martedì 7 luglio 2020

NICOLE ATKINS - ITALIAN ICE (Single Lock, 2020)

Se il seducente Goodnight Rhonda Lee del 2017 è stato per Nicole Atkins una sorta di ritorno alla vita (non solo artistica), dopo un lungo e difficile periodo di dipendenze, questo nuovo Italian Ice aggiunge un ulteriore e fondamentale tassello alla crescita di una delle songwriter tra le più interessanti dell’ultimo decennio.
Registrato ai Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, in Alabama, uno dei luoghi della memoria e patrimonio storico del rock statunitense, Italian Ice ha visto la Atkins fare le cose in grande, contornandosi di un nutrito gruppo di musicisti fuoriclasse (il tastierista Spooner Oldham e dal bassista David Hood, militanti nella Muscle Shoals Rhythm Section, il chitarrista Binky Griptite dei Dap-Kings, Jim Sclavunos e Dave Sherman dei Bad Seeds di Nick Cave e il batterista dei Midlake, McKenzie Smith) e di qualche ospite di lusso (Seth Avett degli Avett Brothers, Erin Rae e John Paul White), che hanno contribuito a definire ulteriormente uno stile già ben marcato nel capitolo precedente.
Sono undici le canzoni in scaletta, con cui la Atkins intesse, con eleganza e rigoglio di arrangiamenti, un coloratissimo melange di pop, soul, blues, funky e psichedelia: i piedi ben piantati nel presente, ma lo sguardo rivolto agli amati anni ’60 (che già erano la cifra stilistica che informava Goodnight Rhonda Lee) e in parte agli anni ’70. Modernità e vintage, dunque, per un disco che possiede un’ottima resa soprattutto se ascoltato in cuffia, in modo da cogliere sfumature, intuizioni e suoni che, arricchiscono un già di per sè intrigante paesaggio melodico.
Apre Am Gold, numero da vera fuoriclasse: un sognante drive di pianoforte (che evoca The Great Gig In The Sky dei Pink Floyd) conduce a un irresistibile groove funky soul che prende letteralmente il volo sulle ali della potente voce della Atkins e su quei coretti che fanno da giocoso contrappunto. Splendido incipit per un disco che prosegue giocando con la psichedelia nella trasognata Captain e nella baldanzosa Mind Eraser, che invita alla spensieratezza con il pop in chiave FM di Forever, che spinge sul dancefloor con la disco funk di Domino e che replica sornione un modulo r’n’b che sembra rubato a Mama Told Me Not To Come di Randy Newman (Never Going Home Again).
E poi, ci sono gli anni ’60, habitat naturale per la Atkins: l’intrigante melodia di St. Dymphna (il santo patrono delle sofferenze da afflizioni nervose e mentali), la languida svenevolezza di Far From Home, l’appassionata cover di Road To Nowhere, brano datato 1966 e preso dal repertorio di Carole King, e la breve ma splendida These Old Roses, con cui Nicole rende omaggio nuovamente a Roy Orbison, nume tutelare che aveva già ispirato alcuni dei momenti migliori di Rhonda Lee.
Di quel disco, Italian Ice è quasi una sorta di secondo capitolo, poiché attinge alle stesse influenze, allargandone però i confini. E’ egualmente potente, eppure meglio organizzato, meglio suonato e, in qualche modo più calibrato e consapevole. Cosa manchi a questa ragazza per diventare una stella di prima grandezza, non è dato sapere. La strada è comunque intrapresa e se, come ritengo, questa nuova fatica comparirà molto in alto nelle classifiche di fine anno, per la Atkins sarà forse il momento del definitivo grande salto. Non certo qualitativo (quello è già in atto), ma mediatico e commerciale.

