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mercoledì 21 ottobre 2026

Silver Springs - Fleetwood Mac (Warner, 1976)

 


Una canzone splendida, una delle più belle del repertorio dei Fleetwood Mac, che, però, strano a dirsi, dovette attendere anni prima di comparire su un album. Stevie Nicks scrisse "Silver Springs" dopo la rottura con Lindsey Buckingham, il chitarrista della band e suo fidanzato di lunga data. Voleva essere sicura che lui non si dimenticasse mai di lei, come è evidente dal verso "Ti seguirò finché il suono della mia voce non ti perseguiterà", che non lascia dubbi sul dolore e il risentimento della cantante quando la loro storia finì.

Il brano si prende davvero il suo tempo, si sviluppa a lenta combustione con due strofe e un pre-ritornello che anticipano il famoso refrain, che si può ascoltare a due minuti e quindici secondi dall’inizio. 

 

"Il tempo ti ha stregato, ma tu non mi dimenticherai

So che avrei potuto amarti

Ma tu non me l'hai permesso"

 

Segue una pausa strumentale, e poi il ritornello ritorna con l'aggiunta di questi versi: 

 

"Ti seguirò finché il suono della mia voce non ti perseguiterà

Dammi solo una possibilità

Non riuscirai mai a sfuggire al suono della donna che ti ama"

 

La canzone non raggiunge mai un vero e proprio climax, ma di certo lascia il segno.

L'idea per il titolo venne alla Nicks quando vide un cartello con la scritta "Silver Spring", nel Maryland (appena a nord di Washington, DC) mentre era in macchina con Buckingham. Il nome le sembrava così bello che decise di utilizzarlo per una canzone che stava scrivendo, modificandolo leggermente in "Silver Springs".

"Silver Springs", come detto, è un classico del songbook dei Fleetwood Mac, eppure, nonostante il brano fosse stato registrato nel 1976 per l’album Rumours, non venne incluso in scaletta. All'epoca, la selezione dei brani per gli album doveva essere molto accurata, perché lo spazio sui dischi in vinile era limitato, e Rumours era stracolmo di grandi canzoni, tanto che divenne uno degli album più venduti della storia.

Così "Silver Springs" fu scartata per fare spazio a un'altra canzone scritta della Nicks, intitolata "I Don't Want To Know", che il resto della band preferiva e che si adattava meglio all'album perché più corta. Stevie fu molto contrariata dalla decisione e prese in considerazione l'idea di rifiutarsi di cantare "I Don't Want To Know" per protesta, cosa che poi, ovviamente, non fece.

Il brano fu disponibile solo come lato B dei singoli "Go Your Own Way" e "Don't Stop". Ottenne, comunque, un po' di passaggi radiofonici e la band lo suonò durante la tappa europea del tour del 1977. La sua popolarità, però, crebbe davvero quando venne inserita nella scaletta del tour The Dance del 1997, che riunì la formazione classica, con il ritorno di Stevie Nicks e Lindsey Buckingham. La canzone è diventata sempre più popolare con il tempo, raggiungendo un nuovo pubblico grazie allo streaming.

"Silver Springs" apparve finalmente su un album nel 1992, quando fu inclusa nel cofanetto The Chain. Fu anche pubblicata nella loro raccolta di successi del 2002 e nell'edizione DVD-Audio di Rumours dello stesso anno, comparendo nella tracklist dove sarebbe stata inserita nell'album originale se non ci fossero stati problemi di spazio.

Nel 1997 fu inserita nel loro album live The Dance, uscito anche in DVD. Durante l'esecuzione della canzone, a metà del brano, la Nicks si gira verso Buckingham e sembra cantare direttamente per lui. Era come se gli stesse ricordando a chi fosse dedicata la canzone. Quando i loro sguardi s’incrociano, si possono percepire le emozioni che dovevano aver provato molti anni prima, quando si frequentavano e si amavano. Un momento davvero intenso.

Una curiosità. Stevie Nicks era solita alloggiare negli hotel durante i suoi tour con lo pseudonimo di "Miss Silver Spring".

 


 

Blackswan, mercoledì 21/10/2026

mercoledì 14 ottobre 2026

25 Or 6 To 4 - Chicago (Columbia, 1970)


 

Ottava traccia da Chicago II, uno dei capolavori indiscussi della combo americana, "25 or 6 To 4" fu scritta da Robert Lamm, tastierista e cantante dei Chicago. Il brano parla del tentativo di scrivere una canzone a notte fonda, e il titolo si riferisce all'ora del giorno: le 3:35 del mattino (25 minuti alle 4:00) o le 3:34 del mattino (26 minuti alle 4:00).

Lamm ha spiegato che ai tempi viveva con un gruppo di hippie sopra Sunset Strip. Uno dei vantaggi di quella casa era che si trovava sulle Hollywood Hills e godeva di un bel panorama sulla città, che diventava addirittura splendido a tarda notte. L’intento di Lamm era quello di descrivere il processo di scrittura della canzone che stava componendo.

 

"Aspettando l'alba

Cercando qualcosa da dire

Luci intermittenti contro il cielo

Arrendendomi, chiudo gli occhi

Seduto a gambe incrociate sul pavimento"

 

Non certo un processo semplice, come si deduce dalle liriche, ma una ricerca febbrile di note e parole che sembrano non andare mai a posto. E mentre il musicista ci prova e ci riprova, un orologio al neon dall’altra parte della città, indica il tempo che passa, che poi finì cristallizzato nel titolo.

Nel 2019, in un’intervista alla rivista Mix, Lamm precisò: “Non riuscivo a capire bene dove puntassero le lancette dell'orologio. Erano le 4 meno 25 o 26 minuti. Non mi aspettavo di tenere quelle parole. Pensavo di sostituirle con un testo vero e proprio. Ma alla fine è andata bene”.

Ci sono molte voci infondate sul significato del testo di questa canzone. Una diceria popolare sostiene che "6 to 4" fosse un soprannome per l'LSD, perché se si assumeva la sostanza alle 18:00, gli effetti svanivano alle 4:00 del mattino, esattamente 10 ore dopo, mentre altri sostenevano, sempre a torto, che il titolo indicasse il nome di una persona famosa attraverso un codice numerico.

Il brano divenne rapidamente un pezzo forte del repertorio del gruppo, grazie anche alla loro sezione fiati (il trombettista Lee Loughnane, il sassofonista Walter Parazaider e il trombonista James Pankow), che fu protagonista di molti dei loro successi degli anni '60 e '70, ed è una delle canzoni più suonate dalle bande universitarie statunitensi, grazie proprio all’utilizzo degli ottoni ed al ritmo incalzante che lo rendono perfetto per gli eventi sportivi studenteschi.

La voce solista del brano è quella del cantante e bassista Peter Cetera che al momento della registrazione, però, aveva l’articolazione della mascella bloccata. Qualche mese prima della sessione di registrazione, infatti, la band andò a una partita di baseball al Dodger Stadium, dove la loro squadra del cuore, i Chicago Cubs, sconfisse i Dodgers, scatenando l'ira di quattro marines tifosi, pronti a sfogare la loro rabbia su qualcuno. Quel qualcuno fu Cetera, che venne individuato tanto per i suoi lunghi capelli quanto per il tifo sfegatato. La rissa che ne seguì lo mandò in terapia intensiva con la mascella rotta in tre punti, e quindi, quando arrivò il momento di registrare la canzone, aveva ancora la mascella bloccata. Cetera dovette imparare a cantare in modo diverso, tenendo i denti stretti, una tecnica assai complessa che, però, divenne ben presto il suo marchio di fabbrica.

