lunedì 26 dicembre 2011

AMY WINEHOUSE – LIONESS : HIDDEN TREASURES

Ci sono dischi che faccio fatica a recensire, perché sono consapevole di farmi prendere dall’emozione, di non essere in grado di utilizzare quell’obiettività di giudizio che è l’unica cosa che conta quando si ha la pretesa ( la mia invero molto modesta ) di vestire i panni del critico. Ero legatissimo ad Amy, tanto da giustificare persino quel suo modo scriteriato di vivere, sempre oltre le righe, sempre oltre il buon senso. Mi piaceva come strapazzava il soul, mi piaceva quel suo timbro sguaiato da donnaccia che sapeva accendere la passione, mi piaceva quella sua sensibilità artistica che la portava a interpretare ogni canzone come fosse l’ultima. Adoravo le sue debolezze, il suo essere vittima del mondo e cernefice di sè stessa, perché sapevo che quell’esistenza aspra che conduceva sarebbe poi confluita nella sua arte.E mi piaceva, più di ogni altra cosa, il coraggio con cui ci metteva sempre la faccia, sbronza dopo sbronza, figuraccia dopo figuraccia: lei non mollava mai il palco e la sua musica, tornava in sella ogni volta, si prendeva tutte le critiche e gli insulti e ricominciava a cantare. Se c’è una cosa della quale vado fiero è di averla scoperta con largo anticipo sul suo successo planetario : quando in Italia ancora non se la filava nessuno, io distribuivo ad amici e parenti copie di “ Frank “, il suo strabiliante esordio , con la raccomandazione di tenere il cd fra le cose più care, dal momento che avevo intuito che Amy avrebbe dato il via a una piccola rivoluzione ( pensate a quante oggigiorno tentano di imitarla: Adele ? Duffy ? ma perfavore… ). Capite, quindi, quanto sia difficile per me analizzare obiettivamente questo cd: è un epitafio, un testamento, un canto del cigno post mortem di qualcuno che ho visceralmente amato. Ma è soprattutto  un disco che non riserva molte sorprese: sono poche le cose che i completisti già non abbiano, le canzoni sono discrete, ma non memorabili ( con l’eccezione della conclusiva “ A Song For You “ di Leon Russel, forse la sua migliore performance vocale di sempre ). Quindi, l’obiettività dice 6,5, di più sarebbe una pietosa menzogna. Ma se mi permettete per un attimo di raccontarvi una favola, allora il voto si trasforma in un 10 scintillante. Perché questa voce, che purtroppo non potremo più ascoltare, è una delle emozioni più forti e totalizzanti che la musica dell’ultimo decennio ci abbia regalato. Amy cantava come un angelo scacciato dal Paradiso, la sua voce era un patto di non belligeranza fra Satana e Dio, un timbro che metteva d’accordo tutti, santi e peccatori, uniti in un abbraccio definitivo innanzi alla perfetta bellezza della musica. Amy era fragile e potente, torbida e cristallina, dolce e voluttuosa, era lo specchio di un fallimento infinito e di un talento altrettanto smisurato. Amy, bella come mai nelle foto del booklet che accompagna il cd, era esattamente come noi. Per questo, merita tanto il 6,5 del rispetto, quanto un 10 di traboccante amore. 
“ Remember,remember,remember, remember, when we were together and i was singing this song for you “. 
Io non dimentico.Ciao, piccola, grande Amy. Ti ho voluto bene.


