giovedì 5 febbraio 2026

Gluecifer - Same Drug New High (Steamhammer, 2026)

 


Correva l’anno 1997 quando i norvegesi Gluecifer esordirono con Ridin’ The Tiger, trentasette minuti di indiavolato punk hard rock che fece stragi di cuori fra tutti gli amanti del genere. Quel debutto, i cui crediti di scrittura delle canzoni facevano bizzarramente riferimento ai grandi musicisti che li avevano ispirati, pur senza aver mai messo mano alle composizioni (Chuck Berry, Angus Young, Lemmy, Keith Richards, etc) impose il nome della band tra le più promettenti di quell’ondata hard rock scandinava, che vedeva sulla cresta dell’onda anche gruppi come Turbonegro e Hellacopters.

L’impetuosa cavalcata dei Gluecifer, tuttavia, dopo vari cambi di line up e altri quattro album, ebbe termine prematuramente nel 2004, per divergenze artistiche che portarono il chitarrista e songwriter Captain Poom a imbarcarsi in altri e più ambiziosi progetti. Poi, nel 2017, la reunion, e oggi, dopo ben ventidue anni, un nuovo disco in studio, che vede il ritorno della line up originale con il nuovo bassista Peter Larsson.

La domanda sorge spontanea: riuscirà il gruppo a riconnettersi con il suono vibrante dei loro esordi? La risposta, amici miei, la trovate nello sguardo torvo e incazzato del gallo che campeggia in copertina: ascoltare le undici tracce di Same Drugs New High è come fare un salto a ritroso nel tempo, alla fine degli anni ’90. Nulla è andato perduto dell’antica garra, anzi.

La band ha marchiato a fuoco il ritorno con "The Idiot", brano che apre il disco e singolo di lancio che ha reso chiaro a tutti che i Gluecifer sono ancora una forza della natura. Il loro sound, una sgommata adrenalinica che alza un polverone di rock, punk e glam, esce dalle casse come se fosse la prima volta in quel glorioso 1997. Il disco parte con uno stridere di gomme, "The Idiot" scappa a tutta velocità spinta dal vento di un drumming feroce, di una linea di basso martellante e di un riff che spettina i capelli. La voce di Biff Malibu snocciola uno scioglilingua e ringhia uno di quei ritornelli innodici da cantare, se ci riesci, durante un pogo scalpitante.

Il rock è la droga che porta la band a nuove altezze, e la nuova euforia risuona in tutta la traccia che dà il titolo all'album, un’altra cartellata sul muso, che riafferma la reputazione di una band che non fa prigionieri. Nessuna posa da rocker, nessun hype, nessun artificio per rendere la loro attitudine tutta sangue e sudore più malleabile. In Some Drugs New High si mena e basta, senza compromessi, ma anche senza dimenticarsi di piazzare ogni tre minuti (la durata media delle canzoni) un ritornello fulminante, che resta uno dei piatti forti della casa.

Insomma, Biff Malibu e soci sono tornati con il botto, anzi con i botti, come dimostrano il punk’n’roll della furiosa "Armadas", l’hard rock classico che corrobora l’epos di "I'm Ready" o il ringhio cupo che attraversa l’implacabile "The Score".

Siamo solo a metà e se l’headbanging non vi ha ancora stremato, potrete rifiatare un poco, ma solo un pochino, sulle note glam di "Pharmacity", prima di tornare a scalciare durante l’assalto all’arma bianca, coltello fra i denti, di "1996", fare stage diving sul divano trasportati dalla linea di basso pulsante dell’innodica "Made In the Morning" e partire a testa bassa per lo scatto finale della tripletta spaccatutto, composta dalla furia belluina di "Mind Control", dall’allegria cazzara di "Another Night, Another City" e dal groove urticante della conclusiva "On the Wire".

Nonostante lo iato ventennale, i Gluecifer non hanno perso un briciolo di potenza e sono tornati con lo stesso spirito indomito che animava i lavori della prima parte della loro carriera. Impetuosi e sporchi, inconsapevoli della loro età anagrafica, i cinque norvegesi, oltre ogni più rosea previsione, ci stanno gridando a gran voce che il cuore ribelle del rock 'n' roll batte ancora forte e pompa sangue che è pura gioia di vivere.

