domenica 21 giugno 2026

Wuthering Heights: tre donne su cime tempestose

 



Che cosa unisce Emily Bronte, Silvia Path e Kate Bush?

Il romanzo scritto da Emily Bronte nel 1847 e' il punto di partenza. Il romanzo è una storia gotica di amore ossessivo, fantasmi, paesaggi selvaggi, passione e intensa profondità psicologica. Catherine Earnshaw e Heathcliff formano una delle coppie più tormentate della letteratura. La sua atmosfera — brughiere battute dal vento, morte, ricordi che perseguitano e passioni estreme — ha esercitato una profonda influenza sulle generazioni successive.

Sylvia Plath e Ted Hughes visitarono lo Yorkshire poco dopo il loro matrimonio. Ispirata da quei paesaggi legati alle Brontë, Plath scrisse la poesia Wuthering Heights (1956). La poesia non riprende la trama del romanzo, ma si concentra sull'impressione che le brughiere suscitano in lei.

Nella poesia le brughiere appaiono spoglie e desolate. La natura è percepita come qualcosa di estraneo e travolgente. La voce poetica prova un profondo senso di alienazione e inquietudine.

Plath ammirava Emily Brontë e si identificava con la sua feroce indipendenza e la sua intensità emotiva. Entrambe esplorarono la passione, la morte e la forza della natura.

Kate Bush compose il suo celebre successo Wuthering Heights nel 1978 dopo aver visto un adattamento televisivo e aver letto il romanzo di Brontë. La canzone è cantata dal punto di vista del fantasma di Catherine: «Heathcliff, sono io, Cathy, sono tornata a casa».

Bush trasformò il romanzo in una ballata art-pop e riuscì a catturarne il desiderio soprannaturale e l’intensità emotiva travolgente. Non ci sono prove che Kate Bush si sia ispirata alla poesia di Plath per scrivere la sua canzone. Tuttavia, molti critici hanno notato sorprendenti affinità tra le tre artiste.

Molti percepiscono una sorta di tradizione gotica femminile, non tanto attraverso un’influenza diretta, quanto attraverso temi e sensibilità condivisi: il fascino per il selvaggio, il desiderio, il perturbante e una soggettività femminile intensa e visionaria.

Virginia Woolf scrisse che Emily Brontë era capace di "far soffiare il vento e ruggire il tuon". Molti critici ritengono che sia Sylvia Plath sia Kate Bush abbiano ereditato qualcosa di quella stessa forza creativa.

In definitiva, il legame più profondo tra loro non è tanto una relazione diretta di influenza, quanto uno stesso spirito artistico: tre donne separate da oltre un secolo, capaci di trasformare le tempeste interiori in letteratura e musica indimenticabili.

 


 

 

Offhegoes, domenica 21/06/2026

venerdì 19 giugno 2026

Olivier Norek - I Guerrieri D'Inverno (Rizzoli, 2026)

 


Nell’autunno del 1939 l’Unione Sovietica si appresta ad aggredire la Carelia, un’area apparentemente innocua, ma strategica per la sua posizione di ponte tra il fronte tedesco e quello russo. L’attacco non è immediato, passano mesi di incertezza, e in questo tempo di attesa, mentre l’inverno inizia a stringere la sua morsa, un milione di finlandesi viene reclutato. Sono giovani inesperti della guerra, un popolo pacifico che viene condotto lungo le linee di confine, senza attrezzature adatte, spesso senza preparazione. E così, nel freddo più spietato, nel cuore del conflitto più violento della sua storia, il popolo intero di un piccolo Stato si solleverà contro il nemico e, tra i suoi soldati, nascerà una leggenda: Simo Häyhä, che grazie alle insuperate doti di tiratore diventa la Morte Bianca…

 

Quella fra la piccola Finlandia e la Russia venne ribattezzata Guerra d’Inverno e, nonostante mise a bilancio circa centocinquantamila morti in poco più di tre mesi, resta tutt’oggi un conflitto che pochi conoscono.

La Finlandia era diventata indipendente nel 1917, dopo essere stata per anni sotto il giogo russo, soprattutto di Nicola II, lo zar che tentò in tutti i modi la russificazione del paese scandinavo. Le due nazioni, nonostante un patto di non belligeranza, continuavano a considerarsi reciprocamente ostili, soprattutto dopo che Stalin cercò, attraverso la strada del negoziato, di annettere alcuni territori del piccolo ma strategico vicino.

Quando i tentativi diplomatici di annessione fallirono, motivato anche dalla sempre maggior influenza della Germania nazista sul governo finlandese, Stalin decise per l’invasione, ricorrendo a un cinico strattagemma, poi definito l’incidente di Mainila, dal nome di un piccolo insediamento russo di confine, che venne bombardato dagli stessi sovietici, attribuendo poi la colpa ai finlandesi

Questi, per sommi capi, gli antefatti di una guerra che ebbe inizio il 30 novembre del 1939 e che, secondo Stalin, sarebbe durata al massimo due settimane (e non, invece, tre mesi).

Il dittatore sovietico, però, dovette fare i conti con l’inesperienza delle proprie truppe (che non avevano dimestichezza con gli sci), con l’orgoglio del giovane popolo finnico, disposto a tutto pur di difendere i propri confini, e col brutale inverno finlandese, segnato da temperature che oscillavano fra i -30 e i -50 gradi.