VOTO : 6,5/10

 Blackswan, lunedì 26/12/2011

SLASH – MADE IN STOKE 24/07/11 –CD/DVD


Il re dei tamarri ( tuba, riccioli e Ray Ban scuri non sono accessori ma tratti morfologicamente  inscindibili dal personaggio )  torna a casa sua ( Stoke on Trent è la cittadina inglese che gli ha dato i natali ) e celebra l’avvenimento con un cd e un dvd che immortalano il concerto tenutosi lo scorso 24 luglio. La line-up è di tutto rispetto:oltre a Slash e alla sua Gibson, ci sono Todd Kerns al basso e Brent Fitz alla batteria ( i due martellano come fabbri alla fiera del paese ), l’ottimo Bobby Schneck alla chitarra e soprattutto Myles Kennedy ( ovvero mr. Alter Bridge ), la migliore voce metal in circolazione, nel ruolo di front-man.Vista l’occasione, e cioè una sorta di ritorno alle origini per celebrare trent’anni di onoratissima carriera ( il primo gruppo fondato da Slash nel 1981 furono i Tidus Sloan ), non poteva mancare una scaletta zeppa di classici tratti dalle più disparate esperienze discografiche del chitarrista inglese: “ By The Sword “, “Watch This “,”Ghost “ dal disco solista del 2010, una scintillante “Slither “ , frutto della militanza con i Velvet Revolver, le tiratissime “Been There Lately” e  Beggars & Hangers On “ degli Slash’s Snakepit e ovviamente il meglio del meglio dei Guns n’ Roses, da “Patience” a “Sweet Child o’ Mine “, da “Paradise City” a “ Civil War “ ( all’appello manca solo “Welcome To The Jungle“ ).Insomma, un’occasione ghiottissima per ripassare uno stile chitarristico inimitabile, con il quale Slash ha scritto pagine memorabili di quel rock trasandato e sporco, a cui i critici affibbiarono l’appellativo di street metal. Il ragazzo, fisico tonicissimo nonostante i 46 anni suonati, sente l’evento e da il meglio di sè: assoli fulmicotonici, gran profusione di scale e svisate, perizia tecnica immensa sia col plettro che con le dita, vere e proprie delizie con il pedale wah-wah, e una rilettura particolare della colonna sonora de “ Il Padrino “ che probabilmente non sarebbe dispiaciuta nemmeno a Nino Rota. Il resto lo fanno canzoni che scorrono veloci come treni in corsa e l’allestimento di quello spettacolo circense, forse un po’ usurato, che il Dio del Rock distribuisce a piene mani a tutti i suoi adepti: muscoli e sudore in gran quantità, linguaggio condito da svariati “ Fucking “, corna e dita medie esposte come vessilli, ripetute ostensioni della mitica Gibson, e pogo di rito nei momenti topici della scaletta.Il tutto per la gioia degli occhi e delle orecchie di chi, come il sottoscritto, ha ingerito nella propria vita dosi quasi letali di Guns n’ Roses.
 
 
 
A questo link potete ascoltare tutto il disco in streaming :
 
http://www1.rollingstone.com/hearitnow/player/slash.html 
VOTO : 8

sabato 24 dicembre 2011

SMITH & BURROWS – FUNNY LOOKING ANGELS

A Natale, si sa, piace creare l’atmosfera, preparare accuratamente albero e presepe, apparecchiare col servizio buono e distribuire per casa lucine e tovaglie rosse. E poi, inevitabilmente, tiriamo fuori dal cassetto i  classici dischi natalizi, lasciati a prendere muffa per 364 giorni e suonati alla nausea solo durante il fatidico giorno. Siamo sinceri: questa musica natalizia ci scalda il cuore e ci inonda di ricordi. Peccato però che, bene o male, siano da sempre le stesse canzoni da una vita ( da Bing Crosby a Diana Krall ), che peraltro evitiamo come la peste tutto il resto dell’anno, perché non hanno alcun valore artistico se non quello di creare l’effetto "caminetto acceso quando fuori c’è la neve". Pertanto, se cercate qualcosa di meno scontato e avete voglia di stupire parenti e amici, dimostrando peraltro di essere al passo coi tempi, vi propongo questo cd, appena uscito nei negozi, partorito della premiata ditta Smith & Burrows, e definito dagli stessi autori come un disco di canzoni natalizie ( ma ho la sensazione che sarà un piacere ascoltarlo anche in spiaggia in pieno agosto ). Detto questo faccio le presentazioni :Tom Smith  è il cantante degli Editors, voce baritonale e piglio da coroner, mentre Andy Burrows è stato il batterista dei Razorlight ( combo di indole strokesiana ). Il risultato della collaborazione, sono dieci canzoni morbidissime, suonate con garbo acustico e inevitabilmente  evocative il panzone dalla barba bianca e il costume rosso. E c’è di più: i due ragazzi pescano dal passato anche qualche classico, il cui ascolto vi farà sbarluccicare gli occhi dalla gioia. Perchè tra le dieci tracce potrete ascoltare, opportunamente riarrangiate, due splendide hit anni ’80, quali “ Wonderful Life “ di Black e “ Only You “ degli Yazoo, oltre ad un episodio minore di brit pop, e cioè la strabiliante “ On and On “ dei Longpigs. Il disco si conclude con una versione da pelle d’oca di “Christmas Song “ di Nat King Cole, cantata da Smith in compagnia di Agnes Obel, che da sola varrebbe il prezzo del disco. Allora, cosa volete fare? Dar credito a uno scontato Michael Bublè, che finirà per spaccare inevitabilmente le palle dell’albero ( e non solo ), o provare invece l’azzardo di un disco che vi lascerà a bocca aperta ? 

