martedì 30 gennaio 2024

PASTIME PARADISE - STEVIE WONDER (Motown, 1976)

 


Per parlare di quel capolavoro che porta il nome di Songs In The key Of Life non basterebbe un intero libro e, ovviamente non è questa la sede. Basti però pensare che il diciottesimo album di Stevie Wonder, pubblicato nel 1976 sotto l’egida Motown, è universalmente considerato una pietra miliare, un disco così rigoglioso di idee e di splendide canzoni da far dire a una leggenda come Elton John che Songs In The Key Of Life è in assoluto il miglior disco mai realizzato.

In scaletta diciassette canzoni perfette, alcune diventate grandi classici del repertorio del sognwriter originario del Michigan, tra cui As, Sir Duke, I Wish, Isn’t She Lovely e Pastime Paradise.

Quest’ultima si distingue dal resto dell'opera di Stevie Wonder in termini di atmosfera e di messaggio. Quando si pensa a Wonder, infatti, "gioia" è la parola chiave, ma in "Pastime Paradise" gli archi del sintetizzatore - uno dei primi tentativi di utilizzare questo tipo di suono in una canzone - creano un'atmosfera tagliente, inquieta, traboccante di ansia, accompagnata da un testo che ha un tono insistentemente negativo, almeno fino alla strofa finale. In questo brano, Wonder affronta una combinazione di questioni (razzismo, religione, malessere sociale) alludendo alle tematiche attraverso l’utilizzo di una serie di parole recitate, inserite nel testo come una sorta di mantra, senza alcuna spiegazione (“Dissipazione Dei rapporti razziali, Consolazione, Segregazione, Dispensa, Isolamento, Sfruttamento, Mutilazione, Mutazione, Malcreazione, Conferma ai mali del mondo”).

Tuttavia, è evidente che queste parole, ascoltate nel 1976, proprio a ridosso della fine del movimento Black Power (che si sciolse nel 1975), avessero una esplicita connotazione politica e sociale, come se Wonder, in definitiva, volesse testimoniare che la battaglia per i diritti degli afroamericani non era ancora finita. In tal senso, il finale della canzone è assai esplicito: "Cominciamo a vivere le nostre vite, vivendo per il futuro paradiso". Basta vivere in un passato infelice o in un futuro illusorio per sfuggire alla quotidianità dei problemi, bisogna, invece, vivere intensamente, affrontare ogni questione con coraggio, perché solo così è possibile costruire un futuro migliore.

Pastime Paradise, giova ricordarlo, non fu pubblicata come singolo e, ai tempi, fu sottovalutata rispetto al resto di un disco davvero straordinario. Tuttavia, come, talvolta, accade, il brano visse una seconda giovinezza, quando, nel 1995, venne reinterpretata dal rapper Coolio, che la ripropose, scambiando ingegnosamente la parola del titolo "Pastime" con "Gangsta's".

"Gangsta's Paradise" (pubblicata sull'album omonimo di Coolio nel 1995) campiona la musica di Wonder nella sua interezza ma cambia il testo per renderlo più attinente all’argomento trattato dal film Pensieri Pericolosi (interpretato da Michel Pfeiffer), della cui colonna sonora il brano del rapper era la canzone di punta. La pellicola tratta, infatti, di alcuni ragazzi che lottano per trovare la propria strada in una scuola traboccante di criminalità e abbandono. Nella canzone, quindi, il tema sociale è più amplificato e impellente, e il mood ancora più oscuro, visto che l’intento di Coolio era quello di evidenziare come la società del tempo marginalizzasse nei quartieri più poveri le persone che ci vivono, costringendole a muoversi in ambienti degradati, e di conseguenza spingendoli a vivere situazioni pericolose, inducendoli, cioè, a una vita da criminali.

La prima versione di "Gangsta's Paradise" non incontrò l'approvazione di Stevie Wonder, poiché conteneva parecchie parolacce. Pertanto, Coolio fu costretto a “ripulire” il testo, e quando sottopose a Wonder la versione definitiva della sua cover, quest’ultimo ne fu entusiasta, tanto da unirsi al rapper per eseguire una versione di Pastime Paradase ai Billboard Music Awards del 1995.

A parte l'interpretazione di Coolio, questa canzone è stata campionata così tante volte e in una tale gamma di contesti musicali che si è rivelata una fonte di ispirazione quasi inesauribile per i musicisti, sin dal suo concepimento. Campionamenti degni di nota sono inclusi in "Time" di Mary J. Blige, in cui la melodia è stata completamente rielaborata, in "Drama" di Erykah Badu, in cui parte del testo viene brevemente citato, e in "Crack" del rapper Scarface, che tentò un’operazione come quella di Coolio, ma ottenendo molto meno successo.

 


 

 

Blackswan, martedì 30/01/2024

lunedì 29 gennaio 2024

SPIRIT ADRIFT - GHOST AT THE GALLOWS (Century Media, 2023)


Ci sono band che invecchiando migliorano, acquisiscono consapevolezza e struttura, affinano il suono e lo stile. E’ il caso, ad esempio, dei texani Spirit Adrift, band capitanata dall’irrequieto Nate Garrett, che ormai da un decennio circa sgomita per acquisire lo status di uno dei migliori gruppi heavy metal del pianeta. Dopo l'epica tempesta elettrica del debutto del 2016 intitolato Chained To Oblivion, Garrett ha progressivamente sgrezzato il suo approccio e ampliato la visione, trasformando la proposta in qualcosa di sempre più distintivo e affascinante.

Attraverso tre album acclamati dalla critica e dal pubblico (Curse Of Conception del 2017, Divided By Darkness del 2019 e Enlightened In Eternity del 2020) i texani hanno dato vita ad atmosfere potenti ispirate ai giorni gloriosi dell’heavy vecchia scuola. Un percorso lineare ma in crescendo, che ha visto il songwriting di Garrett crescere passo dopo passo, anche grazie a indispensabili assestamenti di formazione, l’ultima delle quali annovera la presenza di Tom Draper, ex chitarrista della backing band dei Carcass.

In questo nuovo Ghost At The Gallows si trova tutto ciò che rende emozionante un disco di heavy metal: epica, grinta e passione da vendere, un perfetto equilibrio fra riff tritatutto e ganci melodici, una scrittura che guarda al passato ma, ciò nonostante, estremamente brillante.

La prima traccia della scaletta, "Give Her To The River", rappresenta un riuscito connubio fra metal targato anni ottanta e il tiro impetuoso dell’hard rock anni settanta, anche se la somma delle parti non è né nostalgica né derivativa: intro carezzevole, riff dal suono classico ma tecnicamente ingegnosi, la voce carica di epos di Garrett, assoli rapidissimi, accelerazioni e stop and go, per una struttura che fluisce e rifluisce attraverso sette gloriosi minuti, nei quali si intravede l’influenza degli Iron Maiden. Un’apertura straordinaria, un brano magicamente senza tempo, che suona altrettanto bene oggi di come avrebbe fatto quarant’anni fa. E che i Maiden anni ottanta siano uno dei tanti punti di riferimento della band, lo si coglie anche nell’intro della successiva "Barn Burner", che si sviluppa poi attraverso intelligenti armonie vocali, un grande ritornello e un riff centrale che paga debito al thrash.

Con la terza traccia, "Hanged Man's Revenge", Garrett sceglie di pigiare il piede sull’acceleratore, sfornando un’adrenalinica performance speed metal, salvo poi virare verso il doom e strattonare la canzone attraverso assoli che arrivano come fucilate da tutte le angolazioni. "These Two Hands" si muove attraverso una delicata introduzione acustica, quasi folk, prima di gonfiarsi di rock blues e di dare vita a splendide armonie attraverso l’interplay delle due chitarre soliste. Al contrario, "Death Won't Stop Me" è un brano più rozzo, diretto, scartavetrato da un riff thrash ed esaltato da un ritornello orecchiabile e da uno straordinario lavoro alle armonie da parte di Draper, mentre "I Shall Return" paga evidente debito, almeno nell’intro, a Ozzy, per poi svilupparsi come ibrido tra metal e rock di settantiana memoria, e sfoggiare un ritornello che è un incanto melodico.

