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mercoledì 16 settembre 2026

The Jayhawks - Sanctuary Park (Thirty Tigers, 2026)

 


E’ un dato di fatto che da quando Mark Olson se n’è andato, i Jayhawks, ormai saldamente nelle mani dell’altro sodale, Gary Louris, pur con risultati sempre dignitosi, non sono stati più in grado di replicare la magia dei loro giorni migliori.

Così, quando parte Keeping Our Heads Above Water, canzone che apre questo nuovissimo Sanctuary Park, il tuffo al cuore per i fan di vecchia data della band originaria di Minneapolis è garantito. Eccoli! I Jayhawks sono tornati in tutto il loro splendore!

Prodotte dal mago Bob Ezrin, le undici canzoni che compongono la scaletta dell’album riaccendono antichi fuochi con una formula che il tempo aveva sbiadito: il connubio equilibrato fra pop, rock e country, le cristalline armonie vocali, la fragranza di essenze che rimandano ai fab four e melodie che impiegano un nano secondo a imprimersi nella mente e, quindi, nel cuore. E’ soprattutto il mood unico di un suono che ha fatto scuola a trovare nuova linfa vitale, quell’ambivalenza tra giocoso e malinconico, che ricorda una giornata luminosa di fine autunno, quando la luce del sole è ormai una tiepida carezza che già prelude ai languori dell’inverno. Stupore e famigliarità, il nitore che illumina lo sguardo, la nostalgia che pungola l’anima, un sorriso di pura e ingenua euforia reso appena salmastro da una piccola lacrima che inumidisce le labbra.

Undici canzoni inanellate fra loro da una rinnovata ispirazione che riporta la band ai fasti di Tomorrow The Green Grass (1995), il disco che replicò il successo di Holywood Town Hall (1992), sublimando il suono americano attraverso una mirabile attitudine pop.

Ecco, basta Keeping Our Heads Above Water per riportare alla luce l’antica magia: coretti estatici, il suono levigato con sapienza artigianale, la leggerezza cristallina dell’interplay vocale, strofa, pre ritornello e ritornello benedetti da imprimatur divino. Quattro minuti di apparente giocosa spensieratezza a cui si sovrappone una leggiadra nostalgia che tocca le corde della commozione quando Louris canta la forza di un amore indomito, nonostante tutto: “Dire che sei tutto ciò che ho, solo per tornare a respirare, Sentire il mondo e il peso della sua ombra, Dire che siamo troppo giovani per combattere questa battaglia, Attingere a tutto il tuo amore per tornare a credere, Ci vuole tutto il tuo amore per tornare a credere”.

In Sanctuary Park ci sono le canzoni, tutte, e dico tutte, di livello, c’è una band che ha ritrovato un rinnovato ardore e c’è il tocco di Ezrin, perfetto nel dare coerenza al suono, stupefacente nel curare ogni minimo dettaglio (il velluto di una pedal steel, il gocciolare di un piano, la croccantezza di un riff). Difficile scegliere il meglio in una scaletta punteggiata di brani destinati a diventare classici del songbook Jayhawks. E allora, non resta che raccontarli tutti.

Le armonie vocali su cui si sviluppa Kingston Girl, le simmetrie baciate di pianoforte e chitarra, le carezze nostalgiche della fisarmonica e il ritornello stellare fanno battere il cuore, che fa addirittura le capriole quando parte Mr. Lincon, brano che lega a doppio filo la scrittura di Louris con quella di sir Paul McCartney.

Hands Upon The Wheel si apre come un pezzo bluegrass, tutte le voci davanti a un unico microfono, per poi sviluppare una tensione malinconica che la successiva Leap Of Faith, una zuccherina incursione nel country, riesce a mitigare con una leggerezza da fiore in bocca, bretelle e cappello di paglia, per godersi la frescura di un torrentello coi piedi a mollo e la mente sgombra dalla vita.

E i momenti magici non sono certo finiti: American Night si presenta come una nuova Blue, rafforzando il legame con Tomorrow The Green Grass, Always And A Day si immerge nelle atmosfere del rock californiano anni ’70, è un brano tirato e adrenalinico che fa contrappunto alla successiva title track, la pietra più preziosa di gioiello regale: le chitarre innervano una tensione avviluppata da una soffusa coltre psichedelica e bluesy (viene in mente, come per magia, Tim Buckley) per sfociare, poi, in un ritornello di esiziale malinconia.

Non Un caso, visto che il brano è anche il momento in cui il disco si rivela più chiaramente: Sanctuary Park è un luogo reale a Dundas, in Ontario, ma nell'album assume un significato più ampio, diventando il simbolo di qualsiasi posto la memoria custodisca come sacro: i primi amori, i segreti dell'adolescenza, le persone che ti conoscevano prima che diventassi chi sei oggi.

Familiar Strangers riporta tutto con i piedi per terra: è un brindisi da bar dedicato a vecchi amici che si sentono, al contempo, vicini e lontani, è quella serata in cui il vino economico bevuto in un parcheggio vale più di qualsiasi pregiata etichetta. Il collante è l’amicizia, il comune vissuto, il ricordo. Il brano ha un’atmosfera rilassata eppure coinvolgente, capace di trascinare l'ascoltatore e farlo sentire parte della scena.

It’ll Be Alright Tonight trova la sua forza espressiva nella pedal steel di Mike Johnson, che dà una precisa identità al brano e che finisce per ricordare la dolcezza tipica della band. Sono i Jayhawks nella loro essenza più autentica.

Chiude Rowing the Boat, che evoca delicatezze alla Paul Simon, riduce tutto all'essenziale, usa un linguaggio semplice, una melodia lineare, e chiede all’ascoltatore di unirsi al viaggio e restare sulla barca, per godersi quell’esperienza emozionante che è la vita (“We’re All Part Of This beautiful team, Rowing The Boat, Rowing The Boat Together”).

Non avevo mai perso fiducia in Gary Louris e nei Jayhawks, convinto che, prima o poi, un altro grande disco sarebbe arrivato. Oggi, che la band compie quarant’anni di attività, quel momento è compiuto: Sacntuary Park è un album destinato a lasciare il segno, tanto da conquistare un posto d’onore sul podio al fianco di quei due capolavori che portano il nome di Hollywood Town Hall e Tomorrow The Green Grass

Voto: 9

Genere: Americana, Rock




Blackswan, mercoledì 16/09/2026

lunedì 7 settembre 2026

The Pretty Reckless - Dear God (Fearless Records, 2026)

 


Bella e talentuosa, Taylor Momsen ha solo trentatre anni, ma ha già alle spalle una carriera artistica da veterana. Ha iniziato fin da bambina con il cinema, interpretando film cult come Il Grinch di Ron Howard e lo splendido Paranoid Park di Gus Van Sant, e ha proseguito sulle passarelle, diventando, ancora minorenne un’apprezzata modella e testimonial pubblicitaria.

La sua passione, quella vera, però, è sempre stata la musica, un pungolo così forte, da farle abbandonare tutto per prestare la sua estensione da mezzosoprano ai Pretty Reckless, band di rock alternativo, da lei stessa fondata nel 2009. Il gruppo si è rapidamente affermato grazie a un'identità distintiva, costruita su una scrittura potente, atmosfere cupe e l'inconfondibile voce della Momsen. Al fianco del chitarrista Ben Phillips, suo partner creativo sin dagli esordi, la Momsen guida una formazione rimasta identica dal 2010. Insieme al bassista Mark Damon e al batterista Jamie Perkins, il quartetto ha fatto parlare di sé fin dal debutto con l’ottimo Light Me Up.

Da allora, i The Pretty Reckless hanno pubblicato quattro album di successo e, dopo l'acclamato Death By Rock And Roll del 2021, tornano ora con Dear God

L'album si apre con "Life Evermore Pt. 2", un brano che funge sia da introduzione che da canzone a sé stante. Il motivo ricorrente di "Life Evermore" riappare altre due volte nel corso del disco: la "Pt. 3" e la conclusiva "Pt. 1" offrono una cornice concettuale a un album ricco di energia ed emozione.

