.
Se quel nuovo inizio riproponeva la metrica dello slow core degli inizi, con la sola novità dell’introduzione dell’organo hammond, i due lavori successivi, Sargent Place (2014) e Carolina (2016), spostavano decisamente il baricentro del suono: il primo, normalizzava il songwriting, sostituendo alla lentezza esasperata di una musica pregna di sacralità e malinconia, una maggior attenzione alle ritmiche e al groove; il secondo, invece, esplorava, utilizzando una veste quasi cantautoriale, il suono americano, mutuando dalla tradizione persino gli strumenti (slide, violino, banjo, etc.).
Questo Spain Mandala Brush aumenta ulteriormente le distanze da ciò che negli anni ‘90 erano gli Spain: alle atmosfere di un tempo, elusive, raffinate, gonfie di umori malinconici e contigue al jazz, Haden ha sostituito canzoni più rumorose, sperimentali, e di certo ancor più ostiche e meno accomodanti, di quelle, ad esempio, che componevano il capolavoro She Haunts My Dreams (1999). Il nuovo capitolo della discografia del combo californiano è un disco complicato, che necessita di parecchi ascolti per essere assimilato e digerito. Insomma, non sono gli Spain che conoscevamo, a partire dalla voce di Haden, un tempo affabulante, calda, confessionale, e oggi, invece, ispida, puntuta, a tratti perfino sgraziata.
Gli echi del lontano passato sono davvero pochi (Laurel, Clementine su tutte), e il segno della continuità è dato soprattutto da una vena malinconica che sembra inesauribile. Ma se in passato, la narrazione era sussurrata, suggerita, mai completamente esplicita, oggi Haden sembra essersi dimenticato la calligrafia in favore di una scrittura a tratti impulsiva, e a tratti fluente, impetuosa, ai limiti del verboso.
La tensione battente di Maya In The Summer è la fotografia del nuovo corso: una canzone sanguigna, ruvida e disperata come mai lo è stata una canzone degli Spain. Un mood da cui non si discosta la successiva Sugarkane, la voce di Haden che proprio non riesce a trovare pace, i fantasmi di Jason Molina che annaspano nell’incedere strascicato del brano che esplode, poi, in un convulso battere di tamburi e nello stridere acido della chitarra.
Quando parte Rooster Cogburn, lo spostamento rispetto ai predecessori è ancora più evidente: otto minuti di equilibrismi post rock, sempre sul punto di collassare nella voce sfatta di Haden, che richiamano alla mente gli ultimi Talk Talk.
Arriva quasi come un sollievo, quindi, You Bring Me Up, spiraglio di luce attraverso le fessure di un’Americana squadrata che, solo nel finale, esplode nei colori abbaglianti di un inaspettato gospel. Un brano quasi normale, che interrompe per quattro minuti il desiderio di Haden di esplorare suoni spigolosi e di abbandonarsi a un flusso musicale libero da ogni costrizione. In tal senso è splendidamente riuscita la lunga, palpitante Tangerine, in cui a prevalere è l’approccio jammistico marchiato a fuoco dal sax di Matthew De Merritt e dal violino di Petra Haden, sorella di Josh, mentre, la torrenziale God Is Love, unico accenno sonoro all’India evocata nel titolo e il brano più sperimentale del lotto, si perde per quasi un quarto d’ora in una sarabanda strumentale ecessiva, indigesta e francamente fine a se stessa.
Poco male: la successiva The Coming Of The Lord, con una splendida melodia giocata sul contrappunto fra la chitarra di Kenny Lion e i fiati di David Ralicke, rimette in careggiata un disco ostico, a tratti perfino faticoso, ma comunque ispirato e ricco di idee.
Josh Haden sta cambiando decisamente il volto degli Spain, e questo desiderio di cambiamento rispetto a un suono quanto mai identificativo, regala nuova linfa creativa a un progetto che, pur avendo sempre mantenuto alti standard qualitativi, ha oggi il merito di rinnovarsi ed aprirsi a nuove strade. Di Sicuro, papà Charlie, da lassù, apprezzerà.

