venerdì 31 gennaio 2025

Mur - Mur (Century Media, 2024)

 


In una scena metal frastagliata, ricca di band e decisamente interessante come quella islandese, si inseriscono, ultimi arrivati, anche i Múr, gruppo nuovo di pacca che ha pubblicato il suo seducente esordio sul finire del 2024.

Un debutto che ci era sfuggito nel periodo frenetico di fine anno, e che andiamo a recuperare con molto piacere, visto che, nonostante si tratti di un’opera prima, ci troviamo di fronte a una band molto consapevole e già matura, che nei cinquantaquattro minuti di durata della scaletta, mette sul piatto un disco poliedrico che attinge liberamente dal progressive e dal post-metal, dando vita a un viaggio emotivamente seducente. I Múr dovrebbero piacere ai fan di band come The Ocean, Opeth, Ihsahn, Cult Of Luna e Alcest, per citare i riferimenti più ovvi. È importante notare, però, che il quintetto islandese non suona mai come se stesse plagiando, mettendo semmai in luce una personalità ben delineata, che conquista fin dal primo ascolto.

Pur in un contesto immediatamente riconoscibile, infatti, la scrittura dei brani è ottima e si tiene lontano dai clichè più ovvi, dando vita a una struttura musicale atmosferica e umorale, che alterna momenti più morbidi e malinconici a frequenti incursioni in territori più oscuri, in cui pesantezza e aggressività la fanno da padrone. Un’aggressività, però, non fine a se stessa, ma che trova un intrigante contrappunto in paesaggi sonori avvincenti, che spaziano da una delicata introspezione ad avvincenti digressioni epiche.

Un connubio perfetto, presentato con ottime competenze tecniche e una evidente eleganza formale, e che trova la sua perfetta declinazione nell’utilizzo alternato tra voci pulite e screaming, entrambe perfettamente incastonate nel tessuto sonoro. Una musica di sicuro impatto, dunque, che denota un’accurata ricerca anche in fase di produzione, senza tuttavia perdere un grammo del lato emotivo della proposta.

In tal senso, segnaliamo l’iniziale "Eldhaf", nove minuti di pura emozione per un brano che è chiave di lettura per l’intero album. Voce pulita, quasi ieratica nella declinazione delle liriche, incedere maestoso, mood oscuro e inquieto, e un alternarsi fra accelerazioni, momenti di stasi e cupa malinconia. Lo stesso dicasi per la conclusiva "Holskefla", in cui la bella ed evocativa linea melodica si schianta contro un muro di chitarre ruggenti e un aspro screaming, dando vita a dieci minuti ipnotici, lividi, confezionati con assoluta maestria.

Non mancano, ovviamente, momenti ancora più estremi, come la title track, tanto feroce quanto strutturalmente complessa, o la schizofrenica "Messa", in cui fa capolino anche un inaspettato tocco di elettronica, ma nel complesso la scaletta è ricca di profondità emotiva e seducente nella sua ricerca atmosferica.

Tutti elementi, questi, messi al servizio di qualcosa di più grande della somma delle singole parti, in cui anche i momenti più estremi sono una colorazione fra le tante in scaletta, circostanza che consente alla band di esplorare, di cambiare spesso registro, di evocare una serie di panorami cinematografici ed epici, in grado di carpire immediatamente la curiosità dell’ascoltatore.

Un esordio, dunque, davvero riuscito, che offre un’esperienza d’ascolto stratificata e, certo, non di facilissima fruizione, soprattutto per chi non è aduso a certe sonorità. Se il buongiorno, però, si vede dal mattino, è inevitabile prospettare per i Múr un futuro di sicura rilevanza non solo nella scena islandese, ma anche internazionale.

Voto: 7,5

Genere: Post Metal, Prog Metal

 


 


Blackswan, venerdì 31/01/2025

mercoledì 29 gennaio 2025

Angel Of Death - Slayer (Def Jam, 1986)

 



Difficile trovare in attività band, la cui musica abbia suscitato tante polemiche come accaduto per gli statunitensi Slayer, una dei gruppi più noti e seminali del movimento thrash metal.