Il singolo di lancio, "For I Am Death" detta subito il mood della scaletta. Cupo e aggressivo, il brano esplode di energia grezza, mentre la voce roca della Momsen scartavetra un ritornello eccezionale. Lo slancio prosegue con "When I Wake Up", un inno rock ribelle che schiaccia il piede sull’acceleratore verso un refrain immediato, mentre la Momsen dà lezioni di grinta e sensualità con un’interpretazione stellare.

"Love Me" recupera antiche scorie grunge e si presenta come un disperato grido d’attenzione, con un’urgenza emotiva che pervade l’intero ritornello. Un senso di cupa malinconia attraversa il brano e permane nella title track dell’album. "Dear God" si apre con una voce inquieta e chitarre martellanti, creando una potente atmosfera alternative rock intrisa di disperazione, struggimento e vulnerabilità, con vista su livide atmosfere sabbathiane. L’interpretazione della Momsen e l’accompagnamento strumentale della band si fondono alla perfezione, rendendo il brano il fulcro ideale dell’album.

"About You" è un altro inno rock che pesca per ispirazione agli anni ’80 e celebra la gioia pura di suonare. Carico di energia, trasmette una vera e propria scarica di adrenalina. Un momento più raccolto giunge con "Rollercoaster of Life", un brano intenso e ritmato che offre una profonda carica emotiva e richiama alla mente certe cose dei Red Hot Chili Peppers, a cui fa seguito "Eye of the Storm", che crea un'atmosfera più melodica: mentre il caos infuria tutt'intorno, la canzone incarna la quiete serena che si trova al centro della tempesta. Per molti versi, rappresenta il rifugio emotivo dell'album, circondato da brani rock esplosivi e carichi di energia inarrestabile

"Devil in Disguise (Michelle’s Song)" si propone come una ballata acustica ricca di profondità e sincerità, prima che l'album si avvii alla conclusione con "Dark Days", che, come suggerisce il titolo, regala uno dei momenti più malinconici e riflessivi dell'intero disco, ammiccando a sonorità nineties.

Dear God si concentra con sapienza attraverso l’intero spettro della musica rock contemporanea, bilanciando sfoghi ribelli con emozioni profonde e un’oscurità malinconica. Ennesimo tassello in una discografia inappuntabile di una band che sembra essere sempre più in palla.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Hard Rock 




Blackswan, lunedì 07/08/2026

lunedì 31 agosto 2026

Shania Twain - Little Miss Twain (Republic Records, 2026)


 

Negli anni ’90, Shania Twain era, probabilmente, la stella più luminosa del firmamento country pop. Basta guardare i numeri di Come On Over (1997) quello che, universalmente, è considerato il suo capolavoro: due dischi di diamante, venti milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti, prima piazza delle charts di mezzo mondo (ma stranamente non negli Usa, dove si piazzò secondo) e addirittura ventesima piazza raggiunta anche Italia, paese, si sa, refrattario al genere. Un boom clamoroso dovuto anche alla collaborazione, confluita poi in un rapporto d’amore sfociato in matrimonio, con Mutt Lange, ai tempi uno dei produttori più in voga del momento.

Il divorzio da Lange e la successiva malattia di Lyme, contratta a causa del morso di una zecca, fermarono per ben quindici anni la carriera della Twain, che tornò sulle scene nel 2017 con l’ottimo Now, disco che testimoniò la validità artistica della musicista canadese anche in assenza del suo abile pigmalione.

Oggi, la Twain non è più una stella di prima grandezza (i numeri degli anni ’90 sono ormai una chimera), per quanto resti, anche in virtù del suo passato, una musicista stimata e con un cospicuo seguito di fan. Ed è proprio al suo passato che guarda il nuovo Little Miss Twain (un titolo che ammicca alla pellicola del 2006, Little Miss Sunshine), il quale non è tanto un disco che segna un ritorno sulle scene (l’ultimo album, Queen Of Me, è uscito solo tre anni fa), quanto piuttosto una storia delle sue origini, dei giorni in cui la Twain muoveva i primi passi nel mondo della musica, grazie anche alla fiducia in lei riposta da qualcun altro, quando tutto era in divenire, quando la gloria e il successo erano solo un sogno di bambina.

È nella title track che questa fiducia, così fondamentale per la carriera della cantante, viene raccontata: Twain canta la convinzione della madre riguardo al suo futuro successo con un’intensità cruda che va ben oltre la semplice nostalgia. La presenza di Tanya Tucker (ai tempi il modello da seguire), che duetta con lei, trasforma un sogno d’infanzia in qualcosa di reale, di tangibile, la prova che quanto immaginato è potuto davvero realizzarsi.

Tutto il resto dell’album si sviluppa all’ombra di quel brano, raccontando una vita trascorsa nel tentativo di meritare quella fiducia che altri avevano in lei prima ancora che lei stessa riuscisse a trovarla in sé.

In tal senso il country rock di "Stranger Things" apre il libro dei ricordi raccontando quel particolare senso di incredulità che si prova nel vedere qualcuno trasformarsi in una persona che non avresti mai immaginato potesse diventare. Come guardarsi allo specchio a sessant’anni e ritrovare l’immagine di una ragazza piena di belle speranze. E viceversa. Tutto scorre su questo filo che lega presente e passato, in cui il linguaggio musicale della Twain, pur mantenendo le sonorità country in primo piano, varia con sicurezza e appagante divertimento.

New Love è pura euforia da primo amore, giocosa, pimpante, quasi festante, lo splendido blues rock Faded Blue Jeans (un omaggio ai propri inseparabili jeans), trova in Josh Homme un’inaspettata, ma perfetta spalla per raccontare il momento in cui il ricordo si trasforma in vera e propria nostalgia, mentre la graffiante Dirty Rose cattura con un groove funky irresistibile e "Right Time" snocciola i numeri del perfetto country pop da FM.

Manca il momento memorabile, il singolo assassino che diventa istant classic, ma ogni singola canzone ha una sua propria identità e forza: "Scary Little Thing" è tagliente e carica di tensione r’n’b, l’arrangiamento di ottoni e il passo caracollante suggeriscono sensualità, "Take It to the River" possiede un passo lento e un ritornello brillante, è una ballata dolce amara avvolta in splendidi cori, "Down the Middle" è divertimento e autentica gioia in abiti country.

Little Miss Twain non è forse l'album più compatto della Twain e, a tratti, la ricerca della nostalgia prevale sulla scrittura stessa. Tuttavia, è un buon disco, vario, sincero, autentico. Una giovane donna piena di speranza e l’icona musicale che è diventata finiscono per incontrarsi nelle stesse canzoni: si guardano negli occhi, si sorridono, gli anni trascorsi svaniscono in un ideale abbraccio, mentre passato e presente si sovrappongono con vista sul futuro.

Voto: 7,5

Genere: Country, Rock, Pop 




Blackswan, lunedì 31/08/2026

lunedì 24 agosto 2026

Jack White - Frozen Charlotte (Third Man Records, 2026)

 


Ho sempre pensato che a Jack White, prima con gli immensi White Stripes, poi con un’elettrizzante discografia solista e notevoli progetti paralleli, vada riconosciuto il merito di aver tenuto in vita il blues, trasformandolo da “musica per vecchi” a pane quotidiano di almeno un paio di generazioni di giovani ascoltatori, muovendosi all’interno della tradizione con grande rispetto filologico, ma cercando anche di spingersi oltre, per arrivare là dove altri non sono mai arrivati.

Le sonorità tradizionali dei braccianti afroamericani rappresentano l'antenato comune da cui si sarebbe evoluto un intero albero genealogico musicale, destinato a cambiare il mondo. Esplorando le tracce fossili del rock and roll, si scopre che ogni ramo riconduce inevitabilmente al Delta. Come un archeologo esperto, Jack White ha trascorso gran parte degli ultimi trent'anni in equilibrio precario tra omaggio storico, evoluzione moderna e sperimentazione eccentrica.

