giovedì 28 settembre 2023

PARANOID ANDROID - RADIOHEAD (Parlophone, 1997)

 


Il successo è un’arma a doppio taglio, può essere estremamente gratificante, può dare visibilità e denaro, ma anche creare seri problemi. Perché l’attenzione della gente, per quanto in buona fede, può diventare tanto perniciosa da essere insopportabile. Lo sa bene Thom Yorke, cantante e leader dei Radiohead, che una sera decide di prendersi qualche ora di svago e di fare un giro per i bar di Los Angeles, con l’intento di divertirsi e, perché no, alzare anche un po’ il gomito. Però, quella che era iniziata come una serata di festa diventa presto un incubo, perchè Yorke finisce in un pub (che lui non sa essere una base di spaccio per cocainomani) dove viene riconosciuto ed immediatamente circondato da numerosi avventori, che lo subissano di richieste e attenzioni, in un modo così pressante da mettergli paura.

"Le persone che ho visto quella notte erano proprio come demoni di un altro pianeta", raccontò successivamente il cantante, "tutti pretendevano da me qualcosa e mi sentivo come se tutto stesse per crollare da un momento all'altro." Un momento difficile, di profondo disagio, che, tuttavia, fu fonte di ispirazione di una delle canzoni più belle e famose dei Radiohead.

Perché quella notte, che Yorke ricorderà sempre con infinita tristezza, ispirò Paranoid Android, una canzone simbolo, che coagula in 6 minuti e ventisette secondi quel mix claustrofobico di bellezza malinconica e tensione snervante che è l’ossatura del leggendario OK Computer. Passaggi acustici eterei e impetuose esplosioni di elettricità, intramezzate da un delicato lamento, che suona come una richiesta di perdono celeste.

Come nacque la canzone, è lo stesso Yorke a spiegarlo: "Si tratta di essere esposti a Dio, non lo so. È stato quella notte, davvero. Avevamo provato la canzone per mesi, ma il testo mi è arrivato poco prima dell’alba. Stavo cercando di dormire quando ho letteralmente sentito queste voci che non mi lasciavano in pace. Erano le voci delle persone che avevo sentito al bar. Si è scoperto che era un posto noto per gli amanti della coca, ma non lo sapevo. Fondamentalmente si tratta solo di caos, caos, caos assoluto.

La struttura della canzone è modellata su Happiness Is A Warm Gun dei Beatles, ed è un esempio di canzone a incastro, in cui sezioni apparentemente inconciliabili sono mirabilmente accostate creando un puzzle a dir poco perfetto. L'assolo di chitarra alla fine della canzone è stato scritto dal chitarrista Jonny Greenwood. Originariamente non era previsto per la canzone, ma serviva qualcosa per chiuderla e questo assolo era nella tonalità giusta e si fondeva perfettamente con il mood del brano.

Paranoid Android (il cui titolo paga debito a Marvin, l'Androide Paranoico, di Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams), prima di trovare la sua forma definitiva su disco, fu suonata varie volte dal vivo, quando i Radiohead, nel 1996, aprivano i concerti di Alanis Morissette. Questa prima versione della canzone durava ben quindici minuti, ed è curioso che, durante la fase di registrazione del brano, lo stesso era stato inizialmente concepito con un outro di ben dieci minuti di organo, poi, fortunatamente, eliminato.

Nonostante la lunghezza del brano, Paranoid Android fu pubblicata come singolo in molti paesi, ma non negli Stati Uniti, dove il lungo minutaggio era considerato inaccettabile. Ciò suscitò anche qualche polemica fra la band e svariate stazioni radiofoniche, che pretendevano una versione della canzone più breve. Yorke si oppose fermamente: meglio subire l’ostracismo delle radio che mettere mano nuovamente a una canzone che, accorciata, avrebbe perso buona parte della sua straniante bellezza. 




Blackswan, giovedì 28/09/2023

martedì 26 settembre 2023

THE PRETENDERS - RELENTLESS (Parlophone, 2023)

 


Un titolo e una copertina che dicono tutto: Chrissie Hynde, per quanto sgualcita dall’età (sono ben settantadue anni), è viva e vegeta e lotta insieme a noi. Lo si era già capito dal precedente Hate for Sale che la ragazza che, decenni fa, conquistava il mondo con Brass In Pocket, non aveva alcuna intenzione di appendere la chitarra al chiodo. Quel disco, come il precedente Alone, la fotografavano con qualche ruga in più, ma ancora scalpitante e capace di scrivere canzoni rapide e intense, figlie di quel mix di urgenza punk, visione new wave e melodie pop, che ha reso i Pretenders una band in grado di scalare le classifiche, senza, tuttavia, mai perdere quel piglio rock, da sempre amato anche da chi non è aduso a sonorità mainstream.

Negli ultimi dieci anni circa, Chrissie Hynde ha soddisfatto tutti i suoi capricci creativi pubblicando album sia come artista solista sia con la casa madre, dando alle stampe anche un disco onesto e di ottima fattura (Fidelity del 2010) accreditato a JP, Chrissie e Fairground Boys, frutto della relazione sentimentale con il songwriter gallese JP Jones. Eppure, il materiale migliore lo ha sempre riservato alla sua storica band, come dimostra questo nuovo, riuscitissimo Relentless.

Della formazione originale restano solo Chrissie Hynde e Martin Chambers, ma la presenza di un chitarrista coi fiocchi come James Walbourne, che insieme alla Hynde firma tutti i brani in scaletta, ha aggiunto nuova linfa vitale al progetto. Relentless è un album ostico, scorbutico, nervoso, in cui le melodie pop restano sottotraccia e sono scartavetrate da fremente elettricità, e in cui solo a tratti si possono cogliere echi della band di un tempo. A prevalere, infatti, è un mood malinconico e ossianico, innervato da un suono secco e frontale, che lascia poco spazio alla luce del sole in favore, invece, di cupe atmosfere, in cui a prevalere sono tristezza e irrequietezza.

E poi, quella voce corrosa dalla vita, ancora capace di variazioni e accelerazioni sensuali, che il tempo, però, ha ulteriormente ispessito e, in qualche modo, reso ancora più seducente.

Relentless è un disco che ha bisogno di qualche ascolto per decollare, a causa, come si diceva, di un mood ombroso, ma cresce progressivamente, dimostrando che la Hynde sa scrivere ancora grandi canzoni, anche quando suggerisce una sorta di resa esistenziale, cantando nell’iniziale e ispida "Losing My Sense of Taste": «Non mi interessa nemmeno il rock and roll / Tutti i miei vecchi brani preferiti sembrano vecchi e stanchi».