VOTO: 8





Blackswan, martedì 07/07/2020

lunedì 6 luglio 2020

PREVIEW




BILL CALLAHAN annuncia il nuovo album GOLD RECORD, in uscita il 4 settembre su Drag City Records.
Per il suo primo disco in… beh, poco più di un anno, Bill Callahan ci regala un “disco d’oro”. Potremmo anche chiamarlo “dischi d’oro”: le canzoni sembrano tutte autonome, come se fossero singoli, in modo da poterle avvicinare profondamente, come se fossero tante relazioni, dall’inizio alla fine. E cosa ottieni quando hai un album fatto di singoli e, ammettiamolo, singoli da classifica? Ottieni un Gold Record, un disco d’oro.
Per Bill, prepararsi al tour di Shepherd In a Sheepskin Vest significava stare lontano da casa per lunghi periodi di tempo, mesi, stagioni, forse anche un anno intero, chi poteva saperlo? Percependo ciò, Bill tirò fuori dal suo taccuino alcuni schizzi e li terminò. Prima di rendersene conto, aveva un pugno di nuove canzoni.
È successo tutto in fretta. Le basi sono state registrate dal vivo, con Matt Kinsey alle chitarre e Jaime Zurverza al basso. Batteria e fiati sono stati aggiunti poi a un paio di tracce. Dei dieci brani, sei sono prime take e anche le sovraincisioni, dove necessarie, sono state fatte molto velocemente. Ascoltando il disco si nota una coesione intuitiva molto ricca, dietro la titanica voce di Bill: la gentile ma spiritata conversazione tra le chitarre di Bill e Matt, le sottili linee di basso, i ritmi della batteria e le bizzarrie della tromba, dei fiati e dei synth colgono note sorprendenti e discordanti come il suono naturale che accompagna ogni vita vissuta.





Blackswan, lunedì 06/07/2020

sabato 4 luglio 2020

ANA POPOVIC - LIVE FOR LIVE (Artistexclusive/AnaPopovicMusic, 2020)

A quarantaquattro anni, Ana Popovic è quel che si dice un’artista affermata: si è fatta un nome in ambito rock blues e si è creata, grazie a una già considerevole discografia, un seguito di fan appassionato e fedele. Chitarrista tecnica, ma non priva di una certa gagliardia espressiva, la musicista serba ha giocato negli anni con uno spettro di sonorità (rock, blues, jazz, soul) che ha saputo sempre maneggiare con autorevolezza, senza però mai tentare azzardi o aprirsi alla sperimentazione.
Si è sempre mossa, cioè, in una propria comfort zone, evitando di assumersi grandi rischi, e virando spesso verso certe patinature (immediatamente riconoscibili dalle copertine dei suoi album) che hanno sopito l’ardore, piegandolo a logiche più smaccatamente mainstream. Se in studio, i risultati sono stati altalenanti (l’ottimo e monumentale Trilogy del 2016, il prescindibile e mediocre Like It On Top di due anni fa), dal vivo, la Popovic ha sempre dato il meglio di sé, come se, fuori dagli angusti spazi della sala di registrazione, ritrovasse improvvisamente libertà espressiva e sacro fuoco.
Questo nuovo album è, in tal senso, la riprova di quanto la chitarrista sul palco riesca a esprimere le sue doti migliori, che, fortunatamente, non solo quelle di una tecnica indiscutibile. Registrato il 2 novembre del 2019, a Issoudun (Francia) presso il Centre Culturel Albert Camus, Live For Live fotografa una serata vibrante, in cui la passione e la propensione al groove si sposano con l’ottima performance della Popovic e di una fantastica backing band, composta per tre quinti da musicisti italiani (Michele Papadia alle tastiere, Davide Ghidoni alla tromba, Claudio Giovagnoli al sax), oltre a Buthel al basso e Jerry Kelley alla batteria.
Il risultato è un disco molto suonato, in cui tutti gli elementi della band si ritagliano momenti di assolo importanti, dando vivacità e colori all’esecuzione dei brani e alzando il livello tecnico della performance: se suonare tanto è un bene, suonare bene è meglio.
Ana guida le danze, cantando con mestiere in tutti i brani e accendendo la miccia alla sua esplosiva Fender: piede spesso schiacciato sul pedale wah wah, e profilo minimal durante l’esecuzione, salvo, poi, al momento giusto, prendersi gli spazi per impetuosi e ficcanti assolo. Tante note, ma mai sprecate, tanta grinta, velocità e tecnica.
Un live stilisticamente elegante, in cui la forma è sostanza, e la sostanza possiede l’impeto d’improvvisazione delle migliori jam band. Ogni brano in scaletta è vera goduria per le orecchie: dal groove funky delle infuocate Can You Stand The Heat e Fencewalk, ai fiati scintillanti in stile New Orleans di New Coat Of Paint, dal blues indemoniato e adrenalinico Can’t You See What You’re Doing To Me (Albert King) fino alle atmosfere sensuali e in punta di plettro della lunga, vibrante Johnnie Ray, è tutto un susseguirsi di emozioni, sudore, giocosa e divertente musica.
Se la Popovic riuscisse in studio a replicare anche solo la metà di questa pura energia che riesce a creare sul palco, avremmo dischi di caratura impressionante. Al momento, però, così non è, e ci tocca “accontentarci” di questo, che è uno dei migliori live pubblicati nel 2020.

