giovedì 26 febbraio 2026

U2 - Days Of Ash EP (Island, 2026)

 


Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia”.

 

Queste parole di Antonio Gramsci hanno più di cento anni, ma mai come oggi suonano attuali, necessarie. Occorre schierarsi, prendere posizione, combattere per le proprie idee. Un invito che vale per tutti e, a maggior ragione, per coloro, artisti, musicisti, letterati, divi del cinema e della TV, che hanno una posizione sociale di rilievo, quel megafono, cioè, che amplifica, soprattutto in questo mondo social, ogni concetto veicolato.

Una premessa, questa, che vale anche quale anche spunto di riflessione, per introdurre la recensione di Days of Ash, nuovissimo EP pubblicato dagli U2 lo scorso 18 febbraio, attraverso il quale, la band irlandese sale sulle barricate, come non faceva da tempo, affrontando urgenti temi politici che riguardano i giorni oscuri che stiamo vivendo. Attraverso cinque canzoni e una poesia musicata, la band punta il focus della narrazione su Minneapolis, Iran, Cisgiordania, Israele e Ucraina, definendo i brani «sei cartoline da un presente che non vorremmo vivere».

Ispirati, probabilmente, da quei musicisti che la faccia ce l’hanno già messa, senza timore di schierarsi per la pace e la non violenza, criticando aspramente Trump e il governo israeliano (Bruce Springsteen, Roger Waters, Billy Bragg, etc.), anche Bono e soci, più volte criticati per le loro tiepide, se non insussistenti critiche al genocidio perpetrato a Gaza, scendono in campo con coraggio e dicono la loro, attraverso venticinque minuti di musica che, a dispetto di loro pubblicazioni più recenti, sembra aver ritrovato un’antica magia.

Niente di travolgente, ma sicuramente un dischetto che ci restituisce una band in palla e con le idee chiarissime.

L’inziale "American Obituary" è una canzone rock asciutta e vibrante, il cui suono della chitarra di The Edge richiama i tempi antichi in cui la band irlandese spaccava il mondo. Il testo racconta della morte a Minneapolis di Renee Good a opera degli agenti dell’ICE, ed è diretto, appassionato, chiaro nella sua condanna di una violenza senza senso.

Renee Good, nata per morire libera
Madre americana di tre figli
Il sette di gennaio
Una pallottola per ogni figlio, vedi
Che colore ha il suo occhio
930 Minneapolis
Per profanare la felicità domestica
Tre proiettili a raffica, tre bambini baciati
Renee, terrorista di casa?
Ciò che non puoi uccidere, non può morire
L’America insorgerà
Contro i bugiardi

 

"The Tears Of Things" è una ballata oscura e drammatica, in cui si immagina il dialogo fra Michelangelo e il suo Davide in chiave pacifista e antifascista (“Mussolini venne a vedermi, un’ombra al suo fianco”): è la bellezza delle cose, la bellezza dell’arte che piange di fronte a un mondo che non smette di correre verso l’autodistruzione, mietendo vittime in nome di folli totalitarismi, appoggiati dal complice silenzio della religione.

Sei milioni di voci zittite in soli quattro anni.
Il canto silenzioso della Cristianità,
così forte che tutti lo sentono.

Prima del fragore, prima dell’esplosione,il fetore e la vergogna,
c’è un suono di urla e lamenti
che grida il tuo nome.

Sono Davide, non Golia, sono nato a Betlemme,
e non c’è un noi se non c’è un loro.

 

"Song Of The Future" è un mid tempo pop rock, in cui la band irlandese racconta, attraverso un ritornello solare e di facilissima presa, la storia di Sarina Esmailzadeh, studentessa iraniana che nel 2022 è scesa in piazza per protestare dopo l’uccisione di Jina Mahsa Amini e che a sua volta è stata picchiata a morte dalla polizia. Il testo è diretto, emozionato, il tema è quello che certi eroi solitari non sono morti invano, perché il ricordo terrà vive, per sempre, nei nostri cuori, le loro indomite azioni.