La sua musica porta in sé l'inconfondibile patrimonio genetico del rock and roll delle origini, ma quelle strutture familiari riemergono stravolte in qualcosa di completamente nuovo.

Ragazzaccio cresciuto fra la polvere dei garage, predicatore revivalista, tradizionalista del blues e alchimista del suono: White, con le sue chitarre che urlano tra fruscii analogici e amplificatori spinti fino allo stremo, ha portato il blues oltre gli steccati del genere, senza tuttavia fargli perdere la propria identità.  

Se sembrava impossibile innovare una tradizione ormai consolidata, White ha dimostrato di saper guardare al passato per trovare la strada verso il futuro. Alla faccia dei puristi che non comprendono che l’ibridazione non è solo sopravvivenza, ma anche abbrivio per la riscoperta dell’integrità.

In tal senso, il nuovo Frozen Charlotte rappresenta ciò che accade quando quel dna ricomincia a mutare: il blues sembra vitale come non mai. La famigliare alchimia sonora a cui White ci ha abituati, nonostante frequenti digressioni sperimentali, è intatta: una produzione analogica ruvida, riff blues sporchi, atmosfere garage-rock ed esecuzioni che sembrano sul punto di collassare da un momento all'altro per un guasto elettrico. Eppure, il chitarrista evita di ridurre questi elementi a un semplice pastiche, scegliendo invece di costringere gli istinti più ancestrali del genere ad assumere forme nuove e insolite. 

La riottosa bellezza di questo nuovo disco risiede nella sincerità e nella spontaneità di un pugno di canzoni che non vogliono compiacere nessuno, che vivono di semplice energia abrasiva. La sicurezza artistica con cui si muove White, quella consapevolezza di poter fare quello che gli pare, lo riporta esattamente dove tutto è iniziato: a seguire l’istinto in un garage sporco, a cercare di fondere gli amplificatori con riff selvaggi e primordiali. Paradossalmente, è proprio questa libertà a rendere l'album uno dei suoi lavori più audaci degli ultimi anni. Ogni canzone trasmette un senso basico di libertà, senza mai perdere di vista la melodia e il riff: dietro quel frastuono liberatorio si cela un album ricco di melodie accattivanti e, naturalmente, un lavoro alla chitarra di livello stellare.

Il brano d'apertura e primo singolo, "G.O.D. and the Broken Ribs", è una dichiarazione di puro revivalismo. Un ritmo incalzante fa battere piedi, prima che la Telecaster di White squarci l'aria con feroci ondate di distorsione. "Derecho Demonico" tiene alto il tiro con uno dei riff migliori dell'album, muovendosi con spavalderia su un avvio sincopato prima di esplodere in un assolo folgorante. Quando arriva "There’s Nobody There", White ha già chiarito la filosofia alla base dell'album: tre brani, appena dieci minuti, ma ricchi di riff, idee e svolte inaspettate che rendono l’ascolto imperdibile.

I brani non si dilungano mai oltre il dovuto: arrivano, lasciano il segno e passano oltre. Delle tredici tracce dell'album, una sola supera i quattro minuti di durata, e tale rigore si rivela uno dei maggiori punti di forza di Frozen Charlotte. Mentre molto del blues rock in circolazione rischia spesso di perdersi in jam compiaciute e autocelebrative, White mantiene i brani al centro dell'attenzione: ogni riff, ogni verso e ogni istante sono al servizio della composizione.

La parte centrale dell'album mantiene vivo questo slancio: dai cori da battaglia che trainano "Raising the Grain" all'urgenza punk e graffiante di "You’ll Never Fix Me", fino all'irresistibile riff d'apertura di "Nobody Knows", White evita con intelligenza che il disco diventi ripetitivo.

E’ inevitabile notare, poi, quanto sia diventata formidabile l’attuale band di White. Dominic Davis, Bobby Emmett e Patrick Keeler non sembrano più semplici turnisti, bensì veri e propri collaboratori. Il tempo trascorso in tournée ha creato un’alchimia che permette a White di spingersi ancora più a fondo nel caos, sapendo che ognuno di loro è in grado di trovare istintivamente il punto di approdo. I groove trasudano una sicurezza naturale e la sezione ritmica imprime una spinta inarrestabile. In una formazione così essenziale, ogni musicista ha modo di mettersi in luce, che si tratti di un passaggio di batteria o di un assolo di tastiera. Se White traccia le linee architettoniche, può contare su una squadra di artigiani sicuri di sé per dare forma alla sua visione.

No Name (2024) era un grande disco, e Frozen Charlotte ne è la sua naturale (e forse ancora più estrema) prosecuzione, figlia di un linguaggio riconoscibile ma in costante evoluzione. Pochi artisti, infatti, hanno dedicato così tanto tempo a interrogare le tradizioni della musica rock, continuando al contempo a rimodellarle in modi autenticamente sorprendenti e interessanti.

L'evoluzione premia la capacità di adattarsi e, a oltre venticinque anni da quando i White Stripes riportarono il garage rock al grande pubblico, Jack White continua a evolversi. Dalle rive del Delta del Mississippi fino agli studi della Third Man Records a Nashville, in Tennessee, il cinquantunenne chitarrista di Detroit resta uno dei grandi custodi del rock and roll.

Voto: 8,5

Genere: Garage, Blues, rock

 


 


Blackswan, lunedì 24/08/2026

venerdì 14 agosto 2026

Judith Owen - Suit Yourself (Twanky Records, 2026)


 

Classe 1969, la londinese (ma di origini gallesi) Judith Owen è cresciuta fin da piccina respirando musica. Suo padre, Handel Owen, era un tenore d'opera gallese che aveva cantato per trent'anni nel coro del Covent Garden. Appassionato di ogni genere musicale, papà Owen passava le giornate libere ascoltando centinaia di dischi, spaziando dall'opera e dal pianoforte classico al jazz, al blues e al sound di New Orleans. Fu questo contesto a gettare nella giovane Judith il seme di quella che sarebbe poi diventata una vera e propria carriera. Cresciuta immersa nel mondo del balletto, del teatro e delle belle arti, già da adolescente la Owen si esibiva come pianista al Ronnie Scott’s Jazz Club di Londra, conquistandosi un ingaggio fisso in uno dei templi del jazz più prestigiosi al mondo ancor prima di avere l'età legale per poterlo frequentare.

A ventisette anni, ha, finalmente, esordito con il suo album di debutto, Emotions on a Postcard, uscito nel 1996, e da allora, ha costruito con costanza uno dei repertori più originali del panorama jazz e blues contemporaneo, pubblicando oltre una dozzina di album nel corso di una carriera che spazia tra rock, pop, musica classica, jazz, blues e teatro musicale.

Il cuore della musicista, poi, ha sempre battuto in direzione New Orleans, innamorandosene a tal punto da acquistare una casa nel Quartiere Francese. New Orleans ha offerto alla Owen ciò che aveva sempre cercato: una comunità di musicisti che interagiscono tra loro sul palco, collaborando a vicenda apertamente e senza riserve.

Questo spirito permea ogni sua opera realizzata dopo essersi stabilita in città, e in modo particolare il nuovo album Suit Yourself, un titolo ispirato dalla volontà di creare musica seguendo esclusivamente le proprie regole. L'album è stato registrato presso il Palissade Studio di New Orleans, prodotto dalla stessa Owen e mixato da John Fischbach. Ad accompagnarla vi sono la sua band The Gentlemen Callers, la J.O. Big Band e un eccezionale gruppo di ospiti, tra cui Davell Crawford, Joe Bonamassa e Tonya Boyd-Cannon.

Il disco spazia con fluidità tra brani originali e cover, tra atmosfere intime voce e pianoforte, arrangiamenti per sestetto jazz e produzioni per big band, il tutto reso coeso dalla voce gallese ricca e profonda di Owen e dal suo rifiuto assoluto di essere qualcosa di diverso da se stessa.