Questo è solitamente l'ultimo brano che i Chicago suonano ai loro concerti. Negli anni successivi, i Chicago si sono spesso esibiti in tour con altri artisti di alto profilo che si univano a loro sul palco durante l'esecuzione del pezzo. Nei tour con gli Earth, Wind & Fire, questo brano ha offerto un'ottima vetrina per le sezioni di fiati di entrambe le band, e si adattava perfettamente anche alla voce di Philip Bailey. Tra gli altri artisti che, nel corso degli anni, si sono uniti a loro per questo gran finale si annoverano i Doobie Brothers e gli REO Speedwagon. 

Uno dei pregi della canzone è senz’altro il lavoro alla chitarra di Terry Kaith: il caratteristico riff della canzone è stato suonato attraverso un amplificatore Fender da concerto modificato, mentre lo splendido assolo è stato votato da Guitar World, nel 2015, uno dei migliori assoli di wah wah di tutti i tempi.

Una curiosità. Peter Cetera suonava il basso con le dita, ma il produttore James William Guercio pretese che suonasse la linea per la canzone utilizzando il plettro. Cetera non si diede per vinto, e dopo una lunga serie di alterchi, giunse al compromesso di suonare il basso con la parte posteriore dell’unghia.

 


 

 

Blackswan, mercoledì  14/10/2026

lunedì 5 ottobre 2026

Barely Breathing - Dunkan Sheik (Atlantic, 1996)

 


Questa canzone sulla fine di una relazione ha segnato il successo (e la carriera) dell’esordiente Duncan Sheik, il quale aveva accompagnato artisti come Lisa Loeb e His Boy Elroy, prima di pubblicare il suo album di debutto omonimo nel 1996. Il brano non solo ha raggiunto la sedicesima posizione della Billboard Hot 100, ma è rimasto in classifica per un periodo record di 55 settimane consecutive. Ha inoltre toccato il secondo posto nella classifica Adult Top 40, il decimo nella Mainstream Top 40 e il diciannovesimo nella Adult Contemporary, raggiungendo un discreto successo anche in Europa e in Italia.

Grazie alla sua melodia ariosa, "Barely Breathing" ha, inoltre, trovato spazio nelle stazioni radio di mezzo mondo, tanto da vincere un premio BMI come canzone più trasmessa dell'anno nel 1997.

Sheik canta il brano dal punto di vista di un ragazzo che ha finalmente aperto gli occhi, rendendosi conto che le manifestazioni emotive manipolatorie della sua compagna non equivalgono all'amore. Si rimprovera per la sua ingenuità ("Beh, deve essere stato ieri il giorno in cui sono nato"), ma sa di dover andare via prima di soffocare:

 

"Perché respiro a stento

E non trovo l'aria

Non so chi sto prendendo in giro

Immaginando che a te importi"

 

Sheik ha avuto una carriera musicale lunga e prolifica, ma "Barely Breathing" rimane il suo unico successo da classifica. L'unica altra sua apparizione in classifica è avvenuta con il brano, dal titolo quanto mai appropriato, "Wishful Thinking", che nel 1998 si fermò alla posizione numero 103.

Considerando la durata della permanenza nella Hot 100, le 55 settimane di "Barely Breathing" rendono Sheik il più grande esempio di artista one-hit wonder (noto per un solo successo) di tutti i tempi. Al secondo posto si piazzano i Dishwalla, che nello stesso periodo rimasero in classifica per 48 settimane con "Counting Blue Cars".

Nel tempo, Duncan Sheik finì per stancarsi di quella canzone a cui veniva associato per antonomasia e che tutti gli chiedevano di suonare dal vivo. In un'intervista rilasciata qualche anno dopo, dichiarò: "È stata una cosa positiva per il mio manager, ma io ero arrivato al punto di pensare: 'Possiamo passare al prossimo singolo, per favore?'. Davvero. Mi chiedevo: 'Posso registrare un nuovo disco e andare avanti con la mia vita?'. Cosa che, ovviamente, poi ho fatto".

 

Per dirigere il videoclip fu ingaggiato Thom Oliphant, all'epoca noto soprattutto per il suo lavoro con artisti country come le Dixie Chicks e che fu ritenuto adatto dall’etichetta in quanto l’esordio di Sheik conteneva molte sonorità folk. Il video fu girato al Brooklyn Navy Yard, un'area che all'epoca era in fase di ristrutturazione dopo un lungo periodo di abbandono e gran parte delle riprese avvenne in spazi trovati sul posto. Oliphant lavorò con un direttore della fotografia inglese di nome Peter Selesnick, che era un grande appassionato della fotografia a colori degli anni Sessanta, ed è proprio da lui che derivarono gli effetti cromatici ottenuti con la tecnica del cross-processing (una tecnica di sviluppo fotografico che altera in modo imprevedibile i colori della foto su cui viene applicata).

Una curiosità. La canzone fu reinterpretata in italiano dal nostro Niccolò Fabi con il titolo "Il Male Minore" e la potete ascoltare sul suo secondo, omonimo disco, pubblicato nel 1998.

 

PS: Duncan Sheik ci ha lasciati per un arresto cardiaco, a soli 56 anni, il 17 settembre del 2026.

 


 

 

Blackswan, lunedì 05/10/2026

mercoledì 30 settembre 2026

People Watching - Sam Fender (Polydor, 2025)

 


"People Watching" è la title track del terzo album di Sam Fender, un disco su cui il cantante inglese ha iniziato a lavorare con Markus Dravs a Londra e ha poi completato con Adam Granduciel dei War On Drugs a Los Angeles. Fender aveva già composto materiale sufficiente per un album, prima di scrivere questa canzone, ma quando lo ha fatto, la sua visione originale per quello che doveva essere il disco è cambiata, e il brano ha finito per definire il tema dell’opera, nonostante sia stata scritta proprio all'ultimo momento.

In tal senso, a differenza del precedente Seventeen Going Under (2021), che è in gran parte autobiografico, People Watching è più orientato verso l'esterno, è una raccolta di storie su diverse persone della sua città natale, il che rende quello della title track un titolo particolarmente azzeccato. 

"People Watching" è stata scritta da Fender in memoria della sua amica e mentore, Annie Orwin, scomparsa nel novembre del 2023. Il brano si basa sui pensieri e sulle esperienze di Fender durante i suoi viaggi da e per la casa di cure palliative in cui era ricoverata Annie, la quale era per il cantante una sorta di madre surrogata, un’anima buona che si prendeva cura di lui, che lo incoraggiava e lo spronava nei momenti difficili, un vero e proprio rifugio, da cui andare per leccarsi le ferite, ma anche carburante nobile per quella che è stata la sua folgorante carriera.

Una donna che univa all’amore materno anche preziosi consigli, e che Fender ricambiò restandole accanto durante i suoi ultimi giorni, dormendo su una sedia accanto a lei (“sono rimasto tutta la notte fino a quando hai lasciato questa vita, perché questo è amore”).  

