martedì 26 maggio 2026

Crippled Black Phoenix - Scaedulhelm (Season Of Mist, 2026)

 


Difficile poter definire i britannici Crippled Black Phoenix come una band. Sarebbe più appropriato il termine “porto di mare”, visto che introno alla figura del leader e ideatore del progetto, Justin Greaves, si sono avvicendati, tra componenti fissi e collaboratori, almeno una cinquantina di musicisti. Eppure, nonostante il via vai iniziato nel 2007, l’ensemble ha pubblicato ben tredici dischi in studio tutti ispirati da idee chiarissime e da un livello di scrittura alto.

L’idea di fondo è quella di convogliare in un mix eccentrico e sperimentale svariati e disparati generi (post punk, alternative rock, psichedelia, ambient, post rock, elettronica, etc.) alla ricerca di un connubio quanto più oscuro, inquietante e drammatico possibile.

I contorni sfumati del progetto e l’eterogeneità di una line up in continuo divenire non hanno mai fatto scricchiolare, però, la coerenza di fondo di una musica che torna, più ispirata che mai, in questo nuovo Sceaduhelm (in inglese arcaico “elmo dell’ombra”), un disco composto da dodici canzoni che, come evoca il titolo, si muovono nel cuore della notte, quando il buio ghermisce l’anima, genera fantasmi, induce a riflessioni esistenziali decisive.

Scritto e registrato tra il 2023 e il 2025, Sceaduhelm si addentra nella psiche umana per esaminare l'erosione emotiva, la stanchezza e il silenzio che preannuncia un drammatico crollo. Più che un concept album tradizionale, il disco si dispiega come uno spazio psicologico unitario, dove ripetizione, introspezione e inquietudine hanno lo stesso peso della melodia. Le composizioni privilegiano le lente progressioni e una sensazione di tensione irrisolta, tenendo a distanza l’ipotesi di una catarsi in favore della narrazione sul percorso per arrivarci.

Le voci sono condivise da Belinda Kordic, Ryan Patterson e Justin Storms, ognuno dei quali offre una prospettiva distinta ma complementare all'interno dello stesso terreno emotivo. Temi come il burnout, la memoria, l’alienazione, la deriva etica, la violenza contro i vulnerabili e la fine di un amore affiorano nell’ascolto senza enfasi o spettacolarizzazione, ma come un esiziale stillicidio.

 

Una musica oscura, instabile e ipnotica che lascia ben poco spazio alla luce del sole, per preferire costruzioni ansiogene, come nell’incipit "One Man Wall of Death", un crescendo post rock che si veste di elettricità, mentre inquietanti voci in sottofondo (stralci di conversazioni, programmi tv, film, risate: una costante della scaletta) creano un profondo turbamento.

"Ravenettes" accelera il passo con la sua energica rabbia post punk, la bella voce della Kordic si fa strada fra riff pesanti e un clima di imminente fine del mondo. "Things Start Falling Apart" cambia di nuovo direzione, accendendo il disco di agra malinconia, pur sollevando le trame melodiche verso l’alto di un cunicolo, in cui filtra la luce del cielo.

E’ il preludio per uno dei brani migliori del lotto, la lunga "No Epitaph/The Precipice", che inizia acustica e cupa, come potrebbe suonare un brano di Steve Von Till, e poi cresce di elettricità, aprendosi a un riff di chitarra di settantiana memoria.

Un suono slabbrato di chitarra e le consuete voci fuori campo, rendono "The Void" il brano più allucinato e respingente del lotto, almeno prima che un riff di synth dolcissimo abbassi un poco la tensione. Una parentesi strumentale che fa spazio alle basse frequenze della new wave nervosa di "Hollows End" e alle corpose note di basso di "Dropout", un brano che abbina elettronica e voci eteree in un magma stordente.

 

C’è un’importante coerenza di fondo in questa scaletta, a cui manca luce, in cui le melodie emergono da un suono pesante, drammatico e oltre modo cupo, come avviene nel cadenzato goth rock di "Vampire Grave", un brano tirato e scartavetrato da chitarre in odor di zolfo, o nel mid tempo di Colder and Colder, apoteosi post punk di lacrime e disperazione.

"Under the Eye" è accarezzata dalla voce toccante della Kordic, che si accompagna a note di pianoforte sconsolate, ed è un altro tassello della storia. Che continua con "Tired to the Bone", una delicatezza di morbido post rock che, finalmente, dopo tanta pioggia, apre a un tenue chiarore emotivo, grazie alla voce carezzevole ed eterea della Kordic.

Ma è solo un attimo: gli otto minuti abbondanti di "Beautiful Destroyer" sono strattonati da un riff doom verso atmosfere catacombali. La canzone suona come il sipario finale su un mondo impazzito, e mentre le ultime note svaniscono, svanisce anche la speranza, spenta dall’eco di un funesto clangore.

Alcuni, sfibrati dall’ascolto, potranno trovare Sceaduhelm un disco troppo cupo e troppo lungo, proprio in virtù della disperazione che veicola. Eppure, se si accetta l’assunto che la musica, così come tutta l’arte, possa (o debba) riflettere in qualche modo i tempi in cui viene generata, ecco allora che ci troviamo di fronte a un’opera che fotografa con straniante nitore tutta la sofferenza del mondo che ci circonda. Fa male, ma non è un difetto: è solo la tragica realtà dell’esistenza. 

Voto: 8

Genere: Post Punk, New Wave, Post Rock, Alternative




Blackswan, martedì 26/05/2026

lunedì 25 maggio 2026

Helter Skelter - The Beatles (Apple, 1968)

 


Il panorama musicale degli anni ’60 è connotato da un surplus di ispirazione, dalla volontà di sperimentare, alzando sempre più l’asticella, dalla necessità, per distinguere la proposta, di cercare sempre nuove forme espressive.

In Inghilterra, ma non solo (vedi i Beach Boys negli Stati Uniti e la nouvelle vogue psichedelica che parte da San Francisco), grandi band nascono come funghi, e si danno battaglia sul campo della creatività, innescando la miccia per una scena ricca, variegata ed esplosiva.

Così, Paul McCartney, una delle menti geniali a capo del quartetto più seminale della storia, dopo aver letto un'intervista a Pete Townshend, che descriveva "I Can See For Miles" (dall’album The Who Sell Out del 1967) come "il rock 'n' roll più rauco, la cosa più sporca che gli Who avessero mai fatto", fu pungolato nell’orgoglio e decise di mettersi alla prova e di scrivere un pezzo rock che fosse ancora più rumoroso, più cattivo e più sudato. Il risultato di questa sfida a distanza fu la leggendaria "Helter Skelter", canzone che alcuni storici della musica popolare ritengono abbia avuto un'influenza fondamentale sullo sviluppo dell'heavy metal.

