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lunedì 22 giugno 2026

Chicago- Graham Nash (Atlantic, 1971)

 


E’ il 28 agosto del 1968, quando la convention del Partito Democratico, che si sta svolgendo a Chicago, fu interrotta da migliaia di manifestanti, alcuni appartenenti allo Youth International Party, che protestavano contro l’allora Presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson, e contro la guerra nel Vietnam. La manifestazione sfociò in violenti scontri tra la polizia e i giovani pacifisti che si erano presentati per protestare a favore della cessazione del conflitto e per sostenere il movimento per i diritti civili. Il sindaco di Chicago, Richard Daley, ordinò sostanzialmente alla polizia di usare tutta la forza necessaria per mantenere l'ordine. E la polizia non se lo fece ripetere due volte: con veemenza, picchiò selvaggiamente i contestatori, dando vita a una vera caccia all’uomo e arrestando chiunque cercasse di opporre resistenza.

Tra questi, sette attivisti, rinominati Chicago 7, e Bobby Seale, leader delle Pantere nere, che a Chicago, però, era rimasto solo poche ore. E’ proprio a lui che si riferiscono i versi iniziali di "Chicago", canzone scritta da Graham Nash, che immortala quegli eventi.

 

"Sebbene tuo fratello sia legato e imbavagliato

E lo abbiano incatenato a una sedia

Non vuoi venire a Chicago per favore?

Solo per cantare"

 

Quando il processo ai Chicago 7 ebbe inizio, Bobby Seale, infatti, bersagliò ripetutamente di insulti il giudice Julius Hoffman, che lo fece imbavagliare e legare a una sedia in aula, per poi ordinare che il suo caso fosse separato da quello degli altri sette attivisti. Seale fu successivamente condannato a quattro anni di prigione per oltraggio alla corte.

A questo proposito Nash dichiarò: “La gente iniziava a rendersi conto di essere calpestata in molti modi… quando ho visto legare Bobby Seale a una sedia, mettergli un bavaglio in bocca, metterlo sul banco dei testimoni e cercare di definirlo un giusto processo, ogni fibra del mio essere inglese diceva: "Aspetta un attimo, non è giusto".

In tal senso, "Chicago" è un esempio di ciò che Nash chiamava "canzoni come notizie", ovvero musica che forniva anche un commento sociale e politico su ciò che stava accadendo nel mondo.

Per la cronaca, Il 18 febbraio 1970, i sette imputati furono prosciolti dalle accuse di cospirazione. Cinque di loro, Hoffman, Rubin, Dellinger, Hayden e Davis furono ritenuti colpevoli di avere attraversato il confine dello Stato con finalità di incitamento alla rivolta e furono condannati a cinque anni di carcere e multati per 5.000 dollari. Il 21 novembre 1972, le condanne furono ribaltate dalla Corte D’Appello Degli Stati Uniti che ritenne che il giudice Hoffman non avesse tenuto conto dei pregiudizi culturali o razziali di alcuni giurati. Durante il processo, tutti gli imputati e due avvocati della difesa, tra cui il celebre legale William Kunstler (fu il legale di Jim Morrison quando questi fu accusato di oscenità) furono, inoltre, accusati e condannati di oltraggio alla corte, ma anche queste sentenze furono annullate.

 

Quando scrisse "Chicago", Graham Nash aveva da poco lasciato gli Hollies, con cui sarebbe stato impossibile pubblicare una canzone dal testo così politicizzato, e aveva formato i Crosby, Stills & Nash (a cui, poi, si aggiunse Neil Young). Tuttavia, nemmeno con la nuova band riuscì a pubblicare il brano, che finì sul suo primo album solista, Songs For Beginners, nel 1971. "Chicago", pubblicata come primo singolo, raggiunse il 35° posto nelle classifiche statunitensi. Nash scrisse la canzone dopo che il portavoce della controcultura Wavy Gravy chiese a Crosby, Stills, Nash & Young di esibirsi a un evento benefico per i Chicago 7. Il gruppo, però, era diviso: David Crosby e Graham Nash volevano suonare, ma Stephen Stills e Neil Young (che non conoscevano bene i fatti) no, e quindi non se ne fece nulla. Qualche tempo dopo, Nash dichiarò: "Ho scritto questa canzone per Neil e Stephen e per tutti coloro che pensavo potessero voler sapere che quello che stava succedendo ai Chicago 7 non era giusto".

In un'intervista del 2015 al quotidiano britannico The Guardian, Graham Nash disse che questa canzone contiene l'unico verso che avrebbe voluto non aver mai scritto. 

 

"Possiamo cambiare il mondo -

Riorganizzare il mondo

Sta morendo - se credi nella giustizia

Sta morendo - e se credi nella libertà

Sta morendo - lascia che un uomo viva la sua vita

Sta morendo - regole e regolamenti, chi ne ha bisogno?

Apri la porta"

 

Abbiamo bisogno di regole. Non è permesso passare col semaforo rosso. Ci sono certe regole sociali che dobbiamo rispettare. Quindi ora la canto in modo diverso. Dico: "Alcune di quelle regole, chi ne ha bisogno?" 

Una curiosità. Una delle coriste di Chicago è Rita Coolidge, con cui Nash stava insieme al momento della pubblicazione del brano, dopo che la cantante aveva lasciato Stephen Stills. Questo triangolo amoroso causò molti attriti tra Stills e Nash, motivo per cui i Crosby, Stills & Nash non pubblicarono alcun album tra il 1971 e il 1976.

 


 

 

Blackswan, lunedì 22/06/2026

mercoledì 17 giugno 2026

Peolple Have The Power - Patti Smith (Arista, 1988)

 


"Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere

Il potere di sognare, di dettare le regole
di lottare per liberare la Terra dagli stolti
è decretato: è il popolo che governa
è decretato: è il popolo che governa"

Questi sono alcuni versi tratti dalla celebre "People Have The Power", prima traccia dal quinto album in studio di Patti Smith, Dream Of Life, datato 1988.

La canzone racconta di un sogno con visioni bibliche, una specie di Apocalisse in cui però il mondo non finisce ma si rinnova grazie al potere delle persone. Quindi molti riferimenti sono sia al Nuovo Testamento che all'Antico Testamento (“And the leopard / and the lamb / lay together truly bound deriva, ad esempio, da Isaia 11:6).

"People Have The Power" fu scritta da Patti Smith e dal suo defunto marito, Fred "Sonic" Smith. Patti ha raccontato a NME come hanno cercato di infondere lo spirito degli anni '60 in una moderna canzone di protesta: "Entrambi avevamo protestato contro la guerra del Vietnam da giovani. Avevamo vissuto gli anni '60, dove la nostra voce culturale era davvero forte, e stavamo cercando di scrivere una canzone che avrebbe reintrodotto quel tipo di energia. È triste per me, ma molto bella. Era davvero la canzone di Fred - anche se io ho scritto i testi, lui ha scritto la musica; il concetto era suo, e voleva che fosse una canzone che la gente cantava in tutto il mondo per ispirarsi a diverse cause. E lui non ha vissuto abbastanza per vederlo accadere, ma io ho visto persone. Ho partecipato a marce in tutto il mondo dove la gente ha iniziato a cantarla spontaneamente, sai, che fosse a Parigi o con i palestinesi o, sai, in Spagna o a New York City, Washington D.C. - ed è così commovente per me vedere il suo sogno realizzato.”

