Che cosa unisce Emily Bronte, Silvia Path e Kate Bush?
Il romanzo scritto da Emily Bronte nel 1847 e' il punto di partenza. Il romanzo è una storia gotica di amore ossessivo, fantasmi, paesaggi selvaggi, passione e intensa profondità psicologica. Catherine Earnshaw e Heathcliff formano una delle coppie più tormentate della letteratura. La sua atmosfera — brughiere battute dal vento, morte, ricordi che perseguitano e passioni estreme — ha esercitato una profonda influenza sulle generazioni successive.
Sylvia Plath e Ted Hughes visitarono lo Yorkshire poco dopo il loro matrimonio. Ispirata da quei paesaggi legati alle Brontë, Plath scrisse la poesia Wuthering Heights (1956). La poesia non riprende la trama del romanzo, ma si concentra sull'impressione che le brughiere suscitano in lei.
Nella poesia le brughiere appaiono spoglie e desolate. La natura è percepita come qualcosa di estraneo e travolgente. La voce poetica prova un profondo senso di alienazione e inquietudine.
Plath ammirava Emily Brontë e si identificava con la sua feroce indipendenza e la sua intensità emotiva. Entrambe esplorarono la passione, la morte e la forza della natura.
Kate Bush compose il suo celebre successo Wuthering Heights nel 1978 dopo aver visto un adattamento televisivo e aver letto il romanzo di Brontë. La canzone è cantata dal punto di vista del fantasma di Catherine: «Heathcliff, sono io, Cathy, sono tornata a casa».
Bush trasformò il romanzo in una ballata art-pop e riuscì a catturarne il desiderio soprannaturale e l’intensità emotiva travolgente. Non ci sono prove che Kate Bush si sia ispirata alla poesia di Plath per scrivere la sua canzone. Tuttavia, molti critici hanno notato sorprendenti affinità tra le tre artiste.
Molti percepiscono una sorta di tradizione gotica femminile, non tanto attraverso un’influenza diretta, quanto attraverso temi e sensibilità condivisi: il fascino per il selvaggio, il desiderio, il perturbante e una soggettività femminile intensa e visionaria.
Virginia Woolf scrisse che Emily Brontë era capace di "far soffiare il vento e ruggire il tuon". Molti critici ritengono che sia Sylvia Plath sia Kate Bush abbiano ereditato qualcosa di quella stessa forza creativa.
In definitiva, il legame più profondo tra loro non è tanto una relazione diretta di influenza, quanto uno stesso spirito artistico: tre donne separate da oltre un secolo, capaci di trasformare le tempeste interiori in letteratura e musica indimenticabili.
Nell’autunno
del 1939 l’Unione Sovietica si appresta ad aggredire la Carelia,
un’area apparentemente innocua, ma strategica per la sua posizione di
ponte tra il fronte tedesco e quello russo. L’attacco non è immediato,
passano mesi di incertezza, e in questo tempo di attesa, mentre
l’inverno inizia a stringere la sua morsa, un milione di finlandesi
viene reclutato. Sono giovani inesperti della guerra, un popolo pacifico
che viene condotto lungo le linee di confine, senza attrezzature
adatte, spesso senza preparazione. E così, nel freddo più spietato, nel
cuore del conflitto più violento della sua storia, il popolo intero di
un piccolo Stato si solleverà contro il nemico e, tra i suoi soldati,
nascerà una leggenda: Simo Häyhä, che grazie alle insuperate doti di
tiratore diventa la Morte Bianca…
Quella fra la piccola Finlandia e la Russia venne ribattezzata Guerra d’Inverno
e, nonostante mise a bilancio circa centocinquantamila morti in poco
più di tre mesi, resta tutt’oggi un conflitto che pochi conoscono.
La
Finlandia era diventata indipendente nel 1917, dopo essere stata per
anni sotto il giogo russo, soprattutto di Nicola II, lo zar che tentò in
tutti i modi la russificazione del paese scandinavo. Le due nazioni,
nonostante un patto di non belligeranza, continuavano a considerarsi
reciprocamente ostili, soprattutto dopo che Stalin cercò, attraverso la
strada del negoziato, di annettere alcuni territori del piccolo ma
strategico vicino.
Quando
i tentativi diplomatici di annessione fallirono, motivato anche dalla
sempre maggior influenza della Germania nazista sul governo finlandese,
Stalin decise per l’invasione, ricorrendo a un cinico strattagemma, poi
definito l’incidente di Mainila, dal nome di un piccolo insediamento
russo di confine, che venne bombardato dagli stessi sovietici,
attribuendo poi la colpa ai finlandesi
Questi,
per sommi capi, gli antefatti di una guerra che ebbe inizio il 30
novembre del 1939 e che, secondo Stalin, sarebbe durata al massimo due
settimane (e non, invece, tre mesi).
Il
dittatore sovietico, però, dovette fare i conti con l’inesperienza
delle proprie truppe (che non avevano dimestichezza con gli sci), con
l’orgoglio del giovane popolo finnico, disposto a tutto pur di difendere
i propri confini, e col brutale inverno finlandese, segnato da
temperature che oscillavano fra i -30 e i -50 gradi.
