Non
si conosce ancora la data precisa, ma, a breve, la songwriter
originaria del Kentucky e ora residente a Nashville dovrebbe pubblicare
un Ep dal titolo Such Is Life. Nel frattempo, Leah Blevins ha rilasciato
il secondo singolo tratto da dal disco, Walk Home. Dategli un
ascolto e capirete perché la stampa americana indica Leah come un delle
più interessanti giovani cantautrici country rock in circolazione.
In
quattro anni di attività circa, gli svedesi Blues Pills hanno
pubblicato quattro album, di cui due dal vivo. Cioè, la metà. Un dato
questo che fa immediatamente riflettere sul fatto che il gruppo capitano
dalla brava Elin Larsson si trovi di gran lunga più a suo agio nella
verace dimensione live che nelle anguste stanze di uno studio di
registrazione. Ed effettivamente, questo nuovo Live In Paris, registrato
a Parigi nel 2016, presso il teatro Le Trianon, durante il tour
promozionale di Lady In Gold, dimostra l’assunto appena esposto. I
dischi in studio pubblicati fino ad ora dai Blues Pills non sono male,
per carità. Tuttavia, la proposta della band, quel rock blues
psichedelico che trova le proprie radici negli anni ’60 e ’70, pur
essendo suonato con grande maestria dal quartetto (oltre alla citata
cantante Elin Larsson, ci sono il chitarrista francese Dorian Sorriaux –
che evidentemente, qui, gioca in casa - Zach Anderson al basso e André
Kvarnström alla batteria), mostra alla lunga i segni di un inesorabile
passatismo, che solo la potenza dell’esecuzione live riesce a
risollevare da una faticosa sensazione di deja vù. Live In Paris
ripercorre la breve carriera della band, concentrandosi ovviamente sul
secondo album, Lady In Gold, che viene suonato per intero, e
riproponendo qualche “vecchio” cavallo di battaglia, tratto dal disco d’esordio (Blues Pills, 2014), tra cui High Class Woman, Ain’t No Change e Devil Man. La band è gagliardissima, il live è tirato dall’inizio alla fine, con l’unica eccezione della ballata elettrica Little Sun,
i riff sono potenti, l’effettistica da pedale wah wah si spreca e la
Larsson dimostra di essere una front woman coi contro fiocchi, sempre
sul pezzo con la sua voce potente e ricca di sfumature. Piace molto
anche la sensazione di presa diretta, col pubblico che urla e gioisce a
gran voce, quasi come se sui nastri non ci fosse stato alcun ritocco in
post produzione. Mancano, purtroppo, le grandi canzoni, ma sotto il
profilo dell’energia e del coinvolgimento, nulla si può eccepire. Nel
frattempo, pare che il terzo full lenght in studio sia già in
lavorazione.
Sono
quasi vent’anni che la carriera di Joe Henry si divide fra l’attività
di produttore (Allen Toussaint, Lisa Hanningan, Bonnie Raitt, Billy
Bragg, tra gli altri) e quella di musicista, con alle spalle già
quattordici dischi in studio, oggetto di culto, giova precisarlo, di una
nicchia abbastanza circoscritta di appassionati. Musicista colto e
raffinato, songwriter di ballate folk in infusione con essenze jazzy,
Henry ha sempre mantenuto un elevato standard qualitativo, senza
tuttavia riuscire mai a raggiungere quel successo commerciale che
avrebbe da tempo meritato. Questo nuovo Thrum non smentisce l’assunto di
cui sopra e si allinea come ennesimo capitolo di una discografia ostica
ma di gran classe. Un disco dalla struttura coesa, non di facile
assimilazione, che va ascoltato più volte per poterne cogliere le
sfumature e assimilarne l’intrinseca natura melodica. Come per il
precedente Invisible Hour (2014), Joe si avvale di un gruppo di
musicisti rodatissimo, tra cui spiccano il figlio Levon Henry (fiati),
Patrick Warren (tastiere), John Smith (chitarra), Asa Brosius (Steel
guitar) e i fedelissimi Jay Bellerose (batteria) e David Piltch (basso).
Squadra che vince non si cambia, direbbero i calciofili: il risultato,
infatti, è superlativo, il suono è nitido, pulito, essenziale. Henry è
un grande produttore, e si sente; così, anche in quei casi in cui la
scrittura sembra palesare qualche cedimento d’ispirazione, la cura del
suono funge da stampella per garantire comunque un buon risultato
finale. Le undici canzoni in scaletta, come dicevamo, non sono di facile
assimilazione, richiedono tempo e pazienza, ascolti ripetuti.
