sabato 30 dicembre 2023

LA TOP TEN DEL KILLER 2023

 2023: LA TOP TEN DEL KILLER

 

1) AVKRVST - THE APPROBATION


 

2) GRAVE PLEASURES - PLAGUEBOYS


 

3) JASON ISBELL & THE 400 UNIT - WEATHERVANES  


 

4) ANOHNI & THE JOHNSONS -  MY BACK WAS A BRIDGE FOR YOU TO CROSS


 

5) DIRTY HONEY - CAN'T FIND THE BRAKES


 

6) THE HIVES - THE DEATH OF RANDY FITZSIMMONS



7) SEVEN IMPALE - SUMMIT



8) SIGUR ROS - ATTA




9) RIVAL SONS - LIGHTBRINGER


 



10) STEVEN WILSON - THE HARMONY CODEX


 

 

CI SONO PIACIUTI ANCHE:

Lucero - Should've Learned By Now

Winger  - Seven

Haken - Fauna 

Ne Obliviscaris - Exul

Rolling Stones - Hackney Diamonds

Uriah Hepp - Chaos & Color

Black Stone Cherry - Screamin' At The Sky

Rick Astley - Are We Are Yet?

Avenged Sevenfold - Life Is But A Dream...

Katatonia - Sky Void Of Stars

 

Blackswan, sabato 30/12/2023

venerdì 29 dicembre 2023

HARP - ALBION (Bella Union, 2023)


 

Tim Smith ha lasciato i Midlake nel 2012, durante le sessioni di registrazione per il seguito previsto del terzo album della band texana, The Courage Of Others del 2010. Troppo perfezionista per vivere i ritmi frenetici della band, affermò. E non gli si può dar torto, visto che ha impiegato più di dieci anni per riaffacciarsi al mondo della musica con il progetto Harp, condiviso con la moglie Kathi Zung, e un disco intitolato Albion, che la dice lunga sulle passioni musicali del songwriter americano.

Ombroso e quasi sussurrato, l'album di debutto di Harp evoca i campi del Sussex per riflettere sulla perdita creativa, sulla solitudine e sul fluttuare agrodolce dei giorni. Ispirati da William Blake, Herstmonceux Castle e Faith dei Cure, uno dei dischi più desolati e depressi della band capitanata da Robert Smith, i coniugi creano un paesaggio autunnale con riverberi che pagano debito agli anni Ottanta, voci spettrali e batteria tagliente e metallica. Il risultato non è certo un ascolto facile, perché sembra di fluttuare in un crepuscolo permanente, attraverso il quale, solo a tratti, passano pallidi raggi di sole.

Si astengano, pertanto, gli allegroni alla ricerca di melodie di facile presa e ritmi serrati. Tuttavia, Albion, che, come dicevamo, arriva un decennio dopo che Smith lasciò Midlake, è un disco che, pur con qualche differenza rispetto al passato, si farà apprezzare da coloro che hanno amato la band folk rock texana, visto che di quel suono recupera sia la trama principale che alcuni dettagli: archi sintetizzati e flauti ansimanti, infatti, si nascondono dietro lo strato nebbioso dell’interplay fra suoni elettrici e chitarra acustica. La voce triste e ammaliante di Smith, poi, non cerca mai la scena, incede lentamente, senza sussulti, dando vita a un flusso introspettivo, forse un po’ monocorde, ma perfettamente al servizio della rarefazione umbratile delle emozioni.  

Gran parte dell'album si muove a passo d’uomo, lentamente, in un alveo sognante connotato dai carezzevole pastelli dell’iniziale "The Pleasent Grey" e dal meditabondo vagabondare del singolo "I Am the Seed", una sorta di metafora sul perfezionismo frustrato di Smith e sulla caducità dell’ispirazione, in cui il vocalist canta, mestissimo: "Tutto ora giace incolto, niente dà quello che dava una volta". In scaletta, dodici canzoni, in cui Smith raggruma tutta la sua poetica: folk, pop, stasi ipnagogiche ("Chrystals"), melodie fluttuanti che evocano l'ex casa madre ("Daughters Of Albion"), qualche eco che ricorda i Cure più ombrosi ("Throne Of Amber"), la foresta, rovine medievali, un mood autunnale e malinconico, pioggia, nebbia, languori tristissimi che citano i primi Radiohead ("Shining Spires").

Forse, a conti fatti, ci si poteva aspettare di più dopo una gestazione quasi decennale, ed è altresì inevitabile paragonare Albion con la precedente carriera di Smith, costellata di autentiche gemme. Eppure, il disco ha una sua identità, è ricco di suggestioni poetiche e momenti struggenti, e chi si sente ancora orfano di un capolavoro come The Trials Of Van Occupanther, in questo esordio potrebbe ritrovare quella magia che i Midlake, dopo l’abbandono del leader, hanno in parte dimenticato.

VOTO: 7,5

GENERE: Folk, Pop 




Blackswan, venerdì 29/12/2023

giovedì 28 dicembre 2023

ANTONIO MANZINI - RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A TROVARE L' AMICO MISTERIOSAMENTE SCOMPARSO IN SUD AMERICA? (Sellerio, 2023)

 


Il vicequestore Rocco Schiavone è in missione non ufficiale a migliaia di chilometri dalla sua odiata Aosta, con il vecchio amico Brizio. Vogliono ritrovare Furio, l’altro compagno di una vita, scomparso tra Buenos Aires, Messico e Costa Rica. Furio, da parte sua, si è lanciato a rotta di collo sulle tracce di Sebastiano, il quarto del gruppo, scappato in Sud America per sfuggire a una colpa tremenda e alla conseguente punizione. L’antefatto è lontano nel tempo e ha squassato le vite di tutti loro. E adesso Rocco e Brizio devono impedire «la pazzia» di Furio, ma vogliono anche capire i perché di Seba, quali sono stati i motivi profondi di quel tradimento orribile con cui Rocco ha già provato a fare i conti, in modo da poter dare l’addio come si deve a un’amicizia vecchia quanto loro.

