giovedì 31 agosto 2023

LIZ MOORE - I CIELI DI PHILADELPHIA (NN Editore, 2023)

 


Michaela Fitzpatrick è un'agente di polizia. Vive da sola e tra mille difficoltà si prende cura del figlio Thomas, un bambino dolce e intelligente. Pattuglia le strade di Kensington, il quartiere di Philadelphia dove è cresciuta e dove l'eroina segna il destino di molti, perché vuole tenere d'occhio l'amata sorella Kacey, che vive per strada e si prostituisce per una dose. Un giorno, Kacey scompare da Kensington, proprio nel momento in cui qualcuno comincia a uccidere le prostitute del quartiere. Michaela teme che sua sorella possa essere la prossima vittima e con l'aiuto del suo ex partner, Truman, inizierà a cercarla con fiera ostinazione, mettendo in pericolo le persone più care, e rivelando una verità che lei stessa prova a negare con tutte le sue forze. Tra detective story e saga familiare, Liz Moore costruisce un romanzo in cui passato e presente si intrecciano e si illuminano componendo il ritratto di una donna vulnerabile e coraggiosa, tormentata da scelte sbagliate e fedele al suo senso di giustizia, e racconta un quartiere ai margini del sogno americano, ma cuore pulsante di un'umanità genuina e desiderosa di riscatto.

In una Philadelphia livida di freddo, tra le macerie del sogno americano, fra vicoli sordidi e sporchi, nelle spire di un’umanità derelitta e senza futuro, Mickey, poliziotta di pattuglia, cerca disperatamente l’amata sorella Kacey. Che è tossica, che si prostituisce per farsi un’altra dose, che da tempo se n’è andata di casa, e ora è sparita. Niente di nuovo, se non fosse che sotto il plumbeo cielo di Philadelphia si aggira un feroce serial killer, le cui vittime sono giovani ragazze disperate, che usano il proprio corpo macilento per garantirsi qualche grammo di eroina. 

La Moore costruisce una trama appassionante, in cui i personaggi si muovono tra passato e presente, e danno vita a un intreccio potente, che mescola con maestria romanzo di formazione e thriller.

Non mancano, dunque, i colpi di scena, che punteggiano tutte le 464 pagine del romanzo, tanto che gli amanti del genere avranno parecchio pane per i loro denti, e si troveranno catapultati in un mistero, che verrà svelato lentamente, grazie alla caparbietà della protagonista, che indaga ostinatamente, sospettando di tutti, anche di coloro che le sono o le sono stati più vicino. Il thriller, però, è solo una componente, non marginale, ma nemmeno preponderante, di un romanzo che, come di consueto per la Moore, indaga soprattutto sull’animo umano, sulla perdita, sul dolore, su una società che non fa sconti e punisce i più deboli, in cui la pietas e la bontà sono le uniche armi a disposizione per combattere e sconfiggere il male.

I Cieli Di Philadelphia è soprattutto una storia di sorellanza, di un vincolo di sangue che non si spezza, di un legame più forte del tempo che passa e delle angherie della vita. Ma è anche il racconto di un universo femminile vario, stratificato, connotato dal coraggio di donne, all’apparenza fragili, che trovano, però, nella solidarietà una possibilità di riscatto, la forza per scalare montagne a piedi nudi, per catturare un assassino, portare a termine una gravidanza o essere madri, nonostante tutto. La Moore si schiera, è di tutta evidenza, a fianco delle sue eroine, ma non è manichea, anche se, è quasi inevitabile, i personaggi maschili restano sullo sfondo, sfumati, psicologicamente inafferrabili, pedine strumentali alla trama, ma non necessari, comprimari di una tragedia di cui sono responsabili, ma del tutto inconsapevoli del loro ruolo, di ciò che sono, nel bene e nel male.

Svetta su tutte le altre figure quella di Mickey, un’antieroina dalla psicologia sfaccettata e complessa, madre coraggio e servitrice dello stato, che lotta con tenacia per stare a galla in un pantano di delusioni, frustrazioni e umiliazioni, che la feriscono, ma non la piegano mai. Eppure, nonostante la specchiata onestà e la forza delle convinzioni, questa giovane donna dall’animo generoso, nel corso del romanzo, si arricchisce di diverse sfumature, che sono ombre, spigoli, fragilità, rabbia, elementi tali da renderla un personaggio lontano da ogni possibile stereotipo, a volte addirittura respingente, ma verace, credibile e incredibilmente umano.

Liz Moore non è solo una straordinaria indagatrice dell’anima, ma è anche una scrittrice dal talento eccezione. La sua prosa è poetica e asciutta, non dice mai più del necessario, semmai lascia intendere, sceglie i vocaboli con accuratezza, le sue descrizioni sanno essere potenti e al contempo delicate, non ricatta mai il lettore con lacrime facili, né lo blandisce con considerazioni didascaliche, ma lo lascia libero di camminare per le strade di Philadelphia a osservare, a soffrire e gioire, a porsi domande. Pubblicato prima de Il Peso, il romanzo che ha dato notorietà alla Moore, I Cieli di Philadelphia conferma la straordinaria caratura di un’artista a tutto tondo (lei è anche musicista), che può essere annoverata senza indugio fra le penne più talentuose del panorama editoriale americano. Consigliatissimo.

 

Blackswan, giovedì 31/08/2023

martedì 29 agosto 2023

JONI MITCHELL - AT NEWPORT (Rhino, 2023)

 


Era il luglio del 2022, quando la notizia che Joni Mitchell era tornata a suonare dal vivo a Newport (non succedeva dal 1969), dopo vent’anni di assenza dai palchi e l’ictus che l’aveva colpita nel 2015, fece letteralmente impazzire il web. Un evento epocale, di cui iniziarono subito a girare parecchi video su youtube, nato come naturale conseguenza di quella che la storia ricorderà come la Joni Jam, un gruppo di giovani artisti guidati da Brandi Carlile che, con regolarità, frequentavano la casa di quella straordinaria artista, la cui musica è stata fonte d’ispirazione e linfa artistica vitale.  

Ciò che, l’estate scorsa, è successo sul palco leggendario di Newport, oggi è confluito anche su cd e vinile. Non si tratta però solo di un omaggio o di una celebrazione di un iconico personaggio fine a se stessa. Live At Newport è una resurrezione, è il ritorno dell’araba fenice, il cui fuoco sembrava essere estinto per sempre e che invece risorge dalla proprie ceneri. Joni è una sopravvissuta, in tutti i sensi. Alle mode, a un mondo che corre a una velocità pazzesca, in modo scomposto e raffazzonato, verso uno squallido appiattimento, intellettuale ed emotivo, così lontano dal cesello delicato della sua arte e dall’armoniosa leggerezza delle sue melodie senza tempo; ma anche alle angherie della vita, da quella poliomielite contratta all’età di nove anni, dalla lunga e continua lotta contro il subdolo morbo di Morgellons, e da quel colpo apparentemente letale, l’aneurisma cerebrale debilitante di cui ha sofferto nel 2015. Nessuno al mondo avrebbe scommesso un solo centesimo su un suo ritorno sul palco.