Se "Siren Of The South" è melodicamente oscura nelle sue trame che riportano alla luce antiche scorie grunge (Alice In Chains), la chiusura affidata alla title track conferma la portata delle ambizioni di Garrett, attraverso otto minuti dall’impianto quasi progressive e sovraccarico di riff, che si apre, poi, in una stasi centrale, ambientale, cinematografica, in cui chitarre spettrali avvolgono di mestizia il cantato di Garrett fino all’ennesima, devastante esplosione elettrica.

Ancora una volta, gli Spirit Adrift hanno tirato fuori grande originalità dagli ingredienti più famigliari possibili, plasmando un disco vario e ricco di dettagli e passione, consapevole del passato ma in nessun modo vincolato a esso. Ghost At The Gallows è un lavoro brillante e intenso, decisamente il capitolo più riuscito della band texana.

VOTO: 7,5

GENERE: Metal

 


 

Blackswan, lunedì 29/01/2024

 

giovedì 25 gennaio 2024

CITY OF STARS - RYAN GOSLING & EMMA STONE (Interscope, 2016)

 


L’avete visto La La Land? Beh, se non l’avete ancora fatto, il consiglio è di recuperarlo, perché il film, datato 2016, è decisamente bello. Preparate i fazzoletti, però: quella che viene raccontata da Damien Chazelle è la storia agro dolce dell’amore fra un’aspirante attrice, Mia, interpretata da Emma Stone, e un musicista jazz, Sebastian, interpretato da Ryan Gosling, che s’incontrano per caso a Los Angeles e s’innamorano. Non vi raccontiamo il finale, tranquilli, ma sappiate che la pellicola, che omaggia i musical anni ’50 e ’60, è recitata benissimo, si avvale di una regia che non disdegna momenti di funambolismo tecnico (l’iniziale sequenza in autostrada) ed è attraversata da una colonna sonora che non può certo lasciare indifferenti.

Tra le tante belle canzoni, la parte del leone la fa City Of Stars, che agli Oscar del 2017, ha vinto la statuette per la miglior canzone originale. Il brano fu composto e orchestrato da   Justin Hurwitz che nusicò il testo scritto da Benj Pasek e Justin Paul.

Hurwitz, incaricato della colonna sonora dallo stesso Chazelle, compose il brano al pianoforte, suonando e risuonando la stessa melodia, fino a quanto la medesima non era così perfettamente levigata, che ne mandò una demo al regista. L’approccio fu esclusivamente emozionale, ciò che importava al musicista era solo riuscire a trovare una sequenza di note che si adattasse perfettamente a una storia d’amore altalenante, che vive momenti di felicità e altri decisamente più dolorosi. Il mood è, quindi, ambivalente, sempre in bilico fra speranza e malinconia, risultato, questo, che Hurwitz raggiunse alternando accordi in maggiore ad altri in minore, in modo da rendere perfettamente tutte le sfaccettature del rapporto fra Mia e Sebastian, e aggiungendovi sfumate inflessioni jazz, che ben si adattassero alla passione musicale del personaggio interpretato da Gosling.

La canzone compare per ben tre volte nel film: la prima è cantata come solista da Sebastian, la seconda è un toccante duetto fra i due innamorati, e la terza volta, nel finale, la melodia è canticchiata da Emma Stone. La scelta è ovviamente voluta, e deriva dalla suggestione di voler trasmettere all’ascoltatore l’emozione della stessa melodia, interpretata, però, attraverso sensibilità diverse fra loro. Comunque sia, il groppo in gola è assicurato.

Tra l’altro, sia la Stone che Gosling rifiutarono di registrare la loro prova vocale in studio, evitando così di falsare l’interpretazione con artifici che avrebbero potuto attenuare il pathos del momento, e scelsero, coraggiosamente, di cantare le loro parti vocali direttamente sul set, sincronizzandosi attraverso gli sguardi. Con l’unica eccezione, però, delle parti fischiettate: Gosling, infatti, non è capace di fischiare, e quindi dell’incombenza si fece carico lo stesso Hurwitz. Inoltre, l’attore, si impuntò per utilizzare un tono bassissimo per il suo cantato, mettendo in difficoltà il compositore che, seppur brontolando, decise alla fine di affidarsi all’istinto dell’attore. 

Che ebbe ragione: la canzone, come detto, vinse sia l’Oscar che il Golden Globe. Hurwitz, dal canto suo si portò a casa la statuetta per la miglior colonna sonora.  




Blackswan, giovedì 25/01/2024

martedì 23 gennaio 2024

CLAIRE KEEGAN - UN'ESTATE (Einaudi, 2023)

 

 

«Poi attraversiamo il tepore della cucina e lei mi dice di sedermi, di fare come se fossi a casa mia. Sotto il profumo di qualcosa che cuoce nel forno c’è una punta di disinfettante, candeggina forse. Toglie dal forno una crostata di rabarbaro e la mette a raffreddare sul piano della cucina: sciroppo bollente sul punto di traboccare, foglie sottili di pastafrolla saldate alla crosta. Dalla porta entra una corrente fresca ma qui è caldo, immobile, pulito»

 

Una fattoria nella campagna irlandese, una bambina silenziosa, un padre e una madre non suoi. Claire Keegan tratteggia un lessico sentimentale dell’accoglienza e dell’amore genitoriale, in un racconto di sommessa e struggente bellezza.

 

Mettetevi comodi sul divano, assaporate il tepore della casa mentre fuori l’aria è gelida, versatevi un bicchiere di vino rosso, di quelli che vengono chiamati “da meditazione”, e regalate a voi stessi un’ora, solo un’ora. Che è il tempo necessario per leggere le settantatre pagine di Un’estate, romanzo breve a firma Claire Keegan, risalente al 2010, ma pubblicato da Einaudi lo scorso anno.

Siamo in Irlanda, forse sono gli anni ’80, il contesto è bucolico, quasi sospeso, eppure si respira l’odore agro di una vita difficile, ai limiti della povertà, in cui gli affanni sono il duro pane quotidiano, nutrimento di un’umanità con troppi figli da sfamare, di piatti di patate e di pinte di birra, di quell’arte di arrangiarsi che fa la differenza fra sopravvivere o cadere nel baratro della tragedia (inevitabile che il pensiero corra a Le Ceneri Di Angela di Frank Mc Court).

Una famiglia indigente affida una delle proprie figlie a una coppia più abbiente, per sgravarsi di un peso economico, per attenuare le fatiche di un’esistenza ai margini, per affrontare la nascita di una nuova vita, che porterà più problemi che gioia, più tormenti che speranza.

Una trama esile, quasi insignificante, se non fosse per l’abilità della Keegan di costruirci intorno un mondo intero. Di sentimenti, di emozioni, di palpiti. La prosa è lineare, scarna, semplicissima, ogni riga è immediata e immediatamente comprensibile, nessun artificio, nessuna finezza lessicale. Eppure, ogni pagina è pura magia, che conquista, che strattona il lettore al centro della storia, come se fosse presente, osservatore muto di una geografia di sentimenti indispensabile nel suo francescano lirismo.

