giovedì 30 novembre 2023

JAIME WYATT - FEEL GOOD (NEW WEST RECORDS, 2023)


 

Un talento cristallino, un disco pubblicato a soli diciassette anni, la possibilità di entrare, giovanissima, nel circuito della musica che conta. Jaime Wyatt aveva il proprio futuro in mano e ha rischiato di sperperarlo per colpa di un’indole ribelle. La droga, la dipendenza, un crimine, otto mesi passati in galera, stavano per sprofondarla in un baratro senza fine. Poi, la resurrezione, il ritorno alla normalità, la forza di aggrapparsi alla musica per uscire dal dramma e sopravvivere.

Sin da quello che possiamo definire il suo vero e proprio debutto (Felony Blues del 2017), Jaime Wyatt ha impressionato grazie a un approccio sincero e verace, attraverso il quale ha plasmato, e continua a plasmare, una musica melodicamente contagiosa, in cui confluiscono country, rock, la California degli anni Settanta, soul e gospel e un’istintuale propensione al pop.

Oggi, come recita il titolo del nuovo disco, la Wyatt sta bene, ha acquisito ulteriore maturità e consapevolezza, e il suo terzo album è un'ulteriore dimostrazione di come sia cresciuta costantemente come musicista e cantautrice, affinando ulteriormente il proprio stile e il proprio songwriting. Il salto di qualità è merito anche di Adrian Quesada dei Black Pumas, e che ha levigato le undici canzoni in scaletta, gonfiandole di echi soul e R&B e contornandole di accenti psichedelici, come è evidente dallo splendido suono creato per le chitarre.

Nel disco si respira positività e ottimismo, una nuova visione della vita, con cui la Wyatt si mette ulteriormente a nudo, senza filtri e senza maschere, lasciandosi andare, cercando di essere finalmente e completamente felice. Non rinnega il suo passato, le proprie esperienze di vita, la dipendenza, la propensione al crimine, la gavetta, lo sradicamento dalla sua terra d’origine (l’Oklahoma) per trasferirsi in California: tutto questo bagaglio esistenziale è diventato oggi forza propulsiva che spinge alla ricerca della libertà.

In tal senso, l’opener "World Worth Keeping" apre il nuovo corso con una intensa riflessione sulla bellezza che circonda l’uomo e per cui vale la pena vivere e lottare (“I wanna show them the mountains and say drink from the clear spring water fresh from the mountain top and the most beautiful sunsets i have ever seen it’s a world worth keeping”), e getta le basi per il tema centrale dell’album, ovvero il rifiuto di permettere al cinismo di prendere il sopravvento sulla propria sensibilità. Questo brano è, inoltre, coi suoi echi Muscle Shoals, la cartina di tornasole di un disco che possiede una preponderante attitudine soul e un nostalgico tocco sudista, come è evidente nell’accattivante "Back To The Country", che ripercorre la tappe della sua vita selvaggia, nella piacevolezza rilassata della title track (che sfoggia una spettacolare linea di basso) o nell’irresistibile "Love Is A Place", in cui il soul si fonde in infusione zuccherina col pop anni Sessanta, in una giocosa canzone d’amore (“Love has freed me from a lifetime of pain”) che evoca una corsa in decapottabile in una ventosa giornata di sole.

Il senso di libertà, la volontà di guardare il mondo attraverso il filtro dell’ottimismo permea l’intera scaletta, che riserva svariate sorprese, tra cui una sensuale cover di "Althea" dei Grateful Dead, un modo per la Wyatt di ricordare il defunto padre, che la portava a vedere tantissimi concerti, e il blues carnale di "Hold Me One More Time", che mette in mostra le eccellenti doti vocali della ragazza dell’Oklahoma e la sapiente mano di Quesada, che piazza nel finale uno straniante tocco psichedelico attraverso un acidissimo suono di chitarra. Non mancano, poi, la ballata spezza cuore ("Where The Damned"), che è anche il momento più intimo del disco, e quelle sonorità country (la conclusiva "Moonlighter") che rappresentano le radici della sua storia artistica, ma che risultano leggermente fuori contesto rispetto al restante mood dell’album.

Poco male. La voce roca e vissuta della Wyatt è talmente affascinante da riuscire a dare vitalità anche ai momenti più deboli, catalizzando l’attenzione ed emozionando con sincerità. Feel Good non è certo un disco rivoluzionario, ma segna sicuramente un’evoluzione nella storia artistica della Wyatt, che, attraverso alcune canzoni stellari, dimostra di avere tutte le carte in regola per sedersi alla stessa tavola del miglior cantautorato femminile a stelle e strisce.

VOTO: 8

GENERE: Country, Rock, Soul, R&B

 


 

 

Blackswan, giovedì 30/11/2023

martedì 28 novembre 2023

MAD AS A HATTER - LARKIN POE (Tricki - Woo Records, 2021)

 


Le sorelle Rebecca Lovell, voce e chitarra, e Megan Lovell, lapsteel, dobro e voce, sono originarie di Atlanta e hanno iniziato a suonare giovanissime, visto che già nel 2005, poco più che ventenni, fondarono le Lovell Sisters, e pubblicarono due album indipendenti di cui si fece un gran parlare nel circuito del bluegrass e dell’americana. Lunghi tour, comparsate alla radio e in tv e una notorietà che aumenta, concerto dopo concerto. Nel 2009, la svolta: le due ragazze, che fra i loro antenati vantano niente meno che lo scrittore Edgar Allan Poe, cambiano nome in Larkin Poe, dedicando il nome della band al loro bis bis bis nonno, cugino del grande poeta e novellista bostoniano. In tre anni, dal 2010 al 2013, pubblicano una manciata di Ep e finalmente nel 2014, vengono messe sotto contratto dalla Restoration Hardware, con cui rilasciano il loro album d’esordio. Questa, per sommi capi, la storia che ha portato le due sorelle alla ribalta del mercato statunitense.

Tra le loro canzoni più belle, e sono tante, spicca soprattutto questa Mad As A Hatter, un brano che, in abiti ogni volta diversi, è stato un punto fermo di quasi tutti i loro concerti, fino a quando, dieci anni dopo il suo concepimento, si è vestito di una forma definitiva, grazie alla collaborazione con l’orchestra da camera Nu Deco Ensemble.

Due diverse entità musicali che si sono incontrate e magicamente fuse per un live streaming alla North Beach Bandshell di Miami, durante i primi giorni della pandemia, una performance, poi, finita su disco con il titolo di Paint The Roses (2021).

Il fondatore del Nu Deco Ensemble, Jacomo Bairos, inizialmente era riluttante a unire le forze con le Larkin Poe, perché riteneva che il loro suono difficilmente avrebbe potuto integrarsi con quello di un'orchestra. Era la prima volta, infatti, che la Nu Deco si accostava alla musica rock, e il timore era che l’approccio acustico dell’orchestra non avrebbe avuto vita facile con i volumi e i suoni decisamente metallici del duo. Nonostante le riserve iniziali, la collaborazione ha dato risultati eccelsi, anche perché le due ragazze hanno nel loro background una discreta conoscenza della musica classica, ciò che ha aiutato l’interazione tra le rispettive compagini musicali.

La canzone ha un testo profondo e toccante, in quanto è stata ispirata dal nonno paterno di Megan e Rebecca, che ha lottato contro una malattia mentale per diversi anni, prima che gli fosse finalmente diagnosticata la schizofrenia. Rebecca canta di aver visto la mente di una persona cara vacillare e poi svanire, mentre si chiede se lo stesso destino attenda anche lei: “Proprio come il padre di mio padre, il tempo gli ha rubato la mente.E non posso dimenticare che un quarto del suo sangue è mio.”

