venerdì 27 ottobre 2023

ARTURO PEREZ - REVERT - LINEA DI FUOCO (Rizzoli, 2023)

 


È la notte tra il 24 e il 25 luglio 1938 e sta per cominciare la battaglia dell’Ebro, la più sanguinosa mai combattuta in terra spagnola. L’XI Brigata Mista dell’esercito repubblicano attraversa il fiume per stabilire una testa di ponte a Castellets del Segre; nei pressi del paese, mezzo battaglione di fanteria, un tabor marocchino e una compagnia della Legione Straniera difendono la zona. Sono uomini e donne, in larga parte giovanissimi, che per fare i soldati hanno messo in pausa la vita. Come Patricia Monzón, addetta al reparto trasmissioni, che tra una spola e l’altra per sistemare telefoni incontra una carezza d’amore; come Ginés Gorguel, falegname di Albacete, che si rolla una sigaretta e intanto medita di passare al nemico; come il sottotenente Santiago Pardeiro Tojo, vent’anni appena, ex studente di Ingegneria Navale, che prima della sparatoria fa l’occhiolino ai suoi uomini per mascherare la paura. Combinando magistralmente finzione e dati storici, Arturo Pérez-Reverte ci porta tra i valorosi che affrontarono quei giorni: un unico, ininterrotto movimento di camera tra i due fronti che di volta in volta inquadra smarrimenti e sorrisi, obbedienze e ostinazioni ideologiche, l’odore immobile della morte e addirittura il miracolo di una vita che viene al mondo.

 

La battaglia dell’Ebro è il momento decisivo della guerra civile spagnola, dieci terribili e sanguinosi giorni in cui l’esercito di Franco sopraffà quello repubblicano, ponendo fine di fatto alle ostilità, che continueranno fino ad aprile dell’anno successivo, a destini già decisi. Da un lato, l’esercito spagnolo (male addestrato e composto in parte da adolescenti) e le Brigate Internazionali, una compagine, questa, invisa allo stalinismo, e sciolta poco dopo quella terribile battaglia; dall’altro, le truppe franchiste, il Bando Nacional, la Falange e i Requetes carlisti, bene equipaggiati, più motivati e militarmente più strutturati.

Arturo Perez – Revert, nato a Cartagena nel 1951, romanziere con un passato di inviato di guerra (Cipro, Falkland, Golfo e Croazia), non si limita a raccontare, romanzandolo, quel cruciale evento storico, ma porta il lettore sul campo di battaglia, dentro le trincee, sulla linea del fuoco, in un dinamismo brutale che non risparmia nessuna atrocità. Chi legge è, infatti, catapultato nell’inferno della guerra, combatte fianco a fianco con una gioventù il cui destino, spesso, molto spesso, è inesorabilmente segnato, guarda, con occhi sempre più smarriti, il sangue che scorre, respira l’odore della polvere da sparo, della morte e della putrefazione, e sente, soprattutto, grazie al continuo uso dell’onomatopea, il terrorizzante sibilo delle pallottole, il fragore delle granate, il crepitare delle mitragliatrici.

E’ un urlo di dolore ininterrotto, una Guernica in lettere, quella che mette in scena Perez-Revert, il quale, con la sua prosa ricca, classica, quasi cinematografica, racconta, tessendo con abilità una trama densa di colpi di scena, mentre con il suo sguardo obbiettivo e cinico da corrispondente di guerra rappresenta, esponendola nella sua dura realtà, la crudeltà, l’efferatezza, il furore e la follia di una guerra tra fratelli, spogliandola di ogni habitus romantico e ideologico (“E’ il brutto di queste guerre. Che senti il nemico chiamare la madre nella tua stessa lingua”).

L’originalità del romanzo, il suo plus emotivo, consiste nel fatto che il romanziere spagnolo non sta su una sola barricata, ma si muove da una parte all’altra della stessa, infilandosi alternativamente la divisa del franchista e del repubblicano, cercando di comprenderne le rispettive ragioni, senza giudicare, senza alcun didascalismo morale. Figli della stessa nazione, al di là della posizione politica (in molti, veramente sfumata, se non inesistente) fascisti e comunisti possiedono la stessa anima, lo stesso sangue, la stessa paura, lo stesso odore, hanno tutti famiglie, fidanzate e amici a cui tornare, sogni e desideri, e speranze di vita, che la morte cancellerà con un colpo di mortaio, o una pallottola vagante. Non solo militari, ma essere umani tout court, capaci di atrocità, certo, ma anche di indicibili atti di coraggio e toccanti atti di umanità.

