martedì 30 aprile 2024

Don Winslow - Città In Rovine (Harper Collins, 2024)

 


Danny Ryan è diventato ricco. L’ex operaio portuale, membro della mafia irlandese braccato dalla legge, è ora un rispettato uomo d’affari: un magnate dei casinò di Las Vegas e socio silente in un gruppo che possiede due hotel di lusso. Insomma, ha tutto ciò che ha sempre voluto: una bella casa, un bambino che adora, una donna di cui potrebbe addirittura innamorarsi. Ma poi fa il passo più lungo della gamba. Quando cerca di comprare un vecchio albergo su un lotto di terra di prima qualità con l’intenzione di costruirci il resort dei suoi sogni, finisce per scatenare una guerra contro i potenti broker immobiliari di Las Vegas, un’influente agente dell’FBI decisa a vendicarsi e il proprietario di un casinò rivale che ha contatti a dir poco loschi. E proprio quando Danny pensava di averci messo una pietra sopra, il passato risorge dalla tomba per trascinarlo di nuovo all’inferno. Vecchi nemici tornano alla ribalta, decisi a portargli via tutto ciò che gli è caro, compreso suo figlio. Così, per salvare se stesso e tutto ciò che ama, Danny deve diventare ancora una volta il combattente spietato che era un tempo e che non avrebbe mai voluto essere di nuovo. Spaziando dai quartieri malfamati di Providence ai corridoi del potere di Washington e Wall Street fino ai casinò dorati di Las Vegas, Città in rovine è un crime dal respiro epico, che parla di amore e odio, ambizione e disperazione, vendetta e compassione.

 

Con Città In Rovine, ultimo capitolo della trilogia che per tre anni ha fatto palpitare i fan di Don Winslow, si chiude la saga dedicata a Danny Ryan. Non solo, purtroppo. Con questo strepitoso romanzo, si chiude anche la carriera dello scrittore americano, che ha deciso di mollare la scrittura, per dedicarsi anima e corpo alla militanza politica, con l’intento di salvare il proprio paese da una possibile e infausta nuova elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti.

Una scelta commendevole e coraggiosa, che però lascia orfani milioni di lettori, letteralmente conquistati da romanzi come L’Inverno Di Frankie Machine, Le Belve, La Pattuglia dell’Alba, e soprattutto, da quella incredibile trilogia sul cartello messicano (Il Potere Del Cane, Il Cartello, Il Confine), che ha davvero riscritto in chiave moderna l’eterna epopea della lotta tra il bene e il male.

Città In Rovine, dicevamo, chiude la storia di Danny Ryan, e lo fa nel modo migliore possibile. Se dopo l’appassionante Città In Fiamme, Città di Sogni era parso leggermente meno ispirato e scritto con il pilota automatico, quest’ultimo capitolo si inserisce di diritto tra i migliori romanzi di Winslow.

Danny Ryan è diventato un altro uomo, ha dei sogni da realizzare, vuole costruirsi una vita onesta, essere un buon padre, desidera solo la quiete di una vita normale. E’ diventato ricco, ma non scorda gli amici di un tempo, non esercita il potere derivatogli dalla fama e dal ponderoso patrimonio, e vive con semplicità, evitando le luci dei riflettori e rispettando il prossimo. Il passato, però, torna a bussare alla porta, trasformando in rovine ogni sogno, ogni speranza.

Se l’ispirazione, come per i precedenti due capitoli, è tratta dall’epos greco e latino (Iliade ed Eneide su tutto), lo sviluppo della storia possiede come sempre un vertiginoso impatto cinematografico, reso meravigliosamente dalla scrittura di Winslow, che resta secca, tagliente, ricca nei dialoghi, ficcante nelle descrizioni.