VOTO: 7,5





Blackswan, venerdì 14/12/2018

giovedì 13 dicembre 2018

PREVIEW




“Ciò che ti ha preceduto, è la causa del tuo essere qui ora,” dichiara Eric Brandon Pulido. “Quindi abbraccia sia il passato che il presente.” Il frontman dell band texana Midlake abbraccia sia il passo che il presente nel suo album di debutto To Each His Own, sotto lo pseudonimo di E.B. The Younger, in uscita l’08 marzo su Bella Union. L’album è anticipato dal video divertente e nostalgico per “Used To Be”, che vede la partecipazione di Jason Lee. Nei primi mesi del 2019 sarà in tour con John Grant come supporto per le sue date britanniche.
“La canzone ‘Used To Be’,” dice Pulido, “è un’acquiescenza verso la maturità e la susseguente pace che proviene dalla sua accettazione. In breve, sono arrivato a 40 e mi sta bene. Fa parte della natura umana rimanere bloccati e guardarsi indietro lamentandosi romanticamente dello scorrere del tempo. Dato che tendiamo ad apprezzare le cose più ora che nel momento in cui si verificano, il mio grido di battaglia è qui di sostenere il “momento” e continuare con uno spirito rinnovato. E quale modo migliore per manifestare questo mantra se non quello di un gruppo di ragazzi che suonano, sfondandosi di birra e partecipando al passatempo preferito degli americani? Le squadre nel video sono composte principalmente dai ragazzi che hanno suonato nel disco e anche se è stato quasi un miracolo riunirci lì tutti assieme, ha reso l’esperienza speciale e memorabile. La ciliegina sulla torta è stata tirare dentro il mio amico di lunga data Jason Lee dal suo iato per fargli recitare la parte dell’allenatore. Non ha perso un colpo e ci ha fatto rotolare dalle risate, facendoci sentire di nuovo come bambini. Sono così grato per essere riuscito a portarlo nel progetto e spero che porti un sorriso sul volto di tutti coloro che guarderanno il video così come lo ha portato sul mio mentre lo creavo.”
To Each His Own è un disco profondamente personale radicato nell’amore di Pulido per le tonalità calde del rock, del folk e del country degli anni ’70 intessuti di ricalibrazioni contemporanee: chitarre che s’increspano, sospirano e sfrigolano accanto a tastiere fluide su ritmi da bonaccia. Anche i testi di Pulido guardano avanti e indietro, filosofeggiando sul posto che egli ha nel mondo moderno, le scelte che ha fatto e dove lo hanno portato. O, come gli stesso descrive il disco, “un viaggio di undici canzoni attraverso la vita e i tempi di un midlaker ribelle in cerca di uno scopo in una terra inesplorata. Troverà la sua strada? Ascoltate e lo scoprirete.”
I sodali di Pulido, voce solista e chitarra, sono Joey McClellan (chitarra elettrica), McKenzie Smith (batteria) e Jesse Chandler (flauto), Scott Lee (basso), Daniel Creamer (tastiere) e Beau Bedford (tastiere). Bedford è anche il produttore principale dell’album mentre Matt Pence, ingegnere di studio e batterista dei Centromatic, ha lavorato anch’egli come produttore insieme a Pulido, oltre ad aggiungere percussioni e altre batterie.





Blackswan, giovedì 13/12/2018

mercoledì 12 dicembre 2018

SEAN K. PRESTON & THE LOADED PISTOLS - FORGIVE (Rusty Knuckles, 2018)

In copertina, avanti e retro, tre brutti ceffi, di quelli che se incontri per strada, cambi marciapiede, e un’evidente estetica da “sfida all’Ok Corral”, summa precisa di tutto quello che troverete in Forgive, nuova fatica di Sean K. Preston & The Loaded Pistols, terzetto proveniente da Baltimora, Maryland.