In un’intervista alla rivista Mojo, rilasciata, nell'ottobre 2008, McCartney dichiarò: "Mi è bastato leggere quelle righe (dell'intervista a Townshend) per accendere l’immaginazione. Ho pensato: 'Bene, hanno creato quello che ritengono sia il suono più rumoroso e sporco e lo faremo anche noi, ma come lo pensiamo noi. Sono andato in studio e ho detto ai ragazzi: guardate, ho questa canzone, ma Pete ha detto questo e io voglio farla ancora più sporca.

 

La prima versione di "Helter Skelter", registrata durante le sessioni del 18 luglio del 1968, era una jam di 27 minuti, più lenta rispetto alla versione del disco, che non fu mai pubblicata. Un'altra registrazione dello stesso giorno fu ridotta a quattro minuti e trentasette secondi e poi inserita in The Beatles Anthology, Volume III. Per la versione dell'album, registrata il 9 settembre, furono, invece, effettuati ben 21 take di circa 5 minuti ciascuna, e l'ultima di queste è quella che è  poiconfluita su disco.

Ringo suonava la batteria con tanta forza, che il suo grido "Ho le vesciche sulle dita!" che accompagna la dissolvenza finale, fu lasciato nella registrazione, come suggello per avvalorare la ferocia esecutiva del brano. Ringo spiegò l'accaduto al Miami Herald del 29 giugno 2008: "Il brano era in realtà molto lungo, e stavamo picchiando tantissimo. Era una jam session, in realtà, e alla fine, l'unico modo per prendere una pausa era gridare: 'Guarda, mi sanguinano le dita, devo alzarmi'. E ho deciso di urlarlo."

L’approccio del quartetto alla scrittura e alla registrazione era piuttosto cerebrale, i quattro, infatti, erano sempre disposti a sperimentare con suoni e stili diversi. L’intento è che ogni canzone scritta fosse diversa dall’altra, così i fab four evitavano di riciclare formule già usate, nonostante racchiudessero la chiave di un sicuro successo. In tal senso, "Helter Skelter", più ancora di tante altre composizioni sperimentali, risuona come una scheggia impazzita, un avamposto rumoristico, crudo e urlato, di molta musica che verrà prodotta nei decenni successivi.

Il titolo della canzone prende spunto dal nome di uno scivolo che era presente nei parco divertimenti britannici, e il primo verso del brano lo esplicita senza fraintendimenti: “Quando arrivo in fondo torno in cima allo scivolo, dove mi fermo, mi giro e faccio un giro”.

Eppure, nonostante questo spunto banalmente ludico, la canzone passerà alla storia per un tragico fatto di cronaca che nulla ha a che vedere con la musica.

Nel dicembre 1968, Charles Manson ascoltò questa canzone, così come altre del White Album, e la interpretò come un avvertimento di un'imminente guerra razziale. Vedeva i Beatles come i quattro angeli menzionati nel libro dell'Apocalisse del Nuovo Testamento e credeva che le loro canzoni stessero dicendo a lui e ai suoi seguaci di prepararsi. Manson si riferì a questa guerra futura proprio con il termine "Helter Skelter", e cercò di innescarla mandando i suoi seguaci ad assaltare due case e a ucciderne gli abitanti, facendola apparire come un'opera delle Pantere Nere.

Le case erano quelle del regista Roman Polanski, dove la sera del 9 agosto del 1969, persero la vita la di lui moglie, Sharon Tate, incinta di otto mesi, e alcuni invitati, e di Leno e Rosemay LaBianca (un dirigente d’azienda e sua moglie), massacrati la sera successiva.

La parola "Pig" (maiale) era scritta sulle scene del crimine col sangue delle vittime, e la frase "Healter Skelter" (un evidente errore di ortografia del titolo della canzone) era scarabocchiata sulle mura della seconda casa, quella dei Labianca.

Una curiosità. A causa di questo collegamento coi Beatles, il vice procuratore distrettuale di Los Angeles, Vincent Bugliosi, che guidò l'accusa contro Manson e gli altri assassini, intitolò il suo libro bestseller sugli omicidi proprio Helter Skelter.

 


 

 

Blackswan, lunedì 25/05/2026

giovedì 21 maggio 2026

Franck Thilliez - Treno Infernale Per L'angelo Rosso (Fazi, 2026)

 


Il commissario Franck Sharko è alle prese con il caso più difficile della sua carriera: la moglie Suzanne è scomparsa. Una sera non è tornata a casa, e da allora non ha più avuto sue notizie. Sono trascorsi sei mesi. Non un segno di vita, non una richiesta di riscatto. Ogni tentativo di ritrovarla si è rivelato infruttuoso. Dopo un lungo congedo, per Sharko è ora di tornare al lavoro e il suo primo incarico riguarda un omicidio avvenuto in un paesino non lontano da Parigi. In una casa isolata è stato rinvenuto il cadavere di una donna sospeso a mezz'aria con un sistema di corde e ganci, mutilato e ricomposto in una posa innaturale. Con l'aiuto della carismatica psicocriminologa Williams, del genio dell'informatica Serpetti e della vicina di casa Dudù Camelia, un'anziana guyanese con il misterioso dono delle visioni, Sharko cercherà di stanare il machiavellico assassino.

 

I fan dello scrittore francese conoscono bene la figura del commissario Franck Sharko, già protagonista di svariati romanzi e dell’ottimo 1991, pubblicato da Fazi non più tardi di un anno fa. Attenzione, però: in quel romanzo, Sharko era un giovane poliziotto alle prime armi che si vedeva suo malgrado invischiato in un efferato delitto; in Treno Infernale Per L’angelo Rosso, invece, il nostro eroe è diventato commissario, ed è un detective affermato ed esperto. L’arcano è subito svelato: il libro di cui parliamo è in assoluto il primo romanzo pubblicato da Thilliez ed il primo della saga dedicata a Sharko, mentre 1991 è stato l’ultimo a essere pubblicato in Italia, pur essendo una sorta di prequel di tutto quello che succederà dopo.

Fatto questo preambolo, Treno Infernale Per L’angelo Rosso (un titolo decisamente respingente), se da un lato, mette ben in evidenza le qualità ancora in nuce dello scrittore francese, dall’altro, risente di tutti i difetti di un’opera prima.

Intendiamoci: la trama (con qualche evidente forzatura) è ben costruita, i colpi di scena si sprecano e il protagonista, un uomo tormentato ed emotivamente distrutto dalla scomparsa della moglie Suzanne, è ben delineato sotto il profilo psicologico. Il libro scorre alla grande e, per quanto i più arguti riusciranno a scoprire l’assassino prima che ce lo sveli l’autore, la tensione, l’adrenalina e il ritmo tengono desta l’attenzione fino alle pagine finali.