Annie, con fare di affettuoso rimbrotto, spesso lo rimproverava per non averla mai menzionata nelle note di un album o nei discorsi di ringraziamento, e ora, invece, ironia della sorte, si vedeva dedicare un'intera canzone, e persino un intero album, quale tributo post mortem. In seguito, Fender disse: "Spero che ovunque si trovi ora, ci stia guardando dall'alto e dica: 'Era ora, ragazzo'".

 

"Mentre torno a casa, osservo la gente.

Invidio il barlume di speranza.

Mi dà un po' di sollievo dalla solitudine"

 

Queste, che sono le liriche cruciali del brano, fotografano Fender, di ritorno a casa dalla clinica di cure palliative di Annie, mentre si perde nei suoi pensieri. Osserva i passanti, ognuno un mondo a sé. Il momento è difficile, il dolore invasivo, ma il tema cupo della canzone viene mitigato da un suono tutto sommato luminoso e da quell’accenno alla speranza che suggerisce una sorta di malinconico conforto.

People Watching ha debuttato al primo posto della classifica degli album del Regno Unito con 107.100 unità vendute nei primi sette giorni. Fender è diventato, quindi, il primo artista a vendere oltre 100.000 copie in una settimana, dopo che Harry Styles ne aveva totalizzate ben 113.000 con Harry's House, trentatre mesi prima, nel maggio del 2022. People Watching ha, inoltre, vinto il prestigioso Mercury Music Prize 2025, assegnato al miglior album di un artista britannico, con questa motivazione: "Dopo lunghe discussioni, abbiamo concordato su un album che si distingueva per coesione, carattere e ambizione. Sembrava un album classico, destinato a occupare un posto d'onore nelle collezioni di dischi per gli anni a venire. People Watching di Sam Fender è allo stesso tempo ricco di melodia e di ampio respiro, unendo il rock dell'America profonda alla realtà della vita quotidiana e all'importanza della comunità”.

Una curiosità. Come accennato, nel disco compare quale produttore Adam Granducel dei War On Drugs, che è da sempre restio a produrre musica fuori dalla sua casa madre. Per convincerlo Fender lo ha contattato, aprendo la mail con un detto tipico del Nord-Est dell’Inghilterra: "shy bairns get nothing", che significa "i ragazzi timidi non ottengono nulla". Come dire: io ci provo, non si sa mai.

La copertina dell'album riproduce una fotografia di Tish Murtha, celebre cronista della vita della classe operaia nel nord-est dell'Inghilterra. Un fotografia voluta fortemente dal cantante inglese, per ribadire con fermezza la sua appartenenza al proletariato e le sue posizioni politiche, contigue a quelle della sinistra radicale.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 30/09/2026

lunedì 21 settembre 2026

For Emma- Bon Iver (Jagjaguwar, 2007)

 


"Ho percorso la luce, così tante strade straniere
Per Emma, per sempre"

 

Lui si chiama Justin Vernon, cantautore originario del Wisconsin, ma gli appassionati di musica lo conoscono con lo pseudonimo di Bon Iver, un nome d’arte bizzarro che nasce da un'ingegnosa storpiatura del termine francese per "buon inverno". Vernon, però, non conosceva il francese e tanto meno lo parlava; si ricordava, tuttavia, di una storia su una città in Alaska, dove la gente, dopo la prima neve dell’anno, usciva di casa, si abbracciava e si augurava “bon hiver” (appunto, “buon inverno”). Secondo il cantante la parola “hiver” gli ricordava troppo “liver”, che in inglese significa “fegato”, e così decise di togliere la “h”.

Dopo lo scioglimento della sua band De Yarmond Edison e la dolorosa conclusione di una storia d’amore, Vernon si ritirò nella baita di legno del padre, immersa nei boschi del Wisconsin, per trascorrere tre mesi di letargo in mezzo alla neve. In quell’isolamento forzato, il musicista raccolse i suoi pensieri e li trasformò in una serie di canzoni, che confluirono nell’album d’esordio intitolato For Emma Forever Ago. Il disco fu inizialmente autoprodotto alla fine del 2007 in una tiratura limitata di 500 copie, che esaurì rapidamente, e successivamente venne pubblicato da Jagjaguwar negli Stati Uniti e da 4AD in Europa.

"For Emma", una delle canzoni più intense dell’album, fu concepita e composta in quel clima glaciale, in quella solitudine dolorosa ma necessaria a fare i conti con se stessi, con il proprio passato e il proprio futuro.

Uno dei versi più significativi del brano recita “Ho visto la morte su una neve soleggiata", fotografando in modo incisivo quello che era lo stato d’animo del songwritter in un preciso momento: la propria solitudine, la temperatura che segnava meno 30 gradi e un sole abbacinante. Un contrasto splendido, che spinge l’anima a riflessioni dolci amare: il sole che illumina, il freddo che ferisce, l’isolamento che impone un fluire costante di riflessioni.

Come questa canzone, tutte le storie raccontate da Bon Iver in For Emma Forever Ago si svolgono durante l'inverno, perché a febbraio, in Wisconsin, le cose si fanno davvero difficili. La desolazione, il grigiore, la mancanza di sole, la terra e la neve che si accumulano ai lati delle strade, rappresentano il momento in cui il cuore delle persone è più vulnerabile e grida a gran voce il proprio desiderio di disgelo e primavera. Un momento in qualche modo catartico, perfetto per fare i conti con un grande amore perso nel nulla.

A questo punto è impossibile non chiederselo: Emma esiste veramente?

Si e no. Emma era il secondo nome della ragazza con cui Vernon si era lasciato, a dire il vero, un bel po’ di tempo prima che il disco venisse registrato. In realtà, Emma è soprattutto un simbolo di rinascita. A spiegarlo fu lo stesso musicista in un’intervista al London Times: “Ho chiamato Emma e lei è rimasta piuttosto sconvolta. Ma come le ho spiegato, non si trattava di lei. Il disco è stato il mio modo di fermare finalmente una spirale terribile e lenta che si stava accumulando da anni. Un modo per alleviare i ricordi, affrontare un amore perduto, la nostalgia e la mediocrità."

E ancora: “Come spesso accade nella vita delle persone, le vecchie relazioni hanno molto a che fare con le nuove che nascono. Gran parte dell'album parla del mio tentativo di crescere, di aprirmi a un nuovo amore e dei miei fallimenti. Racconta la storia di un'ultima relazione e di come altre si siano intrecciate con essa."

Bon Iver registrò inizialmente i brani dell'album nella baita di legno, anche se in seguito in alcune canzoni furono aggiunti altri strumenti: in "For Emma", ad esempio, i musicisti di Boston John DeHaven e Randy Pingrey registrarono parti di tromba e trombone in studio.

Per la cronaca, For Emma Forever Ago ebbe un notevole successo di critica e molte delle testate specializzate lo indicarono come miglior disco del 2008, mentre le vendite crebbero più lentamente, raggiungendo negli Stati Uniti il milione di copie vendute. 