Megan ha spesso raccontato che la canzone l’ha aiutata a elaborare i suoi sentimenti riguardo alla sua famiglia e a quella patologia mentale che afflisse il nonno, e che in futuro avrebbe potuto colpire anche una delle due sorelle, e che suonarla, in qualche modo, ha sempre avuto su di lei un effetto catartico, di pacificazione.

Il titolo “Matto come un cappellaio", che cita inevitabilmente Alice Nel Paese Delle Meraviglie, deriva da una frase colloquiale usata per descrivere una persona eccentrica o instabile. Il detto era nato ed era prevalente usato nei secoli XVIII e XIX, quando i fabbricanti di cappelli usavano il nitrato di mercurio nel loro lavoro e soffrivano di disturbi fisici e mentali, in seguito alla prolungata esposizione a questa sostanza tossica.

 


 

 

Blackswan, martedì 28/11/2023

lunedì 27 novembre 2023

JOE BONAMASSA - BLUES DELUXE VOL.2 (Provogue, 2023)


 

E’ dal 2000 che Joe Bonamassa è in circolazione, sfornando album, difficile tenere il conto di quanti, con una regolarità disarmante. Forse, allora, è arrivato il momento di fare anche il punto della situazione, un bilancio su una carriera che, piaccia o meno, è in continua crescita.

Sono passati ben 20 anni dall’uscita del suo lavoro più venduto, Blues Deluxe, e proprio partendo da quello splendido disco, il senso di un secondo capitolo rappresenta una sorta di ritorno alle origini, che ha lo scopo, non solo di ridare vita ad alcuni grandi classici che hanno indirizzato l’ispirazione del chitarrista, ma anche, e credo soprattutto, guardarsi allo specchio per capire chi è Bonamassa oggi.

Rileggere il proprio passato per comprendere il presente e guardare al futuro, cogliere il contrasto fra un ventiseienne pieno di arroganza e speranze e un uomo maturo, consapevole e affermato, capire se il fuoco brucia ancora come prima, se è la passione, e non il denaro, a spingere verso un nuovo disco, e, infine, rendere omaggio alle fonti di ispirazione per dimostrare che un grande amore dura nel tempo e non si svende per nulla al mondo.   

Blues Deluxe Vol. 2 inizia con una vibrante reinterpretazione del classico di Bobby “Blue” Bland "Twenty-Four Hour Blues", attraverso il quale Bonamassa crea subito l'atmosfera perfetta per introdurre la scaletta, tirando fuori dal cilindro uno dei suoi brani più amati, e cantando e suonando da vero califfo (si dice che lo splendido assolo lo abbia suonato sdraiato sul pavimento degli studi di registrazione).

Una grande partenza, seguita da "It's Hard But It's Fair" di Bobby Parker, brano dal ritmo suadente, sfiorato da una leggera vibrazione di New Orleans e da un divertito tocco funky. Il tributo alla vecchia scuola si intensifica con "Well, I Done Got Over It", un rhythm and blues vintage a firma Guitar Slim (una leggenda della chitarra il cui stile ha influenzato decine di chitarristi), che vive nel perfetto connubio fra la sei corde di Bonamassa e una deliziosa sezione fiati, mentre la cover di "I Want To Shout About It" di Ronnie Earl And The Broadcasters ci conduce in un’epoca più recente (1997), con un ritmo scatenato e il bell’assolo di sax di Paulie Cerra.

Poco importa quale decennio il chitarrista decida di frequentare, perché a ogni modo lo fa con grande eleganza, attitudine e consapevolezza, districandosi meravigliosamente in un territorio comune, ma dal panorama in continua mutazione.

"Win-O" è una versione un po' più dolente del classico di Pee Wee Crayton degli anni '50, resa ancor più fascinosa dal sublime pianoforte honky-tonky di Reese Wynans, "Lazy Poker Blues" attraversa un terreno sonoro simile al caratteristico blues di Stevie Ray Vaughan, anche se l’originale è in realtà tratto dall’album del 1968, Mr. Wonderful, dei primi Fleetwood Mac, quando Peter Green era il leader della band, mentre "You Sure Drive A Hard Bargain" è un omaggio ad Albert King, che registrò il brano alla fine degli anni '60, e "The Truth Hurts" è una intensa rilettura dell'originale di Kenny Neal, arricchita dalle chitarre di Josh Smith (che produce il disco) e Kirk Fletcher.

Tra tutte le belle cover, spuntano anche un paio di canzoni originali, la conclusiva struggente "Is It Safe To Go Home", scritta per Bonamassa da Josh Smith e la travolgente "Hope You Realize It (Goodbye Again)", chitarra, basso, batteria e hammond a spingere forte su un’incandescente groove funky. Una canzone che suona come la classica ciliegina su una torta perfettamente riuscita, dal sapore caldo, avvolgente, elegante, con cui Bonamassa festeggia un punto importante della sua carriera, celebra il proprio passato, omaggia i suoi eroi e guarda spavaldamente verso un futuro che, conoscendo la storia dell’artista, sarà presto denso di nuove pubblicazioni.

VOTO: 7,5

GENERE: blues

 


 

 

Blackswan, lunedì 27/11/2023

 

venerdì 24 novembre 2023

STEPHEN KING - HOLLY (Sperling & Kupfer, 2023)

 


Quando Penny Dahl chiama l'agenzia Finders Keepers nella speranza che possano aiutarla a ritrovare la sua figlia scomparsa, Holly Gibney è restia ad accettare il caso. Il suo socio, Pete, ha il Covid. Sua madre, con cui ha sempre avuto una relazione complicata, è appena morta. E Holly dovrebbe essere in ferie. Ma c'è qualcosa nella voce della signora Dahl che le impedisce di dirle di no. A pochi isolati di distanza dal punto in cui è scomparsa Bonnie Dahl, vivono Rodney ed Emily Harris. Sono il ritratto della rispettabilità borghese: ottuagenari, sposati da una vita, professori universitari emeriti. Ma nello scantinato della loro casetta ordinata e piena di libri nascondono un orrendo segreto, che potrebbe avere a che fare con la scomparsa di Bonnie. È quasi impossibile smascherare il loro piano criminale: i due vecchietti sono scaltri, sono pazienti. E sono spietati. Holly dovrà fare appello a tutto il suo talento per superare in velocità e astuzia i due professori e le loro menti perversamente contorte.

E’ sempre una gioia, per i tanti amanti del brivido, quando un autentico maestro come Stephen King pubblica un nuovo libro, cosa che avviene con imbarazzante regolarità, visto che stiamo parlando di una vera e propria macchina da guerra editoriale. Anche questa volta, sotto il profilo squisitamente thriller, King non delude, costruendo, come gli ingranaggi di una bomba a orologeria, un storia che tiene incollati al libro dalla prima all’ultima pagina, e che oscilla abilmente fra indagine poliziesca (torna la detective privata Holly Gibney, donna tanto fragile quanto risoluta) e feuilleton dai contenuti grandguignoleschi.

Se la prosa è solida ma senza picchi, la narrazione conquista, lo svolgimento non ha forse grandi accelerazioni, ma è ricco di suspense e colpi di scena. Come valore aggiunto all’opera, ci sono anche digressioni molto interessanti (una storia parallela vede protagonista una grande poetessa americana e la sua protetta) sulla funzione della poesia, che sono il valore aggiunto, anche se non necessario, di un romanzo che, a parere di chi scrive, non è esente da critiche.