E invece, il semplice fatto che questo concerto sia avvenuto è di per sè un miracolo, che abbatte le barriere del tempo, che consegna la bellezza del passato nelle mani delle giovani generazioni, un filo sottile, ma indistruttibile, che tiene insieme più di cinquant’anni di storia, a cui tutti, prima o poi, devono guardare con stupore e amorevole riconoscenza. Eppure, nonostante questo live suoni come una sorta di canto del cigno, come dicevamo, nulla suona come rassegnato, ultimo tributo. Fin dall'inizio, dalla prima canzone, "Big Yellow Taxi", si comprende subito il senso del tutto e quale sia l’atmosfera: è come se un gruppo di amici si riunisse a suonare la chitarra e cantare canzoni attorno al fuoco. C’è gioia, partecipazione, complicità, amore. La Joni Jam circonda la Mitchell con affetto, la sostiene e l’aiuta ad affrontare la sua prima apparizione dal vivo dopo anni.

Fa fatica, Joni, è provata nel fisico, e la voce è sofferta, flebile, eppure ancora straordinariamente evocativa. E’ la forza della musica, quel carburante nobile che unisce e mette al centro sempre e solo una cosa: la vita. Il resto non conta. E allora, questa esibizione, così imperfetta, così improbabile, così apparentemente figlia del tempo che passa e che non risparmia nessuno, diventa la fotografia della bellezza accecante di un magnifico tramonto, il sole che cala all’orizzonte, e svela al mondo il suo mistero, nel tepore di quegli ultimi raggi, che sono l’estremo ricordo, il più struggente.

Così, è impossibile non commuoversi, di malinconia e di rinnovata estasi, quando parte "A Case Of You", in cui Brandi Carlile e Marcus Mamford prestano la voce all’immortalità, e Joni interviene, a tratti, deus ex machina di bellezza, a ricordarci, con la sua voce rotta, la gloria eterna di una delle più belle canzoni d’amore mai scritte. E quando nel finale la Mitchell pronuncia quei versi immortali (“Still I'd be on my feet, I would still be on my feet”), vorresti solo essere lì, al suo fianco, e abbracciarla e dirle mille volte grazie.

E ora che l’anima brucia di emozione, arriva "Amelia", con Taylor Goldsmith alla voce, e non si fa a tempo a riprendersi dallo stordimento, che inizia "Both Sides Now", che non è solo una immensa signature song, ma il più poetico racconto sulla vita umana, la sua, la nostra. Joni la scrisse quando aveva vent'anni ed è diventata un successo grazie a Judy Collins. La Mitchell, però, registrò a sua volta il brano su Clouds (1969) e, poi, di nuovo, sul disco omonimo (2000) in chiave orchestrale. Questa è probabilmente la versione definitiva, quella che dà finalmente senso alle liriche di una canzone che fa i conti con l’imperscrutabile mistero dell’esistenza. Cantata a vent’anni suona di una bellezza acerba, quasi fosse un azzardo, uno sguardo sul futuro che lascia dubbi e un senso di inadeguatezza. Ascoltata da questa voce afflitta, che ha compiuto quasi ottanta primavere, "Both Sides Now" svela tutto il suo stordente pathos, è il testamento condiviso di una donna che è giunta a lambire i confini dell’eterno, e che ci sta dicendo una semplice cosa: non ho capito nulla della vita, ma è stato un viaggio straordinario.

Joni si cimenta anche con una versione lenta e jazzata di "Summertime", e ancora una volta quella voce stanca ma straordinariamente espressiva, lascia un graffio sul cuore. Ci sono ancora tante canzoni da raccontare ("Carey", "Come In Front The Cold", e la dimenticata, ma bellissima "Shine"), tutte arrangiate con gusto, e tutte imperfette, perché toccate profondamente da un’emozione palpabile, che fa di Newport una nuova, ultima, splendente Lauren Canyon.

L’album si chiude con l’immensa e corale "Circle Game", e nel cuore resta un’esplosione incontenibile di gioia, il ricordo di una serata meravigliosa, la sensazione di essere parti di un universo che, quando arriverà la fine dei tempi, sarà ancora lì, a raccontarci la meraviglia della musica, la meraviglia della Mitchell e delle sue canzoni. Lo sa bene, Joni, che quando tutto finisce, prende commiato con una grassa, commossa risata. E’ stato bellissimo, ora mi attende l’eternità. 

VOTO: 9

GENERE: Folk, Americana




  Blackswan, martedì 29/08/2023

lunedì 28 agosto 2023

THE HIVES - THE DEATH OF RANDY FITZSIMMONS (Fuga, 2023)

 


Sono passati ben undici anni dall’ultimo lavoro in studio (Lex Hives, 2012) degli svedesi The Hives, un tempo abbastanza lungo da farci pensare che la band fosse morta e sepolta. Invece, a quanto pare, l’unico che ci ha lasciato le penne è stato Randy Fitzsimmons, quell’oscura figura che la band ha sempre presentato come fondatore e sesto membro occulto di una line up che, nel frattempo, ha arruolato il bassista Johan Gustafsson (Johan And Only) al posto del dimissionario Mattias Bernvall.

A parte questo fittizio decesso, nulla è però cambiato, e nonostante lo iato di più di un decennio, i cinque ragazzacci di Fagersta tornano con la loro formula immutabile di punk rock e garage, velocità supersonica, due accordi in croce e un filotto di ritornelli implacabili, di quelli che entrano di corsa nei padiglioni auricolari, spazzano via dalla mente i pensieri più cupi e seducono inesorabilmente al canto e all’headbanging. Per gli Hives la musica è e sarà sempre questa: cazzeggio e divertimento, rumore e melodia, disimpegno totale in nome di un ritorno alla vera essenza del rock’n’roll. Non c’è tempo per sofismi e intellettualismi, ogni canzone è una festa, è muovere il culo, ballare, ubriacarsi e rimandare a domani ogni impegno e problema.

Fedeli a loro stessi e insensibili alle mode, gli Hives inanellano dodici brani per una scaletta di trentadue minuti rapidissimi, con un minutaggio canzone che raramente supera i tre minuti. Si va di fretta e si colpisce dritto al mento, grazie una produzione grezza (ma non sciatta) che innerva di adrenalina una successione di esplosioni punk rock da capogiro.

"Bogus Operandi" dà il via alle danze con una derapata garage degna dei conterranei Hellacopters, "Trapdoor Solution" è un minuto netto che schizza a velocità supersonica evocando la folle sguaiatezza dei Ramones, mentre "Stick Up" possiede contorni più oscuri e blues che fanno pensare ai Cramps. Basta davvero poco agli Hives per accendere le polveri: alcuni groove primitivi innescati da un giro di basso distortissimo ("Countdown To Shoutdown") o da contagiosi handclapping ("Rigor Mortis Radio", "The Way The Story Goes"), viaggi indietro nel tempo fino a lambire il punk millesimato 1977 ("Smoke & Mirrors"), una strizzata d’occhio ai fan di Iggy Pop ("Crash Into The Weekend") o un’esplosione del rumore più malsano possibile ("The Bomb").