Gli esempi si sprecano

Nel 1996 gli Slayer vennero citati in giudizio con l'accusa di aver spinto alcuni giovani a uccidere una ragazza: la vittima era Elyse Marie Pahler, una quindicenne assassinata il 22 luglio 1995. All'epoca, gli assassini Roger Casey (17 anni), Jacob Delashmutt (16) e Joseph Fiorella (15) suonavano in un gruppo ispirato agli Slayer chiamato Hatred; i tre confessarono di aver rapito la giovane, di averla drogata, stuprata e pugnalata a morte su un altare satanico, per poi concludere le sevizie con atti di necrofilia. I ragazzi, dopo l'arresto, dissero di essere stati plagiati da alcune canzoni degli Slayer come Altar of Sacrifice (contenuta in Reign in Blood), Kill Again e Necrophiliac (entrambe presenti in Hell Awaits). Ciò indusse i parenti della povera vittima a promuovere un’azione legale nei confronti degli Slayer e della loro etichetta discografica: il processo terminò nel 2001, a sei anni dall'accaduto, e si concluse con l'assoluzione del gruppo, motivata dal fatto che la legge statunitense non può censurare la libertà di espressione musicale. Il giudice, inoltre, non ritenne la loro musica oscena, indecente o pericolosa per i minori.

Negli anni successivi si è tornato a parlare degli Slayer per un fatto di cronaca avvenuto in Italia: il 28 maggio 2004, infatti, vennero ritrovati due cadaveri in una fossa di un bosco nei pressi di Somma Lombardo. Le due vittime erano Fabio Tollis e Chiara Marino, uccisi da alcuni membri di una setta chiamata Le Bestie Di Satana, di cui i due erano parte integrante. Dopo il ritrovamento dei corpi, iniziarono le indagini che condurranno al gruppo satanico, portando così a numerosi arresti. Indovinate un po’: si ritiene che i feroci omicidi commessi dalla setta furono ispirati dal brano Kill Again, ricompreso, come citato, nella scaletta di Hell Awaits.

Altri duri attacchi vennero rivolti al nono album del gruppo, Christ Illusion, che contiene un brano intitolato Jihad, in cui si parla degli attentati dell’11 settembre dal punto di vista degli estremisti islamici. Una presa di posizione che ha generato rabbia da parte di alcuni parenti delle vittime della tragedia, costringendo il chitarrista della band, Kerry King, a chiarire più volte il senso del brano che, dal punto di vista della band, parla semplicemente delle storture che può ingenerare la religione.

La circostanza che più di tutte, però, ha scatenato contro la band l’ira dei media, delle associazioni culturali e della chiesa ebraica, è il presunto filo nazismo degli Slayer, come sembrerebbe emergere dal frequente utilizzo di citazioni e simbologie hitleriane. Il fanclub ufficiale del gruppo si chiama, infatti, Slaytanic Wehrmacht, termine quest'ultimo che indicava le forze armate tedesche, il logo del gruppo raffigura l’aquila romana, stemma presente sugli elmi dei soldati nazisti, infine la grafia della S di "Slayer" è stata accostata al faamigerato simbolo delle SS.

E per quanto la band abbia sempre smentito, aver scritto una canzone intitolata Angel of Death, prima traccia dal terzo album della band, Reign In Blood, non ha certo aiutato. La canzone, infatti, si riferisce a Josef Mengele (l’angelo della morte), il crudele medico di Aushwitz che eseguì raccapriccianti e sadici esperimenti sui prigionieri durante l'Olocausto. Apriti cielo: gli Slayer sono nazisti, antisemiti e satanisti. Difficile far credere il contrario, visto che Angel Of Death è tuttora oggetto di dibattito tra gli Slayer, le associazioni favorevoli alla censura e diverse organizzazioni religiose.

