mercoledì 12 febbraio 2020

PREVIEW




Nuova firma per ANTI- Records, Christian Lee Hutson annuncia il nuovo album Beginners, prodotto da Phoebe Bridgers e in uscita il 29 maggio. Il musicista americano condivide anche il video per "Lose This Number" diretto da Zoe Donahoe e Adam Sputh. Al nuovo singolo hanno partecipato Bridgers ai cori e Nathaniel Walcott (Bright Eyes) agli arrangiamenti per gli archi.
Hutson ha partecipato alla scrittura di un brano dell'EP del 2018 delle boygenius e di due canzoni dell'album del 2019 dei Better Oblivion Community Center. Insieme a Bridgers, Hutson ha registrato Beginners al leggendario studio losangelino Sound City Studios, mantenendo però la qualità delle demo registrate con il cellulare. L'album scava nelle consistenze create dalla voce calda di Hutson e dall'eleganza delle linee di chitarra, mostrando una brillantezza sonora ottenuta grazie all'aiuto di grandi musicisti, tra cui la stessa Bridgers e Walcott (che ha creato gli arrangiamenti per gli archi e ha suonato la tromba).
“Penso che Lose This Number parli di qualcuno fissato nel passato, che desidera tornare indietro e cambiare le cose,” spiega Hutson. “I miei amici Zoe e Adam hanno realizzato la finta pioggia, la cantina della nonna, hanno trascinato un materasso sul tetto per dare vita al bellissimo video di questa canzone.” Donahue e Sputh aggiungono: “Crediamo nell’immaginario rappresentato dalla musica di Christian e volevamo creare qualcosa che permettesse di crogiolarsi più profondamente nella sua intimità lirica e sonora senza distrazioni. Abbiamo optato per qualcosa di incredibilmente onesto che ti accompagna con Christian attraverso alcuni scenari da sogno, che spesso tendono a svolgersi in momenti incommensurabilmente piccoli.”
Su “Lose This Number”, Hutson rivela uno dei suoi più grandi punti di forza come songwriter: una rara capacità di infondere nei suoi testi miriadi di dettagli idiosincratici, lasciando tuttavia la narrazione abbastanza fluida affinché l’ascoltatore possa riempirla coi propri significati. Per tutta la canzone, la sua narrazione è intrisa di giri di parole incisivi.
Nell’album, Hutson incorpora in ogni testo un intimo dialogo personale, condividendo dolorose confessioni e battute private, conversazioni immaginarie ed elaborati sogni ad occhi aperti. L’album mette in luce un songwriting sfumato e un candore sobrio che quasi cancella la distanza tra sentimento ed espressione. In questa raccolta di canzoni, Hutson racconta una verità illuminante sul rimpianto e sul perdono e sull’infinita confusione del crescere.
“Ho scelto Beginners come titolo perché è così che mi sento in questo momento della mia vita, un principiante – come se stessi ancora imparando e cercando di capire come navigare nel mondo,” osserva l’autore.





Blackswan, mercoledì 12/02/2020

martedì 11 febbraio 2020

PINEGROVE - MARIGOLD (Rough Trade, 2020)