Sarà. Ma nella scaletta del disco nulla suona vecchio e stanco, e tutte le canzoni, dalla prima all’ultima, si fanno ricordare. Ci sono, ovviamente, brani che filano dritti, ruvidi, ma carichi di melodia, come "Let the Sun Come In", un brano pop rock che cita i R.E.M. nel riff di chitarra, mentre, nel ritornello, ricorda all’ascoltatore quali sono le radici della band, messe a fuoco anche nella spigolosa dolcezza della splendida "A Love". Elettrica e potente, "Domestic Silence", col suo passo cadenzato, prende le sembianze di un muscolare rock blues (splendido lavoro alla ritmica di Walbourne), mentre "Merry Widow" sprofonda nel cuore della notte, fondendo mirabilmente Patti Smith e i Velvet Underground di "All Tomorrow’s Parties".

Il piatto forte in scaletta è però rappresentato dalle ballate, un più bella dell’altra, a partire dalla strascicata e al contempo fluttuante "The Copa" e dalla successiva "The Promise Of Love", struggente e bluesy, in cui la Hynde sul velluto della malinconia, apre alla speranza e canta: «Dall'oscurità e dal dolore, trasforma la tristezza in gioia e il passato in domani».

Il disco si chiude "I Think About You Daily", lentone strappa lacrime, avvolto da una sezione di archi arrangiata e diretta da Jonny Greenwood dei Radiohead. Una chiosa semplicemente fantastica, per un disco che mostra le due facce di una venerata veterana del rock and roll, la cui integrità nessuno può mettere in discussione: da un lato, un tocco nostalgico e quella tenerezza da cui nascono, anche se in penombra, splendide melodie pop, e dall’altro, quell’urgenza elettrica che non smette di vibrare, nonostante il tempo che passa, nonostante le rughe sul volto.

Un ritorno coi fiocchi.

VOTO: 8

GENERE: Alternative Rock 




Blackswan, martedì 26/09/2023

lunedì 25 settembre 2023

FLEETWOOD MAC - RUMOURS LIVE (Warner, 2023)


 

Inglewood, California, 29 agosto 1977. Davanti a un pubblico di circa cinquantamila persone si esibisce quella che, in quel momento, è una delle rock band più famose del pianeta. Sei mesi prima, infatti, i Fleetwood Mac hanno pubblicato Rumours, un best sellers che stazionò al primo posto delle classifiche americane per trentun settimane (non consecutive), che fece incetta di dischi di diamante e di platino, e che ha venduto più di quaranta milioni di copie, diventando il sesto disco più venduto degli anni ’70 e il nono più venduto di sempre.

E’ un momento di grazia per la band che, con l’entrata nella line up del chitarrista e cantante Lindsey Bickingham e della conturbante Stevie Nicks, ha completamente cambiato registro, virando dal rock blues degli inizi (quando a tener il timone c’era Peter Green) a un sofisticato pop rock screziato di country e dal seducente appeal radiofonico. Sono anche anni, però, in cui emotivamente la band sta implodendo, dal momento che le coppie formate da Buckingham e Nicks e da John McVie e Christine Perfect sono al collasso, mentre Mike Fleetwood ha appena scoperto il tradimento della moglie. Eppure, grazie anche al collante della droga e dell’alcol, e in virtù di una straordinaria vena compositiva, i Fleetwood Mac, rimestando con malinconia e un filo di intelligente cinismo sulle rispettive turbolenze sentimentali, danno alla luce un disco destinato alla leggenda.

Questo straordinario live fotografa la band esattamente in quel momento così particolare e così esaltante, regalando all’ascoltatore, a distanza di quarantasei anni, un filotto di canzoni, tutte, nessuna esclusa, benedette da imprimatur divino, e interpretate con un’intensità che lascia a bocca aperta. Sono diciotto i brani in scaletta, tutti estratti dal recente Rumours e dal precedente omonimo disco del 1975, ad eccezione della sola "Oh Well", omaggio a Peter Green e alla prima parte di carriera della band.

Se la qualità dei nastri rimasterizzati è ottima, ma non perfetta, quello che maggiormente colpisce è la potenza deflagrante con cui i Fleetwood Mac affrontano un repertorio, il cui velluto melodico viene sporcato e scartavetrato da un approccio elettrico e rockista. Non mancano certo momenti più intimi e raccolti (una "Ladslide" da brividi) e i consueti, giocosi connubi fra roots e pop (l’iniziale "Say Love To Me"), ma a prevalere è un suono muscolare, a tratti addirittura feroce. E’ soprattutto quando entra in scena Stevie Nicks che le canzoni vibrano di elettricità, come in "Dreams", che evoca la notte anche se il sole splende alto, o come in due autentiche gemme quali "Gold Dust Woman", più lunga, ancora più disperata, e trascinata al parossismo dalle bordate elettriche di Buckingham (che chitarrista straordinario!) e dall’ululare convulso della Nicks, o dagli otto minuti di una immensa "Rhiannon", trasfigurata in un cupo sabba elettrico, il cui finale furente lambisce i confini del punk rock.

Il live si chiude con "Songbird", evidente omaggio alla compianta Christine Perfect, che ci ha lasciati il novembre scorso, e quando la signora McVie canta quel verso struggente che trabocca disperazione (“…and the songbirds are singing, like they know the score. And I love you, i love you, like never before”) è quasi inevitabile che la gola si stringa in un groppo di amara nostalgia.

Un disco dal vivo strepitoso, imprescindibile per i fan dei Fleetwood Mac e imprescindibile per chiunque voglia approfondire il momento magico di una delle band più importanti e seminali della storia.

VOTO: 9

GENERE: Classic Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 25/09/2023

giovedì 21 settembre 2023

SOEN - MEMORIAL (Silver Lining Records, 2023)

 


Formatisi nel 2004, attivi dal 2010, gli svedesi Soen sono arrivati al loro sesto album in studio dopo vari cambi di una line up che oggi, probabilmente, vede la sua forma definitiva. La band, che ha nel batterista Martin Lopez, ex Opeth, il suo leader e motore propulsivo, ha guadagnato sempre più popolarità con una miscela ben calibrata di potenza e melodia, un’idea di fondo, questa, che, album dopo album, si è sgravata di ogni elemento derivativo (vedi Tool), per acquisire uno stile definitivamente identitario. Ora, la band ritorna con questo nuovo Memorial, il seguito di Imperial, pubblicato nel 2021, dimostrando, ancora una volta, la grande abilità nel creare composizioni incisive ed emotivamente cariche. Il disco, infatti, contiene i consueti riff vibranti, probabilmente i più pesanti scritti fino a oggi, contemperati, però, da articolate digressioni prog, momenti più raccolti e introspettivi, accenni a sonorità più classiche e un importante impianto melodico, a volte anche un po' ruffiano, ma comunque efficace.

L'album si apre con la palpitante "Sincere", un brano che rappresenta alla perfezione il suono della band, fatto di saliscendi emotivi, ritornelli implacabili, chitarre taglienti e drumming esplosivo (monumentale, come sempre, la prestazione di Lopez), ma capace anche di toccare le corde della malinconia con avvolgenti stasi melodiche.