VOTO : 7



Blackswan, sabato 24/12/2011

GALLOWS - GREY BRITAIN


Apre il disco un cupo arrangiamento d'archi ed uno sciabordio d' acque che fa pensare al Tamigi avvolto nella nebbia. Lo chiude una partitura orchestrale su cui grava un'arresa malinconia.Tra l'incipit e il finale, vibrano undici brani di brutale punk metal-core che tracciano le coordinate sociali di un Regno Unito logorato dalla cieca frenesia capitalistica, oppresso dalla dilagante povertà di una classe operaia frustrata dalla disoccupazione, mortificato dalla globalizzazione dell'ignoranza e dalle sempre più striscianti pulsioni xenofobe. "Grey Britain " porta a compimento quanto di buono i Gallows avevano già dimostrato con il precedente, autoprodotto," Orchestra Of The Wolves ", i cui contenuti di ultra violenza sonora, sono qui riproposti in una versione leggermente sgrezzata ed arricchiti semmai da una maggiore consapevolezza e da una struttura meno lineare, e perciò più suggestiva, delle canzoni. Nonostante il clima barricadero e le continue aggressioni sonore, nel disco si respira un'aria cinerea e presbiteriana, che promana dalle tinte fosche di testi che raccontano il medioevo etico di un'Inghilterra, in cui le speranze e gli afflati vitali sono quasi totalmente resettati. Povertà, lavoro minorile, criminalità urbana e tossicodipendenza convivono sotto l'egida di una Chiesa cinica e indifferente: il Regno Unito come specchio del mondo, come cartina di tornasole di un depauperamento morale che sgomenta, e di cui la religione si fa complice e manutengola. La veemenza degli assalti all'arma bianca dei Gallows è la perfetta, e necessaria, colonna sonora dell'imbarbarimento dei tempi. Se mi si passa un ardito paragone letterario, i Gallows riscrivono, a modo loro, il grande romanzo sociale e anti-romantico di Charles Dickens, e lo fanno tramite una ritmica selvaggia, riff sferraglianti e la voce urlata e graffiante di Franck Carter, narratore metropolitano e aggressiva incarnazione ( anche da un punto di vista fisico)  del sottoproletariato urbano in rivolta. Il risultato è un lotto di canzoni compatto e rabbioso, che talvolta però rallenta la propria corsa, come nella sorprendente apertura melodica (di smithiana memoria) della superba " The Vulture ( Acts 1 & 2 )" . I versi finali di " Crucifucks" (" Great Britain is fucking dead, so get up folks in your lives, let’s fucking start again") rappresentano l'epitafio di un'epoca ed un monito per il futuro, chiudono il disco resuscitando una flebile speranza, ed evaporano tra ansimi e note di pianoforte, lasciandoci uno stordente senso di oppressione. Nel genere, un capolavoro, in assoluto, quasi.
 