Dopo qualche anno di gavetta, Ep autoprodotti e un disco distribuito door to door, i Pinegrove, band originaria di Montclair (New jersey), fecero il grande salto con un disco d’esordio (Cardinal, 2016) che attirò l’attenzione della stampa specializzata, suscitando parecchio interesse e critiche estremamente positive. Le cose, poi, non sono andate così lisce come ci si sarebbe aspettati. Alla fine del 2017, i Pinegrove sono finiti sotto i riflettori per qualcosa che con la musica ha davvero poco a che fare. Il cantante Evan Stephens Hall, infatti, è stato accusato di "coercizione sessuale" (verbale, non fisica) da una donna con cui in passato aveva avuto una relazione. Uno spiacevole fatto di cronaca, risoltosi, poi, grazie all’intervento di un mediatore e a un accordo stragiudiziale, che ebbe inevitabili riverberi sullo stato di salute e sulle prospettive future della band.
Ora, i Pinegrove sono tornati con un nuovo album e con nuove canzoni, nate proprio da quella triste esperienza e figlie della sofferenza e del disagio patito da Hall. Se Cardinal, pur nella sua immediatezza lo-fi, suonava più ondivago, incerto sulla strada da scegliere fra pop e indie folk, Marigold risulta un disco decisamente più omogeneo, nei suoni e negli intenti. Una maturità acquisita nel corso di questi quattro anni, che ha reso ancora più nitida, grazie un ottimo lavoro sulla produzione e gli arrangiamenti, la predisposizione naturale del leader (autore di quasi tutti i brani in scaletta) per melodie capaci di sciogliere il cuore anche del più burbero degli ascoltatori. Insomma, i Pinegrove tornano a declinare il meglio del loro songwriting, ma lo fanno con maggior consapevolezza e con idee brillanti e originali. La prima delle quali è quella di rivisitare con piglio moderno un suono antico, tessendo un delizioso arazzo di chitarre (soprattutto elettriche), rifinito dall’ordito occasionale dell’alt country.  
Tracce vibranti come Phase o l’elegante No Drugs sfoggiano una bellezza ariosa, in un contesto in cui tutti gli episodi possiedono una grazia accattivante. Ciò nonostante, il cuore delle composizioni è prevalentemente triste: ci sono inevitabili rimandi autobiografici, in queste canzoni, e Hall tratteggia storie strettamente connesse a un’anima travagliata, sofferente, al limite del collasso emotivo. Hall, in tal senso, canta senza filtri, si mette a nudo in tutta la sua fragilità, ci porge il suo cuore, racchiuso nelle mani tremanti. Di ansia e di dolore. E lo dice chiaramente, nella malinconica esposizione di The Alarmist (con quegli echi dolenti che richiamano il Jackson Browne di Late For The Sky): “Per quello che posso vedere, è un territorio terribile, e non c’è nessuno che possa rassicurarmi”. Un senso di inadeguatezza e di smarrimento replicato in tutta la scaletta, che, ad esempio, contrasta con il piglio deciso e la melodia accattivante di Phase, in cui Hall canta: ”C’è un relitto ovunque io guardi”. E non è un caso il lungo strumentale posto a fine dell’album: la title track è liberatoria, scioglie le emozioni in una catarsi naturistica, in cui un cielo stellato, immenso nel suo baluginare di stelle, dà respiro alla speranza, conforta in un abbraccio rasserenante di pura consolazione.
Se c’è un difetto in Marigold è forse la monotematicità degli argomenti trattati, una sovra esposizione del sé di Hall, che frena l’universalità del messaggio, rendendolo troppo personale. Un “guardarsi l’ombelico” tipico di un certo cantautorato anni ’70 (James Taylor su tutti), che toglie respiro alle liriche ma non alle splendide melodie di un disco che si fa fatica ad abbandonare. I Pinegrove, piaccia o meno, lo scrissi anche a proposito dei Big Thief, rappresentano il futuro del suono “americano”: ne replicano l’essenza, ma scavalcano il consunto steccato formale. Sono linfa vitale. Amateli.

VOTO: 8





Blackswan, martedì 11/02/2020

lunedì 10 febbraio 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO



Mentre il premier Conte si è trovato alle prese con le bizze di Matteo Renzi sulla prescrizione e con il rischio di una possibile crisi di governo, l’altro Matteo ha ripreso il tour elettorale in vista delle prossime sfide che si svolgeranno in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto. Dopo avere portato sul palco di Bibbiano il dolore dei genitori dei bambini oggetto di presunti abusi, il Capitano, fresco di scoppola elettorale in quel dell’Emilia Romagna, precisa con la solita sicumera che rifarebbe tutta la campagna elettorale incluso “il citofono, il radiotelefono, il magnetofono e il grammofono”. 
Ora però la narrazione salviniana si arricchisce di un nuovo capitolo. Il Coronavirus dilaga, semina centinaia di vittime in Cina e -scimiottando un vecchio spot di successo degli anni ‘80- dove c’è il panico c’è Salvini. “Quando andiamo al governo le frontiere non le chiudiamo, le sigilliamo” scandisce il Nutella Boy. E in una delle innumerevoli sortite, aggiunge il carico da novanta: “Ristorante cinese? Stasera fortunatamente ceno con mio figlio a casa con un piatto di pastasciutta quindi il problema non me lo pongo. Domani sono a Vignola e quindi mangio emiliano. Dopodomani sono a Firenze e quindi mangio toscano”. Siamo tutti d’accordo che il Coronavirus sia un’emergenza da tenere sotto stretta osservazione ma da qui a tacciare il governo di incapacità è tutt’altra storia. 
Il fatto è che più che una strategia elettorale, quello di Salvini è un canovaccio ormai fin troppo prevedibile e oserei dire stucchevole, con la tragica conseguenza di erigere barriere non solo fisiche ma anche mentali. Non meravigliamoci, dunque, se a Torino una ragazza è stata costretta a scendere dall’autobus perché cinese. La narrazione del citofono non è casuale ne’ un autogol. È frutto di un preciso piano di azione. Esporre il diverso a un processo sommario, alimentare il sospetto e un clima di intolleranza sono le cifre della propaganda leghista. Richiamando una celebre gag di Giobbe Covatta, Salvini and Friends sembrano volerci suggerire che non sono loro a essere razzisti. Sono gli altri ad essere immigrati.