La canzone nacque una sera, mentre la Smith e “Sonic” si trovavano in casa. Lui, in salotto, stava strimpellando la chitarra e scrivendo accordi, mentre la cantante era in cucina a preparare la cena. Il chitarrista ed ex membro degli MC5 entrò all’improvviso proprio mentre la Smith stava sbucciando le patate e gridò: "Tricia, le persone hanno il potere! Bisogna scrivere questa canzone, devi scrivere il testo!". La Smith, colta di sorpresa, gli rispose che avrebbe voluto avere il potere di far sbucciare a lui le patate. Nonostante la battuta, però, fu conquistata dall’idea e si mise subito all’opera. Così, per le notti successive, la musicista rimuginò a lungo su cosa fare di quel verso, che tipo di connotazione dare alle liriche, come arricchire quel semplice slogan che era stato partorito da Fred, di cui conosceva bene le idee radicali e l’accesa passione politica. Alla fine, l’idea condivisa fu quella di scrivere una canzone che ricordasse all’ascoltatore il suo potere individuale, ma anche il potere collettivo delle persone, che unite possono fare qualsiasi cosa. Il senso era quello di ispirare le persone, ispirare le persone a unirsi. 

"Ascolta:
Io credo che tutto quello che sogniamo
può avverarsi con la nostra unità.
Noi possiamo rivoltare il mondo
possiamo invertire la rivoluzione terrestre"

Il tema, incidentalmente, era anche pacifista, richiamato dall'immagine potente degli eserciti che fermano l'avanzata e dei soldati che gettano le armi nella polvere.

"Le apparenze vendicative divennero sospette
ed il chinarsi come per sentire
e gli eserciti cessarono di avanzare
perché le persone furono ascoltate.
E i pastori ed i soldati
si stesero tra le stelle
a scambiare visioni
ed a gettare le armi
tra i rifiuti nella polvere"

Quando nel 1988, uscì Dream Of Life, "People Have the Power" fu inaspettatamente ignorata (tranne in Italia, dove si piazzò al diciottesimo posto delle classifiche), ma lentamente è diventata una delle canzoni più note di Patti Smith e un vero e proprio inno pacifista cantato a ogni latitudine.

In un'intervista del 2018 a Mojo, la Smith ha dichiarato: "Fred voleva che fosse cantata da persone di tutto il mondo. Non è vissuto abbastanza per vedere che accadesse. Ma io sono stata a cortei dove persone che non mi conoscevano la cantavano…L'ho vista alle elezioni in Grecia. Ho visto palestinesi con cartelli che dicevano 'il popolo ha il potere'. È esattamente ciò che voleva Fred” 

PS: Fred “Sonic” Smith è deceduto il 4 novembre del 1994 per insufficienza cardiaca.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 17/06/2026

lunedì 8 giugno 2026

Brand New - Limousine (Ms Rebridge) (Interscope, 2006)

 


Riconosciuti come una delle band principali dell’emo/post hardcore, esplorato per la prima volta con maestria in quel gioiello che porta il nome di Deja Entendu (2003), i newyorkesi Brand New fanno il botto tre anni dopo, quando pubblicano The Devil And God Are Raging Inside Me, disco che si porta a casa il plauso unanime della critica e un notevole successo di vendite, che vale alla band un disco d’oro.

Merito, almeno in parte, della seducente copertina, una delle più belle mai pubblicate in ambito rock, che evoca il contrasto fra innocenza e purezza e l’orrore della vita quotidiana, che aspetta dietro l’angolo l’inconsapevole bambina; e merito, soprattutto, di una scaletta di brani senza una sbavatura, talmente emozionante che la prestigiosa rivista Kerrang! lo inserirà fra i cinquanta dischi da ascoltare prima di morire.

The Devil And God Are Raging Inside Me è un disco profondamente malinconico, la cui straniante bellezza è tutta giocata sul contrasto: le immagini evocate dalla cover, ma anche un continuo alternarsi di accattivanti melodie e infuocati assalti all’arma bianca, tra crepuscoli di insopportabile mestizia e brevi, quanto accecanti, esplosioni di luce.

Un disco che colpisce dritto al cuore, che fa dell’emotività la sua freccia più acuminata, ma che la sicura mano del produttore Mike Sapone riesce a incanalare e a mettere al servizio della musica. Che non è musica per allegroni, meglio chiarirlo fin da subito, dal momento che i testi e la voce del frontman, Jesse Lacey (il cui timbro ricorda tantissimo quello di Robert Smith) esplorano senza filtri una geografia esistenziale fatta di dolore, di perdita, di angoscia e dramma.  

D’altra parte, Lacey soffrì di depressione durante la fase di scrittura dell'album a causa dell'ansia legata alle grandi aspettative riposte sulla band in seguito al successo di critica di Deja Entendu.

Dal punto di vista testuale, "Sowing Season" affronta il tema della morte ("stavo perdendo tutti i miei amici, li stavo perdendo a causa dell'alcol e della guida"), "Millstone" parla della perdita dell’innocenza, "Jesus Christ" è una conversazione con Dio sulla perdita della fede, influenzata dall'educazione religiosa di Lacey e dalla sua frequentazione della South Shore Christian School durante l'adolescenza, mentre "The Archers' Bows Have Broken" punta il dito verso chi usa la religione per scopi egoistici o per fare politica.

La canzone, però, che spezza il cuore e lascia senza parole è "Limousine (MS Rebridge)", da molti considerata la signature song della band. Il brano racconta la morte di Katie Flynn, una bambina di soli sette anni. Poche ore prima della sua morte, Katie era la damigella d'onore al matrimonio della zia, e si divertiva a lanciare petali di rosa lungo la navata.

Finita la festa, Katie e la sua famiglia salirono tutti su una limousine e si diressero verso casa. Martin Heidgen, 25 anni, aveva bevuto almeno 14 drink quella sera, e il suo tasso alcolemico era più di tre volte superiore al limite consentito a New York (0,8).

Martin, completamente ubriaco, guidò per oltre due miglia verso nord, ma nella corsia opposta, con direzione sud, dove si trovava la limousine della famiglia Flynn. Sia l'autista della limousine, Stanley Rabinowitz, sia Katie morirono sul colpo, ma a causa dell’urto violentissimo, Katie fu decapitata, e la testa finì fra le braccia di sua mamma, che la cullò mentre i soccorritori aiutavano il resto della famiglia a uscire dal veicolo.

L’incidente, che avvenne poco distante da dove Lacey viveva, è, quindi, il tema della canzone, che affronta la tragedia da varie angolazioni.

I versi: “Kate, tocca a te, Prendi i petali e disponili nella navata, Fai finta di essere Dio e cresci, è il tuo giorno per sposarti. Abbiamo trovato il tuo uomo, Sta bevendo, è tutto americano. E guiderà lui. Si è offerto volontario con grazia per porre fine alla tua vita…” affronta il punto di vista della madre della piccola vittima.  

Altri versi, “Ehi, suprema bellezza, Sì, avevi ragione su di me, Ma posso tirarmi fuori da sotto questo senso di colpa che mi schiaccerà?” rappresentano il punto di vista di Martin Haidgen.