Il primo dubbio, come spesso accade con i romanzi di King, è se sia veramente lui l’autore, Sbaglierò, probabilmente, ma trovo che dietro Holly ci sia una mano femminile, e non solo perché le figure centrali, ben raccontate sotto il profilo psicologico, sono tutte donne, ma perché le descrizioni, le sfumature nel linguaggio, i pensieri della protagonista, sembrano davvero esprimere una sensibilità diversa rispetto a quella del grande romanziere americano. E’ solo una sensazione, ma tant’è.

Il peggio, però, è che questo romanzo, che si svolge negli anni della pandemia, è l’estate del 2021, si trasforma, pagina dopo pagina, nel vademecum del perfetto pro vax, senza nessun tentativo di analisi critica, di approfondimento, di legittimo dubbio (i cattivi sono tutti non vaccinati, i buoni hanno almeno due dosi). Le oltre cinquecento pagine, sono infatti, non solo un manifesto politico contro Trump (cosa buona e giusta, dal punto di vista di chi scrive), ma anche una continua esortazione a vaccinarsi, una beatificazione in terra del Dio farmaco, con tanto di squallide marchette in favore delle case farmaceutiche più importanti. Queste continue prese di posizione, francamente ossessionanti e assolutamente non funzionali alla trama, si accompagnano, poi, ad assurde pulsioni cancel culture e a un politically correct talmente ostentato, da sfociare nel più retrivo puritanesimo. Insomma, si inizia a leggere un libro che si pensa un giallo, e si finisce, invece, per leggere un pampleth politico, decisamente indigeribile per tutti coloro che, dotati di capacità critica, rifuggono come la peste la massificazione del pensiero e quell’assurda ipocrisia che individua nel linguaggio la risoluzione a tutti i problemi razziali e di identità di genere.

 

Blackswan, venerdì 24/11/2023

giovedì 23 novembre 2023

HYRO THE HERO - BOUND FOR GLORY (Better Noise Music, 2023)

 


La rabbia di chi parte dal basso e cerca di affermare la propria arte, il disagio generazionale, la volontà di mantenere la propria integrità, costi quel che costi, a dispetto della massificazione mainstream del mercato e della consapevolezza che i social e le nuove tecnologie hanno appiattito l’arte a mero prodotto commerciale. Sono questi i temi che hanno spinto Hyron Louis Frenton, trentaseienne rapper texano (oggi di stanza in Francia), a proporre un genere, un tempo chiamato crossover, che oggi fa storcere il naso a molti.

Hyro The Hero ha scelto di percorrere una strada ostica, in grado si scontentare un po’ tutti: gli amanti del metal e quelli dell’hip hop, che vedono in questo ibrido musicale una sorta di tradimento per entrambi i generi. Ma Frenton se ne infischia, e con questo ultimo Bound For Glory affina ulteriormente uno stile che già aveva colpito duro nel precedente Flagged Channel (2018).

Un disco, questo, che ha avuto una lunga gestazione, che è stato concepito tra mille difficoltà (la pandemia, casini sentimentali, il trasferimento in Europa), ma che parla una lingua tanto meticcia, quanto chiara e diretta. Un disco che, a dispetto del titolo, forse non sarà destinato alla gloria, ma che ha quanto meno il merito di accendere la curiosità di chi si approccia all’ascolto senza pregiudizi e di disturbare, evitando strade comode e intenti modaioli. Dodici canzoni per soli trentasette minuti di musica, che testimoniano un’urgenza di fondo, la necessità di arrivare subito al dunque, senza fronzoli o astruse alchimie.

Piaccia o meno, il perfetto punto di fusione fra sonorità hip hop e aggressione metal è perfettamente raggiunto: la produzione e i suoni sono perfettamente calati nel presente, ma è evidente che Frenton attinga a un bagaglio personale fatto di ascolti che vanno dai Rage Against The Machine ai Run Dmc, dagli At The Drive In ai Deftones, da Tupac ai Bad Brains.

La title track apre le danze tenendosi maggiormente sul versante hip hop (echi dell’Eminem più arrabbiato), ma si capisce subito che le cose sono pronte a virare verso un clima più infuocato, come nella successiva "Sho Nuff" in cui un’oscura base hip hop si sgretola di fronte a un muro di chitarre di cemento armato e allo screaming furioso del rapper.

E questo è solo un assaggio della rabbia che si respira nella breve scaletta. "FU2" è un assalto all’arma bianca che cita esplicitamente i Rage Against The Machine nel crescendo che porta al ritornello, "I’m So Sick" è un altro brano assassino che sgretola ogni certezza anche dei padiglioni auricolari più allenati. Certo, in alcuni episodi Frenton tiene a bada l’impeto, rallentando il passo e estraendo dal cilindro belle melodie radiofoniche ("Head Under Water"), ma in altre occasioni le stesse melodie vengono maltrattate da una veemenza che spazza via ogni ammiccamento mainstream ("Standing Ovation"). Il mood dell’album, però, resta ferocemente aggressivo ("Retaliation Generation, Fight") fino a debordare nella delirante orgia noise della cover di "Woo Hah! Got You All In Check" del grande Busta Rhymes.

Bound For Glory è un disco selvaggio e bastardo, indigeribile a chi non ama il meticciato e ancor di più a chi si tiene lontano dai suoni estremi. Eppure, queste dodici tracce sono attraversate da vibrante sincerità e dalla consapevolezza che un’idea, per quanto estrema e incomprensibile ai più, debba essere portata avanti, senza compromessi, costi quel che costi. In tal senso, Hyro The Hero coglie il centro del bersaglio, suggerendo, poi, a chi amava i Rage Against The Machine, che quelle sonorità, marchiate a fuoco dalla chitarra di Tom Morello e dal rap urticante di Zack De La Rocha, possono ancora avere davanti un nuovo, più estremo, ma altrettanto brillante futuro.

VOTO: 8

GENERE: Hip Hop, Metal

 


 

 

Blackswan, giovedì 23/11/2023

martedì 21 novembre 2023

MAMA - GENESIS (Vertigo, 2023)

 


Dopo il loro album Duke, pubblicato nel 1980, i Genesis cambiarono completamente l’approccio alla scrittura delle canzoni. Poco dopo la fine del tour del 1980, la band, infatti, acquistò Fisher Lane Farm, una cascina rurale situata a Chiddingfold nel Surrey, che convertirono dapprima in sala prove, e quindi in studio di registrazione, nel quale da allora in avanti sarebbero stati prodotti tutti gli album del gruppo e gran parte dei lavori dei tre come solisti.

Da quel momento, invece di lasciare che i singoli membri portassero brani già composti e idee per canzoni su cui lavorare, la band si presentava in studio partendo da zero, e basandosi interamente su improvvisazioni che poi venivano rifinite e strutturate in un secondo momento. Proprio da una di queste sessioni, nasce l’idea per Mama, quello che rimane tuttora il più grande successo commerciale dei Genesis in Gran Bretagna, dove raggiunse la quarta posizione nella classifica inglese, entrando inoltre nella top 10 delle classifiche europee.

L’intuizione per il brano venne a Mike Rutherford, mentre provava a creare dei groove con la drum machine di Collins. Tony Banks, poi, lavorò attorno all’ossatura ritmica creando alcuni accordi, mentre il cantante iniziò a improvvisare i testi. Quando durante le prove pronunciò la parola “mama”, tutti si guardarono e capirono all’istante che quello sarebbe dovuto essere il titolo della canzone.

