giovedì 24 marzo 2016
martedì 22 marzo 2016
IL CARTELLO - DON WINSLOW
Quando finisci un romanzo come Il Cartello,
l'unica cosa che ti viene in mente è pronunciare un'iperbole, uno di quei
paroloni, come "capolavoro", ad esempio, che vogliono
dire tutto e niente. Il rischio sta proprio nel farsi prendere la mano, abbandonarsi
a giudizi apodittici, peraltro, nel caso specifico, tutti meritati, e
non spiegare invece a coloro che lo vorrebbero sapere, perchè è così
bello l'ultimo romanzo di Don Winslow. La parola "capolavoro" la
useremo, statene certi, ma solo alla fine di queste poche righe, che hanno
invece la pretesa di spiegarvi come si può essere autore di
thriller, riuscendo nel contempo a essere anche un grande
scrittore. Merito, questo, che a Don Winslow riconosciamo
da tempo, da quando, era il 2008, ci aveva fatto battere forte il
cuore con L'Inverno Di Frankie Machine, primo romanzo del sessantaduenne
romanziere americano a essere pubblicato in Italia.
Una prima peculiarità nella scrittura di Winslow, forse
anche la più rilevante, lo pone un gradino sopra a tutti gli altri autori di
genere: lui non si limita a scrivere un libro, è soprattutto un regista.
In questo, trovo molte similitudini con il cinema di Martin Scorsese, uno che
non si limita a girare un film, ma è soprattutto un romanziere. In
entrambi, le due forme d'arte si confondono, producendo un risultato artistico
che è al contempo narrazione e visione. Il Cartello, quindi, è soprattutto una
pellicola romanzata, e per tutta la durata della lettura, la fantasia
della nostra rielaborazione diviene di un realismo totalizzante. Il lettore non
immagina il Messico, è in Messico, e si muove a fianco dei personaggi del
libro, sentendo i profumi della terra, il sapore del cibo speziato, il caldo
accecante del sole, e palpita, prova sgomento
e orrore, o si fa travolgere da quei frementi moti di coraggio,
che incidono su tutti gli snodi narrativi della vicenda.
I protagonisti, quindi, non sono figure che vivono nella caducità di una
fugace immagine, ma sono incredibilmente vividi, sembra di poterli
toccare, si materializzano al ritmo delle dita che sfogliano le pagine, e
vengono inquadrati da una cinepresa narrativa, che predilige la frenesia del
montaggio alternato, indugiando talvolta su destabilizzanti ralenti, che
mostrano la brutalità della violenza come faceva il cinema epico di Sam
Peckinpah.
E non credete a coloro che vi diranno che Winslow
manca nell'approfondimento psicologico o che taglia i personaggi con l'accetta,
perché non è così. Winslow non usa certo i ricami di Dostoevskij, e
nemmeno ne ha la pretesa; è semmai asciutto, essenziale, ma non
semplifica. Anzi, tratteggiando un contorno, in cui le figure
di Marisol e dei Los Zetas rappresentano gli estremi
confini del bene e del male entro cui si muove
l'umanità, Winslow disegna le figure fondamentali del libro
(Keller, Barrera, Eddie Ruiz, Chuy) utilizzando una sorta di manicheismo
spurio, in cui male e bene assoluto convivono (e confliggono), quali moti
dell'anima fra loro inscindibili (“perché
dopotutto al mondo non ci sono anime separate. Andremo in paradiso o all’inferno,
ma ci andremo tutti insieme”). Così, se la malvagità di Barrera
disturba proprio perchè il suo personaggio è capace anche di atti di
compassione e tenerezza, Keller non potrebbe essere l'eroe che è, se non avesse
il cinismo necessario per compiere omicidi di efferata (e
consapevole) crudeltà. Giova sottolineare, da ultimo, anche la
certosina e minuziosa ricostruzione storica fatta dall'autore, che ci
restituisce con precisione cronachistica gli anni più recenti e travagliati di
una paese, il Messico, che sembra destinato a soccombere in
eterno innanzi allo spietato strapotere dei cartelli della droga.
