In
una scena metal frastagliata, ricca di band e decisamente interessante
come quella islandese, si inseriscono, ultimi arrivati, anche i Múr,
gruppo nuovo di pacca che ha pubblicato il suo seducente esordio sul
finire del 2024.
Un
debutto che ci era sfuggito nel periodo frenetico di fine anno, e che
andiamo a recuperare con molto piacere, visto che, nonostante si tratti
di un’opera prima, ci troviamo di fronte a una band molto consapevole e
già matura, che nei cinquantaquattro minuti di durata della scaletta,
mette sul piatto un disco poliedrico che attinge liberamente dal
progressive e dal post-metal, dando vita a un viaggio emotivamente
seducente. I Múr dovrebbero piacere ai fan di band come The Ocean,
Opeth, Ihsahn, Cult Of Luna e Alcest, per citare i riferimenti più ovvi.
È importante notare, però, che il quintetto islandese non suona mai
come se stesse plagiando, mettendo semmai in luce una personalità ben
delineata, che conquista fin dal primo ascolto.
Pur
in un contesto immediatamente riconoscibile, infatti, la scrittura dei
brani è ottima e si tiene lontano dai clichè più ovvi, dando vita a una
struttura musicale atmosferica e umorale, che alterna momenti più
morbidi e malinconici a frequenti incursioni in territori più oscuri, in
cui pesantezza e aggressività la fanno da padrone. Un’aggressività,
però, non fine a se stessa, ma che trova un intrigante contrappunto in
paesaggi sonori avvincenti, che spaziano da una delicata introspezione
ad avvincenti digressioni epiche.
Un
connubio perfetto, presentato con ottime competenze tecniche e una
evidente eleganza formale, e che trova la sua perfetta declinazione
nell’utilizzo alternato tra voci pulite e screaming, entrambe
perfettamente incastonate nel tessuto sonoro. Una musica di sicuro
impatto, dunque, che denota un’accurata ricerca anche in fase di
produzione, senza tuttavia perdere un grammo del lato emotivo della
proposta.
In
tal senso, segnaliamo l’iniziale "Eldhaf", nove minuti di pura emozione
per un brano che è chiave di lettura per l’intero album. Voce pulita,
quasi ieratica nella declinazione delle liriche, incedere maestoso, mood
oscuro e inquieto, e un alternarsi fra accelerazioni, momenti di stasi e
cupa malinconia. Lo stesso dicasi per la conclusiva "Holskefla", in cui
la bella ed evocativa linea melodica si schianta contro un muro di
chitarre ruggenti e un aspro screaming, dando vita a dieci minuti
ipnotici, lividi, confezionati con assoluta maestria.
Non
mancano, ovviamente, momenti ancora più estremi, come la title track,
tanto feroce quanto strutturalmente complessa, o la schizofrenica
"Messa", in cui fa capolino anche un inaspettato tocco di elettronica,
ma nel complesso la scaletta è ricca di profondità emotiva e seducente
nella sua ricerca atmosferica.
Tutti
elementi, questi, messi al servizio di qualcosa di più grande della
somma delle singole parti, in cui anche i momenti più estremi sono una
colorazione fra le tante in scaletta, circostanza che consente alla band
di esplorare, di cambiare spesso registro, di evocare una serie di
panorami cinematografici ed epici, in grado di carpire immediatamente la
curiosità dell’ascoltatore.
Un
esordio, dunque, davvero riuscito, che offre un’esperienza d’ascolto
stratificata e, certo, non di facilissima fruizione, soprattutto per chi
non è aduso a certe sonorità. Se il buongiorno, però, si vede dal
mattino, è inevitabile prospettare per i Múr un futuro di sicura
rilevanza non solo nella scena islandese, ma anche internazionale.
Difficile
trovare in attività band, la cui musica abbia suscitato tante polemiche
come accaduto per gli statunitensi Slayer, una dei gruppi più noti e
seminali del movimento thrash metal.