Non è un caso, per dire, che il disco si apra con Bamburner, epica western a tinte fosche, atmosfera da resa dei conti, la mano sul calcio della colt, il tabacco masticato e sputato nella polvere, mentre intorno è tutto un addensarsi di tensione e cattivi presagi. E’ immediato pensare ai 16 Horsepower, che su canzoni come questa hanno costruito un’intera carriera. I riferimenti stilistici del terzetto, tuttavia, pescano da un bacino decisamente più ampio, che ha come unità di misura il rock’n’roll (e il country) delle origini: Elvis Presley, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, Bill Monroe, ma anche i più recenti Cramps, Stray Cats e, perché no, Nick Cave nelle sue sfaccettature più roots.

Se è vero che gli anni ‘50 rappresentano la linfa vitale delle undici canzoni in scaletta, è altrettanto vero che la rilettura è decisamente selvatica, ispida e corroborata da un’evidente inclinazione punk’n’roll. Così, nonostante alcuni momenti veraci ma decisamente morbidi, come Homeward Bound, ballata gonfia di umori malinconici, o la conclusiva The Twister, scarna ma emozionata fino alle lacrime, Forgive procede sui binari dell’elettricità, riproponendo un suono antico, certo, ma rimasticato (e sconvolto) da una grinta e una potenza deraglianti, che si scostano dalla replica filologicamente corretta del genere.

Ain’t A Dog è una fucilata punkabilly che sembra suonata da degli Stray Cats in trip da coca e kerosene, The Decision è puro revival surf rock, concepito nella desolata umidità di un garage anni ‘60, Snakeskin Boots Boogie, sfreccia sudatissima, sgasando tra blues, ululati, assoli selvaggi e un’armonica imbizzarrita, Last Call, scelta come singolo, è un altro sanguinoso rockabilly imbastardito da furore punk, così come Regret, rincorsa a rotta di collo carburata ad anfetamine e whiskey.

Non è certo una novità, il suono proposto da Sean K. Preston e le sue pistole cariche, visto che da queste parti, anche di recente, ci sono passati in tanti (uno per tutti Jim Jones); tuttavia, questi tre rocker, possiedono carisma da vendere, e suonano credibili grazie al tiro usque ad finem delle loro canzoni e a un approccio gagliardo e senza inutili fronzoli agiografici. Assolutamente da provare.