A pochi mesi di distanza da ELP, Antonio Manzini torna nelle librerie con Riusciranno i nostri eroi a trovare l’amico misteriosamente scomparso in Sud America? che cita, omaggiandolo, il noto, e splendido film di Ettore Scola Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? Nessuna indagine, questa volta, per l’amato rocco Schiavone, che accompagnato dal fido amico Brizio, vola in Sud America per fare i conti con il passato, rintracciare Sebastiano e capire i motivi del tradimento di costui, Prima, però, bisogna scoprire dov’è finito Furio, partito anche lui alla volta dell’Argentina con l’intento di vendicarsi dell’ex amico, per impedirgli di commettere un inutile omicidio.

Pur lontano dalle consuete dinamiche noir, Riusciranno i Nostri Eroi…è l’ennesimo capitolo riuscito della saga Rocco Schiavone, un romanzo in cui l’indagine è sostituita dall’avventura on the road in terre straniere, in cui il pericolo è sempre dietro l’angolo. Questo romanzo breve o racconto lungo, che dir si voglia (il libro si legge in un giorno), dà l’occasione a Manzini per soffermarsi sul rapporto di amicizia che lega i protagonisti della storia, come sempre narrata con una prosa semplice, scorrevole, perfettamente bilanciata fra ironia, nostalgia e un pizzico di mistero.

Senza anticipare nulla al lettore, nel finale, per certi versi inaspettato, verranno finalmente al pettine tutti i nodi di una vicenda che è stata a lungo il fil rouge delle avventure del vicequestore Schiavone, anche se, è lecito sospettarlo, in futuro potrebbe esserci un “ritorno di fiamma”.  Se Riusciranno i Nostri Eroi…è una lettura indispensabile per chi è da sempre affezionato al protagonista della saga, il consiglio per il lettore occasionale è, invece, quello di recuperare e leggere i precedenti romanzi (il primo è Pista Nera del 2013), perché, per quanto possa essere piacevole la lettura, iniziare dalla fine avrebbe davvero poco senso.

 

Blackswan, giovedì 28/12/2023

venerdì 22 dicembre 2023

KENNY WAYNE SHEPERD -DIRT ON MY DIAMONDS VOL. 1 (Provogue, 2023)

 


Sono passati quattro anni e una pandemia da The Traveler, l’ultimo album di canzoni originali pubblicato da Kenny Wayne Sheperd. In questo lasso di tempo, il chitarrista originario della Lousiana ha pubblicato un bel disco live, Straight To You (2020) e, soprattutto, la completa reinterpretazione di Trouble Is…, un grande classico della sua discografia che nel 2022 compiva la bellezza di venticinque anni.  

Oggi, Sheperd torna finalmente con un disco di inediti, intitolato Dirt On My Diamonds Vol.1, concepito nei leggendari studi Fame di Muscle Shoals, Alabama, e poi registrato a Los Angeles, con la supervisione di Marshall Altman, in qualità di co-produttore e co-autore, e con i sodali di sempre: Noha Hunt alla voce, Kevin McCormick al basso e Chris "Whipper" Layton alla batteria.

Il disco non presenta alcuna sorpresa di rilievo e rappresenta alla perfezione lo stile del grande chitarrista americano, il quale, a differenza di tanti illustri coetanei (Joe Bonamassa, Eric Gales, Kirk Fletcher, etc) è probabilmente quello che risulta più accessibile al grande pubblico, grazie a un’innata capacità di spaziare fra generi diversi (blues, rock, southern, country, R&B), che maneggia con padronanza e consapevolezza.

Forte di una band che suona a memoria e dell’interplay vocale, sempre riuscitissimo, fra Sheperd e Hunt, Dirt On My Diamonds parte alla grande con la title track, apertura potentissima e cadenzata, resa scintillante da un grasso arrangiamento di fiati e dal consueto funambolismo del chitarrista, autore di un assolo, come sempre, pirotecnico.

In "Sweet & Low" Shepherd azzecca un riff spettacolare (e assai ruffiano) e lo sottolinea con un inusuale effetto scratch, prima di pigiare forte sul pedale wah wah per un altro assolo al fulmicotone.

La ritmata "Best Of Times" è un altro numero di facilissima presa, non particolarmente incisivo, ma ben strutturato sul contrasto delle voci: Hunt si occupa delle strofe, Shepherd del ritornello. "You Can't Love Me" è una canzone leggera, che lambisce il pop, un brano senza grandi pretese, una sorta di piacevole riempitivo, che si riscatta per l’ottimo suono e per un solo breve ma efficace.

La leggerezza di "Man On A Mission" e l’approccio melodico arioso sono piacevolissimi, mentre "Bad Intentions" vira verso sonorità più ruvide, quasi hard, con i fiati e le tastiere che stratificano il suono e il bel giro di basso a dare sostanza. Qui, il lavoro alla sei corde di Sheperd è di quelli che lasciano il segno.

In scaletta, compare anche una cover inusuale per gli standard del chitarrista, e cioè "Saturday Night's Alright For Fighting", il successo di Elton John tratto dal suo Yellow Brick Road del 1973, che è pure nostalgia classic rock e che restituisce alla perfezione il mood festaiolo dell’originale.  

Il disco, dal breve minutaggio (solo trentasei minuti) si chiude con "Ease On My Mind", il numero migliore in scaletta, una ballata blues di sette minuti a lenta combustione, che porta nuvole su un disco altrimenti solare, e mette in vetrina la maestria di Sheperd alla chitarra.

Dirt On My Diamonds Vol.1 è un disco sostanzialmente riuscito, in cui tutto funziona davvero bene: band in palla, scrittura, arrangiamenti e produzione. Sheperd suona come un vero califfo e non c’è una virgola fuori, non c’è spazio sprecato, non una sbavatura. E questo è forse il limite di un album godurioso, ma che manca un po’ di anima, di sudore, di sporcizia. Un po’ di ruvidezza in più non avrebbe guastato, così come qualche apertura melodica (e ruffiana) in meno. D’altra parte, questo è KWS, un musicista straordinario, che ama flirtare col mainstream, ma che dal vivo, ascoltate i due live finora pubblicati, riesce a mostrare appieno tutte le sue indubbie qualità.
 
