giovedì 30 novembre 2023

JAIME WYATT - FEEL GOOD (NEW WEST RECORDS, 2023)


 

Un talento cristallino, un disco pubblicato a soli diciassette anni, la possibilità di entrare, giovanissima, nel circuito della musica che conta. Jaime Wyatt aveva il proprio futuro in mano e ha rischiato di sperperarlo per colpa di un’indole ribelle. La droga, la dipendenza, un crimine, otto mesi passati in galera, stavano per sprofondarla in un baratro senza fine. Poi, la resurrezione, il ritorno alla normalità, la forza di aggrapparsi alla musica per uscire dal dramma e sopravvivere.

Sin da quello che possiamo definire il suo vero e proprio debutto (Felony Blues del 2017), Jaime Wyatt ha impressionato grazie a un approccio sincero e verace, attraverso il quale ha plasmato, e continua a plasmare, una musica melodicamente contagiosa, in cui confluiscono country, rock, la California degli anni Settanta, soul e gospel e un’istintuale propensione al pop.

Oggi, come recita il titolo del nuovo disco, la Wyatt sta bene, ha acquisito ulteriore maturità e consapevolezza, e il suo terzo album è un'ulteriore dimostrazione di come sia cresciuta costantemente come musicista e cantautrice, affinando ulteriormente il proprio stile e il proprio songwriting. Il salto di qualità è merito anche di Adrian Quesada dei Black Pumas, e che ha levigato le undici canzoni in scaletta, gonfiandole di echi soul e R&B e contornandole di accenti psichedelici, come è evidente dallo splendido suono creato per le chitarre.

Nel disco si respira positività e ottimismo, una nuova visione della vita, con cui la Wyatt si mette ulteriormente a nudo, senza filtri e senza maschere, lasciandosi andare, cercando di essere finalmente e completamente felice. Non rinnega il suo passato, le proprie esperienze di vita, la dipendenza, la propensione al crimine, la gavetta, lo sradicamento dalla sua terra d’origine (l’Oklahoma) per trasferirsi in California: tutto questo bagaglio esistenziale è diventato oggi forza propulsiva che spinge alla ricerca della libertà.

In tal senso, l’opener "World Worth Keeping" apre il nuovo corso con una intensa riflessione sulla bellezza che circonda l’uomo e per cui vale la pena vivere e lottare (“I wanna show them the mountains and say drink from the clear spring water fresh from the mountain top and the most beautiful sunsets i have ever seen it’s a world worth keeping”), e getta le basi per il tema centrale dell’album, ovvero il rifiuto di permettere al cinismo di prendere il sopravvento sulla propria sensibilità. Questo brano è, inoltre, coi suoi echi Muscle Shoals, la cartina di tornasole di un disco che possiede una preponderante attitudine soul e un nostalgico tocco sudista, come è evidente nell’accattivante "Back To The Country", che ripercorre la tappe della sua vita selvaggia, nella piacevolezza rilassata della title track (che sfoggia una spettacolare linea di basso) o nell’irresistibile "Love Is A Place", in cui il soul si fonde in infusione zuccherina col pop anni Sessanta, in una giocosa canzone d’amore (“Love has freed me from a lifetime of pain”) che evoca una corsa in decapottabile in una ventosa giornata di sole.

Il senso di libertà, la volontà di guardare il mondo attraverso il filtro dell’ottimismo permea l’intera scaletta, che riserva svariate sorprese, tra cui una sensuale cover di "Althea" dei Grateful Dead, un modo per la Wyatt di ricordare il defunto padre, che la portava a vedere tantissimi concerti, e il blues carnale di "Hold Me One More Time", che mette in mostra le eccellenti doti vocali della ragazza dell’Oklahoma e la sapiente mano di Quesada, che piazza nel finale uno straniante tocco psichedelico attraverso un acidissimo suono di chitarra. Non mancano, poi, la ballata spezza cuore ("Where The Damned"), che è anche il momento più intimo del disco, e quelle sonorità country (la conclusiva "Moonlighter") che rappresentano le radici della sua storia artistica, ma che risultano leggermente fuori contesto rispetto al restante mood dell’album.