VOTO: 7 





Blackswan, mercoledì 12/12/2018

martedì 11 dicembre 2018

PREVIEW



David Gray ha pubblicato il video di “The Sapling”, il primo singolo estratto dal nuovo album Gold In A Brass Age, in uscita l’8 marzo 2019 su IHT Records / AWAL Recordings. Prodotto da Ben de Vries, figlio del compositore di colonne sonore e produttore Marius de Vries, Gold In A Brass Age, primo album di brani originali in quattro anni, arriverà poco prima del tour da headliner che partirà venerdì 15 marzo dalla St David’s Hall di Cardiff e farà tappa alla Royal Festival Hall di Londra il 17 marzo per poi concludersi con le due serate consecutive al Bord Gais Theatre di Dublino previste per sabato 5 e domenica 6 aprile.
David Gray ha contattato personalmente l’artista dello zootropio Eric Dyer, che vive a Baltimora, per creare il video caleidoscopico che ora accompagna il brano “The Sapling”. Il video parte da una riflessione, di cui si permea l’intero brano, sulla brevità ciclica della vita e dell’ecologia, con un filmato in time-lapse di ghiande che germinano, atto a creare un effetto ipnotico.
Parlando del video, David racconta: “Ho guardato per caso il TEDx Talk di Eric, e ho pensato che alcuni zootropi che aveva creato fossero fantastici. C’è stato un momento in cui ha parlato dell’origine del termine zootropio, che deriva dal greco zoe (vita) e tropos (volta) e significa quindi ruota della vita. Ho pensato che si adattasse perfettamente a “The Sapling” e, a quel punto, ho realizzato che non avrei voluto nient’altro. Abbiamo mandato ad Eric dei filmati di una ghianda in germinazione così che potesse fare la sua magia e crearne un’animazione. Poi Rex, il regista del video, ha pensato che avremmo potuto portare le animazioni in un bosco, magari proiettandole su uno schermo gigante davanti al quale io avrei cantato. Il risultato finale è una sottile sintonia tra il brano e lo zootropio”.
Gold In A Brass Age è un album caratterizzato da un approccio intuitivo in cui David esplora trame elettroniche e una varietà di suoni, oltre a nuove tecniche di produzione durante il processo. Grazie alla tecnica del taglia e incolla utilizzata nell’arrangiamento dei brani, le sfumature atmosferiche e sperimentali sono assolutamente evidenti. Il titolo dell’album viene dal racconto breve di Raymond Carver Blackbird Pie ed è influenzato dal taglio rigenerativo del trasferimento dell’artista a Londra e dal mondo naturale, di cui David subisce irrimediabilmente il fascino. L’incredibile artwork dell’album, realizzato dal tatuatore Londonboy, ha come soggetto una falena imperatrice con le ali aperte, pronte a rivelare la rappresentazione di alcuni palazzi di Londra.
Il nuovo lavoro sarà l’undicesimo album di una carriera lunga venticinque anni, durante i quali David Gray ha ottenuto molte nomination ai Brit e Grammy Awards e tre album #1 in UK, incluso il multi-platino White Ladder. È inoltre una collezione di nuovi brani di un artista che rivela ancora una volta la sua passione nel “confezionare” la sua musica, si spinge ben oltre i suoi limiti ed è in grado di sorprendere se stesso e i suoi fan.





Blackswan, martedì 11/12/2018

lunedì 10 dicembre 2018

IL MEGLIO DEL PEGGIO




A volte ritornano, ammesso che se ne siano mai andati. Ritorna in gran spolvero l'ex Cavaliere in rampa di lancio per le prossime elezioni europee. Parla Silvietto. E lo fa con quel piglio da statista qual è sempre stato. Con quel fare da buon padre di famiglia preoccupato per le sorti del Paese che tanto ama, dall'hotel Ergife di Roma lancia strali contro l'attuale esecutivo. "Siamo guidati da un governo di incompetenti...Oggi sono davvero di cattivo umore. Qualche tempo fa dissi che questi signori potevano solo lavare i cessi ma credo che non sarebbero in grado di fare nemmeno quello...Sono stato dal presidente Mattarella e lui mi ha detto chiaramente che consentirebbe al centrodestra di trovare una maggioranza alternativa in caso di crisi del governo giallo verde. Peraltro, sono convinto che molti parlamentari dei 5 Stelle sarebbero pronti a lasciare il loro gruppo e appoggiare il centrodestra". La solita eruzione del vulcanico Silvio? Non c'è dubbio che il nostro ex Premier ogni tanto batta un colpo per far sentire la sua presenza. Lui c'è sempre, nonostante Salvini e nonostante tutto, beghe giudiziarie incluse. E c'è (quando mai se n'è andato?) anche Matteone, il senatore di Scandicci. Di lui proprio non ci si libera. Eppure si proclamava "fuori da tutto" quando tutto impettito - scusate il gioco di parole- si recava a giocare a tennis al circolo Canottieri di Aniene a Roma. Ma Renzi e' una star dello showbiz: oggi c'è e domani pure. Candida Minniti poi lo fa ritirare. Minaccia di mettersi da parte salvo poi ritrattare. Nessuno riesce a intercettare le intenzioni del bizzoso Matteo, se non quella di annientare definitivamente quello che rimane del Pd. Il dato certo e' che Renzi non molla l'osso, prova ne è che circolano voci di una sua possibile candidatura alle primarie del partito. "Al momento opportuno dirò cosa farò. Presto ci risentiremo", ha precisato. Un arrivederci che ha il vago sapore di una minaccia. E nemmeno tanto velata, conoscendo il personaggio.