Cleopatra, lunedì 10/02/2020

domenica 9 febbraio 2020

PREVIEW



Rustin Man aka Paul Webb annuncia oggi il nuovo album Clockdust – il secondo in due anni – in uscita il 20 marzo su Domino. Il primo brano estratto dall’album è “Jackie’s Room”, accompagnato da un video diretto da Edwin Burdis.
Dopo aver aspettato 17 anni per Drift Code, alcuni si sorprenderanno per l’arrivo rapido di Clockdust ma le radici di quest’ultimo si possono trovare nelle stesse sessioni. “Nella fase iniziale mi resi conto che avevo abbastanza materiale per due album,” spiega Webb. “I primi brani che scrissi avevano un base di chitarra elettrica con lunghi arrangiamenti stratificati che creavano qualcosa di denso dal punto di vista sonoro. Questi divennero parte di Drift Code. In risposta, scrissi un gruppo di brani dalla struttura più concisa ma con maggiore senso di spazio. Questi costituiscono Clockdust.”

Una volta che identificò il ruolo di ogni brano, Webb si assicurò che l’album sarebbe rimasto autonomo. “Durante il periodo di mixaggio e pubblicazione di Drift Code,“ continua, “feci lo sforzo consapevole di non ascoltare Clockdust. Divenne una sorta di gemello perduto da tempo e dimenticato da tutti. C’era un’atmosfera più saggia e più cinematografica ma in modo romantico.”

Clockdust utilizza numerosi strumenti, alcuni insoliti nel contesto come l’eufonio, altri – il kokoriko o l’ okónkolo – con nomi ancora più strani. Ogni brano mostra la passione di Webb per i sentieri meno battuti, i suoi colpi di scena a prima vista stridenti ma presto intuitivi. Il fatto che siano abbelliti da una voce che sembra aver sopportato molte vite, sottolinea la loro natura misteriosa. Il fatto che le registrazioni siano state la colonna sonora di Jacques Brel, Jet Harris e Kurt Weill ha contribuito senza dubbio. Il fatto che molte canzoni siano ispirate a vecchi film migliora ulteriormente la loro atmosfera senza età.

Il primo singolo estratto “Jackie’s Room” tratta di una relazione disfunzionale ma allo stesso tempo romantica, dove la protagonista pensa che “finchè lei è desiderata, non invecchierà mai”. “Penso all’album come un contenitore di storie di persone che hanno raggiunto la loro situazione attuale attraverso molti anni di esperienza,” afferma Webb.

Stravagante e silenziosamente inquietante, Clockdust è immerso in una nostalgia color seppia, “la forza potente della natura,” afferma Webb “lassù con amore e desiderio.” L’album offusca i confini tra passato e presente. Webb insiste nel dire che preferisce vivere qui e ora, ma guardando al passato ha trovato un atteggiamento magico e affascinante nel quale forgiare un percorso che guarda avanti: per lui, per la sua musica e per il suo pubblico.

Inoltre, Rustin Man annuncia tre live speciali, tra cui uno spettacolo all’Union Chapel di Londra. Si tratta delle prime date dal 2003 – quando lui e Beth Gibbons si esibirono con Out of Season – e le prime nelle vesti di Rustin Man. Sul palco Webb si esibirà con cinque musicisti, gli stessi che suonarono nell’abum di Dez Mona Hilfe Kommt che Webb produsse nel 2009. “È un privilegio poter suonare con questi musicisti. Hanno già una bella intesa e l’atmosfera che creano è in sintonia con come vedo la musica di Rustin Man interpretata dal vivo.”