La genesi di questa canzone spiega esattamente come il gruppo lavorava in quel periodo. Le drum machine, infatti, erano il dominio assoluto di Phil Collins, ma i Genesis di quegli anni non rispettavano i ruoli quando si trattava di scrivere canzoni, poiché tutti e tre i membri si erano imposti di contribuire a molti livelli, per rendere meno prevedibile il processo creativo. Fu lo stesso Rutheford, tempo dopo, a raccontarlo durante un’intervista: “Ogni canzone era diversa. Ad esempio, in passato, quando scrivevamo, Phil faceva un piccolo loop di drum machine, lo programmava e ci cantava. Suonavamo gli accordi, lui cantava. Poi arriva una canzone chiamata "Mama" e l'intero programma di batteria, la drum machine artificiosa, sono io.”

Il significato della canzone, inizialmente, creò parecchi fraintendimenti, in quanti molti, compreso il manager della band, si convinsero che la canzone parlava di aborto e che il protagonista del brano fosse un feto che implorava una donna incinta di non abortire. Ma non è così. Mama, invece, parla di un giovane ossessionato da una prostituta che non è interessata a lui. Ha una fissazione edipica su di lei e insiste nel chiamarla "mamma". Quando, dopo molte improvvisazioni, Collins iniziò ad avere le idee chiare su cosa cantare, prese spunto per le liriche dal best seller intitolato The Moon's A Balloon, libro di memorie del grande David Niven, nel quale l’attore racconta che da giovane si era innamorato di una prostituta più anziana, che però non ricambiò mai il suo affetto.

Oltre al particolare uso della drum machine, Mama è caratterizzata anche da un’altra idea geniale, e cioè dalle risate maniacali di Collins su cui si struttura il ritornello. Il cantante prese l'idea per la risata folle dalla canzone The Message, canzone datata 1982 del gruppo hip hop Grandmaster Flash & The Furious Five, in cui il cantante Melle Mel ride in modo simile.

Collins si calò molto bene nella parte dello stalker, come si può intuire anche dal videoclip che accompagna la canzone, in cui il volto del cantante appariva trasfigurato da uno sguardo sinistro e demoniaco. D’altra parte, per Collins, quell’interpretazione era una sorta di ritorno al passato, quando, prima di entrare nei Genesis, aveva intrapreso la carriera d’attore. Una passione parallela, questa, che non lo abbandonerà mai, e che lo vedrà sul set di diversi film, tra cui Buster, Hook – Capitan Uncino e Scherzi Maligni, pellicola di Stephan Elliott, in concorso al festival di Cannes del 1993.  




Blackswan, martedì 21/11/2023

lunedì 20 novembre 2023

WAYFARER - AMERICN GOTHIC (Century Media, 2023)

 


I Wayfarer, band di stanza a Denver, Colorado, pur muovendosi, comunque, nei territori delle sonorità più estreme, si sono ritagliati una nicchia espressiva che vede il black metal fondersi con le radici americane del country western.

Se l’esordio Children Of The Iron Age (2014) era, come il successivo Old Souls (2016), un ottimo disco di black atmosferico, è stato solo con il terzo album World's Blood (2018) che il quartetto americano ha iniziato a integrare in modo significativo il country nella propria proposta, creando un filone parallelo al genere e distinguendosi dalla massa. Se A Romance With Violence (2020) aveva rifinito ulteriormente lo stile e perfezionato ulteriormente la narrazione che informava il suo predecessore, oggi, questo nuovo American Gothic (un titolo decisamente programmatico), vede la band tornare sulle scene, dopo tre anni in cui i membri lavorato a progetti paralleli (Stormkeep e Lykotonon), rilasciando quello che può essere definito il loro disco migliore.

Da un punto di vista strutturale, American Gothic si apre con le due canzoni più lunghe in scaletta, per poi proseguire con brani dal minutaggio decisamente più ridotto. L’opener "The Thousand Tombs Of Western Promise" è assolutamente in linea con ciò che si possono aspettare gli ascoltatori che hanno familiarità con i due album precedenti: chitarra resofonica in apertura, black metal in mid-tempo, riff potenti, ficcanti assoli e improvvise accelerazioni. La successiva "The Cattle Thief" offre uno sviluppo più imprevedibile, e dopo un inizio che ricalca una formula tanto consolidata quanto eccitante, il brano svolta verso un doom carico di synth, che fluisce in un finale più morbido in cui il cantato pulito prende il posto del growl.

Questo finale più rilassato funge da abbrivio per le successive esplorazioni di Wayfarer verso suoni decisamente più melodici. "Reaper On The Outfields" è probabilmente il brano più leggero del lotto, che si struttura su un motivo ripetuto di chitarra slide. Una buona canzone, anche se inferiore al resto della scaletta, che viene surclassata dalle successive "To Enter My House Justified", il cui groove trattenuto si alterna ad alcune delle sequenze più estreme del disco, e "A High Plains Eulogy", in cui l’organo, le chitarre dolenti e il cantato sommesso aggiungono al quadro d’insieme un tocco inaspettatamente malinconico.

"Black Plumes Over God's Country" è più potente ed epica, e vanta un assolo di chitarra davvero intenso, mentre la conclusiva "False Constellation" accentua le sonorità western grazie al suono di un pianoforte che fa da contrappunto all’incedere pesante delle chitarre e al mestissimo cantato pulito. Chiude il disco, come bonus track, una riuscita cover della tenebrosa "Night Shift" di Siouxie and The Banshees, che spinge il disco verso territori post punk.

Con American Gothic, i Wayfarer continuano la loro esplorazione di un territorio, ricco di scenari suggestivi, in cui gli Enslaved vengono a contatto e si ibridano con le sonorità di una qualsiasi delle creature partorite dalla fantasia febbrile David Eugene Edwars. La potenza del metal viene così bilanciata da quel suono che richiama le radici americane, evocando ancestrali paure, l’iconografia polverosa di un mondo selvaggio e violento, e le spire tenebrose della notte più buia. Fascinoso, atmosferico e inquietante.

VOTO: 8

GENERE:Atmosferic Black Metal, Country




Blackswan, lunedì 20/11/2023

 

giovedì 16 novembre 2023

SIMPLE MINDS - NEW GOLD DREAM/LIVE FROM PAISLEY ABBEY (BMG, 2023)

 


Sono nove anni che i Simple Minds non sbagliano un disco, il che la dice lunga sullo stato di forma di una band, che dopo aver vissuto alcuni momenti non esaltanti, è tornata a pubblicare musica di livello. Oggi, Jim Kerr e Charlie Burchill, i due membri superstiti rimanenti, in attesa di un nuovo disco di inediti, hanno deciso di autocelebrarsi, scegliendo una suggestiva location (l'Abbazia di Paisley in Scozia), per registrare dal vivo, con la loro formazione più recente, il grande classico New Gold Dream (81-82-83-84), quello che, al netto di altri episodi commercialmente rilevanti, è probabilmente il disco più amato dai fan di lunga data.

Quando, nel 1982, i Simple Minds pubblicarono il loro quinto album in studio, non sapevano di aver appena registrato uno dei dischi più belli e seminali del periodo, una gemma che sarebbe diventata termine di paragone di tutta la loro carriera. Molti lo considerano il loro picco creativo ed è indubbio che fu anche il trampolino di lancio di una band che, di lì a poco, avrebbe virato verso sonorità più decisamente rock e mainstream (Once Upon A Time del 1985) raggiungendo un breve, ma appagante, successo planetario.