Lo
scrittore francese, già noto per i polizieschi che vedono come
protagonista l’ispettore Coste, ricostruisce, con certosina precisione,
questo misconosciuto evento storico, partendo dai documenti dell’epoca e
romanzandolo per tratteggiare la figura leggendaria dell’eroico
cecchino Simo Häyhä, che seminava tanto terrore fra i militari
dell’Armata Rossa, così da guadagnarsi il soprannome inquietante di
Morte Bianca.
Ne
esce un libro che coniuga la precisione storica e la vivida descrizione
dei protagonisti di quel conflitto agli episodi, tutti veritieri, di un
massacro insensato, in cui, nonostante la differenza di forze messe in
campo, vide un’epica resistenza del piccolo esercito finlandese, che
capitolò solo perché tradito da Francia e Inghilterra, che mentirono sul
loro intervento a favore del piccolo stato scandinavo.
Manca,
forse, l’approfondimento psicologico dei personaggi, tutti ingranaggi
inevitabili di un sistema folle, che trasforma gli individui in macchine
di morte, in una insulsa escalation di violenza. Ciò nonostante, il
romanzo è palpitante e si divora fino all’ultima pagina, perchè Norek
evita i tecnicismi del saggio e si concentra, invece, sui classici
stilemi del romanzo di guerra, le cui pagine sono potenti, crude e
sanguinose.
"Le persone hanno il potere Le persone hanno il potere Le persone hanno il potere Le persone hanno il potere
Il potere di sognare, di dettare le regole di lottare per liberare la Terra dagli stolti è decretato: è il popolo che governa è decretato: è il popolo che governa"
Questi sono alcuni versi tratti dalla celebre "People Have The Power", prima traccia dal quinto album in studio di Patti Smith, Dream Of Life, datato 1988.
La
canzone racconta di un sogno con visioni bibliche, una specie di
Apocalisse in cui però il mondo non finisce ma si rinnova grazie al
potere delle persone. Quindi molti riferimenti sono sia al Nuovo
Testamento che all'Antico Testamento (“And the leopard / and the lamb / lay together truly bound deriva, ad esempio, da Isaia 11:6).
"People
Have The Power" fu scritta da Patti Smith e dal suo defunto marito,
Fred "Sonic" Smith. Patti ha raccontato a NME come hanno cercato di
infondere lo spirito degli anni '60 in una moderna canzone di protesta: "Entrambi
avevamo protestato contro la guerra del Vietnam da giovani. Avevamo
vissuto gli anni '60, dove la nostra voce culturale era davvero forte, e
stavamo cercando di scrivere una canzone che avrebbe reintrodotto quel
tipo di energia. È triste per me, ma molto bella. Era davvero la canzone
di Fred - anche se io ho scritto i testi, lui ha scritto la musica; il
concetto era suo, e voleva che fosse una canzone che la gente cantava in
tutto il mondo per ispirarsi a diverse cause. E lui non ha vissuto
abbastanza per vederlo accadere, ma io ho visto persone. Ho partecipato a
marce in tutto il mondo dove la gente ha iniziato a cantarla
spontaneamente, sai, che fosse a Parigi o con i palestinesi o, sai, in
Spagna o a New York City, Washington D.C. - ed è così commovente per me
vedere il suo sogno realizzato.”
La
canzone nacque una sera, mentre la Smith e “Sonic” si trovavano in
casa. Lui, in salotto, stava strimpellando la chitarra e scrivendo
accordi, mentre la cantante era in cucina a preparare la cena. Il
chitarrista ed ex membro degli MC5 entrò all’improvviso proprio mentre
la Smith stava sbucciando le patate e gridò: "Tricia, le persone hanno il potere! Bisogna scrivere questa canzone, devi scrivere il testo!".
La Smith, colta di sorpresa, gli rispose che avrebbe voluto avere il
potere di far sbucciare a lui le patate. Nonostante la battuta, però, fu
conquistata dall’idea e si mise subito all’opera. Così, per le notti
successive, la musicista rimuginò a lungo su cosa fare di quel verso,
che tipo di connotazione dare alle liriche, come arricchire quel
semplice slogan che era stato partorito da Fred, di cui conosceva bene
le idee radicali e l’accesa passione politica. Alla fine, l’idea
condivisa fu quella di scrivere una canzone che ricordasse
all’ascoltatore il suo potere individuale, ma anche il potere collettivo
delle persone, che unite possono fare qualsiasi cosa. Il senso era
quello di ispirare le persone, ispirare le persone a unirsi.
"Ascolta: Io credo che tutto quello che sogniamo può avverarsi con la nostra unità. Noi possiamo rivoltare il mondo possiamo invertire la rivoluzione terrestre"
Il
tema, incidentalmente, era anche pacifista, richiamato dall'immagine
potente degli eserciti che fermano l'avanzata e dei soldati che gettano
le armi nella polvere.
"Le apparenze vendicative divennero sospette ed il chinarsi come per sentire e gli eserciti cessarono di avanzare perché le persone furono ascoltate. E i pastori ed i soldati si stesero tra le stelle a scambiare visioni ed a gettare le armi tra i rifiuti nella polvere"
Quando nel 1988, uscì Dream Of Life,
"People Have the Power" fu inaspettatamente ignorata (tranne in Italia,
dove si piazzò al diciottesimo posto delle classifiche), ma lentamente è
diventata una delle canzoni più note di Patti Smith e un vero e proprio
inno pacifista cantato a ogni latitudine.