Sarina Sarina

È la canzone del futuro

Risuona nella mia mente

Devo sapere, devo trovare un modo per raggiungerla

Sta tenendo alto il cartello

Tutta sola

Tutta sola

Ma non sola

Sì, non siamo soli

Sarina Sarina

È la canzone del futuro

 

In scaletta compare "Wildpeace", una poesia firmata dall’israeliano Yehuda Amichai e recitata dall’artista nigeriana Adeola Soyemi (Les Amazones d’Afrique) su musica degli U2 e di Jacknife Lee, che ha prodotto l’EP. Sono versi duri, che fotografano un mondo in cui la violenza e la morte sono ormai il pane quotidiano anche dell’infanzia (“E mio figlio gioca con una pistola giocattolo che sa Come aprire e chiudere gli occhi e dire Mamma”), ma che trovano nel finale un auspicio di pace e di speranza:” Lascia che arrivi, come i fiori selvatici, all'improvviso, perché il campo deve averla: pace selvaggia”.

"One Life At A Time" è un’altra grande canzone, una ballata tesa e drammatica, le cui note risuonano malinconicissime mentre Bono canta di Awdah Hathaleen, attivista palestinese e consulente del documentario No Other Land, ucciso nel suo villaggio in Cisgiordania, il luglio scorso, da un colono israeliano. 

Un cuore che ascolta è una mente che cresce

Il tempo non passa, aspetta fermo

Finché non ti incontra faccia a faccia

Un luogo di pace non è mai fermo

La fede per arrampicarsi su ogni collina 

 

Chiude la scaletta "Yours Eternally", la canzone più pop del lotto, in cui Bono e The Edge vengono affiancati dal musicista e soldato ucraino Taras Topolia, oltre che da Ed Sheeran, che dopo l’invasione russa ha messo in contatto gli U2 con l’artista ucraino e la sua band che si chiama Antytila. La canzone è stata scritta sotto forma di lettera di un soldato ai propri cari: 

Non dormire

Non pensarci nemmeno

Non c'è bisogno

Forse un po'

Sogna ancora

Di svegliarti libero

Come possiamo essere

Dimentica

Qualunque cosa non vada bene

Rimpiangi

Non rimpiangere nulla

Non scommettere

Di liberarti di me

Eternamente tuo 

 

E’ con questo messaggio di speranza che si chiude il lavoro di una band a cui, una ritrovata passione politica, sembra aver fatto un gran bene. Non c’è nulla di sconvolgente in queste canzoni, ma sono finalmente veraci, dirette, traboccanti di sincera passione. Perché schierarsi, lo ribadiamo, non solo fa bene all’arte, infiamma il cuore, pulsa nuovo sangue nelle vene ma, soprattutto, possiede il potere di stimolare le coscienze, aprire gli occhi di chi non vuole vedere e le orecchie di chi non vuole ascoltare, strattonare il dormiente, convincere lo stolto.

Come Springsteen, gli U2 hanno il merito di coagulare intorno alla loro musica una nuova resistenza che, se troverà sempre nuove voci disposte a una lotta di pace e d’intelletto, forse, dico forse, avrà finalmente la forza di cambiare il mondo.

Voto: 8

Genere: Pop, Rock

 


 

 

Blackswan, giovedì 26/02/2026

martedì 24 febbraio 2026

Home - Edward Sharpe & The Magnetic Zeros (Vagrant, 2009)

 


Edward Sharpe & the Magnetic Zeros sono stati per una decina d’anni una delle band che, fuori tempo massimo, ha incarnato alla perfezione lo spirito hippy. Quattro gli album pubblicati, ma una sola canzone degna di nota, che non fu mai un successo commerciale, ma che ebbe grande e duratura eco anche in Italia, in quanto sigla della pubblicità di un noto marchio automobilistico.