Gli esempi si sprecano
Nel
1996 gli Slayer vennero citati in giudizio con l'accusa di aver spinto
alcuni giovani a uccidere una ragazza: la vittima era Elyse Marie
Pahler, una quindicenne assassinata il 22 luglio 1995. All'epoca, gli
assassini Roger Casey (17 anni), Jacob Delashmutt (16) e Joseph Fiorella
(15) suonavano in un gruppo ispirato agli Slayer chiamato Hatred;
i tre confessarono di aver rapito la giovane, di averla drogata,
stuprata e pugnalata a morte su un altare satanico, per poi concludere
le sevizie con atti di necrofilia. I ragazzi, dopo l'arresto, dissero di
essere stati plagiati da alcune canzoni degli Slayer come Altar of Sacrifice (contenuta in Reign in Blood), Kill Again e Necrophiliac (entrambe presenti in Hell Awaits).
Ciò indusse i parenti della povera vittima a promuovere un’azione
legale nei confronti degli Slayer e della loro etichetta discografica:
il processo terminò nel 2001, a sei anni dall'accaduto, e si concluse
con l'assoluzione del gruppo, motivata dal fatto che la legge
statunitense non può censurare la libertà di espressione musicale. Il
giudice, inoltre, non ritenne la loro musica oscena, indecente o
pericolosa per i minori.
Negli
anni successivi si è tornato a parlare degli Slayer per un fatto di
cronaca avvenuto in Italia: il 28 maggio 2004, infatti, vennero
ritrovati due cadaveri in una fossa di un bosco nei pressi di Somma
Lombardo. Le due vittime erano Fabio Tollis e Chiara Marino, uccisi da
alcuni membri di una setta chiamata Le Bestie Di Satana, di cui
i due erano parte integrante. Dopo il ritrovamento dei corpi,
iniziarono le indagini che condurranno al gruppo satanico, portando così
a numerosi arresti. Indovinate un po’: si ritiene che i feroci omicidi
commessi dalla setta furono ispirati dal brano Kill Again, ricompreso, come citato, nella scaletta di Hell Awaits.
Altri duri attacchi vennero rivolti al nono album del gruppo, Christ Illusion, che contiene un brano intitolato Jihad,
in cui si parla degli attentati dell’11 settembre dal punto di vista
degli estremisti islamici. Una presa di posizione che ha generato rabbia
da parte di alcuni parenti delle vittime della tragedia, costringendo
il chitarrista della band, Kerry King, a chiarire più volte il senso del
brano che, dal punto di vista della band, parla semplicemente delle
storture che può ingenerare la religione.
La
circostanza che più di tutte, però, ha scatenato contro la band l’ira
dei media, delle associazioni culturali e della chiesa ebraica, è il
presunto filo nazismo degli Slayer, come sembrerebbe emergere dal
frequente utilizzo di citazioni e simbologie hitleriane. Il fanclub
ufficiale del gruppo si chiama, infatti, Slaytanic Wehrmacht, termine
quest'ultimo che indicava le forze armate tedesche, il logo del gruppo
raffigura l’aquila romana, stemma presente sugli elmi dei soldati
nazisti, infine la grafia della S di "Slayer" è stata accostata al
faamigerato simbolo delle SS.
E per quanto la band abbia sempre smentito, aver scritto una canzone intitolata Angel of Death, prima traccia dal terzo album della band, Reign In Blood, non ha certo aiutato. La canzone, infatti, si riferisce a Josef Mengele (l’angelo della morte),
il crudele medico di Aushwitz che eseguì raccapriccianti e sadici
esperimenti sui prigionieri durante l'Olocausto. Apriti cielo: gli
Slayer sono nazisti, antisemiti e satanisti. Difficile far credere il
contrario, visto che Angel Of Death è tuttora oggetto di dibattito tra gli Slayer, le associazioni favorevoli alla censura e diverse organizzazioni religiose.