Incredibile ma vero, i cinque svedesi giocano anche con un po’ di elettronica, tirando fuori dal cilindro "What Did I Ever Do To You?", il momento più “rilassato” del disco, che potrebbe far pensare agli Artic Monkeys, se mai il paragone avesse senso.

Rumorosi ed esiziali come un raudo esploso nell’androne delle scale, irreverenti come un rutto davanti a un consesso di accademici, gli Hives celebrano la morte del loro mentore Randy Fitzsimmons con un disco che, a dispetto del titolo, è più vitale che mai. Non si sono mai presi e non si prendono sul serio, e questa è l’arma più letale di una band che continua a scrivere canzoni che camminano sul lato selvaggio del rock ‘n’roll. Sudore, chitarre e divertimento: c’è bisogno d’altro per un grande disco? 


VOTO: 8

GENERE: Punk Rock, Garage




Blackswan, lunedì 28/08/2023

giovedì 24 agosto 2023

MAMMOTH WVH - MAMMOTH II (BMG, 2023)

 


Non inizieremo questa recensione con i soliti luoghi comuni a proposito dell’ennesimo “figlio di…”, di quanto, cioè, essere la progenie di una celebrità faciliti l’accesso al complesso mondo dello star system e imponga, al contempo, inevitabili paragoni con il più noto genitore.

Dietro il marchio di fabbrica Mammoth WVH, si cela, infatti, il nome di Wolfgang Van Halen, polistrumentista trentaduenne, figlio del grande Eddie, che ci ha lasciati non più tardi di tre anni fa.  Sarebbe, però, davvero ingeneroso mettere a confronto padre e figlio, accostare un chitarrista leggendario, che ha scritto pagine importanti della storia del rock, a un giovane artista che, live dopo live e disco dopo disco, sta tracciando il proprio autonomo percorso nel mondo della musica. Non si può certo negare il vincolo di sangue e quella passione che i geni hanno inevitabilmente trasmesso, ma il paragone fra i due finisce qui.

Wolfgang ha già camminato parecchio sulle sue gambe, ha scelto il basso come strumento principale, ha rafforzando il legame con cotanto genitore militando nei Van Halen, ma ha cercato strade artistiche diverse, suonando per la band di Mark Tremonti, collaborando con gli Halestorm e cimentandosi da solista con due album a nome Mammoth, l’ultimo dei quali uscito da poco.

Scritto e suonato interamente da Wolfgang, che in studio si cimenta con tutti gli strumenti, e prodotto da Michael “Elvis “ Baskette (Alter Bridge, Slash, Sevendust, Tremonti, etc), questa seconda prova in studio è un disco di rock moderno, melodico e muscolare, coeso nel suono e nella struttura, e caratterizzato da una scrittura solida ma piacevolmente variegata, che alterna strappi heavy metal a ballate in odore di romanticismo ed episodi dall’appeal radiofonico.

La voce di Wolfgang è molto migliorata ed è estremamente versatile, e sotto il profilo tecnico ci troviamo di fronte a un musicista capace e consapevole, bravo, tra l’altro, ad aggirare eventuali paragoni con le doti funamboliche del padre: la sua prestazione alla chitarra, infatti, è misurata ed essenziale, sempre al servizio della canzone e mai del virtuosismo fine a se stesso.

Il disco fila via che è un piacere, tra echi Alter Bridge (inevitabile vista la produzione di Baskette), groove coinvolgenti e ritornelli uncinanti. "Right?" Apre le danze con una partenza a razzo, basso e batteria martellanti, riff di chitarra ruvido e melodia irresistibile, "Like A Pastime" abbina aggressività ritmica a un impianto melodico da fuoriclasse, mentre "Another Celebration At The End Of The World" è una sciabolata alternative che schizza a velocità supersonica. Una tripletta iniziale fantastica, che non esaurisce di certo l’arsenale di Wolfgang.

Il quale riesce anche ad approcciarsi con sensibilità alla ballata malinconica ("Waiting"), plasmare con abilità brani ruffiani con vista sulle chart ("I’m Alright") o scegliere un linguaggio meno diretto, creando strutture rock più complesse (la conclusiva "Better Than You").

Come accennavamo all’inizio, ogni possibile confronto con papà Eddie non ha e non avrebbe alcun senso. Wolfgang ha trovato la propria strada, riuscendo a liberarsi da una pesante e scomoda eredità, dando vita a un progetto come Mammoth WVH, che è la dimostrazione di quanto autonoma sia l’espressività artistica del giovane musicista. Continui così e ascolteremo anche di meglio.

VOTO: 7

GENERE: Rock

 


 

 

Blackswan, giovedì 24/08/2023 

martedì 22 agosto 2023

ANTONIO MANZINI - ELP (Sellerio, 2023)


 

Non si fa che parlare dell'ELP, l'Esercito di Liberazione del Pianeta. Il vicequestore Rocco Schiavone guarda con simpatia mista al solito scetticismo ai gesti clamorosi di questi disobbedienti che liberano eserciti di animali d'allevamento in autostrada. Semmai è incuriosito dal loro segno di riconoscimento che si diffonde come un contagio tra ragazze e ragazzi. La vera violenza sta però da un'altra parte e quando Rocco viene a sapere di una signora picchiata dal marito non si trattiene, «come una belva sfoga la sua rabbia incontenibile»: «un buon suggerimento» per comportamenti futuri. Solo che lo stesso uomo l'indomani viene trovato ucciso con un colpo di pistola alla fronte. Uno strano assassinio, su cui Schiavone deve aprire un'inchiesta da subito contorta da fatti personali (comici e tragici). Per quanto fortuna voglia che facciano squadra clandestinamente anche i vecchi amici senza tetto né legge di Trastevere, Brizio e Furio, che corrispondono al suo naturale sentimento contro il potere. Nel caso è implicata una società che sembra una pura copertura. Ma dietro questa copertura, qualcosa stride e fa attrito fino a bloccare completamente Rocco sull'orlo della soluzione del caso. Intanto crescono in aggressività gli atti dell'ELP fino a un attentato che provoca la morte di un imprenditore di una fabbrica di pellami.

E’ sempre una gioia riabbracciare il burbero vicequestore Rocco Schiavone e quella “famiglia allargata” di personaggi che il lettore ha imparato a conoscere, romanzo dopo romanzo, e che hanno assunto veri e propri connotati fisici grazie all’ottima serie tv che è stata tratta dai romanzi di Antonio Manzini.

ELP (niente a che vedere con la rock band degli Emerson Lake & Palmer) è l’ennesimo, coinvolgente capitolo di una saga che i fan, e sono molti, vorrebbero continuasse all’infinito. In scena, due diversi crimini e, quindi, due diverse indagini: la prima, ha per oggetto un brutale omicidio legato alla malavita organizzata e al traffico di droga; la seconda, invece, l’attentato a un imprenditore del settore pellami, che sembra essere stato presa di mira dalla sedicente organizzazione eco terrorista denominata ELP, Esercito Di Liberazione del Pianeta.