Una storia di redenzione, in cui un uomo giusto cerca in tutti modi di tenere saldi i propri principi anche di fronte all’inevitabile, perseguendo la strada dell’etica, in un mondo in cui a vincere sono l’odio, la calunnia, il sopruso e la brama di profitto. Un ritmo come sempre palpitante, una lettura che tiene incollati alla storia, senza però mai perdere il timone della riflessione e dell’approfondimento psicologico di un personaggio destinato a farsi ricordare al fianco di altri eroi come Art Keller, Boone Daniels e Frank Decker.

Preparate i fazzoletti: il finale è struggente e malinconico, ed è quasi impossibile trattenere le lacrime, soprattutto dopo aver letto la post fazione in cui Winslow si commiata dai propri lettori con la luminosa riconoscenza di un semplice grazie. Un canto del cigno indimenticabile.

 

Blackswan, martedì 30/04/2024

lunedì 29 aprile 2024

Louise Lemon - Lifetime Of Tears (Icons Creating Evil Art, 2024)

 


The Queen Of Death Gospel” è la definizione che viene data a Louise Lemon, songwriter svedese, giunta con questo Lifetime Of Tears al suo terzo album in studio. Una definizione non del tutto inappropriata, anche se, a dire il vero, c’è meno gospel in queste dieci canzoni di quanto si potrebbe immaginare. Invece, quel riferimento alla morte, che evoca oscurità e dolore, ben si adatta alla musica della ragazza svedese, che, anche nelle sue declinazioni più ariose, mostra comunque un retrogusto malinconico e un’inclinazione alla cupezza e alla sofferenza, richiamata anche dall’esplicito titolo dell’album.

Attenzione, però, perché Lifetime Of Tears non è un disco notturno né si muove nella penombra di suoni inquieti e angosciati. Si parla di un amore andato, perduto per sempre, del dolore del lutto affettivo, del tentativo di rinascita, della speranza di uscire dal baratro della depressione. Quel verso con cui il disco inizia, "Pensavo di aver trovato una pozione d'amore, ho appena scoperto che era veleno", è in tal senso indicativo. Eppure, le turbolenze amorose della Lemon vengono mediate da una scrittura capace spesso di tradursi in mainstream di qualità, di flirtare con melodie pop soul languide e affascinanti, di evocare, in certi casi, un certo retrogusto seventies, in un gioco di rimandi che chiama in causa artiste più note quali Cat Power, Adele, le Lucius, l’ultima Margo Price, la Lana Del Rey meno vaporosa, solo per citarne alcune. 

Ogni cosa funziona dannatamente bene in una scaletta breve ma centratissima: gli arrangiamenti, mai sopra le righe, ma egualmente brillanti, la voce della Lemon, a tratti, eterea, spesso, intensamente soul, e, ovviamente, le canzoni, tutte splendide, nessuna esclusa. Ci sono alcuni momenti in Lifetime Of Tears in cui i brani sono molto più grandi di quanto ci si potrebbe aspettare da una musicista non ancora affermata, che sta costruendo lentamente, ma inesorabilmente, un percorso destinato a diventare importante. C’è tutto quello che serve, in una scaletta che si affaccia sul mainstream senza paura di banalizzazioni, e al contempo, sa sondare gli struggimenti dell’anima con una scrittura più colta, più profonda, stratificata, ma comunque accessibile.

Gli accordi minori con cui si apre l’iniziale "Shattered Heart" ne sono una dimostrazione lampante: c’è pathos, c’è un ristagno di profonda tristezza, ma il brano, che prima, sembra essere quasi sospeso a mezz’aria, grazie alla voce splendida della Lemon, carezzevole come un malinconico riverbero in lontananza, e che poi, s’impenna, in un crescendo di vibrante elettricità, in cui la songwriter spinge i suoi acuti fino alla sommità del cielo, resta perfettamente equilibrato. E’ dolore, è estasi, è un incipit stratosferico.

"Tears As Fuel" cambia leggermente lo stile, resta soffusamente malinconica, dirigendosi, però, verso una dimensione più blues rock, declinata con grande equilibrio espressivo, mentre "Midsummer Night" si muove su un retroterra soul, è più cupa, nonostante un ritornello immediato, che decolla grazie all’elettricità di chitarre poste in retrovia, ma urticanti.

