martedì 24 aprile 2018

PREVIEW




Torna a farsi sentire Lykke Li. La cantautrice svedese si era tutt’altro che persa seguendo qualcuno. Anzi, il suo percorso verso un’identità artistica così definita sembra arrivato a destinazione con due nuovi brani che preannunciano il prossimo album “So sad so sexy”, la cui uscita è prevista per il prossimo 8 giugno. Le canzoni pubblicate confermano la volontà di Lykke Li a immolarsi a un pop raffinatissimo, sognante e dai tratti sconfinati. Voce cristallina su melodie ondivaghe e ritmi che richiamano la trap o, comunque, i territori della musica più di moda. La sfida è mantenere i livelli di successo dei dischi precedenti. I presupposti ci sono tutti.





Blackswan, martedì 24/04/2018

lunedì 23 aprile 2018

IL MEGLIO DEL PEGGIO




"I cinquestelle sono un pericolo per il Paese. Non sono un partito democratico. Sono il partito dei disoccupati. A Mediaset pulirebbero i cessi...Mi sono un po' rotto di spiegare ancora agli italiani che hanno votato molto male".
Così parlò Berlusconi. Che i 5 stelle siano un pericolo nazionale è ancora tutto da dimostrare: potranno anche essere dei disoccupati, cosa peraltro del tutto innocente, ma è pur vero che nessuno, almeno finora, vanta un curriculum paragonabile a quello di Silvietto. Proprio lui che con il suo partito di "occupati" in un ventennio è riuscito a trasformare il Paese in un vespasiano, metaforicamente parlando. Pur trovandosi in stato di guerra permanente con le "toghe rosse", Silvietto ha osato l'inimmaginabile: grazie a una inconsistente opposizione politica, è scampato dalla approvazione della legge sul conflitto di interessi. Così, ha indisturbatamente controllato mezzi di informazione e condizionato carta stampata, tv e tg di ogni sorta. Come non ricordare l'editto bulgaro emesso nel 2002 contro Biagi, Santoro e Luttazzi? Le sue emittenti sono state in grado di lobotomizzare milioni di italiani con la tv spazzatura del calibro di Drive In, Grande Fratello, Domenica Live e tronisti di ogni specie. E' miracolosamente riuscito a fare approvare una trentina di leggi ad personam- una fra le più eclatanti fu quella della depenalizzazione del falso in bilancio, approvata nel 2001, proprio in concomitanza con i processi che lo vedevano indagato per il medesimo reato- e come se non fosse già abbastanza, ha "convinto" 314 parlamentari che Ruby Rubacuori fosse nipote di Mubarak. Cose dell'altro mondo, ça va sans dire. Tutto questo e molto altro ci ha regalato l'"occupato" nonno Silvietto. Che, in qualità di perdente alle elezioni del 4 marzo, continua a dettare l'agenda politica mettendosi di traverso a ogni possibile soluzione di governo. Come sta facendo il suo brillante nipotino di Rignano. Quello che si professa fuori da tutto, ma che più addentro di così si muore. Per quanto mi riguarda, meglio un disoccupato oggi, e che pulisce i cessi, che un Silvietto domani.


Cleopatra, lunedì 23/04/2018    
 


domenica 22 aprile 2018

PREVIEW





Jeff Ament, proprio lui, il bassista dei Pearl Jam, ha una vita musicale parallela di tutto rispetto, un progetto solista a cui non ha dato solo il suo cognome ma anche uno stile particolarmente originale. Il suo terzo disco dal titolo “Heaven/Hell” è previsto in uscita il prossimo 10 maggio. Nel frattempo possiamo ingannare l’attesa con “Safe in the car”, un singolo che alterna strofe rock dalle tinte cupe con Hammond distorto e synth protagonista a ritornelli da un altro pianeta grazie ai cori di Angel Olsen su un contorno di archi, il tutto accompagnato da un video ispirato a “The Road” di Cormac McCarthy.





