Classe 1969, la londinese (ma di origini gallesi) Judith Owen è cresciuta fin da piccina respirando musica. Suo padre, Handel Owen, era un tenore d'opera gallese che aveva cantato per trent'anni nel coro del Covent Garden. Appassionato di ogni genere musicale, papà Owen passava le giornate libere ascoltando centinaia di dischi, spaziando dall'opera e dal pianoforte classico al jazz, al blues e al sound di New Orleans. Fu questo contesto a gettare nella giovane Judith il seme di quella che sarebbe poi diventata una vera e propria carriera. Cresciuta immersa nel mondo del balletto, del teatro e delle belle arti, già da adolescente la Owen si esibiva come pianista al Ronnie Scott’s Jazz Club di Londra, conquistandosi un ingaggio fisso in uno dei templi del jazz più prestigiosi al mondo ancor prima di avere l'età legale per poterlo frequentare.
A ventisette anni, ha, finalmente, esordito con il suo album di debutto, Emotions on a Postcard, uscito nel 1996, e da allora, ha costruito con costanza uno dei repertori più originali del panorama jazz e blues contemporaneo, pubblicando oltre una dozzina di album nel corso di una carriera che spazia tra rock, pop, musica classica, jazz, blues e teatro musicale.
Il
cuore della musicista, poi, ha sempre battuto in direzione New Orleans,
innamorandosene a tal punto da acquistare una casa nel Quartiere
Francese. New Orleans ha offerto alla Owen ciò che aveva sempre cercato:
una comunità di musicisti che interagiscono tra loro sul palco,
collaborando a vicenda apertamente e senza riserve.
Questo spirito permea ogni sua opera realizzata dopo essersi stabilita in città, e in modo particolare il nuovo album Suit Yourself, un titolo ispirato dalla volontà di creare musica seguendo esclusivamente le proprie regole. L'album è stato registrato presso il Palissade Studio di New Orleans, prodotto dalla stessa Owen e mixato da John Fischbach. Ad accompagnarla vi sono la sua band The Gentlemen Callers, la J.O. Big Band e un eccezionale gruppo di ospiti, tra cui Davell Crawford, Joe Bonamassa e Tonya Boyd-Cannon.
Il disco spazia con fluidità tra brani originali e cover, tra atmosfere intime voce e pianoforte, arrangiamenti per sestetto jazz e produzioni per big band, il tutto reso coeso dalla voce gallese ricca e profonda di Owen e dal suo rifiuto assoluto di essere qualcosa di diverso da se stessa.
"That’s Why I Love My Baby" è il singolo di lancio dell'album: la Owen entra in scena con grinta e sicurezza, la sua voce cavalca un groove capace di apparire, al contempo, radicato negli anni Quaranta e assolutamente attuale. È il suono di chi ha trascorso una carriera a cercare il giusto equilibrio e finalmente lo ha raggiunto, grazie anche ai Gentlemen Callers, che la sostengono con la naturalezza di una band che sa esattamente il fatto suo.
"Blue
Skies", il classico intramontabile di Irving Berlin, riceve qui una
rilettura che appare davvero fresca. La Owen non cerca di competere con
le innumerevoli versioni celebri che l'hanno preceduta, ma, al
contrario, filtra il brano attraverso la propria sensibilità distintiva,
calda e lievemente ironica. Il suo pianismo è pacato e preciso, a
ricordare che, prima di affermarsi come frontman, è stata una delle
pianiste jazz più talentuose della sua generazione.
Suit Yorself è un disco lungo, le canzoni sono ben tredici, ma tutto fluisce con naturalezza e intensità, lasciando, talvolta, nelle orecchie una sensazione conturbante da localino jazz fumoso a tarda notte, in altri casi, un surplus di giocoso divertimento, grazie a irresistibili groove. Nessun filler e tanti brani che lasciano il segno.
"To Your Door", una delle composizioni originali dell'album, possiede l'intimità di un pezzo nato al pianoforte a notte fonda: è personale e diretta, priva di qualsiasi leziosità. "If I Were a Bell" dal repertorio di Frank Loesser è riletta mantenendo intatta tutta la sua teatralità in stile Broadway, l'arrangiamento possiede uno swing leggero che rende l'esecuzione fluida e naturale, mentre l'interpretazione della Owen trasmette la spontaneità di chi si sta divertendo davvero, anziché limitarsi a simulare entusiasmo.
"Today I Sing The Blues" è la collaborazione emotivamente più intensa dell'album. Davell Crawford è uno dei pianisti e cantanti più amati di New Orleans e il duetto raggiunge uno spessore e una tenerezza che vanno ben oltre la classica partecipazione di un ospite. Le due voci si intrecciano con naturalezza, alternandosi e sostenendosi a vicenda in egual misura, dando vita a una delle interpretazioni più profonde e toccanti dell'intero disco.
Non sono da meno altre due collaborazioni. "Mind Is On Vacation", classico di Mose Allison, riceve una rilettura inaspettata e appagante grazie a Joe Bonamassa, che conferisce al brano una sonorità chitarristica che si sposa alla perfezione con il pianoforte della Owen. I due trovano immediatamente un linguaggio comune, rilassato e colloquiale e il risultato è un brano che cattura lo spirito dell'originale di Allison, pur mantenendo un'impronta inconfondibile legata esclusivamente ai due musicisti che lo hanno realizzato. Notevole anche "Evil Gal Blues", che grazie al supporto della J.O. Big Band, diventa il momento più spudoratamente divertente dell'album. Da queste parti era passata con successo anche Aretha Franklin ma la Owen non cerca di imitarla: il brano ha un ritmo swing travolgente, la band si diverte un mondo e la Owen canta con un sorriso sornione che si percepisce in ogni singola vocale. Irresistibile dall'inizio alla fine.
Cito,
ad abundantiam, anche la celebre "Shall We Dance?" a cui la Owen
approda con un calore e una grazia da applausi. La musicista ne coglie
il ritmo di valzer senza tradurlo in qualcosa di rigido o formale,
mantenendo, invece, lo swing sciolto e colloquiale. È un brano che
respira e sorride, un momento di eleganza in un album che sfoggia la
propria raffinatezza con verace disinvoltura.
Nella sua classicità, Suit Yourself è un album splendido, frutto della maestria di chi pratica questo mestiere da così tanto tempo da far sembrare facili anche le cose più complesse. La Owen, infatti, passa con assoluta naturalezza dal piano solo alla big band al completo, scova il lato personale nell'universale e quello giocoso nel profondo, senza mai perdere di vista il divertimento che ne costituisce l'essenza stessa. Un gioiellino per tutti gli amanti del jazz vocale e del blues d’antan.
Voto: 8
Genere: Blues, Jazz
Blackswan, venerdì 14/08/2026

Nessun commento:
Posta un commento