Blackswan, domenica 09/02/2020

venerdì 7 febbraio 2020

DIRTY SHIRLEY - DIRTY SHIRLEY (Frontiers, 2020)

L’impatto con questo disco non è dei migliori. La copertina brutta e respingente (invisa agli stessi artisti e, pare, imposta dalla casa discografica) farebbe girare al largo anche il più ottimista degli appassionati. Ed è un peccato, perché l’esordio dei Dirty Shirley, band formata da Dino Jelusic (Animal Drive/ Trans-Siberian Orchestra) e dal chitarrista George Lynch (The End Machine/KXM/Lynch Mob/Dokken), è un disco di hard rock/heavy metal che fin dal primo brano in scaletta promette (e mantiene) sfracelli. Uno di quei dischi, insomma, da mettere nel lettore a un volume esagerato per testare la tenuta delle casse e dei vetri del salotto.
I due, collaborando anche da lontano e coadiuvati dal batterista Will Hunt (Evanescence) e il bassista Trevor Roxx, inanellano, infatti, un filotto di canzoni da urlo, che cita i classici (Ronnie James Dio, Rainbow, Alice In Chains e Soundgarden, tra gli altri), pur mantenendo, nel suono e nelle intenzioni un taglio modernissimo. Tonnellate di decibel, riff grintosissimi e assoli efficaci, si fondono alla perfezione con melodie uncinanti, che talvolta sfiorano l’appeal radiofonico, senza però mai sfociare nel banale o nel prevedibile.
La sezione ritmica pesta di brutto, è solida e quadrata, e innerva di potenza tutti i brani, e il lavoro George Lynch è da veterano del genere: forgia il tiro pesante di riff spaccatutto e dispensa assoli icastici e asciutti, senza mai sbrodolare e farsi prendere la mano. La forza della band, però, risiede soprattutto nella prestazione eccelsa di Dino Jelusik, giovane singer di origine croata, dotato di una voce impostata, potente e dall’estensione notevole, avvezzo al colpo di teatro e con un timbro polimorfo, ottimo sia sui bassi che sugli acuti.
Una sorta di via di mezzo fra Myles Kennedy e Ronnie James Dio, di cui, ad esempio, sembra un clone nell’iniziale Here Comes The King, lungo brano d’apertura che porta nel dna i cromosomi dell’hard/heavy di fine anni ’70 e inizio anni ’80. Il disco è vario e molto divertente, bello nella prima parte, addirittura ottimo nella seconda, in cui l’ispirazione del gruppo sembra levitare. Dirty Blues, canzone che originariamente avrebbe dovuto dare il titolo all’album, spinge di nuovo il piede sull’acceleratore, in un perfetto equilibrio tra classicismo e modernità. I Diseppear è un brano meno immediato, dallo sviluppo più complesso, con echi grunge e continui cambi tempo, The Dying è il momento più melodico del lotto e ben si sposa con la successiva Last Man Standing, il cui riff potente si schiude in un ritornello di facile presa, facendo pensare agli Alter Bridge.
Il passo rapidissimo di Siren Song introduce alla seconda parte del disco, che si apre con l’hard rock blues di The Voice Of a Soul, in cui alla consueta melodia acchiappona del ritornello si accosta un lungo assolo di Lynch, che sale in cattedra, regalando uno dei momenti più intensi della scaletta. La successiva Cold è un colpo al cuore, omaggio agli anni ’90 e al grunge, sottotraccia Alice In Chains e Soundgarden, rievocati da una disumana prestazione di Jelusic, nella cui voce sembra prendere forma il fantasma di Chris Cornell.
Ammicca al grunge anche la successiva Escalator To Purgatory, che inizia rock blues, digrigna immediatamente i denti con un riff assai cupo e si apre poi in un ritornello che sembra uscito dalla penna di Jerry Cantrell. Segue, Higher, altra perla, dallo sviluppo tutt’altro che lineare che si sviluppa in un sali scendi di melodia e potenza, che lascia storditi grazie all’ennesima prova di Jelusic. Chiudono il disco Grand Master, psichedelica e dagli echi indiani, e un alternative version di Higher (forse migliore di quella presente in scaletta), presente come bonus track.
Non è dato di sapere se quello dei Dirty Shirley sia un progetto stabile e destinato a durare, o solo un’uscita estemporanea messa in piedi dalla Frontiers; comunque sia, dischi come questo fanno bene a un genere che troppo spesso annaspa nella mediocrità e nell’ovvio. Consigliatissimo.

VOTO: 8





Blackswan, venerdì 07/02/2020