Senza nulla anticipare sullo svolgimento della trama, questo nuovo romanzo, come di consueto, è coinvolgenrte e ricco di colpe di scena, e il taglio poliziesco della vicenda non deluderà chi è appassionato del genere giallo e ama il lento, ma inesorabile percorso, che porterà Schiavone alla scoperta dei colpevoli.

Come si sa, però, il thriller è solo uno dei tanti elementi che rende così unici i romanzi di Manzini. In ELP, troviamo uno Schiavone sempre più arrabbiato, malinconico e deluso dalla vita, in bilico fra l’essere risucchiato dalla depressione e animato da quella lucida perseveranza che lo porta, sempre camminando sul sottile confine che separa ciò che è giusto da ciò che è legale, a inseguire con decisione la sua idea di giustizia. E come sempre, diviene centrale l’ingarbugliata e contraddittoria umanità del vicequestore, fonte di tanti tormenti, certo, ma anche carburante nobile che lo porta a schierarsi, senza compromessi, dalla parte degli ultimi e degli offesi.

Anche in questo nuovo romanzo, Manzini, come in passato, rende la complessità del suo personaggio attraverso posizioni politiche, solide e cristalline, come quelle di chi sa per certo da che parte della barricata posizionarsi: a fianco dei giovani ecologisti che, seppur in modo poco convenzionale (ma d’altra parte cosa c’è di convenzionale in Schiavone?), lottano per dare un futuro al pianeta, e contro il sistema del potere, gli intrallazzi, l’ipocrisia e i biechi calcoli rappresentati da quelle istituzioni che, agiscono nell’ombra, sulla base di un freddo calcolo politico, con disprezzo dell’etica e della giustizia.

Intorno a Schiavone, poi, come accennato all’inizio, ruotano i consueti personaggi, che il lettore ha imparato a conoscere e amare: troveremo il tragicomico D’Intino alle prese con una vecchia fiamma, Antonio preoccupato per i problemi economici del fratello, a cui i vecchi amici di Schiavone, Brizio e Furio, daranno un decisivo aiuto, Caterina che, seppur intenzionata a sposarsi, continua a essere attratta da Rocco, e tutti quegli indimenticabili comprimari che animano le pagine di Manzini.

ELP, come per i romanzi che l’hanno preceduto, si offre come una lettura piacevole e solo apparentemente leggera (sono numerosi gli spunti di riflessione che si trovano fra le pieghe della narrazione), che farà la felicità dei fan della prima ora e che ha tutte le carte in regola per entusiasmare eventuali neofiti.

Ora, c’è solo da aspettare le decisioni della Rai, e capire se questo nuovo, si fa per dire, governo, darà l’ok per mandare in onda la sesta stagione di quella che è, senza ombra di dubbio, la miglior serie televisiva nazionale da tempo immemore. Un’attesa snervante, che si guadagna la posizione fra le rotture di coglioni del decimo livello.

Blackswan, martedì 22/08/2023

lunedì 21 agosto 2023

AVKRVST - THE APPROBATION (Inside Out/Sony Music, 2023)

 


Tra i gruppi prog (metal) che hanno pubblicato grandi dischi nel 2023, possiamo aggiungere alla lista anche questa giovane band proveniente dalla Norvegia. Si chiamano AVKRVST, si dovrebbe pronunciare Avkrust, e con questo The Approbation sono al loro debutto, presentandosi sulle scene con circa cinquanta minuti di musica che farà la gioia di schiere di progster giovani e vecchi.

La band è composta da due amici d'infanzia, Martin Utby e Simon Bergseth, che, leggenda vuole, all’età di sette anni, si sono promessi vicendevolmente di dedicare la loro vita al rock. Oggi, ventidue anni dopo, il loro sogno di bambini è realizzato, con la pubblicazione di un concept album su un uomo che ha deciso di allontanarsi dalla società per vivere, solo coi suoi pensieri, in una capanna nel cuore della foresta, lontano dalla civiltà.

Così, per dare maggior realismo al loro progetto, i due hanno composto e registrato The Approbation in una casetta isolata ad Alvdal (Norvegia) durante un autunno e un inverno piovosi e freddi. A Simon (chitarre, basso e voce) e Martin (batterista e sintetizzatori) si sono successivamente aggiunti Øystein Aadland al basso/tastiere, Edvard Seim alle chitarre e Auver Gaaren alle tastiere. 

Dopo una breve intro di venti secondi ("Østerdalen"), la scaletta vera e propria si apre con il primo singolo "The Pale Moon", e fin da subito s’intravedono come fonte d’ispirazione band di lungo corso come i Porcupine Tree e gli Opeth. Il brano si apre con il ringhio della chitarra e continui stacchi, per aprirsi poi in un’atmosfera lunatica avvolta da una melodia incredibilmente dolce e punteggiata da una ritmica leggermente sincopata. Si fluttua a mezz’aria in un cielo terso e illuminato di stelle, fino a quando, il brano prende un’inaspettata piega oscura, scartavetrata da un finale teso verso il metal, in cui compare lo straniante growl di Simon Bergseth.

L'intensa "Isolation" combina perfettamente riff rapidi e letali con sintetizzatori propri del rock progressive e ritmica in leggero controtempo, trovando equilibrio tra modernità e sonorità vintage, che nuovamente si sviluppano verso atmosfere sognanti e connotate da melodie spettacolari. La forza della band sta proprio in questa sintesi sublime tra improvvise accelerazioni e paesaggi sonori più morbidi e rarefatti, in cui suoni scintillanti (l’assolo di tastiera, in tal senso, lascia a bocca aperta) e arrangiamenti elegantissimi sono il fiore all’occhiello di una produzione senza sbavature.  

Successivamente, con "The Great White River" basso e batteria si allineano in un battito cardiaco potente e poliritmico che mette in risalto il bel riff di chitarra. La strofa, poi, si immerge in un'atmosfera rilassata e morbidissima, grazie a una melodia griffata Porcupine Tree, che innesca nel mezzo un’improvvisa oscura impennata metal, che sfuma di nuovo nel tema principale della canzone. "Arcane Clouds" è introdotta da un tempo in levare, la melodia come sempre accarezza i padiglioni auricolari, mentre l’intreccio fra seriche chitarre e mellotron porta a fluttuare a mezz’aria, in un lungo momento di stasi che s’infrange contro il ringhio feroce di un finale scosso da convulsa elettricità. 

La penultima traccia, "Anodyne", è il primo dei due brani più lunghi che chiosano la scaletta. Si apre con un synth sognante ed etereo che, improvvisamente, lascia il posto a un riff di organo B3, subito dopo raddoppiato dalla chitarra, e man mano che il suono si intensifica, la struttura si fa più complessa, i riff cattivi e pesanti. Un caos di settantiana memoria, che sfocia piano piano in una delicata sezione acustica, che rompe la tensione con l’ennesima irresistibile melodia e un finale di armonie vocali stratificate che lascia senza fiato.  

La title track chiude la scaletta con tredici minuti di epica organizzata, che si apre con un arpeggio solare di una dodici corde che richiama alla mente il tocco di Steve Hackett, per poi dissolversi in un pesante riff, oscure tracce di elettronica, e voci distorte. Quindi, la band riparte ringhiando, la canzone gronda di pathos, crescono tensione e dissonanze, la batteria accelera, e le chitarre stridono, fino a una nuova stasi malinconicissima in cui un synth imita il suono del sax e la dodici corde torna protagonista in dissolvenza, trovando il modo perfetto per concludere un disco estremamente ben pensato, scritto ed eseguito.

