A volte, mi capita
di comprare cd e vinili a scatola chiusa, attratto esclusivamente
dall'effetto copertina. La chiamo "Operazione musica a perdere ", perchè quasi
mai le aspettative vengono soddisfatte: l'apparenza, si sa, inganna, e la
forma raramente esplicita in modo corretto i contenuti. Tuttavia non riesco a
resistere al brivido dell'imprevisto, metto mano al portafoglio e rischio. Così,
quando faccio i miei acquisti alla cieca, inserisco il cd nel lettore e
incrocio le dita, sperando che la soglia di gradimento arrivi,
per compensare l'esborso, quanto meno a un accettabile minimo sindacale. Il cd
dei Punch Brothers ( prima di oggi degli egregi sconosciuti ), mi ha concupito da subito, un pò
per il titolo scherzoso e un pò per la copertina molto roots.Tuttavia, per quante ottimistiche speranze riservassi nella mia
scelta, mai avrei immaginato che mi sarei trovato ad ascoltare un disco
meraviglioso, di quelli che devono prenderti a bastonate per fartelo toglere
dello stereo. Non è agevole definire il genere di musica suonato da
questo combo newyorkese in circolazione dal 2008 ( e con tre album, questo
compreso, all'attivo ), a meno che non si voglia tenere per buona la laconica
definizione trovata sulla pagina di Wikipedia che parla di progressive
bluegrass, etichetta che qualcosa suggerisce ma non spiega correttamente tutto. E' indubbio che
le dodici canzoni dell'album paghino debito in qualche modo alla grande
tradizione country americana, non fosse altro che per la strumentazione ( tutta
acustica ) usata dai nostri, che prevede, oltre al basso e alla chitarra,
anche banjo, mandolino e fiddle ( strumento a corda della famiglia dei violini,
che viene usato molto anche nel folk anglosassone ). Eppure la
rilettura del genere è modernissima, i suoni sono caldi e avvolgenti, ma
mai retrò. Nulla insomma che faccia pensare a una serata conviviale fra
contadini in salopette e cappello di vimini in qualche sperduto sobborgo
della provincia rurale statunitense. Anzi. Le canzoni dei Punch Brothers
talvolta si screziano di cangianti filamenti jazz, più spesso si ammantano
di una luce pop che richiama alla mente( per attitudine ) le oblique alchimie
degli Arcade Fire o i soffusi languori malinconici dei primi
Coldplay. Who's Feeling Young Now ?, a dispetto del titolo, è un disco che
profuma di primavera, è fresco, colorato, giovanile, ma non giovanilistico.
E oltretutto è suonato divinamente, con grazia e tecnica, senza alcun
compiacimento, ma con la perizia di chi sa come giostrare alla perfezione luci e
ombre, pieni e vuoti, groove e digressioni strumentali. Tra le doverose
citazioni, meritano senz'altro il podio la sublime Movement And Location, con la bella voce di Chris Thile a dettare i tempi e una tensione
quasi mistica che ci solleva i piedi un metro da terra, la title track che procede per
incalzanti stop and go, tingendosi di un'inconsueta colorazione
alt-rock e la cover, udite udite, di Kid A dei Radiohead, che quasi in chiusura
dell'album ci regala l'ennesimo, imprevisto, sussulto. Uno di quei dischi
che non t'aspetti e che dopo aver ascoltato, ringrazi un pò dio
Plettro e un pò la dea bendata per il colpo di culo.
Pubblico con un paio di giorni di ritardo un bell'articolo della nostra Nella sul grande Peter Gabriel.