VOTO: 8





Blackswan, sabato 04/07/2020

venerdì 3 luglio 2020

PREVIEW




Tre anni dalla publicazione dell’acclamato album Poison The Parish, la band multiplatino SEETHER annuncia l’atteso nuovo album Si Vis Pacem, Para Bellum in uscita il 28 agosto su Fantasy Records/Spinefarm. Tratto come “se vuoi la pace, preparati per la guerra,” l’album contiene 13 brani, un mix di euforia e tormento, senza dubbio il materiale più forte dell’illustre carriera dei SEETHER, tra cui il bellissimo e tormentato singolo “Dangerous” disponibile da oggi e accompagnato da un video creato dal regista turco Mertcan Mertbilek (Santana, Ray Charles, Ravi Shankar, Elvis Costello).
Questi brani sono stati creati per annidarsi nelle tue orecchie come un piccolo coniglio di velluto che stringe un coltello a serramanico,” afferma il leader Shaun Morgan. Questa franchezza coraggiosa tocca le corde musicali e liriche dei brani, esplorando ed eviscerando i demoni personali e culturali. “Questo album rappresenta me stesso che affronto questo processo. Mi espongo fino al punto da non sentirmi più a mio agio,” afferma. “Ma penso che sia ok. Sono orgoglioso di essere un po’ più vulnerabile in questo album."
Ottavo album in studio per i SEETHER Si Vis Pacem, Para Bellum è stato prodotto da Morgan e mixato da Matt Hyde (Deftones, AFI) a Nashvile nei mesi di dicembre 2019 e gennaio 2020. In questo nuovo album è presente il nuovo membro Corey Lowery (ex chitarrista e cantante dei Saint Asonia e Stuck Mojo), amico di Morgan da 16 anni, nonchè assistente nella produzione del disco. “Corey ha molta esperienza ed è anche un grande chitarrista; è il fratello più grande che non ho mai avuto,” aggiunge Morgan. La sezione ritmica dei SEETHER è formata dal membro fondatore e bassista Dale Stewart e dal batterista John Humphrey (che si è unito alla band nel 2003).
In Si Vis Pacem, Para Bellum Morgan porta la sua sensibilità cantautorale ai groove heavy rock della band. Ispirandosi all’oscurità e alla franchezza cruda del grunge, al punk underground e al metal sud africano con i quali Morgan (e Stewart) sono cresciuti, il mix sonoro dei SEETHER è inconfondibile e senza tempo.
Il primo singolo estratto “Dangerous” si fa subito notare. Mentre la band preferisce lasciare “Dangerous” aperto alle interpretazioni, il testo “It’s so dangerous all this blamelessness / and I feel like I lost all the good I’ve known” è un’accusa generale alla società. In “Beg”, Morgan urla “See hope fading out of your eyes / This time the pain is going to feel unreal.” I testi di Si Vis Pacem, Para Bellum sono brutali e bellissimi e infondo a questi brani un’urgenza catartica come in “Failure”: “I live my life like a broken-hearted failure / I’m trying to shed some light on the scars left by the razors.”





Blackswan, venerdì 03/07/2020

giovedì 2 luglio 2020

THE CORNERSHOP - WHEN I WAS BORN FOR THE 7th TIME (Wiiija, 1999)