Il bridge del brano si ripete sette volte, mentre Lacey conta da uno a sette, e canta la strofa per ogni anno di vita della piccola Flynn:” Beh, ti amo così tanto (mai più), Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (mai più), No, perché posso dartelo (mai più), Ma non posso sopportarlo (mai più)”.

Quattro versi sono cantati verso la fine della canzone e sono quasi impercettibili rispetto al ritornello. Questi versi sembrano provenire dal punto di vista di Katie: “Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (Non dovrò mai perdere il mio bambino tra la folla) Perché posso darlo a vedere (Dovrei ridere adesso...) Ma non ce la faccio”.

Il produttore Mike Sapone ha avuto l'idea di includere campioni di esplosioni nella traccia, da cui il sottotitolo "MS Rebridge", con MS che sono le iniziali di Sapone. Con i suoi sette minuti e quarantadue secondi, Limousine è rimasta la canzone più lunga dei Brand New fino a "Batter Up" del 2017, che dura otto minuti e ventotto secondi.

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/06/2026

mercoledì 3 giugno 2026

What I Am - Edie Brickell & The New Bohemians (Geffen, 1988)

 


So di Non Sapere” è la celebre affermazione del filosofo greco Socrate, che indica la consapevolezza della propria ignoranza come punto di partenza per la vera conoscenza e la ricerca filosofica. Un'ammissione di umiltà che spinge alla ricerca continua, riconoscendo i limiti umani e rifiutando la presunzione di sapere tutto.

Uno dei successi più insoliti degli anni '80, "What I Am", trae spunto, più o meno, da questa massima, invitando l’ascoltatore a essere se stesso, parlare di cose che sa veramente, utilizzando espressioni semplici e comprensibili a tutti. Nel testo, Edie Brickell prende in giro i saccenti, gli intellettuali boriosi, tutti coloro che pensano di essere al centro dell’Universo e che condividono continuamente le proprie convinzioni politiche, filosofiche e spirituali, esponendo i propri pensieri a chiunque sia disposto ad ascoltare. Ecco i versi:

"La filosofia è un discorso su una scatola di cereali

La religione è un sorriso su un cane"

Ecco il genere di cose che direbbero questi pseudo pensatori da strapazzo: stupidaggini sesquipedali a cui molte persone ingenue finirebbero per credere.

La Brickell, in contrapposizione a costoro, chiarisce di non sapere nulla, di non avere le risposte, e anche se le avesse, le terrebbe solo ed esclusivamente per sé:

"Non sono a conoscenza di troppe cose

So quello che so se capisci cosa intendo"

Edie Brickell non era un membro originale dei New Bohemians, che nacquero come gruppo ska a Dallas, in Texas, con Brad Houser al basso, Eric Presswood alla chitarra e Brandon Aly alla batteria. I tre erano tutti iscritti alla Booker T. Washington High School for the Performing and Visual Arts, che fu frequentata anche dalla Brickell, che però non entrò in contatto con loro fino a molto tempo dopo. Nel 1985, la cantante, allora studentessa d'arte alla Southern Methodist University, li vide esibirsi in un locale notturno e, dopo essersi fatta coraggio con l'aiuto di un amico insistente e qualche bicchierino di Jack Daniel's, chiese di poter salire sul palco per cantare una canzone insieme. Quell’improvvisato provino live andò talmente bene, che qualche giorno dopo, la band assunse la Brickell come cantante solista.

Il gruppo si costruì un seguito a Dallas e firmò con la Geffen Records nel 1986. Faticarono a registrare il loro primo album, Shooting Rubberbands At The Stars, scontrandosi spesso con il produttore Pat Moran, ma quando, nel 1988, il loro esordio fu pubblicato, la bellezza delle canzoni e la voce distintiva della cantante colpirono positivamente critica e, solo dopo un po’, anche il pubblico.

D’altra parte, in un'epoca di hair metal e musica dance, il pop rock proposto dal gruppo attraverso "What I Am", pubblicata come primo singolo, fu difficile da vendere.

La svolta arrivò quando i New Bohemians furono scritturati come ospiti musicali nella puntata del 5 novembre 1988 del Saturday Night Live, che fu anche la puntata più ascoltata dell'anno grazie all'apparizione del conduttore televisivo Morton Downey Jr., fumatore accanito e personaggio sopra le righe.

Da quel momento in avanti, "What I Am" iniziò a essere trasmessa in radio e su MTV, raggiungendo il settimo posto delle classifiche americane nel marzo 1989 (e fu un successo anche nelle chart di mezzo mondo, Italia compresa). In quella apparizione al Saturday Night Live, poi, la Brickell incontrò Paul Simon. I due si innamorarono e si sposarono nel maggio 1992.

Quella di Edie Brickell And The New Bohemians è la storia di un gruppo meteora, uno di quelli che gli inglesi chiamano One-Hit Wonder, famosi al grande pubblico per un singolo brano di successo, senza successivamente riuscire a replicare tale successo con altre canzoni.

Il loro secondo singolo, "Circle", si fermò, infatti, alla quarantottesima piazza di Billboard, mentre l'album successivo della band, Ghost Of A Dog del 1990, per usare un eufemismo, ricevette poca attenzione. Così la band si prese una lunga pausa. La Brickell pubblicò un album solista nel 1994 e mise su famiglia; il gruppo si riunì, successivamente, nel 1998 per registrare nuove canzoni per una compilation, e pubblicò tre nuovi album nel 2006, nel 2018 e nel 2021, tutti passati sotto silenzio.

Un destino scritto nel titolo del loro album d’esordio, Shooting Rubberbands At The Stars, ovvero tirare elastici alle stelle: quante possibilità ha una giovane band di Dallas di colpirne una?

I proventi derivanti dalla vendita del singolo hanno però garantito al gruppo una discreta agiatezza economica. Fu la stessa Brickell ad ammetterlo nel 2021: ”Sono molto grata a 'What I Am', perché mi ha permesso di vedere il mondo, mi ha permesso di realizzare i miei sogni, mi ha permesso di prendermi cura della mia famiglia.”.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 03/06/2026

lunedì 25 maggio 2026

Helter Skelter - The Beatles (Apple, 1968)

 


Il panorama musicale degli anni ’60 è connotato da un surplus di ispirazione, dalla volontà di sperimentare, alzando sempre più l’asticella, dalla necessità, per distinguere la proposta, di cercare sempre nuove forme espressive.

In Inghilterra, ma non solo (vedi i Beach Boys negli Stati Uniti e la nouvelle vogue psichedelica che parte da San Francisco), grandi band nascono come funghi, e si danno battaglia sul campo della creatività, innescando la miccia per una scena ricca, variegata ed esplosiva.

Così, Paul McCartney, una delle menti geniali a capo del quartetto più seminale della storia, dopo aver letto un'intervista a Pete Townshend, che descriveva "I Can See For Miles" (dall’album The Who Sell Out del 1967) come "il rock 'n' roll più rauco, la cosa più sporca che gli Who avessero mai fatto", fu pungolato nell’orgoglio e decise di mettersi alla prova e di scrivere un pezzo rock che fosse ancora più rumoroso, più cattivo e più sudato. Il risultato di questa sfida a distanza fu la leggendaria "Helter Skelter", canzone che alcuni storici della musica popolare ritengono abbia avuto un'influenza fondamentale sullo sviluppo dell'heavy metal.