Lo scrittore francese, già noto per i polizieschi che vedono come protagonista l’ispettore Coste, ricostruisce, con certosina precisione, questo misconosciuto evento storico, partendo dai documenti dell’epoca e romanzandolo per tratteggiare la figura leggendaria dell’eroico cecchino Simo Häyhä, che seminava tanto terrore fra i militari dell’Armata Rossa, così da guadagnarsi il soprannome inquietante di Morte Bianca.

Ne esce un libro che coniuga la precisione storica e la vivida descrizione dei protagonisti di quel conflitto agli episodi, tutti veritieri, di un massacro insensato, in cui, nonostante la differenza di forze messe in campo, vide un’epica resistenza del piccolo esercito finlandese, che capitolò solo perché tradito da Francia e Inghilterra, che mentirono sul loro intervento a favore del piccolo stato scandinavo.

Manca, forse, l’approfondimento psicologico dei personaggi, tutti ingranaggi inevitabili di un sistema folle, che trasforma gli individui in macchine di morte, in una insulsa escalation di violenza. Ciò nonostante, il romanzo è palpitante e si divora fino all’ultima pagina, perchè Norek evita i tecnicismi del saggio e si concentra, invece, sui classici stilemi del romanzo di guerra, le cui pagine sono potenti, crude e sanguinose.  


Blackswan, venerdì 19/06/2026

mercoledì 17 giugno 2026

Peolple Have The Power - Patti Smith (Arista, 1988)

 


"Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere
Le persone hanno il potere

Il potere di sognare, di dettare le regole
di lottare per liberare la Terra dagli stolti
è decretato: è il popolo che governa
è decretato: è il popolo che governa"

Questi sono alcuni versi tratti dalla celebre "People Have The Power", prima traccia dal quinto album in studio di Patti Smith, Dream Of Life, datato 1988.

La canzone racconta di un sogno con visioni bibliche, una specie di Apocalisse in cui però il mondo non finisce ma si rinnova grazie al potere delle persone. Quindi molti riferimenti sono sia al Nuovo Testamento che all'Antico Testamento (“And the leopard / and the lamb / lay together truly bound deriva, ad esempio, da Isaia 11:6).

"People Have The Power" fu scritta da Patti Smith e dal suo defunto marito, Fred "Sonic" Smith. Patti ha raccontato a NME come hanno cercato di infondere lo spirito degli anni '60 in una moderna canzone di protesta: "Entrambi avevamo protestato contro la guerra del Vietnam da giovani. Avevamo vissuto gli anni '60, dove la nostra voce culturale era davvero forte, e stavamo cercando di scrivere una canzone che avrebbe reintrodotto quel tipo di energia. È triste per me, ma molto bella. Era davvero la canzone di Fred - anche se io ho scritto i testi, lui ha scritto la musica; il concetto era suo, e voleva che fosse una canzone che la gente cantava in tutto il mondo per ispirarsi a diverse cause. E lui non ha vissuto abbastanza per vederlo accadere, ma io ho visto persone. Ho partecipato a marce in tutto il mondo dove la gente ha iniziato a cantarla spontaneamente, sai, che fosse a Parigi o con i palestinesi o, sai, in Spagna o a New York City, Washington D.C. - ed è così commovente per me vedere il suo sogno realizzato.”

La canzone nacque una sera, mentre la Smith e “Sonic” si trovavano in casa. Lui, in salotto, stava strimpellando la chitarra e scrivendo accordi, mentre la cantante era in cucina a preparare la cena. Il chitarrista ed ex membro degli MC5 entrò all’improvviso proprio mentre la Smith stava sbucciando le patate e gridò: "Tricia, le persone hanno il potere! Bisogna scrivere questa canzone, devi scrivere il testo!". La Smith, colta di sorpresa, gli rispose che avrebbe voluto avere il potere di far sbucciare a lui le patate. Nonostante la battuta, però, fu conquistata dall’idea e si mise subito all’opera. Così, per le notti successive, la musicista rimuginò a lungo su cosa fare di quel verso, che tipo di connotazione dare alle liriche, come arricchire quel semplice slogan che era stato partorito da Fred, di cui conosceva bene le idee radicali e l’accesa passione politica. Alla fine, l’idea condivisa fu quella di scrivere una canzone che ricordasse all’ascoltatore il suo potere individuale, ma anche il potere collettivo delle persone, che unite possono fare qualsiasi cosa. Il senso era quello di ispirare le persone, ispirare le persone a unirsi. 

"Ascolta:
Io credo che tutto quello che sogniamo
può avverarsi con la nostra unità.
Noi possiamo rivoltare il mondo
possiamo invertire la rivoluzione terrestre"

Il tema, incidentalmente, era anche pacifista, richiamato dall'immagine potente degli eserciti che fermano l'avanzata e dei soldati che gettano le armi nella polvere.

"Le apparenze vendicative divennero sospette
ed il chinarsi come per sentire
e gli eserciti cessarono di avanzare
perché le persone furono ascoltate.
E i pastori ed i soldati
si stesero tra le stelle
a scambiare visioni
ed a gettare le armi
tra i rifiuti nella polvere"

Quando nel 1988, uscì Dream Of Life, "People Have the Power" fu inaspettatamente ignorata (tranne in Italia, dove si piazzò al diciottesimo posto delle classifiche), ma lentamente è diventata una delle canzoni più note di Patti Smith e un vero e proprio inno pacifista cantato a ogni latitudine.

