mercoledì 29 giugno 2022

CUM ON FEEL THE NOIZE - QUIET RIOT (Pasha, 1983)

 


La storia discografica dei losangelini Quiet Riot inizia nel 1978, con due album omonimi, pubblicati a un anno di distanza l’uno dall’altro, che ottennero un ottimo riscontro in Giappone, ma senza una vera e propria hit che permettesse loro di agganciare il mercato statunitense ed europeo. Il successo, quello rotondo e appagante, arrivò solo nel 1983 con la pubblicazione del best seller Metal Health, il primo album heavy metal della storia ad aggiudicarsi la posizione più alta di Billboard, con oltre sei milioni di copie vendute.

Merito dell’exploit è dovuto soprattutto a Cum On Feel The Noize, cover di un grande successo dei britannici Slade, pubblicato dieci anni prima, nel 1973. Un brano glam rock, potente e innodico, dai colori sgargianti e dall’impatto energico devastante, che valse alla band anglosassone la prima piazza delle classifiche inglesi, raggiunta la settimana stessa della pubblicazione (cosa che non succedeva dai tempi, era il 1969, di Get Back dei Beatles).

Dal momento che le grandi canzoni sono in grado di attraversare il tempo senza mai perdere un briciolo della loro originale bellezza, la cover di Cum On Feel The Noize realizzata dai Quiet Riot riuscì a scalare le classifiche americane fino al quinto posto, nonostante i Quiet Riot fecero di tutto per non farla pubblicare.

Già, perché la band capitanata da Kevin DuBrow e Carlos Cavazo, quella canzone, non voleva proprio registrarla. Era stato, infatti, il produttore della band, Spencer Proffer, a spingere affinchè la cover del brano entrasse in scaletta, generando parecchi malumori da parte del gruppo, che voleva registrare solo canzoni originali. La cosa incredibile era che più il produttore insisteva, più i quattro ragazzi cercavano di prendere tempo. Quello gli chiedeva: “Allora, è pronta Cum On Feel The Noize, possiamo registrarla?”, e quelli, di rimando: “Sta venendo una favola, ci siamo quasi, manca davvero poco!”. In realtà, i Quiet Riot stavano cercando di sabotare l’idea di Proffer, sperando che tergiversando, il produttore si sarebbe arreso o dimenticato della canzone.

Alla fine, però, non fu più possibile procrastinare. La band entrò in studio scazzatissima, dicendo all’ingegnere del suono che quella registrazione sarebbe stata solo uno scherzo, nulla che bisognasse davvero prendere sul serio. Insomma, una cosa del tipo: “Registra, che ci facciamo due risate”. Quando il nastro partì, fu il batterista Frankie Banali a iniziare tenendo il ritmo, a cui si unirono il basso e la chitarra, mentre DuBrow se ne stava in disparte a ridacchiare, pensando a un clamoroso disastro. Ma disastro non fu, tanto che Proffer esclamò: “E’ fantastica! Peccato non averla registrata!”. Il nastro della registrazione, invece, c’era, cosa che fece imbestialire DuBrow, che fu quindi costretto a registrarvi sopra le parti vocali.

A prescindere dalla diversità di suono, le due versioni non combaciano completamente: i Quiet Riot, infatti, aggiunsero l’introduzione di batteria, che nell’originale manca, e siccome conoscevano poco il brano, omisero una strofa e un ritornello.

Anni dopo, Frankie Banali, intervistato, riconobbe la lungimiranza di Proffer, ammettendo che il produttore aveva fatto bene a inserire in scaletta quella canzone, che rappresentava la certezza in un songbook ancora tutto da scoprire di una giovane band alle prime arti: “La realtà è che, se non avessimo fatto quella canzone, probabilmente, in questo momento, stareste intervistando il batterista di un'altra band.”

Attenzione: se cercate su internet la canzone con il suo titolo originale, ben difficilmente la troverete. La parola ”cum”, che nel linguaggio comune indica lo sperma, è stata, infatti, sostituita con la più accomodante “come”.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 29/06/2022

lunedì 27 giugno 2022

THE AMERICANS - STAND TRUE (Loose Music, 2022)

 


Ci eravamo quasi dimenticati dell’esistenza degli Americans, dal momento che dal loro convincente album d’esordio, I’ll Be Yours, sono trascorsi la bellezza di cinque anni. La band con sede a Los Angeles, composta dal frontman Patrick Ferris, dal chitarrista Zac Sokolow, dal bassista Jake Faulkner e dal batterista Tim Carr, torna alla ribalta con questo Stand True, un disco che dal punto di vista stilistico concede meno varietà del suo predecessore, ma che, per converso, ha il merito di affinare ulteriormente il loro suono, segnato da roots rock, country, americana, e da riferimenti classicissimi che vanno da John Mellencamp ai Drive By Truckers. In scaletta, undici solide canzoni, in riuscito connubio fra acustico ed elettrico, che parlano con passione di amore, tradimenti e perdite dolorose.

