lunedì 26 luglio 2021

JON BATISTE - WE ARE (Universal Music, 2021)

 


Nonostante sedici anni di carriera alle spalle, Jon Batiste si è imposto all'attenzione del grande pubblico soprattutto lo scorso anno, avendo vinto il premio Oscar per la colonna sonora del film d'animazione Soul. La punta dell’icerberg, almeno per quanto riguarda la notorietà, di una discografia che ha prodotto autentici gioielli, quali Hollywood Africans del 2018 e Meditations with Cory Wong del 2020, solo per citare gli ultimi usciti.

C’era dunque molta attesa per il nuovo We Are, un disco che riconferma il talento straordinario del trentaquattrenne songwriter, cantante e pianista originario della Louisiana, musicista legato alle tradizioni più nobili della black music, capace però di rileggere il genere tenendo lo sguardo ben rivolto al presente. We Are, in tal senso, riveste nell’involucro di un suono moderno e scintillante una miscela di soul, r'n'b, hip hop, jazz, rock, gospel e pop, dentro la quale batte un cuore old style irrorato dal sangue blu della devozione filologica.

Il disco si apre con la lussureggiante title track, in cui compare il contributo del St. Augustine High School Marching 100 e Gospel Soul Children: un'affermazione identitaria e sonora positiva che suona come una boccata d'aria fresca, specialmente quando la prima parte funky della canzone sfocia in un outro bandistico e dai cromati accenti gospel. Un inizio fulminante, che racconta di un songwriting capace di scartare dall’ovvio e di arrangiamenti spiazzanti che rendono ogni singola canzone dell’album un mondo da scoprire.

Così il funky della successiva Tell The Truth suona al contempo modernissimo e antico: il groove travolgente, il tiro della batteria e della sezioni fiati, la voce roca di Batiste a evocare il fantasma di James Brown. E siamo solo all’inizio di un viaggio breve, ma che rapisce grazie a un fascino e a un carisma che solo pochi eletti possiedono.

Cry è un ballatone strappa mutande dal retrogusto malinconico, che fonde soul e rock in quattro minuti di assoluta perfezione. Roba da tenersi stretti ai braccioli del divano per non cedere al capogiro emotivo. I Need You è puro bop, rimbalzante e trainato da una melodia effervescente, in cui cantato rap, ritornello irresistibile e il call and response, a evocare la tradizione gospel, creano un unicum che stordisce. Whatchutalkinbout, con Batiste che rappa come un califfo è divertimento allo stato puro (qualcuno ha detto Outkast?), Boy Hood (con PJ Morton e Trombone Shorty) parla alle nuove generazioni con un caldo abbraccio fra hip hop e soul, Adulthood (presente la Hot 8 Brass Band ) è una caramella miele e liquerizia che accarezza il palato, Show Me The Way, con il featuring della scrittrice Zadie Smith, apre una finestra con vista su un pop soul acchiappone che non avrebbe sfigurato in un disco degli Style Council. E potremmo continuare senza sosta a raccontare tutta una scaletta che non ha un punto debole, ma possiede un armamentario emotivo e un’intrigante intelligenza che lascia a bocca aperta per la sorpresa ad ogni singola nota.

We Are è un album stellare, capace di fondere un ricco bagaglio tradizionale a sonorità modernissime, dimostrando che Batiste conosce a menadito gospel classico, soul, jazz e funk, tanto quanto il pop e l'hip-hop degli ultimi due decenni. Un livello di semplicità disarmante, poi, e un sublime genio tecnico trasformano We Are in un disco che dovrebbe essere ammirato sia per la sua musicalità e l'intricato songwriting che per la capacità di adattarsi perfettamente alla musica contemporanea di oggi, a dimostrazione che Batiste è impareggiabile nella sua creatività, che lo rende artista senza tempo, anello di congiunzione fra epoche e sensibilità diverse. La stessa classe di Kendrick Lamar, Black Pumas, Fantastic Negrito e Gary Clark Jr., con una marcia in più. Capolavoro.

VOTO: 9 




Blackswan, lunedì 26/07/2021

venerdì 23 luglio 2021

JOHN SMITH - THE FRAY (Commoner Records/Thirty Tigers, 2021)

 


Nato e cresciuto in Gran Bretagna, John Smith è ormai un artista apprezzato a livello internazionale, grazie a sei dischi che hanno avuto ottimi riscontri di pubblico e critica, e grazie, soprattutto, ha una serie di collaborazioni di prim'ordine, che l'hanno visto suonare al fianco di musicisti del calibro, tanto per citarne qualcuno, di Joan Baez, Jackson Browne, David Gray e Tom Jones.