In un'intervista del 2018 a Mojo, la Smith ha dichiarato: "Fred
voleva che fosse cantata da persone di tutto il mondo. Non è vissuto
abbastanza per vedere che accadesse. Ma io sono stata a cortei dove
persone che non mi conoscevano la cantavano…L'ho vista alle elezioni in
Grecia. Ho visto palestinesi con cartelli che dicevano 'il popolo ha il
potere'. È esattamente ciò che voleva Fred”
PS: Fred “Sonic” Smith è deceduto il 4 novembre del 1994 per insufficienza cardiaca.
Chiamatela new sensation o the next big thing,
chiamateli come volete, ma i britannici Jayler, dopo qualche anno di
attività, sono il nuovo hype in casa classic rock, tanto da essersi
guadagnati l’onore di aprire il prossimo tour delle leggende Deep
Purple.
Originari
delle Midlands e capitanati dal cantante e chitarrista James
Bartholomew, il quartetto albionico è uno di quei gruppi intrinsecamente
divisivi, amati follemente dai nostalgici degli anni ’70 e di
quell’hard rock blues che aveva come paladini i Led Zeppelin, e invisi a
tutti coloro che, già ai tempi dei Greta Van Fleet, avevano fatto fuoco e
fiamme contro una band che aveva, a loro parere, il demerito di amare e
suonare la musica ascoltata grazie ai vinili di papà.
I
Jayler, togliamoci subito i sassolini dalla scarpa, non sono derivati,
di più. La loro musica ha come padre putativi i citati Zep, la loro
estetica, capelli lunghi, pelli, pellicce e stivaloni ammicca
spudoratamente al decennio d’oro del classic rock, e il loro frontman,
il già citato James Bartholomew, è la copia sputata di Plant a
vent’anni.
Se
vi state domandando se tutto ciò abbia senso, vi iscrivete
immediatamente dalla parte dei denigratori, e vi consiglio, quindi, di
mollare qui la recensione. Se, invece, vi percepite come veri rocker di
razza, che prima ascoltano e poi giudicano, probabilmente sarete già
incuriositi dalla proposta, e, vi assicuro, non ve ne pentirete.
I
quattro giovani e baldi eroi non fanno mistero delle loro fonti
d’ispirazione, e il fantasma dei Led Zeppelin aleggia su tutta la
scaletta. Tuttavia, il loro approccio a quella musica insiste
maggiormente sul blues, evitando derive esoteriche e spirituali che
talvolta definiva il rock di Plant e Page. Il tiro è più grezzo, senza
fronzoli, coriaceo e melodico in egual misura, e i quattro ragazzi sanno
suonare il genere con tecnica e consapevolezza, evitando inutili
fronzoli a favore di un’essenzialità che coglie il centro del bersaglio.
Inoltre,
il produttore scelto per il disco è George Perks (Kid Kapichi, Pet
Needs), non un rocker vecchia scuola, ma uno che si muove in ambito
alternative/punk, e sa, quindi, come dare freschezza a un suono vecchio
di decenni e a una materia risaputa.
L’album si apre con una breve intro blues per voce e armonica, prima che Bartholomew lanci il grido di battaglia “Alright!”
che introduce "Down Below", tirata rock blues che parla la lingua degli
Zep, così come la successiva "Riverboat Queen", un’altra sferragliante
derapata che non fa prigionieri.
Bartholomew
emula Plant, forse non ha la stessa estensione, ma canta come se non ci
fosse un domani, con una potenza, un entusiasmo e un’audacia che
lasciano senza fiato. La sezione ritmica è indemoniata, con menzione
speciale al batterista Ed Evans e al suo drumming travolgente, mentre il
chitarrista Tyler Arrowsmith sa far tutto: riff graffianti, sciabolate
slide e assoli al fulmicotone.
"Need
Your Love" è un brano più melodico, che strizza l’occhio alla radio, ma
senza esagerare, "The Getaway" lascia da parte gli Zep, è un rock meno
istintivo, più ragionato, costruito su un bell’alternarsi di
accelerazioni e rallenti e su un tiro melodico che stende.
C’è
tempo anche per una splendida e delicatissima ballata, "Bittersweet", e
per l’esaltante "Hate To See It End", una canzone traboccante di
positività ed entusiasmo, poco in linea con il resto dell’album, ma
decisamente bella.
Nel
finale, "Over The Mountain" è pura spavalderia rock blues, "Alectrona"
rallenta un po’ il passo e si affida a uno splendido refrain per
crescere d’intensità, mentre "Lovemaker" gira dalle parti degli
Aerosmith con un riff di chitarra che inchioda.
Chiude
"The Rinsk", quello che fin dagli esordi di carriera è il cavallo di
battaglia della band, una canzone costruita perfettamente, che ammicca
agli Zep, per aprirsi, poi, in un ritornello che è pura magia e in una
parte centrale strumentale che lambisce il prog.
Voices Unheard
non è solo un ottimo album d’esordio, ma soprattutto una lettera
d’amore mandata al classic rock, una musica, oggi giorno, fin troppo
screditata. Però, grazie a questi ventenni, il cui cuore pulsa al centro
di un immaginario musicale sospeso fra passato e presente, tanti
giovani avranno la possibilità di scoprire un genere che continua ad
appiccare incendi, nonostante la veneranda età.
