martedì 26 maggio 2026

Crippled Black Phoenix - Scaedulhelm (Season Of Mist, 2026)

 


Difficile poter definire i britannici Crippled Black Phoenix come una band. Sarebbe più appropriato il termine “porto di mare”, visto che introno alla figura del leader e ideatore del progetto, Justin Greaves, si sono avvicendati, tra componenti fissi e collaboratori, almeno una cinquantina di musicisti. Eppure, nonostante il via vai iniziato nel 2007, l’ensemble ha pubblicato ben tredici dischi in studio tutti ispirati da idee chiarissime e da un livello di scrittura alto.

L’idea di fondo è quella di convogliare in un mix eccentrico e sperimentale svariati e disparati generi (post punk, alternative rock, psichedelia, ambient, post rock, elettronica, etc.) alla ricerca di un connubio quanto più oscuro, inquietante e drammatico possibile.

I contorni sfumati del progetto e l’eterogeneità di una line up in continuo divenire non hanno mai fatto scricchiolare, però, la coerenza di fondo di una musica che torna, più ispirata che mai, in questo nuovo Sceaduhelm (in inglese arcaico “elmo dell’ombra”), un disco composto da dodici canzoni che, come evoca il titolo, si muovono nel cuore della notte, quando il buio ghermisce l’anima, genera fantasmi, induce a riflessioni esistenziali decisive.

Scritto e registrato tra il 2023 e il 2025, Sceaduhelm si addentra nella psiche umana per esaminare l'erosione emotiva, la stanchezza e il silenzio che preannuncia un drammatico crollo. Più che un concept album tradizionale, il disco si dispiega come uno spazio psicologico unitario, dove ripetizione, introspezione e inquietudine hanno lo stesso peso della melodia. Le composizioni privilegiano le lente progressioni e una sensazione di tensione irrisolta, tenendo a distanza l’ipotesi di una catarsi in favore della narrazione sul percorso per arrivarci.

Le voci sono condivise da Belinda Kordic, Ryan Patterson e Justin Storms, ognuno dei quali offre una prospettiva distinta ma complementare all'interno dello stesso terreno emotivo. Temi come il burnout, la memoria, l’alienazione, la deriva etica, la violenza contro i vulnerabili e la fine di un amore affiorano nell’ascolto senza enfasi o spettacolarizzazione, ma come un esiziale stillicidio.

 

Una musica oscura, instabile e ipnotica che lascia ben poco spazio alla luce del sole, per preferire costruzioni ansiogene, come nell’incipit "One Man Wall of Death", un crescendo post rock che si veste di elettricità, mentre inquietanti voci in sottofondo (stralci di conversazioni, programmi tv, film, risate: una costante della scaletta) creano un profondo turbamento.

"Ravenettes" accelera il passo con la sua energica rabbia post punk, la bella voce della Kordic si fa strada fra riff pesanti e un clima di imminente fine del mondo. "Things Start Falling Apart" cambia di nuovo direzione, accendendo il disco di agra malinconia, pur sollevando le trame melodiche verso l’alto di un cunicolo, in cui filtra la luce del cielo.

E’ il preludio per uno dei brani migliori del lotto, la lunga "No Epitaph/The Precipice", che inizia acustica e cupa, come potrebbe suonare un brano di Steve Von Till, e poi cresce di elettricità, aprendosi a un riff di chitarra di settantiana memoria.

Un suono slabbrato di chitarra e le consuete voci fuori campo, rendono "The Void" il brano più allucinato e respingente del lotto, almeno prima che un riff di synth dolcissimo abbassi un poco la tensione. Una parentesi strumentale che fa spazio alle basse frequenze della new wave nervosa di "Hollows End" e alle corpose note di basso di "Dropout", un brano che abbina elettronica e voci eteree in un magma stordente.

 

C’è un’importante coerenza di fondo in questa scaletta, a cui manca luce, in cui le melodie emergono da un suono pesante, drammatico e oltre modo cupo, come avviene nel cadenzato goth rock di "Vampire Grave", un brano tirato e scartavetrato da chitarre in odor di zolfo, o nel mid tempo di Colder and Colder, apoteosi post punk di lacrime e disperazione.

"Under the Eye" è accarezzata dalla voce toccante della Kordic, che si accompagna a note di pianoforte sconsolate, ed è un altro tassello della storia. Che continua con "Tired to the Bone", una delicatezza di morbido post rock che, finalmente, dopo tanta pioggia, apre a un tenue chiarore emotivo, grazie alla voce carezzevole ed eterea della Kordic.

Ma è solo un attimo: gli otto minuti abbondanti di "Beautiful Destroyer" sono strattonati da un riff doom verso atmosfere catacombali. La canzone suona come il sipario finale su un mondo impazzito, e mentre le ultime note svaniscono, svanisce anche la speranza, spenta dall’eco di un funesto clangore.

Alcuni, sfibrati dall’ascolto, potranno trovare Sceaduhelm un disco troppo cupo e troppo lungo, proprio in virtù della disperazione che veicola. Eppure, se si accetta l’assunto che la musica, così come tutta l’arte, possa (o debba) riflettere in qualche modo i tempi in cui viene generata, ecco allora che ci troviamo di fronte a un’opera che fotografa con straniante nitore tutta la sofferenza del mondo che ci circonda. Fa male, ma non è un difetto: è solo la tragica realtà dell’esistenza. 

Voto: 8

Genere: Post Punk, New Wave, Post Rock, Alternative




Blackswan, martedì 26/05/2026

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