L'album si apre con la splendida title track, che prende il via con un godurioso fingerpicking in stile country, spostando presto gli accenti verso atmosfere bluesy, attraversate da scosse elettriche ed eccitate da un sontuoso assolo finale, tanto travolgente quanto ruvido. La band gira a mille, in palla e china sugli strumenti, facendo da contorno alla voce virile e appassionata di Patrick Ferris. Le oscillazioni vocali di Born With A Broken Heart, spalleggiate dalla potenza delle chitarre, danno vita a un viaggio emotivo tempestoso, che sembra uscito da un suggestivo incontro fra i Counting Crows e un Chris Isaak in overdose da testosterone.

Le struggenti storie d'amore di Isaak, opportunamente rivisitate con maggior spavalderia, tornano in mente nella grintosa Romeo (in cui si possono cogliere anche echi dei Dire Straits) e nel deliquio traboccante di sincero sentimento di What I Would Do, ballatona venata di soul, in cui Ferris si esibisce in una prova vocale di grande intensità. Il livello di scrittura, nonostante qualche momento più prevedibile, resta per tutta la durata del disco a un livello davvero notevole, come testimoniano la conclusiva Here With You, altro brano cantato con il cuore in mano e carico di emozioni, che sembrerebbe trattare la rabbia e il dolore che si prova a perdere qualcuno a causa della demenza, e nella dinoccolata Farewell, ballata in quota Dylan, che parla di un lutto e del disperato dolore per la morte di una persona cara, che ha sofferto tanto (“Sono felice che sia finalmente finita, Almeno lei è in un posto migliore”).

Se il fingerpicking di Guest Of Honor è un evidente richiamo alle canzoni più acustiche del loro primo album, l’emozionante Give Way, con le sue chitarre grintose, richiama la forza espressiva dei Creedence, mentre la scorticata Sore Bones è un tripudio di elettricità, che scuote con potenza le casse dello stereo. Resta da citare la ruvida cavalcata soul rock di The Day I Let You Down, evidente omaggio a The Band e uno dei momenti più alti di un disco profondamente americano e straordinariamente intenso. Da non perdere.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, lunedì 27/06/2022

venerdì 24 giugno 2022

BRUNHILDE - 27 (CMM, 2022)

 


Giunti al quarto album in studio, dopo sette anni di carriera, i tedeschi Brunhilde tornano sulle scene con l’ambizioso 27, un concept album dedicato al leggendario Club dei 27, espressione giornalistica che si riferisce a un gruppo di artisti, in prevalenza cantanti, morti tutti all’età di ventisette anni, e di cui fanno parte figure iconiche come Brian Jones, Amy Winehouse, Kurt Cobain, Jim Morrison, Janis Joplin e Jimi hendrix, solo per citare i più famosi.

Ad aprire il disco, come a rimarcare l’omogeneità del progetto, sono le note sinistre di "Excerpts From Psalm 27", in cui una voce recitante declama i versetti del salmo biblico (il tema viene ripreso anche alla fine nell’altrettanto inquietante "The Book Of Revelation") dedicato al Trionfo della Fede (Il Signore è mia luce e mia salvezza). Un’intro dagli accenti orrorifici, che anticipa una scaletta assolutamente in linea con quelle che sono le consuete forme espressive della band: un aggressivo punk rock, in bilico tra derive metal e aperture radiofoniche, che consente di paragonare i Brumhilde ai primi Skunk Anansie e ai conterranei Guano Apes, due gruppi anch’essi guidati da figure femminili carismatiche come la vocalist Caro Loy, voce ruggente e bellezza luciferina.

Niente di nuovo sul fronte occidentale, per un disco prevedibile, a volte fin troppo, ma con alcuni momenti davvero riusciti. L’iniziale "Son Of A Gun" è una derapata di dinamico groove metal, che picchia duro e senza compromessi, a differenza della successiva e più debole "The Winner Takes It All", che inizia evocando i Korn, per poi perdersi in linee melodiche decisamente addomesticate.

Il brano nigliore del lotto è "Girl With 1000 Scars", rabbiosa e inquietante, con una notevole performance della Loy, a vestire i panni di una novella Nina Hagen. Un piglio punk metal, ribadito anche nell’oscura "Apartament 213" o nell’adrenalinica "SNAFU", due dei brani più riusciti di un disco, che trova momenti ispirati nelle aggressive linee sonore forgiate dalla chitarra di Kurt Bauereiss (il fulmicotone di "Eye For An Eye And Tit For Tat"), mentre altrove perde un po' di mordente, come in "Are The Kids All Rights?", brano dall’incedere monocorde, il cui ritornello, molto melodico, fa pensare a dei Cranberries in armatura metal.