Lentamente, però, affiora un impianto melodico struggente, si apprezza
il cesello artigianale di certi arrangiamenti, si entra in sintonia con
un cantautorato che ha radici folk ma che trova la sua forza espressiva
in atmosfere jazzate e rarefatte. Tutto scorre lentamente, l’incedere
del disco è fluttuante, morbido, carezzevole, soffuso. E poi c’è quella
voce, così tipicamente americana, così volubile nell’alternanza fra
chiaro e scuro, così nobile nei suoi riferimenti stilistici (il Tom
Waits di Blue Valentine al netto della raucedine) e al contempo così
rassicurante per quel timbro nasale e profondo che da sempre ci
accarezza il cuore. Difficile indicare i brani migliori di una scaletta
di gran classe, ma se fossimo costretti indicheremmo la malinconica Hungry, la scorbutica World Of This Room e il nitore struggente dell’iniziale Climb,
la più immediata del lotto. Thrum è un disco che non regala sorprese,
almeno per tutti coloro che avevano apprezzato il precedente Invisible
Hour, di cui è, in tutta evidenza, la logica prosecuzione. Resta, però,
la certezza di trovarci di fronte a un songwriter di razza, capace di
coniugare l’eleganza estetica a un’introspezione emotiva adulta,
penetrante, genuinamente romantica. Chi ama la canzone d’autore è
servito.
Dopo
venticinque anni di carriera e dieci dischi in studio, Kelly Jones può
guardarsi alle spalle con una certa soddisfazione. Tra alti e bassi,
infatti, la sua creatura è riuscita ad attraversare un quarto di secolo,
non solo mantenendosi in buona salute, ma anche riuscendo a mantenere
immediatamente riconoscibile un suono, pur aggiornandone l’estetica in
base ai gusti del pubblico. Non tutto è andato sempre per il verso
giusto: quell’infuso di brit pop e rock chitarristico di derivazione
americana, così credibile e catchy ai tempi di Performance and Cocktails
(1999) e, perché no, di Just Enough Education To Perform (2001),
incontrò qualche calo di ispirazione (e di vendite) a metà del decennio
scorso. Poi, le cose, a partire da Graffiti On The Train (2013) hanno
ricominciato a girare al meglio, tanto che il penultimo Keep The Village
Alive (2015) aveva letteralmente sbancato la Uk Album Chart. Questo
nuovo Scream Above The Sounds si allinea ai precedenti lavori,
testimoniando il buon stato di forma di una band, che suona decisamente
più pop che rock, ma che, in tutta evidenza, riesce a sfornare canzoni
di buon livello qualitativo. Non tutte, certo, risultano degne di nota. Caught By The Wind e Taken A Trouble,
l’uno-due che apre il disco, ad esempio, possiedono un suono moderno e
uno straordinario appeal radiofonico, ma perdono quel retrogusto anni
’90 che da sempre caratterizza la penna di Jones e sono appesantite da
arrangiamenti un po’ troppo ovvi per riuscire ad emozionarci. La
successiva What’s All The Fuss About?, però, alza
immediatamente il livello del disco: una ballata alla Radiohead,
inquieta e malinconica, che si dissolve, tra un assolo di tromba e
arpeggi di chitarra acustica, in una emozionata coda strumentale.
Notevole è anche il primo singolo tratto dal disco, All In One Night,
ballata ruffiana ma uncinante, in cui l’intuizione vocale di Jones (gli
oh-oh del ritornello) potrebbe diventare un autentico tormentone da
stadio da cantare tutti insieme a fine concerto. Tengono botta, però,
anche il beat e il riff muscolare di Chances Are, il delicato lento per pianoforte e voce intitolato Before Anyone Knew Our Name, dedicato a Stuart Cable batterista della band scomparso nel 2010 (“I miss you, man”, canta commosso Jones) e, soprattutto, Would You Believe?, ciondolante pop soul il cui ordito melodico è strutturato su un’armonia vocale mandata in loop. Chiudono l’acustica Boy On A Bike e il rock speziato al country di Elevators,
due brani che portano il baricentro della narrazione negli States.
Missione compiuta per Kelly Jones, dunque, che sforna l’ennesimo buon
disco di pop rock radiofonico, che non cambierà la vita a nessuno, ma
che ascoltare è decisamente piacevole, anche per chi non è un fan degli
Stereophonics.
A due anni da Rose Mountain gli Screaming Females annunciano per il prossimo 23 febbraio l’uscita di un nuovo album intitolato All At Once.
Il disco, registrato a Seattle negli studi della Red Room London, ha
visto la collaborazione del produttore Matt Bayles (Moreland &
Arbuckle, Cursive, Mastodon) e del batterista dei Fugazi Brendan Canty.
Due i singoli che la band del New Jersey ha già condiviso in rete: Black Moon e Glass House.