La forza dei Soen risiede proprio nella naturalezza con cui riescono a far convivere trascinanti groove e momenti più intimi, echi classici e modernità (la strofa di "Violence" sembra essere pescata da una canzone dei Twenty One Pilots), senza mai perdere, però, il filo del discorso.

La seconda traccia e primo singolo, "Unbreakable" è l’ennesima testimonianza di questa abilità di contemperare riff potenti, abilità tecnica e profondità emotiva, un mix che si esalta, poi, grazie al solito ritornello che si manda a memoria in un solo ascolto.

Tutto in Memorial è perfettamente rifinito, dal mixaggio ai brillanti arrangiamenti, e le composizioni, ancorchè figlie della stessa idea, suonano intense e ispirate, anche quando i giri del motore rallentano per lasciare spazio a momenti più morbidi, come "Hollowed", intensa ballata che vede ospite la nostra Elisa, "Vitals", i cui echi pinkfloydiani non sfuggiranno agli ascoltatori più attenti, o "Tragedian", dall’avvincente crescendo emotivo.

Memorial è, dunque, la prova provata dell’evoluzione dei Soen come collettivo, è un album che mette in mostra non solo la loro maturità musicale e la brillantezza del modo in cui il quintetto si approccia alla scrittura delle canzoni, ma anche l’indubbia capacità di creare un corpo di lavoro assolutamente accessibile, capace, cioè, di plasmare la materia metal in modo che riesca a essere accattivante anche a chi il metal non lo digerisce.

Se è impossibile parlare male di un lavoro così ben confezionato e rifinito, resta vivo, tuttavia, un pensiero laterale che pungola l’orecchio e rende meno esaltante il giudizio finale: con questo talento, si può fare di più, si può osare, abbandonando la strada, spesso imboccata, dell’appeal radiofonico, per avventurarsi in territori più sperimentali e progressivi. Opinione personale, che non inficia assolutamente la qualità di un disco di ottima caratura.

VOTO: 7,5

GENERE: Progressive Metal 




Blackswan, giovedì 21/09/2023

martedì 19 settembre 2023

ZOMBIE - THE CRANBERRIES (Island, 1994)

 


Il 20 marzo del 1993, l’IRA (Irish Republican Army) compie un attentato a Warrington, Cheshire, in Inghilterra, a seguito del quale vengono barbaramente uccisi due bambini, Jonathan Ball e Tim Parry. Un fatto di sangue orribile, che tocca nel profondo Dolores O’Riordan, tanto da spingerla a scrivere una canzone, Zombie, che sarà, inaspettatamente, il più grande successo commerciale dei Cranberries.

Una canzone appassionata e politicamente militante, che nasce dalla rabbia e dall’orrore, e che la cantante scrisse, puntando il dito sulla lotta irlandese per l'indipendenza, una guerra che sembrava, in quegli anni, non potesse finire mai (“It's the same old theme, Since nineteen-sixteen”).

Zombie è il primo singolo estratto da No Need To Argue (1994), secondo album in studio della band irlandese, e rappresenta un cambiamento nel suono, che dopo un esordio più morbido e intimista, vira decisamente verso il rock, segnando un forte allontanamento da canzoni leggere e sognanti come Linger e Dreams, per abbracciare testi più impegnati. Il tal senso, Zombie è una canzone che parla di pace, quella pace tra Inghilterra e Irlanda, che ai tempi sembrava impossibile e che oggi, dopo gli accordi del venerdì Santo (10 aprile 1998) sembrerebbe ancora reggere.

Eppure, questa canzone, il cui senso era di schierarsi contro la follia della guerra e sottolineare come a farne le spese sono quasi sempre gli innocenti (“Another head hangs lowly, child is slowly taken, and the violence caused such silence, who are we mistaken?”), avventurandosi nella mischia politica del tempo, suscitò non poche polemiche, soprattutto in chi vedeva nelle liriche della O’Riordan una sorta di implicito endorsement in favore dell’invasore inglese.

Sarà. Ma quando la band iniziò a suonare dal vivo la canzone, ottenendo ancor prima della pubblicazione dell’album, un notevole successo, accadde l’inaspettato. Il 31 agosto 1994 l'IRA, dopo ben venticinque anni di conflitto armato, dichiarò il cessate il fuoco, suscitando in qualcuno il sospetto che una tregua fosse meno controproducente che ritrovarsi a fare i conti con l’esposizione mediatica di altre canzoni che mettessero a rischio l’onore del movimento.

Il video del brano fu girato da Samuel Bayer (quello, per intenderci, di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana), che era andato a Belfast, poco prima del cessate il fuoco, per ottenere filmati realistici della zona di guerra, tanto che, quelli che si vedono nella clip sono davvero soldati britannici e bambini locali. Bayer intercala queste scene con immagini della band che suona e con quelle, decisamente sorprendenti, di Dolores O'Riordan, in piedi accanto a una croce e ricoperta di vernice dorata. Un’idea, questa, della stessa cantante, che, da un lato, voleva che le immagini fossero cromaticamente impattanti, e dall’altro, voleva, attraverso il simbolo della croce, evocare il dolore e suscitare sentimenti di natura religiosa.

La canzone tornò in auge ventiquattro anni dopo la sua pubblicazione, quando, il 19 gennaio del 2018, la metal band dei Bad Wolves ne pubblicò una cover (la trovate sul loro esordio, intitolato Disobey), a cui Dolores O’Riordan doveva prestare la propria voce, proprio il giorno in cui la cantante morì (15 gennaio 2018). Prima di pubblicare il video, in cui la O’Riordan veniva evocata da un’attrice ricoperta di vernice dorata, ci fu un lungo di battito fra la band, il loro manager e la casa discografica (Eleven Seven) sull’opportunità o meno di pubblicare Zombie come singolo. Alla fine, Il gruppo optò per la pubblicazione della cover, ma decise di donare i proventi della vendita ai tre figli della O'Riordan, riuscendo a dare un risvolto positivo alla tragedia di quella morte inaspettata e prematura.

 


 

 

Blackswan, martedì 19/09/2023

lunedì 18 settembre 2023

ALICE COOPER - ROAD (earMusic, 2023)

 


Non voglio nemmeno pensare che ci sia al mondo qualcuno che non conosca Alice Cooper. Pertanto, è del tutto inutile snocciolare numeri e accennare a una storia musicale che ha lasciato segni indelebili, ispirando, e continuando a ispirare, schiere di musicisti. Basti sapere solo che il maestro degli incubi è tornato con l'album in studio numero ventinove (!), e alla veneranda età di settantacinque anni, non solo ha ancora molte cose da dire, ma le dice benissimo. Road non è, dunque, lo stanco lavoro, di chi ha superato abbondantemente gli anni della pensione, ma un disco che vede il rocker di Detroit rivivere nella sua forma migliore: grandi canzoni, backing band in palla, produzione impeccabile (Bob Ezrim) e, come sempre, testi traboccanti di ironia.