 


 

 

Blackswan, lunedì 21/09/2026

lunedì 14 settembre 2026

Time After Time - Cyndi Lauper (Record Plant, 1983)

 

 


Quando agli inizi degli anni ’80, i Blue Angel, la band in cui militava Cyndi Lauper si sciolse dopo aver pubblicato un solo album, la cantante ottenne un contratto come artista solista con la Portrait Records e fu affiancata dal produttore Rick Chertoff, che la aiutò a trovare i musicisti per lavorare al suo album di debutto, She's So Unusual. A questo scopo, Chertoff, che aveva suonato in una band di Philadelphia con Eric Bazilian e Rob Hyman, portò la Lauper ad assistere a un concerto della nuova band dei suoi due amici, chiamata Hooters, che suonavano al nightclub The Bottom Line del Greenwich Village.

Dopo il concerto, Brazilian e Hyman si fermano a parlare lungamente con la cantante, accorgendosi fin da subito che si trattava di una persona fuori dal comune, affascinante e creativa. Così, senza pensarci troppo su, i due la invitarono a Philadelphia e iniziarono a lavorare in sala prove, sfornando una demo via l’altra, e creando di fatto la line up del nuovo gruppo della Lauper e la scaletta di She's So Unusual, quello che, dopo poco tempo, sarebbe stato il suo album d’esordio.

Il primo singolo di Cyndi Lauper fu "Girls Just Want To Have Fun", pubblicato nel settembre del 1983. Grazie a un video vivace e divertente trasmesso costantemente su MTV, quel brano fu un successo clamoroso, raggiungendo il secondo posto negli Stati Uniti nel marzo del 1984 (dietro a "Jump" dei Van Halen). Il singolo successivo fu "Time After Time", che arrivò al primo posto a giugno e consacrò la Lauper come una cantante estremamente versatile.

Cyndi Lauper scrisse questa emozionante canzone con Rob Hyman, che compare anche come corista. Il titolo le venne in mente dopo aver letto sulla rivista TV Guide la programmazione di Time After Time (L’uomo Venuto Dall’Impossibile), un film di fantascienza del 1979 con Malcolm McDowell nei panni di H.G. Wells, la cui macchina del tempo viene rubata da Jack lo Squartatore, che la usa per viaggiare dal 1893 al 1979. Wells lo segue nel futuro e intraprende una missione per impedirgli di uccidere.

Una volta scelto il titolo, i due iniziarono a scrivere la canzone: Hyman seduto al pianoforte, improvvisò quello che poi sarebbe diventato il ritornello, mentre la Lauper dava vita al flusso del testo, per poi passare entrambi a costruire le melodie delle strofe.  "Time After Time" è, sotto questo profilo, una canzone ingannevolmente semplice, le strofe sono solo un piccolo motivo ripetuto di tre note, quasi come una filastrocca. Tuttavia, componendola, i due si resero conto che quella che voleva essere una canzone allegra, si stava in realtà trasformando in qualcos’altro. Il brano, infatti, più prendeva forma, più diventava agrodolce, profondo e toccante, e quindi iniziarono a limare la musica per adattarla alla nuova atmosfera.

Un volta scritta tutta la melodia, occorreva però trovare le parole giuste che si adattassero al mood malinconico di una storia d’amore collassata, ma che continua a generare desiderio e ricordi.

 

"Dopo la mia immagine scompare e il buio diventa grigio
guardo fuori la finestra e
tu ti domandi se io stia bene
i segreti rubati
dal profondo di noi"

 

Sia Cyndi Lauper che il coautore Rob Hyman si sono ispirati, per scrivere il testo, alle proprie difficili relazioni personali (quella amorosa di Hyman, quella professionale con il suo vecchio manager, per la Lauper) che stavano lentamente naufragando. Non si conoscevano molto bene, e proprio questo fatto li spinse ad aprirsi di più, come qualche volta succede con gli sconosciuti, nei confronti dei quali la barriera del pudore crolla più velocemente.

Rob Hyman spiegò in seguito come le sessioni di registrazione fluirono spontanee e velocità: “Non abbiamo mai fatto una demo della canzone. L'abbiamo semplicemente suonata al pianoforte in un paio di giorni, forse una settimana. È successo tutto abbastanza in fretta, e ne avevamo bisogno perché l'album era quasi finito… Con tutte le altre canzoni, invece, abbiamo passato mesi e mesi nella nostra sala prove a fare vari arrangiamenti e demo prima di entrare in studio. In questo caso, non c'è stata alcuna pre-produzione. Siamo andati direttamente al nastro e quello che sentite è la nostra prima registrazione, che secondo me ha contribuito moltissimo all'atmosfera generale del brano, non solo all'impatto della composizione, ma anche all'idea di aver catturato quella spontaneità”.

Il video che accompagna la canzone è stato diretto da Edd Griles, che ha lavorato con Lauper fin dai tempi della band Blue Angel e che aveva anche diretto i video di "Girls Just Want To Have Fun" e, poi, "She Bop".

Il wrestler Captain Lou Albano, apparso nel video di "Girls Just Want To Have Fun", interpreta un cuoco in una tavola calda nel video di "Time After Time". Anche la madre e il fidanzato di Lauper compaiono nel video, interpretando rispettivamente sua madre e il suo fidanzato.

Nel clip, una Lauper in lacrime lascia casa con solo un borsone. Secondo Lauper, la lacrima che versa è autentica, avendo rifiutato il suggerimento del regista di indurle il pianto artificialmente, in quanto sicura della sua capacità di piangere quando voleva. Fu lei stessa a raccontarlo durante un’intervista al Daily Mail: "Ho pianto perché mi sono resa conto di aver vissuto quella situazione al college. Facevo l'autostop e nel borsone c'era tutto quello che possedevo. Ho pianto perché eccomi qui, una persona famosa, ma chi diavolo l'avrebbe mai detto?"

Il grande jazzista Miles Davis registrò una versione strumentale di questo brano nel 1985. Miles aveva sempre suonato brani popolari (in passato, pezzi come "My Funny Valentine" e "If I Were A Bell" facevano parte del suo repertorio) e quando sentì la canzone di Cyndi Lauper, si innamorò follemente della melodia. Tanto che il grande trombettista suonò questo brano in quasi tutti i suoi concerti dal 1984 fino a poco prima della sua morte nel 1991.   

Un consiglio d'ascolto: cercate su Youtube anche la cover che ne fece la compianta e bravissima Eva Cassidy: toccherete il cielo con un dito.

 


 

 

Blackswan, lunedì 14/09/2026

venerdì 11 settembre 2026

Creep - Radiohead (Parlophone, 1993)

 


Il primo singolo pubblicato dai Radiohead, una delle loro canzoni più famose e più amate dai fan: "Creep", ovvero “sfigato”.

A cantarla è il leader e vocalist della band, Thom Yorke, che, attraverso una tensione emotiva che rasenta la vera e propria autocommiserazione, recita:

"Prima eri qui e non riuscivo
Nemmeno a guardarti negli occhi
Sei come un angelo,
La tua pelle mi fa venir da piangere
Volteggi come una piuma
In un mondo bellissimo
Ed io vorrei essere speciale
Tu sei così fottutamente speciale

Ma sono uno sfigato,
Sono un mostro
Che diavolo ci faccio qui?
Questo posto non fa per me"

 

A spiegare il senso del testo fu lo stesso cantante, durante un’intervista del 1993: "Ho un vero problema a essere un uomo negli anni '90. Qualsiasi uomo con un minimo di sensibilità o coscienza nei confronti del sesso opposto avrebbe un problema. Affermarsi in modo maschile senza sembrare un membro di una band hard rock è una cosa molto difficile. Tutto si riconduce alla musica che scriviamo, che non è effeminata, ma non è nemmeno brutale nella sua arroganza. È una delle cose che cerco sempre di fare: affermare una personalità sessuale e, allo stesso tempo, cercare disperatamente di negarla".