In
realtà, la canzone fu scritta dal chitarrista Jeff Hanneman, grande
appassionato della seconda guerra mondiale, e il cui padre, giova
ricordare, sbarcò sulle spiagge della Normandia il 6 giugno 1944,
proprio per combattere i nazisti.
L’ispirazione per il brano arrivò quando i membri della band erano in tour per promuovere Hell Awaits,
e per passare il tempo, tra una data e l’altra, si davano alla lettura
di libri tascabili comprati nelle aree di servizio. Uno di questi,
acquistato da Hanneman, parlava proprio di Mengele: da qui,
l’ispirazione per la controversa canzone.
Angel of Death
è diventata nel tempo uno dei brani più famosi degli Slayer e un
classico del genere thrash metal. A metterci mano in fase di produzione
fu l’allora giovanissimo Rick Rubin, che era il patron della Def Jam,
etichetta nel cui portafoglio, ai tempi, militavano anche i Beastie
Boys. Rubin per la produzione si avvaleva della collaborazione di una
major, la Columbia, i cui dirigenti, non appena visto il pentacolo sulla
copertina di Reign In Blood e ascoltata Angel of Death, si rifiutarono di collaborare, passando la patata bollente alla Geffen, etichetta che si fece molti meno scrupoli.
Musicalmente,
Rubin fece un lavoro straordinario: dato che gli Slayer suonavano molto
velocemente, il produttore, in fase di registrazione, lasciò
disattivato il riverbero, per evitare che il suono diventasse
un’indistinguibile poltiglia, mentre, affascinato dalla grande tecnica
di Dave Lombardo, potenziò la batteria, tenendo in secondo piano le
chitarre. Oggi, il doppio pedale e il tom fill di Lombardo su Angel Of Death sono diventati, nell’immaginario collettivo, uno dei momenti di drumming più eccitanti e famosi della storia del metal.
I
Babybird, indie rock band britannica creata dalla mente geniale del suo
leader Stephen Jones, hanno attraversato poco più di tre lustri di
storia musicale inglese, lasciandosi alle spalle undici album in studio
e, soprattutto, due canzoni che ne hanno decretato un momentaneo, quanto
labile successo: "You’re Gorgeous", hit del 1996 dall’album Ugly Beatiful e "The F-Word" (da Bugged
del 2000) diventata sigla dell’omonimo programma di cucina condotto da
Gordon Ramsey. Per il resto, i Babybird hanno sempre rivestito il ruolo
di band di culto, capace di sfornare album di valore ma dal modesto
appeal commerciale.
Pubblicato 26 anni fa, il 24 agosto 1998, There's Something Going On
non ha scalato le classifiche dell’epoca, raggiungendo solo la
ventottesima piazza delle charts britanniche, ma rimane, anche a
distanza di tanto tempo, un disco splendido, amato profondamente da
tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo.
Ma
andiamo con ordine. La storia dei Babybird inizia alla fine degli anni
'80 quando Stephen Jones inizia a scrivere musica per una compagnia
teatrale sperimentale di Nottingham. Nel 1994, aveva composto la
bellezza di quattrocento canzoni, senza tuttavia riuscire ad
aggiudicarsi un contratto discografico. Consapevole del proprio talento,
Jones ha investito tutti i risparmi producendo da solo i primi quattro
album (con il nome Baby Bird, poi mutato in Babybird), fino a quando,
con il citato Uglly Beautiful il suo progetto diviene una band
vera e propria, e la sua produzione, inizialmente molto casalinga e
lo-fi, diventa più strutturata grazie al passaggio sotto l’etichetta
Echo.
Arriva
così il successo di "You’re Gorgeous", autentico tormentone che si
piazza alla posizione numero tre delle classifiche inglesi, rimanendo in
classifica per tre settimane. Una canzone, questa, caratterizzata da
una struttura semplice e da un ritornello orecchiabile, che fece spesso
associare i Babybird al movimento brit pop e che identificò la band con
connotati romantici che mai, in realtà, gli sono appartenuti. Quello che
a un orecchio poco attento poteva apparire come una canzone d’amore,
era in realtà cinica e caustica, dal momento che racconta la storia di
un fotografo perverso che offre a una ragazza 20 sterline in cambio di
qualche scatto hot. Eppure la canzone è diventata un tormentone per
coppie innamorate, un must alle feste nuziali e un punto fermo delle
radio britanniche.
