domenica 18 novembre 2018

SHERYL CROW - LIVE AT THE CAPITOL THEATRE (Cleopatra Records, 2018)

Tra le icone del rock a stelle e strisce in quota rosa, Sheryl Crow è una delle artiste americane più amate e seguite di sempre. Un capolavoro alle spalle, Tuesday Night Music Club del 1993, che fu un successo epocale, e poi una serie di album, mai più a quel livello creativo, ma che hanno comunque permesso alla Crow di consolidare la propria fama attraverso vendite dai numeri importantissimi.
E questo, tutto sommato, può essere considerato il sunto della carriera della ragazza originaria del Missouri, una che ha fatto della professionalità e di un linguaggio nazional popolare i suoi punti di forza, mantenendo un’indiscutibile onestà di fondo e tenendo dritta la barra nonostante numerosi blocchi creativi e qualche incidente di percorso (la storia con Lance Armstrong, la malattia e la depressione che hanno funestato la seconda parte degli anni ’00).
Be Myself, pubblicato lo scorso anno, era un buon disco, che pur non riuscendo a superare i consueti cliché di genere e una certa prevedibilità espositiva, aveva comunque il merito di presentare almeno un pugno canzoni davvero brillanti e, soprattutto, testimoniava di un’artista in netta ripresa sotto il profilo dell’ispirazione e della voglia di far bene.
Live At The Capitol Theatre è la registrazione dell’ultima data del tour di promozione di quell’album, tenutasi la notte del 10 novembre dello scorso anno nel noto auditorium newyorkese. Uscita in versione due cd + dvd (o blu ray), questa performance fotografa la Crow alle prese con il suo importante, anche da un punto di vista numerico, repertorio, che viene sviscerato in ben ventun canzoni per oltre due ore di show.
Ci sono, ovviamente, i nuovi brani tratti da Be Myself (lo swamp rock di Roller Skate su tutte), un pezzo inedito (Atom Bomb, in cui la Crow mostra il suo lato più muscolare), e tutti, o quasi (manca Love Is a Good Thing), i suoi più grandi successi, tra cui Run Baby Run, All I Wanna Do, If It Makes You Happy, Strong Enough, Leaving Las Vegas (questa, a dire il vero, un po' sottotono) e una emozionate The First Cut Is The Deepest, presa dal repertorio di Cat Stevens e proposta da Sheryl nel 2003, in una versione che le valse la nomination ai Grammy Awards dell’anno successivo.
La registrazione, essendo in presa diretta per il film che accompagna i due cd, presenta qualche difettuccio tecnico, ma possiede il merito di condurre l’ascoltatore nel cuore dello show, di cui si percepisce non solo il contributo del pubblico, ma anche quei piccoli particolari che rendono il tutto più vero: i dialoghi sul palco, Sheryl che si dimentica quanti anni sono passati dalla pubblicazione di una canzone, che scherza con l’audience o che fa il verso al rumore del jack infilato in una chitarra.
La voce, nonostante la Crow abbia ormai cinquantasei anni, non ha perso un briciolo dell’estensione di un tempo (tre ottave da mezzosoprano), e nonostante ci sia molto mestiere in questa esibizione, dalle ventuno canzoni proposte trapela anche un’immutata (e direi rinnovata) passione. Ciò che basta a rendere Live At The Capitol Theatre un acquisto imperdibile per tutti i fan, e non solo.

VOTO: 7





Blackswan, domenica 18/11/2018

sabato 17 novembre 2018

PREVIEW



Avendo letto Metamorphoses per la prima volta, Rina Mushonga, nell’anno della trasformazione, si è autoconfessato attingendo a una miriade di idee ed esperienze personali. Pieno di riflessioni sul cosmo e sulla nostra collocazione all’interno di esso, “In A Galaxy” è l’incarnazione musicale di queste riflessioni; Mushonga stesso ammette che c’è più di un cenno nel testo di apertura su Star Wars, ma che nel suo complesso si riferisce a come lo spazio e il tempo relativi si trovino nel modo in cui interagiamo – “la Terra vista come parte di una galassia ci lega all’umanità”.