Così, tra il clangore delle baionette, sotto il frastuono delle bombe, nel chiasso assordante delle bestemmie, delle urla di dolore, degli slogan reiterati come un mantra (“Arriba Espana!”, che il sottotenente Pardeiro urla un’ultima volta, con voice roca, dopo averlo gridato per dieci giorni di fila), tutto è possibile: una vita che viene alla luce, una tregua inaspettata, un amore senza speranza che nasce fra le trincee, e due vite risparmiate, in un toccante e illuminante finale.

Quando Perez- Revert si schiera, lo fa solo, e questa volta, si, apertamente, contro il fanatismo ideologico e l’insensatezza della guerra. Ecco, allora, emergere, nel convulso succedersi degli avvenimenti, due anime agli antipodi ma accomunate dal dubbio, il capitano Bascunana, malinconico ufficiale repubblicano, che crede nella democrazia, ma non negli insulsi dictat di chi lo comanda, e il codardo Gines Gorguel, che cerca una via di fuga dalla battaglia, senza trovarne mai una.

Linea di fuoco, lo dico senza giri di parole, è un capolavoro, uno di quei libri che resteranno nella memoria del lettore per parecchio tempo, dopo aver chiuso l’ultima pagina. Un romanzo in cui è facile cogliere echi da Remarque, da Hemingway (citato spesso, in modo non proprio lusinghiero), da Orwell (Omaggio alla Catalogna) e, perché no, dal grande di cinema di Ken Loach, che ha saputo raccontare con passione questo oscuro periodo della storia di Spagna, nel suo meraviglioso Terra e Libertà. Probabilmente, il romanzo definitivo sull’insensatezza della guerra, le cui conseguenze vengono pagate, sempre e comunque, solo dai poveracci, carne da macello per le logiche di potere e di profitto di quei pochi, che la morte la vedono, solo dalle retrovie, come un male necessario per i loro intrallazzi. Una lettura ancor più indispensabile in questi giorni tristi e drammatici, in cui la guerra non è tassello di storia, ma una realtà che non fa sconti.

 

Blackswan, venerdì 27/10/2023

giovedì 26 ottobre 2023

LUCA & THE TAUTOLOGISTS - PARIS AIRPORT '77 (Autoprodotto, 2023)

 


Quello di Luca Andrea Crippa non è certo un nome nuovo per tutti coloro che conoscono la scena rock milanese. Co-fondatore di una delle prime tribute band italiane, i Mr. Saturday Night Special, un omaggio ai grandi Lynyrd Skynyrd, co-fondatore dei No Rolling Back (alternative country band con Ruben Minuto e la sezione ritmica “tribale” di Briegel & Marcheschi), co-produttore, arrangiatore e chitarrista negli ultimi due album di Ruben Minuto (tra Southern, Country-Rock e Old Time Country) ed ex promoter con lo pseudonimo di Curtis Loew, Crippa esordisce oggi con questo Paris Airport ’77,  opera prima in cui compare come singer-songwriter e leader/fondatore di una formazione nuova di pacca, ma composta da vecchie volpi, con alle spalle una lunga esperienza sia live che in studio.

Oltre al titolare del progetto (voce e chitarra), i Tautologists, infatti, sono composti da Ruben Minuto, sodale di lunga data, qui al basso, ai cori, al mandolino e, occasionalmente, alla chitarra elettrica, Leandro Diana, alla chitarra elettrica, Deneb Bucella, alla batteria (Jazz Lab Orchestra, Nation of Giants, Goodwines), e tre ospiti di prestigio quali il pianista Riccardo Maccabruni, Lele Ledda aka ZOWA, che apporta l’intera base di programming che conduce verso l’inattesa incursione nell’elettronica di "Winter Heights & My Falldown" e Marcello Cosenza, alla chitarra elettrica nella conclusiva "From Dawn Till Late".