In realtà, la canzone fu scritta dal chitarrista Jeff Hanneman, grande appassionato della seconda guerra mondiale, e il cui padre, giova ricordare, sbarcò sulle spiagge della Normandia il 6 giugno 1944, proprio per combattere i nazisti.

L’ispirazione per il brano arrivò quando i membri della band erano in tour per promuovere Hell Awaits, e per passare il tempo, tra una data e l’altra, si davano alla lettura di libri tascabili comprati nelle aree di servizio. Uno di questi, acquistato da Hanneman, parlava proprio di Mengele: da qui, l’ispirazione per la controversa canzone.

Angel of Death è diventata nel tempo uno dei brani più famosi degli Slayer e un classico del genere thrash metal. A metterci mano in fase di produzione fu l’allora giovanissimo Rick Rubin, che era il patron della Def Jam, etichetta nel cui portafoglio, ai tempi, militavano anche i Beastie Boys. Rubin per la produzione si avvaleva della collaborazione di una major, la Columbia, i cui dirigenti, non appena visto il pentacolo sulla copertina di Reign In Blood e ascoltata Angel of Death, si rifiutarono di collaborare, passando la patata bollente alla Geffen, etichetta che si fece molti meno scrupoli.

Musicalmente, Rubin fece un lavoro straordinario: dato che gli Slayer suonavano molto velocemente, il produttore, in fase di registrazione, lasciò disattivato il riverbero, per evitare che il suono diventasse un’indistinguibile poltiglia, mentre, affascinato dalla grande tecnica di Dave Lombardo, potenziò la batteria, tenendo in secondo piano le chitarre. Oggi, il doppio pedale e il tom fill di Lombardo su Angel Of Death sono diventati, nell’immaginario collettivo, uno dei momenti di drumming più eccitanti e famosi della storia del metal.  




Blackswan, mercoledì 29/01/2025

martedì 28 gennaio 2025

Babybird - There's Something Going On (Echo, 1998)

 


I Babybird, indie rock band britannica creata dalla mente geniale del suo leader Stephen Jones, hanno attraversato poco più di tre lustri di storia musicale inglese, lasciandosi alle spalle undici album in studio e, soprattutto, due canzoni che ne hanno decretato un momentaneo, quanto labile successo: "You’re Gorgeous", hit del 1996 dall’album Ugly Beatiful e "The F-Word" (da Bugged del 2000) diventata sigla dell’omonimo programma di cucina condotto da Gordon Ramsey. Per il resto, i Babybird hanno sempre rivestito il ruolo di band di culto, capace di sfornare album di valore ma dal modesto appeal commerciale.

Pubblicato 26 anni fa, il 24 agosto 1998, There's Something Going On non ha scalato le classifiche dell’epoca, raggiungendo solo la ventottesima piazza delle charts britanniche, ma rimane, anche a distanza di tanto tempo, un disco splendido, amato profondamente da tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo.

Ma andiamo con ordine. La storia dei Babybird inizia alla fine degli anni '80 quando Stephen Jones inizia a scrivere musica per una compagnia teatrale sperimentale di Nottingham. Nel 1994, aveva composto la bellezza di quattrocento canzoni, senza tuttavia riuscire ad aggiudicarsi un contratto discografico. Consapevole del proprio talento, Jones ha investito tutti i risparmi producendo da solo i primi quattro album (con il nome Baby Bird, poi mutato in Babybird), fino a quando, con il citato Uglly Beautiful il suo progetto diviene una band vera e propria, e la sua produzione, inizialmente molto casalinga e lo-fi, diventa più strutturata grazie al passaggio sotto l’etichetta Echo.