"That’s Why I Love My Baby" è il singolo di lancio dell'album: la Owen entra in scena con grinta e sicurezza, la sua voce cavalca un groove capace di apparire, al contempo, radicato negli anni Quaranta e assolutamente attuale. È il suono di chi ha trascorso una carriera a cercare il giusto equilibrio e finalmente lo ha raggiunto, grazie anche ai Gentlemen Callers, che la sostengono con la naturalezza di una band che sa esattamente il fatto suo.

"Blue Skies", il classico intramontabile di Irving Berlin, riceve qui una rilettura che appare davvero fresca. La Owen non cerca di competere con le innumerevoli versioni celebri che l'hanno preceduta, ma, al contrario, filtra il brano attraverso la propria sensibilità distintiva, calda e lievemente ironica.  Il suo pianismo è pacato e preciso, a ricordare che, prima di affermarsi come frontman, è stata una delle pianiste jazz più talentuose della sua generazione.

Suit Yorself è un disco lungo, le canzoni sono ben tredici, ma tutto fluisce con naturalezza e intensità, lasciando, talvolta, nelle orecchie una sensazione conturbante da localino jazz fumoso a tarda notte, in altri casi, un surplus di giocoso divertimento, grazie a irresistibili groove. Nessun filler e tanti brani che lasciano il segno.

"To Your Door", una delle composizioni originali dell'album, possiede l'intimità di un pezzo nato al pianoforte a notte fonda: è personale e diretta, priva di qualsiasi leziosità. "If I Were a Bell" dal repertorio di Frank Loesser è riletta mantenendo intatta tutta la sua teatralità in stile Broadway, l'arrangiamento possiede uno swing leggero che rende l'esecuzione fluida e naturale, mentre l'interpretazione della Owen trasmette la spontaneità di chi si sta divertendo davvero, anziché limitarsi a simulare entusiasmo.

"Today I Sing The Blues" è la collaborazione emotivamente più intensa dell'album. Davell Crawford è uno dei pianisti e cantanti più amati di New Orleans e il duetto raggiunge uno spessore e una tenerezza che vanno ben oltre la classica partecipazione di un ospite. Le due voci si intrecciano con naturalezza, alternandosi e sostenendosi a vicenda in egual misura, dando vita a una delle interpretazioni più profonde e toccanti dell'intero disco.

Non sono da meno altre due collaborazioni. "Mind Is On Vacation", classico di Mose Allison, riceve una rilettura inaspettata e appagante grazie a Joe Bonamassa, che conferisce al brano una sonorità chitarristica che si sposa alla perfezione con il pianoforte della Owen. I due trovano immediatamente un linguaggio comune, rilassato e colloquiale e il risultato è un brano che cattura lo spirito dell'originale di Allison, pur mantenendo un'impronta inconfondibile legata esclusivamente ai due musicisti che lo hanno realizzato. Notevole anche "Evil Gal Blues", che grazie al supporto della J.O. Big Band, diventa il momento più spudoratamente divertente dell'album. Da queste parti era passata con successo anche Aretha Franklin ma la Owen non cerca di imitarla: il brano ha un ritmo swing travolgente, la band si diverte un mondo e la Owen canta con un sorriso sornione che si percepisce in ogni singola vocale. Irresistibile dall'inizio alla fine.

Cito, ad abundantiam, anche la celebre "Shall We Dance?" a cui la Owen approda con un calore e una grazia da applausi. La musicista ne coglie il ritmo di valzer senza tradurlo in qualcosa di rigido o formale, mantenendo, invece, lo swing sciolto e colloquiale. È un brano che respira e sorride, un momento di eleganza in un album che sfoggia la propria raffinatezza con verace disinvoltura.

Nella sua classicità, Suit Yourself è un album splendido, frutto della maestria di chi pratica questo mestiere da così tanto tempo da far sembrare facili anche le cose più complesse. La Owen, infatti, passa con assoluta naturalezza dal piano solo alla big band al completo, scova il lato personale nell'universale e quello giocoso nel profondo, senza mai perdere di vista il divertimento che ne costituisce l'essenza stessa. Un gioiellino per tutti gli amanti del jazz vocale e del blues d’antan.

Voto: 8

Genere: Blues, Jazz

 


 


Blackswan, venerdì 14/08/2026

mercoledì 12 agosto 2026

Mortiis - Ghosts Of europa (Prophecy, 2026)

 


Il norvegese Håvard Ellefsen ha creato con Mortiis, lo pseudonimo usato lontano dalla casa madre Emperor, un personaggio bizzarro, respingente sia nel nome che nelle inquietanti sembianze da troll con cui si presenta al pubblico, ma sicuramente accattivante nella sua ormai più che trentennale carriera, segnata da una inesausta voglia di sperimentare.

Se c’è una cosa che va riconosciuta all’enigmatico Mortiis, è la sua incrollabile determinazione nel seguire un percorso musicale lontano da ogni possibile stereotipo. Nei primi anni ’90, si è rapidamente svincolato dall’abbraccio oscuro della scena black metal norvegese per dare vita, in totale autonomia, a un nuovo sottogenere di musica elettronica: il dungeon synth. Ma non si è fermato qui. Ben presto ha voltato nuovamente pagina, immergendo le sue orecchie elfiche nell’elettronica e nel gothic pop, e pur senza mai pretendere di reinventare tali generi, li ha sempre affrontati con passione e ispirazione. Soprattutto, non ha mai smesso di distinguersi dalla massa, dalle mode del momento, da clichè preordinati.

Con il nuovo Ghosts of Europa, Mortiis si conferma un artista di difficile catalogazione, grazie alla spiccata originalità della sua visione artistica. Pur rimanendo del tutto estraneo alle mode e mantenendo un atteggiamento fieramente intransigente e anti-commerciale, il musicista norvegese realizza, però, il suo lavoro più orecchiabile e melodico di sempre. Inquieto e anticonformista, Ellefsen fa sua l’idea che la creazione della musica può essere un atto di coraggio, attraverso il quale prendere le distanze dall’ovvio, concentrandosi su una scrittura ricca e non lineare, eppure coesa e accessibile.

L'influenza del gothic rock classico conferisce la giusta consistenza alle composizioni, mentre lievi sfumature ambient, evocativi richiami folk e una pesante impronta elettronica tessono un'atmosfera malinconica e cinematografica.

La title track, che apre l'album, funge da suggestiva introduzione alla scaletta del disco. Tra calda elettronica, echi anni’80 e melodie immediate, impreziosita dalla voce di Laurie Ann Haus e dalle tastiere di Thorsten Quaeschning (Tangerine Dream), la canzone definisce perfettamente il tono dell'opera.

Da qui, Mortiis ci trascina completamente nel suo universo. Brani come "Return to the Old Fields" e "The Faith That Fades Away" custodiscono il cuore emotivo dell'album: melodie oscure risuonano nel profondo e la bellezza sboccia tra rovine ormai sopraffatte dal tempo. La fotografia di un mondo primordiale, inquieto e sinistro, capace, però, di sedurre con i suoi spazi infiniti, intramezzati dalle cadenti vestigia di un’epoca che fu. Enigma e Dead Can Dance si affiancano a Tangerine Dream e Archive, per creare uno scenario che rapisce con le armi della fantasia e della visione.

L'irresistibile "Violent Silence" si insinua nella mente come un gelido inno synth-pop sfuggito per miracolo agli estrosi anni '80, così come le successive "Transcending Morpheus", aperta dalla sublime spiritualità portata in dono dalla voce ospite di Iliana Tsakiraki, e "Tundra, Heart of Hell" guardano a quel decennio riportando alla luce parte della grammatica utilizzata da New Order e Depeche Mode.

A conclusione di questo viaggio suggestivo e malinconico, troviamo l’oscuro mantra elettronico in chiave dark wave di "Tribes of Dystopia" (notevole l’assolo di chitarra di Christopher Amott), e l’ancora più cupa traccia conclusiva di stampo industrial, "Farewell Romero", che unisce i vari elementi dell'esperienza d'ascolto incarnando al contempo, in modo definitivo, l'essenza di Ghosts of Europa.