Con un parterre de roi di questo livello è del tutto scontato il risultato finale di un disco che conquista dalla prima all’ultima traccia, per la gioia di tutti gli appassionati di un certo rock americano che si tiene ben lontano da stereotipi mainstream. Registrato dal 7 al 11 giugno 2023 a Buccinasco (MI) presso i RecLab Studios di Larsen Premoli, ottimamente coadiuvato da Mirko Ripoldi, Paris Airport '77 è composto da ben quattordici tracce per un minutaggio consistente, che supera l’ora di ascolto. Eppure, nonostante la lunghezza della scaletta, il disco fila via che è un piacere, solido come un concept album, ma estremamente vario nella sua espressività artistica, attraverso la quale Crippa declina con accenti diversi un suono americano che mai paga debito a frusti copia incolla.

Merito di un filotto di canzoni ottime, ma anche di una produzione al velluto, equilibrata, mai sopra le righe, ma non per questo meno verace e intensa. E la forza del disco sta proprio nel perfetto equilibrio fra il collante di un suono omogeneo e coerente e la grande varietà musicale di una proposta che, pur in un macrocosmo ben delineato (gli Stati Uniti, il rock, il country, etc.), non dà mai punti di riferimento certi.

In un panorama musicale così rigoglioso e ricco di spunti, ogni brano meriterebbe una citazione a sé stante, ma per motivi di spazio mi limiterò a creare qualche suggestione, lasciando poi all’ascoltatore approfondire un disco che non mostra punti deboli.

La title track apre le danze ed è un ottimo biglietto da visita per il resto della scaletta: band tecnica e affiatata, melodia implacabile e un andamento imprevedibile, in cui posso cogliersi echi prog e ammiccamenti jazzy. Come si diceva, però, pur nella sua evidente unitarietà, il disco cambia spesso registro, proseguendo con "Dreams Become Promises", che richiama alla mente l’americana sghemba e screziata di pop dei Wilco, e con il mood più intimo e trasognato di "Things…From The Speel (Part. 1)".

Sono tante le frecce all’arco di Crippa e tutte scagliate con grande precisione: il tiro dritto e diretto del rock di "Same Old Youngster", il mood ombroso dell’epica di "Is It All That I Learnt", l’inaspettato abito elettronico che veste la scorbutica "Winter Heights & My Falldowns", portandola a lambire i confini del post punk, e il classicismo di "There Was A Time", sofisticata ballata persa nel cuore della notte.

Paris Airport ’77 è esordio coi fiocchi, un disco in cui è evidente la grande passione che anima il songwriting di Crippa, ma anche quella preparazione filologica e quella perizia tecnica (avercene di band così in Italia), senza le quali anche belle idee non riuscirebbero a trovare compiuta realizzazione. In questo debutto, invece, ogni canzone conquista, e l’ora abbondante di ascolto scorre rapida e suggestiva, creando quella dipendenza che spinge a rimettere il cd nel lettore per un altro giro di giostra.

VOTO: 8

GENERE: Americana, Rock 




 

Blackswan, giovedì 26/10/2023

martedì 24 ottobre 2023

KILLING IN THE NAME - RAGE AGAINST THE MACHINE (Epic, 1992)

 


 

Tra le band politicamente schierate nel panorama musicale anni ’90, gli americani Rage Against The Machine si posizionarono alla sinistra estrema, innervando il loro adrenalinico rap metal di una tensione rivoluzionaria, comunicata senza filtri attraverso liriche che criticavano apertamente le politiche economiche e guerrafondaie statunitensi, la società dei consumi e dei privilegi, la falsità dei media asserviti al potere. Non le mandavano a dire, insomma, perché la musica, secondo la visione del leader e chitarrista, Tom Morello, doveva essere intesa come strumento sociopolitico e veicolo per l’attivismo.

Così, quando il 2 novembre del 1992, un giorno prima dell’uscita del loro omonimo disco d’esordio, il gruppo pubblica Killing In The Name, primo singolo estratto dall’album, è subito chiaro a tutti che i RATM non solo picchiano duro, ma sono pronti a combattere la loro personale battaglia dalla pare degli ultimi e dei reietti contro ogni ingiustizia perpetrata dalla società.