 
Blackswan, sabato 24/12/2011

venerdì 23 dicembre 2011

L'OSSERVATORE - FRANCK THILLIEZ


"Ludovic ancora non riesce a credere alla propria fortuna: decine di vecchie pellicole, alcune risalenti all'epoca del muto, comprate per una manciata di euro. Emozionato, si precipita nella sua saletta di proiezione e fa partire una bobina senza etichetta: e se fosse il capolavoro perduto di un grande regista? Invece sullo schermo compaiono una macchia nerastra e, in alto a destra, un cerchio bianco. Poi inizia il film. Dopo alcuni istanti, Ludovic si alza, fa qualche passo, inciampa, cade a terra. Non ci vede più. È diventato cieco. Nel cuore della notte, Lucie Henebelle riceve la telefonata di un uomo che non sente da anni: è il suo ex fidanzato Ludovic che, disperato, ha chiamato un numero a caso della rubrica. Lucie si precipita da lui per accompagnarlo in ospedale poi, assecondando il suo istinto di poliziotta, decide d'indagare sull'accaduto e, per prima cosa, fa analizzare il film «maledetto» a un esperto, scoprendo che è pieno di violentissime immagini subliminali. Dopo pochi giorni, però, l'uomo viene barbaramente ucciso: l'assassino gli ha tagliato le mani, cavato gli occhi e messo in bocca il biglietto da visita di Lucie... Nel frattempo, nel Nord della Francia, il commissario Franck Sharko è alle prese con una serie di orribili delitti:in un cantiere, sono stati ritrovati ben cinque cadaveri, con le mani tagliate e senza occhi. Un modus operandi che, secondo l'Interpol, è identico a quello di alcuni omicidi avvenuti al Cairo sedici anni prima. Ma è anche identico a quello del caso di cui si sta occupando Lucie..."


Se non sapete ancora che libro regalarvi per questo Natale, correte immediatamente in libreria e cercate una copia dell'ultima fatica di Franck Thilliez, scrittore francese, qui al suo terzo romanzo. Perchè, " L'osservatore " è un libro che divorerete senza nemmeno esservi accorti di averlo cominciato e vi prenderà così tanto che cercherete di rallentare la lettura per dilatare il più a lungo possibile il sottile piacere del brivido. Non amo recensire usando termini roboanti, ma è davvero difficile in questo caso non parlare di capolavoro ( con ovvio riferimento al genere ). Thilliez scrive benissimo, non è Tolstoi, certo, ma un grande giallista si; prende sul serio la propria opera, dal momento che si è documentato, ha studiato e ha approfondito le due materie centrali del romanzo, il cinema e la neuropsichiatria; ha una predisposizione naturale al ritmo, che gli consente di evitare di ricorrere ad artifici, accelerazioni improvvise o forzature strumentali e improbabili per giustificare gli snodi della trama; ha fantasia, e tanta pure, dal momento che costruisce un intreccio ricchissimo, nel quale ogni singolo passaggio sembra folle, assurdo, improbabile e poi invece si rivela reale, terribilmente reale; e dimostra anche di essere scrittore a tutto tondo, capace di approfondire la psicologia dei  personaggi e di porsi interrogativi importanti sul dolore della solitudine e sui limiti etici della scienza. Ma soprattutto,Thilliez sa trasformare il nero dell'inchiostro con cui verga le pagine del libro in plaghe di buio che traboccano di un lucido delirio di malvagità. Si scende all’inferno e non si fanno sconti. Mentre il mistero si infittisce e i due protagonisti arrancano nel non sense di un abominio che pare senza fine, cresce a dismisura l'inquietudine del lettore.Un'inquietudine che attrae e repelle, che afferra la gola, e che si trasforma lentamente in paura. Perché la lucida follia raccontata da Thilliez è tutto tranne che improbabile. Poi, quando la partita sembra vinta, un finale inaspettato ci colpisce come una stilettata al petto e apre le porte ad un possibile sequel da brividi. 
Da anni non leggevo un thriller così. E' un delitto perderlo.

Blackswan, venerdì 23/12/2011