Ho sempre pensato che a Jack White, prima con gli immensi White Stripes, poi con un’elettrizzante discografia solista e notevoli progetti paralleli, vada riconosciuto il merito di aver tenuto in vita il blues, trasformandolo da “musica per vecchi” a pane quotidiano di almeno un paio di generazioni di giovani ascoltatori, muovendosi all’interno della tradizione con grande rispetto filologico, ma cercando anche di spingersi oltre, per arrivare là dove altri non sono mai arrivati.
Le sonorità tradizionali dei braccianti afroamericani rappresentano l'antenato comune da cui si sarebbe evoluto un intero albero genealogico musicale, destinato a cambiare il mondo. Esplorando le tracce fossili del rock and roll, si scopre che ogni ramo riconduce inevitabilmente al Delta. Come un archeologo esperto, Jack White ha trascorso gran parte degli ultimi trent'anni in equilibrio precario tra omaggio storico, evoluzione moderna e sperimentazione eccentrica.
La sua musica porta in sé l'inconfondibile patrimonio genetico del rock and roll delle origini, ma quelle strutture familiari riemergono stravolte in qualcosa di completamente nuovo.
Ragazzaccio cresciuto fra la polvere dei garage, predicatore revivalista, tradizionalista del blues e alchimista del suono: White, con le sue chitarre che urlano tra fruscii analogici e amplificatori spinti fino allo stremo, ha portato il blues oltre gli steccati del genere, senza tuttavia fargli perdere la propria identità.
Se
sembrava impossibile innovare una tradizione ormai consolidata, White
ha dimostrato di saper guardare al passato per trovare la strada verso
il futuro. Alla faccia dei puristi che non comprendono che l’ibridazione
non è solo sopravvivenza, ma anche abbrivio per la riscoperta
dell’integrità.
In tal senso, il nuovo Frozen Charlotte rappresenta ciò che accade quando quel dna ricomincia a mutare: il blues sembra vitale come non mai. La famigliare alchimia sonora a cui White ci ha abituati, nonostante frequenti digressioni sperimentali, è intatta: una produzione analogica ruvida, riff blues sporchi, atmosfere garage-rock ed esecuzioni che sembrano sul punto di collassare da un momento all'altro per un guasto elettrico. Eppure, il chitarrista evita di ridurre questi elementi a un semplice pastiche, scegliendo invece di costringere gli istinti più ancestrali del genere ad assumere forme nuove e insolite.
La riottosa bellezza di questo nuovo disco risiede nella sincerità e nella spontaneità di un pugno di canzoni che non vogliono compiacere nessuno, che vivono di semplice energia abrasiva. La sicurezza artistica con cui si muove White, quella consapevolezza di poter fare quello che gli pare, lo riporta esattamente dove tutto è iniziato: a seguire l’istinto in un garage sporco, a cercare di fondere gli amplificatori con riff selvaggi e primordiali. Paradossalmente, è proprio questa libertà a rendere l'album uno dei suoi lavori più audaci degli ultimi anni. Ogni canzone trasmette un senso basico di libertà, senza mai perdere di vista la melodia e il riff: dietro quel frastuono liberatorio si cela un album ricco di melodie accattivanti e, naturalmente, un lavoro alla chitarra di livello stellare.
Il
brano d'apertura e primo singolo, "G.O.D. and the Broken Ribs", è una
dichiarazione di puro revivalismo. Un ritmo incalzante fa battere piedi,
prima che la Telecaster di White squarci l'aria con feroci ondate di
distorsione. "Derecho Demonico" tiene alto il tiro con uno dei riff
migliori dell'album, muovendosi con spavalderia su un avvio sincopato
prima di esplodere in un assolo folgorante. Quando arriva "There’s
Nobody There", White ha già chiarito la filosofia alla base dell'album:
tre brani, appena dieci minuti, ma ricchi di riff, idee e svolte
inaspettate che rendono l’ascolto imperdibile.
I brani non si dilungano mai oltre il dovuto: arrivano, lasciano il segno e passano oltre. Delle tredici tracce dell'album, una sola supera i quattro minuti di durata, e tale rigore si rivela uno dei maggiori punti di forza di Frozen Charlotte. Mentre molto del blues rock in circolazione rischia spesso di perdersi in jam compiaciute e autocelebrative, White mantiene i brani al centro dell'attenzione: ogni riff, ogni verso e ogni istante sono al servizio della composizione.
La parte centrale dell'album mantiene vivo questo slancio: dai cori da battaglia che trainano "Raising the Grain" all'urgenza punk e graffiante di "You’ll Never Fix Me", fino all'irresistibile riff d'apertura di "Nobody Knows", White evita con intelligenza che il disco diventi ripetitivo.
E’
inevitabile notare, poi, quanto sia diventata formidabile l’attuale
band di White. Dominic Davis, Bobby Emmett e Patrick Keeler non sembrano
più semplici turnisti, bensì veri e propri collaboratori. Il tempo
trascorso in tournée ha creato un’alchimia che permette a White di
spingersi ancora più a fondo nel caos, sapendo che ognuno di loro è in
grado di trovare istintivamente il punto di approdo. I groove trasudano
una sicurezza naturale e la sezione ritmica imprime una spinta
inarrestabile. In una formazione così essenziale, ogni musicista ha modo
di mettersi in luce, che si tratti di un passaggio di batteria o di un
assolo di tastiera. Se White traccia le linee architettoniche, può
contare su una squadra di artigiani sicuri di sé per dare forma alla sua
visione.
No Name (2024) era un grande disco, e Frozen Charlotte ne è la sua naturale (e forse ancora più estrema) prosecuzione, figlia di un linguaggio riconoscibile ma in costante evoluzione. Pochi artisti, infatti, hanno dedicato così tanto tempo a interrogare le tradizioni della musica rock, continuando al contempo a rimodellarle in modi autenticamente sorprendenti e interessanti.
L'evoluzione premia la capacità di adattarsi e, a oltre venticinque anni da quando i White Stripes riportarono il garage rock al grande pubblico, Jack White continua a evolversi. Dalle rive del Delta del Mississippi fino agli studi della Third Man Records a Nashville, in Tennessee, il cinquantunenne chitarrista di Detroit resta uno dei grandi custodi del rock and roll.
Voto: 8,5
Genere: Garage, Blues, rock
Blackswan, lunedì 24/08/2026

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