Poco male. La voce roca e vissuta della Wyatt è talmente affascinante da riuscire a dare vitalità anche ai momenti più deboli, catalizzando l’attenzione ed emozionando con sincerità. Feel Good non è certo un disco rivoluzionario, ma segna sicuramente un’evoluzione nella storia artistica della Wyatt, che, attraverso alcune canzoni stellari, dimostra di avere tutte le carte in regola per sedersi alla stessa tavola del miglior cantautorato femminile a stelle e strisce.

VOTO: 8

GENERE: Country, Rock, Soul, R&B

 


 

 

Blackswan, giovedì 30/11/2023

martedì 28 novembre 2023

MAD AS A HATTER - LARKIN POE (Tricki - Woo Records, 2021)

 


Le sorelle Rebecca Lovell, voce e chitarra, e Megan Lovell, lapsteel, dobro e voce, sono originarie di Atlanta e hanno iniziato a suonare giovanissime, visto che già nel 2005, poco più che ventenni, fondarono le Lovell Sisters, e pubblicarono due album indipendenti di cui si fece un gran parlare nel circuito del bluegrass e dell’americana. Lunghi tour, comparsate alla radio e in tv e una notorietà che aumenta, concerto dopo concerto. Nel 2009, la svolta: le due ragazze, che fra i loro antenati vantano niente meno che lo scrittore Edgar Allan Poe, cambiano nome in Larkin Poe, dedicando il nome della band al loro bis bis bis nonno, cugino del grande poeta e novellista bostoniano. In tre anni, dal 2010 al 2013, pubblicano una manciata di Ep e finalmente nel 2014, vengono messe sotto contratto dalla Restoration Hardware, con cui rilasciano il loro album d’esordio. Questa, per sommi capi, la storia che ha portato le due sorelle alla ribalta del mercato statunitense.

Tra le loro canzoni più belle, e sono tante, spicca soprattutto questa Mad As A Hatter, un brano che, in abiti ogni volta diversi, è stato un punto fermo di quasi tutti i loro concerti, fino a quando, dieci anni dopo il suo concepimento, si è vestito di una forma definitiva, grazie alla collaborazione con l’orchestra da camera Nu Deco Ensemble.

Due diverse entità musicali che si sono incontrate e magicamente fuse per un live streaming alla North Beach Bandshell di Miami, durante i primi giorni della pandemia, una performance, poi, finita su disco con il titolo di Paint The Roses (2021).

Il fondatore del Nu Deco Ensemble, Jacomo Bairos, inizialmente era riluttante a unire le forze con le Larkin Poe, perché riteneva che il loro suono difficilmente avrebbe potuto integrarsi con quello di un'orchestra. Era la prima volta, infatti, che la Nu Deco si accostava alla musica rock, e il timore era che l’approccio acustico dell’orchestra non avrebbe avuto vita facile con i volumi e i suoni decisamente metallici del duo. Nonostante le riserve iniziali, la collaborazione ha dato risultati eccelsi, anche perché le due ragazze hanno nel loro background una discreta conoscenza della musica classica, ciò che ha aiutato l’interazione tra le rispettive compagini musicali.

La canzone ha un testo profondo e toccante, in quanto è stata ispirata dal nonno paterno di Megan e Rebecca, che ha lottato contro una malattia mentale per diversi anni, prima che gli fosse finalmente diagnosticata la schizofrenia. Rebecca canta di aver visto la mente di una persona cara vacillare e poi svanire, mentre si chiede se lo stesso destino attenda anche lei: “Proprio come il padre di mio padre, il tempo gli ha rubato la mente.E non posso dimenticare che un quarto del suo sangue è mio.”

Megan ha spesso raccontato che la canzone l’ha aiutata a elaborare i suoi sentimenti riguardo alla sua famiglia e a quella patologia mentale che afflisse il nonno, e che in futuro avrebbe potuto colpire anche una delle due sorelle, e che suonarla, in qualche modo, ha sempre avuto su di lei un effetto catartico, di pacificazione.

Il titolo “Matto come un cappellaio", che cita inevitabilmente Alice Nel Paese Delle Meraviglie, deriva da una frase colloquiale usata per descrivere una persona eccentrica o instabile. Il detto era nato ed era prevalente usato nei secoli XVIII e XIX, quando i fabbricanti di cappelli usavano il nitrato di mercurio nel loro lavoro e soffrivano di disturbi fisici e mentali, in seguito alla prolungata esposizione a questa sostanza tossica.