“In A Galaxy” ronza con un eclettismo che potrebbe essere ricondotto al retaggio di essersi spostata in vari momenti della sua vita – ha vissuto in India, nello Zimbabwe e nei Paesi Bassi prima di stabilirsi a Londra; suo padre si è sempre orgogliosamente riferito alla famiglia come “cittadini globali, apparteniamo ad ogni luogo” – spiega lei aggiungendo: “Mi piaceva e mi ci sono identificata ed è quel salto di genere che meglio mi rappresenta, come vedo le cose e come sperimento il mondo”.

“InA Galaxy” è il risultato di quattro anni di lavoro in cui Mushonga a messo da parte le distrazioni concentrandosi e facendo affidamento sulle proprie capacità e sul proprio istinto. L’artista ha registrato l’album nella sua casa adottiva a Peckham col produttore Brett Shaw; le tracce base erano già state preparate assieme a Frans Verburg nel suo studio di Rotterdam. Il risultato è pop intelligente e diversificato che la stessa Mushonga descrive come “Paul Simon in un dance club africano pieno di sudore”.





Blackswan, sabato 17/11/2018

venerdì 16 novembre 2018

BILLY F GIBBONS - THE BIG BAD BLUES (Concord/Universal, 2018)

Si scrive Billy Gibbons, ma si pronuncia ZZ Top, o almeno, così, si diceva un tempo. Oggi, il chitarrista texano, da qualche tempo ha abbandonato la casa madre e dopo quasi mezzo secolo dal suo esordio sulle scene, consolida la fresca carriera solista con un nuovo album, The Big Bad Blues. Il primo, intitolato Perfectamundo e pubblicato nel 2015, nelle intenzioni di Gibbons avrebbe dovuto mettere a confronto e far convivere le suggestioni derivanti da due diverse tradizioni musicali, quella cubana e quella texana in quota rock-blues.
Registrato tra la Spagna, il Texas e la California, quel disco nasceva con l'intento di stupire, di cercare strade espressive più originali rispetto a quelle di un passato ormai risaputo, e di sperimentare con quei suoni latini, che appaiono concettualmente agli antipodi rispetto al ringhio hard boogie che fu dei mitici Tres Hombres. Operazione senz'altro commendevole, sulla carta molto intrigante e, verrebbe da dire, financo coraggiosa, se non fosse che, chi in carriera ha venduto più di cinquanta milioni di dischi, può permettersi azzardi di questo tipo senza, in fin dei conti, rischiare granché. Il fatto è che Perfectamundo era un disco riuscito male, un'accozzaglia confusa e sfiatata di banal blues, latin rock, funky, elettronica (oddio, che pena gli ZZ Top degli anni '80!), ove spesso si mostravano i bicipiti per compensare un'evidente mancanza di ispirazione.
Non il miglior viatico, insomma, per mettere sul piatto dello stereo questo sophomore, che, a dispetto del suo predecessore, funziona, e anche molto bene. La ricetta è di una semplicità quasi banale: accantonati gli unitili sperimentalismi di Perfectamundo e sgrassato il suono che aveva reso molti degli ultimi lavori degli ZZ Top dei polpettoni indigeribili, il buon Billy, a due passi dal suo settantesimo compleanno, torna all’essenziale e all’originale, sfornando un disco di blues schietto e genuino.
Basta, infatti, ascoltare l’iniziale Missin’ Yo’ Kissin’, una grintosissima tirata che fa il verso a La Grange, per capire da che parte giri il fumo. Affiancato da un pugno di ottimi comprimari (Matt Sorumalla batteria, Mike Flanigin al pianoforte, Austin Hanks alla chitarra, James Harman all’armonica e Joe Hardy al basso), Gibbons scolpisce nella pietra una scaletta composta di brani originali e di cover (su tutte Standing Around Crying e Rollin’ and Tumblin’ di Muddy Waters), evitando di perdersi in fronzoli e amenità assortite (la sola, conclusiva Crackin’ Up suona come uno scarto ed è più vicina al mood di Perfectamundo), ma innestando la quarta e sfoderando chili di muscoli e litri di sudore.
Riff assassini, chitarre elettriche ruvide e sporche, e la voce di chi, oltre all’età ha sul groppone anche un bel po' di bevute, fanno di questo The Big Bad Blues un disco viscerale e solido, che corre dritto come un fuso a lucidare l’argenteria dei giorni migliori. Da ascoltare tutto d’un fiato, nella speranza che Gibbons si sia assestato su questi standard e rifugga per sempre perniciosissime, quanto inutili, sperimentazioni.