Quest'uomo non si ferma mai, e se sommi gli album solisti e gli album di puro divertimento pubblicati con il progetto parallelo degli Hollywood Vampires, parli di oltre sessant’anni di carriera, per la maggior parte passati in turnèe. E come sia in grado di sostenere questi ritmi, è un autentico mistero. Road, in tal senso, è un concept album dedicato alla strada, quella che ha percorso per milioni di chilometri, passando da un concerto all'altro, ma anche strada come metafora della vita, l'orizzonte davanti, perchè il futuro non è scritto, uno sguardo allo specchietto retrovisore, perchè il passato non si rinnega mai. E qui, nonostante le settantacinque primavere, Alice di vita ne mette tantissima, con un'esuberanza che lascia attoniti. E' lui, folle come sempre, e questa musica è la sua, folle come sempre. Un copione già scritto, forse. Ma la vera forza è quella di saperlo reinterpretare ogni volta col sorriso (ghigno, rectius) sulle labbra. Puro divertimento rock'n'roll: un po' giullare, un po' rocker, tanta elettricità, tanta ironia, il desiderio guascone di continuare a ballare alla faccia di chi l'ha già dato per morto.

Senza dubbio ci sono parecchi fan che vivono nel passato e pensano che Alice abbia raggiunto il suo apice negli anni ‘70/’80. Una considerazione, questa, solo in parte condivisibile, perché il Cooper di oggi è ancora in grado di produrre materiale di livello, e Road, in tal senso, ne è pieno.

L'album si apre con l’autobiografica "I'm Alice", una dichiarazione d’intenti e un’orgogliosa affermazione autocelebrativa, che ricorda la spavalderia degli anni '70: riff taglienti, retrogusto stradaiolo, testi attraversati da un filo di sfacciata ironia, e quella teatralità nella pausa parlata che evoca il fantasma di Vincent Price. Il modo perfetto per aprire un album che presenta davvero pochi punti deboli e inanella invece una serie di canzoni che sembrano costruite per funzionare meravigliosamente bene anche dal vivo, come, ad esempio, la successiva "Welcome To The Show", un brano figlio degli anni ’80, i cui coretti e il lavoro di chitarra sono vecchi di decenni e, ciò nonostante, in un batter d’occhio, mandano a fuoco le casse dello stereo.

Un uno due scalpitante, una partenza a razzo, per un viaggio grazie al quale Alice Cooper attraversa tutte le tappe della sua immensa carriera. "All Over The World", dedicata alla pletora inesausta di concerti tenuti nel corso della sua vita, aggiunge i fiati a un riff di chitarra decisamente seventies e a quella voce scorbutica a cui il tempo non ha tolto un briciolo di espressività, "Dead Don’t Dance" è puro metal con retrogusto Black Label Society trainato da un’infuocata linea di basso (Chuck Garric), "Go Away" è una sgommata rock’n’roll che richiama il Cooper più classico, mentre "White Line Frankenstein", con l’ospitata di Tom Morello alle sei corde, è un altro pezzo metal che esplode in un ritornello implacabile.

"Big Boots" è ancora puro rock’n’roll, spinto a tutta velocità dal basso di Garric e dal contrappunto del pianoforte verso un chorus uncinante, "Rules Of The Road", nello stesso modo, schizza rapidissima, mentre la pesante e cupa "The Big Goodbye" (grande assolo di Nita Strauss) guarda a un futuro, si spera il più lontano possibile, in cui le chitarre verranno appese al chiodo e tutto sarà finito. "Road Rats Forever" apre a bomba la parte finale dell’album, raggrumando in quattro minuti le caratteristiche della perfetta canzone rock: sezione ritmica impetuosa, riff feroce, assolo infuocato, contrappunto pianistico e ritornello fulminante. Decisamente uno degli high lights del disco.

"Baby Please Don’t Go" è un’ottima ballata, funziona bene, ma suona davvero poco Cooper, mentre la penultima "100 More Miles" assume connotati orrorifici e un tocco bluesy, prima di gonfiarsi di oscuri presagi e elettricità.

Il disco si chiude con la cover live di "Magic Blues" degli Who, introdotta da un riff che omaggia anche Jimi Hendrix, e non è un caso. Perché Alice Cooper vive e muore per lo spettacolo, perché Alice Cooper, riannodando in questo modo i fili della storia, che ha contribuito a scrivere con canzoni che sono diventate leggendarie, colloca sè stesso nell’Olimpo dei più grandi di sempre. Non con arroganza, ma con consapevolezza. La stessa, che rende Road l’ennesimo, importante, capitolo di una carriera selvaggia, indomita, e per certi versi, inarrivabile. 

VOTO: 8

Genere: Rock, Hard Rock




Blackswan, lunedì 18/09/2023

venerdì 15 settembre 2023

99 LUFTBALLONS - NENA (CBS, 1983)

 


L’abbiamo canticchiata, l’abbiamo ballata, l’abbiamo inserita nelle compilation che creavamo per le nostre feste; eppure, questa allegra canzoncina pop aveva un significato ben più profondo di quello che le attribuivamo. Nena, nata Gabriele Susanne Kerner, inserì, infatti, il brano nell’omonimo album di debutto della sua band, allo scopo di puntare il dito contro la paranoia e l'isteria collettiva che circolavano in quegli anni, in cui ancora si parlava di guerra fredda.

Nella canzone, Nena e l'ascoltatore (“Tu e io in un piccolo negozio di giocattoli” recita il testo) acquistano 99 palloncini rossi e, dopo averli gonfiati, li lasciano volare in cielo, per puro divertimento. Questi palloncini, però, vengono intercettati dai radar militari come oggetti non identificati, ed entrambe i blocchi ostili, quello occidentale e quello orientale, fanno decollare gli aerei e dichiarano l’allerta per contrastare il rischio di quello che viene percepito come un attacco nucleare, quando in realtà è un innocuo gioco per bambini.

Il testo della canzone, sebbene difficile da interpretare, possiede un ulteriore significato e parla dei sogni del popolo tedesco che si sono progressivamente sgretolati dopo la seconda guerra mondiale. I 99 palloncini rappresentano, quindi, i tanti sogni che ogni persona e l’intera nazione ha avuto, ma alla fine del brano, quel che resta di tutte le speranze, è un unico palloncino, un unico sogno, che Nena, però, lascia andare, quasi in segno di resa (“In questa polvere quella era una città. Se potessi trovare un souvenir solo per dimostrare che il mondo era qui. Ed ecco un palloncino rosso. Ti penso e ti lascio andare”)

Fu il chitarrista di Nena, Carlo Karges, ad aver avuto l'idea per la canzone mentre assisteva a un concerto dei Rolling Stones a Berlino Ovest (la musica fu scritta dal tastierista, Uwe Fahrenkrog-Petersen). A un certo punto, durante lo spettacolo, la band rilasciò un mucchio di palloncini. Carlo osservò uno di quei palloni volare oltre il muro, verso Berlino Est, e immaginò un radar che captava quell'unico pallone e lo scambiava per un aereo nemico.