Cleopatra, lunedì 10/12/2018

P.S. Il Meglio del Peggio va in vacanza. Buone Feste.

sabato 8 dicembre 2018

PREVIEW



Francis Rossi, il fondatore dei potenti Status Quo, si prepara ad affrontare un 2019 pieno d’impegni. Francis, autentica leggenda della musica, ha confermato la pubblicazione di un album collaborativo con la cantante Hannah Rickard, di una nuovissima autobiografia scritta con Mick Wall, e un tour che porterà lui e Mick in giro per l’Inghilterra, per discutere della sua illustre carriera e rispondere alle domande dei fan.
Francis e Hannah si sono conosciuti in occasione dell’acclamatissimo progetto dei Quo, a cui la stessa Hannah ha preso parte. L'album darà spazio ad uno dei primi amori di Francis in una raccolta di duetti dai toni country. Il nuovo lavoro conterrà dei brani inediti e potrà vantarsi di autori come Francis e Hannah, ma anche di fedeli sostenitori dei Quo come Bob Young e Bernie Frost.
La nuova autobiografia, ‘I Talk Too Much’, verrà invece pubblicata il 14 marzo su Little, Brown. Questo nuovo avvincente libro è stato scritto insieme a Mick Wall, scrittore pluripremiato e presentatore radiofonico che ha venduto oltre un milione di libri. In questa coinvolgente storia, l’indiscreto Francis rivela aneddoti inediti legati alla sua incredibile carriera. Il libro, spesso brutalmente onesto, ripercorre i giorni di gloria, i momenti bui, gli alti e i bassi del suo rapporto con Rick Parfitt, non nascondendo le storie che si celano dietro la nascita di alcuni dei brani rock più importanti di sempre.
Francis condividerà gli straordinari segreti dei suoi cinquant’anni di rock’n’roll in un tour che lo vedrà sui palchi di 31 teatri in tutto il Regno Unito. Too Much” tour che avrà come protagonisti Francis Rossi e Mick Wall che racconteranno alcune delle storie più rock’n’roll di sempre, vissute on the road. Aspettatevi risate, rivelazioni, racconti che riguardano dei grandi personalità della musica, videoclip esclusivi, qualche grande classico e una fantastica serata. Francis ha confessato: “Questo tipo di show è del tutto nuovo per me. Sarà tutto dal vivo, non ci sarà un copione, quindi chissà cosa accadrà! Per me sarà un’esperienza da brividi, ma i fans scopriranno tutto quello che ho vissuto negli anni, senza alcun filtro. Porterò anche una chitarra per mostrare come sono nati alcuni dei classici dei Quo, e magari il pubblico avrà delle domande a cui avremo il piacere di rispondere. È stato un bel viaggio, c’è molto da raccontare.”

Blackswan, sabato 08/12/2018

venerdì 7 dicembre 2018

ST. PAUL & THE BROKEN BONES - YOUNG SICK CAMELLIA (Records JV, 2018)