La voce della Keegan è sommessa, aggraziata, la narrazione un sussurro dolcissimo in cui è l’immagine a essere protagonista (la veglia funebre, la passeggiata sulla spiaggia, il pozzo, i profumi inebrianti di una cucina). Un viaggio a ritroso nel tempo, in un mondo antico in cui la grazia dei luoghi e l’evocazione delle tradizioni si scontrano con una realtà agreste, la cui bellezza trova il suo contrappunto in tragedie taciute, nel dolore che arriva dal passato, in un presente fragile, in cui la felicità profuma di torte, di corse a perdifiato, di acqua fresca e lenitiva. Un mondo in cui tutto, però, è caduco, temporaneo. Tranne l’amore, vero protagonista di una storia capace di scavare nel profondo dell’anima, senza strepiti, senza clamore, creando un flusso di dolcezza che infonde speranza, che ipotizza un futuro anche per un sentimento che, per quanto trattenuto, non potrà che esplodere in tutta la sua abbagliante intensità.

Una lettura per adulti e per ragazzi, per genitori e figli, i cui intenti restano ad altezza cuore per tutta la durata del romanzo, e il cui finale, agrodolce e liberatorio, racconta una verità tanto ovvia quanto ineffabile: l’amore genera amore. E quando il lettore chiuderà l’ultima pagina del libro, con la stessa nostalgia di quando finiscono le promesse dell’estate, mentre il traboccare della gioia si scontrerà con il tepore salato di una lacrima, il suo unico desiderio sarà quello di uscire di casa, correre dai propri genitori e abbracciarli in una stretta che toglie il fiato. Abbracciare la vita.

 

Blackswan, martedì 23/01/2024

 

lunedì 22 gennaio 2024

DOM MARTIN - BURIED IN THE HAIL (Forty Below Records, 2023)

 


Un nome che da qualche anno circola con insistenza fra gli appassionati di blues è quello di Dom Martin, chitarrista originario di Belfast, Irlanda, giunto con questo Buried In The Hail al suo quarto album. La sua è stata una carriera rapida e in costante ascesa: l’album d’esordio del 2019 lo ha portato a essere nominato miglior artista solista acustico agli European Blues Awards dello stesso anno, nel 2022 è stato il rappresentante del Regno Unito all'International Blues Challenge di Memphis, dove si è classificato secondo, e il suo secondo album in studio, A Savage Life (2022), gli è valso cinque nomination agli UK Blues Awards del 2023. Il suo approccio alla chitarra è stato inevitabilmente accostato a quello del leggendario Rory Gallagher, e la sua voce è stata spesso paragonata a quella di John Martyn e Van Morrison.

Accompagnato da Ben Graham al basso e contrabbasso e Jonny McIlroy alla batteria, Martin ha attirato l’attenzione per la sua bravura alla chitarra acustica, ma si distingue anche per tecnica e fantasia all’elettrica e per essere un paroliere di prim’ordine. Le sue sono basi blues solidissime, ma il suo songwriting risulta anche contaminato da sonorità folk e rock, che rendono questo nuovo Buried In The Hail un disco vario e ricco di sfumature. 

L'album si apre con la breve e bucolica strumentale "Hello in There", il tono è rilassato, le languide note di chitarra accompagnano le risate di bimbi che giocano, il mood è trasognato e dolcissimo. Una carezza all’ascoltatore, che subito dopo si trova invischiato nel blues cadenzato e classicissimo di "Daylight I Will Find", chitarra slide, il pensiero che vola a Gallagher e la voce bollente di Martin che si apre a una dichiarazione d’intenti: “Non è una questione di soldi, fratello, non ho guadagnato un centesimo". "Government" è una ballata acustica venata di malinconia in cui il chitarrista fa il punto sulla situazione politica mondiale, esprimendo con mestizia tutto il suo disappunto andando dritto al centro della questione: "È ora di finirla, Lo ammetto, Mi fa venire la nausea".

Con "Belfast Blues", Martin torna alla chitarra elettrica, getta uno sguardo sulla sua vita passata e gli anni difficili della città, il mood si fa cupo, la batteria di Jonny McIlroy e il basso di Ben Graham tengono un ritmo frenetico, la voce è profonda, ferita. "Crazy" di Willie Nelson è l'unica cover dell'album, Martin l’ha scelta perché è da sempre una delle sue canzoni preferite. Tuttavia, nella sua versione non c'è nulla di country, il brano ha una veste nuova, la tensione è palpabile, la voce di Martin evoca Tom Waits, il crescendo è emozionante.

Lo spettro espressivo del chitarrista resta vario, è ricco di cambi di direzione, tiene incollato all’ascolto. "Unhinged" è il brano più duro del lotto, la chitarra è distorta, il tiro è ruvido, cattivo, il groove funkeggiante è strattonato da un intenso assolo alla sei corde. Nemmeno il tempo di detergere il sudore, che parte la splendida "The Fall", ballata per fingerpicking e silenzio, voce cavernosa e melodia malinconicissima, elementi che conducono in territori più intimi e meditabondi. C’è ancora tempo per uno vibrante omaggio a Howlin’ Wolf ("Howlin’"), per l’oscura ed evocativa title track, ferita a sangue da velenose sciabolate slide, e per l’inquietante e minacciosa "Lefty 2 Guns", incedere e assolo che sembrano omaggiare un altro grande di Belfast, Gary Moore. L'album termina come era iniziato, con un breve strumentale acustico, "Laid to Rest", ma questa volta l’atmosfera è scarna, scricchiolante, quasi fosca.

Si chiude così un disco che, anche dopo ripetuti ascolti, non smette di stupire, e il cui impianto decisamente classico si esprime, però, attraverso una tavolozza di colori, prevalentemente cupi, che rendono l’insieme stimolante e ricco di momenti coinvolgenti. Martin sa il fatto suo, scrive bene e suona anche meglio, e il suo artigianato irlandese è un ulteriore dimostrazione che, anche in Europa, il blues gode di ottima salute. 

VOTO: 8

GENERE: Blues




Blackswan, lunedì 22/01/2024

giovedì 18 gennaio 2024

THE GATHERING - SOUVENIRS (Peaceville, 2003)

 


Nati nel 1989 vicino a Oss, nei Paesi Bassi, i Gathering hanno iniziato la loro carriera tre anni dopo, con la pubblicazione di Always…, un disco di doom metal, che ben rappresentava l’amore della band olandese per i suoni estremi. Lentamente, però, la proposta è cambiata, e già a partire del terzo album, il bellissimo Mandylion (1995), il primo con Anneke Van Giersbergen alla voce, i Gathering hanno iniziato a svoltare, album dopo album, verso sonorità più morbide, dall’impianto complesso e più contiguo a una certa idea di progressive.

Souvenirs, pubblicato nel 2003, rappresenta quella che può essere considerata la svolta definitiva, un cambio radicale che vede il metal accantonato definitivamente. Un disco, è innegabile, assai controverso, come succede ogni volta che una band apporta cambiamenti drastici al proprio sound: alcuni fan lo adorano e altri lo odiano, mentre allo stesso tempo, il cambio di spartito ha suscitato anche l’interesse di nuovi appassionati. E’ fuori di dubbio che i Gathering lo sapessero, mentre stavano registrando questo album. Sapevano che quel cambiamento era una necessità pressante e inarrestabile, che imponeva una creatività diversa, non più in linea con il proprio passato, ma indispensabile perché la band ampliasse e mantenesse viva la propria ispirazione.

Come si diceva, dal loro primo disco, Always… del 1993, fino a If Then Else, pubblicato nel 2000, il suono dei The Gathering si è costantemente spostato dal metal verso l’alternative rock e il goth. Se, però, in If Then Else comparivano ancora retaggi del lontano passato (Shot to Pieces, Analog Park), in Souvenirs l’allontanamento dalle sonorità estreme è definitivo. Di conseguenza, era inevitabile che Souvenirs suonasse come una delusione per tanti fan della prima ora, nonostante la ricchezza espressiva delle dodici canzoni in scaletta si ponga su un piano diverso, che potremmo definire qualitativamente eccelso.

