lunedì 8 giugno 2026

Brand New - Limousine (Ms Rebridge) (Interscope, 2006)

 


Riconosciuti come una delle band principali dell’emo/post hardcore, esplorato per la prima volta con maestria in quel gioiello che porta il nome di Deja Entendu (2003), i newyorkesi Brand New fanno il botto tre anni dopo, quando pubblicano The Devil And God Are Raging Inside Me, disco che si porta a casa il plauso unanime della critica e un notevole successo di vendite, che vale alla band un disco d’oro.

Merito, almeno in parte, della seducente copertina, una delle più belle mai pubblicate in ambito rock, che evoca il contrasto fra innocenza e purezza e l’orrore della vita quotidiana, che aspetta dietro l’angolo l’inconsapevole bambina; e merito, soprattutto, di una scaletta di brani senza una sbavatura, talmente emozionante che la prestigiosa rivista Kerrang! lo inserirà fra i cinquanta dischi da ascoltare prima di morire.

The Devil And God Are Raging Inside Me è un disco profondamente malinconico, la cui straniante bellezza è tutta giocata sul contrasto: le immagini evocate dalla cover, ma anche un continuo alternarsi di accattivanti melodie e infuocati assalti all’arma bianca, tra crepuscoli di insopportabile mestizia e brevi, quanto accecanti, esplosioni di luce.

Un disco che colpisce dritto al cuore, che fa dell’emotività la sua freccia più acuminata, ma che la sicura mano del produttore Mike Sapone riesce a incanalare e a mettere al servizio della musica. Che non è musica per allegroni, meglio chiarirlo fin da subito, dal momento che i testi e la voce del frontman, Jesse Lacey (il cui timbro ricorda tantissimo quello di Robert Smith) esplorano senza filtri una geografia esistenziale fatta di dolore, di perdita, di angoscia e dramma.  

D’altra parte, Lacey soffrì di depressione durante la fase di scrittura dell'album a causa dell'ansia legata alle grandi aspettative riposte sulla band in seguito al successo di critica di Deja Entendu.

Dal punto di vista testuale, "Sowing Season" affronta il tema della morte ("stavo perdendo tutti i miei amici, li stavo perdendo a causa dell'alcol e della guida"), "Millstone" parla della perdita dell’innocenza, "Jesus Christ" è una conversazione con Dio sulla perdita della fede, influenzata dall'educazione religiosa di Lacey e dalla sua frequentazione della South Shore Christian School durante l'adolescenza, mentre "The Archers' Bows Have Broken" punta il dito verso chi usa la religione per scopi egoistici o per fare politica.

La canzone, però, che spezza il cuore e lascia senza parole è "Limousine (MS Rebridge)", da molti considerata la signature song della band. Il brano racconta la morte di Katie Flynn, una bambina di soli sette anni. Poche ore prima della sua morte, Katie era la damigella d'onore al matrimonio della zia, e si divertiva a lanciare petali di rosa lungo la navata.

Finita la festa, Katie e la sua famiglia salirono tutti su una limousine e si diressero verso casa. Martin Heidgen, 25 anni, aveva bevuto almeno 14 drink quella sera, e il suo tasso alcolemico era più di tre volte superiore al limite consentito a New York (0,8).

Martin, completamente ubriaco, guidò per oltre due miglia verso nord, ma nella corsia opposta, con direzione sud, dove si trovava la limousine della famiglia Flynn. Sia l'autista della limousine, Stanley Rabinowitz, sia Katie morirono sul colpo, ma a causa dell’urto violentissimo, Katie fu decapitata, e la testa finì fra le braccia di sua mamma, che la cullò mentre i soccorritori aiutavano il resto della famiglia a uscire dal veicolo.

L’incidente, che avvenne poco distante da dove Lacey viveva, è, quindi, il tema della canzone, che affronta la tragedia da varie angolazioni.