In un'intervista del 2018 a Mojo, la Smith ha dichiarato: "Fred voleva che fosse cantata da persone di tutto il mondo. Non è vissuto abbastanza per vedere che accadesse. Ma io sono stata a cortei dove persone che non mi conoscevano la cantavano…L'ho vista alle elezioni in Grecia. Ho visto palestinesi con cartelli che dicevano 'il popolo ha il potere'. È esattamente ciò che voleva Fred” 

PS: Fred “Sonic” Smith è deceduto il 4 novembre del 1994 per insufficienza cardiaca.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 17/06/2026

lunedì 15 giugno 2026

Jayler - Voices Unheard (Silver Lining Records, 2026)

 


Chiamatela new sensation o the next big thing, chiamateli come volete, ma i britannici Jayler, dopo qualche anno di attività, sono il nuovo hype in casa classic rock, tanto da essersi guadagnati l’onore di aprire il prossimo tour delle leggende Deep Purple.

Originari delle Midlands e capitanati dal cantante e chitarrista James Bartholomew, il quartetto albionico è uno di quei gruppi intrinsecamente divisivi, amati follemente dai nostalgici degli anni ’70 e di quell’hard rock blues che aveva come paladini i Led Zeppelin, e invisi a tutti coloro che, già ai tempi dei Greta Van Fleet, avevano fatto fuoco e fiamme contro una band che aveva, a loro parere, il demerito di amare e suonare la musica ascoltata grazie ai vinili di papà.

I Jayler, togliamoci subito i sassolini dalla scarpa, non sono derivati, di più. La loro musica ha come padre putativi i citati Zep, la loro estetica, capelli lunghi, pelli, pellicce e stivaloni ammicca spudoratamente al decennio d’oro del classic rock, e il loro frontman, il già citato James Bartholomew, è la copia sputata di Plant a vent’anni.

Se vi state domandando se tutto ciò abbia senso, vi iscrivete immediatamente dalla parte dei denigratori, e vi consiglio, quindi, di mollare qui la recensione. Se, invece, vi percepite come veri rocker di razza, che prima ascoltano e poi giudicano, probabilmente sarete già incuriositi dalla proposta, e, vi assicuro, non ve ne pentirete.

I quattro giovani e baldi eroi non fanno mistero delle loro fonti d’ispirazione, e il fantasma dei Led Zeppelin aleggia su tutta la scaletta. Tuttavia, il loro approccio a quella musica insiste maggiormente sul blues, evitando derive esoteriche e spirituali che talvolta definiva il rock di Plant e Page. Il tiro è più grezzo, senza fronzoli, coriaceo e melodico in egual misura, e i quattro ragazzi sanno suonare il genere con tecnica e consapevolezza, evitando inutili fronzoli a favore di un’essenzialità che coglie il centro del bersaglio.

Inoltre, il produttore scelto per il disco è George Perks (Kid Kapichi, Pet Needs), non un rocker vecchia scuola, ma uno che si muove in ambito alternative/punk, e sa, quindi, come dare freschezza a un suono vecchio di decenni e a una materia risaputa.

L’album si apre con una breve intro blues per voce e armonica, prima che Bartholomew lanci il grido di battaglia “Alright!” che introduce "Down Below", tirata rock blues che parla la lingua degli Zep, così come la successiva "Riverboat Queen", un’altra sferragliante derapata che non fa prigionieri.

Bartholomew emula Plant, forse non ha la stessa estensione, ma canta come se non ci fosse un domani, con una potenza, un entusiasmo e un’audacia che lasciano senza fiato. La sezione ritmica è indemoniata, con menzione speciale al batterista Ed Evans e al suo drumming travolgente, mentre il chitarrista Tyler Arrowsmith sa far tutto: riff graffianti, sciabolate slide e assoli al fulmicotone.

"Need Your Love" è un brano più melodico, che strizza l’occhio alla radio, ma senza esagerare, "The Getaway" lascia da parte gli Zep, è un rock meno istintivo, più ragionato, costruito su un bell’alternarsi di accelerazioni e rallenti e su un tiro melodico che stende.

C’è tempo anche per una splendida e delicatissima ballata, "Bittersweet", e per l’esaltante "Hate To See It End", una canzone traboccante di positività ed entusiasmo, poco in linea con il resto dell’album, ma decisamente bella.

Nel finale, "Over The Mountain" è pura spavalderia rock blues, "Alectrona" rallenta un po’ il passo e si affida a uno splendido refrain per crescere d’intensità, mentre "Lovemaker" gira dalle parti degli Aerosmith con un riff di chitarra che inchioda.

Chiude "The Rinsk", quello che fin dagli esordi di carriera è il cavallo di battaglia della band, una canzone costruita perfettamente, che ammicca agli Zep, per aprirsi, poi, in un ritornello che è pura magia e in una parte centrale strumentale che lambisce il prog.

Voices Unheard non è solo un ottimo album d’esordio, ma soprattutto una lettera d’amore mandata al classic rock, una musica, oggi giorno, fin troppo screditata. Però, grazie a questi ventenni, il cui cuore pulsa al centro di un immaginario musicale sospeso fra passato e presente, tanti giovani avranno la possibilità di scoprire un genere che continua ad appiccare incendi, nonostante la veneranda età.