Certi dischi sono una splendida fregatura: li metti sul piatto e ciaone a tutti gli arretrati che devono essere necessariamente ascoltati prima che finisca l’anno solare. E così, Young, Sick Camellia, terza prova in studio dei St. Paul & The Broken Bones, ha creato un ingorgo pazzesco fra tutti i miei ascolti, ma è così bello che faccio davvero fatica a toglierlo dalla heavy rotation. Occorre, prima di ogni altra considerazione, fare le dovute presentazioni, visto che questa band, per il momento, è un godimento riservato a pochi eletti amanti dell’immenso patrimonio musicale proveniente dagli Stati Uniti.
Birmingham, Alabama, profondo Sud. Qui, nel 2012, un contabile annoiato da una vita ordinaria, decide di rischiare tutto e di dare forma ai propri sogni musicali. Si chiama Paul Janeway, e insieme al bassista Jesse Phillips fonda i St. Paul & The Broken Bones, band di otto elementi uniti da una passionaccia per il soul, il funky e il r’n’b.
Il percorso musicale di Janeway, d’altra parte, si è sviluppato all’ombra del suono Stax e Motown: tantissimi dischi ascoltati da ragazzino, i primi passi mossi nel coro della chiesa, come nella miglior tradizione dei black singers, e le foto di Otis Redding e Sam Cooke tenute sul comodino del letto a indicare quotidianamente la strada.
La gavetta è quella consueta, fatta di prove in garage umidi, di concerti retribuiti poco e male, in piccoli locali della zona, di speranze alimentate solo dall’entusiasmo. La svolta, come detto, arriva nel 2012, quando gli appena costituiti St. Paul & The Broken Bones pubblicano un Ep autoprodotto (Greetings From St. Paul And The Broken Bones) che attira l’attenzione della Single Lock Records, casa discografica fondata da John Paul White (The Civil Wars) e da Ben Tanner (Alabama Shakes), il quale produce anche l’esordio della band, intitolato Half The City (2014).
L’impressione suscitata dall’ottetto è tale che, non solo il disco scala, con ottimi risultati, le impervie charts americane, ma i Roling Stones, in tour negli States, vogliono i St. Paul ad aprire due loro concerti. E’ l’inizio di una grande avventura che prosegue con Sea Of Noise, secondo full lenght, prodotto da Paul Butler, già dietro la consolle in Home Again, esordio di Michael Kiwanuka, datato 2012. La seconda prova in studio, se possibile, era ancora più convincente della precedente e la band dimostra nuovamente di avere tante frecce al proprio arco.
Ma è con questo ultimo Young Sick Camellia che il combo non solo conferma quanto di buono avevamo ascoltato nei dischi precedenti, ma fa un ulteriore passo avanti, sia nel suono che nella qualità del songwriting. Se è vero che le fonti d’ispirazione dei St. Paul emergono inevitabilmente da un glorioso passato (per i precedenti dischi, Sam Cooke, Otis Redding, Al Green, George Clinton, etc.), in Young Sick Camellia la macchina del tempo viaggia prevalentemente attraverso il funk e la dance degli anni ’70, ma con una rilettura modernissima, evitando così datati clichè e puntando, invece, su melodie di impatto immediato, che non disdegnano passaggi radiofonici ed entrano in testa dopo pochi ascolti, grazie anche a una veste, talvolta, disegnata da un atelier nu-soul.
Prodotto da Jack Splash (Kendrick Lamar, Mayer Hawthorne), il disco è attraversato dal fil rouge di brevi intermezzi strumentali e dal sapore vagamente jazzy, che collegano le nove canzoni che compongono il corpus dell’album. Si va dall’estetica dandy della progressione discendente di Convex, il cui groove è punteggiato da un brillante arrangiamento d’ottoni, alla sfacciataggine disco di Got It Bad, autentico riempipista vintage, agli echi Bee Gees, epoca Main Course, del singolo Apollo, al lento strappamutande di Concave, i cui archi suggeriscono un mood trasognato, e alla conclusiva Bruised Fruit, gonfia di umori malinconici, in cui Janeway si supera per intensità, usando la voce quasi fosse un sassofono e oscillando fra disperazione e dolcezza.  
Nonostante la coerenza d’intenti e l’omogeneità del suono, Young Sick Camellia è un disco estremamente vario, quasi a due facce, che stupisce con la semplicità di groove e melodie irresistibili e al contempo con arrangiamenti sfaccettati e mai prevedibili, dispensando emozioni per retromaniaci della black music e suggestioni per chi ama, invece, la visione più moderna del nu-soul. Caldamente consigliato.