In un’intervista alla rivista Mojo, rilasciata, nell'ottobre 2008, McCartney dichiarò: "Mi è bastato leggere quelle righe (dell'intervista a Townshend) per accendere l’immaginazione. Ho pensato: 'Bene, hanno creato quello che ritengono sia il suono più rumoroso e sporco e lo faremo anche noi, ma come lo pensiamo noi. Sono andato in studio e ho detto ai ragazzi: guardate, ho questa canzone, ma Pete ha detto questo e io voglio farla ancora più sporca.

 

La prima versione di "Helter Skelter", registrata durante le sessioni del 18 luglio del 1968, era una jam di 27 minuti, più lenta rispetto alla versione del disco, che non fu mai pubblicata. Un'altra registrazione dello stesso giorno fu ridotta a quattro minuti e trentasette secondi e poi inserita in The Beatles Anthology, Volume III. Per la versione dell'album, registrata il 9 settembre, furono, invece, effettuati ben 21 take di circa 5 minuti ciascuna, e l'ultima di queste è quella che è  poiconfluita su disco.

Ringo suonava la batteria con tanta forza, che il suo grido "Ho le vesciche sulle dita!" che accompagna la dissolvenza finale, fu lasciato nella registrazione, come suggello per avvalorare la ferocia esecutiva del brano. Ringo spiegò l'accaduto al Miami Herald del 29 giugno 2008: "Il brano era in realtà molto lungo, e stavamo picchiando tantissimo. Era una jam session, in realtà, e alla fine, l'unico modo per prendere una pausa era gridare: 'Guarda, mi sanguinano le dita, devo alzarmi'. E ho deciso di urlarlo."

L’approccio del quartetto alla scrittura e alla registrazione era piuttosto cerebrale, i quattro, infatti, erano sempre disposti a sperimentare con suoni e stili diversi. L’intento è che ogni canzone scritta fosse diversa dall’altra, così i fab four evitavano di riciclare formule già usate, nonostante racchiudessero la chiave di un sicuro successo. In tal senso, "Helter Skelter", più ancora di tante altre composizioni sperimentali, risuona come una scheggia impazzita, un avamposto rumoristico, crudo e urlato, di molta musica che verrà prodotta nei decenni successivi.

Il titolo della canzone prende spunto dal nome di uno scivolo che era presente nei parco divertimenti britannici, e il primo verso del brano lo esplicita senza fraintendimenti: “Quando arrivo in fondo torno in cima allo scivolo, dove mi fermo, mi giro e faccio un giro”.

Eppure, nonostante questo spunto banalmente ludico, la canzone passerà alla storia per un tragico fatto di cronaca che nulla ha a che vedere con la musica.

Nel dicembre 1968, Charles Manson ascoltò questa canzone, così come altre del White Album, e la interpretò come un avvertimento di un'imminente guerra razziale. Vedeva i Beatles come i quattro angeli menzionati nel libro dell'Apocalisse del Nuovo Testamento e credeva che le loro canzoni stessero dicendo a lui e ai suoi seguaci di prepararsi. Manson si riferì a questa guerra futura proprio con il termine "Helter Skelter", e cercò di innescarla mandando i suoi seguaci ad assaltare due case e a ucciderne gli abitanti, facendola apparire come un'opera delle Pantere Nere.

Le case erano quelle del regista Roman Polanski, dove la sera del 9 agosto del 1969, persero la vita la di lui moglie, Sharon Tate, incinta di otto mesi, e alcuni invitati, e di Leno e Rosemay LaBianca (un dirigente d’azienda e sua moglie), massacrati la sera successiva.

La parola "Pig" (maiale) era scritta sulle scene del crimine col sangue delle vittime, e la frase "Healter Skelter" (un evidente errore di ortografia del titolo della canzone) era scarabocchiata sulle mura della seconda casa, quella dei Labianca.

Una curiosità. A causa di questo collegamento coi Beatles, il vice procuratore distrettuale di Los Angeles, Vincent Bugliosi, che guidò l'accusa contro Manson e gli altri assassini, intitolò il suo libro bestseller sugli omicidi proprio Helter Skelter.

 


 

 

Blackswan, lunedì 25/05/2026

lunedì 18 maggio 2026

Perfect Kiss - New Order (Factory, 1985)

 


Dopo la tragica scomparsa di Ian Curtis, i Joy Division si sciolsero e i New Order risorsero dalla cenere, come la leggendaria fenice. Una reazione di pancia, una scelta istintiva: andare avanti per omaggiare la memoria dell’amico Ian Curtis, andare avanti per sparigliare le carte di un destino malevolo, continuare, nonostante tutto, cercando nella musica un lenimento, una pozione salvifica per lasciarsi alle spalle il dolore di una tragedia immane.

Pur mantenendo inizialmente un'impronta musicale molto aderente allo stile della precedente formazione, d'altra parte per tre quarti uguale alla nuova (rielaborarono anche alcune canzoni scritte da Curtis prima di morire), i New Order svilupparono presto un loro sound distintivo, affrancandosi dall'immaginario post punk e new wave, per approdare a un suono più elettronico, dance e pop.

Non aveva, infatti, senso continuare come Joy Division, il male di vivere e la disperata visione del leader erano morte con lui. I New Order sarebbero stati la band della luce come i Joy Division lo erano stati del crepuscolo: alla notte curtisiana contrapponevano il giorno, al buio, i colori e la luce.

 

Anche se all’inizio, come accennato, il loro sound era ancora molto legato allo stile dark e melancolico che caratterizzava la loro precedente incarnazione, nel 1985, quando pubblicarono l'album Low-Life, era chiaro che i New Order avevano pienamente rifinito la loro arte, con un sound techno-pop e ritmi synth che li rese una delle band più influenti e acclamate del decennio.

"The Perfect Kiss" è il primo singolo estratto dall'album, un brano fondamentale nella storia del gruppo, che rilancia e rinnova la struttura di "Blue Monday" (la loro signature song pubblicata nel 1983) verso dimensioni ancora più epiche e sofisticate.

I temi gemelli dell'amore e della morte riecheggiano nel nucleo centrale delle liriche. In tal senso, il verso "We believe in a land of love" rivela un desiderio di pacificazione e armonia, mentre "the perfect kiss is the kiss of death" allude alla nostra inesorabile mortalità. 

“Facendo finta di non vedere la sua pistola

Ho detto: "Usciamo e divertiamoci un po''

Questi versi si riferiscono a un episodio accaduto durante una visita occasionale della band a casa di un uomo conosciuto negli Stati Uniti. L’idea era quella di rinfrescarsi e cambiarsi prima di uscire a fare serata per locali, ma l’uomo tirò fuori da sotto il letto il suo arsenale di armi da fuoco, terrorizzando non poco i quattro musicisti, che volevano solo andare a divertirsi.

Il fantasma di Ian Curtis, tuttavia, continua, inevitabilmente, a materializzarsi, è difficile tenere nascosta la sua pesante eredità. 

 

Hai buttato via la tua unica possibilità di essere qui oggi

Poi scoppia una rissa nella tua strada

Perdi un altro cuore spezzato in una terra di carne

Amico mio, ha esalato l'ultimo respiro” 

 

Queste liriche drammatiche fanno probabilmente riferimento alla relazione di Ian Curtis con la giornalista belga Annik Honoré, la liaison che distrusse definitivamente il suo rapporto con la moglie, Deborah Woodruff. Curtis era apparentemente consumato dal senso di colpa a causa di questo amore galeotto, e ciò potrebbe aver contribuito al suo suicidio.