Datati
e derivativi quanto si vuole, ma con questa passione i Jayler hanno
tracciato una traiettoria per il futuro da percorrere insieme a tanti
loro coetanei e a qualche vecchietto che ha ancora voglia di ascoltare
canzoni suonate in grazia di Dio.
Un’icona,
una leggenda, una pagina di storia. Settantacinque anni, figlia
prediletta di Detroit, Suzi Quatro è stata precorritrice del rock al
femminile (a quattordici anni era leader delle Pleasure Seekers), ha
rilasciato ben sedici album in studio, tra cui il leggendario omonimo
esordio del 1973 (quello di Can The Can, per intenderci), ha dato vita a svariate collaborazioni (la più nota quella con i Bronski Beat per la rilettura di Heroes
di David Bowie) e, ciliegina sulla torta, è entrata nell’immaginario
musicale italiano, prendendo parte ad alcuni episodi della celebrata
serie Happy Days, nel ruolo della conturbante Leather Tuscadero.
Sebbene
la sua stella si sia un po’ offuscata dopo il successo degli anni ’70,
la Quatro ha continuato la sua carriera di cantante e bassista,
mantenendo salda la barra di un rock’n’roll primordiale, intriso di
whisky e di umori blues, dimostrando come, anche in questo ultimo album,
la sua passione arda più intensamente che mai.
Freedom
è il terzo disco scritto in collaborazione con suo figlio, L.R. Turkey,
e contiene liriche per certi versi autobiografiche: lo sguardo rivolto
al proprio passato, alla propria storia, ai successi e ai momenti
difficili, all’orgoglio di essere ciò che è diventata, come donna e come
rockstar (“I Can’t Be Nobody Else but me, Life Is Too Short, So Choose Yourself”,
dalla ballata "Choose Yourself"). Una Suzi Quatro che si tiene lontana
dai compromessi, quindi, libera da condizionamenti, consapevole di tutti
i suoi difetti, diretta e fiera di ciò che fa. E che continua a fare
benissimo.
Quando
parte la title track si capisce subito il perché in questa ragazza di
settantacinque anni il cuore continua a battere fortissimo dalla parte
del rock’n’roll: "Freedom" è un brano travolgente, sprigiona un groove
blues rock trainato dalla voce roca tipica della Quatro, le linee di
basso sono metalliche e accattivanti, le armoniche graffianti e il ritmo
del rullante invita le gambe ad abbandonarsi all’euforia.
Non
è da meno "Little Miss Lovely" che, con quel ritmo tenuto dal
campanaccio, si addentra nel territorio dell'hard rock/punk con chitarre
grintose e un ritornello graffiante e arrochito da una voce che è un
marchio di fabbrica.
La
già citata "Choose Yourself" rallenta il passo in favore di una
riflessione motivazionale, il mood è vagamente southern grazie alla
chitarra slide, il ritornello è una meraviglia melodica, strapazzata,
però, da un incisivo assolo di chitarra.
Con
"Goin' Down" si ritorna al rock blues più ruvido, le chitarre sono
acide e graffianti, le linee di basso funky, la voce della Quatro
profonda e cupa, e tutto intorno si materializza l’asfalto di Detroit, i
fumi delle ciminiere e un cielo del colore dell’acciaio. Detroit resta
una sorta di fill rouge non dichiarato dell’album, la città dove tutto è
iniziato, la città degli MC5 e di Alice Cooper. La band di Wayne Kramer
fa capolino in alcuni dei brani più travolgenti della scaletta:
l’incalzante "Hanging Over Me", una tirata per chitarre in acido e
pianoforte honky tonk e "Shakedown", che scappa veloce su un riff
vorticoso e un assolo di wah wah che fa girar la testa. Non poteva, a
questo punto, mancare la Canzone: "Kick Out The Jams", la
leggenda degli MC5 e una delle canzoni più importanti (e censurate)
della storia, qui riletta insieme al fratellone Alice Cooper, con un
piglio e una grinta che, a differenza di tante altre cover, non sfigurano
rispetto all’originale.
E
potremmo fermarci qui, se non ci fossero da citare anche "Can’t Let It
Go", un brano esplosivo, tra le cui sciabolate slide si erge minacciosa e
potente la voce della bassista, e "Take It Or Leave It", un rullo
compressore che calpesta tutto ciò che incontra, incorporando
inquietanti lick blues e uno sfrontato call and response, che lo rendono
uno dei migliori brani del disco.
Freedom
è una goduria, un incontro/scontro tra rock’n’roll e blues che promette
(e mantiene) scintille fin dalle prime note, grazie a un’indomita
musicista che ancora arde di passione per il suo lavoro, la sua città e
una musica che, grazie anche a lei, continua a essere senza tempo.
Peccato che saranno in pochi ad accorgersene: le manca il suffisso indie
e quell’hype social che sembrano essere gli unici motivi di interesse
da parte dei giornaloni specializzati. Se, però, amate il rock sanguigno
e senza fronzoli, quello suonato bene mente il sudore sgocciola dalla
fronte, fate un giro da queste parti. Altro che Angine De Poitrine!
Il nome di questa band ricorda molto da vicino la parola italiana casino,
e questi cinque musicisti di casino ne fanno, ma sempre ben organizzato
e in fin dei conti decisamente orecchiabile. In realtà, il nome del
gruppo è il cognome del padre padrone del progetto, il chitarrista
norvegese Jo Henning Kaasin, già apprezzato per le sue collaborazioni
con artisti di fama internazionale come Glenn Hughes (Deep Purple) e Joe
Lynn Turner (Rainbow).