Chiudono la scaletta, oltre alla citata "The Book Of Revelation", due cover, "The End" dei Doors, in una riuscita e spettrale versione per piano e voce, e una "House Of The Rising Sun" dal tiro heavy punk, il cui unico difetto è quello di essere un brano tanto inflazionato, da far provare quasi fastidio a riascoltarlo per l’ennesima volta.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, venerdì 24/06/2022

giovedì 23 giugno 2022

HEAT OF THE MOMENT - ASIA (Geffen, 1982)

 


Gli Asia, uno dei supergruppi più tecnici di sempre: John Wetton (King Crimson e UK) al basso e alla voce, Carl Palmer (ELP) alla batteria, Steve Howe (Yes) alla chitarra e Goeff Downes (Yes e Buggles) alle tastiere. Una line up da urlo, la prima di tante, composta da musicisti tutti provenienti dal progressive, che decidono di affittare una sorta di casa delle vacanze, per essere liberi di dedicarsi a brani pop da classifica (senza, tuttavia, almeno in alcuni casi, dimenticare la complessità espositiva ereditata dalle rispettive band di provenienza).

L’omonimo esordio, datato 1982, resta, a tutt’oggi, il loro album migliore e anche quello più venduto, guadagnandosi, le settimane dopo l’uscita sul mercato, la prima piazza in diversi paesi. A trainare l’album il primo singolo, "Heat of the Moment", che rimane la loro canzone più famosa e raggiunse, negli Stati Uniti, la posizione numero 4 di Billboard Hot 100.

Il brano fu scritto da Wetton e Downes su impulso del bassista che, attraverso le liriche, intendeva chiedere scusa a Jill, la ragazza con cui stava (e che poi sposò) per averla trattata male (i primi versi, infatti, recitano: “I never meant to be so bad to you”). ”Heat Of The Moment”, che era stata concepita inizialmente come un brano dal sapore country, alla fine delle registrazioni, si trasformò in un energico e pompato brano pop rock, che descrive un'intensa relazione tra una giovane coppia che s’interroga su cosa accadrà quando entrambi invecchieranno.

Insomma, Wetton si cosparse il capo di cenere per cercare di riconquistare l’affetto dell’amata e per riuscirci, mise da parte l’orgoglio e gli atteggiamenti da rockstar, e aprì il suo cuore, mettendo a nudo l’anima. L’intenzione di Wetton, pur adottando canoni espressivi diversi, era quella di ispirarsi al cantautorato di Joni Mitchell, di cui era un fan sfegatato, e di scrivere, quindi, in prima persona, per sottolineare l’emotività della composizione. Esattamente, come aveva sempre fatto la cantautrice canadese.

I primi accordi del brano, furono composti da John Wetton l’anno prima della pubblicazione, quando si trovava in studio con i Wishbone Ash, per registrare “Number The Brave”. Quella traccia, poi, venne ampliata da Wetton e Downes in un solo pomeriggio e fu anche l’ultima canzone ad essere registrata dagli Asia, nonostante sia poi stata pubblicata come primo singolo.

Un’ultima curiosità legata al brano. “Heat Of The Moment” compare nella colonna sonora del film “40 Anni Vergine”, una leggera e spassosissima commedia diretta da Judd Apatow. Il personaggio principale del film (interpretato da Steve Carell) ha un poster di Asia appeso al muro della propria camera, circostanza, questa, che ironicamente aiuta a spiegare perché è ancora vergine a 40 anni. Wetton, che si disse entusiasta del film, trovò la cosa molto divertente, e affermò di essersi sbellicato dalle risate per la sequenza in cui Paul Rudd e Seth Rogen accusano Carell di essere gay, proprio a causa di quel poster.

 


 

 

Blackswan, giovedì 23/06/2022

martedì 21 giugno 2022

HARRY STYLES - HARRY'S HOUSE (Columbia, 2022)

 


Harry Styles ha iniziato la sua carriera musicale abbastanza presto, facendo un provino per X Factor nel 2010 e venendo ingaggiato, poi, da Simon Cowell per formare i One Direction con Niall Horan, Liam Payne, Louis Tomlinson e Zayn Malik. I One Direction si sono separati nel 2016, un anno dopo che Malik se ne era andato per dare inizio alla propria carriera da solista. Tutti i membri della boyband, a quel punto, hanno iniziato percorsi alternativi con vari gradi di successo, ma quella di Styles è stata di gran lunga la svolta più esplosiva, essendosi guadagnato, in poco tempo, due Brit Awards, un Grammy, un Ivor Novello Award e un American Music Award. 