Datati e derivativi quanto si vuole, ma con questa passione i Jayler hanno tracciato una traiettoria per il futuro da percorrere insieme a tanti loro coetanei e a qualche vecchietto che ha ancora voglia di ascoltare canzoni suonate in grazia di Dio.

Voto: 8

Genere: Classic Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 15/06/2026

venerdì 12 giugno 2026

Suzi Quatro - Freedom (Chrysalis, 2026)

 


Un’icona, una leggenda, una pagina di storia. Settantacinque anni, figlia prediletta di Detroit, Suzi Quatro è stata precorritrice del rock al femminile (a quattordici anni era leader delle Pleasure Seekers), ha rilasciato ben sedici album in studio, tra cui il leggendario omonimo esordio del 1973 (quello di Can The Can, per intenderci), ha dato vita a svariate collaborazioni (la più nota quella con i Bronski Beat per la rilettura di Heroes di David Bowie) e, ciliegina sulla torta, è entrata nell’immaginario musicale italiano, prendendo parte ad alcuni episodi della celebrata serie Happy Days, nel ruolo della conturbante Leather Tuscadero.

Sebbene la sua stella si sia un po’ offuscata dopo il successo degli anni ’70, la Quatro ha continuato la sua carriera di cantante e bassista, mantenendo salda la barra di un rock’n’roll primordiale, intriso di whisky e di umori blues, dimostrando come, anche in questo ultimo album, la sua passione arda più intensamente che mai.

Freedom è il terzo disco scritto in collaborazione con suo figlio, L.R. Turkey, e contiene liriche per certi versi autobiografiche: lo sguardo rivolto al proprio passato, alla propria storia, ai successi e ai momenti difficili, all’orgoglio di essere ciò che è diventata, come donna e come rockstar (“I Can’t Be Nobody Else but me, Life Is Too Short, So Choose Yourself”, dalla ballata "Choose Yourself"). Una Suzi Quatro che si tiene lontana dai compromessi, quindi, libera da condizionamenti, consapevole di tutti i suoi difetti, diretta e fiera di ciò che fa. E che continua a fare benissimo.

Quando parte la title track si capisce subito il perché in questa ragazza di settantacinque anni il cuore continua a battere fortissimo dalla parte del rock’n’roll: "Freedom" è un brano travolgente, sprigiona un groove blues rock trainato dalla voce roca tipica della Quatro, le linee di basso sono metalliche e accattivanti, le armoniche graffianti e il ritmo del rullante invita le gambe ad abbandonarsi all’euforia.

Non è da meno "Little Miss Lovely" che, con quel ritmo tenuto dal campanaccio, si addentra nel territorio dell'hard rock/punk con chitarre grintose e un ritornello graffiante e arrochito da una voce che è un marchio di fabbrica.

La già citata "Choose Yourself" rallenta il passo in favore di una riflessione motivazionale, il mood è vagamente southern grazie alla chitarra slide, il ritornello è una meraviglia melodica, strapazzata, però, da un incisivo assolo di chitarra.

Con "Goin' Down" si ritorna al rock blues più ruvido, le chitarre sono acide e graffianti, le linee di basso funky, la voce della Quatro profonda e cupa, e tutto intorno si materializza l’asfalto di Detroit, i fumi delle ciminiere e un cielo del colore dell’acciaio. Detroit resta una sorta di fill rouge non dichiarato dell’album, la città dove tutto è iniziato, la città degli MC5 e di Alice Cooper. La band di Wayne Kramer fa capolino in alcuni dei brani più travolgenti della scaletta: l’incalzante "Hanging Over Me", una tirata per chitarre in acido e pianoforte honky tonk e "Shakedown", che scappa veloce su un riff vorticoso e un assolo di wah wah che fa girar la testa. Non poteva, a questo punto, mancare la Canzone: "Kick Out The Jams", la leggenda degli MC5 e una delle canzoni più importanti (e censurate) della storia, qui riletta insieme al fratellone Alice Cooper, con un piglio e una grinta che, a differenza di tante altre cover, non sfigurano rispetto all’originale.

E potremmo fermarci qui, se non ci fossero da citare anche "Can’t Let It Go", un brano esplosivo, tra le cui sciabolate slide si erge minacciosa e potente la voce della bassista, e "Take It Or Leave It", un rullo compressore che calpesta tutto ciò che incontra, incorporando inquietanti lick blues e uno sfrontato call and response, che lo rendono uno dei migliori brani del disco.

Freedom è una goduria, un incontro/scontro tra rock’n’roll e blues che promette (e mantiene) scintille fin dalle prime note, grazie a un’indomita musicista che ancora arde di passione per il suo lavoro, la sua città e una musica che, grazie anche a lei, continua a essere senza tempo. Peccato che saranno in pochi ad accorgersene: le manca il suffisso indie e quell’hype social che sembrano essere gli unici motivi di interesse da parte dei giornaloni specializzati. Se, però, amate il rock sanguigno e senza fronzoli, quello suonato bene mente il sudore sgocciola dalla fronte, fate un giro da queste parti. Altro che Angine De Poitrine!

Voto: 8

Genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, venerdì 12/06/2026

mercoledì 10 giugno 2026

Kaasin - The Underworld (Pride And Joy, 2026)

 


Il nome di questa band ricorda molto da vicino la parola italiana casino, e questi cinque musicisti di casino ne fanno, ma sempre ben organizzato e in fin dei conti decisamente orecchiabile. In realtà, il nome del gruppo è il cognome del padre padrone del progetto, il chitarrista norvegese Jo Henning Kaasin, già apprezzato per le sue collaborazioni con artisti di fama internazionale come Glenn Hughes (Deep Purple) e Joe Lynn Turner (Rainbow).