La canzone in questione si intitola "Home" e fu scritta dai cantanti degli Edward Sharpe & the Magnetic Zeros, Alex Ebert e Jade Castrinos, che all'epoca, era il 2009, erano una coppia. Il brano venne concepito un pomeriggio in cui i due si stavano divertendo all'Elysian Park di Los Angeles. Quando rincorrendosi, lei perse le scarpe, lui la portò in spalla fino a casa. La scena sembrava il montaggio di una commedia romantica e, euforici d'amore, giunti al loro appartamento, scrissero la canzone. Utilizzando il software Pro Tools di Ebert, misero insieme il brano in men che non si dica, scambiandosi le battute e poi cantando insieme il ritornello.

Il testo è decisamente zuccherino, eppure, grazie anche alla bella melodia, suona incredibilmente sincero:

"Ti seguirò nel parco

Attraverso la giungla, attraverso l'oscurità

Ragazza, non ho mai amato nessuno come te"

E ancora:

"Casa è ovunque io sia con te"

Peculiarità del brano è l’intro, che Ebert esegue fischiettando e che ricorda le colonne sonore di Ennio Morricone presenti in molti western, spesso interpretati da Clint Eastwood.

Edward Sharpe & the Magnetic Zeros salirono alla ribalta all'inizio del revival della musica folk americana, che includeva artisti come i Mumford & Sons e i Lumineers, e la loro "Home", che faceva parte dell’album di debutto Up From Below,  veicolò il loro sound incentrato sull'amore e sulla vita in comunità, che, per qualche tempo, li rese protagonisti di quella particolare scena statunitense.

La band, per la cronaca, prende il nome da un personaggio di un romanzo che Ebert stava scrivendo: Edward Sharpe è una figura ultraterrena, una sorta di Messia, che giunge sulla Terra per offrire l'illuminazione alle masse, ma si ritrova distratto dalle belle donne.

Ebert, cresciuto in una famiglia dell'alta borghesia, ha trascorso molto tempo alla ricerca del senso della vita, e i suoi travagli interiori, per un certo periodo, l’hanno portato a essere dipendente dall'eroina. Lentamente e a fatica, si è disintossicato, ma la sobrietà non era certo nelle sue corde, così dopo aver abbandonato la terapia di sostegno, si è dedicato ai funghi allucinogeni. Lasciata la casa paterna, ha adottato un approccio esistenziale minimalista, senza auto, carte di credito e cellulare, e ha iniziato a lavorare su Up From Below in un minuscolo appartamento. Dopo aver incontrato Jade Castrinos, che la pensava esattamente come lui, ha formato una band di dieci elementi, dedicandosi alla realizzazione di un suono folk, gioioso e solare.  

L’approccio, che era un po’ quello da falò sulla spiaggia, veniva adottato anche durante le esibizioni del brano dal vivo: la band improvvisava un ritmo mentre Ebert e Castrinos si aggiravano tra il pubblico per quella che chiamavano "l'ora delle storie". Ognuno passava il microfono a un membro del pubblico, che raccontava la sua verità. Più hippy di così, è davvero difficile.

Nel 2014, quando Jade Castrinos si lasciò con Ebert, e di conseguenza lasciò il gruppo, l’esecuzione di "Home" cambiò notevolmente dinamica. Al loro primo concerto senza di lei (l'11 maggio 2014 allo Shaky Knees Music Festival di Atlanta) Ebert cedette gran parte del brano al pubblico, invitandolo a cimentarsi nelle parti vocali che erano originariamente della Castrinos, e così fu fino allo scioglimento del gruppo, avvenuto nel 2016.