VOTO: 7
GENERE: Rock, Blues
 
 
 

 
 
Blackswan, venerdì 22/12/2023

mercoledì 20 dicembre 2023

JUAN GOMEZ - JURADO - REGINA ROSSA (Fazi Editore, 2021)

 


Antonia Scott è speciale. Molto speciale. Non è una poliziotta né una criminologa. Non ha mai impugnato un'arma né portato un distintivo. Eppure ha risolto dozzine di casi. Ma è da tempo che non esce dalla sua soffitta a Lavapiés. Dotata di un'intelligenza straordinaria, è stanca di vivere: ciò che ha perso contava molto più di ciò che l'aspetta là fuori. Jon Gutiérrez, quarantatré anni, omosessuale, ispettore di polizia a Bilbao, è nei guai: su Internet circola un video in cui, nell'intento di aiutare una giovane prostituta, introduce nell'auto del suo protettore una dose di eroina sufficiente a mandarlo dritto in prigione. A farli conoscere è Mentor, la misteriosa figura a capo dell'unità spagnola di Regina Rossa: un programma segreto volto alla cattura di criminali di alto profilo in Europa. Così, loro malgrado, Antonia e Jon si trovano a collaborare a un caso spinoso: il cadavere di Álvaro Trueba, il figlio della presidentessa della banca più grande d'Europa, è stato ritrovato in una villa immacolata con un calice pieno di sangue in mano. La stessa notte, anche Carla Ortiz, figlia di uno dei più ricchi imprenditori del mondo, è scomparsa. Entrambe le famiglie hanno ricevuto una telefonata da un uomo che dice di chiamarsi Ezequiel, ma non vogliono rivelare i dettagli della conversazione avuta con lui: evidentemente, ci sono dei segreti così grandi da non poter essere sacrificati nemmeno in nome di un figlio. Chi è Ezequiel? Si tratta di uno psicopatico o dietro c'è qualcosa di più? Per Antonia e Jon scatta così una disperata corsa contro il tempo, tra false piste, pestate di piedi e trappole mortali, attraverso i meandri più oscuri di Madrid.

Primo volume di una trilogia, che è stata un autentico caso editoriale in Spagna, Regina Rossa ha fatto conoscere ai lettori italiani la figura di Juan Gomez-Jurado, uno di quegli scrittori che gli appassionati di noir non dovrebbero lasciarsi sfuggire. Un romanzo, questo, che, infatti, è il classico libro da cui è pressochè impossibile staccarsi, e che tiene incollati dalla prima all’ultima pagina, grazie a un grande ritmo, a una tensione palpabile e a un crescendo cadenzato da un susseguirsi inesausto di colpi di scena.

Questi, tuttavia, sono solo alcuni degli elementi che rendono la lettura del romanzo estremamente palpitante. Ciò che rende Regina Rossa una lettura di livello, non è solo la grande abilità dello scrittore spagnolo di creare un intreccio verosimile e congeniato come una bomba a orologeria. La differenza la fa, soprattutto, la prosa che, malgrado il genere non richieda particolari doti narrative, è, invece, decisamente ispirata, colorita e ricca di sfumature.

Gomez – Jurado è, infatti, capace di creare pathos e di pompare adrenalina, ma sa anche rallentare il ritmo per concedersi riflessioni profonde su temi quali la morte, la vecchiaia, la paura, la caducità della ricchezza e del potere di fronte all’essenza stessa dell’esistenza, in cui gli affetti, amore o amicizia che siano, valgono più di qualunque possesso materiale.

Senza dimenticarsi una pungente dose di ironia, attraverso la quale lo scrittore spagnolo alleggerisce il pathos, rendendo meno fosco lo svolgimento della trama, Gomez – Jurado dà, poi, vita a un pugno di personaggi vividi, fotografati in modo da coglierne forza e debolezza, grazie a un approfondimento psicologico che ne mette in luce l’umanità variopinta e sfaccettata.

Le quattrocentotrenta pagine circa si sviluppano, a tutti gli effetti, come una forsennata corsa contro il tempo, dando vita a una battaglia contro il male e l’inganno, che si concluderà in un cruento redde rationem nei sotterranei più oscuri e sordidi di Madrid.

Consigliatissimo.

 

Blackswan, mercoledì 20/12/2023

lunedì 18 dicembre 2023

THE RECORD COMPANY - THE 4th ALBUM ( Round Hill Records, 2023)

 


Los Angeles, California. E’ il 2016 e i The Record Company (Alex Stiff, basso, cori, Chris Vos, chitarra, voce solista, e Marc Cazorla, batteria), debuttano ottenendo un successo di critica che, forse, nessuno si sarebbe mai aspettato. Il loro album d’esordio, Give It Back To You (anticipato di poco dall’EP Off the Ground) scala rapidamente le classifiche di genere americane, e, spinta dai brani "Off the Ground" (numero uno nella classifica Billboard Adult Alternative Songs negli Stati Uniti) e "Rita Mae Young" (numero 12 nella classifica Adult Alternative Songs), la band ottiene una nomination ai Grammy 2017, per il miglior album blues contemporaneo.

Quel disco fu scritto, registrato e mixato nel soggiorno di Alex Stiff a Los Angeles, un approccio casalingo dettato dalla volontà di cogliere l’essenza della musica, senza filtri, orpelli e artifici in fase di post produzione. Alla base, l’idea che la musica è una cosa semplice, immediata, scritta e suonata col cuore, e che la veracità è la strada più rapida per abbattere ogni barriera fra chi suona e chi ascolta. Un’idea vincente, dal momento che il successivo All of This Life (2018), ha incontrato ulteriori riscontri positivi, che hanno portato il singolo "Life to Fix" a raggiungere la prima piazza nella classifica delle canzoni alternative per adulti. Dopo la pandemia e il lockdown, i Record Company hanno, poi, pubblicato il loro terzo album, Play Loud, ottenendo ottimi risultati di vendita, a fronte di un livello di ispirazione non all’altezza dei lavori precedenti.