Questo disco, infatti, fluttua in una terra di mezzo dove la contaminazione è la lama più affilata nelle mani della band. In Souvenirs, infatti, convivono rock e pop, ritmiche trip hop, sperimentazione e melodia, elementi questi plasmati attraverso un mood cupo, intimista, malinconico. Se il termine heavy può avere ancora un senso, qui lo ha perché questa musica, nonostante l’indubbia caratura melodica, è prevalentemente oscura e inquietante, una coltre che raramente lascia passare raggi di luce. 

Il primo brano in scaletta, "These Good People", dà immediatamente la chiave di lettura dell’intero disco: se il titolo evoca scenari gioiosi, versi come “trasformerai la nostra limousine in un carro funebre” spingono verso territori tutt’altro che compiacenti. La ritmica è un evidente richiamo a Massive Attack e Portishead, il pianoforte sgocciola mestizia, la voce della van Giersbergen fluttua sulle partiture come un mantra rassegnato, e, nel complesso, il risultato finale è oscuro, quasi sinistro.  La traccia successiva, "Even the Spirits are Afraid", sviluppa un groove gotico per cinque minuti che lasciano senza fiato. La chitarra e il basso (ancora Massive Attack e Portishead) sono in bella evidenza, avanzano impetuosi, si agitano, frementi, senza tuttavia mai esplodere, mentre la voce della van Giersbergen si attorciglia all’anima, come un serpente pronto a sferrare il suo attacco. Tutto fin qui è oscurità, disagio, sprofondo malinconico.

Con "Broken Glass" c’è una piccola svolta: la melodia è di quelle che si mandano a memoria immediatamente, la voce della leader è dolcissima, quasi una carezza, e anche se in sottofondo rumori e scariche elettriche sferzano la linearità del brano, le atmosfere si fanno più sognanti, fino a esplodere nel melodramma di un travolgente assolo di chitarra finale che starebbe benissimo in un disco dei Sigur Ros.

Con la successiva "You Learn About It" la tensione scema ulteriormente in una melodia pop orecchiabile, la musica riacquista leggerezza, libra verso l’alto, e attraverso la coltre nebbiosa si intravedono finalmente i colori del cielo, mentre Anneke dà prova, di nuovo, di tutte le sue impressionanti capacità vocali.

Se la title track torna a immergersi in acque limacciose e la malinconia è di nuovo la protagonista assoluta di una canzone che evoca i Cranberries più cupi, quelli, per intenderci, del postumo In The End, "We Just Stopped Breathing" è l’episodio più sperimentale del lotto, il cantato è evanescente, quasi spettrale, il pianoforte disegna dissonanze, la ritmica pesca ancora dal trip hop, e la seconda parte del brano, con quella tromba e le disturbanti rarefazioni, introduce atmosfere elusive alla David Sylvian. "Monsters" è, invece, senza ombra di dubbio, la canzone più rock di Souvenirs, in cui la band sembra finalmente rilasciare parte della tensione accumulata precedentemente in un ritornello il cui gancio melodico, sballottato dentro un groove trascinante, è di quelli che si cantano a squarciagola fin dal primo ascolto.

Dopo "Monsters" arrivano due brani figli della stessa idea: "Golden Grounds" e "Jelena" rallentano il passo, sono oscuri, cupi, disperati, e vestono entrambe abiti quasi industrial. Chiude "A Life All Mine", una ballata scorbutica ed elettronica, in cui la van Giersbergern duetta con Garm, il cantante degli Ulver. Una canzone, questa, decisamente ostica, che necessita svariati ascolti perché ci si renda conto che l’intreccio delle voci, in prima battuta respingente, funziona in realtà benissimo, perfetta chiosa di una disco che, anche sul finale, rilascia un senso di sinistra inquietudine.

A distanza di vent’anni, Souvenirs è un’opera che fa ancora discutere i fan della band, eppure il tempo trascorso mette ulteriormente in luce l’ispirazione altissima di un gruppo che ha avuto il coraggio di dire molte cose diverse durante la sua lunga carriera. Per chi scrive, questo disco, insieme a Mandylion e Nighttime Birds, è probabilmente il vertice della discografia della band olandese e, in senso più ampio, a volerlo inserire in una categoria, probabilmente uno dei dischi di “progressive” più interessanti e avvincenti del nuovo millennio. Una riscoperta consigliatissima a tutti coloro che sono disposti a misurarsi con una musica svincolata da tutto, tranne che da una fremente e inarrestabile creatività.

GENERE: Prog, Rock, Elettronica, Trip Hop




Blackswan, giovedì 18/01/2024

martedì 16 gennaio 2024

BAD TOUCH - BITTERSWEET SATISFACTION (Marshall Records, 2023)


 

I britannici Bad Touch tornano con il loro quinto album in studio, Bittersweet Satisfaction, un disco il cui suono è fortemente ispirato al classic rock di matrice settantiana (ma non solo), declinato, però, con piglio moderno, attraverso dieci canzoni in bilico tra pura energia e melodie di facile presa.

In attività dal 2010, composti da Stevie Westwood (voce), Rob Glendinning (chitarra), Daniel Seekings (chitarra), Michael Bailey (basso) e George Drewry (batteria), i Bad Touch non hanno mai nascosto il loro amore per un hard rock operaio e venato di blues, diventando, disco dopo disco, un nome importante della scena britannica di genere. Con Bittersweet Satisfaction, il gruppo modifica, però, il proprio suono grezzo, dando un taglio più melodico e mainstream ai brani, con l’intento evidente di raggiungere il pubblico più vasto possibile.

L’apertura è affidata a "Slip Away", una traccia che riecheggia le influenze della band, che vanno da Jimi Hendrix (soprattutto nello specifico), Aerosmith, Black Crowes e Led Zeppelin, e che è strutturata sulla combinazione fra un riff potente, un ritmo trascinante e un ritornello dagli evidenti accenti melodici, così come la successiva, solida "This Life".

"Spend My Days" è quasi una canzone pop rock con le sue forti inclinazioni melodiche, mentre l’energica title track mantiene la stessa ambivalenza fra strofe ruvide e ritornello melodico, che è il vero fil rouge dell’intero album.

Più bluesy e graffiante, "Nothing Wrong With That" è un mid tempo rock dal tiro decisamente asciutto, mentre la brillante Come Back Again, è una ballata ispirata al southern rock, che chiama in causa assi del calibro di Lynyrd Skynyrd e Black Crowes.

Per quanto riguarda la produzione, Bittersweet Satisfaction vanta un suono raffinato e brillante, ogni strumento occupa il suo giusto spazio, è nitido e calibratissimo, il che consente alla musica di risplendere in modo cristallino. Tuttavia, si potrebbe obbiettare che questa sia un'arma a doppio taglio, dato il suono perde parte del suo vigore tagliente e sporco a causa della rifinitura eccessivamente pulita.

La brillantezza del disco acquista in accessibilità, ma sacrifica parte dell’energia cruda e grintosa che sicuramente avrebbe potuto aggiungere più fascino all’album. Allo stesso modo, sotto il profilo del songwriting, la ricerca del ritornello di facile presa e dell’appeal radiofonico, rende tutto più orecchiabile, ma penalizza quella potenza espositiva che era un marchio di fabbrica dei Bad Touch.

Tutto sommato, però, Bittersweet Satisfaction resta un buon capitolo della discografia del gruppo britannico. Il disco esplora un suono più raffinato e mainstream, certo, ma non abbandona completamente le radici hard rock, che restano il primo punto di riferimento della band, offrendo un’esperienza sonora piacevole e ricca di energia positiva, qualcosa che i fan del rock di ogni latitudine potranno apprezzare con soddisfazione.
 