Blackswan, domenica 22/04/2018

sabato 21 aprile 2018

RAGNAR JONASSON - I GIORNI DEL VULCANO (Marsiglio, 2018)

In un fiordo nel Nord dell’Islanda, in una bella giornata di giugno un turista alla scoperta delle meraviglie del paese finisce davanti a una casa solitaria, an cora in costruzione. A terra, accanto a un furgone, c’è il corpo immobile di un uomo sfigurato. Qualcuno lo ha ucciso con un’asse di legno. Il caso passa nelle mani della polizia locale e tocca ad Ari Þór fare ricerche sulla vittima. Si tratta di Elías Freysson, a detta di tutti «una persona a posto», un forestiero molto impegnato in attività benefiche e coinvolto nella costruzione del nuovo tunnel che spezzerà l’isolamento ma anche l’incanto di Siglufjörður. Mentre nere nubi  di cenere avvolgono il Sud dell’isola, colpito da una serie di violente eruzioni vulcaniche, a seguire gli sviluppi dell’indagine arriva dalla capitale Ísrún, misteriosa inviata della redazione del telegiornale, il cui assillante interesse  per l’omicidio sembra andare al di là di una ragionevole caccia allo scoop. Forse la beneficenza di Elías e i suoi numerosi viaggi nascondevano dell’altro? O è  piuttosto la stessa Ísrún a custodire un segreto? Per Ari Þór e i colleghi, distratti da una serie di problemi privati tra cui faticano a mettere ordine, il caso si fa ingarbugliato. L’unica possibilità per venirne a capo è tornare indietro negli anni e risalire alle radici del male. Perché quella terra magica, dominata da una natura primitiva e impetuosa, custodisce eventi drammatici che, taciuti per troppo tempo, hanno generato istinti violenti e sensi di colpa, facendo sì  che per qualcuno anche le notti più luminose fossero le più buie. 

Libro dell’anno per i lettori di The Guardian”, così recita la copertina de I Giorni Del Vulcano, secondo volume della serie Dark Iceland, a firma dello scrittore islandese Ragnar Jonasson. Un invito al quale sembra impossibile resistere, visto che proviene dai lettori di uno dei più diffusi e stimati tabloid britannici. Peccato che, già a metà romanzo, sorgano seri dubbi sull’autorevolezza dell’endorsement d’oltre Manica (e, soprattutto, su cosa siano abituati a leggere gli acquirenti del quotidiano inglese).
Sono molti, infatti, i motivi per cui questo libro si rivela una mezza delusione, a partire dalla prosa di Jonasson, che magari avrà perso qualcosa nella traduzione (chi può dirlo?) e che tutto sommato risulta ordinata e scorrevole, ma che, dopo qualche pagina, si dimostra molto banale, poco ricercata e assai ripetitiva. Non c’è un guizzo, non c’è un passaggio memorabile, non c’è nulla che elevi queste duecentosessanta pagine dal minimo sindacale di un compitino del liceo. Tuttavia, dal momento che I Giorni Del Vulcano è un thriller, e quindi un romanzo d’evasione, una scrittura densa e ricca non è quel che si dice indispensabile.
Un minimo di palpito, invece, lo sarebbe. E qui, arrivano le dolenti note: questo è un thriller che raggiunge l’opposto del suo scopo, e cioè annoia, visto che, per quanto Jonasson si sforzi, non ci sono colpi di scena degni di questo nome e il ritmo è, a dir poco, compassato. Intorno alla vicenda dell’omicidio di Elias Freysson si muovono, poi, tanti personaggi, ognuno con la propria storia da raccontare, che però, alla resa dei conti, risulta sostanzialmente inutile all’intreccio narrativo.
Il mistero, che è l’oggetto di cotanta trama, viene dipanato nel modo più banale possibile, l’ambientazione, che potrebbe essere estremamente suggestiva se adeguatamente tratteggiata, è tanto sfumata che al posto del Nord dell’Islanda il romanzo potrebbe svolgersi anche a Casalpusterlengo, gli snodi sono forzatissimi e improbabili, e i dialoghi possiedono la stessa intensità di un’ordinazione al banco del salumaio nel supermercato sotto casa.
Resta da sviscerare l’aspetto relativo ai personaggi che, mi verrebbe da dire, in modo consunto ma appropriato, sembrano tagliati con l’accetta, se non fosse che, nello specifico, Jonasson ha utilizzato una scure da vichingo, colpendo peraltro un po’ a casaccio. Il risultato è un infuso di inutilità assortite, che induce sbadigli e sonnolenza, e che viene buono da usare solo se in casa sono finite sia le scorte di camomilla che quelle di Tavor. Deciderete voi, poi, chi ha ragione: il sottoscritto o i lettori del The Guardian.