Insomma, "Creep" è una canzone triste che parla dell’essere innamorati di qualcuno, ma di non sentirsi all’altezza, di vedere nell’altro/a infinite qualità, che il protagonista del brano è consapevole di non possedere e di essere, quindi, ben misera cosa di fronte all’oggetto del proprio desiderio. C’è un’evidente tragedia personale che sottende il testo, ma la frustrazione evocata dalle liriche diventa ben presto universale, perché il mondo, anche a un livello sociale, si divide in persone “fottutamente speciali” contrapposte a tutti gli altri, una massa informe di mediocri senza speranza.

Jonny Greenwood, chitarrista e tastierista della band, prese le distanze dal senso che Yorke attribuiva a Creep, e affermò che la canzone era in realtà un brano allegro che parla di "riconoscere se stessi". In realtà, a Greenwood il brano non piaceva affatto, lo trovava terribilmente moscio e poco attrattivo. Così, dopo le prime insoddisfacenti sessioni di prova decise di aggiungere i quattro celebri accordi di chitarra che precedono il ritornello, un puerile tentativo di sabotare la canzone, che tuttavia funzionò alla grande.

Secondo l’altro chitarrista, Ed O’Brien, “quello è il suono di Jonny che prova a incasinare la canzone...Non gli piaceva la prima volta che l'abbiamo suonata, così provava a rovinarla”. Greenwood, invece, si limitò a sostenere che quella chitarra distorta prima del refrain era solo un tentativo di dare più brio al brano: “Non mi piaceva. Era troppo tranquilla. Così ho suonato la chitarra con forza, con tanta forza."

Thom Yorke scrisse "Creep" nel 1987 mentre era studente all'Università di Exeter, in Inghilterra. La band, in quel periodo, si era già formata, ma usava ancora il nome On a Friday. Yorke realizzò una demo acustica del brano che portò ai suoi compagni di band, i quali la svilupparono musicalmente e ne diedero forma definitiva. "Creep" è stato il primo singolo dei Radiohead, pubblicato nel loro paese d'origine, il Regno Unito, nel settembre 1992 (avevano firmato il loro contratto discografico con la Emi nel dicembre 1991).

La canzone, però, fu un flop, un flop talmente clamoroso, che i Radiohead la inclusero a malincuore nel loro album di debutto, Pablo Honey, pubblicato nel febbraio 1993. Con loro sorpresa, però, il brano iniziò a essere trasmesso dalle radio e trovò finalmente un suo pubblico, tanto che la loro etichetta lo ripubblicò nel settembre 1993, data dalla quale iniziò a scalare le classifiche fino ad arrivare alla piazza numero 7 nel Regno Unito (in Italia vinse il disco di platino).

Appena il brano ebbe successo, ci si accorse, però, della clamorosa somiglianza fra "Creep" e una canzone del 1972 degli Hollies intitolata "The Air That I Breathe", scritta da Albert Hammond e Mike Hazlewood, Mettetele a confronto: le due canzoni hanno un giro di basso molto simile e i versi hanno la stessa struttura metrica e una melodia simile. Per evitare gli effetti nefasti di una controversia legale, i Radiohead accettarono di condividere parte dei diritti d'autore e di aggiungere Hammond e Hazlewood ai crediti di scrittura.

Una curiosità. Nella versione dell'album, Thom Yorke canta "Sei così fottutamente speciale". Per i passaggi radio, invece, dovette modificare la frase in "Sei così molto speciale". Yorke si pentì subito di aver cambiato la frase per la versione radiofonica, dicendo che aveva alterato "il sentimento della canzone". Secondo lui, "Creep" perdeva così tutta la sua intrinseca rabbia.

 


 

 

Blackswan, venerdì 11/09/2026

mercoledì 2 settembre 2026

Take On Me - A-ah (Warner, 1984)

 


Sembra difficile crederlo, ma "Take On Me" degli A-ha, una hit da milioni di copie vendute e un evergreen che continua ad ammaliare i nostalgici degli anni ’80 e a conquistare nuovi appassionati, ebbe un parto lunghissimo, almeno nella versione che noi conosciamo. Gli A-ha (il nome venne scelto perché richiamava un’esclamazione conosciuta in tutto il mondo) sono un trio norvegese composto da Morten Harket (voce), Pal Waaktaar (chitarra) e Mags Furuholmen (tastiere), che si trasferì a Londra nel gennaio del 1983 in cerca di fortuna, che, poi, arrivò proprio grazie a "Take On Me".

Il trio scrisse e registrò la prima versione di questa canzone nel 1982 con il titolo "Lesson One". Il brano aveva un testo diverso ma conteneva già alla base il leggendario riff di tastiera. Più tardi, nel 1983, la canzone attirò l'attenzione di un veterano dell'industria musicale, Terry Slater, che divenne il manager della band e aiutò Harket e soci a ottenere un contratto con la Warner Bros. Records.

All'inizio del 1984, gli A-ha riscrissero la canzone con il nome di "Take On Me" e la registrarono con il produttore Tony Mansfield. Pubblicata come singolo solo in Europa, raggiunse il terzo posto nella loro nativa Norvegia, ma non entrò in classifica altrove, risultando un flop particolarmente clamoroso nel Regno Unito. Per questa versione, inoltre, fu realizzato un video che era notevolmente meno attrattivo rispetto a quello che venne creato successivamente e che divenne il traino per il successo planetario del brano.

Visti gli scarsi consensi, su suggerimento di Slater, il trio registrò nuovamente la canzone con il produttore Alan Tarney, che la arricchì con più strumentazione ed energia. In quel periodo, un dirigente di una casa discografica di nome Jeff Ayeroff passò dalla A&M alla Warner Bros. e si fece promotore della canzone, attratto dalla bellezza della melodia e dall’avvenenza fisica del trio (definì Morten Harket, testuali parole: "uno degli uomini più belli del mondo". Ayeroff commissionò, così, un nuovo video, ingaggiando Steve Barron, noto per aver già diretto i clip di "Don't You Want Me" degli Human League e "Billie Jean" di Michael Jackson.

Il video, completato nel maggio del 1985, era talmente all’avanguardia, che la Warner Bros. promosse il brano attraverso il clip, facendolo proiettare nei cinema prima dei film e infine distribuendolo su MTV. Quando MTV lo acquistò, anche le stazioni radio trasmisero la canzone che, ad agosto dello stesso anno, entrò nella Top 40 statunitense. Il brano continuò a scalare le classifiche fino a raggiungere il primo posto il 19 ottobre, dove rimase per una settimana. Una settimana dopo, il brano raggiunse anche il suo picco nella classifica britannica, piazzandosi al secondo posto dietro a "The Power Of Love" di Jennifer Rush (in Italia si piazzò al settimo posto, vincendo il disco d’oro).