VOTO: 7
 
GENERE: Rock 



 
Blackswan, martedì 16/01/2024

lunedì 15 gennaio 2024

NOAH HAWLEY - INNO AMERICANO (Einaudi, 2022)

 


Come tanti, troppi, ragazzini di oggi, Simon, Louise e Paul, detto il Profeta, devono fare i conti con le loro paure e i loro traumi. Quando si incontrano in una clinica per la cura dell’ansia, il Profeta li convince che hanno una missione. Devono fuggire da lí e costruire la loro utopia, un luogo dove avere una seconda possibilità, lontano da quegli adulti che li hanno traditi lasciandogli un mondo allo sbando. Però, come in una fiaba contemporanea oscura e adrenalinica, per riuscirvi dovranno prima sconfiggere lo Stregone, un miliardario crudele e intoccabile, e salvare la ragazza che tiene prigioniera, principessa o drago che sia.  

 

La premessa è d’obbligo: questo romanzo può scorrere velocissimo e divertire il lettore, oppure può essere una gincana, il cui percorso, lungo, tortuoso e irto di ostacoli, imporrà a chi legge numerose soste. Per riflettere, e porsi domande, a volte anche scomode. Dipende da chi si approccia alla lettura e da come lo fa.

La storia è semplice, il contesto è distopico (ma non inverosimile) i personaggi tratteggiati meravigliosamente. Mentre il mondo brucia (letteralmente) a causa di irreversibili cambiamenti climatici, e negli Stati Uniti cresce la tensione in una società sempre più vicina alla guerra civile, i giovani iniziano a suicidarsi, vittime di quella che sembra un’epidemia senza controllo. In questo drammatico scenario, un gruppo di adolescenti, guidati da un ragazzino che si fa chiamare il Profeta, parte per una missione rischiosissima: salvare una giovane tenuta prigioniera da un miliardario senza scrupoli.

Una trama all’apparenza quasi banale, se non fosse che Hawley è un incantatore, che mischia le carte, depista, inganna, in un susseguirsi di colpi di scena che fanno palpitare. D’altra parte, lo scrittore americano, non è solo un abile romanziere, ma anche uno sceneggiatore di successo (sua la sceneggiatura della serie Fargo, per citarne una), che sa come tenere in pugno il lettore. Ecco, allora, che Inno Americano si presenta come una lettura stratificata, nelle cui pagine si può trovare un po’ di tutto: thriller, action, melodramma, on the road, analisi sociale, speculazione filosofica, generi, questi, tenuti insieme da una prosa vivace, asciutta quando il ritmo si fa incalzante, ricca quando le pause riflessive arrestano il fluire degli eventi, e sempre ironica, pungente, beffarda e corrosiva.

Il contesto, come dicevamo, è distopico, ma la visione non è molto lontana da un futuro che, per quanto atterrisca, è pronto a bussare alle nostre porte. D’altra parte, questo romanzo è figlio della pandemia e del lockdown (cosa sono i suicidi di massa se non una sorta di virus pandemico?), e di una società, quella americana, costretta ancora a convivere con il razzismo, l’omofobia, le moleste sessuali, la violenza e la discriminazione come sistema (Trump ha fatto danni irreversibili sdoganando i peggiori istinti della gente) e, più in generale, con una forma sempre più dilagante di misantropia (interessante, nel finale, una digressione sul concetto di “empatia”).

Perché, dunque, i giovani si tolgono la vita? E’ questa la grande domanda che si pone Hawley nelle cinquecentocinquanta pagine del romanzo. Un domanda a cui è difficile dare una risposta, ma che impone comunque una riflessione sul mondo in cui viviamo. In atto, c’è un evidente scontro generazionale, tra gli adulti che hanno fatto del profitto e della scalata sociale un mantra esistenziale, e gli adolescenti, smarriti, ansiosi, incapaci di affrontare la vita, vittime di una società che li confonde, che vorrebbe proteggerli e, invece, ne violenta i sogni, le aspirazioni, le speranze. Perché il controllo è un’illusione e il caos domina incontrastato. I giovani si tolgono la vita perché è stato tolto loro il diritto di sbagliare, di prendere decisioni (i protagonisti del romanzo acquistano consapevolezza ogni volta che sono liberi di scegliere), di guardare al futuro, di costruire la normalità, di morire.

Il mondo può essere salvato? Certo che sì, e nel modo più semplice possibile: “Guardate, dissero, la soluzione è semplice. Quelli che hanno di più devono condividere con quelli che hanno di meno. Quelli che sono malati devono essere curati. Quelli che inquinano l’aria e il mare, le foreste e le pianure devono smettere di farlo. Date, dissero al mondo, non prendete.”. Una riflessione talmente ovvia da sembrare banale. Eppure, questa ovvietà, dalla quale passa il futuro dell’uomo, è pura, irrealizzabile, utopia, cioè l’esatto contrario del mondo distopico (e incredibilmente concreto) in cui si svolge la trama del romanzo. I giovani protagonisti del romanzo, però, lo hanno capito, e il finale di Inno Americano apre alla speranza (non dico altro per evitare spoiler).

Non so se si possa parlare di capolavoro, ma di sicuro questo, che è il quinto romanzo di Hawley, ci va molto vicino. Non fosse altro per quel suo continuo pungolare la sensibilità di chi legge: se hai una coscienza, non puoi più tirarti indietro, è il momento di metterla alla prova.

Ecco tutto. La mia storia è finita. Il resto tocca voi

 

Blackswan, lunedì 15/01/2024

giovedì 11 gennaio 2024

STEVE VAI - VAI/GASH (Favored Nations/Mascot, 2023)

 


Con colpevole ritardo, torniamo su un disco uscito a inizio dello scorso anno, un disco sfuggito ai radar del sottoscritto e recuperato solo in extremis. Un disco che vede protagonista, o meglio co-protagonista, il leggendario chitarrista Steve Vai, alle prese con qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato: cimentarsi con l’hard rock grezzo e operaio in stile anni '70, tutto grandi riff, ritmi trascinanti, e ganci vocali, allo scopo di onorare la memoria di un amico scomparso da tempo.

Vai è uno dei chitarristi tecnicamente più abili emersi nel secolo scorso, e la sua musica è originale, sperimentale, ricca di armonie complesse e di un senso per la melodia quasi ultraterreno. Ma di tutto ciò, in questo album, non vi è traccia. Qui, troverete solo otto canzoni destinate a essere ascoltate a rombante velocità, otto tracce scritte e registrate nel 1991, in solo due settimane, quando Vai, provetto motociclista, si era messo in testa di scrivere musica ispirata alla sua Harley – Davison, alla gioia di guidare senza una meta e ai suoi amici dell’epoca. Uno, in particolare: il suo nome è Johnny "Gash" Sombrotto.   

Vai, ai tempi, era appassionato di moto, e, tramite un comune amico, fece la conoscenza di Sambrotto, un altro patito di due ruote, con cui strinse subito un forte legame. Nel 1977, all'età di 21 anni, Sombrotto ebbe un grave incidente che gli procurò gravissime ustioni. I medici dissero alla sua famiglia che aveva ustioni di terzo grado su oltre il 60% del corpo e che, se fosse sopravvissuto, c'era una forte possibilità che avrebbe perso il braccio destro e la gamba sinistra. Sambrotto, però, ha lottato strenuamente e dopo un mese è stato finalmente dimesso dall’ospedale, senza alcuna amputazione, ma con estese cicatrici al volto, al collo, alle braccia e al petto. Gash risalì quasi subito sulla sua Harley e nonostante il fisico fiaccato dall’incidente e il corpo piagato dalle ustioni, continuò a coltivare la sua passione.

Sambrotto, però, era anche un cantante dilettante e a seguito dell’amicizia con Vai, fu invitato in studio per poter cantare sulle canzoni che erano già pronte per essere registrate. I risultati furono sorprendenti. Gash era un cantante straordinario con una voce graffiante e così potente da far tremare uno stadio. Purtroppo, però, non si andò oltre una prima sessione di registrazione: Vai era sommerso di impegni e, successivamente, il 7 settembre del 1998, arrivò la notizia che Gash era morto in un altro incidente motociclistico. Scoraggiato, il chitarrista accantonò le canzoni e andò avanti con la sua vita e la sua carriera.