Eppure, nonostante tutta questa esposizione mediatica di alto profilo, sembra ancora che il gruppo losangelino stiano volando sotto i radar che contano, soprattutto per quanto riguarda il nostro paese, dove la band si è costruita una nicchia di consensi solida, ma troppo piccola rispetto agli indubbi meriti. Insomma, a fronte di giudizi unanimi sulla bravura dei The Record Company, le vendite sono rimaste sotto il target auspicato dalla Concord, la loro casa discografica, che, a fine 2022, ha rotto il sodalizio con Chris Vos e soci.

La band ha firmato, quindi, con la Round Hill Records, ha rispolverato la vecchia attrezzatura, e ha messo in mano ad Alex Stiff gli oneri e gli onori della produzione. Si ritorna al passato, dunque, al soggiorno di casa, con un lavoro crudo e onesto, ben rappresentato dal primo singolo "Talk To Me", in cui è evidente la genesi jammistica, e, ancora meglio da "Dance on Mondays", un pezzo rock ad alto numero di ottani, che si sviluppa su una pulsante linea di basso ed è caratterizzato da un rimarchevole lavoro alla slide.

C’è voglia di puro divertimento in "I Found Heaven (In My Darkest Days)", cinque minuti di rutilante festa, in cui l’armonica di Vos pompa note di incontenibile euforia, e nel rockabilly di "Roll With It", che insuffla un’irresistibile voglia di ballare, meglio se dopo aver bevuto un paio di pinte di quella buona.

Ci sono anche momenti più contemplativi, come la bella "Highway Lady", levigata dalla slide di Vos, tagliata in due da un bell’assolo di chitarra dalle sfumature psichedeliche e scossa da un finale in crescendo. Il piatto forte del disco, però, restano i brani che fanno battere i piedi a terra, e che pompano energia senza bisogno di artifici, spinti solo dal carburante nobile della trance agonistica.

Ecco, allora, la linea di basso saltellante e il riff croccante di "Patterns", l’esplicito omaggio al suono Rolling Stones di Bad Light, il blues caracollante di "Control My Heart Blues" e la travolgente "I’m Working", i cui avvincenti cambi di ritmo sono frustati dall’armonica antica di Vos.

Chiude il disco "You Made a Mistake", ironico sfottò alla Concord che li mollò lo scorso anno, e che ci riporta nel territorio di Blind Willie Johnson, attraverso le atmosfere polverose di un blues classicissimo, costruito attorno a un riff a collo di bottiglia e a una voce tormentata e acuta.

E’ quasi inevitabile accostare questo quarto album all’esordio della band che, scrollatasi di dosso ogni velleità mainstream che aleggiava sul precedente Play Loud, ha ritrovato le proprie radici e un’ispirazione che fa la differenza. Resta da vedere se The 4th Album riuscirà a eguagliare o superare i riconoscimenti dei lavori precedenti, anche se, in realtà, poco importa. Questo nuovo disco, che personalmente considero il migliore dei The Record Company, testimonia dello straordinario stato di forma di una delle più ispirate band rock blues oggi in circolazione. Quindi, stappate una bottiglia del vostro whisky migliore e abbandonatevi a queste dieci sanguigne canzoni. Sarà una vera goduria.

VOTO: 8

GENERE: Blues, Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 18/12/2023

 

venerdì 15 dicembre 2023

RICK ASTLEY - ARE WE THERE YET? (BMG, 2023)


 

Are We There Yet?, nuova fatica di Rick Astley, è, per quanto mi riguarda, la sorpresa dell'anno. Dimenticato il travolgente, quanto effimero successo di fine anni Ottanta (chi non ricorda Never Gonna Give You Up), dopo un periodo di anonimato, il musicista britannico, si sta costruendo una seconda parte di carriera di livello altissimo. Il suo ritorno è iniziato con il suo album del 2016, intitolato 50, il cui inaspettato successo in rete, ha spedito il disco direttamente alla prima piazza delle classifiche inglesi, vendendo più di centomila copie. Insomma, Astley si è scrollato di dosso l’etichetta scomoda di residuato bellico degli anni Ottanta, tornando misteriosamente nel cuore di tanti appassionati. Questo ritrovato ritorno di popolarità è stata riaffermato anche al Glastonbury di quest'anno, quando Astley ha fatto la sua prima apparizione al Pyramid Stage davanti a un pubblico estasiato, seguito, poi, da una seconda esibizione all'evento, durante la quale ha cantato cover di Smiths insieme al quintetto indie dei Blossoms.

Che Astley sia rinato artisticamente, ne è dimostrazione anche questo nono album in studio, attraverso il quale il cantante britannico, mai come prima, ha dato finalmente lustro alle sue capacità compositive e a quella splendida voce "nera" e potente, a cui gli anni hanno regalato ulteriore profondità.

Are We There Yet? è un disco che guarda agli States, che plasma soul, gospel, r&b, Stax e Motown, attraverso una sensibilità unica, infiocchettata dal quel luccicante background pop che arriva dritto al bersaglio senza alchimie, ma con la forza dirompente di melodie avvolgenti, calde, consapevoli. E così, momenti brillanti e ballabili si alternano a ballate che accarezzano il cuore di languida nostalgia e dolci malinconie, con un’efficacia sorprendente.

Astley, che oggi ha 57 anni, ha iniziato a realizzare il nuovo disco nel suo studio di casa durante il lockdown, suonando lui stesso la maggior parte degli strumenti e dando voce a diversi generi musicali, liberandosi finalmente dagli stereotipi con cui veniva inquadrato da tempo e che lo tenevano lontano dai radar della critica che conta.

In scaletta, dodici canzoni eleganti, appassionate, cantate da una voce che sa come colpire il cuore dell’ascoltatore, e che spaziano attraverso un sensibilità eterogenea, ben lontana da quella del ragazzo col ciuffo, che ballava sbarazzino sulle note di una dance pop divertente ma senza profondità.