Voto: 8

Genere: Punk'n'roll

 


 

Blackswan, giovedì 05/02/2026

martedì 3 febbraio 2026

Scorpions - Coming Home Live (Universal, 2025)

 


Il nome degli Scorpions potrebbe essere usato come sinonimo di “longevità”, se non fosse per quell’altra band di arzilli vecchietti chiamata Rolling Stones. D’altra parte, il gruppo tedesco nasce nel lontano 1965, anni in cui i componenti originari della band erano degli sbarbatelli pieni di sogni e di speranze. Sessant’anni fa, quando molti dei redattori e dei lettori di Loudd non erano ancora nati, quando l’uomo non era ancora sbarcato sulla luna, quando i Beatles stavano conquistando il mondo e gli States si preparavano all’estate dell’amore, che arriverà nel 1967. Da allora, gli Scorpions hanno iniziato una lenta ma inesorabile scalata al successo, che diventerà planetario due decenni dopo, con un filotto di dischi che sbancheranno le classifiche di mezzo mondo, Stati Uniti compresi.

Registrato il 5 luglio presso l'Hannover Stadium Arena - Heinz von Heiden, nella loro nativa Germania, Coming Home Live rappresenta esattamente ciò che promette: celebrare i 60 anni di eccellenza hard rock e heavy metal di queste leggende indistruttibili.

Un’autocelebrazione, un ritorno a casa, là dove tutto cominciò, una festa da condividere coi tanti fan della band che, a dispetto dell’età, sa ancora il fatto suo. Non una pallida replica di ciò che fu, infatti, ma una macchina da guerra che grazie alla passione e al mestiere, riesce a piegare il tempo a proprio vantaggio e a vincere la battaglia in scioltezza. Alla veneranda età di settantasette anni, Rudy Schenker sforna ancora riff come un ossesso, e Klaus Meine, pur non disponendo più dell’estensione dei giorni di gloria, tiene il palco come un vecchio leone, dando vita a una prova più che dignitosa. A coadiuvare i due vecchietti, il grande Matthias Jabs, funambolico come sempre, e una granitica sezione ritmica composta da Mikkey Dee alla batteria e Pawel Maciwoda al basso, due ragazzini che all’anagrafe registrano circa una ventina di anni in meno.

Che la band stesse vivendo un momento di grazia, lo si era capito con il notevole Rock Believer, uscito nel 2022, considerato uno dei loro miglior album di sempre, e i successivi live per promuovere il disco, che testimoniavano quanto gli Scorpions fossero ancora in possesso della magia e dell’entusiasmo per incantare le grandi folle degli stadi, così come avviene in questo nuovo episodio della saga, che non raggiunge il livello dell’iconico World Wide Live (1985), ma tiene botta, eccome.

Certo, per chi non è mai caduto sotto l'incantesimo degli Scorpions, Coming Home Live sembrerà irrilevante come qualsiasi album dal vivo di fine carriera che si possa menzionare. Ma per i fan, questa performance rappresenta un momento speciale, quello in cui i cinque tedeschi si sono rifugiati tra le braccia accoglienti dei loro sostenitori più fedeli e hanno ricambiato il loro affetto come meglio potevano. Non solo un greatest hits, ma una carrellata quasi completa di sei decenni di grandi canzoni, una potente istantanea per vedere all'opera “la leggenda”.

Tutto, da un medley di brani dai loro amatissimi, ma spesso misconosciuti, album degli anni '70, ai classici del loro periodo d'oro degli anni '80 (tra cui un filotto di gioielli da "Love At First Sting" del 1984), fino all'infuocata "Gas In The Tank" (da Rock Believer), riceve il marchio infuocato e distintivo della band e, come era lecito aspettarsi, il pubblico di Hannover impazzisce.

Persino "Wind Of Change", (una super hit che, molti, compreso il sottoscritto, trovano bruttina assai) mostra una certa freschezza e, per chi l’ha vissuta in prima persona, suscita un commovente fascino nostalgico.