 


 

 

Blackswan, martedì 28/11/2023

lunedì 27 novembre 2023

JOE BONAMASSA - BLUES DELUXE VOL.2 (Provogue, 2023)


 

E’ dal 2000 che Joe Bonamassa è in circolazione, sfornando album, difficile tenere il conto di quanti, con una regolarità disarmante. Forse, allora, è arrivato il momento di fare anche il punto della situazione, un bilancio su una carriera che, piaccia o meno, è in continua crescita.

Sono passati ben 20 anni dall’uscita del suo lavoro più venduto, Blues Deluxe, e proprio partendo da quello splendido disco, il senso di un secondo capitolo rappresenta una sorta di ritorno alle origini, che ha lo scopo, non solo di ridare vita ad alcuni grandi classici che hanno indirizzato l’ispirazione del chitarrista, ma anche, e credo soprattutto, guardarsi allo specchio per capire chi è Bonamassa oggi.

Rileggere il proprio passato per comprendere il presente e guardare al futuro, cogliere il contrasto fra un ventiseienne pieno di arroganza e speranze e un uomo maturo, consapevole e affermato, capire se il fuoco brucia ancora come prima, se è la passione, e non il denaro, a spingere verso un nuovo disco, e, infine, rendere omaggio alle fonti di ispirazione per dimostrare che un grande amore dura nel tempo e non si svende per nulla al mondo.   

Blues Deluxe Vol. 2 inizia con una vibrante reinterpretazione del classico di Bobby “Blue” Bland "Twenty-Four Hour Blues", attraverso il quale Bonamassa crea subito l'atmosfera perfetta per introdurre la scaletta, tirando fuori dal cilindro uno dei suoi brani più amati, e cantando e suonando da vero califfo (si dice che lo splendido assolo lo abbia suonato sdraiato sul pavimento degli studi di registrazione).

Una grande partenza, seguita da "It's Hard But It's Fair" di Bobby Parker, brano dal ritmo suadente, sfiorato da una leggera vibrazione di New Orleans e da un divertito tocco funky. Il tributo alla vecchia scuola si intensifica con "Well, I Done Got Over It", un rhythm and blues vintage a firma Guitar Slim (una leggenda della chitarra il cui stile ha influenzato decine di chitarristi), che vive nel perfetto connubio fra la sei corde di Bonamassa e una deliziosa sezione fiati, mentre la cover di "I Want To Shout About It" di Ronnie Earl And The Broadcasters ci conduce in un’epoca più recente (1997), con un ritmo scatenato e il bell’assolo di sax di Paulie Cerra.

Poco importa quale decennio il chitarrista decida di frequentare, perché a ogni modo lo fa con grande eleganza, attitudine e consapevolezza, districandosi meravigliosamente in un territorio comune, ma dal panorama in continua mutazione.

"Win-O" è una versione un po' più dolente del classico di Pee Wee Crayton degli anni '50, resa ancor più fascinosa dal sublime pianoforte honky-tonky di Reese Wynans, "Lazy Poker Blues" attraversa un terreno sonoro simile al caratteristico blues di Stevie Ray Vaughan, anche se l’originale è in realtà tratto dall’album del 1968, Mr. Wonderful, dei primi Fleetwood Mac, quando Peter Green era il leader della band, mentre "You Sure Drive A Hard Bargain" è un omaggio ad Albert King, che registrò il brano alla fine degli anni '60, e "The Truth Hurts" è una intensa rilettura dell'originale di Kenny Neal, arricchita dalle chitarre di Josh Smith (che produce il disco) e Kirk Fletcher.

Tra tutte le belle cover, spuntano anche un paio di canzoni originali, la conclusiva struggente "Is It Safe To Go Home", scritta per Bonamassa da Josh Smith e la travolgente "Hope You Realize It (Goodbye Again)", chitarra, basso, batteria e hammond a spingere forte su un’incandescente groove funky. Una canzone che suona come la classica ciliegina su una torta perfettamente riuscita, dal sapore caldo, avvolgente, elegante, con cui Bonamassa festeggia un punto importante della sua carriera, celebra il proprio passato, omaggia i suoi eroi e guarda spavaldamente verso un futuro che, conoscendo la storia dell’artista, sarà presto denso di nuove pubblicazioni.