I versi: “Kate, tocca a te, Prendi i petali e disponili nella navata, Fai finta di essere Dio e cresci, è il tuo giorno per sposarti. Abbiamo trovato il tuo uomo, Sta bevendo, è tutto americano. E guiderà lui. Si è offerto volontario con grazia per porre fine alla tua vita…” affronta il punto di vista della madre della piccola vittima.  

Altri versi, “Ehi, suprema bellezza, Sì, avevi ragione su di me, Ma posso tirarmi fuori da sotto questo senso di colpa che mi schiaccerà?” rappresentano il punto di vista di Martin Haidgen.

Il bridge del brano si ripete sette volte, mentre Lacey conta da uno a sette, e canta la strofa per ogni anno di vita della piccola Flynn:” Beh, ti amo così tanto (mai più), Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (mai più), No, perché posso dartelo (mai più), Ma non posso sopportarlo (mai più)”.

Quattro versi sono cantati verso la fine della canzone e sono quasi impercettibili rispetto al ritornello. Questi versi sembrano provenire dal punto di vista di Katie: “Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (Non dovrò mai perdere il mio bambino tra la folla) Perché posso darlo a vedere (Dovrei ridere adesso...) Ma non ce la faccio”.

Il produttore Mike Sapone ha avuto l'idea di includere campioni di esplosioni nella traccia, da cui il sottotitolo "MS Rebridge", con MS che sono le iniziali di Sapone. Con i suoi sette minuti e quarantadue secondi, Limousine è rimasta la canzone più lunga dei Brand New fino a "Batter Up" del 2017, che dura otto minuti e ventotto secondi.

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/06/2026

venerdì 5 giugno 2026

From Ashes To New - Reflections (BNM, 2026)

 


Sulla cresta dell’onda da ormai dieci anni, gli americani From Ashes To New hanno conquistato schiere di fan come nuovi alfieri del movimento nu metal, andando ad occupare il posto, disco dopo disco, lasciato libero dai Linkin Park. Un legame, quello con la band del fu Chester Bennington (oggi, tornata in auge con la nuova cantante Emily Armstrong) caratterizzato dagli stessi moduli espressivi (alternanza di due voci, rap e screaming, riff pesantissimi, ritornelli di facile presa, un senso diffuso di malinconia e tristezza), che nel corso del tempo si è attenuato un po’, pur rimanendo un marchio di fabbrica evidentissimo anche in questo nuovo Reflections.

Dopo il successo di Blackout del 2023, anche questo nuovo album ha tutte le carte in regola per confermare la band originaria della Pennsylvania come tra le migliori in circolazione nel circuito alternative. Niente di nuovissimo sul fronte occidentale, certo, ma una scaletta che esplicita maturità e consapevolezza, oltre alla capacità di rileggere con freschezza un canovaccio in uso ormai da un decennio.

Dopo aver scartato, a quanto pare, un numero imprecisato di canzoni per poter focalizzarsi sul materiale rimasto e limarlo alla perfezione, il quintetto di Lancaster torna, quindi, con un lavoro composto da dodici brani, che suona solido e accattivante. Reflections mantiene intatto il sound caratteristico della band, con il contrasto tra le strofe rap di Matt Brandyberry e i ritornelli melodici di Danny Case, un binomio che funziona come sempre alla grande.

Detto questo, si nota un leggero cambiamento di tono: gli elementi elettronici, questa volta, risultano più raffinati e cupi, conferendo all'album una maggiore impronta industrial che si sposa bene con il pesante lavoro di chitarra di Lance Dowdle e Jimmy Bennett.

L’alternarsi tra momenti più rilassati e melodici ed altri decisamente più rumorosi garantisce alla scaletta, pur nell’omogeneità di suoni, una varietà emotiva che la rende interessante e avvincente. Brani come "Drag Me" e "Villain" si spingono verso sonorità più pesanti, supportate da un groove incandescente e contagioso, mentre la splendida "Die For You" si presenta come il fulcro emotivo dell'album, ed è facile capire perché sia già diventata una delle preferite dai fan: la sua energia irrequieta, i riff taglienti e l'interpretazione vocale appassionata di Case la rendono uno dei momenti più memorabili del disco, con un ritornello da mandare a memoria fin dal primo ascolto.