Con Killing In The Name lanciano la prima bomba molotov: questa incendiaria canzone se la prende con le forze di polizia statunitense, accusate di razzismo e di simpatie, nemmeno troppo velate, nei confronti de Ku Klux Klan (“Some of those that work forces, are the same that burn crosses”). Quanto può essere legittima una struttura di potere quando le persone che la compongono hanno una mentalità oscura e distorta? E’ questo il senso di un brano che ci mise un attimo a creare un autentico pandemonio, perché non solo criticava aspramente la polizia, ma anche perché il testo, semplicissimo e diretto, nel concitato finale, ripeteva per ben sedici volte la parolaccia “fuck you” seguita, ad abundantiam, anche da un deciso “motherfucker”.

Circostanze, queste, che suscitarono lo sdegno da parte dell’opinione pubblica, la conseguente censura di alcune radio e anche violente rappresaglie da parte delle forze dell’ordine contro il pubblico dei RATM (nel 2000, durante un concerto gratuito a Los Angeles, la polizia aggredì gli spettatori con pallottole di gomma e spray al peperoncino).

Se questa era la situazione negli States, dove la canzone non entrò mai in classifica, in Inghilterra, invece, Killing In The Name ebbe un ottimo riscontro di vendite (arrivando alla posizione numero 25 delle chart), dopo che un dj britannico, Bruno Brookes, passò accidentalmente la versione completa e non censurata del brano durante il programma Top 40 della BBC Radio 1.

La canzone nacque per caso quando, nel 1991, un anno prima che i Rage Against the Machine pubblicassero il loro album di debutto, Tom Morello stava dando una lezione di chitarra nel suo minuscolo appartamento a West Hollywood, insegnando a un suo studente come suonare al meglio alcuni riff hard rock. Mentre stava provando gli strumenti, la sua Telecaster e un basso Ibanez, il riff partì quasi per caso, il chitarrista interruppe la lezione, prese il suo registratore a cassette Radio Shack, e registrò quel piccolo frammento di musica, perché non andasse perso. Il giorno dopo, Morello portò con sé la cassetta in uno studio a North Hollywood, dove lo aspettavano gli altri componenti della band, che lavorarono sul pezzo fino a dargli un prima forma definitiva, che non è quella che oggi conosciamo. All’inizio, infatti, la canzone era strumentale e venne suonata, in questa versione, per la prima volta, il 23 ottobre 1991, durante un concerto alla California State University.

Inaspettatamente, il brano tornò molto di moda qualche anno più tardi, nel dicembre del 2009, quando il dj inglese Jon Morter, con la complicità della moglie Tracy, lanciò su Facebook la campagna "Rage Against The Machine For Christmas No. 1", invitando tutti gli appassionati di musica ad acquistare la canzone. Lo scopo dell’iniziativa era quello di impedire al vincitore di X Factor, la celebre competizione canora televisiva, di raggiungere il numero uno di Natale nel Regno Unito, per il quinto anno consecutivo. L’iniziativa ebbe un immediato clamore (al 15 di dicembre la pagina Facebook vantava più di 750.000 iscritti), aumentato ulteriormente quando fu annunciato il vincitore di X Factor, e cioè Joe McElderry che interpretava una versione della canzone di Miley Cyrus, The Climb.

Dal momento, però, che i proventi per le vendite della canzone di X Factor venivano in parte destinate ad attività benefiche, anche i coniugi Morter incoraggiarono i loro iscritti a fare beneficenza, creando la pagina Justgiving allo scopo di raccogliere fondi per Shelter, un ente che aiutava i senzatetto, raccogliendo così in breve tempo circa 70.000 sterline, a cui si aggiunse in seguito il contributo dei Rage Against The Machine, sorpresi per l’inaspettato exploit.  

Come andò a finire, vi starete chiedendo. Ebbene, Killing In the Name è stato il primo singolo a raggiungere il primo posto natalizio nel Regno Unito, vendendo ben 502.000 copie, e registrando così il record di download in una settimana nella storia delle classifiche britanniche.Questa inaspettata vittoria è costata all'industria delle scommesse del Regno Unito oltre un milione di sterline in pagamenti. Gary Burton, patron della Coral, il più importante bookmaker inglese, dichiarò al Daily Telegraph: "È il più grande shock natalizio di tutti i tempi, e sebbene sia costato all'industria oltre un milione di sterline, almeno ora mantiene vivo l'interesse, dopo che il dominio di X Factor ha quasi ucciso le scommesse sulle classifiche musicali festive."