Scegliere i momenti salienti è probabilmente un esercizio inutile perché Coming Home Live è una festa dall'inizio alla fine. A cui manca, purtroppo, un capolavoro come "No One Like You" (da Blackout) e a cui un miglior lavoro in fase di post produzione (il suono risulta un po’ impastato) avrebbe sicuramente giovato.

Voto: 7

Genere: hard rock, metal 




Blackswan, martedì 03/02/2026

lunedì 2 febbraio 2026

Something In The Way - Nirvana (Geffen, 1991)

 


Considerata da alcuni una delle canzoni rock più tristi di sempre, "Something In The Way" è un brano profondamente autobiografico, ispirato a un periodo della vita di Kurt Cobain (era l’aprile del 1984), in cui, a suo dire, abbandonò la propria casa e andò a vivere sotto un ponte di Aberdeen, vivendo di espedienti. Una canzone intima e profondamente sentita, in cui il leader dei Nirvana racconta le emozioni e sentimenti del momento, indicando con “something in the way” ogni cosa che si poneva come intralcio alla sua serenità.

Leggenda vuole che il testo fu scritto dal cantante con lo spray proprio sulle pareti del ponte sotto il quale bivaccava, e che, successivamente, fu cancellato durante opere di riqualificazione della zona. In realtà, come affermato dal bassista dei Nirvana, Kirst Novoselic, e dalla sorella Kim, Cobain non visse mai sotto un ponte, ma è evidente che la canzone esprimesse comunque un profondo disagio, alimentato dai rapporti non proprio idilliaci con la famiglia.

 

"Sotto il ponte, il telo ha una perdita

E gli animali che ho intrappolato sono diventati tutti i miei animali domestici

E vivo di erba e delle gocce che cadono dal soffitto

Va bene mangiare pesce perché non hanno sentimenti"

 

"Something In The Way" è l’ultima traccia del leggendario Nevermind e chiude il disco prima che, 13 minuti e 51 secondi dopo, parta una traccia nascosta, intitolata "Endless, Nameless".

Nel brano, i Nirvana usarono anche un violoncello, che venne suonato dal loro amico di Los Angeles, Kirk Canning. Il violoncello fu registrato l'ultimo giorno della sessione: la band era a una festa con alcuni amici, e chiedendo in giro se qualcuno conoscesse un violoncellista, scoprirono che Canning lo era. Se lo portarono in studio e, in un solo take, la partitura d’archi venne inserita nella canzone.

Incredibile ma vero, il brano ha raggiunto la Top 20 della classifica iTunes per la prima volta nell'agosto 2020, dopo essere apparso in un trailer (e due volte nella pellicola) del film del 2022, The Batman. La versione che si ascolta nel film fu arrangiata nuovamente dal compositore Michael Giacchino che, per arricchire il brano, aggiunse nuove partiture di pianoforte e batteria ed elementi orchestrali. Dopo l'uscita di The Batman, il 4 marzo 2022, gli streaming della canzone hanno registrato un picco, con il risultato che "Something In The Way" è entrata per la prima volta nella Hot 100 di Billboard.

I Nirvana eseguirono una toccante versione del brano durante la loro apparizione agli MTV Unplugged, avvenuta poco prima del suicidio di Cobain. Durante la registrazione, Cobain cantò con un filo di voce, quasi sussurrando, tanto che il produttore Butch Vig, in fase di mixaggio dovette alzare al massimo il volume per rendere udibile l’interpretazione del cantante.

 


 

 

Blackswan, lunedì 02/02/2026

giovedì 29 gennaio 2026

Mavis Staples - Sad And Beautiful World (ANTI-, 2025)

 


Difficile trovare un aggettivo, per quanto scelto accuratamente, che si adatti alla grandezza di Mavis Staples. Allora lasciamo perdere, tanto è la Storia a parlare per lei, ultimo membro vivente degli Staple Singers, guerriera culturale e paladina dei diritti civili, la cui voce risonante ha ispirato generazioni di ascoltatori.