La title track è una ballata soul pop dall’appeal radiofonico, evoca la miglior Adele possibile, e tiene incollati all’ascolto grazie a un mood dolce amaro e a uno splendido solo di chitarra di Johan Kvastegard, il cui contributo al suono del disco è più che determinante.

Si viaggia così, ondivaghi fra momenti più raccolti e dolenti, ed altri che spingono verso il mainstream con irresistibile ganci melodici. E’ il caso, ad esempio, di "Feel So Good", dalla trascinante ossatura r’n’b, e dalla sublime "Northern Lights", che, per quanto stratificata sotto il profilo strumentale, trova slancio immediato in un ritornello sfacciatissimo.

Per converso, l’album è anche punteggiato di momenti più introspettivi, declinati attraverso un visione soul pop in chiaro scuro, i cui sentori miele e liquerizia si diffondono nell’aria attraverso le languide melodie di "Pure Love" e "All I Get", uno degli highlight del disco.

Chiude la scaletta "Topanga Canyon", un brano dagli sfumati contorni ipnagogici, un fluttuare etereo in una dimensione parallela, in cui tutto il dolore evapora in un invocazione ripetuta come un mantra: “cuore tormentato che non dorme mai, per favore, guariscimi, amami e abbracciami”.

Lifetime Of Tears è l’opera di un’artista che conosce il dolore e la sofferenza, che ne affronta le conseguenze attraverso l’ampio spettro delle emozioni, ma che è anche tanto consapevole da saper mediare con una scrittura brillante, mai ripiegata su se stessa, una scrittura che evita il ricatto della lacrima e fa vibrare di autentica passione. Un connubio unico, fascinoso, ammaliante.

Voto: 8

Genere: Alternative, Pop, Soul




Blackswan, lunedì 29/04/2024

giovedì 25 aprile 2024

Ihsahn - Ihsahn (Candlelight, 2024)

 


Questo disco è un’avventura sonora ricca di fascino, un viaggio in un mondo musicale complesso, forse addirittura respingente per taluni (coloro che non sono abituati a sonorità estreme), eppure talmente emozionante e ricco di suggestioni, da meritare tutta l’attenzione possibile.

Negli ultimi sei anni, Ihsahn non è stato certo con le mani in mano, dal momento che dal 2020 ha pubblicato tre EP (Telemark, Pharos e Fascination Street Sessions), ma un lavoro solista sulla lunga distanza da parte del frontman degli Empereor mancava da Amr, pubblicato nel 2018. C’era quindi grande attesa per il nuovo album di un artista straordinariamente talentuoso e dal songwriting ricco e sfaccettato.

Questo nuovo disco omonimo rappresenta al meglio tutto ciò che ha reso distintivo e straordinario il suo intero catalogo solista, enfatizzando, però, maggiormente, gli arrangiamenti sinfonici e melodie più delicate e orecchiabili, tanto che potremmo definire questo nuovo corso come il più accessibile (si fa per dire), e un’esperienza di ascolto in grado di soddisfare gli amanti del metal (da sempre declinato nella sua accezione più progressive e atmosferica), e coloro che sono curiosi di addentrarsi in territori inesplorati.

L’intento di Ihsahn (al secolo Vegard Sverre Tveitan) è da sempre quello di sperimentare, di spingersi oltre gli seccati di genere, e con questo lavoro l’asticella viene alzata un po’ di più. Se l’ossatura del disco resta, e non potrebbe essere diversamente, legata al black metal, le undici canzoni del disco presentano anche scintillanti arrangiamenti orchestrali, ispirati alle colonne sonore classiche di artisti del calibro Jerry Goldsmith, John Williams, Bernard Herrmann e John Carpenter.