Un disco non per tutti, perché, pur nella sua mutevole veste melodica, rinnega completamente la forma canzone, per dare sfogo e spazio a una musica libera di muoversi senza prestare attenzione al tempo che scorre e, soprattutto, ai dictat del mercato. Affascinante.

Voto: 8

Genre: Elettronica, Goth Rock, Post Punk

 


 

 

Blackswan, mercoledì 12/08/2026

lunedì 3 agosto 2026

Sienna Spiro - Visitor (Capitol, 2026)

 


Ventun anni da compiere a settembre, nata a Londra da una famiglia di origine ebraica, Sienna Spiro ha frequentato la Francis Holland School, Sloane Square, e l'East London Arts & Music, prima di abbandonare gli studi a 16 anni per dedicarsi a tempo pieno alla sua carriera musicale. Appassionata fin da bambina di artisti del calibro di Etta James e Frank Sinatra, Sienna ha iniziato a comporre musica fin da dieci anni e poi, dopo gli studi, come molti giovani della sua età, ha utilizzato i social per farsi conoscere, diventando in poco tempo un fenomeno virale.

Nel 2024 ha pubblicato "Need Me", singolo di debutto, primo di una serie di canzoni con cui si è fatta conoscere da un pubblico sempre più ampio. Il successo arriva, però, con "Die On This Hill", che fa il botto nelle classifiche sia Inghilterra che negli Stati Uniti, e con "Material Love", vero e proprio tormentone radiofonico, inserito nella colonna sonora del film Il Diavolo veste Prada 2.

Infine, il 3 luglio di quest’anno, ha pubblicato per la Capitol Records il suo album d’esordio, Visitor, un disco che esplora la vulnerabilità dell’amore, con l’amara consapevolezza di quanto siano caduchi i sentimenti e di come, ognuno di noi, è solo un visitatore nella vita della persona che ama.

Visitor è un disco mainstream, arrangiato con assoluta eleganza e composto da una scaletta che si muove con rara consapevolezza nel mondo del soul pop orchestrale. Dieci canzoni, per solo trentaquattro minuti di musica, in cui la Spiro veste, col cuore gonfio di riconoscenza, i panni che un tempo indossavano Amy Winehouse e la prima Adele (quella di 21, per intenderci).

Non c’è una sola canzone che non possa essere spesa come singolo, le melodie sono di presa immediata, ma è la voce la freccia più acuminata all’arco della giovane cantautrice: calda, profonda, disinvolta sia sulle note più alte che nei momenti più raccolti, e caratterizzata da un timbro sensuale, speziato alla cannella e al cioccolato, capace di colpire dritto al cuore con passione autentica.

Nella scaletta del disco manca "Material Love", probabilmente il suo brano più noto, visti anche i numerosi passaggi radiofonici. Poco male: ogni canzone di Visitor regge il confronto con il brano più famoso (almeno in Italia) del suo repertorio, a volte superandolo in qualità. E’ il caso della struggente "Die On The Hill", sorella minore di "Someone Like You", una ballata pervasa dalla medesima disperazione emotiva, in cui la Spiro dimostra di saper scrivere liriche tutt’altro che banali: “Mi prenderò questa notte e morirò su questa collina, Lo farò sempre. So di sembrare testarda, impaziente, Ma il libro l'hai scritto tu, io ne ho solo strappato una pagina. Per essere amata, per essere amata e nient'altro.”

Il disco si apre con "This Is My House" e ci si immerge subito in quelle sensuali cadenze soul, avvolte in atmosfere morbidamente jazzy che erano tanto care a Amy Winehouse. Amy ritorna anche nella spettacolare "He’s Not My Baby, I’m His", il passo caracollante, i coretti splendidi, e quel suono di chitarra che sembra provenire da un mondo lontano.

Non c’è un solo momento che non meriti di essere ricordato in questo disco che trova le sue vette più alte nelle ballate: la già citata "Die On This Hill", ma anche "Great Expectation", pianoforte e voce che aprono la strada verso un ritornello fantastico, "Pure", in cui la chitarra acustica e la splendida voce della Spiro tratteggiano a colori pastelli i sentimenti e le insicurezze di una giovane donna alle prese con la vita (“A volte, divento insicura, quindi mi metto in vestito per andare in città, Spero che un uomo mi noti, non so, mi rende orgogliosa, Divento gelosa e vedo me stesse negli occhi di mia sorella, Almeno lei riesce a divertirsi, almeno lei riesce a calmarsi”) e "Time, You & Me", tesa e oscura, che figurerebbe magnificamente nella colonna sonora di un film di James Bond.

Chiudono il disco le carezzevoli atmosfere jazzy di "Mono No Aware", lasciando nel cuore un desiderio di ricominciare da capo, di immergersi nuovamente in questo disco che guarda agli anni ’60 e al più sofisticato pop soul, per raccontare con misura e quieta poesia i turbamenti, i dubbi, le aspirazioni e le paure di una ragazza che si affaccia alla vita, all’amore e a quel mondo musicale anelato fin da bambina.

Più Adele che Amy Winehouse (le manca la disperata consapevolezza che nasce dal desiderio di autodistruzione), ma con Sienna Spiro forse è nata un’altra stella della medesima caratura. Se sarà così, lo scopriremo con il prossimo disco. Intanto, dipendesse da me, un piccolo spazio nel firmamento delle grandi voci femminili, inizierei a prepararlo.

Voto: 8,5

Genere: Soul, Pop

 


 


Blackswan, lunedì 03/08/2026

venerdì 24 luglio 2026

Kacey Musgraves - Middle Of Nowhere (Lost Highway, 2026)


 

Quella di Kacey Musgraves è una delle figure più controverse del country a stelle e strisce. Affabulante creatrice di un linguaggio musicale che fonde pop e roots, la musicista texana è una star di prima grandezza, vende milioni di copie di dischi, ha successo anche fuori dai patri confini e ha vinto in carriera la bellezza di otto Grammy (ed altri svariati riconoscimenti) con solo sette dischi in studio pubblicati. Eppure, la quasi trentottenne songwriter è invisa a quella frangia ortodossa di ascoltatori che l’accusano di annacquare il genere e, ancora di più, a quanti, maschilisti e conservatori, non tollerano le sue posizioni progressiste in favore dei diritti LGBT, dell’uso creativo della marijuana oltre al suo irricevibile sentimento iconoclasta nei confronti della religione. Una donna che suona un country fuori dagli schemi e si permette anche di sostenere posizioni sinistroidi: una vera iattura.

Sarà, ma la Musgraves, piaccia o meno, non sbaglia un disco, raggiungendo con questo suo ultimo Middle of Nowhere vette altissime.

Middle Of Nowhere è un album all’insegna del calore e della luminosità, è un lavoro delicato e sobrio che privilegia la semplicità, senza affidarsi a virtuosismi vocali o a produzioni eccessivamente elaborate. Il disco conserva il suo caratteristico fascino pacato, sviluppandosi con calma e intrecciando piccole emozioni quotidiane in ogni brano. Saldamente ancorato al country classico texano (i rimandi al genere sono effettivamente più espliciti che mai), Middle Of Nowhere fonde sottili sfumature bluegrass e zydeco, elementi che si amalgamano con naturalezza allo stile vocale morbido e colloquiale della Musgraves e all’innata capacità di creare meravigliose melodie d’immediata assimilazione. Il risultato è scaletta coesa e morbida pervasa da un quieto calore che permea ogni nota, dall'inizio alla fine.

Il fascino delicato dell'album colpisce subito con la title track, Middle of Nowhere, che stabilisce fin dall'inizio un'atmosfera rilassata: non c'è alcuna forzatura o eccesso, il brano si sviluppa su una ritmica quasi spazzolata, una strumentazione pulita e un flusso melodico fluido e disteso. La voce di Kacey appare meravigliosamente spontanea, privilegia la naturalezza rispetto alla perfezione tecnica, permettendo al brano di immergersi in un'atmosfera calma e ariosa che cattura perfettamente lo spirito dell'intero album.