Oggi giorno pre-festivo sono a
Killerania e ho scoperto non esistono chiese..Non prendetemi per una fervente
cattolica , ma ho ricevuto una grazia recentemente ( senza visioni mistiche) e
mi incuriosiva il fatto di trovare qualche tabernacolo aperto. Niente di niente
, allora mi sono rivolta all'Arcangelo e quando parlo così , mi rivolgo solo a
Peter Gabriel.Ragazzi credetemi, se lo si conosce almeno un pochino , questo
nome gli calza a pennello. Tralasciamo la genialità del personaggio, i suoi
travestimenti particolari , perchè uno che pensa di essere un'ameba, credetemi,
non è comune....,i suoi pezzi incredibili, le sue colonne sonore ,di tutto e di
più. Su questo non si discute ,si ascolta , si sogna e basta! Lo conobbi ai
tempi di POV , (point of view), famoso dvd fatto dopo il " So" tour
circa nel lontano 1990 e credetemi fu una cosa memorabile. Se lo amate
,non potete non avere questo cimelio, perchè avrete se non le stesse sensazioni
che si possono provare dal vivo,delle vibrazioni molto simili e ci metto la
faccia! Vestito Armani, bello come il sole, occhi di un viola alla Liz
Taylor, fu il primo a buttarsi letteralmente tra la folla di schiena durante il
brano " I've the touch", una cosa all'epoca semplicemente scioccante
, perchè camminando sulle teste dei fans, veniva letteralmente spogliato dei
suoi vestiti e riportato da due nerboruti body-gard, vivo ma malconcio, sul
palco. Roba da brividi! Sappiamo della fragilità psicologica di questo
personaggio, schivo, timido pigro, riservato e gentile. Un lunga traversia con
la prima moglie, l'allontanamento della seconda figlia( ora per fortuna rientrata
nei ranghi),la decisione di abbandonare la band dei Genesis indietro
tecnicamente nelle sue visioni, i suoi amori finiti male per colpa non si
sa ma arrivati anche a tentativi di suicidio, questa sua eccessiva
interiorità, lo aveva portato a sparire per diverso tempo. Chi lo conosce bene
è abituato alle cadenze lunghe dei suoi lavori, ma il silenzio era veramente
eccessivo.
E finalmente arrivò " Ovo", un'altra perla per farci
sognare , la vittoria della natura sulla tecnologia e l'Arcangelo era
tornato tra noi. Non ero sola ( un'intervista troppo importante per lasciarla a
una pivella come me), ma mi trascinarono lo stesso dietro come un pacco
ingombrante , ma meno fastidioso che se mi avessero impedito di
partecipare a questo incontro. E poi un portabagagli fa sempre comodo!
Aspettammo in una deliziosa saletta retrò con poltrone e divanetti di vimini
beige e una pianta verde enorme, che faceva bella mostra in un angolo. C'era
una tazza di (penso) the sul tavolino rotondo e queste cose le ho impresse
nella mente come in un film. Vidi un signore corpulento, pelato e tozzo, tutto
vestito di nero di spalle, per me un perfetto sconosciuto, ma appena lo sentii
parlare , il mio cuore sobbalzò. Era Peter, impensabile! La sua voce è
inconfondibile , come quando la si sente modulare un suo pezzo :bassa, quasi in
falsetto, lenta. Ma chi era quella specie di bonzo che voltandosi mi si parava
davanti? Un pupazzo col play-back? Lo schock fu forte , vidi solo il colore dei
suoi occhi che non era cambiato affatto. Cosa era successo?
Molte cose , ma
tutte estremamente positive per lui. Un periodo di lungo esaurimento, ma poi
l'incontro fatale con la seconda moglie molto giovane , esile figura dai
capelli rossi che gli ha dato due splendidi bambini. La cosa che mi colpì
ancora una volta di questo straordinario personaggio, furono le sue parole
conclusive. " Non ci vuole coraggio a ritornare a essere una rock-star, o
a tingersi i capelli o a fare il botulino. Il mio coraggio è stato quello di
sposarmi una seconda volta quando non ne avevo l'intenzione, e ancor più avere
due figli che possono benissimo essere quelli delle mie due figlie
maggiori" . Un grande , un uomo!
Da due
settimane televisioni e giornali con quotidiana insistenza parlano di una
recrudescenza del terrorismo.
L’antipolitica,
il qualunquismo, la tensione sociale.
A Genova
qualcuno spara alle gambe di un signor nessuno.
Le BR,
gli anni ’70, gli anni di piombo. In memoria di Guido Rossa.
I
conati di monito di Napolitano, l’appello all’unità nazionale, l’importanza dei
partiti, tutti uniti contro la crisi, il senso di responsabilità.
Ma la
gente va a votare. E siccome ha capito, il senso di responsabilità lo dimostra molto
bene.
Basta
ai cialtroni della politica, basta alle menzogne, basta all’ingiustizia sociale,
basta a questo teatrino di replicanti che affondano le mani nelle nostre tasche.
Poi,
una bomba esplode.
Davanti
a una scuola, nel cuore dell’innocenza.