VOTO: 8





Blackswan, venerdì 07/12/2018

giovedì 6 dicembre 2018

PREVIEW



Mark Stewart ha pubblicato il video ufficiale di “Liberty City” in vista della ristampa definitiva del suo album solista di debutto Learning To Cope With Cowardice. Trasmissione in stile guerriglia che combina la volatile musica soundsystem di Stewart e l’influente pratica di danza ‘Action Architecture’ di Sander, il video porta a compimento la collaborazione tra due figure trasgressive che si ammirano reciprocamente.
Il dub industrial di “Liberty City”, uno dei momenti salienti dell’album, viene qui tradotto in immagini da una troupe di ballerini i cui movimenti non ortodossi rispecchiano l’imponente fisicità della traccia. Parlando dell’interplay all’opera nel video e della loro collaborazione, Mark Stewart identifica un intento comune di esplorare e superare i limiti, una missione creativa significativamente ispirata alle idee del filosofo e teorico sociale Michel Foucault: “Mehmet ed io siamo entusiasti collaboratori che reinventano zone per i corpi performanti. In questo pezzo, portiamo la totale liberazione fisica e audio al suo stadio finale, anche se ci arriviamo per mezzo degli eccessi e dei sovraccarichi. Le letture classiche della danza esigono che tutto il movimento sia eseguito in relazione alla forma. Ciò Foucault sottolineò è che la produzione del “soggetto” – che sia io che Mehmet riteniamo cruciale in questa epoca di disciplina, punizione e entropia negativa – possa essere di fatto il nostro ‘arcipelago carcerario’”.
Il video di “Liberty City” è il primo documento visivo ad accompagnare materiale tratto dall’album di debutto solista di Mark Stewart e anche il primo singolo tratto dalla ristampa definitiva di uno dei più duraturi e pionieristici dischi mai realizzati.
Learning To Cope With Cowardice è un capitolo fondamentale dell’eredità di Mark Stewart & The Maffia, progetto che si rivelerà un punto di riferimento rivoluzionario per molti, dagli innovatori del “Bristol sound” (The Wild Bunch, Smith & Mighty, Tricky, Massive Attack) fino ad artisti del calibro di Trent Reznor e i Nine Inch Nails. Com’era nei primi anni Ottanta, così è ora: un capolavoro di design mutante e un brusco risveglio di straordinaria presa.





Blackswan, giovedì 06/12/2018

mercoledì 5 dicembre 2018

ERIC CHURCH - DESPERATE MAN (Emi, 2018)