Un’ultima curiosità. Alle 6 del mattino del 29 giugno 2022, la stazione pop di Vancouver KiSS Radio 104.9 FM ha trasmesso Killing In The Name in loop per 10 ore consecutive. Il giorno prima, due famosi DJ della stazione erano stati licenziati, alimentando così la speculazione che i restanti membri dello staff stessero suonando la canzone per protesta. Ma non era così. In realtà si trattò di una trovata pubblicitaria per annunciare un nuovo format di rock alternativo intitolato SONiC. Uno stratagemma che funzionò benissimo, dal momento che riviste come Rolling Stone ed Esquire riportarono la notizia di quella che sembrava un'insurrezione radiofonica, mentre invece era solo un efficace piano di marketing.  




Blackswan, martedì 24/10/2023

lunedì 23 ottobre 2023

JONATHAN WILSON - EAT THE WORM (BMG, 2023)

 


Indaffarato come pochi (più o meno come l’altro Wilson, Steven) nell’attività di produttore, chitarrista e arrangiatore per una svariata serie di musicisti, Jonathan Wilson trova però sempre il tempo per stupire con le sue uscite, sia che si tratti della magnificenza di Fanfare oppure delle rilassate sonorità southern di Dixie Blur, per citare due capitoli della sua breve ma inusuale discografia.

La sua ultima uscita Eat The Worm è un disco ancora più avventuroso, un viaggio caleidoscopico e trasognato che si presenta un po' strano, un po' esoterico, e un po', verrebbe da dire, fuori controllo. Prima di tutto, l'album suona meravigliosamente, è rigoglioso, imprevedibile e multistrato. Una semplice melodia di chitarra, per fare un esempio, può essere improvvisamente interrotta da contrappunto di archi, e le canzoni, spesso, cambiano di stile, melodia e tempo quasi in un batter d'occhio.

Attenzione, però: non si tratta di un guazzabuglio caotico, quanto semmai di un seducente zibaldone, proteiforme, certo, ma tenuto insieme dalla visione e dalla mano saldissima di Wilson, il quale, pare abbastanza evidente, si è ispirato al genio assoluto di Zappa. E non solo.

L’iniziale "Marzipan" evoca il grande Harry Nilsson nello stile e nella consegna: leggiadro pianoforte, ritmo spazzolato, melodia vellutata e quegli strani punti esclamativi di strumenti e rumori che punteggiano la scrittura. Anche "Bonamossa" non dà punti di riferimento, è caos organizzato tra arpa celtica, elettronica e splendide armonie alla CSN&Y, prima che entri in scena un inaspettato arrangiamento d’archi e un tocco più bluesy nel finale.

Nilsson torna di nuovo in mente con "Ol' Father Time", un'altra semplice melodia, questa volta alla chitarra, che sboccia, però, in una straniante chiosa jazzy per archi e fiati.

"The Village Is Dead" è la canzone più esuberante dell'album poiché Wilson la sovrappone a un enorme arrangiamento orchestrale che ricorda le canzoni più vibranti di Scott Walker. Carica di fiati è anche "B.F.F.", con quella straniante melodia alla Beach Boys e il passo felpatissimo, mentre "East LA" è un fulgido esempio di cantautorato, un brano relativamente disadorno, strutturato solo per voce e pianoforte, fino a quando una triste sezione di fiati non interviene poco prima che la canzone si dissolva su un drumming molto jazzato.

Non dà punti di riferimento, Wilson, non lo fa mai. Eppure, nonostante il continuo zigzagare (gli anni ’50 e la grandeur orchestrale richiamati in "Charlie Parker", l’intimismo sussurrato di "Lo And Behold", la delicatezza romantica di "Hey Love") la visione è coesa, il percorso nitido, l’ispirazione cristallina.

Anche se evidentissimo l’approccio non ortodosso di Eat The Worm alla scrittura e agli arrangiamenti, il cuore del disco, la sua vera anima, è però clamorosamente pop. Un pop camaleontico, che accosta esperimento e musica popolare, con coraggio e, diciamolo, anche un filo di spregiudicatezza. Ascoltate, in tal senso, la conclusiva "Ridin' In A Jag" con il suo basso gorgogliante, le percussioni dei timpani e gli arrangiamenti di corno e archi. È intelligente, ben pensata e luminosa nella sua melodia uncinante. Perfetta cartina di tornasole di un disco spiazzante, solo apparentemente caotico, ed incredibilmente fascinoso.