Tuttavia, l’insistenza sugli aspetti macabri della vicenda, la dovizia di particolari con cui vengono descritti i supplizi a cui sono sottoposte le povere vittime (siamo dalle parti di American Psycho di Bret Easton Ellis) sconfinano spesso nel grandguignolesco, e risultano eccessivi e poco funzionali alla trama, il cui mood è già reso cupissimo dai tormenti del protagonista e dall’abominio del tema trattato (che è quello degli snuff movie).

In futuro, Thilliez farà sicuramente meglio, anche sotto il profilo della prosa che, in queste quasi quattrocento pagine, ogni tanto zoppica, soprattutto nei dialoghi, non tutti all’altezza di un romanzo altrimenti ispirato. Errori di gioventù, ma adeguatamente compensati da una storia che intriga e che scorre veloce verso un finale risaputo ma comunque elettrizzante.

 

Blackswan, giovedì 21/05/2026

martedì 19 maggio 2026

John Corabi - New Day (Frontiers, 2026)

 


John Corabi è una vecchia volpe del panorama rock americano, ad aprile ha compiuto 67 anni e, nel corso dei decenni, il cantante e chitarrista originario di Filadelfia ha costruito una carriera rock' n' roll che molti possono solo sognare. Dagli Scream al suo periodo come frontman dei Motley Crue durante una delle fasi più di transizione della band, John Corabi vanta un curriculum di tutto rispetto. A ciò si aggiungono gli Union, il suo progetto con Bruce Kulick, le collaborazioni con i Ratt (come chitarrista), i Dead Daisies e innumerevoli altri progetti, a dimostrazione della sua solida reputazione di musicista di grande talento.

Ha atteso una vita, però, per pubblicare il suo album di debutto da solista intitolato New Day, realizzando un sogno che coltiva fin dagli inizi della sua carriera: un album che fondesse influenze rock, soul e blues classiche degli anni '70 in un sound che risultasse senza tempo e profondamente personale, mettendo in evidenza un centrato connubio fra la sua voce autorevole, testi sinceri e una notevole capacità compositiva.

Nell'album, John è affiancato da un parterre de roi composto da Marti Frederiksen (cori, chitarre, pianoforte), Evan Frederiksen (batteria e basso), Richard Fortus (Guns N' Roses) alla chitarra solista, Paul Taylor (Winger, Steve Perry) al pianoforte, all'organo e al clavinet, e Charlie Starr (Blackberry Smoke) che contribuisce con la propria sei corde. Come ci si potrebbe aspettare, questo straordinario ensemble offre un suono organico, una prestazione tecnicamente impeccabile, splendide interazioni melodiche e una botta di energia traboccante di sentimento.

L'album si apre con la title track, un brano dal tiro dritto e diretto ammantato da un'atmosfera nostalgica costruita su arrangiamenti rock ricchi e stratificati. È un viaggio senza tempo nel cuore del rock della West Coast, ispirato alla grandiosità melodica dei primi Boston. Una canzone allegra e ottimista che invita a godersi la vita, apprezzando le piccole cose. "That Memory", scritta con l’amico Charlie Starr, mantiene viva quell'atmosfera sudista energica e spensierata, mettendo in mostra un esuberante interplay fra le chitarre e un paio di assoli esaltanti. "Faith, Hope And Love" abbassa il tono della scaletta, è un lento blues di quattro battute non particolarmente originale, ma semplicemente ben assemblato, e con echi che rimandano ai Black Crowes.  

"When I Was Young" è uno dei momenti più toccanti dell’album, un brano in cui il cantante riflette sull'avanzare dell'età e rievoca gli alti e bassi della sua vita, mentre chitarre elettriche e acustiche creano un’atmosfera emotivamente coinvolgente.

La band è affiatatissima e sembra si diverta da morire a rispolverare questo suono classico, che Corabi rivitalizza con una scrittura solida e ispirata, come evidente in "One More Shot" con il suo groove funky intriso di sudore, che ricorda il grande Bob Seger, o la successiva "1969", un pezzo rock graffiante che riannoda i fili della storia con i leggendari Creedence Clearwater Revival.

"Laurel" è, invece, una ballata virile, possiede un tocco di epica e un atmosfera senza tempo, grazie alle armonie fluide della band e un ritmo country rock in tonalità minore che seduce con un tocco di malinconia, "Good To Be Back Here Again" scava più a fondo nelle sonorità country-blues tipiche del Sud, mentre "Love That’ll Never Be" continua a tenere il passo lento grazie a un’azzeccata melodia e a una spolverata d’archi. Tutto derivativo e già sentito, ma fatto benissimo.

"Cosi Bella" (titolo in italiano) è un divertito brano soul e ricco di sonorità honky-tonk arricchito da una sezione di fiati nella parte centrale, suona un po' sdolcinato, anche se viene salvato da un gustoso assolo di chitarra verso la fine. Molto meglio i due brani che chiudono la scaletta, "Your Own Worst Enemy", che possiede un bel tiro funky che ci riporta ancora tra i solchi di un disco dei Black Crowes, e "Everyday People" un rock leggero e divertente che conduce il disco verso atmosfere west coast.  

Corabi ha impiegato una vita a realizzare il disco che aveva in testa da un bel po’, ha lasciato che il tempo passasse per affinare le idee e scrivere dodici canzoni che respirassero dal profondo il vero spirito del rock americano: il risultato è meglio di quanto potessimo aspettarci e New Day regala autenticità, melodie e un concentrato di conoscenza filologica esibita con passione e puro amore per il genere.

Voto: 7,5

Genere: Rock

 


 

 Blackswan, martedì 19/05/2026

 

lunedì 18 maggio 2026

Perfect Kiss - New Order (Factory, 1985)

 


Dopo la tragica scomparsa di Ian Curtis, i Joy Division si sciolsero e i New Order risorsero dalla cenere, come la leggendaria fenice. Una reazione di pancia, una scelta istintiva: andare avanti per omaggiare la memoria dell’amico Ian Curtis, andare avanti per sparigliare le carte di un destino malevolo, continuare, nonostante tutto, cercando nella musica un lenimento, una pozione salvifica per lasciarsi alle spalle il dolore di una tragedia immane.

Pur mantenendo inizialmente un'impronta musicale molto aderente allo stile della precedente formazione, d'altra parte per tre quarti uguale alla nuova (rielaborarono anche alcune canzoni scritte da Curtis prima di morire), i New Order svilupparono presto un loro sound distintivo, affrancandosi dall'immaginario post punk e new wave, per approdare a un suono più elettronico, dance e pop.

Non aveva, infatti, senso continuare come Joy Division, il male di vivere e la disperata visione del leader erano morte con lui. I New Order sarebbero stati la band della luce come i Joy Division lo erano stati del crepuscolo: alla notte curtisiana contrapponevano il giorno, al buio, i colori e la luce.

 

Anche se all’inizio, come accennato, il loro sound era ancora molto legato allo stile dark e melancolico che caratterizzava la loro precedente incarnazione, nel 1985, quando pubblicarono l'album Low-Life, era chiaro che i New Order avevano pienamente rifinito la loro arte, con un sound techno-pop e ritmi synth che li rese una delle band più influenti e acclamate del decennio.