Questo nuovo, e settimo full length, che è stato prodotto dallo stesso autore insieme a Sam Lakerman presso i Real World Studio di Peter Gabriel e che vede la collaborazione del pianista Jason Rebello (Sting, John Mayer), del bassista Ben Nicholls (Seth Lakeman, Nadine Shah), del batterista Jay Sikora (Paolo Nutini) e di Jessica Staveley-Taylor dei The Staves, è stato scritto e concepito durante il periodo del lockdown e risente per buona parte delle sensazioni di incertezza e di angoscia di quel lungo periodo di sofferenza.

Eppure, la musica di Smith, pur riflettendo lo smarrimento di quei giorni bui, riesce comunque a mantenere una dolcezza e un ottimismo di fondo che portano lenimento a tante anime ferite. Il suo folk screziato di pop, il suo tocco alla chitarra tanto tecnico quanto suadente, il suo timbro vocale costantemente aggraziato, seducente e caldo, raggiungono con facilità il cuore e l'anima di chi ascolta, lasciando addosso una piacevole sensazione di tenerezza.

Canzoni sulla perdita e il disagio, ma anche canzoni che parlano di speranza e amore, con semplicità, convinzione e autenticità. Dodici quadretti avvolti da cura artigianale, intimi e delicati, compongono una scaletta che sembra stringere l'ascoltatore in un abbraccio rassicurate, come a proteggerlo da tutto il dolore che lo ha circondato durante la brutale pandemia.

A dar man forte a Smith, tanti ospiti che arricchiscono di bellezza e sensibilità una proposta musicale di grande intensità: Eye To Eye con Sarah Jarosz è stato il secondo singolo pubblicato, Star-Crossed Lovers con Lisa Hannigan è a dir poco favolosa, ma ci sono anche la title track, che vede la presenza dei The Milk Carton Kids, e The Best Of Me che gode della performance al contrabbasso del leggendario Bill Frisell. Gemme tra le gemme di un disco che sarebbe un vero peccato lasciarsi sfuggire.
 
 

 
 
Blackswan, venerdì 23/07/2021

giovedì 22 luglio 2021

JOE BONAMASSA - NOW SERVING ROYAL TEA LIVE FROM THE RYMAN

 


Esiste al mondo musicista più prolifico di Joe Bonamassa? La domanda, per quelli che seguono e conoscono il chitarrista di New Hartford, è ovviamente oziosa, e la risposta è uno scontato: no. Basta dare una rapida occhiata su wikipedia per rendersi conto delle innumerevoli pubblicazioni rilasciate dal musicista americano negli ultimi anni, con la particolarità, peraltro, che i dischi dal vivo superano in numero quelli in studio. Tanta carne al fuoco, però quasi sempre cotta a puntino: la qualità è mediamente alta, anche perchè Bonamassa, ogni volta, s’inventa qualcosa di nuovo, e, pur mantenendo una chiara linea artistica e un suono che è un marchio di fabbrica, cerca sempre di spostare il baricentro della narrazione per rendere più variopinto il proprio mondo. 

Questo nuovo Now Serving Royal Tea Live From The Ryman vede il chitarrista alle prese con il materiale di Royal Tea poco prima che il disco fosse pubblicato. Si tratta, dunque, di un live, suonato nella storica location del Ryman di Nashville in totale assenza di pubblico, dal momento che il concerto, trasmesso in streaming, ha avuto luogo il 20 settembre del 2020, in piena pandemia. Ciò nonostante, e nonostante anche l’infortunio del batterista Anton Fig (frattura della caviglia), sostituito per l’occasione da Greg Morrow, Joe e la sua band non si risparmiano e danno vita a un’esecuzione vibrante e coinvolgente, proprio come si trovassero di fronte a un auditorium traboccante di folla. Per la performance al Ryman, sono state selezionate nove canzoni tratte da Royal Tea e tre canzoni da A New Day Yesterday, l’album d’esordio del chitarrista, che nel 2020 festeggiava vent’anni dalla pubblicazione.