Il complesso arrangiamento del brano include diversi effetti sonori. Ad esempio, il bridge è adornato da rane che gracidano placidamente. una scelta voluta per omaggiare la fiaba senza tempo, in cui una principessa bacia un ranocchio e questi si trasforma in un bel principe: ecco il "bacio perfetto". 

Il video che accompagna la canzone si deve al regista americano Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti, Philadelphia), mentre Henri Alekan, il cameraman di Jean Cocteau, si è occupato della fotografia.

Il clip, che mostra la band suonare il brano dall'inizio alla fine nella sala prove, venne filmato in un ex showroom a Salford, dove un tempo si riparavano cucine a gas. Un posto malsano, illuminato da nove lucernari, che Demme, però, fece togliere per per avere più luce sul set. Una scelta che fece la felicità della feccia di Salford, che durante i giorni della lavorazione, si intrufò nello showroom, rubando tutto quello che si poteva rubare. I lucernari vennero quindi chiusi con del cemento, e la band, durante le registrazioni, non vide più la luce del giorno.

 


 

 

Blackswan, lunedì 18/05/2026

martedì 12 maggio 2026

Free Bird - Lynyrd Skynyrd (MCA, 1973)

 


Non è solo uno dei più grandi classici del rock a stelle e strisce, ma difficilmente troverete una canzone rock con un impatto emotivo e culturale (per gli americani, ovviamente) maggiore di "Free Bird".

Il brano è apprezzabile al meglio nella versione dell'album, che dura nove minuti circa, con l'ultimo verso pronunciato dopo cinque minuti ("vola alto, uccello libero, sì"), e gli ultimi quattro minuti dedicati a quello che può essere definito il passaggio strumentale più famoso della storia: tre chitarristi, Allen Collins, Ed King e Gary Rossington, e una teoria di assoli a dir poco fantastica.

"Free Bird", inizialmente, nacque come una ballata senza gli assoli di chitarra finali, e i Lynyrd Skynyrd la registrarono in questo modo per la prima volta nel 1972. Il chitarrista Allen Collins aveva lavorato al brano a intermittenza per i due anni precedenti. Al momento della registrazione, la canzone durava solo sette minuti e mezzo, ma per tutto l'anno successivo Collins continuò a perfezionarla fino a quando non fu registrata per la versione finale inclusa Pronounced Leh-nerd Skin-nerd nel 1973.

Collins scrisse la musica molto prima che Ronnie Van Zant ne scrivesse le liriche. Van Zant trovò finalmente l'ispirazione una sera e la fece suonare a Collins e Gary Rossington più e più volte, finché non ne scrisse il testo. 

Molti fan pensavano che "Free Bird" fosse un tributo al chitarrista degli Allman Brothers Band, Duane Allman, morto nel 1971, due anni prima della pubblicazione della canzone. E’ vero che gli Skynyrd, a volte, la dedicavano ad Allman durante i concerti, ma il brano fu scritto molto prima della sua morte e non riguardava affatto Allman.

In realtà, "Free Bird" è una canzone che racconta di un amore vacillante, perché il protagonista non sembra intenzionato a impegnarsi seriamente e preferisce volare libero come un uccello. Il verso iniziale, "Se me ne andassi domani, ti ricorderesti ancora di me?", fu, infatti, pronunciato dalla fidanzata del chitarrista Allen Collins, Kathy, che gli aveva posto proprio questa domanda durante una loro accesa discussione, dovuta alla superficialità con cui il musicista affrontava la relazione. 

 

"Se me ne andassi domani

Ti ricorderesti ancora di me?

Perché devo continuare a viaggiare, ora

Perché ci sono troppi posti che devo vedere

Ma se restassi qui con te, ragazza

Le cose non potrebbero essere le stesse

Perché ora sono libero come un uccello

E questo uccello non puoi cambiare"

 

Nonostante il testo sia chiarissimo, la canzone, però, ha assunto significati diversi per persone diverse. E’ una canzone d’amore, delle poche mai scritte dai Lynyrd Skynyrd, ma negli States viene spesso suonata ai funerali o, anche, durante le feste di laurea.

Sia la band che la loro etichetta discografica non avevano idea che "Free Bird" avrebbe raggiunto tali vette di popolarità. Infatti, alcuni dirigenti dell'etichetta (MCA) non la volevano nell'album, pensando che fosse troppo lunga per essere trasmessa in radio. I Lynyrd, però, fecero fronte comune e si assicurarono che il brano fosse incluso nel disco, anche se non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventato così leggendario.

Il montaggio radiofonico della canzone ne ha ridotto la lunghezza a quattro minuti e quarantun secondi, con la coda strumentale ridotta a circa un minuto. Il che, ovviamente, fa perdere tutta la sua iconica bellezza alla canzone, che dal vivo può allungarsi a dismisura, a secondo dell’ispirazione dei musicisti.

Eppure, oggi, con l'accorciarsi della soglia di attenzione a causa dell’uso smodato dei cellulari e dei social, e del calo della domanda di assoli di chitarra molto lunghi, la fama di "Free Bird" è un po' scemata, lasciando lo scettro della popolarità alla più compatta "Sweet Home Alabama", che ha circa il doppio degli streaming totali di "Free Bird".

Per tradizione, questo brano veniva suonato sempre alla fine dei concerti, ingenerando fra i fan una spasmodica attesa, che il pubblico sfogava richiedendo ad alta voce “Free Bird!”. Questa richiesta, negli States, nel tempo è diventata una battuta da concerto (di qualunque artista si tratti), e non è difficile, nei momenti di pausa fra un brano e l’altro, sentire qualcuno che rompe il silenzio invocandone l’esecuzione (e talvolta venendo anche accontentato).

I Lynyrd Skynyd conobbero una fine improvvisa e tragica all'apice del loro successo, quando l'aereo della band si schiantò mentre si recavano per uno show a Baton Rouge, in Louisiana, nel 1977. Il cantante Ronnie Van Zant morì insieme al chitarrista Steve Gaines, e altri membri della band rimasero gravemente feriti. Gli Skynyd si riformarono nel 1987, con il fratello di Ronnie, Johnny Van Zant, che subentrò come frontman. All’inizio, eseguire la canzone fu molto emozionante per Johnny, che per un periodo non la cantò più: la band la suonava come strumentale e il pubblico ne cantava le parole.

Una curiosità. Questo classico del southern rock è stato prodotto da un nordista, Al Kooper, che era entrato in contatto con la band un anno prima, durante un concerto ad Atlanta. Kooper, uno dei membri fondatori dei Blood, Sweat & Tears, era originario di Brooklyn, New York, ma riuscì a entrare in perfetta sintonia con gli Skynyrd, plasmando il loro sound per renderlo più appetibile senza tuttavia diluirne gli afrori sudisti.

Ecco un esempio. Nonostante la presenza di tre chitarristi, "Free Bird" si apre con un organo come strumento principale, dando così alle chitarre un maggiore impatto al loro ingresso. Nelle prime versioni del brano, questa sezione era suonata al pianoforte (strumento usato poi dal vivo), ma Al Kooper convinse la band che l'organo fosse la strada giusta da percorrere, e fu lui stesso a suonare lo strumento nel brano, accreditandosi sull'album come "Roosevelt Gook".