Nel 2023, Vai ha finalmente deciso di rendere pubblico quel disco accantonato per così tanti anni. E per fortuna. Perché questo è un vibrante album di rock and roll killer, che mette in mostra la chitarra ritmica e le capacità di scrittura di Steve, così come la sua capacità di lasciare andare gli orpelli musicali, che sono i segni distintivi del suo stile, e suonare parti di chitarra semplici e dirette, con l’approccio da membro di una band, e non da funambolico leader. 

Gash è la vera star, il protagonista assoluto, grazie a una voce da rocker di lungo corso. La voce di Sombrotto è esplosiva e immediatamente coinvolgente, e lascia intravvedere consumate capacità da frontman. Vai si pone al suo servizio, insuffla elettricità che Gash trasforma in un rock battagliero, sanguigno, spumeggiante come una pinta di quella buona. E chi ama Vai, si sorprenderà in queste tracce ad ascoltare una chitarra influenzata dal blues, essenziale, figlia di una musica che usciva regolarmente dagli stereo delle auto negli anni '70.

Grazie anche al breve minutaggio, non esistono riempitivi o momenti di stanca, e viene da chiedersi, vista l’alchimia fra i due, cosa sarebbe successo se questo progetto avesse potuto avere vita lunga.

VOTO: 8

GENERE: Rock

 


 

 

Blackswan, giovedì 11/01/2024

martedì 9 gennaio 2024

RHYTHM NATION - JANET JACKSON (A&M, 1989)

 


La mattina del 17 gennaio del 1989, Patrick Purdy, un ventiquattrenne con svariati precedenti penali e un grave problema di dipendenza dalla droga e dall’alcol, entra nel cortile della Cleveland Elementary School di Stockton, in California. Porta con sé un fucile semiautomatico, sul cui calcio sono incise le parole “libertà”, “vittoria”, “hezbollah” e “terrestre”. Si apposta dietro un muretto e inizia a fare fuoco: ben 106 colpi in tre minuti. Uccide cinque bambini, e ne ferisce altri trenta, con una lucidità disarmante. Perché le sue vittime non sono scelte a caso: tutti coloro che morirono e molti dei feriti erano, infatti, immigrati cambogiani e vietnamiti, arrivati con le loro famiglie negli Stati Uniti come rifugiati. 

Prima che la polizia possa intervenire, Purdy estrae una pistola dal suo giubbotto antiproiettili e fa fuoco contro sè stesso. In poco più di cinque minuti, il giovane alienato mette in scena quella che è stata la sparatoria nelle scuole non universitarie degli Stati Uniti con il maggior numero di morti e feriti, fino, almeno, al drammatico massacro della Columbine High School. La carneficina di Stockton colpì profondamente Janet Jackson, che ispirata da quel tragico evento scrisse ben due canzoni, una più esplicita, Livin’ in a World (They Didn’t Make), e l’altra più concettualmente sottile, Rhythm Nation, entrambe pubblicate sul suo capolavoro datato 1989 e intitolato Janet Jackson’s Rhythm Nation 1814.

L’idea di partenza di Rhythm Nation nacque guardando la tv, attraverso la quale si veicolava molto musica (MTV) ma anche notizie tristissime, che la CNN mandava in onda con sfiancante regolarità. Fu proprio “scanalando” che la Jackson si imbattè nella tragedia di Stockton, un evento che la colpì profondamente, prostrandola fino alle lacrime.

Fu, dunque, la televisione a essere l’abbrivio iniziale per comporre Livin' in a World (They Didn't Make) e, poi, Rhythm Nation, la quale nascondeva una riflessione profonda. L’idea, infatti, era quella di opporre alla violenza, alla malvagità e al razzismo (Purdy uccise solo bambini asiatici) una canzone dance energica (ma dal contenuto politico) che, grazie a una condivisa passione per la danza e per la musica, radunasse tutto il popolo delle discoteche sotto un’unica egida, sotto le insegne di una “nazione” fondata sui valori positivi della fratellanza e dell’uguaglianza. Siamo tutti parte della nazione del ritmo, il ballo unisce, abbatte le barriere, ci fa vivere meglio, con amore, perché chi va a ballare non guarda il colore della pelle o l’estrazione sociale di quelli che incontra, e tutti sono uniti sul dancefloor in un’unica grande festa.

Musicalmente, il brano è contraddistinto da una favolosa linea di basso rubata a Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) degli Sly & the Family Stone. L’idea di utilizzare quel groove venne a Jimmy Jam, uno dei produttori del disco, durante una cena. E’ lo stesso Jam ad averlo raccontato in un’intervista: “Ero in un ristorante, potrei essere stato con Janet, non riesco a ricordare con chi, e stavo mangiando. Ricordo che stavano suonando musica in sala e ricordo all'improvviso di aver ascoltato Thank You, una delle mie canzoni preferite. L’avevo ascoltata un milione di volte, ma è stata la prima volta che l'ho ascoltata fuori contesto, e mi sono detto che, una volta tornato in studio avrei messo in loop quel giro di basso e ne avrei fatta una nuova canzone. Quella è stata la scintilla”. 

Curioso come nella clip che accompagna la canzone la Jackson utilizzò un look e passi di danza militareschi, che aveva visto nel film del fratello Michael, Captain EO, un corto metraggio di diciassette minuti girato da Francis Ford Coppola, che detiene ancora il record del film con il costo al minuto più alto della storia. Michael inizialmente nicchiò, perché era un’idea che voleva sfruttare per altri video, ma alla fine acconsentì, viste le prolungate insistenze della sorellina, che, grazie anche a questa intuizione, rafforzò ulteriormente la propria fama di musicista e ballerina.

 


 

 

Blackswan, martedì 09/01/2024

lunedì 8 gennaio 2024

TENHI - VALKAMA (Prophecy, 2023)

 


Musica di nicchia che più di nicchia non si può. Eppure, i finlandesi Tenhi, oltre ad essere giro fin dagli anni Novanta, si sono guadagnati la reputazione di essere degli autentici fuoriclasse, dei maestri inarrivabili del dark folk.

Dopo ben dodici anni dal precedente Saivo, esce finalmente il nuovo Valkama, un album figlio di una pazienza ostinata. Non soltanto a causa del divario temporale dal suo predecessore, quanto, semmai, per la struttura e il ritmo delle canzoni stesse. Molte partiture di questo disco, sembrano, infatti, esistere in modo naturale come l'erba cresce in giardino o una goccia d’acqua riempie lentamente la brocca. E’ vero, ci sono alcuni travolgenti picchi cinematografici che evocano la tempesta, ma gran parte di Valkama si basa sugli stili minimalisti e dark folk che i Tenhi plasmano ormai da quasi trent’anni.

Il lungo processo creativo, attraverso cui sono state concepite le dodici canzoni in scaletta, parte da un’idea di un racconto di fuga da un insediamento devastato e annerito, la cui unica via d’uscita è rappresentata da acque limacciose che conducono all'isola dei morti. Scappare dagli orrori del mondo reale, utilizzando la canoa che è rappresentata in copertina (uno scheletro ornato di fiori è la rappresentazione impeccabile del suono della band), che evoca tanto il sonno eterno quanto la speranza. Quello che una volta era un viaggio dolente e cupo, però, oggi riceve nuova vita e un po’ di ottimismo. Il titolo dell'album, infatti, si traduce in "rifugio", e il disco narra il viaggio verso questo posto speciale, verso la salvezza dell’anima.

Valkama emana un senso di pace interiore con la sua lussureggiante miscela di chitarre acustiche, archi, flauti e tastiere, su cui si odono voci sommesse e struggenti. Non mancano paesaggi sonori inquietanti, per i quali la band possiede un indiscutibile talento, ma non si può negare che, questa volta, le atmosfere siano più calde e meno tenebrose. La band, poi, riesce a produrre quanta più emozione possibile anche dai rami più spogli del songwriting.