Il disco si apre con "Dippin’ My Feet" un brano country rock che evoca il suono di Nashville, riletto, però, attraverso uno sguardo vagamente brit-pop. Anche la successiva "Letting Go" si muove rilassata sul velluto di trame country, ed è possibile cogliere in sottofondo vaghe eco di quei lontani anni Ottanta in cui Astley fu protagonista con hit di straordinario successo. "Golden Hour" è una raffinatissima ballata gospel, "Waterfall" abbraccia il soul in un brano che evoca Bill Withers, il northern soul di "Forever And More" spinge con allegria verso il dancefloor, mentre la conclusiva e meditabonda "Blue Sky" veste abiti francescani per riflettere sull’immobilità del tempo durante la pandemia.

Tra le tante belle canzoni spuntano soprattutto "High Enough", mid tempo morbido, malinconico, che punta diretta al cuore senza artifici e che trabocca di appassionato soul, e ovviamente, non poteva mancare il marchio di fabbrica, quel "never gonna" che tanto lo rese famoso, e che qui viene ribadito "Never Gonna Stop", brano che trova in Al Green il suo nume tutelare.

Are We There Yet? è, in definitiva, il nuovo elegante capitolo di una seconda giovinezza, che Astley sta vivendo percorrendo una direzione che porta lontanissimo dal suo luccicante, quanto effimero passato. Fuori da impellenze commerciali e forte di anni di anonimato, in cui nessuno si sarebbe mai aspettato nulla da lui, Astley si è, con molta probabilità, riconnesso alla sua vera anima musicale, e sta camminando lungo una strada (quella richiamata dalla copertina del disco) che, senza eccessivi clamori, gli sta restituendo quella dignità artistica che troppo spesso gli fu negata. Dategli credito, non ve ne pentirete.

VOTO: 8

GENERE: Pop, Soul, R&B, Country

 


 

 Blackswan, venerdì 15/12/2023

 

giovedì 14 dicembre 2023

THE STRUTS - PRETTY VICIOUS (Big Machine, 2023)

 


Fin dall’anno di nascita, il 2012, gli Struts si sono ritagliati una propria nicchia, alimentata da spettacoli dal vivo incendiari e da una serie di album acclamati anche dalla critica, che hanno ammiccato ai giganti del passato, pur mantenendo i piedi ben piantati nel presente, guadagnandosi così l’etichetta, in realtà un po’ forzata e riduttiva, di nuovi Queen. Dopo un decennio di attività, la band capitanata da Luke Spiller ha raggiunto un momento importante della propria carriera, quello in cui è necessario dare conferme, per dimostrare di meritare tutte le lodi ottenute finora.

In tal senso, il loro quarto album, suona decisamente più maturo e consapevole, più rifinito nei suoni, ma in qualche modo anche più prevedibile. Una sorta di normalizzazione, che assicurerà loro un ulteriore spinta verso il successo, ma che, per converso, rende meno frizzante la proposta. Un male? Non necessariamente. Perché, fatta questa doverosa premessa, bisogna anche aggiungere che Pretty Vicious è, ad ogni buon conto, un ottimo disco, più telefonato, forse, ma comunque divertente.

Apre le danze "Too Good at Raising Hell", un brano sfrontato e sensuale, che dispiega immediatamente l’armamentario glam rock che la band sa maneggiare con spavalda destrezza. La successiva title track, tra i brani migliori del lotto, fonde mirabilmente britpop e new wave (si può percepire un retrogusto Simple Minds), mentre "I Won't Run" e "Do What You Want" spiegano alla perfezione il motivo per cui la band trova consensi anche al di là dell’oceano Atlantico: sono due brani clamorosamente radiofonici, attraversati da un divertissement innodico e perfetti da ascoltare in macchina, alzando il volume al massimo e pigiando il piede sull’acceleratore.

Che la band abbia mandato a memoria la lezione impartita da Rolling Stones, Slade e, perché no, Ac/Dc, è del tutto evidente in brani come "Rockstar", le cui atmosfere evocano decisamente la fine degli anni Settanta, e come la già citata "Do What You Want", un boogie in perfetto bilico fra graffio e ammiccamento FM. E anche se è del tutto evidente che ci troviamo di fronte a una delle band più derivative in circolazione, è però altrettanto vero che gli Struts sanno destreggiarsi con abilità muovendosi negli ultimi cinquant’anni di storia, rubando il meglio e proponendolo con intelligente spavalderia.

Non mancano, poi, in scaletta anche alcune ballate dal retrogusto malinconico, come "Bad Decisions", forse un po’ troppo prevedibile nello svolgimento, la più vibrante "Hands On Me", e la splendida, conclusiva "Somebody Someday", pianoforte e voce, crescendo, suono classicissimo e un languido tocco nostalgico che lascia un buon sapore in bocca.

Pretty Vicious è forse meno sorprendente dei precedenti lavori, però testimonia la volontà della band di crescere ulteriormente, anche cercando di aprirsi sfacciatamente al mainstream. Se la direzione intrapresa sia quella giusta, lo sapremo in futuro; quel che è certo è che con questo nuovo disco gli Struts si confermano una band che sa rivitalizzare suoni antichi con canzoni in grado di fare da collante intergenerazionale. Pretty Vicious è, in tal senso, un disco che ammicca agli ascoltatori più nostalgici ma anche in grado di incuriosire i più giovani amanti del rock. Non è cosa di poco conto.

VOTO: 7

GENERE: Rock

 


 


Blackswan, giovedì 14/12/2023

martedì 12 dicembre 2023

STREETS OF PHILADELPHIA - BRUCE SPRINGSTEEN (Columbia, 1994)

 


Diretto da Jonathan Demme, presentato negli Stati Uniti a fine 1993 e distribuito nel resto del mondo l’anno successivo, Philadelphia è un film emozionante e struggente, di quelli a cui si pensa e si ripensa per parecchio tempo ben dopo la visione. Fu anche un successo clamoroso al botteghino (incassò più di duecento milioni di dollari), cosa strana per una pellicola non certo leggera e che affrontava un argomento che, ai tempi, era considerato ancora un tabù.