Affiancato
dal cantante Jan Thore Grefstad (Saint Deamon, TNT), dal bassista Ståle
Kaasin (Humbucker), dal tastierista Erling Henanger (Magic Pie) e dal
batterista Per-Morten Bergseth (Jorn, Wig Wam), l’irsuto musicista
rilascia il secondo album in studio intitolato The Underworld, seguito del debutto del 2021 Fired Up, e prodotto dallo stesso chitarrista insieme a Halvor Halvorsen e Ståle Kaasin.
L'album
segna un nuovo capitolo per questi guerrieri norvegesi dell'hard rock,
presentando un suono più cupo e atmosferico, pur rimanendo saldamente
radicato nella tradizione classica (Deep Purple, Rainbow, Iron Maiden,
etc) basata su riff incalzanti, melodie potenti e una solida maestria
musicale.
Si
parte a tutto gas con l’hard rock in purezza "The Real World", ed è
subito manifesta superiorità tecnica, grazie a una band affiatata e
consapevole, che mette in mostra la voce melodica di Grefstad, che dona
ancora più vibrante elettricità all’impasto sonoro, ulteriormente
potenziato dalle eleganti tastiere di Henanger.
Non
mancano, così come in tutto il disco, i bei ritornelli da cantare a
squarciagola, qualche digressione strumentale in odore di prog e i
consueti assoli adrenalinici. In tal senso, "Two Hearts" è ancora
meglio, con la chitarra grintosa e il basso pulsante dei due fratelli
Kaasin a dettare legge, mentre un bel assolo di hammond e la voce di
Grefstad rendono scintillante l’aura melodica del brano.
"We
Speed At Night" spinge di nuovo al massimo il piede sull’acceleratore
per un hard rock che più classico non si può (a voi scoprire tutte le
fonti d’ispirazione), mentre "Iron Horse" mette in evidenza le doti
atmosferiche della band, grazie a delizioso incipit, spazzato via poi
dalla solita tensione elettrica che, nello specifico, ricorda i Rainbow,
era Dio.
Senza
inventare nulla che non sia già stato ascoltato centinaia di volte, la
band riattiva quel sentimento di nostalgia per il decennio d’oro
dell’hard rock, mettendo dalla sua, però, un’evidente passione e quella
qualità tecnica che le nuove leve sembrano aver irrimediabilmente
perduto.
Non ci sono picchi assoluti in The Underworld, ma tanta ottima musica suonata con il cuore in mano, come nel pulsante rock blues di Over The Mountain
(con un assolo finale di Kaasin da capogiro), nel tocco mediorientale
ed epico di "Arabian Night", che ai veterani del genere farà tornare in
mente i leggendari Deep Purple o nel rullo compressore della title
track, spinta in territori maidediani dai riff taglienti di Kaasin e dal
drumming scatenato di Bergseth.
Le
fondamenta dei Kaasin sono state gettate con la chiara ambizione di
creare un hard rock contemporaneo dallo spirito classico e con una forte
identità tecnica. Poco importa, allora, delle accuse di passatismo
che inevitabilmente bolleranno progetti come questo. In The Underwolrld
si può godere ancora di quell’energia che arriva da lontano e che
continua a far battere il cuore di tanti appassionati. E’ la nostalgia
che fa rima con gioia, e tanto basta per ascoltare il disco.
Riconosciuti
come una delle band principali dell’emo/post hardcore, esplorato per la
prima volta con maestria in quel gioiello che porta il nome di Deja Entendu (2003), i newyorkesi Brand New fanno il botto tre anni dopo, quando pubblicano The Devil And God Are Raging Inside Me,
disco che si porta a casa il plauso unanime della critica e un notevole
successo di vendite, che vale alla band un disco d’oro.
Merito,
almeno in parte, della seducente copertina, una delle più belle mai
pubblicate in ambito rock, che evoca il contrasto fra innocenza e
purezza e l’orrore della vita quotidiana, che aspetta dietro l’angolo
l’inconsapevole bambina; e merito, soprattutto, di una scaletta di brani
senza una sbavatura, talmente emozionante che la prestigiosa rivista
Kerrang! lo inserirà fra i cinquanta dischi da ascoltare prima di
morire.
The Devil And God Are Raging Inside Me
è un disco profondamente malinconico, la cui straniante bellezza è
tutta giocata sul contrasto: le immagini evocate dalla cover, ma anche
un continuo alternarsi di accattivanti melodie e infuocati assalti
all’arma bianca, tra crepuscoli di insopportabile mestizia e brevi,
quanto accecanti, esplosioni di luce.
Un
disco che colpisce dritto al cuore, che fa dell’emotività la sua
freccia più acuminata, ma che la sicura mano del produttore Mike Sapone
riesce a incanalare e a mettere al servizio della musica. Che non è
musica per allegroni, meglio chiarirlo fin da subito, dal momento che i
testi e la voce del frontman, Jesse Lacey (il cui timbro ricorda
tantissimo quello di Robert Smith) esplorano senza filtri una geografia
esistenziale fatta di dolore, di perdita, di angoscia e dramma.
D’altra
parte, Lacey soffrì di depressione durante la fase di scrittura
dell'album a causa dell'ansia legata alle grandi aspettative riposte
sulla band in seguito al successo di critica di Deja Entendu.