"The Perfect Kiss" è il primo singolo estratto dall'album, un brano fondamentale nella storia del gruppo, che rilancia e rinnova la struttura di "Blue Monday" (la loro signature song pubblicata nel 1983) verso dimensioni ancora più epiche e sofisticate.

I temi gemelli dell'amore e della morte riecheggiano nel nucleo centrale delle liriche. In tal senso, il verso "We believe in a land of love" rivela un desiderio di pacificazione e armonia, mentre "the perfect kiss is the kiss of death" allude alla nostra inesorabile mortalità. 

“Facendo finta di non vedere la sua pistola

Ho detto: "Usciamo e divertiamoci un po''

Questi versi si riferiscono a un episodio accaduto durante una visita occasionale della band a casa di un uomo conosciuto negli Stati Uniti. L’idea era quella di rinfrescarsi e cambiarsi prima di uscire a fare serata per locali, ma l’uomo tirò fuori da sotto il letto il suo arsenale di armi da fuoco, terrorizzando non poco i quattro musicisti, che volevano solo andare a divertirsi.

Il fantasma di Ian Curtis, tuttavia, continua, inevitabilmente, a materializzarsi, è difficile tenere nascosta la sua pesante eredità. 

 

Hai buttato via la tua unica possibilità di essere qui oggi

Poi scoppia una rissa nella tua strada

Perdi un altro cuore spezzato in una terra di carne

Amico mio, ha esalato l'ultimo respiro” 

 

Queste liriche drammatiche fanno probabilmente riferimento alla relazione di Ian Curtis con la giornalista belga Annik Honoré, la liaison che distrusse definitivamente il suo rapporto con la moglie, Deborah Woodruff. Curtis era apparentemente consumato dal senso di colpa a causa di questo amore galeotto, e ciò potrebbe aver contribuito al suo suicidio.

Il complesso arrangiamento del brano include diversi effetti sonori. Ad esempio, il bridge è adornato da rane che gracidano placidamente. una scelta voluta per omaggiare la fiaba senza tempo, in cui una principessa bacia un ranocchio e questi si trasforma in un bel principe: ecco il "bacio perfetto". 

Il video che accompagna la canzone si deve al regista americano Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti, Philadelphia), mentre Henri Alekan, il cameraman di Jean Cocteau, si è occupato della fotografia.

Il clip, che mostra la band suonare il brano dall'inizio alla fine nella sala prove, venne filmato in un ex showroom a Salford, dove un tempo si riparavano cucine a gas. Un posto malsano, illuminato da nove lucernari, che Demme, però, fece togliere per per avere più luce sul set. Una scelta che fece la felicità della feccia di Salford, che durante i giorni della lavorazione, si intrufò nello showroom, rubando tutto quello che si poteva rubare. I lucernari vennero quindi chiusi con del cemento, e la band, durante le registrazioni, non vide più la luce del giorno.

 


 

 

Blackswan, lunedì 18/05/2026

giovedì 14 maggio 2026

The Sheepdogs - Keep Out Of The Storm (Right On Records, 2026)

 


Salvo, forse, che per gli appassionati di rock americano, il nome degli Sheepdogs è poco noto alle nostre latitudini, nonostante la band, che in realtà è canadese, sia in circolazione ormai da quasi vent’anni ed abbia all’attivo, compresa questa ultima fatica, nove album e un pugno di EP. A dispetto di alcuni importanti cambi di line up, la band, infatti, ha sempre tenuto botta, mantenendo la barra dritta e pubblicando album di qualità in modo regolare.

Il quartetto originario di Saskatoon è fin dagli esordi interprete di un rock classico e senza fronzoli, che funziona, e funziona dannatamente bene. Il loro sound affonda le radici in quei dischi senza tempo che gli amanti del rock continuano ad ascoltare, quei capolavori che non perdono un briciolo del loro fascino nonostante il tempo che passa. Lo stile della band è di quelli che non stancano mai: riff e assoli di chitarra intricati, tastiere analogiche, una sezione ritmica che pulsa con determinazione e ricche armonie vocali, il tutto al servizio di canzoni finemente cesellate che risultano immediatamente familiari, anche quando sono nuove di zecca.

A metà strada tra i Lynyrd Skynyrd, gli Allman Brothers Band, gli Eagles e i CS&N, gli Sheepdogs trovano un equilibrio tra carattere vintage ed energia contemporanea. Una formula vincente, perfezionata e affinata, sulla quale è costruito anche questo nuovo Keep Out Of The Storm, il primo disco che vede alla chitarra Ricky Paquette al posto del dimissionario Jimmy Bowskill, ed il primo disco senza il batterista fondatore Sam Corbett, il cui ruolo è stato ricoperto da sessionisti arruolati per l’occasione.

In scaletta, come di consueto, un filotto di brani vintage, attraversati dalla freschezza e dall’entusiasmo di chi suona come se si trovasse sempre sul palco, alle prese con una torrenziale jam.

Canzoni che indossano gli abiti di futuri classici del loro repertorio: "All I Wanna Do" è un hard rock in puro stile Southern con riff alla Skynyrd e assoli grintosi, "Bad For Your Health" guarda dalle parti dei Doctor & The Medics con chitarre distorte e un hammond psichedelico. Ma ancor più che nei precedenti album, i The Sheepdogs ampliano il loro sound di base: la title track riannoda i fili con la musica di Tom Petty, riletta in versione hard, mentre "I Do" è puro power pop trainato da un ritornello che si manda a memoria in un nano secondo.

Anche allargando la loro tavolozza sonora, il sound rimane, però, inconfondibilmente quello dei The Sheepdogs: la band ha trovato il suo stile molto tempo fa e oggi lo replica con chiarezza d’intenti e obbiettivi chiari.

Nonostante la sensazione di presa diretta e improvvisazione jam, la maggior parte dei brani è breve e concisa, le melodie sono essenziali e senza fronzoli, anche se a volte un maggior minutaggio, come nella lenta e lisergica "Take A Look At Me Riding", che profuma di Stephen Stills a chilometri di distanza, o nella conclusiva, sudista e innodica "Out All Night", avrebbe prolungato l’indiscusso godimento.

Keep Out Of The Storm suona caldo e invitante, classicissimo ma senza paludamenti filologici. E’ una gran festa fra amici che si ritrovano a suonare con divertito entusiasmo la musica che hanno sempre amato. E lo fanno tra una birra e l’altra, tra una risata e l’altra, consapevoli di non cambiare il corso della storia, ma certi di entrare nelle case dei fan con canzoni che rinnovano con sincerità quell’immutato rituale rock’n’roll, che ci spinge a comprare dischi e a suonarli ad alto volume. Per sentirci sempre giovani. Nonostante tutto.