 


 

 

Blackswan, martedì 12/05/2026

martedì 5 maggio 2026

Something In The Air - Thunderclap Newman (Track, 1969)

 


John "Speedy" Keen è un batterista di talento, che sa cantare molto bene e possiede un istintivo talento per la scrittura. Suona in giro come sessionista e nel tempo libero si dedica alla composizione. Per arrotondare, però, guida camion, perché il futuro come musicista è incerto, un lavoro stabile dà sicurezza, e soprattutto perchè quel poco che guadagna suonando la batteria non è sufficiente a sbarcare il lunario.

Poi, il colpo di culo. Viene chiamato a lavorare come autista per Pete Townsend degli Who, i due fanno amicizia, e il chitarrista si interessa alla musica che Keen compone nei ritagli di tempo. Una canzone, soprattutto, sembra scritta apposta per gli Who, s’intitola "Armenia City in the Sky" (un viaggio acido ricco di sovraincisioni: chitarre e fiati al contrario, droni raga, e numerosi feedback) e confluirà come traccia d’apertura dell’album The Who Sell Out del 1967. Il legame fra i due si consolida, tanto che Townsend convince il batterista a mettere in piedi una band, che vedrà nella line up anche il sedicenne chitarrista Jimmy McCulloch e, soprattutto, il pianista jazz Andy "Thunderclap" Newman, da cui il nome della band.

A Keen, che non ha alcuna fiducia nel proprio talento, sembra tutto un gioco, ma il chitarrista degli Who, che era già decisamente navigato, intuisce una possibilità di successo in una composizione del batterista, intitolata "Something In The Air". 

 

Call out the instigators

Because there's something in the air

We got to get together sooner or later

Because the revolution's here

And you know it's right

And you know that it's right

 

Questa orecchiabilissima canzone dal testo fortemente politicizzato, non solo fu un sorprendente successo nel Regno Unito, dove rimase al primo posto per tre settimane nell'estate del 1969, ma divenne anche un piccolo classico della canzone di protesta in lingua inglese, venendo utilizzata come inno e simbolo delle rivolte giovanili del 1968 - '69. "Something In The Air" confluì nell’unico disco pubblicato dalla band, Hollywood Dream, uscito nel 1970, e fu prodotta e arrangiata da Pete Townshend, che vi ha anche suonato il basso usando lo pseudonimo "Bijou Drains".

Incredibile ma vero, gli Who non hanno mai raggiunto il primo posto in classifica né nel Regno Unito né negli Stati Uniti, mentre "Something In The Air" è stata l'unica canzone su cui ha lavorato Townsend che sia arrivata in cima alle charts britanniche. In America, invece, il brano ebbe una tiepida accoglienza, e solo anni dopo, quando fu inserita nella colonna sonora di Kingpin (1996) e Almost Famous (2000), gli americani si accorsero per la prima volta della bellezza della canzone.

I Thunderclap Newman, formati in fretta e furia, non erano all'altezza di suonare dal vivo, ma quando questo brano ebbe successo, furono mandati in un lungo tour che si rivelò la loro rovina. I loro concerti furono accolti male e il tempo trascorso in tour significava tempo lontano dallo studio e dalla scrittura di canzoni, unico elemento di forza della band. La cui avventura durò solo due anni, e si chiuse, più o meno, dopo la pubblicazione di un altro singolo prodotto da Townsend, "Accidents", che si fermò alla piazza numero quarantasei delle classifiche inglesi.  

Newman prese a suonare il sassofono e tornò al circuito dei pub, McCulloch si unì al gruppo di Paul McCartney, i Wings, prima di morire di infarto nel 1979, e Speedy Keen pubblicò due album da solista e continuò a lavorare come turnista, ma non tornò più a guidare camion.

 


 

 

Blackswan, martedì 05/05/2026

martedì 28 aprile 2026

Seal - Kiss From a Rose (Warner, 1994)

 


"Kiss From A Rose" di Seal (all’anagrafe: Seal Henry Olusegun Olumide Adeola Samuel) è una delle canzoni più criptiche e misteriose mai scritte, tanto da aver suscitato diverse speculazioni sul suo reale significato: molti pensano che abbia a che fare con la droga, mentre altri la interpretano come un'espressione d'amore o un viaggio nell'aldilà. Seal non ha mai spiegato di cosa parli la canzone, limitandosi a dire che c'era "una sorta di relazione che ha ispirato il testo".

Tra l’altro, il musicista di origini nigeriane e brasiliane ha infranto le convenzioni non includendo il testo stampato nell'album, cosa che ha deciso volutamente perché desiderava lasciare all’ascoltatore libera interpretazione sul senso delle liriche. Seal, infatti, ha sempre affermato che le sue canzoni spesso hanno più di un significato, quindi attribuirne uno specifico sarebbe stato troppo semplicistico: "Penso che sia l'atmosfera generale di ciò che dico a essere importante, non l'esatta traduzione letterale. La canzone è sempre più importante nella mente dell'ascoltatore perché le associa immagini relative alla sua esperienza personale. Quindi la chiave è la percezione di ciò che dico, piuttosto che ciò che dico realmente." 

Seal scrisse il brano intorno al 1988, quando viveva in uno squat a Kensal Green, Londra. Lui stesso racconta che fu un periodo di totale libertà, esistenziale e creativa, dal momento che ancora non aveva un contratto discografico e quindi non subiva alcun tipo di pressione. Quando compose il brano, Seal non sapeva suonare alcun strumento, e quindi si limitò a cantare le parti strumentali su un registratore a 4 tracce, così, quasi per gioco. Poi, mise il nastro in un cassetto, e non ci pensò più, nemmeno quando registrò il suo album di debutto del 1991.

La canzone fu ripresa due anni dopo, quando Seal la suonò una sera per farla ascoltare al suo migliore amico, il quale, letteralmente conquistato, ne parlò al produttore del musicista, che, a quei tempi, era Trevor Horn. La canzone fu, dunque, registrata per il suo secondo album (Seal, 1994), anche se inizialmente fu scartata dalla scaletta finale, perché ritenuta troppo elaborata per il disco che stava vedendo la luce. Seal e Horn fecero un passo indietro, però, dopo che la loro amica Lynne Franks, ascoltando l’album in lavorazione, disse loro di essersi letteralmente innamorata "di quella canzone che parlava di una rosa".

Il brano fu pubblicato come singolo nel Regno Unito, dove raggiunse il ventesimo posto nel luglio 1994, entrando anche nella top ten di mezzo mondo: Australia, Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Francia, Irlanda, Norvegia, Svezia, Svizzera e Italia. Nulla, invece, negli Stati Uniti, almeno finché la canzone non fu inserita nei titoli di coda del film Batman Forever e inclusa nella relativa colonna sonora. Il film esordì nelle sale nel maggio 1995, quasi un anno dopo l'uscita dell'album di Seal, e "Kiss From A Rose" fu , quindi, pubblicata come singolo nel giugno 1995, raggiungendo il primo posto in classifica ad agosto.