VOTO: 7





Blackswan, venerdì 16/11/2018

giovedì 15 novembre 2018

PREVIEW




Benjamin Francis Leftwich ritorna con un nuovo singolo intitolato “Gratitude”. Si tratta del primo brano tratto dal terzo album di Leftwich, in uscita nei primi mesi del 2019 su Dirty Hit.

Recentemente Leftwich ha pubblicato un EP, I Am With You, accompagnato dai singoli “Numb” e “I Am With You”.

“Gratitude”, che riprende il sound dell’EP, vede Leftwich aggiungere elementi elettronici ad una produzione più oscura e intricata, mantenendo comunque le emozioni crude che hanno caratterizzato il suo precedente lavoro.

Tra marzo e aprile Leftwich partirà per un tour nel Regno Unito.





Blackswan, giovedì 15/11/2018

mercoledì 14 novembre 2018

RICHARD ASHCROFT - NATURAL REBEL (BMG, 2018)

Richard Ashcroft è stato protagonista assoluto con i suoi Verve della stagione d’oro del brit pop, ha venduto milioni di album, è stato in cima alle charts con hit immortali e ha partorito Urban Hymns (1997), quello che può essere definito uno dei dischi simbolo (forse il migliore in assoluto) dell’intero movimento.
Lasciarsi alle spalle quegli anni leggendari e ricostruirsi una carriera credibile dopo lo scioglimento dei Verve non era cosa semplice e, bisogna dire che Ashcroft se l’è cavata discretamente bene, con un gran bel disco d’esordio, Alone With Everybody (2000), e poi con una serie di lavori non indimenticabili ma comunque di qualità.
Insomma, se è vero che il livello compositivo degli anni coi Verve non è mai più stato raggiunto, nemmeno si può dire che il nostro abbia sbracato, giocando al raschio del barile con idee riciclate. Questo nuovo Natural Rebel conferma l’assunto di cui sopra: nessuna ribellione, nessun slancio creativo che faccia intravvedere qualcosa di nuovo, ma un buon disco di pop rock e un pugno di canzoni accarezzate dalla inconfondibile voce di Ashcroft, che riesce ancora a creare melodie irresistibili e di facile presa.
Niente che faccia gridare al miracolo, ovviamente, perché la proposta di Ashcroft è un po' come quella del ristorantino sotto casa, dove vai a mangiare quando non hai voglia di cucinare: le portate del menù sono sempre le stesse, ma hanno comunque il merito di essere genuine e ben preparate. Alla soglia dei cinquant’anni, l’ex leader dei Verve non deve dimostrare più niente a nessuno, e risulta quindi confortante il fatto che, nonostante la prevedibilità della scaletta, Ashcroft ci metta più passione che mestiere.
Così, in definitiva, tutto funziona molto meglio di quanto ci saremmo aspettati, sia quando il nostro cuce un arrangiamento d’archi intorno al pop delizioso di Surprised By The Joy, sia quando gioca a citare il proprio passato (Birds Fly) o quando mostra i muscoli con il rock tamarro di Money Money. E siccome la classe non è acqua, la penna di Ashcroft riscrive anche pagine di antica gloria con All My Dreams e We All Bleed, due canzoni che testimoniano quanto ancora di buono ci sia nel cuore e nel cervello di questo musicista simbolo degli anni ’90.
Natural Rebel non entrerà nelle classifiche di fine anno ed è un disco di cui, con molta probabilità, ci dimenticheremo in breve tempo. Ciò nonostante la voce di Ashcroft mantiene una notevole capacità espressiva, gli arrangiamenti sono decisamente più misurati che in passato e queste canzoni, per quanto innocue, si fanno riascoltare più volte con estremo piacere. Un po' poco, certo, per chi ha scritto autentiche gemme come History o A Song For Lovers, ma comunque un lavoro di gran lunga più riuscito di quelli proposti da altri reduci di quel decennio (leggi pure fratelli Gallagher).

VOTO: 6,5





Blackswan, mercoledì 14/11/2018