I
North Mississippi Allstars hanno annunciato la pubblicazione di un
nuovo album, Up And Rolling, in uscita il 4 ottobre tramite New West
Records. Up And Rolling segue l'album del 2017, Prayer For Peace, ed
sarà il primo disco pubblicato sotto l’egida New West. In concomitanza
con l'annuncio dell'album, la band ha anche condiviso audio e un video
musicale per la traccia che dà il titolo al disco.
La
band ha registrato Up And Rolling presso lo studio di famiglia di
Luther e Cody Dickinson, lo Zebra Ranch, che era stato originariamente
fondato da loro padre, Jim Dickinson. Entrambi i fratelli Dickinson
hanno coprodotto l'album e hanno invitato Jason Isbell, Mavis Staples,
Cedric Burnside, Sharde Thomas e Duane Betts a unirsi a loro in studio
come ospiti.
Un
grande disco, talvolta, può essere una maledizione, un fardello
talmente pesante per le spalle, da rendere inutile ogni tentativo di
replicarne la bellezza. Se si esordisce con una bomba come Silent Alarm (2005), è inevitabile che quello sia il livello qualitativo che la gente si aspetta da una band.
Così, i Bloc Party, nonostante un seguito dignitosissimo (A Weekend In The City
del 2007) non sono mai più riusciti a replicare quel suono e quella
tensione artistica, finendo poi per perdersi definitivamente con una
serie di dischi, che definire brutti sarebbe oltremodo premiante. Loro, a
meno che il futuro non riservi delle sorprese, sono e saranno sempre il
gruppo di Silent Alarm, capitolo inziale di un percorso che
prometteva sfracelli e che invece si è trasformato in una parabola
discendente e ben poco gloriosa.
Non
è un caso, quindi, che la band capitanata da Kele Okereke torni proprio
là, dove tutto è cominciato, nella speranza di rivivere i giorni
migliori, sebbene in una dimensione live. Inizialmente annunciato per il
2018, esce invece in questi giorni Silent Alarm Live, disco registrato
durante il tour inglese dello scorso anno, allestito per celebrare
degnamente i quindici anni dall’uscita di quel capolavoro di post punk
revival.
Fatte
le dovute premesse, quel che davvero importa è che questo live sia
davvero molto bello. La band è in grandissima forma, e la scaletta
dell’album, riproposta per intero, ritrova, in questa dimensione,
quell’urgenza che la band aveva irrimediabilmente perduto.
La
nostalgia è dietro l’angolo, e si sente, ma grazie a Dio, non siamo di
fronte a un’operazione di copia e incolla o alla mera replica di un
filotto di canzoni strepitose.
La
tensione è vibrante, Okereke canta davvero bene, e il pubblico risponde
alla grande con un appassionato singalong e sentita partecipazione a
ogni brano. Helicopter, Banquet, She’s Hearing Voices e This Modern Love,
solo per citarne alcuni, sono gioielli la cui lucentezza il tempo non
ha minimamente offuscato, e riascoltarle, sebbene dal vivo, dopo così
tanti anni, induce all’inevitabile groppo in gola. Emozionante.
Il
genere è di quelli che fanno storcere un po' il naso ai rocker duri e
puri. In quella definizione, melodic hard rock, infatti, c’è un melodic
di troppo, soprattutto per chi ama un suono più muscolare e selvaggio.
Eppure,
quella degli H.E.A.T. è un grande band, che dal vivo, come è facile
comprendere dall’ascolto di questo nuovo live, non fa sconti a nessuno e
possiede un tiro incredibile. Fondatisi nel 2007 a Upplands Vasby, in
Svezia, il gruppo ha all’attivo già un paio di Ep e cinque album in
studio, che hanno scalato le classifiche nazionali, piazzando molto in
alto un pugno di singoli, e facendo la gioia di un folto gruppo di
appassionati, che continuano ad amare un genere inossidabile, nonostante
abbia vissuto i suoi anni migliori qualche decennio fa.