I Cornershop si formano a Leicester, anche se i membri, in realtà, sono originari della vicina Wolverhampton. E’ il 1992, quando i fratelli Tjinder (voce) e Avtar (basso) Singh e David Chambers (batteria) escono dalla line up dei General Havoc e danno vita a un nuovo progetto (a loro si unirà anche il tastierista e chitarrista Ben Ayres).
L’idea che sta alla base della loro musica è semplice ma estremamente suggestiva: ibridare il pop rock di matrice britannica che imperversa in quegli anni con il folk indiano, utilizzando ritmiche dance a fare da collante. L’intento è musicale, certo, ma anche interculturale: dare voce e visibilità alla nutrita comunità indiana che vive in Gran Bretagna e tracciare una strada festaiola e divertita per la convivenza fra giovani di estrazione etnica tanto diversa.
Un sodalizio India/Inghilterra che parte con tre dischi (Elvis Sex Change del 1993, Hold On It Hurts del 1994 e Woman’s Gotta Have It del 1995) molto interessanti in prospettiva, un po' acerbi, ma frizzanti e spassosi. Il botto, quello vero, i Cornershop lo fanno, però, nel 1997 con la pubblicazione di When I Was Born For The 7th Time capolavoro di meticciato, trainato da un singolo bomba come Brimful Of Asha. E’ questa canzone la chiave per aprire le porte del successo e per ritagliarsi un angolo di fama nel composito panorama britannico dell’epoca. Primitiva nella sua essenzialità, ballabile e contagiosa, Brimful Of Asha si piazza al sessantesimo posto nelle chart britanniche, ma possiede la forza per trainare il disco, di cui è la seconda traccia, fino alla diciassettesima piazza, conferendo alla band lo status, tanto caro agli inglesi, di “next big thing”. Sarà poi un remix dell’ex Housemartins, Fatboy Slim, pubblicato l’anno successivo, ha consegnare la canzone al successo planetario e alla storia.
When I Was Born For The 7th Time non è, però, solo Brimful Of Asha: le quindici canzoni in scaletta sono un equilibrato compendio di pop e musica indiana, di rumori, campionamenti e melodie anni ‘60, tutte brillanti, fresche e ispiratissime.
L’ipnotica raga dance We’re In Yr Corner, il groove irresistibile di Good Shit, l’extrasistole funky di Funky Days Are Back Again, il pop stravagante e acchiappone di Sleep On The Left Side, il sincretismo straniante di Candyman, che fonde blues e dance, e l’irriverente cover di Norvegian Wood dei Beatles, spinta fino a confini più estremi dell’India, sono numeri da fuoriclasse che plasmano la materia con consapevolezza assoluta.
Una formula, quella dei Corneshop, che, nonostante sia stata intervallata da lunghi iato, resiste all’usura del tempo, dal momento che è recentissima l’uscita del nuovo album, England Is a Garden. Mancano l’effetto sorpresa e le intuizioni brillanti contenute in When I Was Born For The 7th Time, ma la proposta rimane insolita, divertente e divertita.





Blackswan, giovedì 02/07/2020

mercoledì 1 luglio 2020

PREVIEW



THE FLAMING LIPS annunciano il nuovo album AMERICAN HEAD in uscita l’11 settembre su Bella Union [PIAS]. 

L’album è composto da 13 brani dalle atmosfere cinematografiche, prodotte dal collaboratore di lunga data Dave Fridmann e dai The Lips. Tra questi troviamo “God and the Policeman” che vede ai cori la superstar country Kasey Musgraves. Come mostrato in anteprima con la pubblicazione di “Flowers Of Neptune 6”, AMERICAN HEAD affronta un salto temporale che occupa uno spazio simile a quello di The Soft Bulletin o Yoshimi Battles The Pink Robots e possiamo considerarlo il loro lavoro più bello e organico di sempre. La band condivide oggi il video per “My Religion Is You”.
AMERICAN HEAD vede The Flaming Lips muoversi in spazi maggiormente riflessivi dal punto di vista testuale, così come spiega Coyne in un lungo racconto sull'album. Leggi un estratto:
Anche se The Flaming Lips sono originari dell’Oklahoma, non abbiamo mai pensato di essere una band AMERICANA. Crescendo in Oklahoma (avevo più o meno 6 o 7 anni) non sono mai stato influenzato, e non conoscevo musicisti dell’Oklahoma. Ascoltavamo per lo più i Beatles e mia madre amava Tom Jones (parliamo degli anni ‘60)...solo dopo aver compiuto 10 o 11 anni, i miei fratelli più grandi iniziarono a conoscere qualche musicista della zona.
Quindi...per la maggior parte della nostra vita musicale, abbiamo pensato a noi stessi come una band che veniva dalla ‘terra’...non ci importava davvero da DOVE venivamo. Quindi per la prima volta nella nostra vita musicale iniziammo a pensare a noi stessi come ‘UNA BAND AMERICANA’… dicendo a noi stessi che sarebbe stata la nostra identità per la prossima avventura creativa. Diventammo un ensemble di 7 musicisti e iniziammo a sentire sempre più affinità con le band formate da tanti membri. Inziammo a pensare a band americane come The Grateful Dead e Parliament- Funkadelic e a come avremmo potuto abbracciare questa nuova idea.
La musica e i brani contenuti in AMERICAN HEAD si basano su un sentimento. Un sentimento che, penso si possa esprimere solo attraverso la musica e le canzoni. Durante la scrittura dell’album, stavamo cercando di NON ascoltarlo in quanto suono...ma di percepirlo. Il sacrificio della madre, l’intensità del padre, la follia del fratello, la ribellione della sorella...non riesco davvero a trovare le parole.
Qualcosa cambia e gli altri (i tuoi fratelli e le tue sorelle, tua madre e tuo padre...i tuoi animali domestici) iniziano a diventare sempre più importanti per te...all'inizio ci sei solo tu...e tuoi desideri sono tutto ciò di cui ti importa...ma...qualcosa cambia...penso che tutte queste canzoni parlino proprio di questo piccolo cambiamento.”