Così,
i consumatori occasionali di pop, che avevano comprato il disco,
rimasero esterrefatti dalla restante scaletta, un mix di canzoni
abbastanza inquietante che trattava di morte, di disagio, di religione,
alternando qualche melodia carina a cupi momenti lo-fi. Un disco
talmente straniante che venne argutamente rinominato "You're Gorgeous and some other songs".
Avere avuto un enorme successo pop li aveva resi imperdonabilmente poco
cool agli occhi del pubblico alternativo, mentre agli amanti
occasionali delle hit non importava molto di sentire altro da loro, dal
momento che si accontentavano di ascoltare "You’re Gorgeous" a
ripetizione. Jones avrebbe dovuto essere seduto sul trono insieme a
Albarn, Yorke, Gallagher, Cocker e tutti gli altri migliori songwriter
del Regno Unito. Invece, era solo l'autore di questo grande successo pop
e la gente non poteva prenderlo sul serio.
Ciò
di cui Jones e la sua band avevano bisogno era di bandire quel ricordo
con un album diverso, che mettesse in mostra e definisse veramente il
loro talento. Un disco più mirato e più compiuto, in cui ogni traccia
avesse vera profondità e sostanza, un album in cui l'oscurità e la luce
potessero essere combinate in modo più efficace.
Due anni dopo, nel 1998, come lancio per la promozione di There's Something Going On,
i Babybird pubblicarono un nuovo singolo, che non avrebbe potuto essere
più lontano da "You're Gorgeous". "Bad Old Man" è una canzone
scioccante, oscura, priva di ogni ammiccamento al romanticismo, il cui
testo menziona la parola pedofilo, probabilmente unica canzone al mondo
che, nonostante ciò, abbia conquistato la top 40. "Bad Old Man" si muove
lentamente, è una marcia funebre punteggiata dal suono di un pianoforte
malinconicissimo, un brano che sarebbe stato benissimo in un disco dei
Black Heart Procession e che ha come protagonista un pervertito. Ecco,
questi sono i veri Babybird, non quelli di "You’re Gorgeous".
Nonostante
fosse uno dei singoli più belli pubblicati in quell’anno, "Bad Old
Man", come prevedibile, si attestò solo alla trentunesima piazza delle
charts. Le radio, soprattutto nelle programmazioni diurne, lo evitavano
come la peste, e gli appassionati di musica, i fruitori attivi, tenevano
a distanza quella band che due anni prima incarnava l’idea di un pop
sdolcinato e buono per la truppa. Pochi mesi dopo, uscì il secondo
singolo dell'album.
Dopo
il terrificante "Bad Old Man", fu una scelta saggia fornire un netto
contrasto con la sbalorditiva "If You'll Be Mine", un brano dolce e
sognante, avvolto dalla luce luminosa di un mattino di primavera. Una
canzone meravigliosa, che suonava dannatamente U2, ma che gli U2 non
sarebbero più stati in grado di comporre. "If You'll Be Mine" esprime al
meglio il talento di Jones, abile a usare melodie dolci per mascherare
testi che sono tristi o inquietanti: in questo caso, abbiamo una storia
di amore perduto per sempre, avvolta, però, in una calda e confortante
coperta melodica.
"Back
Together" è la canzone più amata dai fan della band, misteriosa ma
stranamente spensierata, è un momento perfetto di pop barocco, intima e
calda un secondo prima, palpitante ed emozionante, quello dopo. È un
brano arrangiato e strutturato magistralmente, che delinea lo spazio in
modo brillante durante il ponte strumentale, e che si apre a un
ritornello memorabile.