99 Luftballons fu pubblicato per la prima volta come singolo in Germania, nel 1983. La casa discografica della band, la CBS, non voleva assolutamente rischiare a livello commerciale e inizialmente si rifiutò di pubblicarlo Stati Uniti, dove temeva il flop, visto anche l’uso nei testi della lingua tedesca. Poi, un giorno, un disc jockey della stazione radio KROQ di Los Angeles trovò una copia del 45 giri e iniziò a mandarlo in onda. Fu così che Nena si ritrovò a registrare la versione inglese del brano con il titolo tradotto in 99 Red Balloons. Inaspettatamente, però, le maggior parte delle stazioni radio statunitensi continuavano a suonare la versione originale tedesca, che diventò una vera e propria hit, salendo al numero 2 di Billboard il 3 marzo 1984 (la prima piazza era occupata stabilmente da Jump di Van Halen). In Inghilterra, invece, ad aver successo, fu la versione in lingua inglese, che rimase in vetta alle classifiche per tre settimane nel marzo 1984 e fu la prima di due canzoni a tema guerra fredda che quell'anno raggiunse la vetta delle chart del Regno Unito (l’altra fu Two Tribes dei Frankie Goes To Hollywood).

Una curiosità: un'altra sola canzone in lingua tedesca è stata un grande successo negli Stati Uniti: Rock Me Amadeus di Falco, infatti, conquistò la vetta delle classifiche americane, due anni dopo, nel 1986.

 


 

 

Blackswan, venerdì 15/09/2023

giovedì 14 settembre 2023

SPIRITUAL FRONT - THE QUEEN IS NOT DEAD (Prophecy, 2023)

 


Dopo quasi venticinque anni di carriera e a distanza di un lustro dall’ottimo Amour Braque, i romani Spiritual Front (Simone Salvatori, Francesco Conte e Andrea Freda, a cui, per l’occasione, si sono aggiunti il bassista Daniele Raggi e alcuni ospiti illustri) pubblicano questo The Queen Is Not Dead, un album interamente composto di canzoni prese dal songbook degli Smiths. Un’operazione assai rischiosa, perché mettere mano al repertorio di una delle band più seminali degli anni ’80 (e aggiungerei, di sempre) è un po’ come camminare bendati in un campo minato, basta un piede messo male e si finisce per combinare danni irreversibili.

Invece, questa raccolta, confezionata nello splendido artwork di Marco Soellner che trasfigura con accenti lugubri (un teschio al posto del volto di Alain Delon) la copertina dell’epocale The Queen Is Dead (1986) e che gioca ironicamente col titolo di quell’album (non sfuggano, quindi, i riferimenti al recente decesso della Regina Elisabetta), è un lavoro davvero ben fatto, in cui il materiale originale viene riletto con rispetto filologico e con la devozione di un fan che, basta un ascolto per rendersene conto, la musica degli Smiths l’ha vissuta in prima persona.

A dispetto della copertina, che evoca il disco più famoso pubblicato dalla band mancuniana (tra l’altro, già riletto, nel 1996, da svariati artisti inglesi, in una bella raccolta intitolata The Smiths Is Dead), l’album mette in fila svariati classici del gruppo capitanato dalla premiata ditta Marr e Morrissey, diventando così una sorta di best of, a cui non manca proprio nulla per affascinare vecchi fan e sedurre eventuali neofiti.

In scaletta, infatti, vengono affrontate canzoni famosissime come "Still Ill", "Ask", "Bigmouth Strikes Again", "How Soon Is Now?", "This Charming Man", "Please, Please, Please Let Me Get What I Want", e altre canzoni forse meno note, ma non per questo meno seducenti come "Shoplifters Of The World Unite", "Barbarism Begins At Home" e "Girl Afraid".

Come accennato, l’approccio al materiale è assolutamente rispettoso, la band si muove con estrema consapevolezza fra le pieghe di canzoni immortali, concedendosi solo qualche piccolo ritocco in fase di arrangiamento e utilizzando con misura gli archi, che avvolgono sapientemente melodie già di per sé memorabili.

Manca forse un pizzico di coraggio che avrebbe permesso un approccio meno rigoroso, ma in fondo va benissimo così: The Queen Is Not Dead è un’appassionata lettera d’amore spedita indietro nel tempo, che toglie la polvere a un songbook straordinario e ringrazia con sentito affetto una delle band più importanti della nostra storia musicale.

VOTO: 7

GENERE: pop, rock 




Blackswan, giovedì 14/09/2023

martedì 12 settembre 2023

L'ETA' DEL MALE - DEEPTI KAPOOR (Einaudi, 2023)

 


Sono amati da alcuni, odiati da molti, temuti da tutti. I Wadia controllano trasporti, miniere, zuccherifici. Ma è con la speculazione edilizia che stanno consolidando il loro impero. Ora però le proteste di chi viene sfrattato montano e il «Delhi Post» sta indagando per fare esplodere lo scandalo. Grazie al carisma e alla determinazione, Neda è riuscita a insinuarsi nella cerchia di Sunny Wadia, il rampollo destinato a prendere in mano le redini della famiglia. Ma invaghirsi di una giornalista come lei è una debolezza che a Sunny potrebbe costare molto cara. Il compito di scongiurare la rovina spetterà ad Ajay, ragazzo di origini poverissime, autista, tuttofare, guardia del corpo e, all’occorrenza, vittima sacrificale. Dai villaggi immersi nella foschia ai piedi dell’Himalaya all’energia frenetica e palpitante di Delhi, L’età del male apre uno squarcio folgorante su una società pervasa da violenza, corruzione e ingiustizie millenarie. Ma anche da un fascino ineguagliabile.

Qualcuno lo ha già definito il romanzo dell’anno, e l’hype che circola intorno a L’età del Male, primo capitolo di una trilogia concepita dalla quarantatreenne scrittrice indiana Deepti Kapoor, è di quelli che lasciano il segno (si parla già di una prossima serie tv). Entusiasmo eccessivo? Assolutamente no.

Questo romanzo, infatti, consegna al mondo un’autrice dal talento cristallino, che, nonostante avesse già pubblicato precedentemente, era completamente sconosciuta ai più, sottoscritto compreso. L’età del Male è quindi una specie di esordio, che racconta la storia della famiglia Wadia, potenti criminali incistati nel tessuto sociale e politico dell’India, artefici di un impero all’apparenza rispettabile, ma capaci di tutto pur di raggiungere i loro delittuosi scopi.

L’intreccio, che si sviluppa nel corso di diciassette anni (dal 1991 al 2008), è costruito con abilità e intelligenza dalla Kapoor, che incastra, in un’unica narrazione, il punto di vista dei suoi principali personaggi: il tormentato e debole Sunny Waida, rampollo della famiglia, succube di un padre crudele e anaffettivo, Neda, la bella e disinibita giornalista, che si innamora perdutamente di Sunny, e la di lui guardia del corpo e tuttofare, Ajay, un giovane dal passato doloroso, che cerca nella fedeltà alla famiglia Wadia la strada per un (im)possibile riscatto.