Blackswan, mercoledì 01/07/2020

martedì 30 giugno 2020

NORAH JONES - PICK ME UP OFF THE FOOL (Blue Note Records, 2020)

Sono passati diciotto anni dal successo clamoroso di Come Away With Me (2002), da quei venticinque milioni di copie e ben cinque Grammy vinti, e la classe di Norah Jones è rimasta intatta. Un segno distintivo indiscutibile, tratto principale degli otto album in studio e di tutti i progetti paralleli messi in piedi dalla figlia del leggendario Ravi Shankar (il disco con Billy Joe Armstrong dei Green Day, il country blues dei The Little Willies, il terzetto tutto al femminile delle Puss N Boots).
Quel successo planetario, in seguito, non è più arrivato, ma la Jones non ha smesso di credere nelle proprie qualità, rilasciando dischi commercialmente meno entusiasmanti ma sempre vestiti con la stoffa migliore della sartoria. Pick Me Up Off The Fool, uscito a ridosso del nuovo capitolo targato Puss N Boots, conferma l’assunto e fotografa un’artista in ottima forma, capace di replicare nei suoni, se non nell’ispirazione, la magia dell’acclamato esordio.
La prima impressione, ascoltando queste undici tracce, è proprio quello di trovarsi di fronte a una raccolta capace di replicare quei lontani standard con un gusto classicissimo. Le melodie cesellate deliziosamente dal pianoforte si adagiano in quella nicchia che la Jones ha scavato tra jazz, pop, blues, country e gospel, senza però suonare esplicitamente ed esclusivamente come nessuno di questi generi. La sua voce morbida, poi, si prende spesso la scena, caratterizzando le undici canzoni con un timbro unico, immediatamente riconoscibile.
Il risultato è un disco sofisticato, elegante, arrangiato con cura artigianale, il cui suono è arricchito da pedal steel, violini e partiture d’archi, per un mood che vira spesso verso paesaggi contornati da quella luce che esita fra il crepuscolo e la notte. Un tocco di oscurità, quindi, bene evidenziato, sotto il profilo delle liriche da un approccio decisamente più poetico ed elusivo, ispirato e assistito dalla poetessa Emily Fiskio, che firma le liriche di Were You Watching?, il momento più teso e inquietante del disco. E non è da meno il testo di This Life, scritta prima della pandemia, certo, e mesta presa d’atto di un amore collassato, ma perfetta per raccontare i giorni drammatici del Covid 19 e dell’isolamento.
Tante belle canzoni in scaletta, alcune da annoverare tra le sue migliori di sempre, come la conclusiva e struggente Heaven Above, rarefazione in punta di dita e di plettro, scritta ed eseguita con Jeff Tweedy, qui in veste anche di co-produttore.
Pick Me Up Off The Fool è un disco prevedibile, potrebbero sostenere i detrattori, e forse è anche vero: probabilmente, si poteva osare di più e tentare di uscire dalla comfort zone della ballata, che tanto ha inciso sulla carriera dell’artista newyorkese. Questa, però, è Norah Jones, prendere o lasciare: il suo lo sa fare meravigliosamente, e quella classe di cui si scriveva all’inizio fa la differenza, rendendo questo ottavo album in studio uno dei migliori in carriera.