 


 

 Blackswan, martedì 24/02/2026

lunedì 23 febbraio 2026

Puscifer - Normal Isn't (Puscifer Entertainment/Alchemy Recordings/BMG, 2026)

 


Ci ricordiamo troppo spesso solo di una band iconica come i Tool, dimenticandoci, invece, di quanto multiforme ed eterogeneo sia lo slancio artistico di Maynard James Keenan. Il cantante, spinto da un febbrile afflato creativo, continua a dare forma a quella che possiamo definire una variegata ispirazione. I Tool, che restano la casa madre, sono animati dall’idea di tratteggiare in modo inusuale la materia metal e alternative rock, offrendo un suono astratto, cerebrale ed ellittico, gli A Perfect Circle cercano una strada più diretta, emotiva e fruibile, mentre i Puscifer rappresentano la voglia di libertà, di sperimentare tout court, aggirando bellamente tutti i tropi di genere per creare una materia che sia disorganica e perennemente in movimento.

Peraltro, quello che sembrava un progetto estemporaneo, nato con intenti teatrali e multimediali, è ora diventato più solido, anche da un punto di vista della continuità creativa, delle altre due entità.

Pensare ai Puscifer, è come pensare a un non luogo in cui tutto può accadere, a una musica definita più dagli spazi che la band ha lasciato aperti che da quelli che ha occupato. Continua e inafferrabile evoluzione. L'informe (o multiforme) creatura di Maynard James Keenan è una delle band più fantasiose del suo tempo, capace di estendere la sua scrittura e la sua apertura mentale agli angoli più sperimentali del rock, utilizzando definizioni vaghe per stabilire, di volta in volta, nuovi standard.

Quello che è iniziato come un progetto solista con un cast a rotazione, ha poi continuato a includere stabilmente, oltre a Keenan, anche Mat Mitchell e Carina Round, consolidando un trio che non ha fatto altro che rafforzare i propri nobili intenti, tanto che il nome stesso ha quasi trasceso i musicisti che lo hanno fondato, ergendosi a sfogo per l'inarrestabile creatività di questo trio.

Normal Isn't, il primo album in studio della band dal 2020, è una lettera cruda e poetica a noi e al mondo che circonda: c'è una rabbia ribollente e travolgente in queste canzoni che è palpabile, quasi come se i Puscifer si fossero fatti carico del peso emotivo della frustrazione repressa della società e lo avessero scatenato attraverso toni brucianti e armonie fuori dagli schemi. Un disco che normale non lo è, certo, se per normalità si intende la capacità di arrivare al grande pubblico, di usare un linguaggio comprensibile ai più, di imboccare la strada di un’espressione artistica condiscendente e malleabile. 

C’è, invece, a differenza dei precedenti lavori, un solido fil rouge, che è rappresentato dall’amore di Keenan per gli anni ’80 della dark wave e del post punk, generi amati in gioventù e, oggi, riletti per dare impeto a un’urgenza creativa (e politica) non più differibile.   

Normal Isn't è, in tal senso, un album di protesta che riflette i tempi moderni attraverso la lente di tre musicisti desiderosi di trovare un senso o una logica alle storture della società. C'è una fremente veridicità in queste canzoni che non lasciano quasi nulla all'immaginazione, prendendo di mira i politici, gli effetti della propaganda e danni che ne derivano. I Puscifer prendono posizione e non si trattengono (si pensi all’invettiva anti Trump di "Self-Evidence": “You’re an idiot, you embody every bit of it, even set a new precedent”), raccontano l’apocalisse dei nostri giorni, attraverso l’inquietante copertina e le loro audaci visioni, strumento affilato per intagliare canti di sgomento nella spessa corteccia di un rock ipnotico, sintetizzato, notturno, in cui gli unici bagliori sono luci al neon di melodie contratte e minimali, barbagli di speranza che attraversano l’oscurità esistenziale, in contrapposizione a una rabbia ben indirizzata e, perciò, tagliente ed esiziale.

Nonostante si muova in una cruda realtà, ove tutto appare freddo, decostruito, ingannevole e nocivo, la tracklist è dinamica e stimolante, per quanto animata da un’inquietudine che resta sempre padrona della scena, anche in quei momenti più “accessibili” che si avventurano in territori cari ai Depeche Mode più oscuri, come "Pendulum" o "The Quiet Parts", animata da una ritmica quadrata, chitarre psichedeliche e dall’interplay fascinoso delle voci di Keenan e della Round.