Voto: 8

Genere: Rock

 


 


Blackswan. giovedì 14/05/2026

martedì 12 maggio 2026

Free Bird - Lynyrd Skynyrd (MCA, 1973)

 


Non è solo uno dei più grandi classici del rock a stelle e strisce, ma difficilmente troverete una canzone rock con un impatto emotivo e culturale (per gli americani, ovviamente) maggiore di "Free Bird".

Il brano è apprezzabile al meglio nella versione dell'album, che dura nove minuti circa, con l'ultimo verso pronunciato dopo cinque minuti ("vola alto, uccello libero, sì"), e gli ultimi quattro minuti dedicati a quello che può essere definito il passaggio strumentale più famoso della storia: tre chitarristi, Allen Collins, Ed King e Gary Rossington, e una teoria di assoli a dir poco fantastica.

"Free Bird", inizialmente, nacque come una ballata senza gli assoli di chitarra finali, e i Lynyrd Skynyrd la registrarono in questo modo per la prima volta nel 1972. Il chitarrista Allen Collins aveva lavorato al brano a intermittenza per i due anni precedenti. Al momento della registrazione, la canzone durava solo sette minuti e mezzo, ma per tutto l'anno successivo Collins continuò a perfezionarla fino a quando non fu registrata per la versione finale inclusa Pronounced Leh-nerd Skin-nerd nel 1973.

Collins scrisse la musica molto prima che Ronnie Van Zant ne scrivesse le liriche. Van Zant trovò finalmente l'ispirazione una sera e la fece suonare a Collins e Gary Rossington più e più volte, finché non ne scrisse il testo. 

Molti fan pensavano che "Free Bird" fosse un tributo al chitarrista degli Allman Brothers Band, Duane Allman, morto nel 1971, due anni prima della pubblicazione della canzone. E’ vero che gli Skynyrd, a volte, la dedicavano ad Allman durante i concerti, ma il brano fu scritto molto prima della sua morte e non riguardava affatto Allman.

In realtà, "Free Bird" è una canzone che racconta di un amore vacillante, perché il protagonista non sembra intenzionato a impegnarsi seriamente e preferisce volare libero come un uccello. Il verso iniziale, "Se me ne andassi domani, ti ricorderesti ancora di me?", fu, infatti, pronunciato dalla fidanzata del chitarrista Allen Collins, Kathy, che gli aveva posto proprio questa domanda durante una loro accesa discussione, dovuta alla superficialità con cui il musicista affrontava la relazione. 

 

"Se me ne andassi domani

Ti ricorderesti ancora di me?

Perché devo continuare a viaggiare, ora

Perché ci sono troppi posti che devo vedere

Ma se restassi qui con te, ragazza

Le cose non potrebbero essere le stesse

Perché ora sono libero come un uccello

E questo uccello non puoi cambiare"

 

Nonostante il testo sia chiarissimo, la canzone, però, ha assunto significati diversi per persone diverse. E’ una canzone d’amore, delle poche mai scritte dai Lynyrd Skynyrd, ma negli States viene spesso suonata ai funerali o, anche, durante le feste di laurea.

Sia la band che la loro etichetta discografica non avevano idea che "Free Bird" avrebbe raggiunto tali vette di popolarità. Infatti, alcuni dirigenti dell'etichetta (MCA) non la volevano nell'album, pensando che fosse troppo lunga per essere trasmessa in radio. I Lynyrd, però, fecero fronte comune e si assicurarono che il brano fosse incluso nel disco, anche se non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventato così leggendario.

Il montaggio radiofonico della canzone ne ha ridotto la lunghezza a quattro minuti e quarantun secondi, con la coda strumentale ridotta a circa un minuto. Il che, ovviamente, fa perdere tutta la sua iconica bellezza alla canzone, che dal vivo può allungarsi a dismisura, a secondo dell’ispirazione dei musicisti.

Eppure, oggi, con l'accorciarsi della soglia di attenzione a causa dell’uso smodato dei cellulari e dei social, e del calo della domanda di assoli di chitarra molto lunghi, la fama di "Free Bird" è un po' scemata, lasciando lo scettro della popolarità alla più compatta "Sweet Home Alabama", che ha circa il doppio degli streaming totali di "Free Bird".

Per tradizione, questo brano veniva suonato sempre alla fine dei concerti, ingenerando fra i fan una spasmodica attesa, che il pubblico sfogava richiedendo ad alta voce “Free Bird!”. Questa richiesta, negli States, nel tempo è diventata una battuta da concerto (di qualunque artista si tratti), e non è difficile, nei momenti di pausa fra un brano e l’altro, sentire qualcuno che rompe il silenzio invocandone l’esecuzione (e talvolta venendo anche accontentato).

I Lynyrd Skynyd conobbero una fine improvvisa e tragica all'apice del loro successo, quando l'aereo della band si schiantò mentre si recavano per uno show a Baton Rouge, in Louisiana, nel 1977. Il cantante Ronnie Van Zant morì insieme al chitarrista Steve Gaines, e altri membri della band rimasero gravemente feriti. Gli Skynyd si riformarono nel 1987, con il fratello di Ronnie, Johnny Van Zant, che subentrò come frontman. All’inizio, eseguire la canzone fu molto emozionante per Johnny, che per un periodo non la cantò più: la band la suonava come strumentale e il pubblico ne cantava le parole.

Una curiosità. Questo classico del southern rock è stato prodotto da un nordista, Al Kooper, che era entrato in contatto con la band un anno prima, durante un concerto ad Atlanta. Kooper, uno dei membri fondatori dei Blood, Sweat & Tears, era originario di Brooklyn, New York, ma riuscì a entrare in perfetta sintonia con gli Skynyrd, plasmando il loro sound per renderlo più appetibile senza tuttavia diluirne gli afrori sudisti.

Ecco un esempio. Nonostante la presenza di tre chitarristi, "Free Bird" si apre con un organo come strumento principale, dando così alle chitarre un maggiore impatto al loro ingresso. Nelle prime versioni del brano, questa sezione era suonata al pianoforte (strumento usato poi dal vivo), ma Al Kooper convinse la band che l'organo fosse la strada giusta da percorrere, e fu lui stesso a suonare lo strumento nel brano, accreditandosi sull'album come "Roosevelt Gook".

 


 

 

Blackswan, martedì 12/05/2026

lunedì 11 maggio 2026

Corrosion Of Conformity - Good God/Baad Man (Nuclear Blast Records, 2026)

 


Tetragoni a tutto, i Corrosion Of Conformity hanno attraversato i quattro decenni della loro storia, facendo strenua resistenza agli accidenti della vita, al tempo che passa e al mondo che cambia. Dall’esordio datato 1984, Eye For An Eye, fino a oggi, la band statunitense ha assistito a numerosi cambia di line up, ha pianto la perdita del batterista, amico e co-fondatore Reed Mulin e subito l’abbandono del bassista Mike Dean, ha superato una pandemia senza perdere la barra della creatività, e ha resistito, con pertinacia, al proliferare di nuove mode e nuovi hype.