Merito, soprattutto, della straordinaria recitazione da parte di Tom Hanks (per interpretare il ruolo di Andrew Beckett, l’avvocato gay malato di Aids, perse ben quattordici chili), che vinse l’Oscar come miglior attore protagonista, e di Streets Of Philadelphia, il brano firmato da Bruce Springsteen che apre il film e che si aggiudicò a sua volta la statuetta come miglior canzone.

Demme era consapevole della difficoltà di raggiungere il grande pubblico, dal momento che il film toccava un argomento delicatissimo, e lo faceva, peraltro, in modo frontale, senza risparmiare nulla allo spettatore. Philadelphia parla di malattia e di discriminazione, è la tragedia di un uomo comune, a cui il fato riserva un dolore immenso e un destino senza scampo. Così, il regista, il cui intento era spingere le persone che non avevano familiarità con i problemi dell'Aids a vedere il suo film, capì fin da subito che coinvolgere Bruce Springsteen e Neil Young (la cui Philadelphia chiude il film) era il modo migliore per attirare alla visione un pubblico che normalmente non avrebbe mai visto un film su un uomo gay che muore di Aids.

Così, contattò prima Young, che aderì immediatamente alla richiesta, e poi Springsteen, che aveva conosciuto nel 1985, durante le riprese del video di Sun City, un brano di successo con intenti antirazziali, interpretato da molte stelle del rock sotto l’egida Artists United Against Apartheid.

Demme inviò a Springsteen la sequenza di apertura del film, chiedendo di comporre un brano che potesse accompagnare le immagini. Springsteen si mise al lavoro nello studio della sua casa del New Jersey, lo stesso dove anni prima aveva composto e registrato Nebraska, basandosi sul alcune liriche che aveva già scritto in precedenza sulla morte prematura di un suo caro amico. Tuttavia, per quanto ci provasse, non riusciva a trovare un modo di bilanciare il testo con la musica, e riteneva che il suo approccio rock non fosse adatto al genere di pellicola.

Alla fine, dopo svariati tentativi, mandò a Demme la versione della canzone che riteneva migliore, avvertendolo, però, che si trattava solo di una demo incompiuta, che sarebbe stato meglio scartare. Il regista, invece, appena ascoltò Streets Of Philadelphia se ne innamorò follemente e decise di inserirla così com’era nella colonna sonora del film. Ed ebbe ragione: oltre a vincere l’Oscar, il brano di Springsteen, si aggiudicò il Grammy Award nel 1995, giunse alla nona piazza di Billboard e fece sfracelli soprattutto in Europa, dove raggiunse la prima posizione in Italia, Francia e Germania, e la seconda in Inghilterra, diventando il singolo più venduto del Boss in terra d’Albione.

Anni dopo, al Tribeca Film Festival del 2017, Tom Hanks e Bruce Springsteen salirono sul palco per omaggiare Jonathan Demme, che era deceduto qualche giorno prima del festival, e per raccontare al pubblico i momenti cruciali del film e la genesi di Streets Of Philadelphia. Un intervento appassionato, che Tom Hanks concluse fra gli applausi affermando: “Se vuoi avere un grande momento in un film, assicurati che mettano su una canzone di Bruce Springsteen”.

 


 

 

Blackswan, martedì 12/12/2023

lunedì 11 dicembre 2023

BLACK PUMAS - CHRINICLES OF A DIAMOND (Ato Records/Pias, 2023)


I Black Pumas arrivano da Austin, Texas, e sono un progetto messo in piedi dal cantante Eric Burton e da Adrian Quesada (songwriter, chitarrista e produttore), la cui idea di musica pesca a piene mani dal r’n’b’ e dal soul, senza disdegnare però qualche incursione rockista e qualche pennellata dalle sfumature psichedeliche.

Un breve cappello introduttivo, questo, per indirizzare gli ascoltatori più distratti, anche se, in realtà, molto probabilmente, non ce ne sarebbe bisogno, dal momento che l’esordio della band texana, avvenuto nel 2019 con l’omonimo album, non è di quelli che sono passati inosservati. E’ vero, sono trascorsi ben quattro anni, funestati da pandemia e guerre, e, nel mondo della musica, soprattutto, quattro anni potrebbero anche pesare come decenni, considerando la rapidità con cui cambia la scena. Tuttavia, è altrettanto vero, che in questo periodo, la band ha cercato di battere un ferro caldissimo, attraverso remixe, deluxe edition e, appena è stato possibile, una valanga di concerti. Attività, queste, che hanno dato ulteriore visibilità a un album che si è portato a casa un disco d’oro con il singolo "Colors", ha ricevuto sette nomination ai Grammy Award, tra cui quella per il disco dell'anno, e ha accumulato oltre 450 milioni di stream.

Il nuovo Chronicles Of A Diamond segue il percorso tracciato dal suo predecessore e offre ancora una volta un pugno di canzoni che fonde senza sforzo soul classico e funk con una sensibilità indie contemporanea. L'album è attraversato da un lungo groove elegante, che dà vita a un'esperienza di ascolto ricca di emozione e musicalità, la voce di Burton è un continuo colpo al cuore, gronda di pura emozione e il suo timbro ricorda molto da vicino quello di un’icona black come Otis Redding, e la produzione di Quesada è ricca di arrangiamenti rigogliosi, ritmi serrati e da quell’intelligente senso per l’equilibrio sonoro che consente a ogni strumento di brillare.

"More Than A Love Song" è uno dei vertici del disco, apre la scaletta come un vero e proprio inno alla vita e all’amore, è traboccante di soul e di allegria, la prova vocale di Burton, ondivaga nella sua espressività, rende scintillante una canzone già di per sé perfetta, un gioiello di scrittura e profondità emotiva. "Ice Cream (Pay Phone)" è costruita sulla contrapposizione fra un riff di chitarra ruvido e il falsetto divertito di Burton, ha un cuore pop rock che si apre in uno dei ritornelli più allegri dell’album, mentre "Mrs Postman" è puro soul che si sviluppa morbido come il velluto su un ripetuto fraseggio pianistico dal tocco vagamente jazzy.  