In questo esordio c’è davvero tutto ciò che possa sedurre un amante del prog e in generale chi ama la musica di spessore: tecnica, lungo minutaggio, tempi dispari, melodie fascinose, ma anche quella forza e quella coesione che consentono a un concetto di essere sviluppato con intelligenza e consapevolezza. Un debutto impressionante per una band che ha tutte le carte in regola per entrare nell’Olimpo del progressive moderno.

VOTO: 8,5

GENERE: Progressive 




Blackswan, lunedì 21/08/2023

venerdì 18 agosto 2023

EXTREME - SIX (earMusic, 2023)

 


Creativi e versatili, abili nel contemperare la potenza di un metal declinato con accenti funk e l’appeal radiofonico di melodie di facilissima presa, gli Extreme hanno dato il meglio a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio successivo, grazie a un filotto di tre album ispiratissimi, tra cui il leggendario Pornograffiti (1990), quello, per intenderci, che conteneva la super hit "More Than Words".

Dal 1995 al 2008, poi, più nulla, complici progetti solisti (Nuno Bettancour) e altri percorsi professionali (Gary Cherone entra a far parte per un breve periodo nei Van Halen), e, quindi, un ritorno, Saudades De Rock, che dimostrava la tenuta della band di fronte al logorio del tempo.

Da quel disco sono passati ben quindici anni, un periodo talmente lungo che ci avrebbe fatto dimenticare della band se, a ricordarcela, non ci fosse quella clamorosa signature song di cui sopra, che produce, per riflesso pavloviano, un’immediata connessione agli Extreme.

Six, in barba all’anagrafe della line up, è un disco riuscito, che porta il marchio di fabbrica di un suono immutabile, alternando riff potenti, ritornelli vincenti, qualche concessione al metal e un’evidente propensione alla ballata, che è il piatto forte della scaletta, a cui, però, non mancano momenti adrenalinici. Gary Cherone è in gran forma, ispido quando c’è da mostrare i muscoli, caldo e vellutato quando lo scopo è illanguidire l’ascoltatore, mentre la sezione ritmica (Pat Badger al basso e Kevin Figueiredo alla batteria), solida come un macigno, fa il suo lavoro con asciutta perizia. Sugli scudi, però, ci va Nuno Bettancourt, che apparecchia anche la produzione del disco, mettendo in bel risalto il suo lavoro alla chitarra: riff potenti, certo, ma soprattutto assoli fulmicotonici, che mettono in vetrina tecnica e fantasia da autentico fuoriclasse. Perché anche se non gode dell’hype di tanti altri illustri colleghi, il cinquantaseienne chitarrista di origine portoghese è, a tutt’oggi, uno dei migliori interpreti dello strumento in chiave rock.

Basta dare un ascolto alla tripletta iniziale ("Rise", "#Rebel" e "Banshee") per rendersi conto non solo della bravura di Bettancourt (l’assolo sull’iniziale "Rise" è di quelli che fanno capottare dalla sedia) ma anche della ritrovata potenza di tiro di una band che non mostra nemmeno una ruga.

Dopo la partenza a razzo, il disco diventa meno compatto e più vario. "Other Side Of The Rainbow" è un solare gioiello di melodia che potrebbe stare benissimo nella scaletta di un disco dei Foo Fighters, "Small Town Beautiful" è una ballata acustica piacevole, anche se non particolarmente incisiva (ma la prova di Cherone è da applausi), "The Mask" pigia nuovamente il piede sull’acceleratore grazie a una ritmica che ricorda quella di "Running Free" degli Iron Maiden, anche se il brano suona più come un riempitivo.  Molto meglio la successiva "Thicker Than Blood", tirata e funky, spolverata di elettronica e sorretta da un riff dal ghigno malefico, o la tensione grunge che scuote la possente "Save Me".

"X Out" utilizza ancora l’elettronica con risultati positivi, soprattutto nelle parti più melodiche, davvero avvincenti, e se "Hurricane" si gioca la carta di una resa acustica quasi francescana con inserti d’archi, la conclusiva "Here To The Losers" è la classica ballata da cantare sotto il palco, accendini alla mano.

Resta da segnalare ancora "Beautiful Girls", un brano totalmente fuori sincrono rispetto all’album (e alla storia degli Extreme), costruito su una ritmica vagamente reggae e su una melodia super pop, buona solo per distratti passaggi radiofonici. Unico punto debole di un album che segna l’ottimo ritorno di una band, non più in grado, probabilmente, di scrivere un’altra "More Than Words", ma che riesce ancora a brillare grazie a una formula tirata a lucido con mestiere e parecchia passione.

VOTO: 7

GENERE: Rock, Hard Rock

 


 

 

Blackswan, venerdì 18/08/2023 

mercoledì 16 agosto 2023

GRETA VAN FLEET - STARCATCHER (Lava Music, 2023)

 


E’ sempre un problema quando bisogna affrontare la nuova uscita di un gruppo incredibilmente divisivo come i Greta Van Fleet.

La band originaria del Michigan, nata più di dieci anni fa, ha avuto un'interessante traiettoria musicale fin dall'uscita del loro primo singolo Highway Tune nel 2017. Non solo, infatti, il gruppo ha ricevuto riconoscimenti per le proprie esibizioni live e il materiale registrato in studio, incluso un Grammy per il miglior album rock con il loro EP From The Fires, ma ha anche attirato parecchie critiche da parte di coloro, moltissimi, che li definiscono derivativi e figliocci inconcludenti dei leggendari Led Zeppelin. Pur prendendo in considerazione queste aspre critiche, talvolta non proprio giustificate, i quattro hanno continuato a rifinire il loro sound ed esplorare diversi lati dell'hard rock di matrice settantiana, arrivando oggi al loro terzo album, Starcatcher. Con quali risultati? Hanno dimostrato che i loro critici si sbagliavano oppure stanno nuovamente prestando il fianco a tanti convinti detrattori?

La prima cosa evidente è che Starcatcher espande il suono, lo stile e le influenze della band per un album che esplora territori in parte diversi rispetto al materiale precedente. Nell’opener Fate Of The Faithful, ad esempio, la solida base rock blues è ancora presente, impressiva come sempre, ma ci sono elementi aggiunti che derivano dalla psichedelia degli anni '60/'70, un suono che, al momento, pare essere tornato molto di moda. Elementi derivativi? Certo. Ma quale musica non fa riferimento al passato? Tuttavia, per tutta la durata di Starcatcher, i GVF mostrano una notevole evoluzione nella scrittura delle canzoni, e la conoscenza del rock classico è solo lo spunto per creare un’alchimia cangiante, ricca di eccitazione e di seducenti melodie.