Registrarlo nuovamente, quarantun anni dopo, è un’operazione che fa sorgere qualche perplessità: se da un lato, l’idea di riascoltare quelle straordinarie canzoni ha sicuramente toccato il cuore a tanti nostalgici, dall’altro, questa rivisitazione presenta parecchie insidie, come succede tutte le volte che si va a toccare una musica riconosciuta universalmente come capolavoro.

E invece, a dispetto dei legittimi dubbi, questo live è decisamente migliore di ogni più rosea previsione. Non sostituisce l'originale, questo sia chiaro, anche perché non è mai stato previsto che lo facesse. Piuttosto, Kerr e Burchill sono così consapevoli della bontà della loro attuale line up (che è insieme ormai da diversi anni) che hanno voluto registrare nuovamente quel disco, senza abbandonarsi alla nostalgia, ma dandogli, e questo è il merito dell’operazione, una diversa veste, più diretta e rock, evitando di replicare pedissequamente i suoni dell’originale.

I Simple Minds non hanno aggiunto alcuna chicca inedita, la scaletta è presentata nello stesso ordine, alcuni arrangiamenti sono conosciuti, ma qui e là compare qualche significativa modifica. Niente di estremamente radicale, ma tuttavia evidente quel tanto che basta per dare un senso al live.

Le canzoni sono belle all’origine, questo si sa, e qui continuano a suonare benissimo: "Someone Somewhere In Summertime" si arricchisce di sfumature soul, "Hunter And The Hunted" è invecchiata come un buon vino strutturato e la performance è potente (per chi scrive la rilettura migliore), "Promised You A Miracle" è forse un po' meno aggressiva ma sempre notevole, e "Somebody Up There Like You" gode di un nuovo e stuzzicante arrangiamento. Non c’è nulla, insomma, che faccia inorridire chi, come il sottoscritto, ha amato follemente il dico del 1982.

Con che spirito affrontare questo live? Bisogna considerarlo per quello che è: un omaggio al proprio passato, la volontà di guardarsi alle spalle con consapevolezza, ma senza inutili nostalgie, con la forza dello spirito rinnovato di chi non rinnega la propria storia, ma è ancora capace di guardare al futuro.

Tuttavia, è inevitabile, ascoltando questa nuova versione, di paragonarla all’originale. Il che è ingiusto nei confronti di un’operazione il cui intento è quello di togliere la polvere che si è accumulata nel tempo. In fin dei conti, non siamo nemmeno di fronte a vecchi mestieranti che si aggrappano agli anni d’oro della loro discografia per non morire: la voce di Kerr resta eccellente, e il supporto di Sarah Brown è un notevole plus, Burchill suono ancora da Dio, e il recente passato della band ci fa capire che gli anni della pensione sono molto lontani. Non indispensabile, ma, in un certo senso, egualmente emozionante.

VOTO: 7

GENERE: New Wave 




Blackswan, giovedì 16/11/2023

martedì 14 novembre 2023

SOMEONE LIKE YOU - ADELE (XL, COLUMBIA, 2011)

 


L’innegabile bellezza di Someone Like You, ultima traccia da 21, secondo album della britannica Adele, non risiede solo nella struggente melodia, quanto soprattutto nell’intensità attraverso la quale, una giovane ragazza poco più che adolescente, è capace di mettersi a nudo, sviscerando con sincera profondità il dolore di una storia d’amore collassata.

La canzone, in particolare, si sofferma sulla rielaborazione del lutto amoroso e sulla speranza di Adele di trovare un altro uomo che possa restituirle quei sentimenti che hanno reso così speciale la relazione appena conclusasi. E’ stata la stessa cantante londinese a raccontare in un’intervista cosa l’ha spinta a scrivere il brano: "Stavo cercando di ricordare come mi sentissi all'inizio di una relazione", ha detto. "Perché per quanto brutta possa essere una rottura, per quanto amara, orribile e disordinata possa essere, quella sensazione quando ti innamori per la prima volta di qualcuno è la migliore sensazione sulla terra, e io sono dipendente da quella sensazione."

Ai tempi, Adele era già un star affermata, grazie all’ottimo successo commerciale dell’esordio 19, e la casa discografica le aveva messo a disposizione risorse illimitate. Eppure, tutto ciò che le servì per portare a termine la registrazione di Someone Like You furono semplicemente due persone, due giorni di lavoro e un pianoforte a coda. La canzone, infatti, fu registrata presso gli Harmony Studios di Los Angeles, da Adele in solitaria, con la sola presenza in sala di registrazione di Dan Wilson, leader dei Semisonic.

La demo, registrata alla fine del secondo giorno (con Wilson al piano), fu ritenuta subito dai due musicisti la miglior versione possibile, anche se poi la cantante tentò un approccio diverso con band e orchestra.  

La cosa incredibile è che Adele e Dan Wilson, prima di trovarsi a incidere la canzone, non si conoscevano. Fu il produttore del disco, Rick Rubin, a presentare ad Adele il leader dei Semisonic, il quale, aveva ammesso candidamente non conoscere nulla dell’artista britannica se non quello che gli aveva raccontato la madre, che invece ne era una grande fan. Eppure, l’alchimia fra i due fu pressochè immediata. Prima di iniziare a registrare, Wilson e Adele trascorsero circa quarantacinque minuti a chiacchierare, e poi si misero a guardare su YouTube alcuni video della regina del rockabilly, Wanda Jackson, di cui entrambi erano grandi estimatori. Questo approccio fu vincente, e li portò entrambi in una dimensione parallela al presente, in cui era solo il trasporto e l’amore per la musica a dominare.

 

Ho saputo che ti sei sistemato, che hai trovato una ragazza e ora sei sposato. Ho sentito che i tuoi sogni sono diventati realtà, immagino che ti abbia dato cose che io non ti darei”. C’è una profonda amarezza che attraversa le liriche della canzone, e anche rabbia, delusione, frustrazione. Adele canta con il cuore in mano della perdita di un amore che l’ha ferita nel profondo, non cerca di universalizzare il messaggio, di creare un testo che vada bene per tutti; al contrario, ha voluto rendere Someone Like You estremamente personale, come fosse un passaggio necessario per la sua guarigione, una catarsi indispensabile per sopravvivere al tracollo dei sentimenti. “Quando ho suonato per la prima volta dal vivo Someone Like You al Later Live with Jools Holland”, raccontò Adele, “ero arrabbiatissima e speravo che il mio ex mi stesse guardando. Poi, sono tornata nel mio camerino e ho pianto. Suonare questa canzone è stato come mettermi nuda in mezzo a Trafalgar Square, lasciando che tutti vedessero le mie parti belle e quelle brutte.”

Come dicevamo, in questa canzone non c’è solo dolore, ma anche molta rabbia. Ad esempio, la frase "Anch'io non auguro altro che il meglio per te" era originariamente "Non auguro altro che il meglio per te". Adele ha aggiunto la parola “anche” durante la seconda sessione di scrittura della canzone: quella parola in più aggiunge un altro livello di significato al brano, poiché ora sappiamo che l'ex di Adele ha usato quella frase con lei, e ora lei gliela sta restituendo. La cantante, ai tempi, aveva davvero il dente avvelenato per la separazione, e non perdeva occasione di ribadirlo appena possibile: “Non ho idea se abbia ascoltato la canzone, o sia abbastanza intelligente da pensare che sia stato lui a ispirarla," disse una volta. "Non sto dicendo che sia ottuso. È solo che verso la fine non credo che si sentisse come se lo amassi abbastanza da scrivere una canzone su di lui. Ma l'ho fatto." Pochi mesi dopo la loro separazione, lui era già fidanzato con qualcun'altra, "quindi quando ho scoperto che voleva sposarsi con un’altra è stata la sensazione più orribile di sempre", ha continuato. "Tuttavia, dopo aver scritto Someone Like You, mi sono sentita più in pace, in qualche modo la canzone mi ha reso libera.”