Più avanti nell'album, "New Disease" prende di mira l'influenza della cultura digitale e la tendenza a seguire le mode, ed è un brano che riflette lo stile tipico della band: orecchiabile e bombastico, ma con un testo sufficientemente incisivo da conferirle spessore ("We die for the feeling, Nothing to believe in Put a gun against your head, Pull the trigger join the trend, We live for the sickness Obsessed and addicted, We're all dying just to be, Part of a new disease").

Il disco si chiude con "Falling from Heaven" e "Your Ghost" (due episodi in cui i Linkin Park sono più che una semplice sensazione), che mostrano un lato più introspettivo (pur nella loro veste metal), ed evocano le riflessioni di cui al titolo, elemento che si addice al tono generale del disco.  

Il titolo Reflections, quindi, sembra azzeccato, dal momento che, pur in un contesto rumoroso, questo lavoro appare in qualche modo più profondo e introverso: è un album che mostra una band che sa esattamente cosa vuole, il cui processo di scrittura, fatto di continui ripensamenti, sembra aver dato i frutti migliori. La struttura è coesa, l’intensità emotiva, anche nei testi, non manca mai, e l’energia che i fan si aspettano è forse più contenuta, ma aggressiva quanto basta per non rinnegare il passato.

Voto: 7,5

Genere: Alternative Metal, Nu Metal

 


 


Blackswan, venerdì 05/06/2026

mercoledì 3 giugno 2026

What I Am - Edie Brickell & The New Bohemians (Geffen, 1988)

 


So di Non Sapere” è la celebre affermazione del filosofo greco Socrate, che indica la consapevolezza della propria ignoranza come punto di partenza per la vera conoscenza e la ricerca filosofica. Un'ammissione di umiltà che spinge alla ricerca continua, riconoscendo i limiti umani e rifiutando la presunzione di sapere tutto.

Uno dei successi più insoliti degli anni '80, "What I Am", trae spunto, più o meno, da questa massima, invitando l’ascoltatore a essere se stesso, parlare di cose che sa veramente, utilizzando espressioni semplici e comprensibili a tutti. Nel testo, Edie Brickell prende in giro i saccenti, gli intellettuali boriosi, tutti coloro che pensano di essere al centro dell’Universo e che condividono continuamente le proprie convinzioni politiche, filosofiche e spirituali, esponendo i propri pensieri a chiunque sia disposto ad ascoltare. Ecco i versi:

"La filosofia è un discorso su una scatola di cereali

La religione è un sorriso su un cane"

Ecco il genere di cose che direbbero questi pseudo pensatori da strapazzo: stupidaggini sesquipedali a cui molte persone ingenue finirebbero per credere.

La Brickell, in contrapposizione a costoro, chiarisce di non sapere nulla, di non avere le risposte, e anche se le avesse, le terrebbe solo ed esclusivamente per sé:

"Non sono a conoscenza di troppe cose

So quello che so se capisci cosa intendo"

Edie Brickell non era un membro originale dei New Bohemians, che nacquero come gruppo ska a Dallas, in Texas, con Brad Houser al basso, Eric Presswood alla chitarra e Brandon Aly alla batteria. I tre erano tutti iscritti alla Booker T. Washington High School for the Performing and Visual Arts, che fu frequentata anche dalla Brickell, che però non entrò in contatto con loro fino a molto tempo dopo. Nel 1985, la cantante, allora studentessa d'arte alla Southern Methodist University, li vide esibirsi in un locale notturno e, dopo essersi fatta coraggio con l'aiuto di un amico insistente e qualche bicchierino di Jack Daniel's, chiese di poter salire sul palco per cantare una canzone insieme. Quell’improvvisato provino live andò talmente bene, che qualche giorno dopo, la band assunse la Brickell come cantante solista.

Il gruppo si costruì un seguito a Dallas e firmò con la Geffen Records nel 1986. Faticarono a registrare il loro primo album, Shooting Rubberbands At The Stars, scontrandosi spesso con il produttore Pat Moran, ma quando, nel 1988, il loro esordio fu pubblicato, la bellezza delle canzoni e la voce distintiva della cantante colpirono positivamente critica e, solo dopo un po’, anche il pubblico.