Tutti elementi che, sommati fra loro, rendono Il Cartello il capolavoro di Don
Winslow e uno dei libri di intrattenimento più avvincenti di sempre.
PS: da qualche tempo, si sta favoleggiando su una trasposzione cinematografica de Il Cartello, per la regia di Ridley Scott e la partecipazione di Leonardo Di Caprio nel ruolo di Art Keller.
Sinossi:
Sinossi:
Adán Barrera, capo del
cartello della droga piú potente del mondo, è rinchiuso in un carcere di San
Diego in isolamento. Art Keller, l'agente della Dea che lo ha arrestato dopo
avergli ucciso il fratello e lo zio, vive nascosto in un monastero del New
Mexico, dove fa l'apicoltore e cerca di dimenticare una vita di menzogne e
false identità. Quando Barrera riesce a farsi trasferire in un carcere
messicano e a riprendere le redini del cartello, la guerra della droga riparte
con una brutalità senza precedenti. Anche Keller è costretto a tornare in
azione immergendosi in un mondo nel quale onesti e corrotti, vittime e
assassini, si trovano dall'una e dall'altra parte della frontiera.
Blackswan, martedì 22/03/2016
lunedì 21 marzo 2016
IL MEGLIO DEL PEGGIO
Riceviamo dalla nostra freelance Cleopatra e
integralmente pubblichiamo
"Son tutte belle le mamme del mondo", si
cantava un tempo. A maggior ragione lo è Giorgia Meloni che si candida a
sindaco di Roma con l'imprimatur del "ragazzotto" Salvini, fresco di
rottura con Forza Italia. Piaccia o no, una mamma aspirante sindaco è
mediaticamente appetibile per un furbacchione come il leghista Matteo. Il quale
non brilla per coerenza e onestà intellettuale.
Insomma, il messaggio che è passato in questi giorni è
che se sei di destra e incinta, puoi sedere in Campidoglio. Se sei di sinistra
(sinistra, si fa per dire) e incinta, devi stare a casa a cambiare pannolini.
Questa è la (il)logica narrazione salviniana che nel
caso della renzianissima Marianna Madia, seguì un indirizzo di segno opposto.
Nel febbraio del 2014, il leader delle ruspe non ebbe parole di riguardo nei
confronti della neo ministra della Pubblica Amministrazione: "Se Renzi
vuole cambiare il mondo in tre o quattro mesi, come fa la signorina Madia a
riformare la pubblica amministrazione se partorisce? [...] Sarebbe
stato meglio qualcuno che avesse almeno davanti un anno di lavoro 24 ore su
24". Ora a essere in dolce attesa è una donna di destra, per di più
candidata a sindaco, e la coerenza per il gagliardo Salvini va a farsi
benedire, per non dire di peggio. "Scopro ora un improvviso
interesse per la vita delle mamme. Come ci sono mamme architetto o operaie, una
mamma può fare il sindaco o il ministro" , ha dichiarato
recentemente in un programma di approfondimento politico. Non solo. Salvini si
atteggia a giustiziere morale bacchettando Guido Bertolaso, candidato di
Silvietto, reo di avere "suggerito" alla futura mamma di godersi il
bebè in arrivo. "Una mamma non può fare il sindaco di Roma secondo
Bertolaso? Ma roba da matti, Bertolaso è fermo a 50 anni fa". Giusto,
anzi giustissimo. Peccato che dietro a cotanto perbenismo ci sia solo una
evidente convenienza politica. Opportunismo, questa è la regola. E Salvini non
fa eccezione.
Maurizio Bianconi (FI): "Umberto Bossi passa sempre davanti al mio banco, alla
Camera, e mi dice: ' Quel Salvini là è un coglionazzo'. E lo ripete tre o
quattro volte. Poi mi sfida a braccio di ferro".
Silvio Berlusconi, al teatro
Politeama di Palermo in occasione della campagna elettorale: "Questo
vecchietto ha deciso di scendere di nuovo in campo. Posso ripetere il miracolo
delle Europee del 2013. Come? Non solo tv e radio: ho deciso finalmente di
studiare internet. Faremo una grande campagna elettorale sul web" .