Arriva così il successo di "You’re Gorgeous", autentico tormentone che si piazza alla posizione numero tre delle classifiche inglesi, rimanendo in classifica per tre settimane. Una canzone, questa, caratterizzata da una struttura semplice e da un ritornello orecchiabile, che fece spesso associare i Babybird al movimento brit pop e che identificò la band con connotati romantici che mai, in realtà, gli sono appartenuti. Quello che a un orecchio poco attento poteva apparire come una canzone d’amore, era in realtà cinica e caustica, dal momento che racconta la storia di un fotografo perverso che offre a una ragazza 20 sterline in cambio di qualche scatto hot. Eppure la canzone è diventata un tormentone per coppie innamorate, un must alle feste nuziali e un punto fermo delle radio britanniche.

Così, i consumatori occasionali di pop, che avevano comprato il disco, rimasero esterrefatti dalla restante scaletta, un mix di canzoni abbastanza inquietante che trattava di morte, di disagio, di religione, alternando qualche melodia carina a cupi momenti lo-fi. Un disco talmente straniante che venne argutamente rinominato "You're Gorgeous and some other songs". Avere avuto un enorme successo pop li aveva resi imperdonabilmente poco cool agli occhi del pubblico alternativo, mentre agli amanti occasionali delle hit non importava molto di sentire altro da loro, dal momento che si accontentavano di ascoltare "You’re Gorgeous" a ripetizione. Jones avrebbe dovuto essere seduto sul trono insieme a Albarn, Yorke, Gallagher, Cocker e tutti gli altri migliori songwriter del Regno Unito. Invece, era solo l'autore di questo grande successo pop e la gente non poteva prenderlo sul serio.

Ciò di cui Jones e la sua band avevano bisogno era di bandire quel ricordo con un album diverso, che mettesse in mostra e definisse veramente il loro talento. Un disco più mirato e più compiuto, in cui ogni traccia avesse vera profondità e sostanza, un album in cui l'oscurità e la luce potessero essere combinate in modo più efficace.

Due anni dopo, nel 1998, come lancio per la promozione di There's Something Going On, i Babybird pubblicarono un nuovo singolo, che non avrebbe potuto essere più lontano da "You're Gorgeous". "Bad Old Man" è una canzone scioccante, oscura, priva di ogni ammiccamento al romanticismo, il cui testo menziona la parola pedofilo, probabilmente unica canzone al mondo che, nonostante ciò, abbia conquistato la top 40. "Bad Old Man" si muove lentamente, è una marcia funebre punteggiata dal suono di un pianoforte malinconicissimo, un brano che sarebbe stato benissimo in un disco dei Black Heart Procession e che ha come protagonista un pervertito. Ecco, questi sono i veri Babybird, non quelli di "You’re Gorgeous".

Nonostante fosse uno dei singoli più belli pubblicati in quell’anno, "Bad Old Man", come prevedibile, si attestò solo alla trentunesima piazza delle charts. Le radio, soprattutto nelle programmazioni diurne, lo evitavano come la peste, e gli appassionati di musica, i fruitori attivi, tenevano a distanza quella band che due anni prima incarnava l’idea di un pop sdolcinato e buono per la truppa. Pochi mesi dopo, uscì il secondo singolo dell'album.

Dopo il terrificante "Bad Old Man", fu una scelta saggia fornire un netto contrasto con la sbalorditiva "If You'll Be Mine", un brano dolce e sognante, avvolto dalla luce luminosa di un mattino di primavera. Una canzone meravigliosa, che suonava dannatamente U2, ma che gli U2 non sarebbero più stati in grado di comporre. "If You'll Be Mine" esprime al meglio il talento di Jones, abile a usare melodie dolci per mascherare testi che sono tristi o inquietanti: in questo caso, abbiamo una storia di amore perduto per sempre, avvolta, però, in una calda e confortante coperta melodica.

"Back Together" è la canzone più amata dai fan della band, misteriosa ma stranamente spensierata, è un momento perfetto di pop barocco, intima e calda un secondo prima, palpitante ed emozionante, quello dopo. È un brano arrangiato e strutturato magistralmente, che delinea lo spazio in modo brillante durante il ponte strumentale, e che si apre a un ritornello memorabile.