VOTO: 8

GENERE: Pop, Alternative

 


 


Blackswan, lunedì 23/10/2023

giovedì 19 ottobre 2023

BLINDSTONE - SCARS TO REMEMBER (Mighty Music, 2023)

 


Non esiste, oggi, al mondo un disco che non suoni derivativo, tanto che se volessimo ascoltare solo ciò che non lo è, probabilmente metteremmo sul piatto esclusivamente dischi risalenti nel tempo, talvolta lontanissimo. Poi, ci sono artisti o band che sono più derivative di altre, e lo sono smaccatamente: abbracciano un suono e una filosofia musicale, e li sviscerano indifferenti alle mode, agli anni che passano, al rischio di passatismo. E’ il caso dei danesi Blindstone, una band che si è fermata agli anni ’60 e ’70 e continua a sfornare album che sembrano essere stati concepiti e prodotti proprio in quel periodo leggendario. Il trio è stato il segreto meglio custodito del lato pesante del blues rock per ben due decenni, ma ora, che la band si è accasata con l’etichetta Mighty Music, finalmente è uscita dalla nicchia e sta ottenendo il riconoscimento che merita.

Scars To Remember è il decimo album in studio di questo power trio che viene dal freddo e che, come si diceva, affonda le sue radici stilistiche alla fine degli anni '60 e l’inizio dei '70, traendo ispirazione da autentiche istituzioni quali ZZ Top, Jimi Hendrix, Robin Trower e Jeff Healey, solo per citare alcuni riferimenti che potrete cogliere nelle dieci tracce in scaletta.

Formatisi più di vent'anni fa, i Blindstone hanno ottenuto una discreta visibilità soprattutto negli Stati Uniti, dove hanno pubblicato la maggior parte dei loro album con l’etichetta americana Grooveyard Records. La band, poi, è uscita dalla penombra di una carriera ottima ma sempre sotto traccia, quando, nel 2020, ha rivestito il ruolo di gruppo di supporto per la leggenda del blues Walter Trout, per una serie di concerti di successo in giro per la Danimarca.

Se l’approccio della band è, come già precisato, squisitamente derivativo, è però del tutto evidente che il lavoro del trio non si limita al frusto copia incolla di moduli inevitabilmente usurati. I Blindstone, infatti, scrivono ottime canzoni, hanno cura del suono, posseggono un background filologico da grandi appassionati del genere e insufflano nella scaletta un’energia debordante, che ricorda più una band di incazzati ventenni che un gruppo di vecchie volpi che hanno superato abbondantemente la quarantina.

Come sempre, il lavoro chitarristico di Andersen è la chiave di volta della proposta, così come lo è l’affiatamento dello stesso con una sezione ritmica arcigna ma estremamente dinamica. L'universo lirico della band, poi, ha raggiunto nuovi livelli di profondità nella collaborazione con il paroliere svedese Peter Svensson, che ha contribuito ai testi di gran parte dell'album, concentrandosi su temi alti come la pandemia globale e la guerra in Europa, come è evidente in canzoni quali la title track, "Drums Of War" e "Drifting Away".

Se amate il genere, il consiglio è quello di alzare il volume dello stereo a palla e imbracciare la vostra air guitar, preparandovi a una ondata elettrica che non lascia scampo. "Embrace The Sky" parte rapidissima dalle parti dei Led Zeppelin, dispiegando, poi, un ritornello uncinante, il riff scalciante di "Down For The Count" è hendrixiano al midollo, "Waste Your Time" è un duello all’arma bianca fra ZZ Top e Jeff Healey, "Drums Of War" è marziale, sinistra, incandescente, e "Drifting Away", l’unico brano che abbassa i giri del motore, si incammina meditabondo verso atmosfere cupe e notturne.

Non c’è una virgola fuori posto in questi quarantacinque minuti che tirano a lucido un genere abusato ma qui rivisto con appassionata urgenza. Tanto che Scars To Remember si candida a essere uno dei vertici della discografia dei Blindstone, una band che merita tutta l’attenzione che, purtroppo, negli anni passati, non ha avuto. 

VOTO: 7,5

GENERE: Hard Rock Blues 




Blackswan, giovedì 19/10/2023