Atmosferica
e vagamente spettrale è "I Was Never Here", in cui una maestosa
sequenza di accordi gira apparentemente senza meta sotto la voce quasi
colloquiale, eppure così intensamente drammatica, di Jones, prima che il
brano improvvisamene esploda come una bomba di chitarre feroci e
sferraglianti. Il ritmo è accelerato nella malata e inquietante "First
Man On The Sun", una scorribanda perversa tra ritmi di rumba e
vibrazioni drum n bass, seguita dalla cruda e delirante "You Will Always
Love Me", un brano musicalmente trasognato, che parla di uno stalker e
affronta il lato oscuro dell’amore, un tema centrale in There's Something Going On.
Lungi dall'essere sentimentali o romantiche, le canzoni di Jones
riguardano ossessione, potere, controllo, dipendenza, perversi istinti
umani ed ego maschile.
Più
focalizzato del suo predecessore in termini di liriche, l’album mette,
poi, in evidenza una ragionata diversità musicale. "The Life", ad
esempio, è un pezzo di trip-hop schizofrenico e paranoico, un po' come
se fosse suonato dagli Happy Mondays in down di anfetamine, e la
rabbiosa "All Men Are Evil" è attraversata da un groove torbido e da
versi cantati come una sinistra filastrocca, mentre una stralunatissima
armonica accresce l'urgenza già totalmente frenetica del brano.
Poi,
arriva quella che potremmo definire la miglior canzone dell'album, e
probabilmente il brano più potente che Stephen Jones abbia mai scritto.
Strutturata su una ritmica spazzolata, poche note di pianoforte e voce
in falsetto, è impossibile pensare a qualcosa di più inquietante di
"Take Me Back", il racconto straziante di uno stupro a bordo strada e i
conseguenti sentimenti di vergogna, colpa e desiderio di vendetta. La
versatilità di Jones come cantante è qui esibita in modo spettacolare,
la sua voce si eleva da sussurro inquietante a urlo trattenuto ma
schizofrenico, mentre l'atmosfera seducente e angosciante prende
possesso dell'ascoltatore, trasportandolo in una dimensione da incubo.
Un
brano così teso, che la successiva, lunga e dolente "It's Not Funny
Anymore" suona come un momento di sollievo al confronto: un'altra
scintillante ballata lo-fi basata su synth lacrimosi e loop di batteria
sovrapposti, e che si libra verso il cielo quando raggiunge il suo lungo
e commovente outro. Fornisce un ideale penultimo climax prima che
questo straordinario disco si concluda in modo sottile e delicato con la
title track, scarna e leggera, ponendo il suggello a un intenso viaggio musicale intitolato "There's Something Going On".
Cosa
è successo dopo? L'album è stato ben accolto dalla critica ma ha
venduto modestamente, raggiungendo il numero 28 nelle classifiche degli
album del Regno Unito. All'inizio dell'anno seguente, una versione
remixata di "Back Together" entrò nella classifica dei singoli al numero
22. L'album successivo Bugged ebbe molto meno successo, non arrivando nemmeno nella Top 100, con il risultato che la band dovette arrendersi.
Stephen
Jones lavorò ad altri progetti e pubblicò un disco da solista, prima di
riformare il gruppo nel 2005 e pubblicare altri tre album, uno dei
quali con un'apparizione come ospite di Johnny Depp alla chitarra.
L’avventura Babybird si sarebbe conclusa di nuovo nel 2012, con Jones
che tornò alle sue radici lo-fi e pubblicò un'enorme quantità di musica
fatta in casa sotto vari alias tramite la sua pagina Bandcamp. Solo
pochi anni dopo avrebbe ripreso in mano il progetto Babybird per la
terza volta, riportando la band in tour e pubblicando una serie di album
in edizione limitata.