Attorno a queste tre figure, splendidamente tratteggiate sotto il profilo psicologico, si muovono alcuni personaggi minori, tutti caratterizzati in modo eccelso, e una moltitudine di esseri umani che rappresentano il tessuto sociale di quella che è, forse, la nazione più popolosa e, al contempo, più povera del mondo.

Un Paese lontano anni luce dai depliant turistici e dalla suggestione delle cartoline, in cui tutto è sordido, sporco, violento e definitivo, in cui non esiste il bene, e la spietatezza è l’unico percorso di sopravvivenza. Da un lato, i Wadia, la ristretta cerchia di chi ha potere e la mangiatoia di coloro che si nutrono della ricchezza altrui, un universo a parte, fatto di lusso sfrenato e ostentatamente esibito, di eccessi alcolici e di droghe, di mecenatismo di facciata e inconsapevolezza politica e sociale; dall’altro, un’immane e malconcia pletora di poveracci, servili e disperati, anime perse di una società in cui tutto è dolore, sporcizia e morte, reietti per cui la vita vale meno di niente, che brigano, trafficano e delinquono, sbranandosi a vicenda per conquistare un piccolo spazio in una piramide sociale che non conosce fasce intermedie.

In questo contesto, si sviluppa una trama palpitante, fatta di intrighi, tradimenti, rapimenti e omicidi, che si srotola rapidissima nella prima e nell’ultima parte, e rallenta, invece, in quella centrale (senza, tuttavia, essere meno accattivante), quando la figura centrale della narrazione diventa Neda, una sorta di alter ego della scrittrice. E’ in questa dicotomia di stili, che emerge tutto il talento della Kapoor, la cui prosa è variegata, ricca e gravida di contrastanti suggestioni. Quando il ritmo si fa incalzante, infatti, la scrittura ricorda da vicino quella di un maestro di genere come Don Winslow, curiosamente anche lui in libreria in questi anni, con una trilogia dedicata alla mafia; quando, invece, il ritmo rallenta, è facile scorgere nello stile della scrittrice indiana echi dell’opera di Donna Tartt. Un binomio perfettamente equilibrato e plasmato con maestria, che rende L’età del Male uno dei libri più coinvolgenti ed emozionanti del 2023.

 

Blackswan, martedì 12/09/2023

lunedì 11 settembre 2023

WINGER - SEVEN (Frontiers, 2023)

 


Trentacinque anni di storia sulle spalle e non sentirli. Iconici e fedeli al proprio credo, i Winger pubblicano il loro settimo album, il primo da Better Days Comin’ del 2014, e sembra non sia passato un solo giorno dal lontano esordio del 1988. Registrato a Nashville da tutti i membri originali (Kip Winger, Reb Beach, Rod Morgenstein e Paul Taylor) oltre al chitarrista John Roth, che fu aggiunto alla line up nel 1992, Seven è la dimostrazione che quando ci sono passione e talento, si può invecchiare alla grande e continuare a sfornare splendidi dischi.

Se è vero che molti artisti e band che avevano dominato la scena hard rock degli anni ’80 e ’90, hanno appeso le chitarre al chiodo o si sono lentamente spenti, risucchiati da un gorgo di mediocrità, la band newyorkese, pur centellinando gli album, è andata progressivamente migliorando, acquisendo struttura e corpo come un buon vino rosso. Finiti spesso nel dimenticatoio, mai presi realmente sul serio, ignorati da Mtv e sbertucciati da tanti detrattori, i Winger, a dispetto di tutto, hanno continuato a regalare ai propri fan autentiche chicche, riuscendo a fondere mirabilmente grandi melodie, riff muscolari e un sorprendente appeal radiofonico, senza tuttavia soccombere a cliché o formule stantie o derivative. Seven, inutile girarci intorno, è un grande disco, e se l’hard rock melodico è il genere che fa per voi, troverete in questa lussureggiante scaletta tanto pane per i vostri denti.  

Il riffage che forgia l’album è semplicemente monumentale, i contagiosi ritornelli si mandano a memoria immediatamente, l’eredità anni ’80 è lucidata da un approccio moderno, e la band, complice anche la coesione più che trentennale, plasma un suono sincronizzato, gagliardo e potente, corroborato vieppiù da una tecnica sopraffina.

Non c’è una sola virgola fuori posto in tutto il disco, e non è solo merito dell’equilibrata produzione dello stesso Kip Winger. Qui, soprattutto, ci sono grandi canzoni. Certo, talvolta, il mestiere aiuta, e lo si capisce, ad esempio, nell’ottimo incipit di "Proud Desperado", brano innodico, come molti altri, guidato da un superbo lavoro alle chitarre e dalla voce incredibilmente espressiva del leader, che a dispetto dei sessantadue anni, possiede un’ugola che dimostra parecchi lustri in meno.

Tuttavia, a prevalere sono una classe infinita e idee melodiche da autentici fuoriclasse (la spettacolare "Heaven’s Falling"), il desiderio di mostrare i muscoli e il ghigno cattivo (la funkeggiante "Voodo Fire"), la voglia di addentrarsi in territori oscuri (l’epica "It All Comes Back Around") o di sfrecciare rapidissimi ed esiziali attraverso gli anni ’80 ("Stick The Kinife In And Twist").

Come contrappunto, però, di tanti momenti sferraglianti, quel che emerge maggiormente dai solchi del disco, è lo strapotere melodico della band. Che non sbaglia un ritornello, certo, ma che è anche in grado di sfornare autentiche gemme come "Broken Glass", un brano malinconico e ipnotico, prezioso vademecum di cinque minuti e mezzo su come scrivere la perfetta ballata rock.

Passeranno altri dieci anni prima di vedere un nuovo lavoro dei Winger? Chi lo sa. Nel frattempo, il consiglio è quello di godere di questo gioiellino di hard rock melodico e, magari, per chi non li avesse, recuperare i precedenti lavori della band. Ne vale davvero la pena.

VOTO: 8

GENERE: Hard Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 11/09/2023

giovedì 7 settembre 2023

SUFFER LITTLE CHILDREN - THE SMITHS (Rough Trade, 1984)

 


Tra il 1963 e il 1965, Ian Brady e Myra Hindley rapirono e uccisero cinque bambini a Manchester e dintorni. Le vittime, di età compresa dai 10 ai 17 anni, si chiamavano Pauline Reade, John Kilbride, Keith Bennett, Lesley Ann Downey e Edward Evans. I due serial killer seppellirono diversi corpi a Saddleworth Moor, a nord di Manchester, facendo diventare il caso noto come i Moors Murders (gli omicidi della brughiera).

La reale portata dei crimini commessi dalla coppia Brady-Hindley non si palesò fino alla loro piena confessione, avvenuta solo nel 1985, dato che in precedenza si erano sempre dichiarati innocenti.