Dal punto di vista testuale, "Sowing Season" affronta il tema della morte ("stavo perdendo tutti i miei amici, li stavo perdendo a causa dell'alcol e della guida"),
"Millstone" parla della perdita dell’innocenza, "Jesus Christ" è una
conversazione con Dio sulla perdita della fede, influenzata
dall'educazione religiosa di Lacey e dalla sua frequentazione della
South Shore Christian School durante l'adolescenza, mentre "The Archers'
Bows Have Broken" punta il dito verso chi usa la religione per scopi
egoistici o per fare politica.
La
canzone, però, che spezza il cuore e lascia senza parole è "Limousine
(MS Rebridge)", da molti considerata la signature song della band. Il
brano racconta la morte di Katie Flynn, una bambina di soli sette anni.
Poche ore prima della sua morte, Katie era la damigella d'onore al
matrimonio della zia, e si divertiva a lanciare petali di rosa lungo la
navata.
Finita
la festa, Katie e la sua famiglia salirono tutti su una limousine e si
diressero verso casa. Martin Heidgen, 25 anni, aveva bevuto almeno 14
drink quella sera, e il suo tasso alcolemico era più di tre volte
superiore al limite consentito a New York (0,8).
Martin,
completamente ubriaco, guidò per oltre due miglia verso nord, ma nella
corsia opposta, con direzione sud, dove si trovava la limousine della
famiglia Flynn. Sia l'autista della limousine, Stanley Rabinowitz, sia
Katie morirono sul colpo, ma a causa dell’urto violentissimo, Katie fu
decapitata, e la testa finì fra le braccia di sua mamma, che la cullò
mentre i soccorritori aiutavano il resto della famiglia a uscire dal
veicolo.
L’incidente,
che avvenne poco distante da dove Lacey viveva, è, quindi, il tema della
canzone, che affronta la tragedia da varie angolazioni.
I versi: “Kate,
tocca a te, Prendi i petali e disponili nella navata, Fai finta di
essere Dio e cresci, è il tuo giorno per sposarti. Abbiamo trovato il
tuo uomo, Sta bevendo, è tutto americano. E guiderà lui. Si è offerto
volontario con grazia per porre fine alla tua vita…” affronta il punto di vista della madre della piccola vittima.
Altri versi, “Ehi, suprema bellezza, Sì, avevi ragione su di me, Ma posso tirarmi fuori da sotto questo senso di colpa che mi schiaccerà?” rappresentano il punto di vista di Martin Haidgen.
Il
bridge del brano si ripete sette volte, mentre Lacey conta da uno a
sette, e canta la strofa per ogni anno di vita della piccola Flynn:” Beh,
ti amo così tanto (mai più), Ma fammi un favore, tesoro, non rispondere
(mai più), No, perché posso dartelo (mai più), Ma non posso sopportarlo
(mai più)”.
Quattro
versi sono cantati verso la fine della canzone e sono quasi
impercettibili rispetto al ritornello. Questi versi sembrano provenire
dal punto di vista di Katie: “Ma fammi un favore, tesoro, non
rispondere (Non dovrò mai perdere il mio bambino tra la folla) Perché
posso darlo a vedere (Dovrei ridere adesso...) Ma non ce la faccio”.
Il produttore Mike Sapone ha avuto l'idea di includere campioni di esplosioni nella traccia, da cui il sottotitolo "MS Rebridge",
con MS che sono le iniziali di Sapone. Con i suoi sette minuti e
quarantadue secondi, Limousine è rimasta la canzone più lunga dei Brand
New fino a "Batter Up" del 2017, che dura otto minuti e ventotto
secondi.
Sulla
cresta dell’onda da ormai dieci anni, gli americani From Ashes To New
hanno conquistato schiere di fan come nuovi alfieri del movimento nu
metal, andando ad occupare il posto, disco dopo disco, lasciato libero
dai Linkin Park. Un legame, quello con la band del fu Chester Bennington
(oggi, tornata in auge con la nuova cantante Emily Armstrong)
caratterizzato dagli stessi moduli espressivi (alternanza di due voci,
rap e screaming, riff pesantissimi, ritornelli di facile presa, un senso
diffuso di malinconia e tristezza), che nel corso del tempo si è
attenuato un po’, pur rimanendo un marchio di fabbrica evidentissimo
anche in questo nuovo Reflections.
Dopo il successo di Blackout del
2023, anche questo nuovo album ha tutte le carte in regola per
confermare la band originaria della Pennsylvania come tra le migliori in
circolazione nel circuito alternative. Niente di nuovissimo sul fronte
occidentale, certo, ma una scaletta che esplicita maturità e
consapevolezza, oltre alla capacità di rileggere con freschezza un
canovaccio in uso ormai da un decennio.
Dopo
aver scartato, a quanto pare, un numero imprecisato di canzoni per
poter focalizzarsi sul materiale rimasto e limarlo alla perfezione, il
quintetto di Lancaster torna, quindi, con un lavoro composto da dodici
brani, che suona solido e accattivante. Reflections mantiene
intatto il sound caratteristico della band, con il contrasto tra le
strofe rap di Matt Brandyberry e i ritornelli melodici di Danny Case, un
binomio che funziona come sempre alla grande.