Come abbiamo detto, il solito batterista Anton Fig si è perso lo spettacolo, ma la band composta dall’immenso Reese Wynans (tastiere), Michael Rhodes (basso), Greg Morrow (batteria), Rob McNelly (chitarre), Jade MacRae (voce), Danielle De Andrea (voce) e Jimmy Hall (arpa/voce) ha offerto una spettacolo impeccabile.

Già, perché con una band così al proprio fianco, a Bonamassa basterebbe inserire il pilota automatico per portare a casa un grande risultato. Invece, come al solito, il chitarrista mette al servizio del pubblico tanta grinta e una tecnica a dir poco mostruosa. I brani, anche quelli più complessi, come When One Door Opens, Why Does It Take So Long To Say Goodbye e Beyond The Silence, vengono eseguiti con una perfezione estrema che può persino confondere un ascoltatore ignaro che si tratti di un'esibizione dal vivo. Tecnica, si, ma anche tanto cuore: Royal Tea è un disco pervaso da un’energia talvolta traboccante, la stessa che si respira in questa esibizione, che si abbatte sugli ascoltatori con la potenza di un fiume in piena.

Insomma, lo si potrà anche attaccare per l’eccessiva prolificità, ma alla fine Bonamassa ha quasi sempre ragione lui: tanti dischi, certo, ma anche un guizzo, un’idea, una novità che rende ogni uscita appetibile non solo ai fan, ma a tutti quelli che amano il rock blues e la chitarra elettrica. Senza ovviamente dimenticare la notevole caratura tecnica e la grande passione che Joe mette in tutto quello che fa. Promosso a pieni voti anche questa volta.

VOTO: 8

 


 


Blackswan, giovedì 22/07/2021

mercoledì 21 luglio 2021

PREVIEW

 


Joan Wasser aka JOAN AS POLICE WOMAN ritorna sulle scene con il nuovo singolo “Take Me To Your Leader”, una chiamata alle armi da parte di una musicista unica e incredibilmente talentuosa.

“Take Me To Your Leader” è la prima anticipazione dell’album The Solution Is Restless, scritto e registrato insieme a Dave Okumu dei The Invisible e al leggendario batterista Tony Allen poco prima che venisse a mancare.  

Sull’album, Joan racconta: “Damon Albarn mi ha presentato Tony Allen, la leggenda dell’Afrobeat, nel marzo 2019 in occasione dell’evento di Africa Express “The Circus” e abbiamo legato subito. Io e Tony abbiamo suonato una nostra versione di “I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free” di Nina Simone e abbiamo deciso di registrare insieme. Poi ho chiesto a Dave Okumu, grande musicista e mio vecchio amico, di unirsi a noi da Londra e abbiamo passato una serata del novembre di quell’anno a improvvisare in uno studio parigino.

Quando il mondo si è fermato, ho ripreso quelle registrazioni per dar vita a un album intitolato The Solution Is Restless. Il primo singolo “Take Me To Your Leader” è il brano più furioso e provocatorio fra tutti. L’ho scritto mentre guardavo Jacina Ardern, Primo Ministro della Nuova Zelanda, affrontare il 2020. Nel mio mondo ideale, gli Stati Uniti avrebbero richiesto un incontro con lei per capire come governare al meglio il Paese. ‘Take me to your leader/ cause Im ready to play/ cant hold my breath any longer/ word on the street is shes a healer/ Im know Im down to obey/ and dont we need a break in the chaos’”.

Il video è stato creato con le immagini della fantastica fotografa di strada Chloe Pang (@chloecpang), post-prodotto da Shimmy Boyle e diretto da Katherine Helen Fisher di Safety Third Productions. Sul suo lavoro, Chloe rivela: “il mio intento è quello di incoraggiare le persone a focalizzarsi sui piccoli momenti, quelli più intimi e genuini”. Qui abbiamo cercare di enfatizzare i legami, e pensiamo che il risultato finale possa essere un ottimo punto di partenza per una riflessione sui rapporti umani in questo preciso momento. 

In quest’anno così particolare che ci ha costretti a rallentare o addirittura a fermarci, Joan ha continuato a scrivere e pubblicare musica. Ha collaborato con Damon Albarn nel nuovo album dei Gorillaz Song Machine, pubblicato il suo secondo album di cover Cover Two e il suo primo live album, intitolato appunto Live, ed è anche apparsa sull’album di Afel Bocoum Lindé.