Nonostante il suo curioso tempo di valzer, le sontuose armonie e l’arrangiamento orchestrale la rendessero anomala e poca adatta a trasmissioni radiofoniche, fu proprio grazie alle radio che "Kiss From A Rose" sbancò ovunque, facendo vincere a Seal, nel 1996, due Grammy come Disco dell’Anno e Canzone dell’Anno.

Una curiosità. La canzone è una delle poche hit della storia a contenere un assolo di oboe. 




Blackswan, martedì 28/04/2026

lunedì 20 aprile 2026

Hells Bells - Ac/Dc (Atco, 1980)

 


Gli Ac/Dc registrarono Back In Black pochi mesi dopo la morte del cantante Bon Scott, deceduto per intossicazione alcolica dopo una notte di forti bevute, e ingaggiarono per sostituirlo Brian Johnson, un cantante inglese proveniente dalla formazione glam rock dei Geordie

Il primo brano del disco, lo sanno anche i sassi, è "Hells Bells", una canzone che, in omaggio a Bon Scott, inizia con una campana a morto, che suona quattro rintocchi, introducendo l’ingresso del leggendario riff di chitarra (i rintocchi sono altri nove, prima che il suono di campana sfumi gradualmente).

Perché il tributo al cantante scomparso fosse il più veritiero possibile, la band si rifiutò di utilizzare freddi effetti sonori. Bisognava trovare una vera campana, e, soprattutto, di grandi dimensioni. Il primo tentativo di registrarne il suono ebbe luogo nel Leicestershire, in Inghilterra, al Carillon and War Memorial Museum, ma questo esperimento fallì miseramente.

Per evitare altri infruttuosi tentativi, la produzione commissionò una campana di bronzo da una tonnellata a una fonderia locale, con l’intento, poi, di utilizzarla anche sul palco, durante il tour di promozione del disco.  

Tuttavia, la campana non fu pronta in tempo per la registrazione, quindi il produttore (Mutt Lange) decise di utilizzare la campana di una chiesa vicina. Nemmeno questo secondo tentativo andò bene, perché all’interno del vaso vivevano alcuni uccelli, e a ogni rintocco veniva registrato anche il battito delle ali dei volatili che si davano alla fuga spaventati.

Pertanto, non c’era altro soluzione se non quella di utilizzare la campana che era in produzione, anche se non ancora finita. Lo staff della band, quindi, prese in prestito un'unità di registrazione mobile di proprietà di Ronnie Laine e la trasportò in fonderia. La campana fu appesa a un paranco e fu suonata dall'uomo che l'aveva costruita e che conosceva il modo di dare al rintocco un suono comunque credibile.

A causa delle armoniche, le campane non sono facili da registrare, quindi l’ingegnere Tony Platt posizionò circa 15 microfoni con diverse dinamiche in diversi punti della fonderia e poi portò le registrazioni agli Electric Lady Studios di New York, dove lui e il produttore Mutt Lange scelsero la giusta combinazione di suoni di campana, misero insieme un mix e lo rallentarono a metà velocità in modo che la campana da una tonnellata suonasse più minacciosa, esattamente come una campana da due tonnellate.

Il termine "Hells Bells", in inglese, è utilizzato come un'esclamazione di sorpresa, ma nel contesto di questa canzone venne usato per evocare immagini dell’aldilà e trasmettere la sensazione di una band pronta a scatenare l'inferno (qualcosa per cui Bon Scott, tra l’altro, era noto a tutti).

Il testo della canzone fu scritto dal nuovo cantante Brian Johnson, il quale, come rivelò nel 2008 alla rivista Q, visse quell’esperienza come qualcosa di piuttosto impegnativo: “Non credo in Dio, né al Paradiso, né all’Inferno. Ma è successo qualcosa. Avevamo queste stanze, piccole come celle (ndr: parte del disco fu registrato alle Bahamas, presso i Compass Point Studios di Chris Blackwell), con un letto e un bagno, ma senza TV. Avevo questo grande foglio di carta e dovevo scrivere delle parole. Pensavo, oh cazzo! E adesso? Non lo dimenticherò mai, ho semplicemente iniziato a scrivere e non mi sono più fermato... avevo una bottiglia di whisky e ho iniziato a bere. Ho tenuto la luce accesa tutta la notte, amico."

Incredibile, ma vero, "Hells Bells" ha contribuito al salvataggio del pilota dei Black Hawk, Michael Durant, imprigionato dopo la battaglia di Mogadiscio in Somalia, nel 1993. Durant, che aveva le gambe rotte, era stato catturato e gettato in una prigione, dove veniva preso a calci e sputi dai suoi aguzzini. I suoi commilitoni sapevano che gli Ac/Dc erano la sua band preferita, così, per poterlo localizzare, hanno collegato un altoparlante al telaio di uno dei Black Hawk e hanno iniziato a sorvolare sui tetti di Mogadiscio, suonando "Hells Bells" a tutto volume. Il militare, sebbene ferito gravemente e terrorizzato, si è tolto la maglietta, si è arrampicato fino ad arrivare a una finestra della cella e l’ha sventolata fino a quando i suoi compagni non sono riusciti a individuarlo e a salvarlo. Potere della musica.

 


 

 

Blackswan, lunedì 20/04/2026

martedì 14 aprile 2026

The Boy In The Bubble - Paul Simon (Warner, 1986)

 


"The Boy In The Bubble" è il brano di apertura di quel capolavoro senza tempo di Paul Simon, intitolato Graceland (1986), ed è stato il primo brano su cui il musicista americano lavorò quando andò in Sudafrica nel 1985, per registrare con i musicisti delle township (le aree urbane segregate, destinate, durante l’apartheid, a ospitare solo popolazione di colore).

Simon, che si era appassionato alla musica sudafricana ben prima del suo viaggio, si imbatté in una canzone di un gruppo Sotho chiamato Tau Ea Matsekha, e se ne innamorò a tal punto da volerla registrare a tutti i costi. Il leader e principale compositore del gruppo era Forere Motloheloa, che suonava la fisarmonica a piano, ovvero una fisarmonica con i tasti di pianoforte su un lato. Simon riuscì a contattarlo e gli propose la collaborazione, che Motloheloa accettò di buon grado. Quando, successivamente, Simon arrivò agli Ovation Studios di Johannesburg, iniziò a registrare con il gruppo, rielaborando quel loro brano che tanto gli era piaciuto.

Motloheloa, però, proveniva dal Lesotho, un enclave montana del Sudafrica situata a circa 560 chilometri da Johannesburg, e non parlava inglese. Nonostante le loro enormi differenze culturali e musicali, Motloheloa e Simon non solo riuscirono a comprendersi e fare amicizia, ma riuscirono a sincronizzare le rispettive attitudini, in modo che il suono africano riuscisse a compenetrarsi perfettamente con lo spirito occidentale.

Quando da queste sessioni venne plasmato il suono distintivo che Simon cercava, il musicista trovò la spinta per esplorare ulteriormente la musica sudafricana, e proseguì il suo viaggio di ricerca, durante il quale lavorò con altri gruppi africani, incontrando molti musicisti che lo avrebbero poi accompagnato nel tour mondiale di Graceland.