Come il lettore avrà intuito, "Take On Me" divenne l’eccezionale hit che ricordiamo proprio grazie al suo video innovativo, in cui un personaggio dei cartoni animati invita il lettore a unirsi a lui in un fumetto. Il tema fu ispirato dalla sequenza della trasformazione che si può guardare nel film di fantascienza, del 1980, Stati di Allucinazione diretto da Ken Russell, mentre l’idea dell’animazione è opera di Michael Patterson e sua moglie Candace Reckinger, che l’avevano già utilizzata per il film Commuter, che vinse il premio Student Academy Award nel 1981.

Una curiosità. Bunty Bailey, la donna di cui Morten Harket si innamora e che salva nel video, divenne la fidanzata del cantante per un paio d'anni, dopo che i due si erano conosciuti e avevano collaborato sul set. Dopo la loro rottura, lei si dedicò ad altri video musicali, tra cui "To Be A Lover" di Billy Idol, in cui interpreta una delle ragazze che facevano la coriste per il musicista (è la bionda in abito bianco al centro).

 


 

Blackswa, mercoledì 02/09/2026

mercoledì 26 agosto 2026

Simply Red - Holding Back the Years (elektra/Wea, 1985)

 


Leader dei Simply Red, chiamati così per il colore dei suoi capelli, il cantante e songwriter Mick Hucknall fu abbandonato da sua madre, Maureen Taylor, quando aveva solo tre anni. Da quel momento, visse insieme il padre Reg, un barbiere dai modi piuttosto burberi, con il quale, soprattutto durante gli anni dell’adolescenza, il rapporto si fece sempre più conflittuale. "Holding Back The Years", settima traccia dall’esordio Picture Book e uno dei maggiori successi della band britannica, fu proprio ispirata dall’assenza della madre, da un dolore profondo e insanabile, aggravato dai continui litigi con il padre.

Il brano fu scritto da Hucknall nella sua cameretta, quando aveva solo diciassette anni: una composizione che nacque spontaneamente, che sgorgò limpida dalla sua ispirazione, nonostante il musicista fosse inizialmente inconsapevole del vero significato del testo. L'input per il brano gli venne da un insegnante della Manchester School of Art, dove Hucknall studiava belle arti. L'insegnante suggerì che i dipinti migliori nascono quando l'artista è in uno stato di creazione inconscia, e Hucknall cercò di utilizzare questo approccio nella sua scrittura della musica. "Volevo fare musica, non arte, quindi ho iniziato a scrivere testi in quel modo", disse una volta al Guardian. "La prima canzone che ho scritto si intitolava 'Ice Cream and Wafers'. La successiva è stata 'Holding Back the Years'."

Hucknall, come accennato, non capì di cosa parlasse la canzone finché non l'ebbe finita. E allora comprese che le liriche fotografavano quel momento ben preciso in cui un ragazzo è consapevole di essere diventato adulto, di dover lasciare casa e avventurarsi nel mondo. Ma il mondo fa paura, la vita è dura, crudele, irta d’insidie. Ecco, dunque, il motivo del titolo, fermare gli anni, far finta di non essere ancora pronto ad affrontare il pane duro dell’esistenza (“Ho sprecato tutte le mie lacrime, ho sprecato tutti quegli anni, e niente ha avuto la possibilità di andare bene…continuerò ad aspettare”).  

"Strangolato dai desideri del padre
Sperando nell’abbraccio della madre"

Il dolore per l’assenza di una madre, la necessità di un abbraccio materno che non sarà mai, i continui attriti con il padre, sempre più frequenti e sempre più violenti, sono il senso di questi due versi, che sono, poi, il fulcro della sofferenza esistenziale che anima la canzone.

Hucknall registrò originariamente "Holding Back The Years" nel 1982 con il suo gruppo punk The Frantic Elevators, ma successivamente, quando fondò i Simply Red, diede forma definitiva alla canzone, aggiungendo il celebre ritornello che recita: "I'll keep holding on".  

Il tastierista e trombettista dei Simply Red, Tim Kellett, si ispirò all'album Kind of Blue di Miles Davis per il suo assolo di tromba. Aveva notato l'uso da parte del re del jazz di una sordina harmon, un dispositivo metallico inserito all'estremità di una tromba, e decise di provarne una, cogliendo di sorpresa il produttore del disco Stewart Levine. "Suonai qualcosa di spontaneo e piacque a tutti", ha ricordato. "Una tromba era piuttosto rara nel pop e Levine diceva: 'Non ci posso credere, amico. Abbiamo un assolo di tromba'".

Il video musicale immortala Hucknall mentre cammina attraverso la campagna inglese e verso l'Abbazia di Whitby. Gli altri membri dei Simply Red (escluso il tastierista Fritz McIntyre, che interpreta una one-man band) appaiono come giocatori di cricket locali che salutano Hucknall mentre passa. Il video, poi, si conclude con il cantante a bordo di un treno, filmato alla stazione ferroviaria di Goathland sulla North Yorkshire Moors Railway.

Una curiosità. L’assolo di tromba di Kellett nel video è completamente fuori sincrono e la diteggiatura non corrisponde alle note effettivamente suonate. 




Blackswan, mercoledì 26/08/2026

lunedì 10 agosto 2026

In Your Eyes - Peter Ganriel (Charisma, 1986)

 



 A volte mi perdo così tanto

I giorni passano e questo vuoto mi riempie il cuore

Quando voglio scappare

Parto in macchina

Ma in qualunque direzione io vada

Torno nel posto in cui sei tu

Tutti i miei istinti, tornano

E la grande facciata, così presto brucerà

Senza un rumore, senza il mio orgoglio

Mi protendo dall'interno

Nei tuoi occhi

La luce, il calore"

 

Peter Gabriel ha sempre sostenuto che il testo di "In Your Eyes", quinta traccia di quel capolavoro datato 1986, intitolato So, potrebbe riferirsi sia all'amore tra un uomo e una donna, quanto alla relazione tra una persona e Dio. E a leggere le prime strofe del brano non si può che essere d’accordo: “ma in qualunque direzione io vada, torno nel posto in cui sei tu” può ammiccare tanto a una storia d’amore che ha generato un legame fortissimo, inscindibile nonostante la distanza, oppure al sentimento consolatorio di chi trova pace solo fra le braccia della religione e di Dio.

Ognuna delle due interpretazioni è valida, eppure il brano ha raggiunto l’apice del successo quando venne inserito nella commedia romantica del 1989, diretta da Cameron Crow, Say Anything (da noi intitolata Non Per Soldi…Ma Per Amore), in una sequenza in cui John Cusack la suona da un Boom Box che tiene sopra la testa per conquistare il cuore di Ione Sky. La storia raccontata nella pellicola è quella di una dibattuta storia d’amore fra Lloyd Dobler, aspirante kickboxer e studente mediocre, e la talentuosa Diane Court, che ha appena vinto una borsa di studio per l’Inghilterra. Ma se le ambizioni di Diane sono concrete nel futuro, è nel presente che la ragazza non vive: accettando di uscire con Lloyd, scoprirà il mondo oltre i libri e soprattutto il lato romantico del ragazzo.