Maurizio Gasparri, su Twitter: "
E' vero che Giorgia Meloni è figlia della storia di destra e proprio per quello
a suo tempo le CHIESIMO la disponibilità".
Cleopatra, lunedì 21/03/2016
P.S. Il Meglio del Peggio va in vacanza. Appuntamento
ad aprile. Auguri a tutti.
domenica 20 marzo 2016
SPIDERGAWD - III (2016, Crispin Glover)
Partiti come tanti altri progetti
collaterali della band madre Motorpsycho gli Spidergawd sono diventati in
pochissimi anni (Spidergawd I è del
2014, II del 2015) una delle realtà
più importanti, anche se poco conosciuti al grande pubblico, nel panorama Rock
mondiale e questo terzo volume è un album imperdibile. Da giocattolo R’n’R di
una grande band a grande band motu proprio.
Gli Spidergawd sono terapeutici,
vi assicuro. Vi ricordate del Compagno Antonio? Il comunista smemorato in un
programma della Dandini? Ecco, se un appassionato di Rock si risvegliasse, come
lui, da un coma durato vent’anni e dovessimo raccontargli velocemente lo stato
dell’arte della sua musica preferita gli farei ascoltare quest’ultimo album
degli Spidergawd. Cuffie sulla testa e ampli a volume 8, Best Keep Secrets, la terza traccia dell’album per dare inizio alla
terapia riabilitativa (riascoltativa), una straordinaria cavalcata Heavy Stoner
con tanto di fiati alla Clarence Clemons ad ingentilire la carica proto-punk
del pezzo. Chitarre e sax baritono, uno dei matrimoni più riusciti della storia
del Rock che gli Spidergawd celebrano una volta di più con la disinvoltura dei
fuoriclasse. Dopo questa botta adrenalinica per il nostro ipotetico amico,
miracolato dalla scienza e dal Rock, l’impellente bisogno di procurarsi I e II,
gli album precedenti degli Spidergawd. Sono pezzi come questo che ci fanno
capire la cifra stilistica raggiunta dal gruppo norvegese. Basta del resto ascoltare
anche tracce del calibro di No Men’s Land,
il travolgente pezzo d’apertura con un riff memorabile, oppure The Funeral perfetto compendio del suono
Spidergawd, per non parlare della fulminea Picture
Perfect Package un pezzo tra l’altro dal grande appeal radiofonico, con Josh
Homme a mulinare nell’aria ritmicamente il piedino e a chiedersi: e questa
figata? Che cazzo, potevo scriverla io. In chiusura la mini suite Lighthouse con il terzo episodio da
applausi a scena aperta. Chitarre abrasive e sezione ritmica che pompano
all’inverosimile.
Si rimane storditi dai 36 minuti a presa immediata di questo
album: ritmiche potenti, perizia strumentale da far impallidire i fan del prog,
canzoni ispiratissime e riferimenti a iosa. Schiacciare nuovamente il pulsante
play è inevitabile per farci travolgere ancora e ancora dall’energia incontenibile
dagli Spidergawd. Nel calderone delle affinità tutte le band che hanno
rinverdito il Rock negli ultimi vent’anni reiterando l’energia chitarristica
dei seventies. Tra le più
scontate Queens Of The Stone Age, Nebula, Monster Magnet, Pontiak e più
recentemente Heavy Eyes, Endless Boogie, Dirty Streets e i teutonici Wedge. Insomma,
un gran bel movimento per gli appassionati delle sonorità più sanguigne, una
colata magmatica inarrestabile che arriva da lontano e che non ha intenzione
alcuna di spegnersi.
Se possiamo affermare senza tema
di smentita che i Motorpsycho sono una delle più importanti band degli ultimi
25 anni che hanno attraversato i generi come dei novelli Kubrick del Rock, gli
Spidergawd potrebbero essere l’equivalente musicale di Full Metal Jacket. La guerra Heavy intrisa di pacifismo Psych dei Motorpsycho.