Così, dopo ben otto anni dall’ultimo e ottimo No Cross No Crown, e superstiti Pepper Keenan e Woody Weatherman (coadiuvati da Bobby Landgraf al basso e Stanton Moore alla batteria) hanno tenacemente tenuto botta, per ripresentarsi davanti ai numerosi fan con questo Good God Baad Man, un lavoro che forse definire monumentale è troppo, ma che di sicuro si presenta come opera corposa, divisa in due ipotetici dischi, nel quale confluiscono le diverse nature di un gruppo che, nel corso degli anni, ha masticato con consapevolezza doom, stoner, sludge, hardcore, thrash, psych e southern rock, in una miscela magmatica e incandescente.

Good God Baad Man non è, quindi, semplicemente un nuovo album, ma la certificazione di una band che è orgogliosa della propria versatilità e che, probabilmente, sentiva il bisogno di mettere un punto fermo alla propria carriera ed esibire a tutti, concentrandolo in quattordici canzoni, il proprio irresistibile e variegato songbook.

Tanti brani e molta eterogeneità hanno spinto i due leader a cercare una quadra, a regolare il caos creativo tramite un compromesso che permettesse al numeroso materiale di avere un senso compiuto. Ecco, allora, i due dischi, con due titoli diversi. Il primo (Good God) divampa come un incendio ed è composto da sei brani che affondano le radici nell'aggressività hardcore, doom e heavy psych della band: riff potenti, batteria pestata ma dinamica, un'attitudine al massimo. Il secondo (Baad Man) è meno pesante, più asciutto: otto brani che insufflano i miasmi del Mississippi, incanalando Grand Funk Railroad, ZZ Top e Lynyrd Skynyrd nella classica struttura compositiva dei COC.

La band viaggia che è un piacere: le chitarre di Woody Weatherman e Pepper Keenan possiedono il consueto impatto “corrosivo”, la voce di quest’ultimo è sporca, aggressiva e beffarda, Stanton Moore è un batterista di altissimo livello, il suo background conferisce ai groove una fluidità tale da impedire ai brani più pesanti di risultare troppo pachidermici, mentre il basso di Bobby "Rock" Landgraf è preciso dove serve e sciolto e aggressivo dove il brano lo richiede.

Good God si apre con "Good God? / Final Dawn", un brano in due parti che dichiara subito le intenzioni della band. Il riff è diretto e fisico e non c'è tempo per i preamboli e abbellimenti: questi sono i COC nella loro versione più intransigente, quella degli esordi, per intenderci. "You or Me" è una delle bombe del disco: groove travolgente, ma a ritmo medio, che non molla mai la presa e che vede Keenan in una delle sue migliori performance, grazie a quel timbro minaccioso così incredibilmente verace. "Gimme Some Moore", il primo singolo pubblicato, vede il contributo vocale di Al Jourgensen dei Ministry ed è l richiamo più diretto alle radici hardcore dei COC degli esordi: grezzo, energico, volutamente ruvido, espressione di un'energia che sembra quella di una band che suona veloce perché può ancora permetterselo.

"The Handler" e "Bedouin's Hand" mantengono alta l'intensità nella parte centrale del disco, sventolando la bandiera dello stoner doom, mentre "Run for Your Life" chiude Good God con dieci minuti di uno psych rock allucinato e di matrice settantiana.

Il cambio di registro in Baad Man è evidente ma non stridente, merito dell’ottima produzione di Warren Riker che ha saputo coniugare con sapienza le diverse anime della band in un suono decisamente coeso. Non si tratta, però, di un sound completamente nuovo, dal momento che lo si è già intravisto in Deliverance e in America's Volume Dealer, e ora qui sviluppato più compiutamente.

"Baad Man" (il brano) apre il secondo disco con un ritmo lento ma incalzante che comunica immediatamente il cambio di tono. Ciò che segue è la sensibilità musicale dei COC che filtra il suono classico di band come Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers e gli ZZ Top dei tempi d'oro. "Mandra Sonos" si sviluppa su un'atmosfera swing, quasi psichedelica, "Loose Yourself" esibisce un riff stellare, "Asleep on the Killing Floor" è southern rock in collisione coi Sabbath, "Swallowing the Anchor" e "Brickman", questa in odore Lynyrd Skynyrd, sono i brani strutturalmente più memorabili del disco, costruiti su quel tipo di istinto melodico che la band aveva sviluppato con il materiale dell'era Deliverance, ma qui applicato con meno preoccupazione per l'appeal commerciale. "Forever Amplified" chiude l'album con una nota di autentico peso emotivo, tra afrori pscihedelici e un mood che resta acido e sporchissimo.

È impossibile ascoltare questo disco senza pensare a Reed Mullin. Keenan è stato esplicito al riguardo: "Con molte di queste canzoni, stiamo cercando di rendere orgoglioso Reed Mullin". Questo onere è presente in tutto l'album, ma non lo fa scadere nel mero progetto di elaborazione del lutto. Good God / Baad Man è, semmai, il manifesto musicale creato da chi ha trovato la forza di andare avanti, nonostante tutto.

Good God / Baad Man offre ciò che promette, la storia di una band iconica racchiusa in due dischi: uno, Good God, è tra gli album heavy più urgenti che Keenan e Weatherman abbiano prodotto dagli anni ‘90, l’altro, Baad Man, è più libero e generoso, e punta sulla varietà piuttosto che sulla forza.Insieme, rappresentano l'intero spettro di ciò che il gruppo è ed è sempre stato. Semplicemente leggenda.

Voto: 8,5

Genere: Metal

 


 

 

Blackswan, lunedì 11/05/2026

giovedì 7 maggio 2026

Foo Fighters - Your Favorite Toy (Roswell Records/Sony, 2026)

 


Tre anni fa, But here We Are celebrava un mesto ritorno sulle scene da parte della band capitanata da Dave Grohl, un disco segnato dal dolore personale e collettivo per la dipartita del batterista Taylor Hawkins, compagno di line up e, soprattutto, amico. Pur non rinnegando in toto il consueto suono Foo Fighters, un arena rock debitore agli anni ’90 e caratterizzato dal connubio quasi simbiotico fra sportellate elettriche e ritornelli ad alto contenuto melodico, quell’album era segnato da una feroce malinconia, da una tristezza palpabile di un lutto che cercava la strada della rielaborazione, affidandosi ad alcune splendide ballate da groppo in gola.

Dopo tre anni, il dolore resta, e non potrebbe essere altrimenti, ma se nel predecessore un senso diffuso di mestizia segnava ogni nota della scaletta, Your Favorite Toy ritrova un impeto di vitalità, mai così rabbiosa. Sono sempre i Foo Fighters, ma qualcosa sembra essere cambiato. Il pilota automatico, che talvolta si percepiva nelle precedenti produzioni, è stato disattivato in favore di una guida spericolata, che affronta le curve, anche le più pericolose, alla massima velocità, infischiandosene del rischio di uscire fuori pista.