Atmosferica e vagamente spettrale è "I Was Never Here", in cui una maestosa sequenza di accordi gira apparentemente senza meta sotto la voce quasi colloquiale, eppure così intensamente drammatica, di Jones, prima che il brano improvvisamene esploda come una bomba di chitarre feroci e sferraglianti. Il ritmo è accelerato nella malata e inquietante "First Man On The Sun", una scorribanda perversa tra ritmi di rumba e vibrazioni drum n bass, seguita dalla cruda e delirante "You Will Always Love Me", un brano musicalmente trasognato, che parla di uno stalker e affronta il lato oscuro dell’amore, un tema centrale in There's Something Going On. Lungi dall'essere sentimentali o romantiche, le canzoni di Jones riguardano ossessione, potere, controllo, dipendenza, perversi istinti umani ed ego maschile.

Più focalizzato del suo predecessore in termini di liriche, l’album mette, poi, in evidenza una ragionata diversità musicale. "The Life", ad esempio, è un pezzo di trip-hop schizofrenico e paranoico, un po' come se fosse suonato dagli Happy Mondays in down di anfetamine, e la rabbiosa "All Men Are Evil" è attraversata da un groove torbido e da versi cantati come una sinistra filastrocca, mentre una stralunatissima armonica accresce l'urgenza già totalmente frenetica del brano.

Poi, arriva quella che potremmo definire la miglior canzone dell'album, e probabilmente il brano più potente che Stephen Jones abbia mai scritto. Strutturata su una ritmica spazzolata, poche note di pianoforte e voce in falsetto, è impossibile pensare a qualcosa di più inquietante di "Take Me Back", il racconto straziante di uno stupro a bordo strada e i conseguenti sentimenti di vergogna, colpa e desiderio di vendetta. La versatilità di Jones come cantante è qui esibita in modo spettacolare, la sua voce si eleva da sussurro inquietante a urlo trattenuto ma schizofrenico, mentre l'atmosfera seducente e angosciante prende possesso dell'ascoltatore, trasportandolo in una dimensione da incubo.

Un brano così teso, che la successiva, lunga e dolente "It's Not Funny Anymore" suona come un momento di sollievo al confronto: un'altra scintillante ballata lo-fi basata su synth lacrimosi e loop di batteria sovrapposti, e che si libra verso il cielo quando raggiunge il suo lungo e commovente outro. Fornisce un ideale penultimo climax prima che questo straordinario disco si concluda in modo sottile e delicato con la title track, scarna e leggera, ponendo il suggello a un intenso viaggio musicale intitolato "There's Something Going On".

Cosa è successo dopo? L'album è stato ben accolto dalla critica ma ha venduto modestamente, raggiungendo il numero 28 nelle classifiche degli album del Regno Unito. All'inizio dell'anno seguente, una versione remixata di "Back Together" entrò nella classifica dei singoli al numero 22. L'album successivo Bugged ebbe molto meno successo, non arrivando nemmeno nella Top 100, con il risultato che la band dovette arrendersi.

Stephen Jones lavorò ad altri progetti e pubblicò un disco da solista, prima di riformare il gruppo nel 2005 e pubblicare altri tre album, uno dei quali con un'apparizione come ospite di Johnny Depp alla chitarra. L’avventura Babybird si sarebbe conclusa di nuovo nel 2012, con Jones che tornò alle sue radici lo-fi e pubblicò un'enorme quantità di musica fatta in casa sotto vari alias tramite la sua pagina Bandcamp. Solo pochi anni dopo avrebbe ripreso in mano il progetto Babybird per la terza volta, riportando la band in tour e pubblicando una serie di album in edizione limitata.

 


 

 

Blackswan, martedì 28/01/2025

 

lunedì 27 gennaio 2025

Tremonti - The End Will Show Us Now (Napalm Records, 2025)

 


Cinquant’anni compiuti lo scorso anno, Mark Tremonti è una figura iconica dell’hard rock/heavy metal, oltre a essere considerato uno dei migliori chitarristi di genere in circolazione. In tre decenni circa di attività ha venduto milioni di dischi, frutto della sua militanza nei Creed, band post grunge che fece il botto con il best seller Human Clay (1999), negli Alter Bridge, di cui è tutt’ora co-leader insieme a Myles Kennedy, e grazie a una carriera solista tutta di livello, che ha raggiunto il suo apice quattro anni fa con il celebrato Marching In Time (2021).