Tony Allen è stato il batterista e direttore musicale di Africa ’70, la band di Fela Kuti, dal 1968 al 1979, nonché uno dei co-fondatori del genere Afrobeat. Fela una volta ha detto che “senza Tony Allen, l’Afrobeat non sarebbe esistito” e Brian Eno lo ha descritto come “forse il più grande batterista di tutti i tempi”. Oltre ai molteplici traguardi raggiunti e alle numerosissime collaborazioni, negli ultimi anni Tony Allen si era unito a Damon Albarn, Paul Simonon e Simon Tong formando i The Good, The Bad & The Queen.

Dave Okumu è meglio noto come il frontman della band The Invisible premiata ai Mercury Prize e ultimamente ha anche annunciato l’album solista Knopperz in arrivo a settembre.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 21/07/2021

martedì 20 luglio 2021

AMERICAN SKIN (41 Shots) - BRUCE SPRINGSTEEN (COLUMBIA RECORDS, 2001)

 


41 colpi di pistola rimbombano nella notte. Esattamente 41, non uno di più, non uno di meno. E’ il 4 febbraio del 1999. Ahmed Amadou Diallo ha 22 anni, è immigrato dalla Guinea a New York per motivi di studio e si mantiene facendo il venditore ambulante: commercia in cappelli, guanti e altre cianfrusaglie. Sono le 23.30, quando rientra nel suo appartamento al 1157 di Wheeler Avenue nel Bronx, dopo una massacrante giornata di lavoro. I suoi coinquilini sono andati a dormire.

Diallo ha fame e in frigorifero non c’è nulla. Decide, allora, di uscire a comprare qualcosa da mettere sotto i denti. Sotto la sua abitazione, quattro poliziotti del NYPD - Sezione Crimini Stradali stanno facendo dei controlli di routine. Si chiamano Edward McMellon, Sean Carroll, Kenneth Boss e Richard Murphy. Stanno cercando un presunto stupratore, che pare sia stato avvistato nei paraggi. Diallo è appena uscito dal suo portone, quando i poliziotti gli intimano l’alt: è nero e somiglia incredibilmente all’identikit del ricercato.

Le forze dell’ordine puntano le pistole e urlano al ragazzo di esibire i propri documenti. Ahmed infila una mano in tasca. In pochi secondi, vengono esplosi 41 colpi di pistola, non uno di più non uno di meno. Sono diciannove i proiettili colpiscono Diallo, che muore all’istante, mentre gli altri crivellano il muro, l’ingresso del palazzo e danneggiano il salotto dell’appartamento a piano terra. Sul marciapiede, vicino al corpo martoriato di colpi, in una pozza di sangue, viene rinvenuto un portafoglio. Contiene i documenti che Diallo voleva esibire e che invece i poliziotti avevano scambiato per un’arma.

Il 25 febbraio del 2000, dopo svariati processi, tutti e quattro gli agenti incriminati vengono prosciolti da ogni accusa. Secondo i giudici si è trattato di una tragica fatalità. Bisogna aspettare due anni, e finalmente, nel 2002, i familiari di Diallo vengono risarciti in sede civile, mentre la Sezione Crimini Stradali della Polizia di New York fu soppressa.

Un vicenda terribile, che mette in discussione i valori fondamentali a cui è ispirata la democrazia americana. E’ questo quello che pensa Bruce Springsteen, che rimane tanto scioccato dalla triste vicenda di Diallo, da volerne scrivere una canzone.

Così, quasi nell’immediatezza dei fatti, il Boss compone American Skin (41 Shots), dolente tributo allo sfortunato ragazzo e atto d’accusa nei confronti della brutalità della polizia.

Le struggenti noti di tastiera accompagnano un testo che richiama esplicitamente i fatti (E’ una pistola, è un coltello, è un portafoglio? Questa è la tua vita, Non è un segreto, nessun segreto, amico mio. Puoi essere ucciso solo perché vivi nella tua pelle americana) e quelle due parole, 41 shots, ripetute all’infinito come un doloroso mantra, attirarono contro Springsteen l’ira dei Repubblicani, del dipartimento di Polizia e dell’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che ebbe a dichiarare, testuali parole: “C'è ancora gente che sta cercando di creare l'impressione che gli agenti di polizia siano colpevoli".

La canzone venne inizialmente suonata solo dal vivo, prima di trovar posto in Live In New York City del 2001 e poi in High Hopes (2013) in una definitiva versione in studio.

 


 

 

Blackswan, martedì 20/07/2021