Detto
questo, si nota un leggero cambiamento di tono: gli elementi
elettronici, questa volta, risultano più raffinati e cupi, conferendo
all'album una maggiore impronta industrial che si sposa bene con il
pesante lavoro di chitarra di Lance Dowdle e Jimmy Bennett.
L’alternarsi
tra momenti più rilassati e melodici ed altri decisamente più rumorosi
garantisce alla scaletta, pur nell’omogeneità di suoni, una varietà
emotiva che la rende interessante e avvincente. Brani come "Drag Me" e
"Villain" si spingono verso sonorità più pesanti, supportate da un
groove incandescente e contagioso, mentre la splendida "Die For You" si
presenta come il fulcro emotivo dell'album, ed è facile capire perché
sia già diventata una delle preferite dai fan: la sua energia
irrequieta, i riff taglienti e l'interpretazione vocale appassionata di
Case la rendono uno dei momenti più memorabili del disco, con un
ritornello da mandare a memoria fin dal primo ascolto.
Più
avanti nell'album, "New Disease" prende di mira l'influenza della
cultura digitale e la tendenza a seguire le mode, ed è un brano che
riflette lo stile tipico della band: orecchiabile e bombastico, ma con
un testo sufficientemente incisivo da conferirle spessore ("We die
for the feeling, Nothing to believe in Put a gun against your head, Pull
the trigger join the trend, We live for the sickness Obsessed and
addicted, We're all dying just to be, Part of a new disease").
Il
disco si chiude con "Falling from Heaven" e "Your Ghost" (due episodi
in cui i Linkin Park sono più che una semplice sensazione), che mostrano
un lato più introspettivo (pur nella loro veste metal), ed evocano le
riflessioni di cui al titolo, elemento che si addice al tono generale
del disco.
Il titolo Reflections,
quindi, sembra azzeccato, dal momento che, pur in un contesto rumoroso,
questo lavoro appare in qualche modo più profondo e introverso: è un
album che mostra una band che sa esattamente cosa vuole, il cui processo
di scrittura, fatto di continui ripensamenti, sembra aver dato i frutti
migliori. La struttura è coesa, l’intensità emotiva, anche nei testi,
non manca mai, e l’energia che i fan si aspettano è forse più contenuta,
ma aggressiva quanto basta per non rinnegare il passato.
”So di Non Sapere”
è la celebre affermazione del filosofo greco Socrate, che indica la
consapevolezza della propria ignoranza come punto di partenza per la
vera conoscenza e la ricerca filosofica. Un'ammissione di umiltà che
spinge alla ricerca continua, riconoscendo i limiti umani e rifiutando
la presunzione di sapere tutto.
Uno
dei successi più insoliti degli anni '80, "What I Am", trae spunto, più
o meno, da questa massima, invitando l’ascoltatore a essere se stesso,
parlare di cose che sa veramente, utilizzando espressioni semplici e
comprensibili a tutti. Nel testo, Edie Brickell prende in giro i
saccenti, gli intellettuali boriosi, tutti coloro che pensano di essere
al centro dell’Universo e che condividono continuamente le proprie
convinzioni politiche, filosofiche e spirituali, esponendo i propri
pensieri a chiunque sia disposto ad ascoltare. Ecco i versi:
"La filosofia è un discorso su una scatola di cereali
La religione è un sorriso su un cane"
Ecco
il genere di cose che direbbero questi pseudo pensatori da strapazzo:
stupidaggini sesquipedali a cui molte persone ingenue finirebbero per
credere.
La
Brickell, in contrapposizione a costoro, chiarisce di non sapere nulla,
di non avere le risposte, e anche se le avesse, le terrebbe solo ed
esclusivamente per sé:
"Non sono a conoscenza di troppe cose
So quello che so se capisci cosa intendo"
Edie
Brickell non era un membro originale dei New Bohemians, che nacquero
come gruppo ska a Dallas, in Texas, con Brad Houser al basso, Eric
Presswood alla chitarra e Brandon Aly alla batteria. I tre erano tutti
iscritti alla Booker T. Washington High School for the Performing and
Visual Arts, che fu frequentata anche dalla Brickell, che però non entrò
in contatto con loro fino a molto tempo dopo. Nel 1985, la cantante,
allora studentessa d'arte alla Southern Methodist University, li vide
esibirsi in un locale notturno e, dopo essersi fatta coraggio con
l'aiuto di un amico insistente e qualche bicchierino di Jack Daniel's,
chiese di poter salire sul palco per cantare una canzone insieme.
Quell’improvvisato provino live andò talmente bene, che qualche giorno
dopo, la band assunse la Brickell come cantante solista.
Il gruppo si costruì un seguito a Dallas e firmò con la Geffen Records nel 1986. Faticarono a registrare il loro primo album, Shooting Rubberbands At The Stars,
scontrandosi spesso con il produttore Pat Moran, ma quando, nel 1988,
il loro esordio fu pubblicato, la bellezza delle canzoni e la voce
distintiva della cantante colpirono positivamente critica e, solo dopo
un po’, anche il pubblico.
D’altra
parte, in un'epoca di hair metal e musica dance, il pop rock proposto
dal gruppo attraverso "What I Am", pubblicata come primo singolo, fu
difficile da vendere.
La svolta arrivò quando i New Bohemians furono scritturati come ospiti musicali nella puntata del 5 novembre 1988 del Saturday Night Live,
che fu anche la puntata più ascoltata dell'anno grazie all'apparizione
del conduttore televisivo Morton Downey Jr., fumatore accanito e
personaggio sopra le righe.