Affiancato dal cantante Jan Thore Grefstad (Saint Deamon, TNT), dal bassista Ståle Kaasin (Humbucker), dal tastierista Erling Henanger (Magic Pie) e dal batterista Per-Morten Bergseth (Jorn, Wig Wam), l’irsuto musicista rilascia il secondo album in studio intitolato The Underworld, seguito del debutto del 2021 Fired Up, e prodotto dallo stesso chitarrista insieme a Halvor Halvorsen e Ståle Kaasin.

L'album segna un nuovo capitolo per questi guerrieri norvegesi dell'hard rock, presentando un suono più cupo e atmosferico, pur rimanendo saldamente radicato nella tradizione classica (Deep Purple, Rainbow, Iron Maiden, etc) basata su riff incalzanti, melodie potenti e una solida maestria musicale.

Si parte a tutto gas con l’hard rock in purezza "The Real World", ed è subito manifesta superiorità tecnica, grazie a una band affiatata e consapevole, che mette in mostra la voce melodica di Grefstad, che dona ancora più vibrante elettricità all’impasto sonoro, ulteriormente potenziato dalle eleganti tastiere di Henanger.

Non mancano, così come in tutto il disco, i bei ritornelli da cantare a squarciagola, qualche digressione strumentale in odore di prog e i consueti assoli adrenalinici. In tal senso, "Two Hearts" è ancora meglio, con la chitarra grintosa e il basso pulsante dei due fratelli Kaasin a dettare legge, mentre un bel assolo di hammond e la voce di Grefstad rendono scintillante l’aura melodica del brano.

"We Speed At Night" spinge di nuovo al massimo il piede sull’acceleratore per un hard rock che più classico non si può (a voi scoprire tutte le fonti d’ispirazione), mentre "Iron Horse" mette in evidenza le doti atmosferiche della band, grazie a delizioso incipit, spazzato via poi dalla solita tensione elettrica che, nello specifico, ricorda i Rainbow, era Dio.

Senza inventare nulla che non sia già stato ascoltato centinaia di volte, la band riattiva quel sentimento di nostalgia per il decennio d’oro dell’hard rock, mettendo dalla sua, però, un’evidente passione e quella qualità tecnica che le nuove leve sembrano aver irrimediabilmente perduto.

Non ci sono picchi assoluti in The Underworld, ma tanta ottima musica suonata con il cuore in mano, come nel pulsante rock blues di Over The Mountain (con un assolo finale di Kaasin da capogiro), nel tocco mediorientale ed epico di "Arabian Night", che ai veterani del genere farà tornare in mente i leggendari Deep Purple o nel rullo compressore della title track, spinta in territori maidediani dai riff taglienti di Kaasin e dal drumming scatenato di Bergseth.

Le fondamenta dei Kaasin sono state gettate con la chiara ambizione di creare un hard rock contemporaneo dallo spirito classico e con una forte identità tecnica. Poco importa, allora, delle accuse di passatismo che inevitabilmente bolleranno progetti come questo. In The Underwolrld si può godere ancora di quell’energia che arriva da lontano e che continua a far battere il cuore di tanti appassionati. E’ la nostalgia che fa rima con gioia, e tanto basta per ascoltare il disco.

Voto: 7

Genere: Classic Rock, Hard Rock

 


 


Blackswan, mercoledì 10/06/2026

lunedì 8 giugno 2026

Brand New - Limousine (Ms Rebridge) (Interscope, 2006)

 


Riconosciuti come una delle band principali dell’emo/post hardcore, esplorato per la prima volta con maestria in quel gioiello che porta il nome di Deja Entendu (2003), i newyorkesi Brand New fanno il botto tre anni dopo, quando pubblicano The Devil And God Are Raging Inside Me, disco che si porta a casa il plauso unanime della critica e un notevole successo di vendite, che vale alla band un disco d’oro.

Merito, almeno in parte, della seducente copertina, una delle più belle mai pubblicate in ambito rock, che evoca il contrasto fra innocenza e purezza e l’orrore della vita quotidiana, che aspetta dietro l’angolo l’inconsapevole bambina; e merito, soprattutto, di una scaletta di brani senza una sbavatura, talmente emozionante che la prestigiosa rivista Kerrang! lo inserirà fra i cinquanta dischi da ascoltare prima di morire.

The Devil And God Are Raging Inside Me è un disco profondamente malinconico, la cui straniante bellezza è tutta giocata sul contrasto: le immagini evocate dalla cover, ma anche un continuo alternarsi di accattivanti melodie e infuocati assalti all’arma bianca, tra crepuscoli di insopportabile mestizia e brevi, quanto accecanti, esplosioni di luce.

Un disco che colpisce dritto al cuore, che fa dell’emotività la sua freccia più acuminata, ma che la sicura mano del produttore Mike Sapone riesce a incanalare e a mettere al servizio della musica. Che non è musica per allegroni, meglio chiarirlo fin da subito, dal momento che i testi e la voce del frontman, Jesse Lacey (il cui timbro ricorda tantissimo quello di Robert Smith) esplorano senza filtri una geografia esistenziale fatta di dolore, di perdita, di angoscia e dramma.  