Il duo, pur mantenendo un’impronta personale e identitaria nel suono, si diverte a mischiare le carte, ad aggiungere e togliere strumenti, a giocare sull’ambivalenza tra classicismo e modernità indie. Ecco, allora che "Angel" si spoglia di ogni orpello per concedersi nella sua nudità acustica e appassionata, mentre per converso la splendida "Gemini Sun" si srotola attraverso un’elettronica minacciosa e incalzante in tonalità minore, che si scioglie solo di fronte alla solare dolcezza del ritornello, in un repentino cambio rotta in cui è il timone di Burton a condurre in porto la nave.

Il finale di disco mette in mostra tutto il talento della band coi due migliori brani del lotto: l’avvolgente vapore psichedelico di "Tomorrow", ballatone soul segnato da un acidissimo solo di chitarra finale, e l’ipnotico post soul di "Rock And Roll", incalzante manifesto innodico (“Motivazione, innovazione, ispirazione, tentazione, Rock and Roll, Rock and Roll”) che nella sua apparente semplicità (ascoltare con attenzione la stupefacente bellezza dell’arrangiamento) raggiunge la vetta emotiva più alta del disco.

A Chronicles Of A Diamond mancano solo l’effetto sorpresa che ci aveva fatto sobbalzare sulla sedia ascoltando l’esordio, e una super hit come "Colors" (un singolo come "More Than A Love Song" è altrettanto bello, ma decisamente meno immediato). Eppure, anche questa nuova prova, forse più elegante e meno verace, è la conferma di una band capace di creare trame musicali spesso imprevedibili e sempre intriganti, che garantiscono un'esperienza di ascolto fluida ed emozionante.

Questo è un album che trascende i generi e il tempo, che cattura l’essenza del soul e del funk più classici, infondendola con uno spirito decisamente contemporaneo e un tocco di eccitante retro psichedelia. Un mix che oggi suona più strutturato e più consapevole, e che restituisce in raffinatezza ciò che ha tolto all’urgenza espressiva.

VOTO: 7,5

GENERE: Soul, Funk, R&B

 


 

 Blackswan, lunedì 11/12/2023

martedì 5 dicembre 2023

ENGLISHMAN IN NEW YORK - STING (A&M, 1987)

 


Terza traccia da …Nothing Like The Sun, secondo album solista di Sting pubblicato nel 1987, Englishman in New York fu scritta dall’ex Police ispirandosi alla vita dello scrittore e attore gay britannico Quentin Crisp e alle esperienze di emarginazione dallo stesso vissute in seguito alla sua omosessualità. Crisp si trasferì da Londra a New York nel 1986, e Sting, che già viveva nella grande mela, fece visita all’artista qualche tempo dopo. Tra i due si creò immediatamente feeling, e il cantante restò per tre giorni a casa di Crisp, ad ascoltare i racconti di costui su cosa significasse per un omosessuale vivere in una Gran Bretagna omofobica tra gli anni venti e sessanta. Sting rimase molto colpito dai racconti di Crisp (che compare anche nella videoclip del brano diretta da David Fincher), e decise così di dedicargli il pezzo, che conteneva la frase a lui ispirata: “Ci vuole un uomo per subire l'ignoranza e sorridere, sii te stesso a prescindere da ciò che dicono”.

La canzone fu pubblicata come singolo nel febbraio del 1988, raggiungendo la posizione numero 51 nel Regno Unito (da noi il brano venne certificato disco d’oro) e poi, ancora, nel 1990, in versione remix dal produttore olandese Ben Liebrand, raggiungendo questa volta la quindicesima piazza.

Englishman In New York possiede, però, anche altre personalissime implicazioni. Sting, dopo che si era trasferito a New York, sentiva maledettamente nostalgia di casa, e per combattere la tristezza, fin da subito, si mise alla ricerca di pub inglesi, che potessero in qualche modo fargli sentire il calore della propria cultura e delle proprie tradizioni. In quel periodo, pertanto, si recava spesso in un pub il sabato mattina per guardare le partite di calcio in diretta dall'Inghilterra via satellite, bere la birra inglese, mangiare la classica colazione britannica e incontrare i propri connazionali. Il brano, quindi, aveva anche lo scopo di esplorare i languori malinconici di chi vive lontano dalla propria patria, dai propri affetti, straniero in terra straniera. In tal senso, Sting sostiene che nella canzone, a un certo punto, sia possibile ascoltare God Save The Queen suonata in tonalità minore, e ha sempre trovato molto divertente che nessuno mai abbia colto questa sfumatura. Secondo la logica che anima il brano è del tutto plausibile che il bassista evocasse casa anche in questo modo. Non solo.

Sting, nel concepire la canzone, voleva che la stessa suonasse come un mix eclettico che trasmettesse tutti i vari suoni che si possono cogliere in una strada di New York.  Fu lo stesso ex Police a raccontarlo nel 1987 alla rivista Musician: “Tutto è iniziato come una sorta di cadenza reggae, poi ho aggiunto un bridge che sembrava classico, quindi ho messo i violini e i clavicembali, poi siamo passati a una sezione jazz. Volevo dare l'impressione di qualcuno che camminava per strada, passando davanti a diversi eventi musicali.

Vale la pena citare due particolari versioni della canzone, il cui significato calza a pennello per tutti coloro che si sentono stranieri nella grande mela. Ai Grammy Awards del 2018 Sting si è esibito insieme al musicista giamaicano Shaggy, con il quale, lo stesso anno, aveva pubblicato 44/876, un divertito e divertente album reggae a due voci. Nel momento di eseguire Englishman in New York, il ritornello cantato da Shaggy è diventato in “I'm a Jamaican in New York”.