Una delle stranezze del brano, un elemento che la rende così coinvolgente, è il pre-ritornello, che è lungo nove battute invece delle solite otto, e fu concepito così per creare maggiore suspense. Non solo. La seconda metà del ritornello ("Non dimenticarmi, ho implorato..."), fu cantata, su un’idea di Wilson, in una tonalità più acuta. All’inizio, Adele si rifiutò, perchè era veramente difficile da interpretare, anche per una vocalist dotata come lei. Ma poi, il suggerimento venne accettato, perché aumentava il pathos e trasmetteva quel senso di vulnerabilità che è il motore emotivo di Someone Like You.

Una canzone talmente struggente ed emozionante, che fu studiata anche a livello accademico, per cercare di comprendere come mai questo brano, e in questa veste così scarna, potesse produrre una reazione tanto sorprendentemente emotiva negli ascoltatori. Un articolo comparso sul Wall Street Journal, infatti, rivelò che l’effetto struggimento nasceva dai piccoli e inaspettati cambiamenti nella melodia, quelle che vengono chiamate "note ornamentali" e che, nello specifico, compaiono in tutta la canzone, creando una sorta di tensione malinconica. D’altra parte, i brani strappalacrime spesso si sviluppano in crescendo e contengono alcuni cambiamenti drammatici nei momenti chiave: in Someone Like You, questo accade quando la voce di Adele aumenta di un'ottava e diventa più acuta nel ritornello. Ovviamente, così conclusero gli scienziati, niente di tutto ciò sarebbe stato efficace senza quelle liriche così sincere, cantate con verace e rabbiosa convinzione. 




Blackswan, martedì 14/11/2023

lunedì 13 novembre 2023

AYRON JONES - CHRONICLES OF THE KID (Big Machine/John Varvatos, 2023)

 


Sono passati due anni da Child Of The State, l’esordio di questo ragazzo di Seattle, oggi trentasettenne, con alle spalle un vita difficile, fatta di dolore e di abbandono, ma anche segnata da quella perseveranza che, concerto dopo concerto e canzone dopo canzone, l’ha portato alla ribalta, prima con il citato riuscitissimo esordio, e oggi con questo secondo capitolo, che conferma quanto di buono aveva già in precedenza dimostrato.

Chronicles Of The Kid è un disco anche questo sofferto, attraverso il quale il chitarrista racconta se stesso, la sua lotta per emergere, per trovare una propria identità musicale ed emotiva, per raccontare i cambiamenti che l’hanno portato oggi ad essere un musicista apprezzato e, soprattutto, un uomo più consapevole.

Jones ha affinato lo stile, pur mantenendo fede al proprio credo musicale, le cui fondamenta sono piantate saldamente nel territorio di Seattle, e continuando ad accostare e far convivere suoni diversi tra loro, dall’hard rock al grunge, dal blues al soul, in un unicum declinato con passione e potenza, e in modo frontale e diretto. Un suono caratterizzato da grinta e sudore, da un grande senso per il groove, e da quei riff veraci che rendono l’impatto emotivo immediato, creando un perfetto equilibrio tra approccio heavy e un cuore traboccante di soul.

L’apertura è lasciata a "Strawman", un brano che mette subito le cose in chiaro: riff aggressivo, sezione ritmica martellante, assoli distribuiti con gusto e senza inutili sbrodolamenti. Come si diceva, però, il disco possiede un mood sofferto, che porta Jones a rallentare il passo come in "Blood In The Water", un brano in crescendo, che parte morbido e riflessivo, per poi irruvidirsi, e che racconta il dramma personale di Jones, segnato dall’abbandono dei genitori subito dopo la nascita del chitarrista. Una canzone emotivamente assassina, con uno splendido e viscerale lavoro alla chitarra.

Un altro brano vibrante è "The Title", che corre rapido attraverso la forza propulsiva di un groove pesante, vigoroso e avvincente. Anche "Filthy" e "Get High" mostrano muscoli e cattiveria, sono marchiati, sigillati e consegnati all’ascolto come ci si aspetterebbe dal Jones più heavy.

"Otherside" si sviluppa, invece, su una ritmica trap e una melodia abbastanza prevedibile, ma l’esplosione elettrica nella seconda parte salva il brano più debole del lotto dall’anonimato. Un brano, questo, poco riuscito, ma subito bilanciato dalla ferocia rabbiosa di "My America", canzone dalla forte connotazione politica, che evoca l’assassinio di George Floyd, e contiene uno degli assoli più incisivi del disco.

Se è vero che il secondo album è il più difficile da realizzare, Ayron Jones riesce perfettamente nell’intento di bissare il buon lavoro fatto all’esordio, dando vita a un sophomore che sfreccia impunemente con una formula che ha acquisito ulteriore smalto. Chronicles Of The Kid condensa il meglio di un approccio musicale asciutto, vibrante e muscolare, e i groove trascinanti, le bordate heavy, l’intensità soul e le liriche appassionate spingono il disco verso una direzione di grande impatto.

VOTO: 7,5

GENERE: Rock, Hard Rock, Rock Blues

 


 

 

Blackswan, lunedì 13/11/2023

giovedì 9 novembre 2023

ARLO GUTHRIE - ALICE'S RESTAURANT MASSACREE (Reprise, 1967)

 


La più famosa canzone di Arlo Guthrie, figlio del grande Woody,si intitola Alice’s Restaurant Massacree, dura 18 minuti e venti secondi ed occupa l’intera prima facciata dell’album di debutto del musicista, uscito nel 1967 e intitolato Alice’s Restaurant.

Il brano è basato su una storia vera accaduta il giorno del Ringraziamento del 1965, i cui fatti, per aumentare l’effetto ironico delle liriche, sono stati volutamente esagerati da Guthrie. Questo perché Alice’s Restaurant Massacree nasce come feroce satira nei confronti del potere e divenne successivamente adottata come inno pacifista contro la leva obbligatoria e la guerra nel Vietnam.

Ma veniamo ai fatti.

Arlo aveva solo 18 anni e stava iniziando a farsi strada nel circuito folk. Insieme al suo caro amico Rick Robbins si recò a Stockbridge, nel Massachusetts, per festeggiare il Ringraziamento con Alice e Ray Brock, che avevano organizzato una cena nella chiesa sconsacrata in cui vivevano, l'ex Trinity Church situata in Division Street. I due erano abituati a organizzare feste e a invitare molte persone a casa loro e la baldoria si protraeva spesso fino a notte fonda. Quando il mattino dopo il giorno del Ringraziamento Ray Brock si svegliò, la chiesa era in condizioni pietose: bottiglie, lattine, avanzi di cibo, sacchetti e mozziconi di sigarette erano sparsi un po’ ovunque. Così, andò a svegliare Arlo e rick, di cui era molto amico, e disse, testuali parole: “Puliamo la chiesa e portiamo via tutta questa merda da qui, per l'amor di Dio. Questo posto è un disastro".

