Tre anni fa, But here We Are celebrava un mesto ritorno sulle scene da parte della band capitanata da Dave Grohl, un disco segnato dal dolore personale e collettivo per la dipartita del batterista Taylor Hawkins, compagno di line up e, soprattutto, amico. Pur non rinnegando in toto il consueto suono Foo Fighters, un arena rock debitore agli anni ’90 e caratterizzato dal connubio quasi simbiotico fra sportellate elettriche e ritornelli ad alto contenuto melodico, quell’album era segnato da una feroce malinconia, da una tristezza palpabile di un lutto che cercava la strada della rielaborazione, affidandosi ad alcune splendide ballate da groppo in gola.
Dopo tre anni, il dolore resta, e non potrebbe essere altrimenti, ma se nel predecessore un senso diffuso di mestizia segnava ogni nota della scaletta, Your Favorite Toy ritrova un impeto di vitalità, mai così rabbiosa. Sono sempre i Foo Fighters, ma qualcosa sembra essere cambiato. Il pilota automatico, che talvolta si percepiva nelle precedenti produzioni, è stato disattivato in favore di una guida spericolata, che affronta le curve, anche le più pericolose, alla massima velocità, infischiandosene del rischio di uscire fuori pista.
Siamo vivi e scalcianti, sembra voler dire Grohl, siamo una band che non sarà mai più quella di prima, che si è dovuta misurare con un vuoto incolmabile, che ha visto le profondità dell’abisso, e che ora ha investito tutto il dolore in un approccio diverso, più rumoroso, primitivo, feroce. Non manca, come sempre, l’aspetto melodico che ha contraddistinto il sound della band di Seattle fin dagli esordi, ma è decisamente secondario, quasi sfumato rispetto a un impeto che prende nuova linfa dall’hardcore punk.
Al centro della narrazione non c’è più l’arena, lo stadio, le grandi masse da sobillare con refrain di presa immediata, ma piccoli locali, scuri e umidi, in cui una giovane band cerca la gloria senza flirtare col compromesso.
Questo approccio è già stato sperimentato in passato, ma mai come questa volta in modo così ardito da generare un caos più conciso e altrettanto sferragliante, che si snoda attraverso sequenze di accordi graffianti e distorti, linee melodiche tese, drammatiche e non di immediata assimilazione, e da una delle performance vocali più furenti di sempre.
Your Favorite Toy parte a razzo prima ancora che l’ascoltatore possa allacciare la cintura di sicurezza, aprendosi con una sequenza di brani esplosivi. Ad aprire le danze l’assalto all’arma bianca "Caught in The Echo", un brano trainato da un riff grunge essenziale e tagliente, che si snoda su livelli di drammaticità parossistica, accentuata ancor di più dal climax centrale che contiene il divampare delle fiamme con un surplus di nostalgica tensione.
"Of All People", che racconta dell’amarezza per quel dolore che non se ne va, e la title track sembrano pescare a piene mani da una rabbia hardcore abrasiva e definiscono il tono garage punk incendiario che informa il disco.
Sebbene il ricordo di Taylor rimarrà per sempre impresso nell'anima della band, questo album si presenta come una trionfale rinascita, pensata per andare avanti dopo una simile tragedia. Con rabbia, con furore, con un sound crudo e a tratti primitivo. Il disco è segnato da un impellente voglia di vivere e dalla volontà di recuperare una lontana giovinezza, che porta freschezza qualunque direzione la scaletta prenda.
La splendida "Window" è un intermezzo di indie rock più rilassato caratterizzato da una melodia sinuosa e scorrevole, che si colloca dalle parti dei più recenti Queens Of The Stone Age, "If You Only Knew" è un hard rock blues classicissimo, ma vestito alla Foo Fighters sembra nuovo di pacca, "Spit Shine" è puro hardcore punk, roba da gettarsi a capofitto in un pogo magmatico sotto il palco, mentre "Unconditional" fa trapelare un barlume di luce che illumina la penombra di quello spazio emotivo in cui Grohl riflette ancora sullo spaesamento dovuto alla perdita ("Fa male tutto, non riesco a dire cosa mi passa per la testa, non ne sono sicuro").Your Favorite Toy torna a un sound più familiare nella sua parte finale, con brani come "Child Actor" che presenta un suono più malinconico e melodico, e "Amen, Caveman", che è come ritrovare un vecchio amico, con il suo paesaggio sonoro lineare e vasto e il suo ritmo incalzante, un classico del songbook dei Foo Fighters, stereotipato, forse, ma sempre dannatamente centrato.
Chiude "Asking For a Friend", il capolavoro del disco: la strofa iniziale cresce d'intensità a ogni secondo che passa, prima di esplodere in brutali riff slide con accordatura ribassata e una pesante progressione di accordi, mentre la voce di Grohl ruggisce tra i ritmi di batteria incalzanti. L'accompagnamento creato dal tastierista Rami Jaffee aggiunge strati di drammaticità, che raggiunge il culmine nei ritornelli trionfali e potenti. Questo accompagnamento viene poi dirottato dalla batteria travolgente e violenta, culminando in una delle più sincronizzate dimostrazioni di puro caos che la musica dei Foo Fighters abbia mai conosciuto.
Definirlo un ritorno alle origini sarebbe un commento fuori luogo, dato che il gruppo capitanato da Grohl non ha mai davvero modificato la propria forma, ormai consolidata nei decenni. Questo, semmai, è il disco di una band che ha attraversato l'inferno, ha provato il più profondo sconforto e ne è uscita più viva che mai. Con il proprio stile, certo, ma tirato a lucido da uno spirito combattivo indomabile e dal desiderio di fare più casino possibile per sentirsi ancora vivi.
Voto: 8
Genere: Rock
Blackswan, giovedì 07/05/2026

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