“The Chief”, il soprannome mutuato dal suo album più famoso, con cui Eric Church viene chiamato dai fan, è uno che vende tantissimo e che si piazza sempre in cima alle classifiche di genere (country) e non solo. Non è quindi un caso che Desperate Man, a circa due mesi dalla sua pubblicazione, abbia raggiunto per la quinta volta in carriera la top ten di Billboard 200 (quinta posizione) e si sia aggiudicato la prima piazza delle country charts.
Church, si sa, è uno che veste la propria musica di mainstream e azzecca singoli di facile presa che intasano i canali radiofonici statunitensi (si pensi alla super hit Springsteen, omaggio esplicito alla sua principale fonte di ispirazione). Ciò nonostante, si è sempre tenuto distante da certi indigeribili stereotipi nashvilliani, e la sua musica, per quanto fruibile ai più, non è mai suonata artefatta, suggerendo semmai quella genuinità che il personaggio, umile, cordiale e alla mano, ha sempre dimostrato a dispetto del grande successo.
Eric, poi, non è uno che si adagia sugli allori e continua a ripetere una formula vincente ma frusta: il suo ultimo Mr. Misundarstood (2015), ad esempio, sfoderava un piglio southern funk e un songwriting virato verso la black music a dir poco inaspettati.
Ecco, allora, che Desperate Man segna un ulteriore spostamento di prospettiva, rielabora in modo mai così scarno i contenuti dei dischi precedenti, e si sofferma a riflettere sulla caducità dell’uomo e sulle oscure trame del destino. Lo spunto, da cui nasce il disco, è infatti un terribile fatto di cronaca. Probabilmente molti di voi si ricorderanno cosa successe il primo ottobre del 2017 a Las Vegas: durante il Route 91 Festival, il sessantaquattrenne Stephen Paddock, ha aperto il fuoco con armi automatiche da una camera dell'hotel Mandalay Bay, sparando sulla folla del concerto, causando 58 vittime e ferendo altri 500 spettatori. Un episodio che toccò profondamente il cuore di Church, tanto che tre giorni dopo quell’evento, pubblicò Why Not Me, struggente omaggio a Sonny Melton, una delle vittime dell’eccidio, che si era recato a Las Vegas proprio per ascoltare il suo idolo Eric Church.
Quella canzone, così commossa e credibile, è stata l’abbrivio per arrivare a Desperate Man, che fin dal titolo, esplicito e senza filtri, racconta chiaramente come si sia sentita l’America di fronte a un evento tanto esiziale per il paese e la musica country. Sul disco, però, Why Not Me non compare, né si accenna in alcun modo a quei fatti di sangue: Church non è solo una delle figure più amate dagli appassionati di country, ma è anche un hombre vertical, che non si sarebbe mai permessa di sfruttare un evento così emotivamente sconvolgente per implementare le vendite del proprio lavoro. Nello stesso modo, Eric tace su un altro fatto che gli ha sconvolto la vita, e cioè la morte del fratello Brandon, deceduto qualche giorno dopo la registrazione del disco.
Eppure, nonostante non faccia cenno a nessuno dei due eventi, Desperate Man è un disco che tracima di emozioni e sensibilità, che guarda in faccia alla vita e ai drammi dell’esistenza, che riflette sul fatto che spesso il vero nemico dell’uomo si annida proprio nella sua testa (Monsters). La veracità di Church è in grado di rendere universali riflessioni intime e private, e di trasmettere credibilità anche quando affronta temi politici, come avviene nella conclusiva Drowning Man, graffiante e sincera presa di posizione su un paese alla deriva, in cui lo Zio Sam ha voltato le spalle a Lady Liberty, o nel blues cupo dell’iniziale The Snake, il serpente come simbolo di uno Stato che ghermisce senza pietà i più deboli.
E’ un disco asciutto, Desperate Man, attraverso il quale Church propone il piatto forte della casa (le ballate col cuore in mano, come la dolcissima Some Of It, o l’agrodolce Hippie Radio), ribadisce il mood del suo lavoro precedente (l’incandescente r’n’b di Hangin’ Around), gioca con le citazione (la title track ruba smaccatamente il groove di Sympathy For The Devil degli Stones, Solid si apre con sensazioni pinkfloydiane) e imbraccia la chitarra elettrica per canzoni mai così ispide e sentite (la citata Drowning Man e Higher Wire).
Suona strano dirlo di un artista che in patria è considerato una sorta di eroe nazionale e che ha venduto milioni di dischi, ma Church, disco dopo disco, sta acquisendo quella maturità e quella autorevolezza che, nonostante le hit e gli stadi pieni, all’inizio di carriera erano mancate. Desperate Man è di sicuro l’album più spigoloso di Church, ma in qualche modo anche il più sentito e denso di emozioni. Un disco che sembra un piccolo disco, ma che in realtà è destinato a restare nel tempo e ad essere considerato la vetta artistica del songwriter originario di Granite Falls. 

VOTO: 7,5





Blackswan, mercoledì 05/12/2018

martedì 4 dicembre 2018

PREVIEW






Il 22 febbraio, Telekinesis, il progetto di Michael Benjamin Lerner, pubblicherà il suo quinto album, Effluxion, via Merge Records.

Effluxion, che segue Ad Infinitum, disco pubblicato nel 22015, vede l'artista di Seattle tornare alle sue radici power-pop, una svolta che lo stesso Lerner attribuisce a un anno trascorso in tournée con la band indie-pop scozzese dei Teenage Fanclub. Lerner, che in passato ha lavorato con produttori come Chris Walla e Jim Eno, ha voluto produrre personalmente il disco, allo scopo di dare maggior risalto alle proprie radici e influenze musicali.





Blackswan, martedì 04/12/2018