Oggi, messa momentaneamente in stand by l’attività con gli Alter Bridge, il chitarrista torna con il suo sesto album solista, non proprio un concept, ma un disco la cui scaletta è tenuta insieme dal fil rouge di riflessioni profonde sul male di vivere dei giorni d’oggi, sull’odierna condizione umana, su un mondo che va progressivamente alla deriva. Sono le scelte degli uomini a determinare il futuro della società, scelte che non possiamo sapere se giuste o sbagliate, se non alla fine, quando si sono realizzate. E’ la fine che ci mostra il risultato delle nostre azioni, è ciò che si è compiuto che svela il bene o il male delle nostre decisioni, da cui dovremmo imparare, anche se in realtà non impariamo mai niente.

C’è disillusione e pessimismo nelle liriche del disco, che si riflettono, poi, sul mood della musica, in cui non mancano ritornelli catchy, ma che inevitabilmente tende a essere oscura, per quanto non opprimente, e a richiamare pensieri malinconici, anche quando il tiro si fa potente.

The End Will Show Us How è un disco in cui hard rock e metal, spinti dai consueti riff ad alto contenuto energetico, si intrecciano con ritornelli melodici, in un impianto solido, apparentemente monolitico, dal suono reso omogeneo e coerente dalla produzione del solito Michael “Elivis” Baskette. Si fatica un po’ all’inizio a entrare in sintonia con un disco che sembra privo di guizzi distintivi, ma ascolto dopo ascolto, s’innesca la miccia emotiva, si coglie la profondità della scrittura di canzoni tutte buone, alcune davvero di livello. La band picchia con la consueta forza, creando lo sfondo perfetto in cui emerge la chitarra di Tremonti, che evita inutili sbrodolamenti, centellinando gli assoli, tutti peraltro davvero ficcanti, e una voce notevole, a volte plasmata sul timbro dell’amico Myles Kennedy, ma sempre sicura, sfaccettata, perfettamente a suo agio sia nei momenti più aggressivi che in quelli riflessivi.

Dodici canzoni, per quasi un’ora di musica, che parte alla grande con "The Mother, The Earth And I", brano dagli evidenti intenti ecologisti, costruito come da manuale: intro in crescendo, riff arcigno, ritmica martellante e una melodia oscura che si schiude in uno dei ritornelli più immediatamente assimilabili del disco.

Non mancano, poi, evidenti riferimenti alla musica degli Alter Bridge come in "Just Too Much" (Tremonti si incarna perfettamente in Kennedy), un brano dal groove trascinante e dalla complessa architettura melodica. E se "One More Time" e "Nails" rappresentano il lato più metal e agguerrito del disco (ma fate sempre attenzione alle linee armoniche, splendidamente centrate), la superba "Now That I’ve Made It" recupera antiche scorie grunge riconducibili ai Creed e piazza un ritornello di cupa bellezza.

Sono da menzionare anche la conclusiva, insolita, "All The Wicked Things", i cui synth iniziali e il cantato baritonale di Tremonti fanno venire in mente addirittura gli Editors, salvo poi virare verso ruvidità hard rock e un solo finale da pelle d’oca, e la title track, la migliore del lotto, una ballata atmosferica, che stringe il cuore in una morsa di arresa malinconia.

Mark Tremonti, ma questo già si sapeva, dimostra per l’ennesima volta di aver raggiunto una maturità artistica che gli permette di brillare in solitaria anche lontano dalla casa madre, grazie a canzoni che si fanno ricordare non solo per le sue abilità tecniche, ma anche per una scrittura appassionata e mai ovvia. Con The End Will Show Us How, questo 2025, al momento parco di uscite di rilievo, non poteva iniziare meglio.