Canzoni come Waited All Your Life, Sacred The Thread, The Archer, Meeting The Master e Farewell For Now sono le migliori testimonianze di questa evoluzione, in cui il contributo di ogni singolo membro si fonde con gli altri in modo fluido, creando una fantastica musicalità, più complessa, più consapevole. Un brano come The Archer, ad esempio, con il suo lussureggiante e vibrante interplay fra chitarre, crea un tappeto sonoro meravigliosamente psichedelico intorno al quale ruotano in perfetta simbiosi basso, batteria e la voce di Josh Kiszka, le cui performance, spinte sempre al limite, potranno far storcere il naso a chi continua a elaborare paragoni con Robert Plant, ma la cui resa, se contestualizzata, è davvero di grande effetto.

Stupisce, in una scaletta che fila via assai coesa la strana presenza di Runway Blues, una canzone che dura solo un minuto e diciassette secondi e che suona come una jam improvvisata, in cui la band, divertita e totalmente libera, sbriglia gli strumenti, tornando a un suono rock blues essenziale ed energico. Peccato la breve durata e l’incomprensibile dissolvenza: questo è un brano che dal vivo potrebbe davvero spaccare, se adeguatamente allungato, ed è un piccolo mistero il suo inserimento in una forma dal minutaggio così costretto.

Nel complesso, a parte questo, i GVF hanno realizzato un ottimo album rock blues psichedelico, che dovrebbe soddisfare sia i fan di lunga data, sia tutti coloro che, amanti di sonorità vintage, si approcciano alla band per la prima volta. Perché in Starcatcher tutto funziona a meraviglia, a partire dalla scrittura e della ricca produzione di Dave Cobb, che rende giustizia a quattro giovani ragazzi, a cui non si può non riconoscere un’ottima caratura tecnica e un bagaglio di idee brillanti, e che, invece, troppo spesso, vengono ingiustamente accusati di mero passatismo. Questa nuova prova, però, potrebbe far ricredere in modo definitivo tanti detrattori: basta dare un ascolto per comprendere che, piaccia o meno, i Greta Van Fleet possiedono una marcia in più, e la sanno usare molto bene.

VOTO: 8

GENERE: Rock

 


 

 

Blackswan, mercoledì 16/08/2023

lunedì 14 agosto 2023

ROYAL THUNDER - REBUILDING THE MOUNTAIN (Spinefarm, 2023)

 


Tenersi lontano sei anni dalle scene (l’ultimo album, Wick, risale al 2017) non è stata una buona mossa strategica per una band che aveva tutto per sfondare, ma che è rimasta sempre un po’ ai margini della scena. Certo, i giorni del Covid e del conseguente lockdown non hanno favorito la continuità, peraltro già messa in discussione da cambi di line up e incomprensioni interne, che hanno portato il gruppo originario di Atlanta (Georgia) sull’orlo dello scioglimento.

Oggi, i Royal Thunder tornano a pubblicare un nuovo album con una formazione che comprende la cantante/bassista Miny Parsonz, il chitarrista Josh Weaver e il batterista Evan Diprima, rientrato all’ovile dopo aver abbandonato la band nel 2018. Che il tempo trascorso potesse produrre dei cambiamenti nel sound era un fatto da mettere in conto, e così è stato. I Royal Thunder suonano coesi e compatti come sempre, ma dopo la lunga pausa, questo quarto album è un rientro in punta di piedi. Rebuilding the Mountain è un ascolto molto riflessivo, indicativo delle incertezze e dell'instabilità di formazione che la band ha attraversato in questi sei anni; la durata di quaranta minuti, breve rispetto alle precedenti pubblicazioni, fa pensare, poi, a un accorto understatement, alla volontà di riaffacciarsi sulle scene con somma circospezione, come se fosse un nuovo corso, un nuovo inizio, con un percorso e una fama tutte da ricostruire (esplicito, in tal senso, il titolo dell’album).

Questo atteggiamento si manifesta anche nella struttura dei brani, in cui il rock blues psichedelico della band assume un’esposizione più sobria. Le singole canzoni sono più brevi di quelle degli album precedenti, le esecuzioni sembrano poggiarsi su soluzioni più melodiche, aprendosi a momenti delicati e reggendosi su costruzioni maggiormente contemplative e decisamente meno lineari. Una scossa di assestamento, insomma, rispetto al suono più energico dei precedenti lavori; tuttavia, se è vero che la performance risulta meno esplosiva, la musicalità mantiene intatta tutta la sua chimica. Rebuilding the Mountain inizia con i cinque minuti di Drag me, la canzone più lunga del set: andamento lento, improvvise accelerazioni, accordi cupi, atmosfere psichedeliche rarefatte e la voce bassa della Parsonz che suona incredibilmente vulnerabile nell'introduzione della canzone, attirando immediatamente l’attenzione dell'ascoltatore. Davvero, un gran bel brano, che mostra le doti della vocalist, la cui espressività, quel timbro roco e possente, risulta meno energica, ma non per questo meno seducente.

Una cosa che rende Parsonz una vocalist così talentuosa è, poi, la sua versatilità, come si coglie molto bene nella successiva The Knife, vibrante rock psichedelico, in cui la cantante torna ai vecchi registri e graffia con fremente rabbia. Così come succede nell’intensa Now Here-No Where, cantato urlato e angosciato, ritmica aggressiva e distorte chitarre noise.

A parte questi intermezzi che richiamano l’hard rock dei primi lavori, ciò che rappresenta la vera novità di Rebuilding the Mountain è il lato più vulnerabile del cantato della Parsonz (lo splendido incipit di Live To Live mette in evidenza un soprano scintillante e spogliato di ogni artificio) e la capacità di forgiare melodie dal retrogusto evocativo e malinconico, mantenendo una buona dose di elettricità, ma senza mai alzare la potenza di tiro (Twice, Fade). Ne risulta, così, una scaletta equilibrata, in cui riff e melodia, rock e psichedelia, ombre e paesaggi illuminati convivono in perfetta armonia, senza sbavature, ma con rinnovata consapevolezza.

Rebuilding the Mountain, in definitiva, rappresenta una nuova fase per i Royal Thunder, a cui il lungo iato sembra aver giovato soprattutto a livello di scrittura. Niente da dire sulla precedente discografia, per carità, ma l’impressione è questo album abbia trovato una maggiore ispirazione e diversificato la proposta, rendendo il suono della band americana più vario e intrigante, e aprendo la strada a un nuovo percorso che potrebbe portare a una maggiore visibilità. Sempre che non facciano passare altri sei anni per pubblicare un nuovo lavoro.

VOTO: 7,5

GENERE: Rock, Psichedelia, Hard Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 14/08/2023

giovedì 10 agosto 2023

THE OCEAN - HOLOCENE (Pelagic Records, 2023)

 


Cosa aspettarsi oggi da un disco degli Ocean è l’inevitabile domanda che si porranno quei fan che hanno seguito le evoluzioni del combo tedesco fin dagli esordi. Per ventitré anni, questa band progressive e post metal, capitanata dal chitarrista e autore principale Robin Staps, ha plasmato uno stile unico, mescolando intelligenza, bellezza e brutalità, attraverso una line up in continua evoluzione, che, disco dopo disco, ha puntato alla ricerca della perfezione sonora. Con il quarto album Precambrian (2007), ispirato al primo periodo di formazione della terra, il gruppo teutonico ha dato il via a una serie di dischi influenzati dallo studio della geologia, culminata nei precedenti Phanerozoic I & II, e che trova oggi un nuovo (e finale) capitolo con Holocene.  