Tutto si palesa, però, all’altezza della fama della band, a partire dal cazzotto in pieno volto di "Mantastic", aggressiva e ostile come alcune cose dei primi Tool, fino all’incedere glaciale e ansiogeno dell’iniziale "Thrust", che ricorda in alcuni momenti il Peter Gabriel più oscuro e dissonante di "No Self Control" e "Intruder", o al basso ossessivo e ferale che accompagna "Bad Wolf" verso crepuscoli new wave ben tratteggiati decenni fa dagli Ultravox o, ancora, al funky della title track, risucchiato dagli inferi e rimasticato dal basso sussultante del grande Tony Levin.

Normal Isn’t è un disco dal fascino oscuro e respingente, un disco attraversato da cavi elettrici scoperti che veicolano, da un lato, un’indefettibile presa di posizione socio-politica e una critica aspra e senza compromessi, e dall’altro, la riproposizione di un suono, la cui provenienza è immediatamente riconoscibile, per quanto plasmata dalla visione libera e coraggiosa di una band, che sa rileggere le citazioni con uno stile tanto ricercato quanto minimale.

Un’esperienza d’ascolto impegnativa e non per tutti, ma che finisce per essere estremamente appagante per coloro che della normalità se ne fanno un baffo. 

Voto: 9

Genere: Post Punk, New Wave




Blackswan, lunedì 23/02/2026

giovedì 19 febbraio 2026

Textures - Genotype (Kscope, 2026)

 



La storia degli olandesi Textures nasce molto tempo fa, esattamente nel 2003, quando la band pubblicò Polaris, un esordio che fece innamorare la stampa specializzata, affascinata da quella miscela intrigante fra progressive, death e metalcore, e che li fece accostare, non a torto, a una band iconica come quella dei Meshuggah.

Poi altri tre album, segnati da svariati cambi di line up, in cui il suono si ammorbidiva, aumentando il tasso melodico, e, quindi, l’ambizioso progetto di due album tra loro concettualmente collegati, il primo dei quali, Phenotype, venne pubblicato nel 2016, prima dell’improvviso scioglimento del gruppo, per non ben specificati motivi.

Oggi, ben dieci anni dopo, esce Genotype, il secondo album di quel progetto interrotto, che vede tornare sulle scene la band con la stessa formazione del precedente (il cantante Daniël de Jongh, i chitarristi Jochem Jacobs e Bart Hennephof, il bassista Remko Tielemans e il batterista Stef Broks), ma con una scaletta riscritta completamente.

Se, sotto il profilo delle liriche, il disco affronta temi sociali, fotografando il mondo degli ultimi, dei diseredati, di coloro che mangiano il pane duro della vita, ma lottano e sopravvivono, lanciando così un messaggio positivo a tutta l’umanità, musicalmente il disco, autoprodotto dalla band e mixato meravigliosamente da Forrester Savell, suona moderno e cinematico, i sintetizzatori respirano e avvolgono, le chitarre alternano ricami melodici a momenti di furore (controllato), la sezione ritmica porta con sé sia groove che slancio narrativo, mentre la voce di Daniel de Jongh passa con naturalezza dal cantato pulito al growl, tecnica usata con sapienza per accentuare la drammaticità di alcuni passaggi cardine.

Rispetto al passato, è evidente che la band giochi maggiormente la carta della melodia e della linearità, dando maggior respiro alle composizioni ed evitando, almeno in parte, i muscoli che menano il randello e una narrazione basata sul tecnicismo (se non fosse per il superbo lavoro dietro le pelli di Stef Broks, spesso alle prese con tempi sincopati).

In tal senso, il brano strumentale d'apertura, "Void", esplicita il nuovo corso, fungendo da colonna sonora di benvenuto, creando un mix fra ouverture rock epica e suggestioni ambient.