Il risultato è un disco che esplora suggestioni agli antipodi, da un lato, cupa violenza, dall’altro, digressioni melodiche e avvolgenti, in un connubio ricco di contrasti e di chiaroscuri. Una resa concettualmente complicata, che in mano ad altri avrebbe potuto suonare forzata come la tessera di un puzzle inserita testardamente nello spazio sbagliato, e che invece nello specifico si dipana in modo naturale, senza astruse manipolazione, come se oscurità ed elettricità trovassero un perfetto e indispensabile equilibrio nell’epos degli arrangiamenti, nelle digressioni cinematografiche e nell’immediatezza di centrate melodie.

Prendiamo ad esempio i tre brani strumentali presenti in scaletta (l'apertura "Cervus Venator", l'interludio "Anima Extraneae" e la chiusura "Sonata Profana"): durano circa novanta secondi ciascuno, la loro sublime semplicità e armonia aggiungono bellezza cinematografica e coesione all'intera esperienza, funzionano bene come splendidi passaggi indipendenti, ma il loro potere più grande deriva dal permettere a Ihsahn di far fluire la musica in un viaggio musicalmente e tematicamente connesso. A vari livelli, ogni altra traccia dell’album è arricchita da archi, fiati e partiture orchestrali, e alcuni brani (vale a dire, "The Promethean Spark", "Pilgrimage to Oblivion", "Blood Trails to Love" e "At the Heart of All Things Broken") si avventurano in armonie particolarmente coinvolgenti attraverso l’uso del cantato pulito, dimostrando la capacità di Ihsahn di muoversi in un’ampia gamma vocale che non sia solo il growl.

Ovviamente, quanto appena affermato, non significa che l’album non presenti momenti più brutali e passaggi ferocemente ostici, come in "Twice Born" o "A Taste of the Ambrosia", e ancor più nella straordinaria "Hubris and Blue Devils", in cui i frenetici cambi di ritmo conducono verso un giro da incubo su una giostra di un luna park uscito da un film horror. 

Oltre alla versione metal del disco, quella, cioè, di cui abbiamo parlato, Ihsahn ne ha pubblicata anche una orchestrale, in cui le canzoni vengono riarrangiate e, in qualche modo reinventate, creando una narrazione secondaria che si affianca e si sovrappone alla narrazione principale. Ovviamente, le tre composizioni strumentali, citate prima, rimangono identiche, mentre le restanti canzoni vengono rielaborate, producendo una vera e propria suggestione da colonna sonora.

Ihsahn è un disco magmatico, audace e ambivalente, al cui ascolto occorre dedicare tempo, pazienza e apertura mentale. Forse, i metallari più incalliti storceranno il naso di fronte ad archi e melodie, mentre altri troveranno indigeribili il cantato gutturale e le partiture più estreme. Il consiglio per tutti è di dare una possibilità all’album, approcciandosi senza preconcetti a queste undici, incredibili canzoni: chissà, magari per qualcuno si trasformerà in disco dell’anno.

Voto: 9

Genere: Atmospheric Black Metal, Progressive Metal 




Blackswan, giovedì 25/04/2024

martedì 23 aprile 2024

Unsatisfied - The Replacements (Twin/Tone Records, 1984)

 


Non è certo questa la sede per affrontare un capolavoro, per cui sono già stati spesi, e a ragione, fiumi di inchiostro. Basti sapere che Let It Be (1984), terzo album dei Replacements, band originaria di Minneapolis (Minnesota) è stato un album rivoluzionario, non solo perché ha segnato un cambiamento drastico nel modo di scrivere canzoni di Paul Westerberg, il talentuoso leader della band, e nel suo ruolo decisivo nel dare una direzione al suono del gruppo, ma anche perché è oggi considerato uno dei dischi più influenti degli anni ’80 e della storia intera, diventato nel tempo vero e proprio oggetto di culto di molti appassionati, oltre che riferimento di un’intera generazione. Tanto che, per quanto i Replacements non abbiamo mai scalato le classifiche e non abbiamo mai raggiunto il successo commerciale che avrebbero meritato, si può affermare, senza rischiare di esagerare, che la band sia stata una delle più importanti in assoluto per lo sviluppo di quello che definiamo indie rock.