La prima vittima fu la sedicenne Pauline Reade, una vicina di casa della Hindley che scomparve mentre si recava a un ballo della British Railways Club a Gorton, il 12 luglio 1963. La seconda vittima fu il dodicenne John Kilbride che scomparve nelle prime ore della sera del 23 novembre 1963, la terza, il dodicenne Keith Bennett, che sparì nel nulla mentre si recava a casa della nonna a Longsight, durante le prime ore serali del 16 giugno 1964. Il 26 dicembre 1964, fu la volta di Lesley Ann Downey, 10 anni, e il 6 ottobre del 1965, quella del diciassettenne Edward Evans, adescato alla stazione centrale ferroviaria di Manchester.

In tutti i casi, la coppia di assassini utilizzò più o meno lo stesso strattagemma che consisteva nell’inventare una scusa plausibile per far salire in macchina il malcapitato ragazzino. Alcune delle vittime furono anche violentate, e tutte, poi, uccise in modo brutale, per strangolamento, a colpi d’ascia, o con la gola tagliata.

Ian Brady e Myra Hindley furono entrambi condannati all’ergastolo (la pena di morte, in Inghilterra, era stata soppressa nel 1965). Definita dalla stampa dell'epoca "la donna più malvagia d'Inghilterra", Myra Hindley presentò diversi appelli contro la sua sentenza d'ergastolo, asserendo di essersi riabilitata e di non costituire più un pericolo per la società, ma furono tutti respinti. Morì nel 2002, all'età di 60 anni. Ian Brady venne dichiarato insano di mente nel 1985, e quindi rinchiuso nel manicomio criminale di Ashworth. Dal carcere ha affermato più volte di non voler essere rimesso in libertà, e ha chiesto ripetutamente di essere giustiziato. È deceduto in carcere il 15 maggio 2017, all'età di 79 anni.

Quella immane, terribile tragedia traumatizzò un’intera nazione, incredula di fronte a tanta sfrontata e deliberata malvagità: cinque bambini strappati per sempre alle loro vite da una ferocia che ha davvero ben pochi eguali nelle torbide storie della cronaca nera. Un evento, questo, che ebbe un grande impatto anche sul frontman degli Smiths, Steven Patrick Morrissey, non solo perché viveva in quella zona teatro dei macabri omicidi, ma perché all’epoca dei fatti era lui stesso un bambino, e quindi possibile preda dei due serial killer.

Quegli omicidi rimasero talmente radicati nella sua memoria che, una volta diventato musicista, Morrissey ne venne ispirato per scrivere Suffer Little Children, mesta ballata e ultima traccia dell’omonimo album d’esordio degli Smiths, il cui testo si basò su Beyond Belief: A Chronicle of Murder and its Detection, un racconto semi-romanzato sui Moors Murders, scritto da Emlyn Williams.

Il brano, nonostante la buona fede del cantante, creò non poche polemiche, dal momento che il Manchester Evening News riportò le proteste dei parenti delle vittime per il fatto che, il nome di tre dei bambini assassinati, venisse citato nel testo (Lesley-Anne with your pretty white beads, Oh John you'll never be a man... Edward see those alluring lights?). Si alzò, quindi, un polverone mediatico, in seguito al quale l’album degli Smiths venne bandito da diversi negozi del Regno Unito, e che si attenuò successivamente solo quando Morrissey strinse amicizia con Ann West, la madre della vittima dell'omicidio, Lesley Ann Downey, dopo averle scritto spiegandole che la canzone era in realtà un omaggio a quei bambini, vittime di una violenza bruta e ingiustificata. 

E che gli intenti del vocalist fossero questi, è abbastanza evidente dal titolo della canzone, che allude a una frase contenuta nel Vangelo di Matteo, capitolo 19, versetto 14, in cui Gesù si arrabbia con i suoi discepoli, colpevoli di aver allontanato un gruppo di fanciulli, con le parole: “Suffer little children, and forbid them not to come unto me: for of such is the kingdom of heaven.”

Due anni dopo la pubblicazione della canzone, Morrissey, intervistato da Spin, ritornando sull’argomento, ebbe a dichiarare: “Coprire i Moors murders è sbagliato. Dobbiamo dargli risalto. Se sottovalutiamo le cose, continueranno ad accadere. Noi non dimentichiamo le atrocità di Hitler, vero? Nel nord, sono stato dipinto come un mostro orribile, e si diceva che avessi sconvolto Ann West. In realtà non era vero, e da allora siamo diventati grandi amici. Lei è un personaggio formidabile".
 
 

 
 
Blackswan, giovedì 07/09/2023

martedì 5 settembre 2023

CHILD IN TIME - DEEP PURPLE (Harvest, 1970)

 


In Rock dei Deep Purple non ha certo bisogno di molte presentazioni, è un disco famosissimo e seminale, un vero e proprio manuale dell’hard rock (arricchito da reminiscenze blues, prog e psichedeliche) che darà una svolta decisiva alla carriera della band inglese, nella cui line up, da quel momento in avanti, entrano in pianta stabile il bassista Roger Glover e Ian Gillan, un giovane cantante dalla voce potente e dall’estensione inarrivabile.

Tutto, in questo album, è iconico: la copertina, che raffigura il volto dei cinque musicisti incastonati nella roccia, a evocare l’immagine dei presidenti americani scolpiti nel monte Rushmore, il suono “roccioso”, aggressivo, a tratti maestoso, i duelli all’arma bianca tra l’hammond di Lord e la chitarra di Blackmore, le acrobazie vocali di Gillan e un filotto di canzoni indimenticabili, tra cui eccellono Speed King, Bloodsucker, Hard Lovin’ Man e, ovviamente, Child In Time, uno dei brani più famosi di tutti gli anni ’70.

Dal punto di vista delle liriche, Child In Time declina un testo fortemente antimilitarista, che prende spunto dalla guerra nel Vietnam, ma che, per estensione, punta il dito contro tutte le guerre. Il punto di vista è quello di un bambino, il cui destino è segnato da una vita senza speranza, in un mondo violento, in cui a dominare è la paura di essere colpito da un proiettile vagante (“Vedrai la linea tracciata tra buono e cattivo. Guarda il cieco sparare al mondo, proiettili che volano”).

La canzone, vista anche la lunghezza (circa dieci minuti nella versione in studio) può essere considerata come una suite, costruita intorno a un giro di hammond di Lord, la cui melodia in crescendo viene portata al parossismo dagli acuti aggressivi di Gillan, qui in una delle sue più celebri performance.