D’altra parte, in un'epoca di hair metal e musica dance, il pop rock proposto dal gruppo attraverso "What I Am", pubblicata come primo singolo, fu difficile da vendere.

La svolta arrivò quando i New Bohemians furono scritturati come ospiti musicali nella puntata del 5 novembre 1988 del Saturday Night Live, che fu anche la puntata più ascoltata dell'anno grazie all'apparizione del conduttore televisivo Morton Downey Jr., fumatore accanito e personaggio sopra le righe.

Da quel momento in avanti, "What I Am" iniziò a essere trasmessa in radio e su MTV, raggiungendo il settimo posto delle classifiche americane nel marzo 1989 (e fu un successo anche nelle chart di mezzo mondo, Italia compresa). In quella apparizione al Saturday Night Live, poi, la Brickell incontrò Paul Simon. I due si innamorarono e si sposarono nel maggio 1992.

Quella di Edie Brickell And The New Bohemians è la storia di un gruppo meteora, uno di quelli che gli inglesi chiamano One-Hit Wonder, famosi al grande pubblico per un singolo brano di successo, senza successivamente riuscire a replicare tale successo con altre canzoni.

Il loro secondo singolo, "Circle", si fermò, infatti, alla quarantottesima piazza di Billboard, mentre l'album successivo della band, Ghost Of A Dog del 1990, per usare un eufemismo, ricevette poca attenzione. Così la band si prese una lunga pausa. La Brickell pubblicò un album solista nel 1994 e mise su famiglia; il gruppo si riunì, successivamente, nel 1998 per registrare nuove canzoni per una compilation, e pubblicò tre nuovi album nel 2006, nel 2018 e nel 2021, tutti passati sotto silenzio.

Un destino scritto nel titolo del loro album d’esordio, Shooting Rubberbands At The Stars, ovvero tirare elastici alle stelle: quante possibilità ha una giovane band di Dallas di colpirne una?

I proventi derivanti dalla vendita del singolo hanno però garantito al gruppo una discreta agiatezza economica. Fu la stessa Brickell ad ammetterlo nel 2021: ”Sono molto grata a 'What I Am', perché mi ha permesso di vedere il mondo, mi ha permesso di realizzare i miei sogni, mi ha permesso di prendermi cura della mia famiglia.”.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 03/06/2026

lunedì 1 giugno 2026

Chez Kane - Reckless (Frontiers, 2026)

 


Impossibile raccontare questo disco senza partire prima dalla copertina, che ritrae la nostra Chez Kane in una posa oltre modo sexy. Figlia di un’estetica glamour, un po’ lasciva e molto ammiccante, che andava di moda durante gli spensierati anni ’80, quella foto, deliberatamente provocatoria, evoca in realtà tutto un immaginario musicale di un certo rock, che in quel decennio veicolava canzoni attraverso clip in cui dominava una sfrontata sensualità cotonata, sia maschile che femminile.

In tal senso, questo Reckless, terzo album in studio di Chez Kane (progetto solista di una delle tre sorelle della band gallese Kane’d, il cui fondatore è Danny Rexon, frontman dei Crazy Lixx) è figlio di quel decennio, tanto da dimostrare quarant’anni suonati, anche se all’anagrafe risulta nato il 27 marzo 2026. Sono, però, quarant’anni portati benissimo, grazie un brillante tono muscolare e a una freschezza interpretativa che spazza via ogni residuo di ruggine da una canovaccio ovviamente prevedibile ma ricco di vitalità.

Chez Kane possiede una bella voce smorfiosa, dal timbro grintoso e duttile, che ben si adatta a questo rock melodico e acchiappone, che evoca con malizia grandi interpreti eighties quali Europe, Bon Jovi, Pat Benatar, Skid Row e via dicendo.