Cinquant’anni
compiuti lo scorso anno, Mark Tremonti è una figura iconica dell’hard
rock/heavy metal, oltre a essere considerato uno dei migliori
chitarristi di genere in circolazione. In tre decenni circa di attività
ha venduto milioni di dischi, frutto della sua militanza nei Creed, band
post grunge che fece il botto con il best seller Human Clay
(1999), negli Alter Bridge, di cui è tutt’ora co-leader insieme a
Myles Kennedy, e grazie a una carriera solista tutta di livello, che ha
raggiunto il suo apice quattro anni fa con il celebrato Marching In Time (2021).
Oggi,
messa momentaneamente in stand by l’attività con gli Alter Bridge, il
chitarrista torna con il suo sesto album solista, non proprio un
concept, ma un disco la cui scaletta è tenuta insieme dal fil rouge
di riflessioni profonde sul male di vivere dei giorni d’oggi,
sull’odierna condizione umana, su un mondo che va progressivamente alla
deriva. Sono le scelte degli uomini a determinare il futuro della
società, scelte che non possiamo sapere se giuste o sbagliate, se non
alla fine, quando si sono realizzate. E’ la fine che ci mostra il
risultato delle nostre azioni, è ciò che si è compiuto che svela il bene
o il male delle nostre decisioni, da cui dovremmo imparare, anche se in
realtà non impariamo mai niente.
C’è
disillusione e pessimismo nelle liriche del disco, che si riflettono,
poi, sul mood della musica, in cui non mancano ritornelli catchy, ma che
inevitabilmente tende a essere oscura, per quanto non opprimente, e a
richiamare pensieri malinconici, anche quando il tiro si fa potente.
The End Will Show Us How
è un disco in cui hard rock e metal, spinti dai consueti riff ad alto
contenuto energetico, si intrecciano con ritornelli melodici, in un
impianto solido, apparentemente monolitico, dal suono reso omogeneo e
coerente dalla produzione del solito Michael “Elivis” Baskette. Si
fatica un po’ all’inizio a entrare in sintonia con un disco che sembra
privo di guizzi distintivi, ma ascolto dopo ascolto, s’innesca la miccia
emotiva, si coglie la profondità della scrittura di canzoni tutte
buone, alcune davvero di livello. La band picchia con la consueta forza,
creando lo sfondo perfetto in cui emerge la chitarra di Tremonti, che
evita inutili sbrodolamenti, centellinando gli assoli, tutti peraltro
davvero ficcanti, e una voce notevole, a volte plasmata sul timbro
dell’amico Myles Kennedy, ma sempre sicura, sfaccettata, perfettamente a
suo agio sia nei momenti più aggressivi che in quelli riflessivi.
Dodici
canzoni, per quasi un’ora di musica, che parte alla grande con "The
Mother, The Earth And I", brano dagli evidenti intenti ecologisti,
costruito come da manuale: intro in crescendo, riff arcigno, ritmica
martellante e una melodia oscura che si schiude in uno dei ritornelli
più immediatamente assimilabili del disco.
Non
mancano, poi, evidenti riferimenti alla musica degli Alter Bridge come
in "Just Too Much" (Tremonti si incarna perfettamente in Kennedy), un
brano dal groove trascinante e dalla complessa architettura melodica. E
se "One More Time" e "Nails" rappresentano il lato più metal e
agguerrito del disco (ma fate sempre attenzione alle linee armoniche,
splendidamente centrate), la superba "Now That I’ve Made It" recupera
antiche scorie grunge riconducibili ai Creed e piazza un ritornello di
cupa bellezza.
Sono
da menzionare anche la conclusiva, insolita, "All The Wicked Things", i
cui synth iniziali e il cantato baritonale di Tremonti fanno venire in
mente addirittura gli Editors, salvo poi virare verso ruvidità hard rock
e un solo finale da pelle d’oca, e la title track, la migliore del
lotto, una ballata atmosferica, che stringe il cuore in una morsa di
arresa malinconia.