Nella sua vita post-1D, Styles è diventato anche una sorta di musa creativa per i registi: Christopher Nolan ha detto che gli piaceva il suo "volto vecchio stile" e gli ha dato un ruolo in Dunkirk. A settembre, poi, Styles reciterà nel film giallo Don't Worry Darling, diretto da Olivia Wilde, che peraltro è anche la sua fidanzata. Un’immagine da star a tutto tondo, quindi, ma dai contorni gentili, avvalorata anche da una forte consapevolezza e da una mentalità aperta, grazie alla quale Styles si è schierato spesso su temi sociali di peso, attirando plausi da parte dell’opinione pubblica.

Con questo nuovo disco, lo stile dell’ex 1D si fa ancora più sciolto e creativamente flessibile, guarda al classic pop degli anni ’70 e al suono sintetico anni ’80, ma senza mai snaturare se stesso. Harry's House è, quindi, riccamente strutturato, deliziosamente sensuale, attinge da più generi senza sembrare derivativo e offre uno sguardo più vivido sulla personalità di Styles, di quanto non avessimo mai avuto prima.

In scaletta, ci sono, ad esempio, molteplici riferimenti al cibo, che Styles ama usare in relazione all'amore e al sesso. Nell'apertura dell'album, la fresca e funky "Music For A Sushi Restaurant,” Styles giustappone la lussuria sessuale a morsi gustosi: “Occhi verdi, riso fritto/ Potrei cucinarti un uovo/ A tarda notte, tempo di gioco/ Caffè sul fornello sì/ Sei un gelato dolce”.  Harry è affamato (di vita), riempie la sua casa di vino rosso ("Succo d'uva" in “Grapejuice”), cibi gustosi per la colazione ("Sciroppo d'acero, caffè, frittelle per due” in "Keep Driving"), ancora vino rosso e "una ginger ale" in "Little Freak" e "tè e toast" in "Matilda". C’è una profonda carnalità e un esuberante sensualità in questo continuo ammiccare ai piaceri della tavola, che permea quasi tutte le canzoni del disco.

Ma l'aspetto più straordinario di Harry's House è il suo stare in bilico tra coloratissima estroversione e un mood talvolta più famigliare e intimo. "Late Night Talking" possiede un vivace tiro indie-pop, le cui vibrazioni sembrano evocare Prince, il singolo principale "As It Was", è un ottimo esempio dell'ampiezza espressiva e del calore dell'album, una bomba melodica innescata da un giro di synth che ricorda "Take On Me" degli Ah-a, così come “Cinema”, dolce omaggio alla fidanzata Olivia Wilde, possiede un’armoniosa ossatura funky.

Altrove, invece, Styles ci colloca nell'ambiente rilassante di un giardino all'aperto, come, in "Grapejuice", che possiede il tocco vintage del crepitio di un vinile e parla di come sconfiggere l’ansia, dedicandosi a una deliziosa bottiglia di vino. Si ha l'impressione che questi morbidi momenti bucolici rispecchino un uomo che si avvicina ai trent’anni e che potrebbe optare definitivamente per un suono più intimo, come avviene nell’indie folk di “Little Freak” o nella splendida “Matilda”, meditabonda ballata soft pop dal cuore in mano.

Musicalmente, Harry's House è, quindi, il disco più ricco che abbia mai realizzato. Alcuni diranno che la casa di Harry contiene più mestiere che sostanza. Questa è una valutazione giusta solo in parte. E’ evidente che Styles sappia maneggiare il mainstream con intelligenza, puntando ovviamente al bersaglio grosso, che è quello di conquistare i piani alti delle classifiche. Ma in questo disco ci sono anche idee brillanti, arrangiamenti intriganti e momenti melodici decisamente irresistibili, e quasi mai banali. Per continuare con la metafora dell’appartamento, si può affermare che il ventottenne ragazzo di Redditch ha avuto gusto, evitando di riutilizzare il set di mobili abbinati, che mamma e papà hanno ricevuto come regali di nozze, e seguendo la tendenza del momento, ha utilizzato pezzi dai colori diversi e di diverse epoche. Una scelta che è l'equivalente sonoro di ciò che Styles ha fatto con Harry's House: l’amore di lunga data di Styles per le ere pop/rock classiche domina ancora, ma dopo tre album, l'ex One Direction è davvero diventato un raffinato designer con una visione variegata, fascinosamente retrò e al contempo inaspettatamente moderna. Se vi presenterete alla porta per un saluto, ne resterete affascinati.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, martedì 21/06/2022