Così, la scarna "Kesavihanta" vive sull’interplay fra chitarre morbide e un coro dalle sfumature vagamente orrorifiche, mentre "Rannankukka" è costruita intorno a un pattern di batteria tribale. Sono tutte le piccole cose ben riuscite che rendono questo album un viaggio a dir poco magnetico. In tutto Valkama, poi, all'ascoltatore viene costantemente ricordato il potere del pianoforte, le cui note intricate e piangenti hanno spesso un peso determinante nello stillicidio delle emozioni.  

Non esiste un punto debole in scaletta. "Hele" possiede una luce speciale, è la metà del viaggio, evoca le stelle che illuminano il vasto cielo sulle teste dei viaggiatori, ogni nota delicata fende la nebbia con inconfondibile chiarezza. È davvero incredibile quanto tutto sia vivido qui: ogni colore dell'orizzonte e le increspature dell'acqua. In molti modi, questo sembra il disco della meditazione definitiva: in un mondo così ossessionato e intorpidito dalla gratificazione immediata, Valkama cerca l’esatto opposto. La lentezza, l’intimo, l’osservazione, la stasi.

La conclusiva "Aina sininen aina" è il momento in cui il viaggio finisce e la destinazione è chiara davanti agli occhi, mentre la melodia si fa ancor più rilassata e lenta, i cori stratificati sopra l’onda delicata dei bassi e delle note di pianoforte a goccia. Un contrasto voluto con l’estremo opposto, l’iniziale e malinconica "Saattue", il brano più lungo ed epico del disco.

E’ probabilmente sbagliato, però, sottolineare la bellezza solo di alcune canzoni, perchè si fa torto a settanta minuti di musica davvero toccante, pensata chiaramente per essere valutata nella sua interezza, con il minor numero di distrazioni possibile, come se davvero si affrontasse un lungo viaggio, il timone in mano e le stelle a indicare il cammino. Valkama impone, infatti, una connessione con la natura, e ci obbliga ad attingere al nostro lato spirituale, che spesso dimentichiamo.

Alla fine dell’ascolto si arriva forse stanchi ma gratificati, perché nel lungo, e lento fluire del disco si percepisce amore, dedizione, cura dei suoni, senso per la scoperta. Non c’è dubbio che i Tenhi siano assoluti maestri nel tratteggiare una musica folk, ondivaga fra terra e volta celeste, un mondo a parte, stavolta attraversato da un po’ più di luce, che rende meno opprimente il sudario di una realtà oscura e drammatica.

VOTO: 8

GENERE: Dark Folk

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/01/2024

venerdì 5 gennaio 2024

BRAD MEHLDAU - YOUR MOTHER SHOULD KNOW (Nonesuch, 2023)

 


Un curioso della musica, un artista che ha esplorato territori apparentemente inconciliabili tra loro, dalla classica al jazz, dal pop al rock. Brad Mehldau, rinomato, estroso e iconico pianista, non ha mai fatto mistero di avere altre passioni fuori dalla casa jazz che abitualmente abita, e ha sempre trovato il modo di misurarsi con quegli artisti (Radiohead, Yes, Rush, Nirvana, Gentle Gianrt, etc) che hanno rappresentato, e rappresentano, una cospicua parte della sua personale raccolta di dischi. Mehldau crede, soprattutto, che un’affascinante commistione di generi sia la chiave per la longevità di quella forma d’arte chiamata musica.

Così era inevitabile che il pianista prima o poi rendesse omaggio in chiave jazz alla musica dei Beatles, con un album di piano solo, intitolato Your Mother Should Know, registrazione di un concerto tenutosi nel 2020 alla Philharmonie de Paris.

Fan di lunga data dei Beatles, Mehldau è rimasto sempre affascinato da quella metamorfosi psichedelica del gruppo a metà degli anni Sessanta, quando le loro armonie insolite e i ritmi eccentrici si infiltrarono nel pop attraverso album come Rubber Soul e Revolver. Una fascinazione così pressante che, spesso, a partire dagli anni Novanta, ha spinto il musicista americano a inserire nel suo repertorio reinterpretazioni delle canzoni dei Fab Four, fino ad arrivare a questo disco, che può dirsi un omaggio definitivo, dal momento che degli undici brani in scaletta, tutte portano la firma del duo Lennon/McCartney, ad eccezione della chiosa, con cui si cimenta in una emozionante cover di "Life On Mars?" di David Bowie.

Il pianista, tuttavia, si concentra principalmente su una selezione dei brani meno conosciuti del songbook del quartetto di Liverpool, nessuno dei quali, questo è un valore aggiunto dell’opera, è mai stato registrato da lui in precedenza. Mehldau evita di cadere nella trappola della mera rivisitazione, il suo tocco ha un approccio multiforme eppure minimal, che mette in luce le colorate e sublimi architetture melodiche dei brani scelti.

Gioielli psichedelici come "She Said She Said" e "I Am The Walrus" si sviluppano con naturalezza e suonano scintillanti nelle dita di chi, queste canzoni, le ha ascoltate centinaia di volte, mentre in altri episodi ("I Saw Her Standing There" e "Baby's in Black") vengono messe in risalto quelle radici R&B e gospel che spesso hanno connotato il suo approccio alla composizione.

La ninna nanna di "Golden Slumbers" diventa sempre più blues fino a evaporare in scintillanti sussurri, e la citata "Life on Mars?" è una vorticosa improvvisazione contrappuntistica che fa ruggire il pubblico della Philharmonie de Paris. Il tutto delicatamente filtrato attraverso un vocabolario che include jazz, blues, folk-rock e una spolverata di malinconico romanticismo (la struggente rilettura di "Here, There And Everywhere").

Il tocco altamente espressivo e dinamico di Mehldau è gioia per le orecchie e qualche colpo di scena inaspettato aggiunge una nuova dimensione ai brani, senza tuttavia trasfigurarne l’habitus originale. Una ricetta, questa, che probabilmente soddisferà sia gli amanti del jazz che i fan più intransigenti dei Beatles. E anche se Mehldau, come solista, ha dovuto scambiare la tempra più muscolare del rock con una delicatezza musicale da camera, nulla della sua potenza espressiva viene meno.

VOTO: 8

GENERE: Jazz

 


 


Blackswan, venerdì 05/01/2024

giovedì 4 gennaio 2024

MAD WORLD - TEARS FOR FEARS (Mercury, 1983)

 


Seconda traccia da The Hurting, album d’esordio dei Tears For Fears datato 1983, Mad World parla di un giovane depresso che non trova il suo posto nel mondo, percepisce la propria vita come vuota e cerca in tutti i modi di sfuggire al dolore. 

Uno dei versi più intensi del testo recita "i sogni in cui sto morendo sono i migliori che abbia mai avuto", il che suggerirebbe che il giovane protagonista cerchi di lenire il proprio dolore perdendosi in pensieri suicidi. Questa interpretazione, tuttavia, fu smentita dallo stesso Roland Orzabal, autore del brano, il quale spiegò che quel verso così disperato nasceva da una tesi dello psicologo Arthur Janov, secondo cui i nostri sogni più drammatici ci permettono di scaricare parte della tensione che ci opprime. In tal senso, il ragazzo della canzone non sta necessariamente cercando di morire; anzi, risvegliandosi dai suoi sogni più morbosi, riesce finalmente a stare meglio. Quale che sia la verità, il testo di Mad World resta comunque tristissimo. C'è, infatti, una sorprendente dissonanza tra la musica allegra del brano e le parole cantate, un elemento tipico, questo, di molte canzoni dei TFF, che giustapponevano liriche intense alla leggerezza del pop.