Per
dilaniare il nostro futuro, per rubarci il luogo dove nascono e si alimentano
le nostre speranze in un mondo migliore.
Perché la
paura, il terrore vigliacco che ci stringe la gola quando toccano i nostri figli,
i nostri bambini, è il più convincente degli spot elettorali.
La
paura rende prudenti, la paura è più forte dello sdegno, la paura corre più
lontano della fame.
Vi
parleranno di mafia, di eversione o del folle gesto di un esaltato.
A cosa
dobbiamo credere ?
Io
credo alla morte di una ragazzina di sedici anni che sognava di fare la stilista.
Credo
allo strazio dei suoi genitori.
Credo
alle lacrime di chi non sa perché si trova a combattere un’ingiusta battaglia
per la vita.
Credo
che qualcuno abbia interesse che nulla cambi.
Non più tardi di un mesetto fa
avevo pensato di scrivere una retrospettiva proprio sugli Spain. Non so cosa ne
sarebbe venuto fuori, ma sicuramente di argomenti da affrontare ce ne sarebbero stati tanti. Avrei raccontato che Josh Haden, leader del gruppo, autore di tutte le musiche e
cantante, è figlio d’arte, dal momento che il di lui padre altri non è che il
grandissimo Charlie Haden, uno dei più grandi contrabbassisti jazz in
circolazione. Oppure che gli Spain, insieme ai Red House Painters, sono stati
il gruppo di slowcore più autorevole degli anni ’90. O anche che la loro musica
è così lenta, rarefatta e ipnotica da far cadere l’ascoltatore in uno stato prossimo
alla narcolessia, in cui sogno e realtà si sfumano vicendevolmente in una tenue
amalgama color pastello. Invece, Josh Haden, che è uno che di lentezza se ne
intende, questa volta ha accelerato i tempi e mi ha anticipato, rilasciando a
distanza di ben undici anni da I Believe, ultimo disco in studio della band
datato 2001, un nuovo lavoro, dal titolo un po’ enfatico di The Soul Of Spain. Al
timone della nave è rimasto solo lui, ma poco importa dal momento che fin dai tempi d’oro è sempre stato il padrone assoluto del vapore, mentre gli altri musicisti,
ad eccezione del fido Merlo Podlewsky ( un nome un programma alla chitarra ), entravano e uscivano dal
progetto come se si trovassero a transitare nella hall di un albergo del
centro. Come spesso accade in occasione delle reunion ( ma questa in realtà non
lo è, dal momento che il gruppo non si è mai ufficialmente sciolto e della band originaria è rimasto il
solo cantante ), c’era il timore di trovarsi di fronte a un lavoro che ha poco
o nulla da aggiungere a una luminosa e seminale carriera ( i tre dischi degli Spain e la raccolta
con inediti sono tutti imperdibili ). Invece, per Haden sembra che il tempo non
sia passato e che la verve compositiva ( agevolata dal fatto che le idee di
molte delle canzoni risalgono addirittura a metà degli anni ’90 ) sia rimasta
intatta. E’ vero : ci sono dei passaggi che non convincono, soprattutto quando
la consueta acustica lentezza lascia il posto a un paio di canzoni rock
assolutamente fuori sincrono ( Beacuse Your Love e Miracle Man ). Eppure, il
resto della scaletta è di livello artistico eccellente. Forse, dopo tanti anni,
viene meno l’effetto sorpresa di quella romantica dolcezza che non aveva eguali
nel panorama statunitense post- grunge. Ma la magia di questo slow core
imparentato al jazz è ancora in grado di scaldarci il cuore. Lo si capisce fin
dall’iniziale Only One, nelle cui vene circola lo stesso sangue amaro di Nobody
Has To Know, o dai languori ipnotici della struggente All I Can Give, i cui
accordi in minore ci accompagnano per mano fino all’ossessivo spleen finale. E
quando il torpore della conclusiva Hang Your Head Down Low ( godetevi le partiture di hammond
e lo splendido assolo blues di una chitarra al rallentatore ) renderà dolce e
rarefatta anche la vostra più pungente malinconia, sentirete il desiderio di
ricominciare da capo. Magari riscoprendo quel capolavoro al rallenty che porta
il nome di The Blue Moods Of Spain, che dal 1995 fa palpitare i cuori a tutti
quei romantici per cui amore fa rima con slow core.