Siamo vivi e scalcianti, sembra voler dire Grohl, siamo una band che non sarà mai più quella di prima, che si è dovuta misurare con un vuoto incolmabile, che ha visto le profondità dell’abisso, e che ora ha investito tutto il dolore in un approccio diverso, più rumoroso, primitivo, feroce. Non manca, come sempre, l’aspetto melodico che ha contraddistinto il sound della band di Seattle fin dagli esordi, ma è decisamente secondario, quasi sfumato rispetto a un impeto che prende nuova linfa dall’hardcore punk.

Al centro della narrazione non c’è più l’arena, lo stadio, le grandi masse da sobillare con refrain di presa immediata, ma piccoli locali, scuri e umidi, in cui una giovane band cerca la gloria senza flirtare col compromesso.  

Questo approccio è già stato sperimentato in passato, ma mai come questa volta in modo così ardito da generare un caos più conciso e altrettanto sferragliante, che si snoda attraverso sequenze di accordi graffianti e distorti, linee melodiche tese, drammatiche e non di immediata assimilazione, e da una delle performance vocali più furenti di sempre.

Your Favorite Toy parte a razzo prima ancora che l’ascoltatore possa allacciare la cintura di sicurezza, aprendosi con una sequenza di brani esplosivi. Ad aprire le danze l’assalto all’arma bianca "Caught in The Echo", un brano trainato da un riff grunge essenziale e tagliente, che si snoda su livelli di drammaticità parossistica, accentuata ancor di più dal climax centrale che contiene il divampare delle fiamme con un surplus di nostalgica tensione.

"Of All People", che racconta dell’amarezza per quel dolore che non se ne va, e la title track sembrano pescare a piene mani da una rabbia hardcore abrasiva e definiscono il tono garage punk incendiario che informa il disco.

Sebbene il ricordo di Taylor rimarrà per sempre impresso nell'anima della band, questo album si presenta come una trionfale rinascita, pensata per andare avanti dopo una simile tragedia. Con rabbia, con furore, con un sound crudo e a tratti primitivo. Il disco è segnato da un impellente voglia di vivere e dalla volontà di recuperare una lontana giovinezza, che porta freschezza qualunque direzione la scaletta prenda.

La splendida "Window" è un intermezzo di indie rock più rilassato caratterizzato da una melodia sinuosa e scorrevole, che si colloca dalle parti dei più recenti Queens Of The Stone Age, "If You Only Knew" è un hard rock blues classicissimo, ma vestito alla Foo Fighters sembra nuovo di pacca, "Spit Shine" è puro hardcore punk, roba da gettarsi a capofitto in un pogo magmatico sotto il palco, mentre "Unconditional" fa trapelare un barlume di luce che illumina la penombra di quello spazio emotivo in cui Grohl riflette ancora sullo spaesamento dovuto alla perdita ("Fa male tutto, non riesco a dire cosa mi passa per la testa, non ne sono sicuro").Your Favorite Toy torna a un sound più familiare nella sua parte finale, con brani come "Child Actor" che presenta un suono più malinconico e melodico, e "Amen, Caveman", che è come ritrovare un vecchio amico, con il suo paesaggio sonoro lineare e vasto e il suo ritmo incalzante, un classico del songbook dei Foo Fighters, stereotipato, forse, ma sempre dannatamente centrato.  

Chiude "Asking For a Friend", il capolavoro del disco: la strofa iniziale cresce d'intensità a ogni secondo che passa, prima di esplodere in brutali riff slide con accordatura ribassata e una pesante progressione di accordi, mentre la voce di Grohl ruggisce tra i ritmi di batteria incalzanti. L'accompagnamento creato dal tastierista Rami Jaffee aggiunge strati di drammaticità, che raggiunge il culmine nei ritornelli trionfali e potenti. Questo accompagnamento viene poi dirottato dalla batteria travolgente e violenta, culminando in una delle più sincronizzate dimostrazioni di puro caos che la musica dei Foo Fighters abbia mai conosciuto.

Definirlo un ritorno alle origini sarebbe un commento fuori luogo, dato che il gruppo capitanato da Grohl non ha mai davvero modificato la propria forma, ormai consolidata nei decenni. Questo, semmai, è il disco di una band che ha attraversato l'inferno, ha provato il più profondo sconforto e ne è uscita più viva che mai. Con il proprio stile, certo, ma tirato a lucido da uno spirito combattivo indomabile e dal desiderio di fare più casino possibile per sentirsi ancora vivi.

Voto: 8

Genere: Rock

 


 

Blackswan, giovedì 07/05/2026

martedì 5 maggio 2026

Something In The Air - Thunderclap Newman (Track, 1969)

 


John "Speedy" Keen è un batterista di talento, che sa cantare molto bene e possiede un istintivo talento per la scrittura. Suona in giro come sessionista e nel tempo libero si dedica alla composizione. Per arrotondare, però, guida camion, perché il futuro come musicista è incerto, un lavoro stabile dà sicurezza, e soprattutto perchè quel poco che guadagna suonando la batteria non è sufficiente a sbarcare il lunario.

Poi, il colpo di culo. Viene chiamato a lavorare come autista per Pete Townsend degli Who, i due fanno amicizia, e il chitarrista si interessa alla musica che Keen compone nei ritagli di tempo. Una canzone, soprattutto, sembra scritta apposta per gli Who, s’intitola "Armenia City in the Sky" (un viaggio acido ricco di sovraincisioni: chitarre e fiati al contrario, droni raga, e numerosi feedback) e confluirà come traccia d’apertura dell’album The Who Sell Out del 1967. Il legame fra i due si consolida, tanto che Townsend convince il batterista a mettere in piedi una band, che vedrà nella line up anche il sedicenne chitarrista Jimmy McCulloch e, soprattutto, il pianista jazz Andy "Thunderclap" Newman, da cui il nome della band.

A Keen, che non ha alcuna fiducia nel proprio talento, sembra tutto un gioco, ma il chitarrista degli Who, che era già decisamente navigato, intuisce una possibilità di successo in una composizione del batterista, intitolata "Something In The Air". 

 

Call out the instigators

Because there's something in the air

We got to get together sooner or later

Because the revolution's here

And you know it's right

And you know that it's right

 

Questa orecchiabilissima canzone dal testo fortemente politicizzato, non solo fu un sorprendente successo nel Regno Unito, dove rimase al primo posto per tre settimane nell'estate del 1969, ma divenne anche un piccolo classico della canzone di protesta in lingua inglese, venendo utilizzata come inno e simbolo delle rivolte giovanili del 1968 - '69. "Something In The Air" confluì nell’unico disco pubblicato dalla band, Hollywood Dream, uscito nel 1970, e fu prodotta e arrangiata da Pete Townshend, che vi ha anche suonato il basso usando lo pseudonimo "Bijou Drains".