Nel corso degli anni, a partire dall'ambizioso Pelagial (2013), la band ha introdotto nel proprio suono sempre più elementi elettronici, dando vita a un lento mutamento culminato in Phanzerozoic II, un disco che sperimentava fra luci e ombre, melodie e costrutti filosofici, allo scopo di bilanciare la selvaggia irruenza di un tempo. Con Holocene, la svolta elettronica è completata, dando vita a una scaletta decisamente più morbida e cinematografica, che non nasconde però il disagio e il pessimismo provato a narrare l’ultima era geologica, quella che stiamo vivendo, in cui l’uomo ha preso il dominio sulla natura con le nefaste conseguenze che tutti conosciamo.

Così, la traccia di apertura del disco, "Preboreal", inizia com’era finito il precedente album, adagiata su un’elettronica leggera e danzante, e quando entrano in gioco gli strumenti e la voce sofferente di Loïc Rossetti, prende corpo una melodia equilibrata e delicata, il suono si gonfia e cresce, ma la potenza è contenuta, misurata.

"Boreal" inizia più o meno allo stesso modo, è pura melodia in crescendo, coi sintetizzatori e la ritmica che sostengono gli svolazzi della chitarra di Staps, prima che un riff corposo prenda piede, ma senza la ferocia a cui eravamo abituati (e qui è possibile che i vecchi fan abbiano un momento di sconforto).

Ci sono armonie multistrato, attraverso le quali la band sta creando un diverso approccio all’heavy, e dove in passato gli Ocean incanalavano la rabbia nella furia degli elementi o nella belluina violenza di un rinoceronte che carica, qui la struttura si fa più cupa e soffocante, dolorosa come un coltello affondato nella carne, senza strepiti, ma con determinazione.

Il calore del nuovo corso elettronico plasma la splendida "Sea Of Reeds", un brano che potrebbe appartenere tranquillamente al primo catalogo dei Radiohead, e che procede come una ninna nanna sofferta e ricca di inquietante pathos. E’ evidente che i fan della prima ora si troveranno spiazzati, ma i temi trattati nell’album (l'ascesa delle teorie del complotto, la decostruzione dei valori moderni, l’angoscia e la perdita) riescono a essere veicolati con maggior efficacia quando i decibel si abbassano, e lo struggimento prende il posto della furia. E’ una scelta di campo figlia di una costante evoluzione, può indispettire, certo, ma se ci si abbandona al senso della narrazione, finisce per essere incredibilmente suggestiva e vincente.

Non mancano però momenti imparentati al passato, che emergono prepotenti dal nuovo impianto sonoro: "Atlantic" inizia su un ritmo dub avvolto di morbida elettronica, ma la canzone così depressa e cupa, piano piano si gonfia in un gioco di stop and go, che deflagra in una seconda parte più rabbiosa, in cui la sezione ritmica martella feroce e la chitarra schizza lava incandescente verso un finale minaccioso che si arresta poco prima della catarsi finale, in cui resta nelle orecchie solo il ringhio gutturale di Rossetti.

Ritornano i ritmi ipnotici, con le voci che sussurrano in modo sciamanico in "Subboreal", fino a quando il corpo principale della canzone si infrange contro la potenza della chitarra e la brutalità del drumming, e Rossetti urla rabbia e frustrazione, tanto che si possono quasi vedere gonfiarsi le vene del collo del cantante, mentre si abbandona a uno screaming definitivo ed esiziale.

Caratterizzata da accenni industrial, melodia quasi pop, riff spigolosi e percussioni quadrate, "Unconformities" si avvale della splendida e sofferta voce della cantante norvegese Karin Park, il ritmo profondo e pulsante evoca un senso di perdita urgente e doloroso, che vede la band nella sua forma più accessibile, mentre tocca le corde del cuore, spingendo poi questa insospettabile leggerezza verso un frenetico caos agitato dai latrati selvaggi del frontman. Violento, urticante, furioso, esplosivo.

In "Parabiosis" riaffiorano echi trip hop che riportano ai Massive Attack, lo slancio sale e scende, in una costruzione anomala e lussureggiante, in cui prende piede lentamente una bellissima melodia, che è anche il momento più cantabile del disco, mentre "Subatlantic" è un brano più lento e spettrale, che si muove con passo pesante fra territori disseminati di elettronica spigolosa e atmosfere lunatiche e inquiete.  

Holocene è un lavoro ambizioso, enigmatico e cerebrale, che, con tutta probabilità, farà storcere il naso a coloro che mal tollerano questa svolta in cui il fragore delle chitarre è decisamente attutito. Eppure, l’album, ascolto dopo ascolto, palesa tutta la sua scorbutica bellezza, e si ritaglia un posto molto alto nella discografia di una band che non smette, seppur in modi diversi, di indagare sulla psiche umana, l'evoluzione della creazione e i cambiamenti del tempo che incidono profondamente sulla storia dell’umanità. Non per tutti, ma decisamente un gran disco.

VOTO: 8

GENERE: Progressive Metal

 


 

 

Blackswan, giovedì 10/08/2023

martedì 8 agosto 2023

BALL OF CONFUSION - THE TEMPTATIONS (Gordy, 1970)

 


“Oh sì, questo è ciò che il mondo è oggi. La vendita di pillole è ai massimi storici, giovani che vanno in giro con la testa al cielo, Le città in fiamme in estate…Lanciando razzi sulla luna, i bambini crescono troppo presto, i politici dicono che più tasse risolveranno tutto”. E ancora: “Paura nell'aria, tensione ovunque, Disoccupazione in rapido aumento…E l'unico posto sicuro in cui vivere è una riserva indiana… popolazione fuori controllo, suicidio, troppe bollette…Gli hippy si trasferiscono sulle colline, la gente di tutto il mondo grida, finisci la guerra”.

Questi sono alcuni versi tratti da Ball of Confusion (That's What the World is Today) hit scritta da Norman Whitfield and Barrett Strong e pubblicata dai Temptations nel 1970 per l’etichetta Gordy (Motown). Un vero e proprio j’accuse contro il sistema americano, il dito puntato contro il caos e il disordine che pervadevano i tempi, un brano che non le manda a dire a proposito della guerra in Vietnam, delle politiche sociali del governo Nixon, della vendita delle armi e del dilagare della tossicodipendenza, facendone una delle poche canzoni di protesta uscita dal circuito Motown. Uno straordinario brano psichedelico e con un forte messaggio politico, che getta uno sguardo disincantato sui problemi che affliggevano gli States e il mondo intero: “"Giriamo e giriamo e giriamo", cantano i Temptations, "dove il mondo è diretto, nessuno lo sa".