Il disco presenta una struttura chiara, fondata su un mix di elementi country classici e stratificazioni ritmiche variegate, il tutto attraversato da un battito leggero e ballabile che conferisce alle canzoni numerose e ariose variazioni ritmiche. Non c’è un solo ritornello che vada sprecato, e brani come "Dry Spell" (il tema dell'astinenza sessuale affrontato senza mezzi termini), "Back On The Wagon" e, soprattutto, "Mexico Honey" sono lì a dimostrare un scrittura abile a vestire un pop stellare di credibili abiti country.

"Abilene", poi, con il suo ritmo percussivo vagante, genera un groove melodico straordinariamente fluido, apportando una ventata di novità e un carattere distintivo alle sonorità tradizionali.

Anche i brani nati da collaborazioni aggiungono una piacevole profondità, senza mai allontanarsi dall'atmosfera equilibrata e delicata dell'album. "Horses and Divorces" (con Miranda Lambert) rimane fedele alle radici più autentiche e dirette del country, proponendo una melodia lenta e misurata, mentre "Uncertain, Tx" (con Willie Nelson) intreccia lievi sfumature di sapore latino e un ritmo più fluido e scorrevole, aprendo la strada a trame sonore più libere e a un mood divertito.

L'intera produzione dell'album è caratterizzata da una splendida temperanza, lasciando sempre ampio respiro alle voci e alle melodie affinché possano trovare la loro dimensione e indugiare nell'aria. Il country ne costituisce la solida ossatura, mentre le altre influenze si integrano in modo naturale, senza mai apparire forzate o eccessive.

Middle of Nowhere sembra fatto su misura per i momenti più lenti e tranquilli della vita, pomeriggi di relax, lunghi viaggi in auto, il dolce dondolio di un’amaca, le ore di quiete alla ricerca di un po’ di pace interiore. Pur privo di picchi emotivi dirompenti (se non, forse, la conclusiva "Hell On Me", ballata spaccacuore), l'album trasmette una leggerezza spontanea grazie a sonorità calde e delicate, e a melodie essenziali ma di  bellezza cristallina. Un disco che invita a continui ascolti, probabilmente il picco della carriera di Kacey Musgraves.

Voto: 8

Genere: Country, Pop, Americana

 


 


Blackswan, venerdì 24/07/2026

mercoledì 22 luglio 2026

Jared James Nichols - Louder Than Fate (Frontiers, 2026)

 


Quello di Jared James Nichols è un nome che lentamente, ma inesorabilmente, si sta guadagnando, disco dopo disco, una crescente schiera di fan, il consenso della critica e l’apprezzamento dei suoi colleghi, avendo collaborato con nomi stellari quali Steve Vai, Slash, Joe Bonamassa, Peter Frampton (per citarne alcuni) e diviso il palco con band del calibro di Bue Oyster Cult, Living Colour, Saxon e molti altri.

Trentasettenne, originario del Wisconsin, affiliato a casa Gibson, il chitarrista americano ha pubblicato un paio di EP e quattro album in studio all’insegna di un hard rock blues nerboruto, graffiante e aggressivo, che interpreta da protagonista grazie a una bella voce roca e a uno stile chitarristico essenziale, diretto, senza fronzoli, ma tecnicamente ineccepibile.

Questo nuovo Louder Than Fate è un disco che ribadisce una formula consolidata, che forgia un suono derivativo, certo, reso, però, credibile da un surplus di pathos, sudore e passione. Nichols non insegue le mode, non scende a compromessi e se ne infischia di stupire cercando strade sperimentali o annacquando la proposta a uso e consumo delle chart. Picchia duro e diretto, scartavetra le canzoni coi suoi riff tellurici e quando cerca la melodia è per creare ritornelli di facile presa, che il pubblico possa cantare a squarciagola sotto il palco, pugno chiuso e handbanging compulsivo.

L'album si apre con "Let’s Go", l'intensità dei riff è subito alle stelle, il tiro innodico è energico e coinvolgente, l’assolo micidiale e i cori in stile eighties fanno presa immediata sull’ascoltatore. L'inizio di "Ghost" è, invece, caratterizzato da un blues lento e ondeggiante, che sfoggia un'attitudine smaccatamente sudista, anche se il brano, poi, vira verso sonorità grunge ruvidissime e caratterizzate da una vocalità cupa e rabbiosa. L'impronta blues rimane protagonista anche in "Way Back", un brano che attinge alle radici del southern e diventa travolgente, con un impatto di pura energia che spazza via tutto.

Non c’è trucco, non c’è inganno, ma solo una musica che nasce per essere suonata dal vivo, senza risparmiare nemmeno una stilla di sudore. Nichols, però, è anche molto abile nelle variazioni sul tema, quando abbandona il consueto impeto per momenti più morbidi e raccolti. In "Bending or Breaking" il musicista imbraccia la chitarra acustica, mette da parte le sue solite regole compositive, per tuffarsi in qualcosa di nuovo, e il risultato è ottimo: un mid tempo clamorosamente melodico, un brano perfetto per le radio anni ’90. Probabilmente, il la canzone più commerciale e accessibile scritta fino a oggi, in cui persino l'assolo è più contenuto, pensato per un pubblico diverso. Anche "Killing Time" rallenta il passo per vestire i panni della ballata addolcita da un misurato arrangiamento d’archi.

Con "Dust ‘n’ Bones" si torna a picchiare duro nel più classico stile Nichols: un riff da urlo, un'attitudine sfacciata e carica di sudore, e un assolo capace di lasciarti a bocca aperta. Una vera mazzata. E se "Looks Like That Felt Good" fonde mirabilmente southern, blues e un ritornello sfrontato, "Runnin’ Hot" è un pezzo di grande impatto in pieno stile anni '70, con la batteria  suonata apposta per farci battere le mani a ritmo, e un assolo stellare che è un concentrato di tecnica e velocità.  

Chiude l’album "Pretend" una derapata adrenalinica che viaggia a velocità supersonica, sfoggiando un lavoro alla sei corde degna dei più grandi di sempre.

Louder Than Fate conferma per l’ennesima volta il talento straordinario di un artista, virtuoso della chitarra e cantante di grande spessore. Inutile cercare originalità fra le canzoni del disco, aspetto che di sicuro a Nichols interessa poco o niente. Qui, c’è tanta sostanza, tanto sudore, la voglia di spaccare tutto come se suonare fosse solo ed esclusivamente un eterno live. Grinta, uno stile riconoscibile e vampate di autentico furore fanno la differenza. E tanto basta.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Blues, Hard Rock

 


 

 Blackswan, mercoledì 22/07/2026

 

mercoledì 15 luglio 2026

Cactus (All Stars) - Temple Of Blues Vol. II (Cleopatra Records, 2026)

 


All’inizio degli anni ’70, per un triennio, i Cactus sono state una delle band più apprezzate dell’hard rock blues targato US. Capitanati dal batterista Carmine Appice, da molti considerato il padre del drumming hard e heavy metal, e dal bassista e cantante Tim Bogert (ex Vanilla Fudge al pari di Appice) la band originariamente avrebbe dovuto essere un supergruppo composto anche da Jeff Beck e Rod Stewart. Il chitarrista, però, fu vittima di un incidente stradale che lo tenne lontano dalle scene per più di anno, mentre il secondo entrò a far parte dei Faces al fianco di Ron Wood.

Arruolati, quindi, Jim McCarty alla chitarra e Rasty Day alla voce, i Cactus pubblicarono quattro album tra il 1970 e 1972, tra cui anche il celebre e omonimo esordio, considerato uno dei caposaldi del genere. Poi, lo scioglimento e l’oblio, fino al 2005, quando la band torna nuovamente sulle scene con Cactus V e un nuovo cantante, Jimmy Kunes al posto di Day.