Voto: 8

Genere: Hard Rock, Heavy Metal

 


 

 

Blackswan, lunedì 27/01/2025

giovedì 23 gennaio 2025

Beardfish - Songs For Beating Hearts (InsideOut, 2024)

 


 

Songs For Beating Hearts è un disco che rimanda al prog degli anni d’oro, non solo nelle intenzioni o concettualmente, quanto semmai nel suono clamorosamente vintage e in un approccio che scarta ogni modernità in favore di una visione squisitamente settantiana. Spesso accostati ad alcuni gruppi prog metal che oggi vanno per la maggiore, gli svedesi Beardfish non hanno mai abbracciato sonorità estreme, preferendo rendere omaggio, e mai come in questo nuovo album, agli eroi musicali conosciuti attraverso i dischi di papà.

Dopo lo scioglimento nel 2016 e gli anni oscuri della pandemia globale, la band ha trovato nuovi stimoli per continuare a camminare sulla stessa strada, e così Rikard Sjöblom, David Zackrisson, Magnus Östgren e Robert Hansen hanno ricominciato la loro storia esattamente da dove l’avevano interrotta. Hanno iniziato così a lavorare su materiale che era rimasto nei cassetti, arricchendolo di nuove idee, fino al risultato finale rappresentato dalle sette canzoni in scaletta (per un’ora circa di minutaggio), tra le migliori del loro songbook.

"Ecotone", la canzone che apre il disco è pura magia, è uno di quei brani che hanno il merito di farsi ricordare fin dal primo ascolto e che girano in loop sul piatto dello stereo. La canzone inizia con un arpeggio acustico, la melodia è dolcissima, la voce di Amanda Ortenhag (che accompagna quella di Rikard Sjöblom) rende l’atmosfera sognante ed evocativa, mentre un’acidula chitarra innerva il brano sottotraccia di brevi scariche elettriche. Un numero di prog folk a dir poco perfetto, che può rimandare tanto ai leggendari Fairport Convention quanto ai più recenti Midlake.

Non appena "Ecotone" evapora, inizia il corpus centrale dell’opera, "Out In The Open", una complessa suite che coagula in poco più di venti minuti tutto il progressive dei giorni leggendari. Un canzone splendida e splendidamente suonata, che alterna accelerazioni e momenti di stasi, e che rappresenta una piccola sfida agli appassionati di prog per riconoscere le varie sonorità citate, che vanno dagli Yes di "Fragile" agli Emerson Lake & Palmer di "Tarkus".

Archi barocchi aprono "Beating Heart", ma dopo poco il brano si accende di elettricità (e qui vengono in mente i King Crimson), salvo poi svilupparsi tra continui sali scendi in un intreccio perfettamente riuscito fra folk, prog e hard rock che si sublima in una straniante coda orchestrale. "In the Autumn" inizia mostrando le indubbie capacità tecniche della band e si sviluppa poi attraverso sonorità più leggere dalle vaghe reminiscenze californiane.

Dopo un breve intermezzo strumentale ("Ecotone Reprise"), il disco si chiude con "Torrential Downpour", lunga ballata dai sentori autunnali a cavallo fra folk e prog, e "Ecotone Norrsken 1982", una sorta di sralunato esperimento elettronico, che sembra citare Alan Parson, in netta controtendenza con il resto della scaletta.

Songs For Beating Hearts è un disco totalmente anacronistico, legato a doppio filo a un mondo musicale che oggi vive, attraverso un diverso linguaggio, una seconda giovinezza. I Beardfish, però, preferiscono lo studio delle lettere antiche, si immergono nei grandi classici e cercano di restituirli alla luce. Un compito complesso ma decisamente riuscito, una manna dal cielo per schiere di progster nostalgici, la cui comfort zone è rimasta saldamente ancorata agli anni ’70. 

Voto: 7,5

Genere: Progressive




 

Blackswan, giovedì 23/01/2025