E’ un dato di fatto che da quando Mark Olson se n’è andato, i Jayhawks, ormai saldamente nelle mani dell’altro sodale, Gary Louris, pur con risultati sempre dignitosi, non sono stati più in grado di replicare la magia dei loro giorni migliori.
Così, quando parte Keeping Our Heads Above Water, canzone che apre questo nuovissimo Sanctuary Park, il tuffo al cuore per i fan di vecchia data della band originaria di Minneapolis è garantito. Eccoli! I Jayhawks sono tornati in tutto il loro splendore!
Prodotte dal mago Bob Ezrin, le undici canzoni che compongono la scaletta dell’album riaccendono antichi fuochi con una formula che il tempo aveva sbiadito: il connubio equilibrato fra pop, rock e country, le cristalline armonie vocali, la fragranza di essenze che rimandano ai fab four e melodie che impiegano un nano secondo a imprimersi nella mente e, quindi, nel cuore. E’ soprattutto il mood unico di un suono che ha fatto scuola a trovare nuova linfa vitale, quell’ambivalenza tra giocoso e malinconico, che ricorda una giornata luminosa di fine autunno, quando la luce del sole è ormai una tiepida carezza che già prelude ai languori dell’inverno. Stupore e famigliarità, il nitore che illumina lo sguardo, la nostalgia che pungola l’anima, un sorriso di pura e ingenua euforia reso appena salmastro da una piccola lacrima che inumidisce le labbra.
Undici canzoni inanellate fra loro da una rinnovata ispirazione che riporta la band ai fasti di Tomorrow The Green Grass (1995), il disco che replicò il successo di Holywood Town Hall (1992), sublimando il suono americano attraverso una mirabile attitudine pop.
Ecco, basta Keeping Our Heads Above Water per riportare alla luce l’antica magia: coretti estatici, il suono levigato con sapienza artigianale, la leggerezza cristallina dell’interplay vocale, strofa, pre ritornello e ritornello benedetti da imprimatur divino. Quattro minuti di apparente giocosa spensieratezza a cui si sovrappone una leggiadra nostalgia che tocca le corde della commozione quando Louris canta la forza di un amore indomito, nonostante tutto: “Dire che sei tutto ciò che ho, solo per tornare a respirare, Sentire il mondo e il peso della sua ombra, Dire che siamo troppo giovani per combattere questa battaglia, Attingere a tutto il tuo amore per tornare a credere, Ci vuole tutto il tuo amore per tornare a credere”.
In Sanctuary Park ci sono le canzoni, tutte, e dico tutte, di livello, c’è una band che ha ritrovato un rinnovato ardore e c’è il tocco di Ezrin, perfetto nel dare coerenza al suono, stupefacente nel curare ogni minimo dettaglio (il velluto di una pedal steel, il gocciolare di un piano, la croccantezza di un riff). Difficile scegliere il meglio in una scaletta punteggiata di brani destinati a diventare classici del songbook Jayhawks. E allora, non resta che raccontarli tutti.
Le armonie vocali su cui si sviluppa Kingston Girl, le simmetrie baciate di pianoforte e chitarra, le carezze nostalgiche della fisarmonica e il ritornello stellare fanno battere il cuore, che fa addirittura le capriole quando parte Mr. Lincon, brano che lega a doppio filo la scrittura di Louris con quella di sir Paul McCartney.
Hands Upon The Wheel si apre come un pezzo bluegrass, tutte le voci davanti a un unico microfono, per poi sviluppare una tensione malinconica che la successiva Leap Of Faith, una zuccherina incursione nel country, riesce a mitigare con una leggerezza da fiore in bocca, bretelle e cappello di paglia, per godersi la frescura di un torrentello coi piedi a mollo e la mente sgombra dalla vita.
E i momenti magici non sono certo finiti: American Night si presenta come una nuova Blue, rafforzando il legame con Tomorrow The Green Grass, Always And A Day si immerge nelle atmosfere del rock californiano anni ’70, è un brano tirato e adrenalinico che fa contrappunto alla successiva title track, la pietra più preziosa di gioiello regale: le chitarre innervano una tensione avviluppata da una soffusa coltre psichedelica e bluesy (viene in mente, come per magia, Tim Buckley) per sfociare, poi, in un ritornello di esiziale malinconia.
Non Un caso, visto che il brano è anche il momento in cui il disco si rivela più chiaramente: Sanctuary Park è un luogo reale a Dundas, in Ontario, ma nell'album assume un significato più ampio, diventando il simbolo di qualsiasi posto la memoria custodisca come sacro: i primi amori, i segreti dell'adolescenza, le persone che ti conoscevano prima che diventassi chi sei oggi.
Familiar Strangers riporta tutto con i piedi per terra: è un brindisi da bar dedicato a vecchi amici che si sentono, al contempo, vicini e lontani, è quella serata in cui il vino economico bevuto in un parcheggio vale più di qualsiasi pregiata etichetta. Il collante è l’amicizia, il comune vissuto, il ricordo. Il brano ha un’atmosfera rilassata eppure coinvolgente, capace di trascinare l'ascoltatore e farlo sentire parte della scena.
It’ll Be Alright Tonight trova la sua forza espressiva nella pedal steel di Mike Johnson, che dà una precisa identità al brano e che finisce per ricordare la dolcezza tipica della band. Sono i Jayhawks nella loro essenza più autentica.
Chiude Rowing the Boat, che evoca delicatezze alla Paul Simon, riduce tutto all'essenziale, usa un linguaggio semplice, una melodia lineare, e chiede all’ascoltatore di unirsi al viaggio e restare sulla barca, per godersi quell’esperienza emozionante che è la vita (“We’re All Part Of This beautiful team, Rowing The Boat, Rowing The Boat Together”).
Non avevo mai perso fiducia in Gary Louris e nei Jayhawks, convinto che, prima o poi, un altro grande disco sarebbe arrivato. Oggi, che la band compie quarant’anni di attività, quel momento è compiuto: Sacntuary Park è un album destinato a lasciare il segno, tanto da conquistare un posto d’onore sul podio al fianco di quei due capolavori che portano il nome di Hollywood Town Hall e Tomorrow The Green Grass.
Voto: 9
Genere: Americana, Rock
Blackswan, mercoledì 16/09/2026

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