Nel 2020, Shirazee, un musicista africano immigrato a New York, ha inciso la canzone con il titolo di "African In New York", modificando anche i testi per poter raccontare la sua personale esperienza nella metropoli statunitense. Sting ha talmente tanto apprezzato questa versione del suo brano, da invitare Shirazee a unirsi a lui per un remix di duetti intitolato "Englishman/African In New York", che hanno eseguito nel 2021 nella trasmissione Tiny Desk ospitati da NPR Music.

 


 

 

Blackswan, martedì 05/12/2023

lunedì 4 dicembre 2023

DIRTY HONEY - CAN'T FIND THE BRAKES (Dirt Records, 2023)

 


Vien da sé, iniziare questa recensione con una figurata chiamata alle armi che riunisca un popolo di appassionati sotto un’unica egida: amanti del classic rock di tutto il mondo unitevi! Sono tornati i losangelini Dirty Honey con un secondo album, Can't Find The Brakes, che non si limita a replicare la bellezza del loro omonimo esordio di due anni, ma mette la freccia e va in sorpasso, con un tiro pazzesco che annichilisce. Il piede pigiato sull’acceleratore delle chitarre, in una corsa senza freni, come recita il titolo dell’album, alludendo non solo alla rapida ascesa della band, ma anche alla capacità di plasmare un suono antico, rendendolo moderno e appetibile anche alle nuove generazioni.

Senza uscir di metafora, la band americana di strada ne ha già percorsa parecchia, se si pensa che nel 2019, praticamente sconosciuti e senza un contratto discografico, riuscirono a scalare le classifiche Mainstream Rock di Billborad fino alla prima piazza con il loro singolo When I’m Gone. Quindi, la seconda posizione raggiunta con l’album d’esordio, un exploit che ha aperto loro le porte di tanti tour come supporto ad autentiche icone quali Black Crowes, KISS e Guns N' Roses.

Insomma, la band, composta da Marc LaBelle (voce), John Notto (chitarra elettrica, acustica), Justin Smolian (basso, chitarra acustica) e Jaydon Bean (batteria) incarna l’autentico spirito di un rock 'n' roll crudo e puro, che inevitabilmente ha finito per allinearla con le grandi leggende del passato. Basta, infatti, dare un ascolto anche fugace ascolto di questo nuovo lavoro, per rendersi conto di quanto siano evidenti i riferimenti con gruppi storici quali Rolling Stones, Aerosmith, Led Zeppelin e Black Crowes.  La voce potente di Marc LaBelle, poi, ricorda molto da vicino quella di Robert Plant (ascoltate prima di dire che sto bestemmiando in chiesa), e i grandi riff rock blues delle chitarre possiedono un background antico, ma sono, tuttavia, infusi di moderna spavalderia e da un suono che, per quanto derivativo, mostra il tocco distintivo della band.   

Registrato all'inizio di questa primavera in Australia, Can't Find The Brakes è stato levigato nuovamente dalla mano del produttore Nick DiDia, già artefice del successo dell’esordio, circostanza, questa, che garantisce continuità di visione nell’evoluzione del suono. Un suono pazzesco per un album, dicevamo, vibrante, energico, per lunga parte tiratissimo.

Grandi canzoni, la prima delle quali, "Don’t Put Out The Fire", sgomma rapidissima verso l’esatto punto d’impatto fra Rolling Stones e Ac/Dc, voce graffiante, ritmica quadrata, splendido riff, linea di basso trascinante e armonie serrate ovunque.

Il singolo "Won’t Take Me Alive", uscito tempo fa, ha già infuocato le radio rock americane ed è pronto a liquefare anche le casse del vostro stereo. L’aggressivo riff di chitarra di Notto porta con sé il dna di Joe Perry, spinge la strofa verso un ritornello melodico orecchiabile, ed esplode in un assolo pazzesco, che infiamma ulteriormente una canzone da pogo sudatissimo.  I riff killer continuano senza soluzione di continuità, come nel groove paludoso di "Dirty Mind", altro brano in quota Aerosmith, che sfoggia anche una potentissima linea di basso e il ritornello più acchiappone del lotto, e nella velocità adrenalinica della title track, che ha la potenza di un treno merci lanciato a tutta forza contro i padiglioni auricolari dell’ascoltatore.

Non mancano tuttavia anche momenti più raccolti, come l’acustica "Coming Home", dolcissima e malinconica, o la struggente "You Make It Alright", ballatona in infusione miele liquerizia dalle fragranze southern alla Black Crowes, che mette in evidenza l’intenso falsetto di LaBelle e un tappeto vellutato di hammond, suonato da Ian Peres.

In scaletta, vale la pena segnalare anche le sciabolate slide di "Ride On", il mid tempo epico di "Roam", una sorta di "Nothing Else Matters" in cui LaBelle dimostra l’intera gamma espressiva della sua splendida voce, e la conclusiva "Rebel Son", il brano strutturalmente più complesso del disco (e anche il più lungo), la cui ossatura funky coagula in quasi sette minuti l’ampio spettro filologico della band (Led Zeppelin Black Crowes e Rolling Stones) spingendo la canzone verso un convulso ed eccitatissimo finale.

Oggi, essere giovani e suonare classic rock è quasi un atto rivoluzionario, una scelta coraggiosa e ostinata, che non guarda le classifiche, non si piega all’hype e alle mode, che sceglie la nicchia e la qualità invece di puntare al successo commerciale. I Dirty Honey sono, in tal senso, la testimonianza che oltre alle truppe indie, trap e hip hop, esiste anche una gioventù alternativa, che suona, che suda, che restituisce vigore a un genere troppo stesso dato per autoreferenziale e incapace di rinnovarsi. Il quartetto losangelino, invece, ha imboccato la strada giusta, sprinta alla grande e non ha paura di capottarsi. A tutta velocità, senza usare i freni, succeda quel che succeda. E’ l’autentico spirito che anima il rock, l’unica musica ancora in grado di fare da collante fra le generazioni. Un popolo in calo demografico, certo, ma ancora fiero e combattivo.

VOTO: 9

GENERE: Classic Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 04/12/2023