La canzone, dicevamo, fu scritta da Roland Orzabal, quando viveva in un appartamento a Bath, in Inghilterra, con la sua ragazza, Caroline, che in seguito divenne sua moglie. Ai tempi, Orzabal era ancora ben lontano da diventare una rockstar, e sbarcava il lunario facendo piccoli lavoretti, che gli permettevano, comunque, di dedicarsi alla creazione della sua musica. Il cantante passava molto tempo strimpellando la sua chitarra acustica mentre guardava fuori dalla finestra, osservando le vite degli altri, di quelle persone che si affannavano per andare al lavoro al solo scopo di sopravvivere.

Fu questo lo stimolo principale per comporre il brano, che fu, però, musicalmente ispirato da Girls On Film dei Duran Duran. Orzabal voleva scrivere una canzone che suonasse più o meno nello stesso modo, ma quando compose Mad World, lo fece con la chitarra, e il risultato, a suo dire, fu pessimo. Così si recò da un amico, Ian Stanley (che poi divenne il tastierista dei TFF) il quale aveva un synth e una drum machine, che diedero una nuova veste a Mad World. Ma anche così il risultato non era soddisfaciente, perché Orzabal riteneva la propria voce inadatta al mood depresso della canzone. Pertanto, propose a Curt Smith di cimentarsi al canto, e questa volta fu trovata la quadra. Smith, riuscì a connettersi con la melodia nel modo giusto, perché riusciva a identificarsi alla perfezione con il protagonista delle liriche. Ai tempi, Smith era un adolescente ribelle, che aveva da poco perso il padre e provava rabbia nei confronti della vita, e la sua voce, più cupa, più malinconica, era perfetta per esprimere il disagio esistenziale che Mad World esprimeva.

Il brano fu il primo grande successo dei Tears For Fears nel Regno Unito, dove in poco tempo divenne una delle band più amate del decennio, ma negli Stati Uniti il brano fu un completo flop.

Poco male, perché la bellezza di Mad World sopravvisse allo scorrere del tempo e tornò alla ribalta quasi vent’anni dopo, quando Gary Jules ne fece una cover per il film Donnie Darko. Il cantante americano, infatti, ne registrò una versione più lenta e struggente, che rispecchiava maggiormente il mood malinconico del brano. Il regista del film, Richard Kelly, in realtà, voleva inserire nella colonna sonora il brano degli U2, MLK, ma non poteva permettersi di pagarne i diritti. Quando Jules, con l’aiuto del compositore Michael Andrews, fece ascoltare a Kelly, senza molte speranze, la sua rilettura di Mad World, il regista rimase folgorato e usò la stessa demo per il film, senza alcun ulteriore ritocco. 

Questa differente intepretazione non solo trovò consensi anche in America, ma divenne un autentico tormentone in Inghilterra, dove conquistò la prima piazza nel 2003. Se Smith, pur apprezzando lo sforzo di Jules, criticò qualche discrepanza con il testo originale, Orzabal ne fu entusiasta, definendo la prima posizione della cover nelle classifiche inglesi come il momento più glorioso di tutta la sua carriera.

 


 

 

Blackswan, giovedì 04/01/2023

martedì 2 gennaio 2024

ACCIDENTAL RACIST - BRAD PAISLEY feat. LL COOL J (Arista Nashville, 2013)

 


Brad non ha paura di esprimersi. Quale altro artista country, o qualsiasi artista in questo momento, parla di schiavitù?" A pronunciare questa frase fu il rapper LL Cool J, che prestò la propria voce a Accidental Racist, un brano scritto da Lee Thomas Miller e Brad Paisley, che compare su Wheelhouse, album pubblicato dalla star del country nel 2013.

Paisley voleva scrivere una canzone che affrontasse il tema della schiavitù e le efferatezze che la stessa ha prodotto nella società americana. Il cantante è sempre stato orgoglioso di vivere nel Tennessee e di essere un cittadino del Sud degli Stati Uniti, ma era altrettanto colpito dalle tensioni razziali che perduravano senza soluzione di continuità. La sua idea era quella di affrontare un tema così doloroso attraverso la musica, di prendere finalmente posizione, di porre domande che fossero uno stimolo per il proprio pubblico a darsi delle risposte.

E il testo, in tal senso, è diretto, esplicito: “Sono orgoglioso delle mie origini, ma non di tutto ciò che abbiamo fatto. E non è che io e te possiamo riscrivere la storia. La nostra generazione non ha creato questa nazione. Stiamo ancora raccogliendo i pezzi, camminando sulle uova, litigando per ieri, intrappolati tra l’orgoglio del sud e la colpa del sud”.

Paisley ebbe l’ispirazione per scrivere la canzone dopo aver visto due film che trattavano lo stesso argomento, e cioè Lincoln e Django Unchained. Tuttavia, pensò di estendere la collaborazione a un artista di colore, perché riteneva che fosse necessario affrontare il tema anche dalla prospettiva afroamericana. Così contattò il rapper LL Cool J, che incontrò a Nashville. Lo portò a vedere il Ryman Auditorium e poi a fare un giro in macchina per le strade della città. E mentre i due giravano senza metà, fece ascoltare la demo del brano al rapper, che, entusiasta, dopo aver battuto la mano sul cruscotto, esclamò semplicemente: “E’ troppo importante! Ci sto!”. A suggello dell’accordo, Paisley disse a LL Cool J che non aveva alcun tipo di vincolo, che nelle liriche che avrebbe scritto per il suo contributo poteva dire ciò che voleva, senza preoccuparsi di essere censurato.

Il songwriter sapeva, in realtà, che la pubblicazione della canzone avrebbe creato inevitabilmente delle polemiche e che stava infilandosi in un vero e proprio ginepraio. Ma non gli importava. In un’intervista su Entertainment Weekly disse, infatti: “Penso che che l’America stia attraversando una sorta di adolescenza, è come se fossimo quasi cresciuti. Penso solo che l'arte abbia la responsabilità di aprire la strada, e anche se non conosco le risposte, sento che porre la domanda è il primo passo, e con questa canzone la stiamo ponendo in grande stile.

Come previsto, Accidental Racist creò un polverone non da poco. Da un lato, il mondo dell’hip hop attaccò LL dandogli del traditore, e lo stesso fece con Paisley, il mondo del country, notoriamente reazionario e conservatore.

Ma Paisley fu anche preso di mira dal “fuoco amico”. Jason Lipshutz di Billboard scrisse che la canzone aveva senz’altro buone intenzioni, ma che il brano di Paisley non riusciva a diventare qualcosa di più di un'imprevista scusa per il disagio indotto dall'odio, e criticò anche i versi di LL Cool J, sostenendo che i suoi proclami riguardanti la storia della schiavitù e la soluzione alla tensione razziale erano decisamente bizzarri, e che il verso "Se non giudichi le mie catene d'oro, dimenticherò le catene di ferro", ridicolizzava il tema della schiavitù. Della stessa opinione fu anche David Graham di Atlantic, che considerava folle paragonare i gioielli del rapper alle catene degli schiavi, e più duro ancora fu Brandon Soderberg di Spin, che smontò letteralmente il brano anche sotto il profilo squisitamente musicale, sostenendo che si trattava di un facsimile di Nashville dal suono di plastica,  dotato di rudimentali accenni alla produzione hip-hop, mentre definì il messaggio, pur riconoscendo le buone intenzioni del duo, come  "la cosa più educatamente tossica da inserire su Internet quest'anno".

Una serie di bastonate niente male, che affossarono un tentativo di parlare di razzismo, forse non perfettamente riuscito, ma comunque meritevole di attenzione. E che il brano produsse più derisione che attenzione, divenne esplicito quando Accidental Racist fu parodiata durante una puntata del seguitissimo Saturday Night Live (un programma di satira politica e varietà in onda su NBC) in cui Paisley e LL Cool J vennero interpretati rispettivamente da Jason Sudeikis e Kenan Thompson, che presentarono il loro sketch dicendo: “Ecco la canzone che ha curato il razzismo!".

 


 

 

Blackswan, martedì 02/01/2023