D’altra parte, Lacey soffrì di depressione durante la fase di scrittura dell'album a causa dell'ansia legata alle grandi aspettative riposte sulla band in seguito al successo di critica di Deja Entendu.

Dal punto di vista testuale, "Sowing Season" affronta il tema della morte ("stavo perdendo tutti i miei amici, li stavo perdendo a causa dell'alcol e della guida"), "Millstone" parla della perdita dell’innocenza, "Jesus Christ" è una conversazione con Dio sulla perdita della fede, influenzata dall'educazione religiosa di Lacey e dalla sua frequentazione della South Shore Christian School durante l'adolescenza, mentre "The Archers' Bows Have Broken" punta il dito verso chi usa la religione per scopi egoistici o per fare politica.

La canzone, però, che spezza il cuore e lascia senza parole è "Limousine (MS Rebridge)", da molti considerata la signature song della band. Il brano racconta la morte di Katie Flynn, una bambina di soli sette anni. Poche ore prima della sua morte, Katie era la damigella d'onore al matrimonio della zia, e si divertiva a lanciare petali di rosa lungo la navata.

Finita la festa, Katie e la sua famiglia salirono tutti su una limousine e si diressero verso casa. Martin Heidgen, 25 anni, aveva bevuto almeno 14 drink quella sera, e il suo tasso alcolemico era più di tre volte superiore al limite consentito a New York (0,8).

Martin, completamente ubriaco, guidò per oltre due miglia verso nord, ma nella corsia opposta, con direzione sud, dove si trovava la limousine della famiglia Flynn. Sia l'autista della limousine, Stanley Rabinowitz, sia Katie morirono sul colpo, ma a causa dell’urto violentissimo, Katie fu decapitata, e la testa finì fra le braccia di sua mamma, che la cullò mentre i soccorritori aiutavano il resto della famiglia a uscire dal veicolo.

L’incidente, che avvenne poco distante da dove Lacey viveva, è, quindi, il tema della canzone, che affronta la tragedia da varie angolazioni.

I versi: “Kate, tocca a te, Prendi i petali e disponili nella navata, Fai finta di essere Dio e cresci, è il tuo giorno per sposarti. Abbiamo trovato il tuo uomo, Sta bevendo, è tutto americano. E guiderà lui. Si è offerto volontario con grazia per porre fine alla tua vita…” affronta il punto di vista della madre della piccola vittima.  

Altri versi, “Ehi, suprema bellezza, Sì, avevi ragione su di me, Ma posso tirarmi fuori da sotto questo senso di colpa che mi schiaccerà?” rappresentano il punto di vista di Martin Haidgen.

Il bridge del brano si ripete sette volte, mentre Lacey conta da uno a sette, e canta la strofa per ogni anno di vita della piccola Flynn:” Beh, ti amo così tanto (mai più), Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (mai più), No, perché posso dartelo (mai più), Ma non posso sopportarlo (mai più)”.

Quattro versi sono cantati verso la fine della canzone e sono quasi impercettibili rispetto al ritornello. Questi versi sembrano provenire dal punto di vista di Katie: “Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere (Non dovrò mai perdere il mio bambino tra la folla) Perché posso darlo a vedere (Dovrei ridere adesso...) Ma non ce la faccio”.

Il produttore Mike Sapone ha avuto l'idea di includere campioni di esplosioni nella traccia, da cui il sottotitolo "MS Rebridge", con MS che sono le iniziali di Sapone. Con i suoi sette minuti e quarantadue secondi, Limousine è rimasta la canzone più lunga dei Brand New fino a "Batter Up" del 2017, che dura otto minuti e ventotto secondi.

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/06/2026

venerdì 5 giugno 2026

From Ashes To New - Reflections (BNM, 2026)

 


Sulla cresta dell’onda da ormai dieci anni, gli americani From Ashes To New hanno conquistato schiere di fan come nuovi alfieri del movimento nu metal, andando ad occupare il posto, disco dopo disco, lasciato libero dai Linkin Park. Un legame, quello con la band del fu Chester Bennington (oggi, tornata in auge con la nuova cantante Emily Armstrong) caratterizzato dagli stessi moduli espressivi (alternanza di due voci, rap e screaming, riff pesantissimi, ritornelli di facile presa, un senso diffuso di malinconia e tristezza), che nel corso del tempo si è attenuato un po’, pur rimanendo un marchio di fabbrica evidentissimo anche in questo nuovo Reflections.

Dopo il successo di Blackout del 2023, anche questo nuovo album ha tutte le carte in regola per confermare la band originaria della Pennsylvania come tra le migliori in circolazione nel circuito alternative. Niente di nuovissimo sul fronte occidentale, certo, ma una scaletta che esplicita maturità e consapevolezza, oltre alla capacità di rileggere con freschezza un canovaccio in uso ormai da un decennio.

Dopo aver scartato, a quanto pare, un numero imprecisato di canzoni per poter focalizzarsi sul materiale rimasto e limarlo alla perfezione, il quintetto di Lancaster torna, quindi, con un lavoro composto da dodici brani, che suona solido e accattivante. Reflections mantiene intatto il sound caratteristico della band, con il contrasto tra le strofe rap di Matt Brandyberry e i ritornelli melodici di Danny Case, un binomio che funziona come sempre alla grande.