Cameron Crowe avrebbe dovuto usare "Got To Be A Lover" di Billy Idol, ma non la trovava consona alla sequenza. Si ricordò così di una playlist che aveva preparato per il suo matrimonio e che conteneva proprio "In Your Eyes". Poiché si trattava di una canzone profondamente personale, Gabriel non voleva che fosse usata nel film, ma quando Crowe lo chiamò e gli mandò una cassetta del girato, Gabriel la apprezzò molto e diede la sua approvazione. I produttori di Say Anything pagarono circa 200.000 dollari per utilizzare la canzone, ma ne valse la pena, poiché la scena in cui fu utilizzata divenne una delle sequenze più famose e iconiche della storia del cinema americano (da noi, ci si ricorda a malapena del film).

Nella canzone compare come corista il musicista dell'Africa occidentale Youssou N'Dour, la cui performance ha conferito al brano una struttura vocale distintiva. Gabriel scoprì N’Dour nel 1984, quando quest’ultimo si esibiva in Inghilterra. I due diventarono amici e collaboratori, con un rispetto reciproco per la musica dell'altro, tanto che N'Dour si unì a Gabriel nel tour di So, partecipò a una versione estesa di "In Your Eyes" e dal vivo cantò spesso anche in Biko. Nel 1991, Gabriel ricambiò il favore, quando eseguì la canzone nel paese natale di N'Dour, il Senegal, davanti a una folla di 70.000 persone.

I concerti di Peter Gabriel sono altamente coreografati e rigorosamente programmati, ma con "In Your Eyes" l’artista inglese creò un momento speciale, assicurandosi che nel brano ci fosse ampio spazio per l'improvvisazione. Il suo tastierista nel tour di So, David Sancious, raccontò in seguito come era nata questa particolare idea.

“Stavamo provando la canzone e Peter ha detto che voleva allungare il finale", ha detto Sancious. "Ci sarebbe stata una pausa in cui avrei suonato qualcosa, inventato qualcosa per circa otto battute. Solo ritmo di batteria e pianoforte. Manu Katché suonava la batteria e mi dava il segnale per rientrare. Quindi era diverso ogni sera e lui si divertiva molto quando inventavo cose diverse. Era una pausa in stile gospel e poi si tornava al ritornello di "In Your Eyes". E c'erano altri momenti in cui facevo piccole cose diverse che non erano le stesse ogni sera, e Gabriel era felice”.

 


 

 

Blackswan, lunedì 10/08/2026

venerdì 7 agosto 2026

Love To Love You Baby - Donna Summer (Casablanca Records, 1975)

 


Prima traccia dall’omonimo album del 1975, "Love To Love You Baby" fu scritta da Donna Summer con l'aiuto dei produttori europei Giorgio Moroder e Pete Bellotte. Questa controversa canzone fu il primo grande successo di Moroder, che in seguito scalò le classifiche di mezzo mondo come cantautore e produttore, grazie a hit come "Hot Stuff", "On The Radio" (sempre con la Summer) e colonne sonore per molti film, tra cui Scarface, Fuga di Mezzanotte e American Gigolo, ma fu anche il primo grande successo della cantante, che divenne ben presto un’autentica macchina da guerra nei circuiti disco music.

La disco ottenne popolarità nei locali gay dove si usavano DJ al posto delle band, ma col tempo quella musica si diffuse nei club più tradizionali e arrivò nelle stazioni radio e in film come La febbre del sabato sera. Summer ottenne molti successi e divenne nota come la "Regina della disco", ma prima di "Love To Love You Baby", era più un'artista folk-pop e, prima ancora, si esibiva in musical e in spettacoli teatrali.

Abbiamo scritto di un brano controverso, e per comprenderne il motivo, basta un ascolto della canzone per rendersi conto dei suoi contenuti esplicitamente sessuali. Così espliciti che, ai tempi, correva voce che per quei convincenti mugolii, la Summer avesse simulato un vero orgasmo sdraiata sul pavimento dello studio. Queste voci contenevano una mezza verità: dopo aver provato a registrare la sua voce nel modo tradizionale, il suo produttore Giorgio Moroder la fece cantare sul pavimento dello studio sdraiata sulla schiena, a luci spente, chiedendole di immaginare un rapporto sessuale con il di lei fidanzato Peter.    

Donna Summer aveva ricevuto un'educazione cristiana e fece molta fatica a immedesimarsi nella femme fatale interpretata in "Love To Love You Baby", tanto che, in seguito, ebbe difficoltà ad ascoltare di nuovo la canzone dopo averla registrata, preoccupata per l'impatto che avrebbe avuto sulla sua immagine. Tuttavia, imparò ad accettarla e ne fece il fulcro del suo tour successivo, mettendo in scena uno spettacolo con tanto di ballerini che simulavano posizioni sessuali.

La rivista Time, che ai tempi evidentemente non aveva di che riempire le pagine, analizzò approfonditamente il brano, sentenziando che, nella versione presente nell’album (che dura 16 minuti e 50 secondi), la Summer avrebbe avuto ben ventidue orgasmi. Sempre il Time definì la canzone come “Sex Rock”, affermando che “il messaggio di Donna si trasmette al meglio con grugniti, gemiti e languidi lamenti. Il suo obiettivo è realizzare un album che le persone possano portare a casa e fantasticare nella propria mente".

Dopo la pubblicazione di questo articolo, si sviluppò un'opposizione più organizzata alle canzoni sessualmente esplicite. In Gran Bretagna, la BBC vietò "Love To Love You Baby", mentre negli Stati Uniti, il reverendo Jesse Jackson utilizzò il suo gruppo Operation PUSH (People United to Save Humanity) per attaccare canzoni di questo tipo, sostenendo che causassero un aumento delle gravidanze adolescenziali.Summer dichiarò, in seguito, al Telegraph Magazine: "Avevano paura di ciò che avrebbe potuto provocare tra i giovani. E come madre non sono in disaccordo con loro su questo punto. Non avrei scelto quella canzone specifica per inaugurare la mia carriera. Ma accetto che sia andata così. E ho fatto del mio meglio per trasformare il successo di quel disco in qualcos'altro e allontanarmi da quell'immaginario il prima possibile".

Ad un certo punto, però, la Summer smise di eseguire dal vivo quella canzone per evitare di essere fisicamente aggredita dal suo pubblico. Il casus belli che fece prendere alla cantante quella decisione avvenne in Italia, anno 1977. Fu la stessa artista a raccontarlo durante un’intervista: “Ero in una tenda in Italia, 5.000 uomini, quasi nessuna donna, e stavo cantando 'Love to Love You, Baby' ed ero vestita in modo piuttosto succinto - ero piuttosto giovane, e i ragazzi si sono talmente impazziti che hanno iniziato a spingere verso il palco. Così ho interrotto il concerto e sono dovuta scappare verso la mia roulotte sul retro. E loro sono arrivati alla roulotte e hanno iniziato a scatenarsi. Cinquemila ragazzi in un piccolo paese in Italia! Ho pensato: 'Morirò oggi, non uscirò da qui'”.

Una curiosità. L’attrice Scarlett Johansonn raccontò che quando nacque la sua primogenita Rose, evidentemente inconsapevole dei riferimenti sessuali contenuti nel brano, utilizzava "Love To Love You Baby" come ninna nanna, per far addormentare la bambina.