Let It Be, insieme al successivo Tim (1985) può essere definito, sic e simpliciter, un capolavoro, un disco che, cito Piero Scaruffi, “meglio equilibra il fremito adolescente del punk con l'anelito proletario della giovinezza matura”, e che “trasformò i Replacements da semplici icone generazionali ad artisti universali”.

In un filotto di canzoni imperdibili, compare come settima traccia Unsatisfied, dichiarazione di perpetua insoddisfazione e, probabilmente il brano più bello mai scritto da Westerberg.

A voler giocare un po’ coi rimandi e gli accostamenti, si può considerare Unsatisfied un aggiornamento anni ’80 della frustrazione giovanile cantata negli anni ’60 in (I Can't Get No) Satisfaction dai Rolling Stones. Anzi, in un certo senso, è una versione più seria, forse più matura, del tema che condivide con il brano degli Stones, quell’essere incompreso, quell’essere incapace di inserirsi nel tessuto sociale, quel sentirsi fuori tempo massimo, quel dolore provocato dal misurarsi con le perpetue bugie dell’esistenza umana. Satisfaction degli Stones, come direbbero i giovani oggi, spacca, è una canzone che spinge l’ascoltatore a muoversi, ad alzarsi in piedi e saltare, a gridare a squarciagola, trasportato da innodiche vibrazioni. In un certo senso, è inclusiva e “soddisfacente”.  Unsatisfied, invece, invita alla stasi, a crogiolarsi nella riflessione malinconica. C’è un’immensa bellezza, ma non è la bellezza con cui si balla; è più voluptas dolendi, prendere atto del fallimento e disperarsi in esso.

Il cinismo nel cuore della canzone è, infatti, implacabile, senza alcun raggio di sole: Tutto quello che sogni È proprio di fronte a te, e tutto è una bugia”, canta Westerberg dopo una serie di domande retoriche. Non c’è un filo di speranza, nessuna possibilità, nessun futuro plausibile. Unsatisfied, in tal senso, è differente dalle altre canzoni dei Replacements, che anche nella loro forma più cupa erano divertenti in modo caotico e punk. Questa, invece, sembra più una riflessione rabbiosa di un uomo di mezza età, che ha perso ogni afflato vitale, che un brano scritto da un ragazzo di venticinque anni, che suona rock’n’roll e a cui si stanno aprendo le porte del successo.

Nel retroterra letterario di Unsatisfied, quindi, non è difficile individuare il disgusto totale per l’inautenticità dell’esistenza umana che si poteva trovare in Albert Camus (Lo straniero), in Jean – Paul Sartre (La Nausea) o, per restare in terra d’America, ne Il Giovane Holden, capolavoro transgenerazionale di J.D. Salinger.

Non solo. Nell'innocente e cruda confessione di Unsatisfied, vediamo una prefigurazione del grunge degli anni '90, un movimento imbevuto di esistenzialismo e di una dolorosa presa di coscienza del fallimento di un’intera generazione. Non sorprende, quindi, che Dyslexic Heart, brano di Paul Westerberg, datato 1992, compaia nella colonna sonora di Singles, uno dei film più importanti e rappresentativi della cultura di quel decennio. Non un caso, ma quasi una necessità: la depressione armonica e il malcontento di Westerberg unirono il punk degli anni '70 e il grunge degli anni '90 in un unico, doloroso e tormentato abbraccio di una gioventù senza speranze.

 


 

 

Blackswan, martedì 23/04/2024

lunedì 22 aprile 2024

Gary Clark Jr. - JPEG RAW (Warner, 2024)

 


"Il blues sarà sempre il mio fondamento. Ma questo è solo l’inizio. Sono anche un beat maker e un impressionista a cui piace interpretare voci diverse. Ho sempre amato il teatro e poter raccontare una storia. A casa quando suono la tromba, penso a Lee Morgan, o John Coltrane quando suono il sax. Ho anche delle cornamuse nel caso ne avessi bisogno”.