Si entra, quindi, nel vivo della scaletta con il singolo di lancio, "At the Edge Of Winter" (con il cameo della vocalist Charlotte Wessels, ex Delain), un brano ricco di sintetizzatori e straordinari groove poliritmici, in cui il ringhio delle chitarre è mitigato dall’impianto melodico vagamente malinconico e dal riuscito interplay fra le due voci.

Con i suoi sette minuti di durata, la successiva "Measuring The Heavens" è senza dubbio il brano più ambizioso del lotto: un’introduzione ricca di synth stratificati e un andamento labirintico e pulsante, che lascia spazio, pian piano, alle chitarre e a un’esplosione finale, rabbiosa e epica.

Non deludono, poi, "Nautical Dusk" e "Vanishing Twin" costruite ancora una volta sull’alternanza tra brevi aggressioni sonore, perfetto bilanciamento fra synth e chitarre, groove incalzanti e un impianto melodico sempre più preponderante.

Piuttosto che inseguire l'escalation tecnica, "Genotype" enfatizza lo spazio, l'atmosfera e si concentra nel mettere in evidenza la scrittura delle canzoni. Che puntano prevalentemente su una combinazione di elementi che creano un format tutto sommato accessibile, come avviene in "A Seat for the Like-Minded" e nella chiusura "Walls Of The Soul", la prima che spinge su riff in tempi dispari alternati a momenti di drammatico raccoglimento emotivo, la seconda, e anche la più lunga del lotto, che si apre con un tempo sincopato e tastiere che evocano certa wave anni ’80, prima di lasciar spazio a uno dei momenti più ruvidi del disco, in cui il growl prende il sopravvento fra epica cinematografica e slanci furibondi.

Genotype è un disco senz’altro riuscito, levigato e ragionato nella produzione, e omogeneo nella sua struttura, un disco che rispetta il passato dei Textures, senza rinnegarlo, ma che finisce per imboccare la strada di una elegante prevedibilità, limando certi spigoli acuminati e, soprattutto, scegliendo di puntare prevalentemente sull’atmosfera a detrimento dell’aggressività. Un buon ritorno che, però, cambiando molte delle carte in tavola, lascia un punto di domanda per quello che sarà il prossimo futuro della band.

Voto: 7

Genere: Prog Metal 




Blackswan, giovedì 19/02/2026

martedì 17 febbraio 2026

Hallas - Panorama (Aventyr Records, 2026)

 


 

Sembra davvero sorprendente che un genere nato e legato indissolubilmente agli anni ’70, come il prog rock, continui a godere di ottima salute e abbia ancora schiere indomite di appassionati. Merito di vecchi dinosauri che non demordono, di un custode del genere come Steven Wilson, dei suoi dischi e delle sue opere di restauro, e merito anche di una schiera di nuove band che sono tornate a reinterpretare con passione quel suono antico.

E’ il caso, ad esempio, degli svedesi Hallas, che fin dalle prime note di questo nuovo Panorama, si pongono nel novero di quella che possiamo definire l’avanguardia del prog rock contemporaneo. Con questo quarto album in studio, il quintetto presenta una scaletta che consolida la propria voce distintiva nell’interpretare al materia, ma anche un’audace espansione che di questa materia sia può fare con tante idee brillanti, sperimentali, innovative.

Gli Hallas, da un certo punto di vista sono classicissimi, più reali del re, verrebbe da dire (uno sguardo alla copertina, i cui colori rimandano a Trespass dei Genesis); eppure, evitano fruste operazioni di copia incolla, miscelano i tropi del genere con audacia, accantonano il timore reverenziale verso gli anni d’oro del prog, per modernizzare, con un pizzico d’incoscienza, la proposta.

Concettualmente, il disco fotografa un paesaggio distopico vividamente immaginato, dove un eremita solitario osserva un mondo segnato dallo sfruttamento eccessivo e dall'incuria. La narrazione dell'album suggerisce una verità toccante: non importa quanto ci si ritiri dalle dinamiche della società, perché la realtà inesorabilmente continuerà a tallonarci, esigendo un nostro coinvolgimento.