Da
quel momento in avanti, "What I Am" iniziò a essere trasmessa in radio e
su MTV, raggiungendo il settimo posto delle classifiche americane nel
marzo 1989 (e fu un successo anche nelle chart di mezzo mondo, Italia
compresa). In quella apparizione al Saturday Night Live, poi, la Brickell incontrò Paul Simon. I due si innamorarono e si sposarono nel maggio 1992.
Quella di Edie Brickell And The New Bohemians è la storia di un gruppo meteora, uno di quelli che gli inglesi chiamano One-Hit Wonder,
famosi al grande pubblico per un singolo brano di successo, senza
successivamente riuscire a replicare tale successo con altre canzoni.
Il
loro secondo singolo, "Circle", si fermò, infatti, alla quarantottesima
piazza di Billboard, mentre l'album successivo della band, Ghost Of A Dog
del 1990, per usare un eufemismo, ricevette poca attenzione. Così la
band si prese una lunga pausa. La Brickell pubblicò un album solista nel
1994 e mise su famiglia; il gruppo si riunì, successivamente, nel 1998
per registrare nuove canzoni per una compilation, e pubblicò tre nuovi
album nel 2006, nel 2018 e nel 2021, tutti passati sotto silenzio.
Un destino scritto nel titolo del loro album d’esordio, Shooting Rubberbands At The Stars, ovvero tirare elastici alle stelle: quante possibilità ha una giovane band di Dallas di colpirne una?
I
proventi derivanti dalla vendita del singolo hanno però garantito al
gruppo una discreta agiatezza economica. Fu la stessa Brickell ad
ammetterlo nel 2021: ”Sono molto grata a 'What I Am', perché mi ha
permesso di vedere il mondo, mi ha permesso di realizzare i miei sogni,
mi ha permesso di prendermi cura della mia famiglia.”.
Impossibile
raccontare questo disco senza partire prima dalla copertina, che ritrae
la nostra Chez Kane in una posa oltre modo sexy. Figlia di un’estetica
glamour, un po’ lasciva e molto ammiccante, che andava di moda durante
gli spensierati anni ’80, quella foto, deliberatamente provocatoria,
evoca in realtà tutto un immaginario musicale di un certo rock, che in
quel decennio veicolava canzoni attraverso clip in cui dominava una
sfrontata sensualità cotonata, sia maschile che femminile.
In tal senso, questo Reckless,
terzo album in studio di Chez Kane (progetto solista di una delle tre
sorelle della band gallese Kane’d, il cui fondatore è Danny Rexon,
frontman dei Crazy Lixx) è figlio di quel decennio, tanto da dimostrare
quarant’anni suonati, anche se all’anagrafe risulta nato il 27 marzo
2026. Sono, però, quarant’anni portati benissimo, grazie un brillante
tono muscolare e a una freschezza interpretativa che spazza via ogni
residuo di ruggine da una canovaccio ovviamente prevedibile ma ricco di
vitalità.
Chez
Kane possiede una bella voce smorfiosa, dal timbro grintoso e duttile,
che ben si adatta a questo rock melodico e acchiappone, che evoca con
malizia grandi interpreti eighties quali Europe, Bon Jovi, Pat Benatar,
Skid Row e via dicendo.
Tutto
già risaputo ma riletto con una sfrontatezza che non può lasciare
indifferenti: riff di chitarra trascinanti, arrangiamenti gonfi di
synth, qualche assolo di sax (strumento glorioso del decennio) e un
filotto di ritornelli killer che fanno breccia fin dal primo ascolto.
Apre
la title track, una vera e propria bomba che palesa tutte le qualità
della ragazza: batteria pestata, interplay fra riff di tastiera e
chitarra, il colpo di genio dei cori che partono prima del cantato, un
ritornello che non fa prigionieri (Bon Jovi docet) e un divertito assolo
di sax nel finale di canzone.
"Personal
Rock’n’roll" parte con un ruvido riff di chitarra alla Skid row, ma
poi il brano si gonfia di tastiere, mettendo in luce il suo tiro
smaccatamente melodico. Dopo due canzoni, il mood e gli intenti sono
chiarissimi, per cui, se questo suono retrò e il florilegio di cori e
coretti vi ha già stufato, mollate il colpo. Per chi, invece, come il
sottoscritto, si sta divertendo tantissimo, l’ascolto riserva ulteriori
momenti di godimento sopraffino.
"Love
Tornado" galoppa grazie un tiro energico pazzesco, "Night Of Passion"
traveste di rock una canzone che ai tempi avrebbe riempito il
dancefloor, "Strip Me Down" vola velocissima in un immaginario già
frequentato dagli Europe e "Too Dangerous" crea attesa con le sue
chitarre lancia in resta per un ritornello che più innodico è difficile.
Pur con tutti i limiti di una proposta musicale derivativa, Reckless
è uno di quei dischi che, se vi appassiona il genere, farete davvero
fatica a togliere dallo stereo. Le canzoni sono energiche e sbarazzine,
gli arrangiamenti funzionali alla proposta, pompati ma senza essere
magniloquenti, e Chez Kane mantiene a livello interpretativo quello che
fa vedere a livello fisico: una prestazione sensuale e graffiante da
vera bad girl. Per retromaniaci, ma non solo.