VOTO: 7,5

GENERE: blues

 


 

 

Blackswan, lunedì 27/11/2023

 

venerdì 24 novembre 2023

STEPHEN KING - HOLLY (Sperling & Kupfer, 2023)

 


Quando Penny Dahl chiama l'agenzia Finders Keepers nella speranza che possano aiutarla a ritrovare la sua figlia scomparsa, Holly Gibney è restia ad accettare il caso. Il suo socio, Pete, ha il Covid. Sua madre, con cui ha sempre avuto una relazione complicata, è appena morta. E Holly dovrebbe essere in ferie. Ma c'è qualcosa nella voce della signora Dahl che le impedisce di dirle di no. A pochi isolati di distanza dal punto in cui è scomparsa Bonnie Dahl, vivono Rodney ed Emily Harris. Sono il ritratto della rispettabilità borghese: ottuagenari, sposati da una vita, professori universitari emeriti. Ma nello scantinato della loro casetta ordinata e piena di libri nascondono un orrendo segreto, che potrebbe avere a che fare con la scomparsa di Bonnie. È quasi impossibile smascherare il loro piano criminale: i due vecchietti sono scaltri, sono pazienti. E sono spietati. Holly dovrà fare appello a tutto il suo talento per superare in velocità e astuzia i due professori e le loro menti perversamente contorte.

E’ sempre una gioia, per i tanti amanti del brivido, quando un autentico maestro come Stephen King pubblica un nuovo libro, cosa che avviene con imbarazzante regolarità, visto che stiamo parlando di una vera e propria macchina da guerra editoriale. Anche questa volta, sotto il profilo squisitamente thriller, King non delude, costruendo, come gli ingranaggi di una bomba a orologeria, un storia che tiene incollati al libro dalla prima all’ultima pagina, e che oscilla abilmente fra indagine poliziesca (torna la detective privata Holly Gibney, donna tanto fragile quanto risoluta) e feuilleton dai contenuti grandguignoleschi.

Se la prosa è solida ma senza picchi, la narrazione conquista, lo svolgimento non ha forse grandi accelerazioni, ma è ricco di suspense e colpi di scena. Come valore aggiunto all’opera, ci sono anche digressioni molto interessanti (una storia parallela vede protagonista una grande poetessa americana e la sua protetta) sulla funzione della poesia, che sono il valore aggiunto, anche se non necessario, di un romanzo che, a parere di chi scrive, non è esente da critiche.

Il primo dubbio, come spesso accade con i romanzi di King, è se sia veramente lui l’autore, Sbaglierò, probabilmente, ma trovo che dietro Holly ci sia una mano femminile, e non solo perché le figure centrali, ben raccontate sotto il profilo psicologico, sono tutte donne, ma perché le descrizioni, le sfumature nel linguaggio, i pensieri della protagonista, sembrano davvero esprimere una sensibilità diversa rispetto a quella del grande romanziere americano. E’ solo una sensazione, ma tant’è.

Il peggio, però, è che questo romanzo, che si svolge negli anni della pandemia, è l’estate del 2021, si trasforma, pagina dopo pagina, nel vademecum del perfetto pro vax, senza nessun tentativo di analisi critica, di approfondimento, di legittimo dubbio (i cattivi sono tutti non vaccinati, i buoni hanno almeno due dosi). Le oltre cinquecento pagine, sono infatti, non solo un manifesto politico contro Trump (cosa buona e giusta, dal punto di vista di chi scrive), ma anche una continua esortazione a vaccinarsi, una beatificazione in terra del Dio farmaco, con tanto di squallide marchette in favore delle case farmaceutiche più importanti. Queste continue prese di posizione, francamente ossessionanti e assolutamente non funzionali alla trama, si accompagnano, poi, ad assurde pulsioni cancel culture e a un politically correct talmente ostentato, da sfociare nel più retrivo puritanesimo. Insomma, si inizia a leggere un libro che si pensa un giallo, e si finisce, invece, per leggere un pampleth politico, decisamente indigeribile per tutti coloro che, dotati di capacità critica, rifuggono come la peste la massificazione del pensiero e quell’assurda ipocrisia che individua nel linguaggio la risoluzione a tutti i problemi razziali e di identità di genere.