Tutto già risaputo ma riletto con una sfrontatezza che non può lasciare indifferenti: riff di chitarra trascinanti, arrangiamenti gonfi di synth, qualche assolo di sax (strumento glorioso del decennio) e un filotto di ritornelli killer che fanno breccia fin dal primo ascolto.

Apre la title track, una vera e propria bomba che palesa tutte le qualità della ragazza: batteria pestata, interplay fra riff di tastiera e chitarra, il colpo di genio dei cori che partono prima del cantato, un ritornello che non fa prigionieri (Bon Jovi docet) e un divertito assolo di sax nel finale di canzone.

"Personal Rock’n’roll" parte con un ruvido riff di chitarra alla Skid row, ma poi il brano si gonfia di tastiere, mettendo in luce il suo tiro smaccatamente melodico. Dopo due canzoni, il mood e gli intenti sono chiarissimi, per cui, se questo suono retrò e il florilegio di cori e coretti vi ha già stufato, mollate il colpo. Per chi, invece, come il sottoscritto, si sta divertendo tantissimo, l’ascolto riserva ulteriori momenti di godimento sopraffino.

"Love Tornado" galoppa grazie un tiro energico pazzesco, "Night Of Passion" traveste di rock una canzone che ai tempi avrebbe riempito il dancefloor, "Strip Me Down" vola velocissima in un immaginario già frequentato dagli Europe e "Too Dangerous" crea attesa con le sue chitarre lancia in resta per un ritornello che più innodico è difficile.

Pur con tutti i limiti di una proposta musicale derivativa, Reckless è uno di quei dischi che, se vi appassiona il genere, farete davvero fatica a togliere dallo stereo. Le canzoni sono energiche e sbarazzine, gli arrangiamenti funzionali alla proposta, pompati ma senza essere magniloquenti, e Chez Kane mantiene a livello interpretativo quello che fa vedere a livello fisico: una prestazione sensuale e graffiante da vera bad girl. Per retromaniaci, ma non solo.

Voto: 7

Genere: Rock, Hard Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 01/06/2026

giovedì 28 maggio 2026

Stephen King - La Lunga Marcia (Sperling & Kupfer, 2013)

 


Dal confine con il Canada fino a Boston a piedi, senza soste. Una sfida mortale, con un regolamento implacabile, per cento volontari: un passo falso, una caduta, un malore, e si viene abbattuti. Ma chi riesce a tagliare il traguardo otterrà il Premio. Lungo il terribile percorso, scandito dagli incitamenti della folla, fra i partecipanti si creano rapporti di sfida, di solidarietà e di lucida follia...

La Lunga Marcia è il primo di una serie di romanzi che Stephen King pubblicò sotto lo pseudonimo di Richard Bachman (pare in onore di Randy Bachman, chitarrista dei Bachman Turner Overdrive), per aggirare il limite, in vigore negli anni ’70, che impediva agli editori di pubblicare più di un libro all’anno per autore. Il romanzo scritto da un imberbe King tra il 1966 e l’anno successivo, fu pubblicato per la prima volta nel 1979, e arrivò in Italia solo più tardi, nel 1985, come volume della collana Urania.

La storia terrificante, tema di questo avvincente racconto, si svolge in un’America distopica, governata da un totalitarismo militare, dove, ogni anno, sotto l’egida de “il maggiore” (un militare venerato dalle masse) si svolge una lunga marcia, una competizione a cui possono partecipare cento adolescenti, scelti a caso dopo alcune prove selettive. Principale regola della gara è mantenere un'andatura di almeno 6 chilometri l'ora: ogni qual volta il partecipante rallenta il passo, riceve un'ammonizione. Dopo la prima ammonizione, se il concorrente, entro trenta secondi, non riprende l'andatura corretta, riceve una seconda ammonizione; analogamente ottiene una terza e ultima ammonizione, in seguito alla quale, trascorsi i trenta secondi senza aver ripreso il ritmo, il partecipante viene fucilato sul posto da dei soldati che, a bordo di un cingolato, seguono la competizione. Una singola ammonizione può essere cancellata marciando per un'ora senza ricevere altri richiami.