Bob Babbitt membro della band house della Motown, The Funk Brothers, venne chiamato in studio da Norman Whitfield e lì trovò un bel po’ di musicisti pronti a scatenarsi: Uriel Jones, Pistol Allen, Jack Ashford, Eddie Bongo, Earl Van Dyke, Johnny Griffith, Joe Messina, Dennis Coffey. Nessuno aveva pronta una canzone da registrare, ma solo alcune idee musicali, alcuni schemi di accordi e parte di una linea di basso di Babbitt, che poteva essere il punto di partenza per un nuovo. Whitfield, però, sapeva esattamente cosa voleva, voleva qualcosa che doveva essere assolutamente e indiscutibilmente funky e psichedelico. In quel periodo, infatti, aveva ascoltato molto i dischi di Hendrix e dei Sly & the Family Stone, ed era questo il suono che voleva dare alla canzone. Che, poi, venne composta in sole tre ore di sessione, con molta calma, intervallando la registrazione con numerose porzioni di hamburgher.

Le liriche Ball of Confusion (che furono aggiunte successivamente alla registrazione della traccia ritmica) si innestano su un ritmo up-tempo con due tracce di batteria (una per ogni canale stereo), chitarre wah-wah e la minacciosa linea di basso, creata da Bob Babbitt, che apre la canzone. Il drammatico count-in di Norman Whitfield, registrato sempre all'inizio di ogni registrazione solo per scopi di sincronizzazione, è stato poi lasciato nel mix finale.

Nonostante i suoi forti temi politici, il disco evita consapevolmente di implicare un punto di vista definitivo o una posizione di sfida. Questo perché Whitfield aveva già avuto dei problemi con la Motown per War, una canzone che voleva far pubblicare come singolo dai Temptations, cosa a cui la casa discografica si oppose fermamente, perché riteneva che il messaggio militante del brano potesse alienare le simpatie degli ascoltatori più conservatori nei confronti della band (la canzone trovò asilo comunque nella scaletta di Psychedelic Shack). Whitfield, allora, rielaborò War e la diede all'artista Edwin Starr, che la portò in vetta alle classifiche, mentre per i Temptation scrisse la meno esplicita, ma non meno impegnata, Ball of Confusion. Quando videro per la prima volta lo spartito della canzone, i Temptations non pensavano che sarebbero stati in grado di eseguire quel brano così rapido, che in alcuni passaggi risultava essere un vero e proprio scioglilingua. Allora, dopo averci ragionato un po’ sopra, le battute più difficili furono assegnate al cantante Dennis Edwards, che era il solito in grado di tenere testa alla velocità di quell’impetuoso fiume di parole.

Numerosi artisti hanno reinterpretato questo brano, tra cui i Neville Brothers, Tina Turner, i Duran Duran e gli Anthrax. La versione di Tina Turner fu inclusa nel disco Music of Quality And Distinction Volume Uno, uscito nel 1982, un album tributo dei B.E.F, che erano un team di produzione formato dagli ex membri degli Human League, Martyn Ware e Ian Craig Marsh, che in seguito divennero gli Heaven 17 (con Glenn Gregory alla voce). La cover di Tina Turner era il brano di apertura e fu pubblicato anche come singolo, raggiungendo la Top 5 in Norvegia. Scelta azzeccatissima per la cantante, perché le portò in dote un contratto con la Capitol Records, e il suo singolo successivo, una cover prodotta da Martyn Ware di Let's Stay Together di Al Green, divenne un clamoroso successo, tanto in America che in Europa.

 


 

 

Blackswan, martedì  08/08/2023

lunedì 7 agosto 2023

NITA STRAUSS - THE CALL OF THE VOID (Sumerian Records, 2023)

 


Discendente del compositore austriaco Johann Strauss e chitarrista di grande talento, Nita Strauss ha acquisito la meritata notorietà quando, nel 2014, è entrata a far parte della band che accompagna dal vivo Alice Cooper, circostanza, questa, che l’ha fatta conoscere al grande pubblico e che le ha permesso di costruirsi la fama di essere una delle migliori interpreti della sei corde al femminile, in ambito rock e metal. Un risultato fantastico, che ha contribuito in qualche modo a spianare la strada ad altre musiciste donne, e che Nita ha raggiunto dandosi molto da fare soprattutto negli ultimi dieci anni, seguendo Cooper in turnè, prestando i suoi servigi anche a Demi Lovato nell’Holy Fuck Tour del 2022, e pubblicando il suo album di debutto da solista Controlled Chaos nel 2019.

Un esordio notevole, interamente strumentale, che metteva in evidenza, se mai ce ne fosse bisogno, la grande caratura tecnica della Strauss oltre a ottime qualità in fase di songwriting. Un ulteriore passo in avanti verso il consolidamento di una carriera già di per sé brillante è, dunque, questo nuovo album intitolato The Call of the Void (pubblicato il 7 luglio su Sumerian Records), in cui la chitarrista losangelina aggiunge la voce alle proprie composizioni, producendo così un lavoro più appetibile al grande pubblico.

Nita, però, non canta, ma ha deciso di mettere in piedi un progetto simile a quello creato da Slash nel suo omonimo disco d’esordio del 2010: lasciare le parti vocali delle canzoni a un cast di cantanti stellari.  Con questa idea in mente, la Strauss ha così arruolato una lista killer di vocalist, che include Lzzy Hale degli Halestorm, David Drainman dei Disturbed, Dorothy Martin dei Dorothy, Chris Motionless dei Motionless in White, Juliet Simms dei Lilith Czar, Alisa White-Gluz degli Arch Enemy, Anders Fridén degli In Flames e… il grande Alice Cooper.

Per molti versi, creare un album con il contributo di più cantanti è una sfida non da poco, perché le canzoni possono suonare bene individualmente, ma magari mancare di coesione nel loro insieme. Fortunatamente, The Call of the Void non presenta questo problema, ogni canzone indossa l’abito perfetto per la voce chiamata a interpretarla, il disco suona coerente e coeso, a testimonianza dell’ottimo livello di scrittura raggiunto dalla Strauss e dalla capacità di dirigere un’orchestra in cui tutti sanno esattamente cosa fare.

Una compattezza di fondo che è la forza di un disco che dura un’ora, ma non annoia, e che conquista all’ascolto, brano dopo brano, per varietà espressiva e potenza. La Strauss, poi, dà ovviamente sfoggio della propria tecnica cristallina, si abbandona, talvolta, a derive shredding ad alto tasso di virtuosismo, eppure riesce a non cannibalizzare la proposta, scatenando gli assoli al momento giusto e ritirandosi con intelligenza nelle retrovie per lasciar respirare la musica.

Inoltre, a infiocchettare la confezione, ci sono alcuni brani strumentali ("Consume the Fire", "Scorched", "Momentum") strategicamente posizionati all’interno della scaletta in modo da rendere l’ascolto più vario e meno prevedibile.

Grandi riff, adrenalinici assoli e ottime melodie fanno di The Call of the Void una raccolta di canzoni metal davvero riuscita, a cui forse una produzione meno “americana” e pompata avrebbe giovato maggiormente. Ma è il classico pelo nell’uovo di un album che viaggia velocemente dalle casse dello stereo, e pur senza far gridare al miracolo, lascia nelle orecchie buonissime sensazioni.

VOTO: 7

GENERE: Heavy Metal

 


 

 Blackswan, lunedì 07/08/2023