 

Blackswan, venerdì 24/11/2023

giovedì 23 novembre 2023

HYRO THE HERO - BOUND FOR GLORY (Better Noise Music, 2023)

 


La rabbia di chi parte dal basso e cerca di affermare la propria arte, il disagio generazionale, la volontà di mantenere la propria integrità, costi quel che costi, a dispetto della massificazione mainstream del mercato e della consapevolezza che i social e le nuove tecnologie hanno appiattito l’arte a mero prodotto commerciale. Sono questi i temi che hanno spinto Hyron Louis Frenton, trentaseienne rapper texano (oggi di stanza in Francia), a proporre un genere, un tempo chiamato crossover, che oggi fa storcere il naso a molti.

Hyro The Hero ha scelto di percorrere una strada ostica, in grado si scontentare un po’ tutti: gli amanti del metal e quelli dell’hip hop, che vedono in questo ibrido musicale una sorta di tradimento per entrambi i generi. Ma Frenton se ne infischia, e con questo ultimo Bound For Glory affina ulteriormente uno stile che già aveva colpito duro nel precedente Flagged Channel (2018).

Un disco, questo, che ha avuto una lunga gestazione, che è stato concepito tra mille difficoltà (la pandemia, casini sentimentali, il trasferimento in Europa), ma che parla una lingua tanto meticcia, quanto chiara e diretta. Un disco che, a dispetto del titolo, forse non sarà destinato alla gloria, ma che ha quanto meno il merito di accendere la curiosità di chi si approccia all’ascolto senza pregiudizi e di disturbare, evitando strade comode e intenti modaioli. Dodici canzoni per soli trentasette minuti di musica, che testimoniano un’urgenza di fondo, la necessità di arrivare subito al dunque, senza fronzoli o astruse alchimie.

Piaccia o meno, il perfetto punto di fusione fra sonorità hip hop e aggressione metal è perfettamente raggiunto: la produzione e i suoni sono perfettamente calati nel presente, ma è evidente che Frenton attinga a un bagaglio personale fatto di ascolti che vanno dai Rage Against The Machine ai Run Dmc, dagli At The Drive In ai Deftones, da Tupac ai Bad Brains.

La title track apre le danze tenendosi maggiormente sul versante hip hop (echi dell’Eminem più arrabbiato), ma si capisce subito che le cose sono pronte a virare verso un clima più infuocato, come nella successiva "Sho Nuff" in cui un’oscura base hip hop si sgretola di fronte a un muro di chitarre di cemento armato e allo screaming furioso del rapper.

E questo è solo un assaggio della rabbia che si respira nella breve scaletta. "FU2" è un assalto all’arma bianca che cita esplicitamente i Rage Against The Machine nel crescendo che porta al ritornello, "I’m So Sick" è un altro brano assassino che sgretola ogni certezza anche dei padiglioni auricolari più allenati. Certo, in alcuni episodi Frenton tiene a bada l’impeto, rallentando il passo e estraendo dal cilindro belle melodie radiofoniche ("Head Under Water"), ma in altre occasioni le stesse melodie vengono maltrattate da una veemenza che spazza via ogni ammiccamento mainstream ("Standing Ovation"). Il mood dell’album, però, resta ferocemente aggressivo ("Retaliation Generation, Fight") fino a debordare nella delirante orgia noise della cover di "Woo Hah! Got You All In Check" del grande Busta Rhymes.

Bound For Glory è un disco selvaggio e bastardo, indigeribile a chi non ama il meticciato e ancor di più a chi si tiene lontano dai suoni estremi. Eppure, queste dodici tracce sono attraversate da vibrante sincerità e dalla consapevolezza che un’idea, per quanto estrema e incomprensibile ai più, debba essere portata avanti, senza compromessi, costi quel che costi. In tal senso, Hyro The Hero coglie il centro del bersaglio, suggerendo, poi, a chi amava i Rage Against The Machine, che quelle sonorità, marchiate a fuoco dalla chitarra di Tom Morello e dal rap urticante di Zack De La Rocha, possono ancora avere davanti un nuovo, più estremo, ma altrettanto brillante futuro.

VOTO: 8

GENERE: Hip Hop, Metal

 


 

 

Blackswan, giovedì 23/11/2023