Oggi, il progetto, saldamente in mano all’immarcescibile Appice, continua a fare dischi senza aver perso un briciolo dell’antica potenza e di quella che pare un’inesauribile passione. Sono passati due anni da quando il leggendario batterista e la rinnovata formazione dei Cactus (il cantante Ed Terry, il chitarrista Artie Dillon e il bassista James Caputo) hanno aperto per la prima volta le porte del Temple Of Blues, un album di quindici tracce all'insegna di un heavy blues rock travolgente, capace di far scatenare l’entusiasmo dei vecchi fan, grazie anche alla partecipazione di numerosi ospiti speciali, tutti profondamente legati alla band.

Il Tempio riapre i battenti con il seguito, Temple Of Blues II, e il parterre de roi non è da meno. Anche questa volta il progetto riunisce un cast stellare che vede il ritorno di nomi presenti nel primo volume (Ted Nugent, Billy Sheehan, Bumblefoot, Dee Snider e Pat Travers), affiancati da una nuova ondata di grandi protagonisti della scena, tra cui Steve Morse (Deep Purple), Tracii Guns (L.A. Guns), Joe Lynn Turner (Rainbow, Deep Purple), Rudy Sarzo (Ozzy Osbourne, Quiet Riot), Alex Skolnick (Testament) e molti altri ancora.

Ospiti assolutamente funzionali a un scaletta che annovera classici della band (una versione travolgente di "Token Chokin" e la rabbiosa "Feel So Good") a fianco di grandi classici del blues, tra cui "Spoonful" (su cui Ted Nugent e Bob Daisley dei Rainbow uniscono le forze per un’interpretazione da far girare la testa) e magistrali reinterpretazioni anche di "Back Door Man Pt. 1 & 2" e "300 Pounds Of Joy".

Da menzionare anche la rilettura di "Purple Haze" di Jimi Hendrix, che riporta coi ricordi all’estate del 1970, quando i Cactus suonarono all’Isle Of Wight Festival insieme a Hendrix e a Melanie, qui alla voce (registrata prima della sua dipartita nel gennaio 2024).

Un disco grezzo, ruvido, pestato a sangue, un’apoteosi hard rock blues che gli amanti del genere non smetteranno di ascoltare a tutto volume, mandando in briciole le casse dello stereo.

Voto: 8

Genere: Rock Blues

 


 

 Blackswan, mercoledì 15/07/2026

 

lunedì 13 luglio 2026

The Karma Effect - Cruel Intentions (Earache, 2026)


 

Londinesi, attivi dal 2020, i Karma Effect tornano a pubblicare un nuovo album in studio dopo quattro anni dall’uscita del celebrato Promised Land, che, ai tempi, aveva scalato le classifiche del Regno Unito fino alla top 20. Un successo di critica e di pubblico che potrebbe lasciare stupiti solo quelli che non hanno mai ascoltato il sound infuocato di questi cinque ragazzi britannici, che ripercorrono con autorevolezza sentieri classic rock ispirati - cito qualche nome - da Black Crowes, Buckcherry, Dirty Honey, Aerosmisth, etc.

Questo nuovo Cruel Intentions ha tutte le carte in regola non solo per replicare, e migliorare, il risultato ottenuto nella madre patria, ma anche per portare la band ad avere finalmente rilevanza internazionale.

"Ride Or Die", energica e travolgente, apre il disco riprendendo la narrazione esattamente dove si era interrotta col precedente album. I riff sono elettrizzanti, l’energia è contagiosa, la voglia di spaccare tutto va pari passo con la capacità di creare refrain impeccabili, buoni anche per qualche passaggio radiofonico. Il brano definisce da subito il tono della scaletta, dimostrando che i Karma Effect sono incrollabili nel loro impegno a proporre canzoni potenti che catturano sia la loro eredità musicale che la loro continua evoluzione, per rendere questo suono appetibile anche alle nuove generazioni.

Composta da Henry Gottelier (un animale da palco dal timbro graffiante e dalla potente estensione), il chitarrista Robbie Blake, e dai nuovi membri Nathan Keevil (basso), Alan Taylor (batteria) e Tom Pitt (tastiere), la band affronta questo album con chiara intenzione e convinzione. Il loro talento collettivo e la loro energia fresca si traducono in un filotto di canzoni che mette il punto esclamativo alla direzione artistica e all'ambizione della band.

Cruel Intentions è un album che bilancia sapientemente nostalgia e innovazione, integrando elementi classic rock con tecniche di produzione contemporanee. Traendo ispirazione dall'energia dinamica dell'arena rock degli anni '70 e '80 e dal più ruvido southern, la proposta della band è caratterizzata da assoli di chitarra travolgenti, percussioni potenti e ritornelli accattivanti.

Ne è la prova "Dangerous Love", che trainata da un arrangiamento di fiati esplosivo, possiede un'atmosfera anni '80 alla Aerosmith, è orecchiabile, funky, travolgente. E’ semplicemente fantastica.

Il ritmo rallenta con "Lady Bohemian", la classica canzone da FM, in cui la melodia immediata trova come contrappunto il consueto suono ruvido, mentre "Closest Thing to Crazy" è una ballata sincera, da cantare tutti insieme sotto il palco alla luce della fiammella dell’accendino.

L'affiatamento e la maestria musicale della band sono evidenti in ogni brano, garantendo che l'album mantenga il suo slancio e offra sia momenti di esaltazione che di profonda risonanza.

E’ quando spingono sul pedale acceleratore, però, che i Karma Effect riescono a essere davvero devastanti, come avviene in "Raised On Rock’n’Roll", un groove travolgente e scalciante che mette a dura prova la cervicale, in "Waiting on a Miracle" spinta al parossismo da un riff epico e dalle acrobazie vocali di Gottelier, sverniciate dal tiro incandescente dei fiati, o in "Bad Manners", il cui swing divertentissimo è un irresistibile richiamo a fare baldoria, fino all’ultima pinta di birra.

La costante in tutti questi brani è la maestria musicale. La sezione ritmica crea la base, le chitarre offrono uno strato sonoro solido e meraviglioso, perfetto in ogni sua parte, e la voce Gottelier eleva la performance del gruppo a livello stellare.

Chiudono la scaletta la title track, che smuove le acque con il suo fascino eccentrico e si discosta un po’ dal mood dell’album, e "One More for The Road", che cattura lo spirito della festa, chiudendo l'album con un'energia positiva che lascia gli ascoltatori con la voglia di ascoltarne ancora.

Cruel Intentions è il classico disco di classic rock, in cui potrete cogliere centinaia di riferimenti a qualcosa di già sentito. Possiede, però, una marcia in più, quella veracità che spinge la band a suonare le canzoni in studio come se si trovasse sul palco a spremere ogni goccia di sudore residua, sublimando la fatica dell’atto in un’estasi di puro rock’n’roll.

Prendete il disco, allora, mettetevi in macchina, abbassate i finestrini e spingetevi a cento all’ora verso l’orizzonte di questa estate caldissima: la resa sarà perfetta.

Il meglio del rock del 2026 passa anche da queste parti. 

Voto: 8

Genere: Classic Rock 




Blackswan, lunedì 13/07/2026

mercoledì 8 luglio 2026

Bleachers - Everyone For Ten Minutes (Dirty Hit, 2026)

 


Il nome di Jack Antonoff è noto agli appassionati di musica per essere uno dei produttori più richiesti sul mercato, avendo collaborato con artisti di fama mondiale quali Lana Del Rey, Taylor Swift, 1975, St. Vincent, etc. Molti di meno sanno che il musicista originario del New Jersey è anche il padre padrone del progetto Bleachers, band arrivata oggi alla pubblicazione del quinto album in studio.

In Everyone For Ten Minutes, Antonoff si concentra concettualmente sul mondo dei social, sul modo in cui lui stesso viene percepito online, sulla frustrazione di mantenere legami autentici e uno spirito creativo in una società dominata dal deficit dell’attenzione, che annienta l'anima delle persone. Il produttore incanala questo disagio e il suo desiderio di superarlo nel suo lavoro più ambizioso fino ad oggi, quantunque la sua musica non riesca mai davvero a liberarsi della tendenza a rendere omaggio alle costanti fonti d’ispirazione (soprattutto Springsteen) finendo per creare soundscapes spesso deliberatamente stereotipati.