Blackswan, sabato 21/04/2018

venerdì 20 aprile 2018

SPIDERS - KILLER MACHINE (Crusher Records, 2018)

Citazionisti, passatisti, totalmente privi di quell’hype malinconico e stiloso che piace tanto ai recensori indie, semplici, diretti, lontani anni luce da ogni tipo di tentazione elettronica o intenti sperimentali, e pure banali, perché no. Questi sono gli Spiders, band svedese, originaria di Goteborg, che ritorna sulle scene con un nuovo album dopo Shake Electric, pubblicato nel 2014.Li abbiamo presentati con tutti quegli evidenti difetti che di sicuro verrebbero messi all’indice da chi è abituato a definire questa musica scontata e puerile. Ben vengano, allora, le eventuali critiche e, francamente, chi se ne fotte. Per ascoltare (e recensire) un disco degli Spiders non sono necessari complicati esercizi onanistici: bisogna solo avere voglia di divertirsi, di ballare e di sudare finché si ha birra in corpo (e intendo letteralmente).
Perché queste canzoni, risapute e derivative quanto vuoi, hanno un tiro e una freschezza che stende. Accendono la festa e ti strattonano a forza dal tuo angolino, dove sei seduto a sorseggiare chinotto da una cannuccia, spingendoti verso l’occhio del ciclone pogo e costringendoti a scatenarti come un derviscio in preda ai fumi alcolici.
In termini di muscoli, infatti, Killer Machine raccoglie tutto lo scibile umano: hard rock anni ’70, chitarroni nineties, anfetaminico garage punk, e poi Joan Jett, Motorhead, Guano Apes, T-Rex e un centinaio di altre band, che messe tutte in fila esaurirebbero lo spazio destinato all’articolo. La scaletta, però, è confezionata con la carta da pacco glitterata e variopinta di melodie uncinanti, e infiocchettata da un’estetica sexy glam molto eccitante. A condurre le danze, la bella voce di Anne Sofie Hoyles e la chitarra del fratello John, che dispensa assoli fulminanti e riff assassini, sostenuto dalla martellante sezione ritmica composta da Olle Griphammar (basso) e Ricard Harryson (batteria).
Si parte a cento all’ora con Shock And Awe, garage punk rapido come un serramanico, che stupisce per la capacità di bilanciare in tre minuti graffi ripetuti e melodia di facilissima presa. Risultato che si ripete nella fantastica Dead Or Alive, singolo dal ritornello contagioso ai limiti dell’epidemia. Non c’è un filler in scaletta e tutto scorre rapido e divertentissimo sino alla fine, tra punk rock irretito da ritmiche dance (Like A Wild Child e Higher Spirits richiamano alla mente la sensualità dei Blondie), ballate seventies attraversate da ruvida malinconia (Don’t Need You) e derapate anfetaminiche benedette da San Lemmy, che guarda di lassù compiaciuto.
Tutto prevedibile? Certo. La musica, però, è fatta di grandi canzoni e qui ce ne sono tante, tutte direi. Canzoni che guardano al passato, ma hanno i piedi ben piantati nel presente, e che non ci chiedono nulla in cambio, se non la voglia di imbracciare una air guitar, cantare a squarciagola e abbandonarci al sacro rito dell’headbagging. Alla fine, il senso del rock’n’roll non è proprio questo?

VOTO: 8





Blackswan, venerdì 20/04/2018