Voto: 9
Porter Stout, domenica 20/03/2016
sabato 19 marzo 2016
THE PINES – ABOVE THE PRAIRIE
Chiudete gli occhi e
immaginate. Immaginate di essere seduti sul retro di un pick-up, il vento a
schiaffeggiarvi i capelli, l’interstate che sfreccia sotto i vostri piedi, il
sole buono della primavera a dorare un profondo orizzonte di grano. E immaginate
di sdraiarvi in quella distesa di spighe bionde, quando il crepuscolo vi
avvolge e voi, col naso all’insù, cercate di dare un nome alle prime stelle che
baluginano in cielo. Chiudete gli occhi ancora e spingetevi nella notte
silenziosa del Midwest, fino a quel silo là in fondo, dalla cui sommità
potrete attendere il brumoso abbraccio dell’alba. Ora, mettetevi le cuffie e
ascoltate Above The Prairie, quinto album in studio dei The Pines : vi
accorgerete di non avere più bisogno di chiudere gli occhi e che tutto quello
che avete immaginato si sta materializzando d’incanto intorno a voi. Il
Midwest, cuore rurale dell’America, il
mare fluttuante del granoturco, distese d’erba profumata e grassa, la primitiva
solitudine di fattorie perse nel silenzio, il frinire dei grilli nella notte tiepida, l’immensa
quiete del cielo che abbraccia la terra. Ora ci siete solo voi, il Midwest e i
The Pines. E queste dieci canzoni di americana, che con tratto leggero disegnano
paesaggi e natura, epiche come un road movie, trasognate dall’estasi della
contemplazione, evocative come la luce blu, che accompagna il trapasso del
crepuscolo nel cuore della notte. Aerial Ocean apre il disco con la lirica
visione di un cielo al tramonto, che tinge di rosso la pianura, stagliando in
lontananza i bassi contorni di un paesaggio collinare: un tappeto di
pianoforte, il morbido arpeggio delle chitarre, una slide appena sussurrata, una
sensazione di smaterializzazione, come se il corpo all’improvviso si fermasse e
l’anima volasse leggera fra astri lontani e dolcissime malinconie. There In
Spirit riporta coi piedi per terra, il sogno si fa narrazione, la notte sfuma,
mentre l’alba sfiora insieme ai vostri piedi scalzi il fresco tepore dell’erba.
Le sonorità sono appena un po’ più roots, ma è sempre il pianoforte a
intrecciare i fili di una dolente melodia. Tutte le canzoni del disco sono
legate fra loro dalla stessa visione paesaggistica e mantengono una coerenza,
emotiva e sonora, anche quando il linguaggio trova altre coloriture. Come nel
caso della straniante elettronica di Lost Nation, brano strumentale che sarebbe
fuori contesto in qualsiasi disco di americana, e qui invece amplifica il mood
trasognato delle canzoni in scaletta. O
come in Hanging From The Earth e Where Something Wild Still Grows, due brani
con cui I The Pines si aprono a sonorità
folk pop più convenzionali, tenendosi però lontani dall’ovvio dei falò da
spiaggia (e delle charts), grazie al tocco misurato del piano, elemento
peculiare del loro songwriting, e a uno sguardo che resta al contempo romantico,
malinconico e asciutto. E non passano inosservate sia la drammatica bellezza di
Here, corale (e accorata) preghiera, attraversata da lacrime di violino, o le uillean
pipes dello strumentale Villisca, che riportano con dolcezza l’Irlanda nel
cuore d’America, sfociando però in un finale dagli inquietanti accordi in
minore. Di straordinaria forza evocativa è anche la chiosa di Time Dreams, spettrale spoken word, in cui possiamo
sentire per l’ultima volta la voce del compianto John Trudell, musicista,
attore e poeta, che ci ha lasciato lo scorso dicembre. Degna conclusione di un
disco tra i più suggestivi ascoltati quest’anno, capace di leggere il suono tradizionale
attraverso la lente sfocata del sogno. Potete, quindi, chiudere gli occhi e
immaginare; oppure, potete mettere nel lettore questo cd: i The Pines vi
porteranno la loro terra e i loro cieli direttamente sul divano di casa.
VOTO: 8
Blackswan, sabato 19/03/2016
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