Con questa dichiarazione, Gary Clark Jr spiega con estrema chiarezza quale sia il suo approccio alla composizione. Se il blues resta il suo centro di gravità permanente, il chitarrista statunitense non si limita a una frusta riproposizione del genere, di cui supera i limiti e i confini, ma esplora e contamina, fondendo le sue radici musicali con il soul, il rock, il funky, il pop e l’hip hop.

Se dal vivo ha sempre dimostrato di essere un performer eccezionale, i suoi album in studio, non proprio centrati a inizio carriera, hanno progressivamente tracciato un percorso sempre più di qualità, sfociato nell’ottimo This Land, uscito cinque anni fa, e riconfermato in questo nuovo JPEG Raw (l’acronimo JPEG sta per Gelosia, Orgoglio, Invidia e Avidità).

Un disco che, da un punto di vista concettuale, affronta il tema dell’attuale condizione umana in modo onesto e sincero, e che sotto il profilo musicale si presenta come un riuscito connubio di più generi, declinato con grande consapevolezza e ottime idee.

L'album si apre con "Maktub", groove trascinante e riff di chitarra sgranato che evoca il blues del deserto di band come Tinariwen e Tamikrest, incipit che la dice lunga sulla volontà di Clark Jr di uscire dai soliti schemi. La title track sposta subito il baricentro della narrazione verso lidi hip hop, ritornello orecchiabile e suggestivi lick di chitarra dal sapore blues, così come la successiva "Don’t Start" (in duetto con Valerie June) che rimescola blues e garage sopra aggressive ritmiche moderne, mentre un’armonica slabbrata tira l’impetuoso groove.

Nonostante una riuscita coesione di suoni, l’album si muove in direzioni tra loro contrapposte: "This is Who We Are Now" è un grande brano hip hop, tracimante pathos e spinto nella seconda parte da un lungo, strepitoso solo di chitarra, "To The End Of The Eart/Alone Together" è una vellutata ballata soul jazz dal sapore antico, resa scintillante dalla tromba del grande Keyon Harrold, "What About The Children", in duetto con la leggenda Stevie Wonder, è un funkettone che suona Stevie Wonder più di Stevie Wonder stesso, e sempre funk è anche la successiva "Hearts In Retrograde", connotata da graffi decisamente rock.

Il disco scivola verso la fine senza perdere un solo colpo e regalando altre sorprese: "Hyperwave" mescola i generi in una perfetta fusione di soul, r’n’b e pop, "Funk Witch U" vede il contributo di George Clinton in un accattivante melange di funk, hip hop e soul e "Triumph" è un’intensa ballata costruita su saliscendi emotivi, attraverso la quale Clark Jr racconta di come sia possibile trasformare una tragedia in un trionfo.

Il capolavoro arriva proprio in chiusura con "Habits", nove minuti punteggiati da un meraviglioso suono di chitarra, che iniziano come malinconicissima ballata finchè un croccante riff rock e poi un sublime arpeggio acustico spingono verso un crescendo melodico irresistibile e struggente, scartavetrato da scariche di vibrante elettricità e da un assolo da califfo della sei corde.

JPEG Raw è tutto tranne che un tradizionale album di blues, è semmai il lavoro versatile ed eterogeneo di un artista che non si accontenta di essere considerato solo un grande chitarrista che vive in una, per quanto prestigiosa, comfort zone. Forse, gli amanti ortodossi del genere storceranno il naso, ma chi ama la black music nella sua accezione più ampia, troverà in questo disco un crogiolo di idee e una sensibilità compositiva che non può lasciare indifferenti.

Voto: 8

Genere: Rock, Blues, Funky, Soul, Hip Hop

 


 

 

Blackswan, lunedì 22/04/2024