La Staples, compiuti gli ottantasei anni, ha ancora l'autorevolezza, la qualità tonale e il talento lirico che hanno sempre caratterizzato le sue performance. Sembra difficile credere che canti fin da bambina, e oggi, ascoltando i dieci brani del suo ultimo album, Sad And Beautiful World, si sente ancora il timbro sicuro di un titano della voce. Che, comprensibilmente, non ha più la potenza di un tempo, nonostante ci sia convinzione e saggezza acquisita in ogni parola che canta.

Ma non è giusto aspettarsi che sia ancora lei a guidare la carica. Il produttore Brad Cook se ne rende conto e riunisce una moltitudine di musicisti, dai veterani come Buddy Guy, Eric Burton e Bonnie Raitt alla nuova generazione con artisti del calibro di MJ Lenderman, Justin Vernon e innumerevoli altri, che probabilmente sono entusiasti di essere in compagnia di Mavis. È un grande appello all'unità, come se tutti fossero riuniti sotto quella proverbiale grande tenda gospel per cantare di pace e di amore. Riuniti, non tanto per alzare la voce con rabbia, quanto per riflettere su questi tempi oscuri.

Probabilmente, Cook avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto registrando Mavis con la sua backing band, ma avere così tanti musicisti presenti suggerisce il tema della condivisione dei valori. Cook fa un ottimo lavoro nel mantenere l'attenzione su Mavis. Nessuno degli ospiti è invadente, tanto che sono solo le parti di chitarra slide di Bonnie Raitt o Derek Trucks ad alzare un po’ il tiro. L'effetto generale è che il cuore pulsante del disco sia, sempre e comunque, la Staple, una santa vivente e la voce dell'empatia, che guida la preghiera universale, come dimostra al meglio la sua interpretazione di We Got To Have Peace di Curtis Mayfield.

A parte l'hip-hop e qualche canzone rock o country, in questi tempi di guerre, violenza e divisione, mancano le voci musicali dei movimenti per i diritti civili o contro la guerra del Vietnam degli anni '60. Eppure. Mavis Staples, una delle poche artiste rimaste di quell'epoca, è ancora qui con noi e continua a lottare da par suo.

Il fatto che Staples riesca a interpretare con altrettanta distinzione e talento brani scritti da Tom Waits, Curtis Mayfield, Gillian Welch e David Rawlings, Leonard Cohen e Frank Ocean conferma la sua versatilità. Il produttore Brad Cook lascia che la sua voce domini in ogni momento, indipendentemente dal contesto strumentale, dal tempo o dall'impostazione dei testi.

Il repertorio è, dunque, variegato, ed è composto da canzoni di speranza e d’amore, ben lontane da ogni forma di ribellione violenta.

C'è un cauto ottimismo in Human Mind, scritta per Mavis da Hozier e Allison Russell. Mavis canta "A volte trovo del buono" quando si rivolge all'umanità, con l'accento chiaramente calcato su "a volte".

Una dei momenti più intensi del disco è la sua interpretazione in Chicago di Tom Waits, un brano che riflette sulla Grande Migrazione dei neri verso nord, e che vede la partecipazione di Buddy Guy e Derek Trucks. La sua gente sognava un futuro migliore allora, proprio come lo sogniamo noi oggi, ma il messaggio è che, sempre, in ogni epoca, bisogna crederci, lottare e soffrire. La scelta di questa canzone come brano di apertura probabilmente non è casuale, data l'attuale situazione in cui versano gli Stati Uniti.

In questo senso, alcune canzoni fanno espliciti appelli alla resilienza, come "Hard Times" di Gillian Welch, o la rilettura di "Anthem" di Leonard Cohen, che suggerisce in modo più che sottile che la pace non implica sottomissione. Non violenza, certo, ma anche resistenza, attraverso manifestazioni pacifiche, gioiose, condivise.

Everybody Needs Love di Kevin Morby, con un coro multigenerazionale di sottofondo composto da Bonnie Raitt, Patterson Hood, Katie Cruchfield e Nathaniel Rateliff, offre il finale perfetto, in cui la Staples sottolinea superbamente il tema pacifista e completa un'opera appassionata, con quello che potrebbe essere la colonna sonora di chi ancora lotta in questi tempi bui, e una sorta di passaggio di testimone fra la “madrina” dei diritti civili e le nuove generazioni che non si rassegnano al caos e al male.