Come molti sanno, però, il tema principale del brano venne “preso in prestito” dai Deep Purple a un brano intitolato Bombay Calling, composto da una band californiana chiamata It's A Beautiful Day. Un giorno, Lord (che era fidanzato con Pattie Santos, la cantante di quel gruppo) stava suonando la melodia di Bombay Calling alle testiere e Gillan incuriosito si avvicinò al tastierista per chiedere lumi. A entrambi il brano piaceva moltissimo, così decisero di tenerne la melodia come base e di arricchirla con le parti cantate (Bombay Calling era strumentale), raddoppiandone, in pratica, il minutaggio. Un plagio? Non proprio, visto che i Deep Purple non hanno mai fatto mistero della loro fonte di ispirazione, e hanno, comunque, stravolto l’originale, rendendolo decisamente più corposo e plasmandolo attraverso il marchio di fabbrica (gli assoli di Lord e Blackmore) che caratterizzava il loro suono.

Nonostante sia una delle canzoni più amate dai fan e dalla band stessa, i Deep Purple non suonano Child in Time dal loro tour europeo del 2002. Ian Gillan, infatti, è riluttante a cantarla perché non riesce più a raggiungere quelle vette vocali vertiginose. In un’intervista di qualche anno fa, il cantante raccontò che, quando si esibiva dal vivo, affrontava Child In Time come se fosse una gara olimpica, estenuante e faticosissima. Così, rendendosi conto che con l’età non era più in grado di rendere onore a quella canzone tanto amata, decise che piuttosto che eseguirla male, era di gran lunga preferibile non suonarla più.    




Blackswan, martedì 05/09/2023

lunedì 4 settembre 2023

GOV'T MULE - PEACE... LIKE A RIVER (FANTASY, 2023)

 


Di questi tempi, in cui stiamo perdendo tutti i nostri eroi e riferimenti musicali, è di conforto sapere che Warren Haynes, da solo o con i suoi Gov’t Mule, continua a creare, con disarmante facilità, musica di livello altissimo. Chitarrista sublime e songwriter ispirato, Haynes è un musicista della vecchia scuola, uno di quelli che crede ancora che la sostanza valga di più di qualunque hype, che suona, e bene, solo per il piacere di suonare, e che spinge la propria passione a esplorare i generi e repertori altrui, con la curiosità di chi non sembra essere mai appagato. Sono trent’anni che ci fa innamorare della sua musica con i Gov’t Mule, e per quanto la sua voce, la sua chitarra e le sue canzoni richiamano il blues e il rock anni '60 e '70, ogni volta riesce a dare ai suoi dischi un taglio moderno, che rende contemporanei anche i tropi e le progressioni più classiche.

Haynes è una vena aurifera inesauribile, un tesoro condiviso, e questo nuovo Peace … Like A River ne è un'ulteriore prova. Famosi per la loro iconica miscela di rock, hard rock, funky, blues, soul e jazz e per la loro natura di jam-band, aperta a ogni forma di improvvisazione e contaminazione, i “muli” hanno costantemente offerto paesaggi sonori avvincenti sia in studio che dal vivo. Attualmente composta dal batterista Matt Abts, dal tastierista Danny Louis, dal bassista Jorgen Carlsson e guidata da Haynes, la cui voce gloriosamente consumata e il vibrante timbro di chitarra sono un autentico marchio di fabbrica, la band mette in piedi un nuovo, intensissimo gioiello.

Registrato durante la pandemia contemporaneamente a Heavy Load Blues (2021), Peace…Like A River, a differenza di quel disco, che era maggiormente votato al blues, è un album che si espande verso vari generi, una peculiarità da sempre distintiva della caratura artistica della band. Lungo un’ora e venti circa, con brani dal minutaggio importante, questo nuovo lavoro, come nella miglior tradizione dei Gov’t Mule, è un disco molto suonato, e si sviluppa attraverso una scaletta, che pur sfoggiando un suono coeso, risulta estremamente varia e ricca di spunti, che punteggiano l’ascolto di numerose sorprese. Un continuo sali e scendi fra generi a atmosfere, che conquista l’orecchio e, in più di un’occasione, fa battere il cuore.

"Same As It Ever Was" apre il disco con un coinvolgente preludio quasi folk, poi, la canzone cresce e alterna momenti acustici più tranquilli e passaggi elettrici più grintosi, oltre a un'eccellente interazione di organo e chitarra. La band suona appassionata, e si sente il godimento di stare sugli strumenti per un brano che, come tanti altri, dal vivo potrebbe accumulare minutaggio e derive strumentali che puntano l’infinito. "Shake Our Way Out" è un muscolare rock blues, che vede il contributo del grande Billy Gibbons, il cui timbro impastato di whiskey e vita vissuta a cento all’ora, sfrutta al meglio un riff peso e vibrante e una ritmica cadenzata ma pronta ad avvampare.

"Made My Peace" è superbo esempio di rock psichedelico, che evoca i Pink Floyd e si sviluppa per nove minuti praticamente perfetti, costruiti su un affascinante interplay fra pianoforte e chitarra (l’assolo di Haynes nel finale è da autentico califfo dello strumento), che anima le lunghe parti strumentali. Il disco si muove anche per territori funky, un genere che i “muli” hanno sempre esplorato con grande consapevolezza: "Peace I Need" sventaglia un groove ruvido, quasi hard, "Dreaming Out Loud", che vede come ospiti Ivan Neville e Ruthie Foster, suona classico e seduttivo, organo e fiati a spingere verso il dancefloor e un ritornello da paura, mentre il pedale wah wah innesca l’incendio della torrida "Long Time Coming", irresistibile omaggio al suono Stax.

Se con il contributo di Celisse, la band si avventura nel battito in levare di "Across The River", e Billy Bob Thorton presta il proprio timbro oscuro a "The River Only Flows One Way", una canzone che tiene insieme reggae e Tom Waits, non mancano le ballate, che sono un altro punto di forza della band. I sette minuti "Gone To Long" (dedicata a David Crosby) conducono l’ascoltatore in territori sudisti, con una polverosa melodia e uno spettacolare suono slide, mentre "Your Only Friend" vince la palma del brano migliore in scaletta. Una malinconica ballata dal sapore antico, nelle cui vene scorre sangue Lynyrd Skynyrd, e che si sviluppa morbidissima, quasi dimessa, fino a quando non viene avvolta dal tepore degli archi e si infiamma, vibrando, grazie a un assolo di chitarra, tra i più intensi mai usciti dalla sei corde di Haynes.

Nonostante la lunghezza, l'album non si perde mai in inutili virtuosismi o stucchevoli digressioni, e le derive strumentali restano sempre strettamente focalizzate per servire le canzoni, coprendo di tutto, dalla psichedelia al blues rock, dal funk al soul, con concisa finezza. Ci sono, poi, le canzoni, tutte straordinarie per ispirazione ed esecuzione, così varie e così incredibilmente vitali, che togliere Peace…Like The River dal piatto è praticamente impossibile. Perché, per l’ennesima volta, ci troviamo davanti a veri e propri cavalli di razza sotto le mentite spoglie di muli. Lunga vita a Warren Haynes.

VOTO: 9

GENERE: Rock, Blues

 


 

 

Blackswan, lunedì 04/09/2023