Paul Simon, durante il suo soggiorno in Africa, dovette, però, destreggiarsi in un vero e proprio campo minato. Era, infatti, in atto un boicottaggio culturale delle Nazioni Unite, concepito per fare pressione sui leader politici sudafricani affinché abbandonassero la politica razzista dell’apartheid. Uno degli intenti del boicottaggio era tenere i musicisti popolari lontani da luoghi come Sun City, cittadina trasformata in un mega resort di lusso, dove le star della musica suonavano per la classe dirigente bianca del Sudafrica.

Il problema era che qualsiasi violazione del boicottaggio avrebbe potuto indebolire la forza delle sanzioni. Inoltre, molti abitanti del posto non erano contenti della visita di Simon. Si sosteneva, infatti, che Simon stesse usando i talenti africani per tornaconto personale – solo un altro bianco che saccheggiava il popolo africano – ma a dispetto di queste illazioni, il musicista pagava bene gli artisti locali e attribuiva i crediti di scrittura agli autori delle canzoni su cui basava i suoi brani. "The Boy in the Bubble" è, infatti, attribuita a Simon e Forere Motloheloa.

Le sanzioni create per il Sudafrica non solo avevano l’intento di tenere lontani dal Paese i musicisti stranieri, ma impedivano anche che la musica locale ne uscisse, tant’è vero che Simon, prima del viaggio, riuscì ad ascoltarla solo perché un amico gli diede una cassetta pirata. Graceland, in tal senso, fu un disco rivoluzionario perché fece conoscere il sound del Sudafrica al mondo e, oltretutto, a dispetto di quello che si pensava, attirò l'attenzione degli occidentali sulle lotte politiche che si combattevano in quel paese. Simon si prese un gran rischiò e ignorò tutti i dictat politici, perchè portò con sé in tournée alcuni dei suoi musicisti sudafricani preferiti, violando così le sanzioni verso il loro Paese.  Anche le leggende musicali sudafricane in esilio, quali Miriam Makeba e Hugh Masekela, si unirono al tour di Graceland, offrendo il loro sostegno al progetto di Simon.  

Simon scrisse il testo di questa canzone al suo ritorno in America: in Sudafrica, infatti, la sua preoccupazione principale era registrare la musica. Il musicista impiegò molto tempo per completare il testo, lavorando sulle liriche in modo che si fondessero alla perfezione con le ritmiche africane. 

 

"Era una giornata tranquilla

E il sole batteva

Sui soldati ai lati della strada

C'era una luce intensa

Le vetrine dei negozi si frantumavano

La bomba nella carrozzina"

 

A dispetto di quello che i versi poco sopra potevano fa pensare, il testo di "Boy In The Bubble" non riguardava specificamente l'esperienza africana vissuta da Simon in pieno apartheid, ma piuttosto le sue osservazioni personali sul fatto che la vita è piena di potenziale ma anche di tante sfide (“Questi sono i giorni del miracolo e della meraviglia”). Parlando con Rolling Stone, dopo l’uscita del singolo, Simon spiegò: 'The Boy In The Bubble si è trasformata in speranza e paura. È così che vedo il mondo, un equilibrio tra i due, ma con un'inclinazione verso la speranza". 

Una curiosità. L'album Graceland ha venduto circa cinque milioni di copie negli Stati Uniti, molto più che altrove, ma i singoli hanno avuto sorprendentemente scarso successo in classifica, poiché non si adattavano perfettamente a nessun formato radiofonico.

 


 

 

Blackswan, martedì 14/04/2026

martedì 7 aprile 2026

Unwritten - Natasha Bedingfield (BMG, 2004)

 


Una canzone pop irresistibile, una progressione melodica uncinante, ma anche un allegro testo motivazionale, coinvolgente e buono per tutte le occasioni. "Unwritten" parla di vivere la vita al massimo, di non pianificare tutto, perché non si sa mai cosa può succedere. Ogni giorno è una pagina bianca e sta a noi riempirla. La canzone trasmette l'idea di tenere gli occhi aperti per tutte le possibilità che la nostra vita ci regala e di essere pronte ad afferrarle.

Natasha Bedingfield ha dichiarato alla rivista Seventeen che questa canzone parla di "non preoccuparsi e basta". Ha spiegato: "Ho iniziato ad avere dei veri sogni a 17 anni, ma avevo sempre paura che la gente mi prendesse in giro. Alla fine ho detto: 'Va bene. Scriverò canzoni, anche se sono brutte. Continuerò a scrivere finché non diventerò brava'".

E così è stato: alla fine Natasha è diventata una star proprio grazie a "Unwritten" (numero uno nelle classifiche inglesi), un brano dal retroterra in qualche modo autobiografico e personale.

Il fratello di Natasha Bedingfield, Daniel Bedingfield, cantante molto noto in Gran Bretagna, ha collezionato una serie di successi all'inizio degli anni 2000 e in ogni intervista che rilasciava, elogiava la sorellina. I suoi continui elogi hanno portato Natasha a trasferirsi a Los Angeles per lavorare con dei guru della composizione. Un'esperienza fantastica per la sua carriera, ma che la allontanò dal fratellino Joshua, che stava per compiere quattordici anni. Impossibilitata a essere presente al compleanno e a fargli un regalo, la Bedingfield ha fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi pop star: ha scritto una canzone per lui.

"Unwritten" è quindi una canzone scritta pensando a un quattordicenne, un’età in cui vuoi disperatamente essere preso sul serio, ma allo stesso tempo tutti ti chiedono cosa farai della tua vita. E’ un grido di liberazione dalle catene delle aspettative, un’ode alla pagina bianca che rappresenta il futuro di ogni bambino, un futuro che aspetta solo di essere scritto.

Tuttavia, per quanto il tema sia personale, la canzone, nel tempo, ha acquisito significati diversi a seconda di chi l’ascolta. In un’intervista a PopEater, Natasha disse: "Ho scritto 'Unwritten' per mio fratello, per il suo 14° compleanno, era una canzone molto personale. La sua vita mi ha ricordato come le persone ci facciano sentire come se dovessimo avere già tutto sotto controllo. Dobbiamo già scegliere quale università frequentare, quale materia studiare, e non sappiamo ancora molto della vita. Quindi quella era una storia molto personale sulla mia vita, sulla sua vita… È stato, però, fantastico incontrare persone per cui la canzone significava altro. Molti l'hanno suonata alla loro laurea, altri la suonano ai loro matrimoni, eccetera."

Il brano fu scritto dalla Bedingfield insieme alla songwriter Danielle Brisebois, insieme alla quale convisse per un certo periodo. Il ritornello è stato ispirato da un giorno in cui Brisebois non era riuscita a prendere l'autobus ed era rimasta inzuppata sotto un acquazzone. Eppure, si sentiva fortunata: tutte quelle persone in autobus o in macchina si stavano perdendo la semplice gioia della pioggia sulla pelle. 

"Unwritten" gioca un ruolo importante nella commedia romantica del 2023 Anyone But You (Tutti Tranne Te), una rivisitazione moderna di Molto Rumore per Nulla di Shakespeare. La canzone viene suonata e cantata da diversi personaggi durante il film e, mentre scorrono i titoli di coda, il cast canta a squarciagola il testo, un giocoso omaggio ai finali festosi delle commedie di Shakespeare. Grazie alla sua sincronizzazione con "Anyone But You", la canzone è tornata nella Top 40 della classifica dei singoli del Regno Unito nel gennaio 2024, raggiungendo infine il 12° posto.

 


 

 

Blackswan, martedì 07/04/2026