VOTO: 7 





Blackswan, martedì 30/06/2020

lunedì 29 giugno 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO



La reclusione di questi mesi o se preferite l’abusata espressione anglosassone “lockdown”, pare non essere servita. E non mi riferisco certo al contenimento del virus quanto alla perfidia umana, pervasiva e letale al pari del Covid. L’odore nauseabondo dell’ipocrisia si avvertiva già all’epoca dei flash mob, quando in tempi di restrizioni dovuti alla pandemia, i condominii si affollavano di improvvisati menestrelli. Balconi ornati di tricolore, lenzuola con arcobaleni e scritte con “andrà tutto bene” per non parlare della insopportabile retorica della ritrovata famiglia del Mulino Bianco con il ritornello “state a casa”. Purtroppo, non è andato tutto bene e non mi riferisco alla disastrosa ricaduta sull’economia che il virus ha causato. 
Il risveglio è stato amaro: l’egoismo, l’odio, la sopraffazione imperversano come mai prima d’ora. Chi pensava che il Covid potesse rimettere ordine nel mondo ristabilendo equilibrio, senso del limite, rispetto verso il prossimo, l’ambiente, i deboli, si è dovuto ricredere. È tornato il mondo di prima, più brutale, individualista, sguaiato e arrogante. Guardate, ad esempio, la politica di casa nostra. Altro che collaborazione, solidarietà, unità di intenti. Parole al vento, come era intuibile: finito il lockdown sono ricomparsi i Salvini, le Meloni, i Renzi, gli Sgarbi i selfie, gli insulti, le denigrazioni e potrei continuare l’elenco a oltranza. 
È ritornata l’Italia maleducata, quella che offende, quella che irride. In certi casi, e ahinoi non sono pochi, la paura del contagio pare avere lasciato il posto a una sfida nei confronti delle regole. Ed ecco spiagge brulicanti di vacanzieri impazziti, code in autostrada per un posto al sole e il distanziamento sociale in cantina al posto del materassino. Diceva Rita Levi Montalcini: “Non temete i momenti difficili. Il meglio viene da lì”. Io invece temo i momenti difficili come questi in cui molti sembrano avere dimenticato. Come se nulla fosse accaduto, ma purtroppo qualcosa di grande è accaduto.

Cleopatra, lunedì 29/06/2020

P.S. Il Meglio del Peggio vi dà appuntamento a settembre.

sabato 27 giugno 2020

THE BLOWER'S DAUGHTER - DAMIEN RICE (14th Floor, 2002)



E’ il primo febbraio del 2002, quando Damien Rice, songwriter irlandese, originario di Kildare, pubblica il suo primo album, intitolato semplicemente O. Il disco, nonostante sia uscito per un’etichetta indipendente, la 14th Floor (Rice respinse l’offerta di alcune major, per poter dare sfogo, senza vincoli, alla propria libertà creativa), scala le classifiche anglosassoni, piazza due singoli nella top 30, e strappa sperticati elogi da parte della critica specializzata.
Un disco di folk delicato, intimista e malinconico, che viene saccheggiato da produzioni cinematografiche e televisive, che inseriscono molte delle canzoni in esso contenute nelle colonne sonore di film e serie: Delicate in Lost e Dr. House, Cold Water in E.R. – Medici In Prima Linea e nel lungometraggio Stay – Nel Labirinto Della Mente, Cannonball in The L World e The O.C. E’ The Blower’s Daughter, però, la canzone più “rubata”, visto che compare nella colonna sonora di The L World, in quella del bellissimo Closer di Mike Nichols e, strano a dirsi, anche ne Il Caimano, film datato 2006 per la regia del nostro Nanni Moretti.
Una canzone tanto bella e struggente, questa, da oscurare nel tempo anche la fama del disco da cui proviene, e che si identifica così tanto con il suo autore da divenire una sorta di spontanea equazione: Damien Rice = The Blower’s Daughter. Un brano che avvince fin dall’incomprensibile titolo, in cui molti hanno voluto un riferimento alla figlia di un fantomatico insegnate di clarinetto (blower, in inglese, si traduce in soffiatore), anche se lo stesso Rice ha sempre smentito.
Nonostante il titolo enigmatico e, a ben vedere, non particolarmente evocativo, il brano entra nell’immaginario collettivo come una delle canzoni più tristi di sempre, quelle da nodo in gola e fazzoletto alla mano, per intenderci. Anche perché il testo è molto meno sibillino e si riferisce con chiarezza a una storia d’amore finita o, volendo creare un’ulteriore suggestione, a un’attrazione non corrisposta, o a un rapporto impossibile, coltivato solo nella testa del protagonista del brano.
Ed è così, proprio come tu hai detto che sarebbe stato”: la canzone inizia con questa presa di coscienza che tutto è finito, la consapevolezza che il sogno d’amore è svanito nel nulla, frantumatosi contro la triste realtà dei fatti. Come dire: ci ho creduto, ho sperato, nonostante tutto, nonostante tu mi avessi avvertito che sarebbe finita male.
Certo, l’amore se n’è andato, ciò che poteva essere non è stato, restano il rammarico e la recriminazione (Ti ho detto che ti disprezzo?), ma dimenticare è impossibile e il ricordo fa male (“non posso toglierti gli occhi di dosso, non posso smettere di pensarti”). Il sentimento, però, non è eterno, e una canzone che codifica nelle liriche l’iconografia epica di un amore impossibile, ma senza fine, ha nel finale una svolta sorprendentemente amara: “non posso smettere di pensarti…fino a quando non troverò qualcun altro”.
Leggete quest’ultima frase in combinato composto con il primo verso della canzone e avrete scoperto il significato del brano: è così, il cerchio si chiude (il titolo del disco acquisisce maggior chiarezza), gli amori vanno e vengono, non c’è nulla che duri per sempre. E come nella vita, coi suoi corsi e ricorsi, la ripetizione di dinamiche che paiono esclusive, diventano poi buone per ogni altra relazione. Panta Rei: tutto scorre.





