domenica 18 febbraio 2018

TOM PETTY AND THE HEARTBREAKERS - SAN FRANCISCO SERENADES (Leftfield Media, 2017)

Lo sanno anche i bambini che Tom Petty è stato uno dei più grandi interpreti del rock a stelle e strisce e che la sua prematura scomparsa, avvenuta nell’ottobre dello scorso anno, ha lasciato orfani milioni di fan in tutto il mondo. Una ferita ancora aperta e un dolore difficile da rielaborare, a cui porta lenimento la consapevolezza che questo straordinario artista ci ha lasciato una discografia da cui attingere, a piene mani, quelle emozioni che purtroppo non proveremo più sentendolo suonare dal vivo.
Per colmare in parte questa lacuna, la Leftfield Media Productions ha pubblicato nei mesi scorsi questo bootleg ufficiale dal titolo San Francisco Serenades, che in tre cd ripropone per intero un concerto tenuto da Tom Petty e dai suoi Heartbreakes, la sera del 7 febbraio del 1997, al Fillmore di San Francisco. Si tratta dell’ultima data di venti serate (in parte già pubblicate, ma non questa) in cui Tom torna sul palco con la sua band, dopo uno iato di circa due anni dal tour del 1995.
Il periodo, per intenderci, è quello successivo alla pubblicazione di Song And Music From “She’s The One”, colonna sonora del film Il Senso Dell’Amore, diretto da Edward Burns, nonché nono e pluripremiato album del rocker di Gainesville, uscito nell’agosto del 1996. Dal momento che si tratta di un FM Broadcast Recorded, la qualità audio è pressoché eccellente e i pochi ritocchi in fase di post produzione non tolgono nulla all’energia di una serata che vede coinvolto anche il pubblico in prima persona, pronto a cantare in coro tutte le canzoni in scaletta (la presa diretta, in questo caso, è un valore aggiunto non da poco).
A prescindere dall’alta resa qualitativa dell’audio, questo è uno dei migliori live act di Petty che, svincolato da doveri promozionali e galvanizzato da dalla reunion con gli amici di sempre, dà vita a un concerto in assoluta libertà, proponendo tantissime cover e molti gioielli dal suo repertorio, in un flusso di emozioni continue, in cui a farla da padrone è il rock’n’roll, nella sua forma più ingenua e selvaggia, tutto grinta e sudore, il cuore oltre l’ostacolo e un approccio jammistico usque ad finem.
Tre ore abbondanti di un concerto che è a dir poco palpitante, con la band che gira mille e sostiene al meglio un Petty in formissima, pronto a misurarsi coi suoi cavalli di battaglia e con pagine leggendarie del rock americano (e non solo). Quasi impossibile raccontare tutte le sorprese che riserva questo torrenziale live e, altrettanto difficile, vista l’altissima qualità della performance, scegliere quali canzoni suonino meglio di altre.
Nel primo cd, che si apre con una cover grintosissima di Around And Around di Chuck Berry, è giusto citare il classico I Won’t Back Down, gioiello da Full Moon Fever, qui in una versione più scarna che ne esalta la melodia, Call Me The Breeze, omaggio a JJ Cale e ai connazionali Lynyrd Skynyrd, e soprattutto tre canzoni suonate insieme a John Lee Hooker, il vecchio bluesman, allora già ottantenne, che non perde occasione di salire sul palco e duettare con Petty in Find My Baby, It Serve You Right To Suffer e Boogie Chillum. Basterebbe questa prima ora per mandare a casa il pubblico pagante felice e contento. Invece, siamo solo all’inizio e il meglio deve ancora venire.
Nel secondo cd, infatti, troviamo una felpatissima Green Onions (Booker T & The MG’s), la tradizonale You’re My Sunshine (con il pubblico a farla da padrone), una versione al graffio rock di Ain’t No Sunshine di Bill Whiters, una riproposizione acustica della hit American Girl (da urlo!), l’inossidabile boogie di County Farm e la zampata punk garage di You Wreck Me.
Il terzo cd, poi, ci regala una versione strabiliante di quel capolavoro dal titolo Mary Jane’s Last Dance, dieci minuti con Petty e Campbell a innescare fremiti elettrici, l’immancabile Free Fallin’, due rombanti versioni di Satisfaction degli Stones e Louie Louie dei the Kingsmen, una torrenziale di Gloria di Van Morrison, il rock‘n’roll basico di Bye Bye Johnny (ancora Chuck Berry) e la conclusiva Alright Now, che manda tutti a casa, dopo tre ore di autentiche meraviglie.
Un live imprescindibile per tutti i fans di Petty, ma soprattutto un’antologia di splendide canzoni per far comprendere ai neofiti quanto fosse immenso il rocker di Gainesville e quanto alta può divampare la fiamma di quel fuoco sacro che chiamiamo rock.