Voto: 8

Genere: Gospel, Soul, Country

 


 


Blackswan, giovedì 29/01/2026

martedì 27 gennaio 2026

It's Too Late - Carole King (Ode Records, 1971)

 



Terza traccia dal celebrato e pluripremiato Tapestry (1971), "It's Too Late" fu scritta da Carole King insieme a Toni Stern, una pittrice e paroliera animata dallo spirito libero che si respirava nella Los Angeles dell’epoca, che divenne amica della songwriter, dopo che questa divorziò dal marito e pigmalione Gerry Goffin, abbandonando così lo stile di vita familiare e borghese per immergersi fermenti artistici di Laurel Canyon.

Questa canzone intima e malinconica è un ottimo esempio del sound cantautorale che King ha contribuito a rendere popolare, proprio partendo da Tapestry. Su una melodia struggente, la King canta di come si rende conto che la sua relazione, un tempo promettente, è ormai finita. Mentre cerca di mostrarsi coraggiosa, si sente, però, tormentata dentro.

 

"Ed è troppo tardi, tesoro, ora è troppo tardi

Anche se ci abbiamo davvero provato

Qualcosa dentro è morto e non posso nascondermi

E non posso fingere 

Era così facile vivere qui con te.

Eri leggero e arioso e sapevo esattamente cosa fare

Ora sembri così infelice e mi sento uno stupida"

 

Sulla falsariga di "You're So Vain", si vociferava che questa canzone parlasse di James Taylor, che era un buon amico di King e suonava in Tapestry. All'inizio del 1971, Taylor e King andarono in tour insieme, con King come artista di apertura. Molti pensavano che il testo raccontasse di una breve storia d'amore tra i due. King non confermò mai queste voci, e in seguito Taylor frequentò e sposò Carly Simon.

Questa teoria, però, regge poco. In realtà, l’autrice del testo era Toni Stern, la quale, a sua volta, ebbe una relazione con Taylor e, guarda caso, scrisse le liriche del brano poco dopo la loro rottura e l’inizio della relazione del cantautore con Joni Mitchell. Più volte intervistata in proposito, la Stern si è sempre rifiutata di fare chiarezza.

Non solo. Alcuni hanno intravisto in "It’s Too Late" un messaggio politico, poiché l'idealismo degli anni '60 era svanito e la morte di Martin Luther King Jr. e di Robert Kennedy nel 1968 avevano lasciato una giovane generazione disillusa, convinta che "era troppo tardi" per cambiare le cose.

Strano ma vero, il brano fu pubblicato come lato B di "I Feel the Earth Move", prima traccia dell’album. Dopo alcune settimane di trasmissione continua di "I Feel the Earth Move", molti dj in tutti gli Stati Uniti decisero di dare a "It's Too Late" la stessa quantità di passaggi radiofonici. Ben presto, si arrivò al punto che tutti preferirono "It's Too Late", che finì per raggiungere la vetta delle classifiche nel maggio del 1971, mentre il lato A non entrò mai in classifica.

Secondo il chitarrista Danny Kortchmar, le sessioni dell'album procedettero rapidamente: "Le sessioni di Tapestry durarono circa tre settimane e suonavamo tre brani al giorno", ha raccontato alla rivista Uncut. "It's Too Late" fu una di queste, e il suo ormai famoso assolo di chitarra nacque al momento. "Suonai l'assolo subito, non era una sovraincisione. Carole disse semplicemente: 'Suona un assolo qui, Danny', senza rendersi conto che l'avrei ascoltato per il resto della mia vita, in ogni farmacia, supermercato, o alla radio". All'inizio, Kortchmar pensò che fosse un po' troppo rilassato, ma col tempo imparò ad apprezzarlo. "Quell'assolo era assolutamente perfetto per l'atmosfera della canzone. Ha svolto egregiamente il suo compito".

 


 

 

Blackswan, martedì 27/01/2026