Mark
Tremonti, ma questo già si sapeva, dimostra per l’ennesima volta di
aver raggiunto una maturità artistica che gli permette di brillare in
solitaria anche lontano dalla casa madre, grazie a canzoni che si fanno
ricordare non solo per le sue abilità tecniche, ma anche per una
scrittura appassionata e mai ovvia. Con The End Will Show Us How, questo 2025, al momento parco di uscite di rilievo, non poteva iniziare meglio.
Songs For Beating Hearts
è un disco che rimanda al prog degli anni d’oro, non solo nelle
intenzioni o concettualmente, quanto semmai nel suono clamorosamente
vintage e in un approccio che scarta ogni modernità in favore di una
visione squisitamente settantiana. Spesso accostati ad alcuni gruppi
prog metal che oggi vanno per la maggiore, gli svedesi Beardfish non
hanno mai abbracciato sonorità estreme, preferendo rendere omaggio, e
mai come in questo nuovo album, agli eroi musicali conosciuti attraverso
i dischi di papà.
Dopo
lo scioglimento nel 2016 e gli anni oscuri della pandemia globale, la
band ha trovato nuovi stimoli per continuare a camminare sulla stessa
strada, e così Rikard Sjöblom, David Zackrisson, Magnus Östgren e Robert
Hansen hanno ricominciato la loro storia esattamente da dove l’avevano
interrotta. Hanno iniziato così a lavorare su materiale che era rimasto
nei cassetti, arricchendolo di nuove idee, fino al risultato finale
rappresentato dalle sette canzoni in scaletta (per un’ora circa di
minutaggio), tra le migliori del loro songbook.
"Ecotone",
la canzone che apre il disco è pura magia, è uno di quei brani che
hanno il merito di farsi ricordare fin dal primo ascolto e che girano in
loop sul piatto dello stereo. La canzone inizia con un arpeggio
acustico, la melodia è dolcissima, la voce di Amanda Ortenhag (che
accompagna quella di Rikard Sjöblom) rende l’atmosfera sognante ed
evocativa, mentre un’acidula chitarra innerva il brano sottotraccia di
brevi scariche elettriche. Un numero di prog folk a dir poco perfetto,
che può rimandare tanto ai leggendari Fairport Convention quanto ai più
recenti Midlake.
Non
appena "Ecotone" evapora, inizia il corpus centrale dell’opera, "Out In
The Open", una complessa suite che coagula in poco più di venti minuti
tutto il progressive dei giorni leggendari. Un canzone splendida e
splendidamente suonata, che alterna accelerazioni e momenti di stasi, e
che rappresenta una piccola sfida agli appassionati di prog per
riconoscere le varie sonorità citate, che vanno dagli Yes di "Fragile"
agli Emerson Lake & Palmer di "Tarkus".
Archi
barocchi aprono "Beating Heart", ma dopo poco il brano si accende di
elettricità (e qui vengono in mente i King Crimson), salvo poi
svilupparsi tra continui sali scendi in un intreccio perfettamente
riuscito fra folk, prog e hard rock che si sublima in una straniante
coda orchestrale. "In the Autumn" inizia mostrando le indubbie capacità
tecniche della band e si sviluppa poi attraverso sonorità più leggere
dalle vaghe reminiscenze californiane.
Dopo
un breve intermezzo strumentale ("Ecotone Reprise"), il disco si chiude
con "Torrential Downpour", lunga ballata dai sentori autunnali a
cavallo fra folk e prog, e "Ecotone Norrsken 1982", una sorta di
sralunato esperimento elettronico, che sembra citare Alan Parson, in
netta controtendenza con il resto della scaletta.
Songs For Beating Hearts
è un disco totalmente anacronistico, legato a doppio filo a un mondo
musicale che oggi vive, attraverso un diverso linguaggio, una seconda
giovinezza. I Beardfish, però, preferiscono lo studio delle lettere
antiche, si immergono nei grandi classici e cercano di restituirli alla
luce. Un compito complesso ma decisamente riuscito, una manna dal cielo
per schiere di progster nostalgici, la cui comfort zone è rimasta
saldamente ancorata agli anni ’70.