Blackswan, sabato 27/06/2020

venerdì 26 giugno 2020

LARKIN POE - SELF MADE MAN (Tricki-Woo Records, 2020)

Dopo circa dieci anni e cinque dischi in studio, le Larkin Poe, Rebecca Lovell, voce e chitarra, e Megan Lovell, lapsteel, dobro e voce, fissano il primo traguardo della loro carriera. E lo fanno intitolando il nuovo disco in un modo scherzoso, che riassume molte bene lo stato dell’arte: con impegno, passione e sudore si arriva ovunque.
Ce l’hanno fatta, insomma, hanno lavorato duramente, suonato incessantemente, hanno prodotto la loro musica attraverso una propria etichetta (Tricki-Woo Records) e sono passate, in un decennio, dal garage di casa a una nomination ai Grammy. Una sempre maggiore rilevanza mediatica che però non ha distratto le due ragazze dal loro obbiettivo né le ha spinte verso scelte artistiche differenti da quelle che hanno abbracciato fin dagli esordi.
Certo, la loro rilettura di un genere antico come il blues fa storcere il naso a molti ascoltatori ortodossi. Le due sorelle Lovell, infatti, camminano in bilico fra tradizione e innovazione, plasmando le classiche dodici battute con grande modernità e azzardi stilistici che suonano decisamente anomali rispetto alla consueta visione del genere (nel precedente Venom & Faith fecero ricorso anche a un pizzico di elettronica).
Insomma, da un lato l’attenzione filologica alle radici è rispettata, dall’altro, però, c’è il tentativo di plasmare la materia per renderla più attuale. Il taglio è ricco di accenti rock, certi riff strizzano l’occhio alle arene, certi slanci melodici si adattano bene ai passaggi radiofonici. Un po’ mainstream, un po’ furbette, eppure irresistibili.
Le dieci tracce di Self Made Man si muovono su queste coordinate, e l’impressione è che le due ragazze di Atlanta abbiano definitivamente codificato il loro suono: grezzo e aggressivo, certo, ma capace di esser appetibile anche a chi non mastica molto il genere. Così, i riff zeppeliniani (la title track che apre il disco), i tamburi battenti e le sventagliate slide, che evocano il delta sound, vengono compensati da sornioni handclaps e da eccitanti ganci melodici.
Certo, non si può pretendere che questa declinazione del blues possa piacere ai puristi; eppure, sarebbe ingeneroso non riconoscere alle Larkin Poe il merito di aver plasmato un suono per adattarlo a orecchie meno allenate, pur tuttavia mantenendo profondo rispetto per la matrice iniziale. Non mancano né la grinta né la polvere, e non tutti gli spigoli vengono smussati, dando al risultato finale la sensazione di autenticità. Tuttavia, anche a voler vestire i panni di severi detrattori, Self Made Man suona comunque pimpante e divertente, e questo, per quanto ci riguarda, è sufficiente a farcelo piacere. 

VOTO: 7





Blackswan, venerdì 26/06/2020