VOTO: 9





Blackswan, domenica 18/02/2018

sabato 17 febbraio 2018

PREVIEW



Gli Okkervil River annunciano il nuovo album intitolato In The Rainbow Rain, in uscita il 27 aprile su ATO Records [PIAS], distribuzione Self. In The Rainbow Rain rappresenta una dichiarazione di speranza sulla quale il leader Will Sheff esplora il coraggio dell’ottimismo e la bellezza della condivisione. Prodotto da Sheff e mixato da Shawn Everett (Julian Casablancas, Alabama Shakes), In The Rainbow Rain segue l’acclamato album del 2016 Away, ma ne percorre un sentiero diverso. Se Away era un album riflessivo e solitario, In The Rainbow Rain è ottimista e vulnerabile.
In The Rainbow Rain è una raccolta di dieci brani scritta da Sheff, con il contributo dei membri della band Benjamin Lazar Davis (basso), Will Graefe (chitarra), Sarah Pedinotti (tastiere) and Cully Symington (percussioni), gli stessi musicisti che lo hanno accompagnato nel tour di Away. “Questo tour è stata la più bella esperienza che ho avuto dal 2003, anno in cui andammo in Europa,” Ricorda Sheff. “Mi sono sentito di nuovo come un bambino e ho realizzato quanto fossi stato fortunato di suonare la mia musica per così tanto tempo.”
Sheff e la band iniziarono a lavorare sul nuovo album subito dopo la fine di quel tour, e delle elezioni presidenziali. “Se il mese di dicembre fosse servito a qualcosa…beh è stato utile per comporre le canzoni,” ha detto Sheff.  Stimolato dagli eventi “sismici” di quell’autunno, Sheff canalizzò la sua indignazione e la sua tristezza in una forma di protesta. Con la trovata ispirazione dagli incontri dei quaccheri che aveva iniziato a frequentare, Sheff aggiunse all’album un sottofondo spirituale e di gratitudine. Il risultato è qualcosa di simile ad un album gospel, moderno e secolare.
L’album include inni melodici come “Love Somebody” e “Pulled Up The Ribbon”, e “Famous Tracheotomies” che racconta delle personalità famose che hanno affrontato questa operazione, come Gary Coleman, Dylan Thomas, Ray Davies e Sheff stesso. “L’album dovrebbe dare sollievo ed essere divertente, qualcosa che ti fa sentire bene.”





Blackswan, sabato 17/02/2018

venerdì 16 febbraio 2018

THOM CHACON - BLOOD IN THE USA (Appaloosa Records, 2018)

Lo sterminato sottobosco rurale americano produce spesso artisti di grande caratura, che restano però appannaggio esclusivo di una ristretta cerchia di appassionati. Questo sarebbe stato probabilmente anche il destino Thom Chacon, se non ci fosse stata Appaloosa Records, traghetto musicale fra gli States e il nostro paese, che ha distribuito sul territorio nazionale Blood In The Usa, opera seconda del songwriter proveniente dal Colorado.
Una scelta azzeccatissima visto che questo disco farà la felicità di quanti amano il suo americano più classico. Chacon, infatti, si allinea alla grande tradizione dei cantautori di frontiera (su tutti mi vengono in mente Ryan Bingham e Joe Ely), così come appare ovvio che fra i suoi riferimenti culturali e stilistici possano annoverarsi Bob Dylan, John Prine, Johnny Cash (soprattutto quello degli American Recordings) e lo Springsteen di Nebraska.
Blood In The Usa è una raccolta di canzoni polverose, crude, dirette, intrecciate con la corda grezza di arrangiamenti minimali ma solidi, a cui la raucedine crooner della bella voce di Chacon attribuisce un’aura di epicità.
Non certo l’epica dei grandi spazi, della natura selvaggia o delle avventure on the road, tanto per citare la più ovvia iconografia tradizionale sugli States; Chacon racconta, invece, un America più attuale, ferita e sofferente, l’America dei diseredati, dei disoccupati e degli immigrati, un paese dove la vita cammina sul confine della disperazione, quando devi sbarcare il lunario zappando campi o sudando davanti a una catena di montaggio.
Testi crudi e tristi, in cui le esistenze dei protagonisti sono divorate da “una ruggine che non dorme mai” e la speranza affiora solo a tratti, come null’ultima ballata Big As The Moon, che evoca un amore capace di lenire le sofferenze della vita (“Hai un cuore grande come la luna, hai una luce che uccide tutta la tristezza”). E’ un solo episodio, però, in un filotto di canzoni dirette e intense, che parlano di immigrazione (I Am An Immigrant guarda al Messico e alle politiche trumpiane), di crisi del lavoro (le fabbriche che chiudono e la disoccupazione in Union Town), di razzismo (la title track, legata a doppio filo con la cronaca violenta che non smette di riempire i notiziari: “si spara alla gente per il colore della sua pelle, abbattuti, ammanettati, lasciati morire”) e delle croste di pan duro che deve mangiare chi è disposto a ogni lavoro pur di sopravvivere (Work At Hand).
Chacon possiede una scrittura sincera e capace di esaltare alcuni momenti melodici di rara suggestione (Something The Heart Can Only Know), anche se musicalmente, pur non demeritando, manca di una certa originalità. Per converso, sotto il profilo testuale, i suoi versi sono lirici e potenti, e si elevano di gran lunga sopra la media di quello che ascoltiamo (e leggiamo) normalmente. Consigliatissimo.