Detto questo, si nota un leggero cambiamento di tono: gli elementi elettronici, questa volta, risultano più raffinati e cupi, conferendo all'album una maggiore impronta industrial che si sposa bene con il pesante lavoro di chitarra di Lance Dowdle e Jimmy Bennett.

L’alternarsi tra momenti più rilassati e melodici ed altri decisamente più rumorosi garantisce alla scaletta, pur nell’omogeneità di suoni, una varietà emotiva che la rende interessante e avvincente. Brani come "Drag Me" e "Villain" si spingono verso sonorità più pesanti, supportate da un groove incandescente e contagioso, mentre la splendida "Die For You" si presenta come il fulcro emotivo dell'album, ed è facile capire perché sia già diventata una delle preferite dai fan: la sua energia irrequieta, i riff taglienti e l'interpretazione vocale appassionata di Case la rendono uno dei momenti più memorabili del disco, con un ritornello da mandare a memoria fin dal primo ascolto.

Più avanti nell'album, "New Disease" prende di mira l'influenza della cultura digitale e la tendenza a seguire le mode, ed è un brano che riflette lo stile tipico della band: orecchiabile e bombastico, ma con un testo sufficientemente incisivo da conferirle spessore ("We die for the feeling, Nothing to believe in Put a gun against your head, Pull the trigger join the trend, We live for the sickness Obsessed and addicted, We're all dying just to be, Part of a new disease").

Il disco si chiude con "Falling from Heaven" e "Your Ghost" (due episodi in cui i Linkin Park sono più che una semplice sensazione), che mostrano un lato più introspettivo (pur nella loro veste metal), ed evocano le riflessioni di cui al titolo, elemento che si addice al tono generale del disco.  

Il titolo Reflections, quindi, sembra azzeccato, dal momento che, pur in un contesto rumoroso, questo lavoro appare in qualche modo più profondo e introverso: è un album che mostra una band che sa esattamente cosa vuole, il cui processo di scrittura, fatto di continui ripensamenti, sembra aver dato i frutti migliori. La struttura è coesa, l’intensità emotiva, anche nei testi, non manca mai, e l’energia che i fan si aspettano è forse più contenuta, ma aggressiva quanto basta per non rinnegare il passato.

Voto: 7,5

Genere: Alternative Metal, Nu Metal

 


 


Blackswan, venerdì 05/06/2026

mercoledì 3 giugno 2026

What I Am - Edie Brickell & The New Bohemians (Geffen, 1988)

 


So di Non Sapere” è la celebre affermazione del filosofo greco Socrate, che indica la consapevolezza della propria ignoranza come punto di partenza per la vera conoscenza e la ricerca filosofica. Un'ammissione di umiltà che spinge alla ricerca continua, riconoscendo i limiti umani e rifiutando la presunzione di sapere tutto.

Uno dei successi più insoliti degli anni '80, "What I Am", trae spunto, più o meno, da questa massima, invitando l’ascoltatore a essere se stesso, parlare di cose che sa veramente, utilizzando espressioni semplici e comprensibili a tutti. Nel testo, Edie Brickell prende in giro i saccenti, gli intellettuali boriosi, tutti coloro che pensano di essere al centro dell’Universo e che condividono continuamente le proprie convinzioni politiche, filosofiche e spirituali, esponendo i propri pensieri a chiunque sia disposto ad ascoltare. Ecco i versi:

"La filosofia è un discorso su una scatola di cereali

La religione è un sorriso su un cane"

Ecco il genere di cose che direbbero questi pseudo pensatori da strapazzo: stupidaggini sesquipedali a cui molte persone ingenue finirebbero per credere.

La Brickell, in contrapposizione a costoro, chiarisce di non sapere nulla, di non avere le risposte, e anche se le avesse, le terrebbe solo ed esclusivamente per sé:

"Non sono a conoscenza di troppe cose

So quello che so se capisci cosa intendo"

Edie Brickell non era un membro originale dei New Bohemians, che nacquero come gruppo ska a Dallas, in Texas, con Brad Houser al basso, Eric Presswood alla chitarra e Brandon Aly alla batteria. I tre erano tutti iscritti alla Booker T. Washington High School for the Performing and Visual Arts, che fu frequentata anche dalla Brickell, che però non entrò in contatto con loro fino a molto tempo dopo. Nel 1985, la cantante, allora studentessa d'arte alla Southern Methodist University, li vide esibirsi in un locale notturno e, dopo essersi fatta coraggio con l'aiuto di un amico insistente e qualche bicchierino di Jack Daniel's, chiese di poter salire sul palco per cantare una canzone insieme. Quell’improvvisato provino live andò talmente bene, che qualche giorno dopo, la band assunse la Brickell come cantante solista.

Il gruppo si costruì un seguito a Dallas e firmò con la Geffen Records nel 1986. Faticarono a registrare il loro primo album, Shooting Rubberbands At The Stars, scontrandosi spesso con il produttore Pat Moran, ma quando, nel 1988, il loro esordio fu pubblicato, la bellezza delle canzoni e la voce distintiva della cantante colpirono positivamente critica e, solo dopo un po’, anche il pubblico.

D’altra parte, in un'epoca di hair metal e musica dance, il pop rock proposto dal gruppo attraverso "What I Am", pubblicata come primo singolo, fu difficile da vendere.

La svolta arrivò quando i New Bohemians furono scritturati come ospiti musicali nella puntata del 5 novembre 1988 del Saturday Night Live, che fu anche la puntata più ascoltata dell'anno grazie all'apparizione del conduttore televisivo Morton Downey Jr., fumatore accanito e personaggio sopra le righe.