Camminare, camminare, camminare, senza una meta, fino a che il fisico e la mente reggono, fino a che non si ha più coscienza di se stessi, fino a quando l’unico desiderio è quello di sedersi sull’asfalto e attendere l’inevitabile. Un incubo a occhi aperti, in cui cento giovani, di cui non si comprendono fino in fondo le vere motivazioni, lottano allo sfinimento per ottenere un premio finale, con la consapevolezza che il traguardo lo raggiungerà solo uno, mentre per tutti gli altri sarà morte certa.

La trama richiama immediatamente quella di Non Si Uccidono Così Anche i Cavalli, caustico romanzo di denuncia pubblicato da Horace McCoy nel 1935. Quel libro raccontava la storia di centoquarantaquattro coppie di ballerini che si sfidavano in una maratona di danza, al termine della quale l’ultima coppia rimasta in piedi avrebbe vinto la somma di mille dollari.

Il libro di McCoy si soffermava sulla faccia triste dell’America, quella degli ultimi, dei disoccupati, di chi fa fatica a sbarcare il lunario e vede nella vittoria finale la realizzazione di un sogno americano di piccolo cabotaggio. Un j’accuse, duro e senza sconti, allo sfruttamento capitalista e alla brutalità di una società che non si fa scrupolo a ingannare le aspirazioni dei più deboli, piccoli ingranaggi di un meccanismo spietato.

In La Lunga Marcia, invece, attraverso gli occhi di un pugno di giovani, figli delle contraddizioni di un America che toglie tanto e ben poco restituisce (ma tutto sommato, ancora capaci di sognare un futuro migliore), King punta il dito, soprattutto, sulla spietatezza di ogni totalitarismo, che, attraverso la logica del panem e circenses, anestetizza il popolo con un gioco per nulla differente da quello che si svolgeva nelle antiche arene romane.

Ecco allora che camminare può significare imparare a resistere alla dittatura, ma significa anche acquisirne consapevolezza (il Maggiore tanto idolatrato all’inizio diventa oggetto di scherno e odio da parte dei giovani podisti), e prendere coscienza di un sistema indifferente ai bisogni della comunità.

Per converso, la marcia è anche la fotografia di ogni società profondamente divisa tra chi comanda, chi assiste, complice ottuso e indifferente, al massacro, e le classi minori, che come sempre, combattono tra loro per la sopravvivenza, senza capire che il bersaglio del proprio livore si trova molto più in alto nella catena alimentare.

King, inoltre, affronta e sviluppa anche il tema della spettacolarizzazione della violenza e della manipolazione dell’informazione, che sarà il fulcro centrale del successivo romanzo a firma Bachman, L’uomo In fuga, pubblicato nel 1983, in cui l’autore, attraverso la messa in scena di un nuovo gioco agghiacciante, punta il dito sulla alterazione delle immagini televisive ad uso e consumo di chi governa e sulla manipolazioni delle menti da parte di una tv mendace e strumentalizzata.

La Lunga Marcia è un romanzo che guarda al futuro e lo fotografa con una nitidezza disarmante, preconizzando quella che oggi è diventata la società occidentale. Non solo, però. Al di là dei suoi significati intrinseci, questo romanzo è palpitante, avvincente e ricco di colpi di scena. Ci vuole davvero un grande scrittore a sviluppare, con così tanta sapienza, una trama di per sé lineare e apparentemente priva di snodi narrativi, e tenere il lettore incollato al racconto fino all’ultima pagina, in cui, come spesso accade nei romanzi di King, l’epilogo è emozionante ma anche aperto a diverse interpretazioni.

Un romanzo lucido, feroce ed epico che racconta con inaspettata acutezza parte di ciò che oggi siamo diventati.

PS: dal romanzo è stato tratta una trasposizione cinematografica dallo stesso titolo, uscita nelle sale statunitensi qualche mese fa. Dovrebbe arrivare anche nei nostri cinema, ma il condizionale è d’obbligo.

 

Blackswan, giovedì 28/05/2026