 


 

 

Blackswan, 07/08/2026

lunedì 20 luglio 2026

Richie Havens - Freedom (Cotillion Records/Atlantic Records, 1970)

 

 


 

"A volte mi sento come un bambino senza madre

A volte mi sento come un bambino senza madre

A volte mi sento come un bambino senza madre

Lontano da casa mia

 

Libertà

Libertà

Libertà

Libertà"

 

Questi sono alcuni versi di "Freedom", che Richie Havens inventò sul palco di Woodstock, creando, senza poterlo immaginare, uno dei momenti più significativi del festival e una delle canzoni più significative di quel momento storico.

Un brano che di lì a breve diventerà un inno generazionale, un grido di libertà e di pace, un ipnotico mantra contro tutte le guerre, e nello specifico contro quella del Vietnam, che coagulava lo spirito di libertà collettivo di quei tre giorni leggendari e le istanze pacifiste e anticonvenzionali delle nuove generazioni.

Con le sue radici nella scena folk del Greenwich Village, la su voce roca ma accogliente e una manciata di album eclettici nel suo repertorio, Havens rappresentava una scelta ideale, quasi ovvia, di artista perfetto per calcare il palco del festival di Woodstock.

Il suo nome era il quinto in scaletta, ma un ingorgo stradale in cui erano rimasti coinvolti diversi artisti, lo costrinse a salire sul palco per primo, accompagnato dalla sua band, ovvero Eric Oxendine al basso, Paul Williams alla chitarra solista e Daniel Ben Zebulon alle congas.

L’inizio del concerto, per la cronaca, era in ritardo di tre ore, e Havens era seriamente preoccupato di essere oggetto di lanci da parte di una folla inferocita. Invece, successe qualcosa di inaspettato.

Ventotto anni, Havens salì sul palco vestito con una tunica e indossando un paio di sandali che richiamavano esplicitamente le sue origini africane, così come il distintivo stile percussivo con cui suonava la chitarra. Sudato e quasi in estasi mistica, mandò in visibilio il pubblico, che, non appagato, continuava a chiedere bis. Alla fine, Havens suonò ben undici canzoni, l’ultima delle quali, "Freedom", sarà destinata a gloria imperitura. Richiamato a gran voce dal pubblico, salì nuovamente sul palco, senza sapere cosa suonare.

A quel punto, ispirato dal perfetto connubio fra suono, ambiente e pubblico, viene colto da un lampo di genio. Si siede e incomincia a improvvisare sulle note di "Motherless Child", uno standard gospel che viene completamente stravolto dall’ipnotica ripetizione della parola "Freedom" aggiunta al testo da Richie, come a voler fissare un momento magico che diventa fil rouge accomunante la libertà dalla schiavitù, la libertà dalle guerre e la libertà da stupide convenzioni sociali.

Il musicista, successivamente, spiegò alla stampa: “Quando mi sentiì suonare quella lunga introduzione, stavo temporeggiando. Pensavo: 'Cosa diavolo canterò? Penso che la parola 'libertà' mi sia uscita di bocca perché l'ho vista davanti a me. Ho visto la libertà che stavamo cercando. E ogni persona la condivideva, e così è uscita quella parola.”

Una curiosità. L'esibizione di Havens a Woodstock ebbe un'enorme influenza sul leader dei Portugal. The Man, il cantante John Gourley, che ai tempi non era ancora nato, ma che vide il film dedicato all’evento, e da sempre ascoltava i racconti del padre, che era stato presente al festival. Fu quasi inevitabile, quindi, che quei racconti, prima o poi, confluissero in qualcosa di importante. La band, infatti, intitolò il loro album del 2017 Woodstock e lo aprirono con la canzone "Number One", che contiene un sample di Haven che canta "Freedom".

 


 

 

Blackswan, lunedì 20/07/2026

venerdì 17 luglio 2026

She Sells Sanctuary - The Cult (Beggars Banquet, 1985)

 


Quando chiesero a Ian Astbury, frontman dei The Cult, di cosa parlasse "She Sells Sanctuary", il cantante rispose: "Sesso. Semplicemente, parla di sesso. Avevo fatto sesso e ne ero molto orgoglioso". Sebbene il titolo completo della canzone non compaia mai nel testo, molti fecero notare a Astbury che la frase "She Sells Sanctuary" sottintende che la donna protagonista del brano stia vendendo il proprio sesso. Che avesse, quindi, frequentato una prostituta? Anche in questo caso, la risposta del cantante fu pronta, per quanto un po’ fantasiosa. Ian Astbury, infatti, chiarì che la canzone parlava soprattutto di una transazione spirituale: da tempo affascinato dalle culture dei popoli indigeni e da come l'energia possa fluire tra gli esseri umani, il frontman voleva solo suggerire come in questo caso fosse un'energia femminile a fluire dentro di lui.

Qualunque sia il significato del brano, è indubbio che lo stesso, a prescindere dai contenuti, cattura subito l'attenzione con un'introduzione di chitarra quasi psichedelica creata dal chitarrista dei Cult, Billy Duffy. L'idea nacque per puro caso. La band stava registrando la canzone agli Olympic Studios di Barnes di Londra, dove un tempo registravano i Led Zeppelin. Il chitarrista degli Zeppelin, Jimmy Page, a volte usava un archetto da violino per suonare la chitarra, così quando Duffy ne trovò uno in studio, lo usò per scherzare, al solo scopo di divertire Ian Astbury, che stava ascoltando nella sala di controllo.

Per renderlo più strano, Duffy premette tutti i pedali della pedaliera e dopo aver smesso, si fece una gran risata. Ma Steve Brown, produttore del disco, esclamò: "Ferma, ferma, è fantastico!". Così si decise di iniziare il brano con quel suono mistico, che non sarebbe mai stato creato se Duffy non avesse trovato l’archetto e non si fosse messo, come dicono a Milano, a fare “il pirla”.

"She Sells Sanctuary" fu una svolta determinante per i Cult, che, quando pubblicarono il brano come primo singolo del loro secondo album, Love, nel 1985, avevano solo un piccolo seguito nella natale Inghilterra.

Il brano uscì come singolo nel maggio 1985 e decollò nel Regno Unito dopo essere stato trasmesso nel programma mattutino di Radio One. Raggiunse la quindicesima posizione a luglio, un grande passo avanti rispetto ai singoli precedenti, che erano rimasti sempre nelle retrovie delle chart. Quando l'album Love fu pubblicato a ottobre, "She Sells Sanctuary" raggiunse la posizione numero quattro.

A produrre l’album fu chiamato Steve Brown, che dopo essere stato il produttore degli Wham! voleva uscire dal mondo del pop per approcciarsi a una musica suonata con la chitarra elettrica. I Cult, però, volevano che fosse Steve Lillywhite, noto per il suo lavoro con Peter Gabriel e gli U2, a produrre il disco, e realizzarono una prima demo del brano per proporglielo. Questa demo, leggenda vuole, fu notte tempo rubata dalla scrivania dell’agente dei Cult, John Giddings, dallo stesso Brown, che ci mise mano abbellendola un po’ e proponendola poi alla band che, inizialmente sorpresa, accettò di buon grado di collaborare con “l’autore del furto”.

Una curiosità. Il titolo della canzone "She Sells Sanctuary" per gli inglesi ha un suono familiare, perché ricorda quello di un noto scioglilingua: "she sells seashells by the seashore" (lei vende conchiglie in riva al mare). 




Blackswan, venerdì17/07/2026