Da quel momento in avanti, "What I Am" iniziò a essere trasmessa in radio e su MTV, raggiungendo il settimo posto delle classifiche americane nel marzo 1989 (e fu un successo anche nelle chart di mezzo mondo, Italia compresa). In quella apparizione al Saturday Night Live, poi, la Brickell incontrò Paul Simon. I due si innamorarono e si sposarono nel maggio 1992.

Quella di Edie Brickell And The New Bohemians è la storia di un gruppo meteora, uno di quelli che gli inglesi chiamano One-Hit Wonder, famosi al grande pubblico per un singolo brano di successo, senza successivamente riuscire a replicare tale successo con altre canzoni.

Il loro secondo singolo, "Circle", si fermò, infatti, alla quarantottesima piazza di Billboard, mentre l'album successivo della band, Ghost Of A Dog del 1990, per usare un eufemismo, ricevette poca attenzione. Così la band si prese una lunga pausa. La Brickell pubblicò un album solista nel 1994 e mise su famiglia; il gruppo si riunì, successivamente, nel 1998 per registrare nuove canzoni per una compilation, e pubblicò tre nuovi album nel 2006, nel 2018 e nel 2021, tutti passati sotto silenzio.

Un destino scritto nel titolo del loro album d’esordio, Shooting Rubberbands At The Stars, ovvero tirare elastici alle stelle: quante possibilità ha una giovane band di Dallas di colpirne una?

I proventi derivanti dalla vendita del singolo hanno però garantito al gruppo una discreta agiatezza economica. Fu la stessa Brickell ad ammetterlo nel 2021: ”Sono molto grata a 'What I Am', perché mi ha permesso di vedere il mondo, mi ha permesso di realizzare i miei sogni, mi ha permesso di prendermi cura della mia famiglia.”.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 03/06/2026

lunedì 1 giugno 2026

Chez Kane - Reckless (Frontiers, 2026)

 


Impossibile raccontare questo disco senza partire prima dalla copertina, che ritrae la nostra Chez Kane in una posa oltre modo sexy. Figlia di un’estetica glamour, un po’ lasciva e molto ammiccante, che andava di moda durante gli spensierati anni ’80, quella foto, deliberatamente provocatoria, evoca in realtà tutto un immaginario musicale di un certo rock, che in quel decennio veicolava canzoni attraverso clip in cui dominava una sfrontata sensualità cotonata, sia maschile che femminile.

In tal senso, questo Reckless, terzo album in studio di Chez Kane (progetto solista di una delle tre sorelle della band gallese Kane’d, il cui fondatore è Danny Rexon, frontman dei Crazy Lixx) è figlio di quel decennio, tanto da dimostrare quarant’anni suonati, anche se all’anagrafe risulta nato il 27 marzo 2026. Sono, però, quarant’anni portati benissimo, grazie un brillante tono muscolare e a una freschezza interpretativa che spazza via ogni residuo di ruggine da una canovaccio ovviamente prevedibile ma ricco di vitalità.

Chez Kane possiede una bella voce smorfiosa, dal timbro grintoso e duttile, che ben si adatta a questo rock melodico e acchiappone, che evoca con malizia grandi interpreti eighties quali Europe, Bon Jovi, Pat Benatar, Skid Row e via dicendo.

Tutto già risaputo ma riletto con una sfrontatezza che non può lasciare indifferenti: riff di chitarra trascinanti, arrangiamenti gonfi di synth, qualche assolo di sax (strumento glorioso del decennio) e un filotto di ritornelli killer che fanno breccia fin dal primo ascolto.

Apre la title track, una vera e propria bomba che palesa tutte le qualità della ragazza: batteria pestata, interplay fra riff di tastiera e chitarra, il colpo di genio dei cori che partono prima del cantato, un ritornello che non fa prigionieri (Bon Jovi docet) e un divertito assolo di sax nel finale di canzone.

"Personal Rock’n’roll" parte con un ruvido riff di chitarra alla Skid row, ma poi il brano si gonfia di tastiere, mettendo in luce il suo tiro smaccatamente melodico. Dopo due canzoni, il mood e gli intenti sono chiarissimi, per cui, se questo suono retrò e il florilegio di cori e coretti vi ha già stufato, mollate il colpo. Per chi, invece, come il sottoscritto, si sta divertendo tantissimo, l’ascolto riserva ulteriori momenti di godimento sopraffino.

"Love Tornado" galoppa grazie un tiro energico pazzesco, "Night Of Passion" traveste di rock una canzone che ai tempi avrebbe riempito il dancefloor, "Strip Me Down" vola velocissima in un immaginario già frequentato dagli Europe e "Too Dangerous" crea attesa con le sue chitarre lancia in resta per un ritornello che più innodico è difficile.

Pur con tutti i limiti di una proposta musicale derivativa, Reckless è uno di quei dischi che, se vi appassiona il genere, farete davvero fatica a togliere dallo stereo. Le canzoni sono energiche e sbarazzine, gli arrangiamenti funzionali alla proposta, pompati ma senza essere magniloquenti, e Chez Kane mantiene a livello interpretativo quello che fa vedere a livello fisico: una prestazione sensuale e graffiante da vera bad girl. Per retromaniaci, ma non solo.

Voto: 7

Genere: Rock, Hard Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 01/06/2026