Arlo e Rick si diedero da fare e dopo aver ripulito il posto, caricarono tutta la spazzatura su un furgone per recarsi in discarica, che, però, trovarono chiusa.

Cominciarono, allora, a girare in macchina, finché Arlo, che da quelle parti c’era già stato, non si ricordò di una strada laterale su Prospect Hill, vicino all'Indian Hill Music Camp, e lì, furtivamente, scaricarono i rifiuti.

Non avevano però fatto i conti con l’efficienza della polizia di Stockbridge. Qualche ora dopo, infatti, William J. Obanhein, capo della polizia della città, suono alla porta della chiesa sconsacrata, perché tra la spazzatura abbandonata aveva rinvenuto una busta con il nome di Brock. Arlo e Rick confessarono di essere i colpevoli, vennero tradotti in prigione e condannati a 25 dollari di multa e a recuperare l’immondizia.

Quella sera, tornati a casa dei Brock, iniziarono a scrivere insieme "Alice's Restaurant Massacree".

Guthrie esagerò notevolmente la parte sull'arresto per, come detto, rendere maggiormente l’effetto comico. Nella canzone, infatti, racconta di essere stato portato via in manette e, quindi, rinchiuso in una cella con delinquenti incalliti.

Questo, però, è solo l’abbrivio per liriche urticanti che sfottono la polizia, l’esercito e, per estensione, ogni forma di potere costituito. Il testo, prosegue, infatti, con Guthrie che viene arruolato, e che per sfuggire al servizio militare, si finge pazzo, dicendo allo psichiatra che vuole "mangiare corpi morti bruciati". Una fatica del tutto inutile, perché successivamente, un altro funzionario militare gli chiede se sia mai stato arrestato, e dopo aver scoperto la condanna per l’abbandono improprio dei rifiuti, Guthrie viene assolto dai suoi obblighi di leva. Il cerchio si chiude e lo sberleffo all’autorità è totale.

Come detto, il brano è diventato un simbolo del pacifismo, ma anche una specie di tradizione musicale, visto che molte radio americane lo trasmettono proprio il giorno del Ringraziamento, cosa praticamente impossibile in altri giorni dell’anno visto il minutaggio elevato.

La canzone successivamente fu adattata in un film diretto da Arthur Penn e intitolato Alice’s Restaurant, interpretato dallo stesso Guthrie, da Patricia Quinn nella parte di Alice (che compare, invece, in un cameo) e, incredibile a dirsi, anche dal capo della polizia William J. Obanhein e dal giudice Hannon, quello che emise la condanna, perché resisi conto, anni dopo, dell'assurdità della situazione che aveva ispirato la canzone.

 


 

 Blackswan, giovedì 09/11/2023 

martedì 7 novembre 2023

DAMN FREAKS - III (Andromeda Relix, 2023)

 


Nati a Firenze nel 2017 da un’idea del batterista Matteo Panichi e dal chitarrista Marco Torri, i Damn Freaks tornano sulle scene con il loro terzo album in studio, intitolato semplicemente III. Un disco, questo, segnato da importanti cambi di line up, visto l’abbandono del frontman Jacopo Meille (Tygers Of Pan Tang) e del citato co-fondatore Marco Torri. Uno stravolgimento che, tuttavia, non ha minimamente intaccato sul livello qualitativo del progetto, dal momento che in formazione sono subentrati altri due straordinari musicisti, il cantante Giulio Garghentini e il chitarrista Alex De Rosso.

Il risultato è un disco che non fa rimpiangere in alcun modo i suoi predecessori, che è addirittura migliore in sede di produzione (Alex De Rosso) e che inanella un filotto di canzoni ispiratissime, fresche, potenti, melodicamente intriganti. Il territorio di caccia è sempre lo stesso, un hard rock melodico che guarda agli anni ’70 e ’80, e le fonti d’ispirazione sono facilmente riconducibili a band simbolo di quel periodo aureo come Dokken, Bon Jovi, Toto, Def Leppard, White Lion, Tesla, etc, tutte, però, rielaborate con gusto personale e grande consapevolezza.

Un album evidentemente derivativo, visti i riferimenti poc’anzi citati, ma che assume connotati distintivi grazia a un suono e a una produzione di livello internazionale, a un songwriting scintillante, e a una band solida, affiatata, spavalda, che insuffla decibel e dosi di energia, sui quali la grande voce di Garghentini fa letteralmente quello che vuole, per estensione e versatilità.

Dieci canzoni per quaranta minuti di musica che diventano contagiosi fin dal primo ascolto. Tutto, infatti, funziona a meraviglia, a partire dall’uno-due da ko delle iniziali "The Land Of Nowhere" e "Where Is Love?", due brani hard rock diretti e senza fronzoli, in perfetto bilanciamento fra muscoli e melodia, riff spacca ossa, assoli adrenalinici e ritornelli da mandare a memoria. Una vera goduria per chi non vede l’ora di misurarsi con la propria air guitar o di mettere a dura prova la cervicale con una sessioni di headbanging.

Una partenza che dà immediatamente la misura della caratura della band, ma che non esaurisce certo l’ampio spettro espressivo di un suono capace di emozionanti sali scendi (la splendida "My Resurrection"), di irresistibili ganci radiofonici (il ritornello acchiappone di "You Ain’t Around"), di sterzate verso atmosfere umbratili ("My Time Is Gone" e "Damn Burning Mercy") e di aperture melodiche solari che si fanno spazio fra il graffio rapido e letale delle chitarre (la conclusiva "Walking The Wire").

III mette in scena il talento di una band che, nonostante le defezioni importanti, ha trovato immediatamente una nuova quadra e la forza per fare un ulteriore passo in avanti nel rifinire il proprio suono. Un approccio quasi in presa diretta, ricco ma privo di fastidiosi orpelli, e capace soprattutto di conquistare diversi palati, tanto quelli che amano gli assalti frontali sia quelli che preferiscono farsi sedurre dal piacere della melodia. Tra i migliori dischi rock italiani dell’anno.

VOTO: 7,5

GENERE: Rock, Hard Rock

 


 

Blackswan, martedì 07/11/2023

lunedì 6 novembre 2023

DURAN DURAN - DANSE MACABRE (BMG, 2023)

 


Se si guarda agli ultimi dieci anni di carriera, ci si rende conto che i Duran Duran tutto sono fuorchè un relitto degli anni ’80, tanto che il loro Future Past del 2021 può essere, a buon diritto, considerato come uno degli episodi meglio riusciti della loro discografia. Questo nuovo Danse Macabre, però, non è un disco di materiale inedito, almeno non del tutto, ma, ispirandosi a una loro esibizione tenutasi a Las Vegas il 31 ottobre dello scorso anno, si compone di una serie di brani, prevalentemente cover e riletture, ispirate ad Halloween. Così, se è vero che ogni traccia in scaletta può essere ascoltata singolarmente, senza che venga meno la propria identità artistica, l’ascolto sequenziale dei brani svela un insieme coeso come un concept, in cui a prevalere è un mood oscuro e tenebroso, sebbene, talvolta, attraversato da raggi luminosi di esaltante groove.

Come spesso accade nei dischi in cui sono le cover a farla da padrone, non tutto risulta centrato, sia perché l’ascoltatore può essere assuefatto alla versione originale dei brani, sia per l’oggettiva difficoltà di restituire la magia di classici immortali. E qui, ce n’è più d’uno.

Che la band capitanata da Simon Le Bon abbia i piedi ben piantati nel presente, a dimostrazione di un’inaspettata vitalità artistica, è evidente dalla sorprendente reinterpretazione di "Bury A Friend" di Billie Eilish, riletta con magistrale sapienza, rendendo il groove più intenso, pungente e carico di synth.