Gli Hällas avvolgono questa meditazione esistenziale nel linguaggio familiare, ma in continua espansione, del prog: un'alchimia tra la grandeur deli anni '70, energici strattoni hard rock, morbido folk e sfumature psichedeliche.

Panorama si apre con la monumentale "Above the Continuum", un viaggio di ventun minuti che mette in mostra la capacità della band di mischiare le solite carte per dare vita a un organismo musicale la cui classicità è al servizio di un’espressività anomala. Dopo un'introduzione accattivante e ricca di synth, che accenna a texture elettroniche, il brano si dispiega in ricchi paesaggi prog classici: interplay fra le chitarre, lussureggianti linee di organo e Moog, e un'agile sezione ritmica navigano in intricati salti temporali, conferendo alla composizione struttura ed espansività. La voce di Tommy Alexandersson rimane dinamica e autorevole, fornendo un'impronta definitiva all'identità della band in tutto il brano.

Passaggi corali, assoli raffinati e una magistrale interazione tra gli strumenti elevano il brano a un arazzo sonoro multidimensionale. L'espansività sinfonica e la precisione tecnica coesistono senza soluzione di continuità, culminando in un finale heavy prog di intensa energia catartica.

"Face Of An Angel", pubblicata come singolo, offre un contrappunto più breve animato da una sensibilità pop e Aor immediata. Il ritornello è memorabile, mentre intricate linee di chitarra e tastiera dialogano senza sforzo nella parte centrale. La sezione ritmica guida il brano con slancio esuberante, e le linee vocali bilanciano calore, dinamismo e melodie contagiose.

Il passaggio a "The Emissary" è segnato da evocativi suoni del mare, che conducono a un brano che espande i punti di forza melodici di quello precedente, stratificando al contempo trame più intense. Ritornelli orecchiabili si intrecciano con intricati passaggi di tastiera e fioriture elettroniche, creando un paesaggio sonoro inconfondibilmente progressivo, melodico e avventuroso.

Il brano più breve, "Bestiaus", si discosta dal quanto ascoltando prima, vestendo i panni di una ballata oscura e contemplativa. La voce di Alexandersson è intrisa di pathos, completata da motivi pianistici malinconici che conferiscono al brano un peso meditabondo e introspettivo.

A chiudere, "At The Summit" che sigilla l'album con linee di chitarra arpeggiate avvolte da lussureggianti trame di tastiera. Il brano, però, si evolve velocemente in un sofisticato viaggio hard prog, caratterizzato da una sezione ritmica incalzante, voci slanciate, intricati cambi di tempo, armonie stratificate e una ricca interazione strumentale. Traendo ispirazione dall’hard rock dei primi anni '70 guidato dall'organo, ma rifratto attraverso una lente contemporanea, il brano racchiude tutta la bravura della band nel fondere classicismo epico con sensibilità moderne. Ogni frase, cambio di tempo e tessitura strumentale evidenzia l'abilità compositiva e tecnica che è diventata il marchio di fabbrica degli Hallas.

Panorama è un disco che impone svariati ascolti, che invita l'ascoltatore a immergersi completamente nei cinque brani in scaletta, più e più volte, rivelando, ogni volta, nuove sfumature e piccoli particolari che rendono la fruizione un vero e proprio viaggio attraverso un’incontenibile fantasia musicale. Ogni traccia è una testimonianza della maestria di questa band, che scolpisce nella pietra le coordinate di un’opera che riesce a infondere la grandiosità epica del prog classico con una voce profondamente personale e contemporanea.

Un'opera che conferma il talento unico di questi cinque ragazzi nel bilanciare raffinatezza tecnica, ambizione narrativa e risonanza emotiva, un risultato che non solo onora la tradizione del genere, ma lo spinge verso nuovi territori inesplorati, costruendo un suggestivo trampolino verso il futuro.

Voto: 9

Genere: Progressive Rock

 


 

 Blackswan, martedì 17/02/2026