L'impegno di Antonoff nel compiere scelte stilistiche più coraggiose questa volta è decisamente ammirevole, soprattutto in contrasto con l'ultimo lavoro del suo gruppo, Bleachers del 2024, che procedeva con il pilota automatico innestato. Questo nuovo lavoro, infatti, incorpora anche elementi country, soul, gospel, shoegaze, e svariati campionamenti, che rendono l’ascolto decisamente più seducente. Lui stesso sembra molto più desideroso di mostrarsi vulnerabile rispetto a prima, è questo è decisamente un cambiamento notevole rispetto alla piacevole accessibilità che caratterizzava i suoi lavori precedenti.

Il tentativo, poi, di utilizzare un tema attualissimo come la tecnologia che sconvolge l'intimità e la veracità nelle nostre relazioni funge da intrigante cornice tematica per la sua produzione consapevole e sicura. E Antonoff fonde la tensione tra questa alchimia creativa e l'ansia incombente non solo nel suono e nel tema dell'album, ma anche nella sua estetica: Everyone For Ten Minutes prende il nome da un'impostazione di AirDrop che consente a chiunque di condividere file con altri per soli dieci minuti e la sua austera copertina in bianco e nero raffigura Antonoff, a torso nudo e con la testa rasata, curvo in preda a qualche smarrimento emotivo.

Nonostante la sua energia irrequieta, l'urgenza e l'attualità tematica, Everyone For Ten Minutes si perde in un’eccessiva serietà che si scontra con le intenzioni di fondo, e nonostante si faccia apprezzare per la volontà di uscire da una consolidata comfort zone, gran parte del tentativo di innovarsi finisce per rientrare dell’alveo delle sue affettazioni springsteeniane: l’abbondanza di coretti, gli assoli di sax, i riferimenti al New Jersey e i suoni che, spesso, mirano a incarnare un’epicità nota a tutti fan del boss. Insomma, Everyone For Ten Minutes sono i Bleachers al quadrato, un territorio familiare reso più grande e più ampio, ma non necessariamente più profondo.

Nonostante il costante riferimento alle proprie influenze, l'eclettica venatura della scrittura di Antonoff riesce talvolta a sorprendere. L'album si apre, ad esempio, con "Sideways", un inno all'amore, la cui atmosfera trasognata da stadio rock funge da àncora avvincente per l'affetto del musicista verso la sua compagna, Margaret Qualley. "The Van" rielabora il soul-pop di Just Don't Want to Be Lonely dei Blue Magic, trasformandolo in un'affascinante e piacevole introduzione ai ricordi dei primi tour della band. "You And Forever", grazie al cantato da crooner e all’atmosfera sognante è una canzone che si fa ricordare a lungo dopo l’ascolto, così come "Upstairs At Els", che incorpora scintillanti sonorità new wave e la splendida "I’m Not Joking", in cui l'organo avvolgente e il delicato clavicembalo conferiscono alla melodia una qualità genuinamente soul.

Come per la maggior parte del lavoro dei Bleachers, Antonoff rimane incredibilmente tenace nel suo intento di creare album che mirano a suonare e a trasmettere un senso di grandezza, e a rileggere certe fonti d’ispirazione (Springsteen) da un’angolazione tutta sua. Insomma, i Bleachers sembrano felici di fare la musica che amano senza preoccuparsi di apparire ripetitivi o fuori fuoco rispetto agli obbiettivi che si sono prefissati.  

In tal senso, Everyone For Ten Minutes, nonostante un approccio più in linea con lo spirito del tempo e una produzione su scala più ampia, resta un buon disco ma anche un’occasione mancata: formalmente impeccabile, cristallino nei suoi riferimenti musicali, ma con meno cuore di quanto ci si potrebbe aspettare da chi, non più tardi due anni fa, ha scritto una delle più belle canzoni di Natale di sempre: "Merry Christmas, Please Don’t Call". Le carte in regola per un grande disco ci sono, serve solo un po’ di coraggio in più.

Voto: 7

Genere: Indie Rock, Pop

 


 


Blackswan, mercoledì 08/07/2026

venerdì 3 luglio 2026

The Dead Daisies - Live Plus Five (TDD PTY, 2026)

 


Quello che sulla carta sembrava essere un progetto estemporaneo, un supergruppo da una botta e via, piano piano, disco dopo disco, e cambio di line up dopo cambio di line up, è diventata una cosa tremendamente seria. Pubblicati ben otto album in studio in dodici anni di attività, chiuso l’interregno governato dall’ex Deep Purple, Glenn Hughes, con rientro nei ranghi di John Corabi, i Dead Daisies hanno trovato la definitiva quadra di formazione e la voglia di celebrarsi attraverso un live che ripercorre le tappe di una carriera ultra decennale.

Una sorta di ciliegina sulla torta per i numerosi fan che, nell’ultimo anno, avevano già goduto, e parecchio, grazie a un ottimo album di cover blues (Lookin’ For Trouble del 2025) e all’esordio solista di John Corabi (New Day del 2026), che, nei mesi scorsi, abbiamo raccontato sulle pagine del sito.

In verità, Live Plus Five era già stato pubblicato come Live At The Stonedead, registrato allo Stonedead Festival nel Regno Unito il 23 Agosto 2025, e uscito successivamente solo in versione digitale. Oggi, quel concerto, viene messo in commercio anche su supporto, con un titolo diverso e, soprattutto, con l’aggiunta di un secondo dischetto contenente altre cinque canzoni, registrate tra il 2024 e il 2025 in giro per gli States e l’Europa.

Live Plus Five è un disco dal vivo crudo e selvaggio, la fotografia perfetta di cosa la band possa fare sul palco, sprigionando un quantitativo di energia tale da sfondare le casse dello stereo.

Il primo disco è decisamente più ruvido, suona come una presa diretta, in cui si evidenziano tutti i pregi e difetti di un live; il secondo disco, invece, non meno bello, ha subito un più accurato lavoro in fase di post produzione, che tuttavia non riesce a contenere le bordate feroci di un gruppo in stato di grazia.

Si parte a cento all’ora con "Long Way To Go", con un riff all’ Ac/Dc che suona come una sgommata, lasciando i segni sull’asfalto e sollevando nuvole di fumo, tra lo stridore di ruote. Una corsa all’impazzata che non prevede soste, e che continua con il mood più oscuro di "Fired Up", con la chiamata alle armi di "Dead And Gone", in cui Corabi prepara il pubblico a un infuocato call and response, e con l’assalto all’arma bianca di "Light’em Up", crocevia della morte fra Motorhead e Ac/Dc.

Non manca, per quanto breve, l’assolo di batteria, come nel più classico dei live rock anni ’70 ("Bustle And Flow"), la sguaiatezza sleaze di "I Wanna Be Your Bitch", l’omaggio ai motociclisti e alla vita vissuta per strada in sella a una due ruote ("I’m Gonna Ride") e i classici della band come "Mexico", tiro spacca ossa e assolo di Doug Aldrich che leva la pelle di dosso.

E ovviamente ci sono le cover, un pallino della band fin dagli esordi. "Going Down" di Freddy King veste di metallo l’anima blues della band, "Fortunate Son" dei Creedence mostra il graffio dell’originale senza fare danni, così come "Helter Skelter" dei Beatles, sette minuti infuocati, in cui la band sprigiona quanta elettricità possibile. Nel secondo disco, i Dead Daisies rileggono, spostandone gli accenti, il traditional "Black Betty", già appannaggio dei newyorkesi Ram Jam e una divertita "Get a Haircut" presa (e strapazzata) dal repertorio di George Thorogood.

Live Plus Five è una gran festa per chi ama il rock più stradaiolo e bluesy messa in scena da una band che dal vivo non fa prigionieri, grazie a approccio cuore e sudore e al carisma di John Corabi, la cui voce marchia a fuoco tutte le canzoni in scaletta. Da ascoltare a volume altissimo, con buona pace del vicinato.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Hard Rock

 


 


Blackswan, venerdì 03/07/2026