Registrato
dal vivo il 7 giugno dello scorso anno, Live at Sweden Rock Festival
celebra i primi dieci anni di attività della band (l’esordio, H.E.A.T.
uscì nel 2008) con una scaletta che ripercorre i momenti migliori della
loro brillante carriera. L’armamentario è quello consueto del genere:
riff di chitarra potenti, tastieroni, coretti ruffianissimi e melodie
perfette per infiniti passaggi radio.
A
prescindere, però, dai clichè di genere, la band sa stare sul palco,
irrora di grinta e potenza canzoni che in studio suonano decisamente più
morbide e, cosa che non guasta suona alla grandissima, con consumato
mestiere, certo, ma anche con un impatto fisico devastante. Grande
performance di tutti e cinque, dunque, anche se sugli scudi finisce
soprattutto Erik Gronwall cantante dall’indole selvaggia e in possesso
di un’ugola dall’estensione impressionante.
Tredici
canzoni in scaletta che tirano dritte per più di un’ora di performance e
che alternano ballatone da singalaong e accendino alla mano (Tearing Down The Walls), fulminanti anthem (Heartbreaker) e adrenaliniche rincorse (Inferno). Il momento migliore del live è, guarda caso, anche il momento più decisamente ruvido: la hit Beg Beg Beg suonata in medley con Whole Lotta Rosie degli Ac/Dc e, udite udite, Piece Of My Heart di Janis Joplin.
Live goduriosissimo e molto meno melodico di quello che si potrebbe aspettare. Da provare.
Non
abbiamo mai messo in dubbio le qualità di Dylan Leblanc come
songwriter; tuttavia, è fuor di dubbio, che la scelta di un grande
produttore, con cui lavorare in sintonia, ha finito per assecondare e
tirare fuori il meglio da un artista che sembra aver trovato finalmente
una decisa e più spiccata identità. Giunto al quarto disco in studio, il
primo dopo tre anni di silenzio, Leblanc si affida alle sapienti mani
di Dave Cobb, e il risultato si sente, eccome.
Quel mood morbido e atmosferico che aveva connotato i lavori precedenti subisce con Renegade
uno scossone, guadagnando in adrenalina, compattezza ed equilibrio.
Basta la prima canzone, per rendersi conto che qualcosa è cambiato: la title track,
tira via dritta, con un bel riff di chitarra, la ritmica tesa e umori
che rimandano al grande Tom Petty. E’ una canzone splendida, anche se i
fan della prima ora, probabilmente, si troveranno disorientati, perché
inusuale.
Certo, non tutto possiede il piglio e la forza di questo incipit. Ballate intense come Lone Rider e Magenta
richiamano inevitabilmente qualcosa che abbiamo già ascoltato nei
predecessori, anche se Cobb, comunque, è riuscito a rendere queste
canzoni introspettive assai ricche e vibranti da un punto di vista
sonoro. Un lavoro di impasti e di equilibri. Che si sente, eccome, in
brani come Bang Bang Bang (sullo scottante tema delle armi) e Damned
(qui si parla di religione), in cui funzione benissimo il contrasto tra
l’andamento rock delle canzoni e la voce di Leblanc, dolce e assonnata.
I suoni danno energia e spessore alla musica, il timbro di Dylan,
stempera e suggerisce fragilità.
Renegade
è un disco piacevole, radiofonico, con melodie di facile presa, certo,
ma non per questo banale o privo d’intensità e forza. Anzi. Poi, proprio
in chiusura, Dylan, pesca dal suo songbook un gioiellino, Honor Among Thieves,
classicissimo nelle sue orchestrazioni e compendio riuscito fra easy
listening e pathos, che consolida il giudizio positivo su un disco
davvero centrato. E diverso. Così, chi non ha famigliarità con
l’artista, può senz’altro iniziare da qui; i fan che, invece, lo seguono
dagli esordi dovranno abituare i padiglioni auricolari a un nuovo
corso, decisamente più eccitato ed eccitante di quello che conoscevano.