Danse Macabre, però, guarda anche, e soprattutto, al passato e contiene reinterpretazioni di grandi, anzi grandissimi, classici quali "Paint It Black" dei Rolling Stones, "Spellbound" di Siouxsie and the Banshees, "Psycho Killer" dei Talking Heads, con Victoria De Angelis dei Måneskin ospite al basso, e "Ghost Town" degli Specials.

"Paint it Black" ha sempre posseduto un'atmosfera oscura, ma i Duran Duran fanno un ulteriore passo avanti e spingono il brano nelle tenebre con sintetizzatori glitch simili a clavicembali, per renderla più gotica possibile. A parere di chi scrive, però, questa resta la rilettura meno riuscita del lotto, troppo sopra le righe, priva di mordente, e troppo distante, forse, la sensibilità fra le due band. Decisamente più riuscita "Psycho Killer" dei Talking Heads, reimmaginata come una delirante tirata funky, in cui la tensione nervosa dell’originale diventa propulsione per il dancefloor.

Ancora meglio è l’interpretazione impetuosa di "Spellbound" di Siouxsie And The Banshees, in una versione che non sfigura rispetto all’originale, ma che anzi è in grado di servire alle nuove generazioni, su un piatto rilucente, un frammento di storia del post punk inglese. Non lascia, invece, il segno la rilettura un po' casuale di "Ghost Town" degli Specials che, sebbene sia rimasta ragionevolmente fedele all'originale, ha perso la grinta che rende l'originale così avvincente.

Danse Macabre non si limita, tuttavia, al solo gioco delle cover, dal momento che i Duran Duran hanno inserito in scaletta anche una manciata di inquietanti rielaborazioni di canzoni dal loro stesso songbook, oltre a nuove tracce.

"Black Moonlight", uscito anche come singolo, possiede un groove elegante e nostalgico, che vede la band riunirsi all’amico e collaboratore di lunga data Nile Rodgers, in un’esibizione senza tempo di glamour dance rock. L’eccitante combinazione dei sintetizzatori di Nick Rhodes e degli abbaglianti riff di chitarra di Rodgers creano una melodia incredibilmente orecchiabile, anche se suona un po’ fuori contesto rispetto al tema dell’album, ripreso invece magnificamente dalla title track, i cui sintetizzatori inquietanti e distorti, combinati con molta spavalderia, il bizzarro cantato rap, l’hook ipnotico e le percussioni inquiete, sono il più riuscito biglietto da visita dell’album.

I Duran Duran colgono anche l’occasione per rivisitare un paio di loro brani risalenti ai primi anni '80, come "Nightboat", dal loro omonimo debutto del 1981, e "Secret Oktober 31st", che originariamente era il lato B del loro singolo del 1983 "Union Of The Snake". Entrambe le tracce hanno un suono più fresco e sembrano più strutturate, specialmente "Nightboat", in cui i sintetizzatori dal suono ultraterreno e il riverbero minaccioso elevano la traccia a livelli ancora più inquietanti. Non male, per concludere, anche la ripresa di "Lonely In Your Nightmare" da Rio, che mixata in modo assolutamente inaspettato con l’irresistibile "Super Freak" di Rick James, si trasforma in "Super Lonely Freak". 

Danse Macabre è un disco in un certo senso inaspettato, che vede gli iconici Duran Duran cimentarsi con una sorta di concept ibrido dedicato a Halloween. Lo scopo, in tal senso, è perfettamente raggiunto, e questa colonna sonora elegantemente oscura, che miscela, con senso compiuto, horror e funk, ha perfettamente centrato l’obbiettivo che si era proposta. Artisticamente, però, il disco potrebbe anche essere considerato un semplice divertissement, una tappa irrilevante nel percorso artistico di una band che sembra, comunque, vivere un’entusiasmante seconda giovinezza. Ai posteri, l’ardua sentenza. Nel frattempo, non resta che mettere sul piatto questo stiloso esperimento gotico e godersi l’ascolto, senza troppi preconcetti. Il divertimento è, in ogni caso, assicurato.

VOTO: 7

GENERE: Pop, Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 06/11/2023

giovedì 2 novembre 2023

BREAKING THE LAW - JUDAS PRIEST (Epic, 1980)

 


Una copertina iconica, incontenibile energia, ritmica serrata, chitarre come rasoi, testi provocatori: British Steel (1980), sesto album in studio dei Judas Priest, è una vera e propria cannonata, uno di quei dischi che ha fatto la storia del metal, oltre a essere uno degli album più amati in assoluto della band capitanata da Rob Helford. Merito di una scaletta incendiaria, che annovera gioielli come Living After Midnight, United, Metal Gods e soprattutto Breaking The Law, un brano dal riff semplice e dal ritornello accattivante, che nel tempo ha acquisito lo status di grande classico.

Il testo racconta di un uomo che vive una vita ordinaria e banale, in cui tutto è noia e fatica, e il futuro che ha di fronte è totalmente privo di prospettive. Questo immobilismo senza speranza lo porta a rischiare, a cercare una via d’uscita dal cul de sac in cui si è infilato e, così, inizia a infrangere la legge.

Le liriche furono scritte dal cantante Rob Halford con aperti intenti socio politici. Margaret Thatcher divenne primo ministro britannico nel 1979, e fin da subito Halford si schierò contro la lady di ferro per le sue politiche sociali che avevano un effetto nefasto sulle classi più disagiate. Quello che, soprattutto, colpì negativamente il vocalist era la grande difficoltà in cui iniziarono a versare l’industria pesante e i produttori di automobili, con la conseguente chiusura delle fabbriche e la disoccupazione che cresceva sempre di più, giorno dopo giorno. Lo scopo di Breaking The Law era, dunque, volutamente provocatorio, ed era un modo per immedesimarsi nella condizione di tanti giovani disoccupati, ignorati dalle istituzioni e privati di ogni speranza, impossibilitati, soprattutto, a riprendere in mano le fila della proprie vite, a causa di uno smarrimento che sembrava irreversibile.

La canzone fu scritta in circa un’ora dalla band al completo: appena fu trovato il riff di chitarra, Halford iniziò a gridare “Breaking The Law!”, accendendo di furia punk i compagni, che in un attimo completarono lo scheletro del brano con la sezione ritmica e la seconda chitarra.

La band, che registrò British Steel al Tittenhurst Park, la casa del batterista dei Beatles, Ringo Starr, inserì, poi, nel brano alcuni particolari effetti sonori, e cioè il suono di vetri rotti e una sirena della polizia. Ai tempi, l’utilizzo del campionamento non si era ancora diffuso, e quindi per riprodurre la rottura dei vetri, i Judas Priest usarono le bottiglie di latte che il lattaio aveva portato la mattina, mentre la sirena della polizia fu riprodotta dal chitarrista K.K. Downing, usando il whammy sulla sua Stratocaster.

Il video, iconico e divertentissimo, che accompagna il brano, fu diretto da Julien Temple, e immortala i membri della band nella veste di rapinatori di banche. Il gruppo irrompe in banca armato dei propri strumenti coi quali minaccia il personale, si fa aprire la cassaforte e ruba il disco d’oro di British Steel, mentre la guardia giurata, invece di intervenire, s’incanta guardando il video della rapina e si mette a suonare a sua volta la chitarra. Semplicemente geniale.

 


 

Blackswan, giovedì 02/11/2023