VOTO: 7





Blackswan, venerdì 16/02/2017

giovedì 15 febbraio 2018

PREVIEW




Tracey Thorn svela il secondo singolo “Sister” tratto dal primo album solista, in sette anni, composto interamente da brani originali. L’album intitolato Record uscirà il 02 marzo 2018 via Caroline International, distribuzione Universal. Parlando dell’album, Tracey ha detto, “volevo che fosse un album da ascoltare in pieno giorno. In cuffia o in movimento. Non necessariamente di sera o in camera.”
L’album ruota attorno a “Sister” un brano di 9 minuti dal sapore disco, dove Tracey è accompagnata dalla sezione ritmica delle Warpaint, Stella Mozgawa, e dalla splendida voce di Corinne Bailey Rae. “È pieno di testi sulla solidarietà e sull’audacia femminile – un inno sincero per la pista da ballo” ha aggiunto Tracey.
Il nuovo singolo “Sister” è stato remixato in due diverse versioni dal re del genere Andrew Weatherall,  che ha dato all’originale un ritmo cosmico e galoppante.
[Comunicato Spin Go!]





Blackswan, giovedì 15/02/2018

mercoledì 14 febbraio 2018

THE WOOD BROTHERS - ONE DROP OF TRUTH (Honey Jar/Thirty Tigers, 2018)



Sulla cresta dell’onda da più di un decennio, i The Wood Brothers (terzetto composto dai fratelli Wood, Chris al basso e Oliver alla chitarra e voce, e dal polistrumentista Jano Rix) rappresentano una delle realtà più originali del movimento roots a stelle e strisce. Una band che fa della straordinaria capacità tecnica dei suoi componenti (Chris Wood è anche un apprezzato bassista jazz) e di un esuberante approccio crossover le armi migliori per plasmare la tradizione, sempre rispettata peraltro, con la fantasia di contaminazioni e arrangiamenti davvero inusuali.
Non è un caso che il terzetto sia portato in palmo di mano dalla stampa statunitense e che spesso i loro dischi, buon ultimo questo One Drop Of Thruth, pubblicato a inizio febbraio, vengano indicati tra le migliori uscite dell’anno. Registrato in diversi studi di Nashville, il sesto album della band americana non suona molto diverso dai dischi precedenti, ma chi conosce il gruppo fin dagli esordi si accorgerà dell’ulteriore passo in avanti in un percorso di maturità che oggi può dirsi completato.
Le dieci canzoni che compongono la scaletta presentano, infatti, il consueto cangiante melange di folk, country, blues, rock, pop e funky, ma mai prima d’ora i brani si presentano tanto inafferrabili e complessi nella struttura. Le belle melodie si sprecano e il suono americano è come sempre molto marcato; tuttavia, la ritmica caracollante e, talvolta, in controtempo (gran lavoro di Jano Rix), le immaginifiche linee di basso, le raffinate partiture di Hammond e piano elettrico, e i testi umorali e graffianti di Oliver fanno di One Drop Of Truth un disco non di facilissima assimilazione e da gustare pienamente solo dopo svariati ascolti.
In scaletta si alternano il country rock malinconico di The River Takes The Town, il pop divertito di This Is It, il blues sghembo di Sky High, le atmosfere quasi cabarettistiche di Laughin’ Or Crying e la coloratissima Sparkling Wine, frizzante come il vino evocato nel titolo, che parte citando Lou Reed (Walk On The Wild Side) e si sviluppa poi su un tempo sincopato in odore di reggae.
Un lotto di canzoni variegate e variopinte, quindi, che stanno insieme meravigliosamente grazie a un suono pieno e coeso, in grado di mantenere in equilibrio i canoni espressivi della tradizione e un evidente desiderio di spingersi fuori dai consueti steccati. In One Drop Of Truth comandano, in definitiva, libertà espressiva e sperimentazione, elementi che trasformano il country folk dei Wood Brothers in quella che Gram Parsons definiva Cosmic American Music. Chapeau!

VOTO: 8





Blackswan, mercoledì 14/02/2018