Incredibile ma vero, gli Who non hanno mai raggiunto il primo posto in classifica né nel Regno Unito né negli Stati Uniti, mentre "Something In The Air" è stata l'unica canzone su cui ha lavorato Townsend che sia arrivata in cima alle charts britanniche. In America, invece, il brano ebbe una tiepida accoglienza, e solo anni dopo, quando fu inserita nella colonna sonora di Kingpin (1996) e Almost Famous (2000), gli americani si accorsero per la prima volta della bellezza della canzone.

I Thunderclap Newman, formati in fretta e furia, non erano all'altezza di suonare dal vivo, ma quando questo brano ebbe successo, furono mandati in un lungo tour che si rivelò la loro rovina. I loro concerti furono accolti male e il tempo trascorso in tour significava tempo lontano dallo studio e dalla scrittura di canzoni, unico elemento di forza della band. La cui avventura durò solo due anni, e si chiuse, più o meno, dopo la pubblicazione di un altro singolo prodotto da Townsend, "Accidents", che si fermò alla piazza numero quarantasei delle classifiche inglesi.  

Newman prese a suonare il sassofono e tornò al circuito dei pub, McCulloch si unì al gruppo di Paul McCartney, i Wings, prima di morire di infarto nel 1979, e Speedy Keen pubblicò due album da solista e continuò a lavorare come turnista, ma non tornò più a guidare camion.

 


 

 

Blackswan, martedì 05/05/2026

lunedì 4 maggio 2026

Black Label Society - Engines Of Demolition (Spinefarm, 2026)

 


Zakk Wylde non solo è una delle figure più vitali, influenti e instancabilmente attive del panorama heavy metal, ma per tanti fan ancora in lutto, rappresenta un’estensione in vita del compianto Ozzy. Non solo per aver firmato con la sua funambolica chitarra ben sette dischi del leggendario vocalist, ma perché, soprattutto, il suo modo di comporre, suonare e cantare sembra ogni volta di più riportarlo in vita. Uno stile ben definito e immediatamente riconoscibile che è diventato tanto pregio, quanto limite del quasi sessantenne chitarrista. Il quale, in qualche intervista ci ha anche scherzato su, sembra, infatti, pubblicare sempre lo stesso disco. E a ben vedere, chi conosce la discografia dei Black Label Society, potrebbe considerare questa coerenza un ineludibile dato di fatto, se non fosse che, per qualche strana alchimia, ogni volta il vecchio Zakk fa centro, e i suoi album si ascoltano con le antenne dritte e il cuore in tumulto.  

E così, mentre si avvicinano al traguardo dei trent'anni di carriera, i Black Label Society rimangono tra i più stimati alfieri del panorama heavy metal, grazie a un suono molto Ozzy ma sempre arricchito da una sana dose di influenze southern e blues rock. È passato un po' di tempo dall'uscita del loro precedente album, Doom Crew Inc. del 2021, dato che Zakk Wylde si è tenuto impegnato con la sua versione dei Black Sabbath (Zakk Sabbath), la reunion dei Pantera e la collaborazione con Ozzy Osbourne per quello che sarebbe poi diventato l'ultimo album solista di quest'ultimo.

Tutto ciò non ha impedito all’irsuto musicista di concentrarsi anche sul suo progetto principale, dando così vita a questo nuovo Engines of Demolition che suona come una perfetta sintesi di quanto accaduto negli ultimi anni. Alternando riff pesanti e veloci, assoli virtuosi e ballate più oscure ed emozionanti, il disco non si discosta molto da uno stile consolidato, ma mostra un'intensità e una grinta pari a quelle dei lavori più celebri della band.

Engines of Demolition non cerca di reinventare la ruota, e soprattutto non ne ha bisogno. Offre invece un'espressione sicura e pienamente realizzata del sound che Wylde ha affinato nel corso dei decenni: un disco intriso di nostalgia ma al tempo stesso animato da una forza innegabile. Ascoltandolo, come detto poc’anzi, è impossibile non pensare a Ozzy, la cui voce si integrerebbe perfettamente con questi brani, se non fosse che il timbro di Wylde nel tempo abbia acquisito un’affinità espressiva simile a quella dell’ex cantante dei Sabbath.

Si percepisce chiaramente che Wylde ha pensato al suo amico e collaboratore di lunga data durante tutto il processo di scrittura, e non è un caso che la scaletta si concluda con la nostalgica "Ozzy's Song", una struggente ballata per pianoforte e chitarra, in grado di crepare il cuore anche del più truce dei metallari (soprattutto se la si ascolta guardando il video clip che l’accompagna).

Da sempre, le ballate sono uno dei fiori all’occhiello del songbook targato BLS, e qui, oltre a quella conclusiva appena citata, sono da segnalare anche "Better Days & Wiser Times", dall’andamento quasi cinematografico e dalle sonorità a metà strada tra southern e country, o la malinconica "Back To Me", un brano caratterizzato dal perfetto interplay fra chitarra acustica ed elettrica.

A parte questi momenti deliziosamente morbidi, fin dal brano d'apertura "Name in Blood", Wylde chiarisce che nelle vene della band pulsa ancora una forte componente heavy metal. Il brano si apre con un arpeggio quasi soft, ma una volta che entra nel vivo, il ritmo incalzante e i groove potenti sprigionano un'energia immediatamente contagiosa, come gli assoli, che sono assolutamente micidiali. "Gatherer of Souls" prosegue in modo simile, assestandosi su una cadenza leggermente più lenta che lascia trasparire maggiormente l'attitudine southern e blues.

Una caratteristica distintiva dell'album è la sua incessante presenza di riff, talvolta veri e propri cazzotti in pieno volto, come avviene nella pesantissima "The Gallows" o nella più scattante "Lord Humungus". Il caratteristico lavoro chitarristico di Wylde è ovviamente protagonista, impetuoso, grezzo al punto giusto ed estremamente brillante negli assoli, quasi tutti brevi, ma dannatamente incisivi.

Questo non è certo un disco per chi cerca innovazione o una reinvenzione moderna del genere, ma si rivolge direttamente agli ascoltatori che apprezzano l'heavy metal soprattutto come esperienza emotiva. Engines of Demolition offre proprio questo: virtuosismo musicale, ma anche una forte sensibilità retrò e un potente senso di profonda condivisione.

A questo punto della loro carriera, i Black Label Society possiedono un sound ben definito dal quale non si discostano, ma la qualità dei brani di Engines of Demolition dimostra che la loro formula può ancora essere entusiasmante anche dopo tanti anni di carriera.

Voto: 7,5

Genere: Hard Rock, Metal

 


 


Blackswan, lunedì 04/05/2026