venerdì 3 ottobre 2025

Paul Weller - Find El Dorado (Parlophone, 2025)

 


Find El Dorado, secondo album di cover di Paul Weller, dopo Studio 150 del 2004, è un disco fortemente voluto dal modfather per omaggiare artisti che hanno contribuito a influenzare la sua parabola artistica. Weller ha optato per una scelta saggia, individuando brani per la maggior parte poco noti al grande pubblico. Il risultato è un album che suona, quindi, molto meno ovvio di quanto un album di cover potrebbe suonare Alla scaletta dà lustro lo storico collaboratore di Weller e chitarrista solista degli Ocean Colour Scene, Steve Cradock, che ha prodotto e arrangiato le canzoni (a parte gli archi curati da Hannah Peel), oltre a comparire in tutti i brani, alle prese con diversi strumenti.

Fatta questa doverosa premessa, il disco inanella una serie di chicche davvero interessanti, canzoni interpretate con il consueto gusto e personalità, tanto da sembrare un progetto nuovo di pacca dello stesso Weller.

Il primo estratto dall’album è stata la straordinaria reinterpretazione del brano del 1969 dei Guerrillas, "Lawdy Rolla". La voce solista in chiave soul di Weller è fantastica, Cradock offre un ottimo lavoro alla chitarra acustica e l'intervento di sax contralto di Kevin Hayes è sublime.

La versione di "Handouts in the Rain" di Richie Havens del 2002 è delicata e fascinosa, nobilitata dal duetto che vede al confronto Weller con il cantautore irlandese Declan O'Rourke.

Non sono da meno la cover di "El Dorado", originariamente scritta da Eamon Friel per un film di metà anni '80 intitolato The Best Man, con Noel Gallagher e Cradock  che si esibiscono in modo impressionante alla chitarra acustica, e  quella di "White Line Fever", un brano del 1971 dei Flying Burrito Brothers, scritto da Merle Haggard, e riletto da Weller attraverso una deliziosa atmosfera country-rock, che vanta alla pedal steel guitar la presenza di Chris Hillman (solo omonimo di Chris Hillman dei Byrds e dei Flying Burrito Brothers).

Robert Plant è ospite nella splendida versione del brano del 1971 di Hamish Imlach, "Clive's Song". Plant condivide parte della voce solista con Weller e si cimenta anche in un impressionante break blues con l'armonica.

Ray Davies scrisse nel 1971 "Nobody's Fool" per l'album Muswell Hillbillies dei Kinks Un demo del brano fu registrato, ma non apparve su quell'album. Weller, che è un grande fan del lavoro di Davies, la recupera e le rende giustizia con la sua fantastica voce e un avvolgente arrangiamento archi, punteggiato dall’ottima prova di Cradock al pianoforte. Splendida è anche l’interpretazione del brano del 1975 "One Last Cold Kiss" della cantautrice irlandese Christy Moore, che vede Weller duettare alla voce solista con Amelia Coburn.  Da citare anche la cover di "I Started a Joke" dei Bee Gees, anno domini del 1968, probabilmente il brano più noto dell'album, reso ancora più vellutato dalla voce rilassata di Weller, e quella di "Pinball", brano del 1974 a firma Brian Protheroe, in cui in primo piano emerge la splendida linea di basso di Cradock e un bel tocco di sax a opera di Jacko Peake, membro della backing band di Weller.

Se per molti artisti, un album di cover è solo un intermezzo, un ripiego (da far fruttare economicamente), tra opere originali, per Weller si tratta, invece, di riscoprire e dare nuova linfa vitale a canzoni che sarebbero rimaste a fluttuare nell’oblio. Il risultato è un album intrigante dal punto di vista del lavoro filologico e di grandissima piacevolezza all’ascolto.

Voto: 7

Genere: Rock, Pop, Folk

 


 

 

Blackswan, venerdì 03/10/2025

mercoledì 1 ottobre 2025

Lisa Ridzen - Quando Le Gru Volano a Sud (Neri Pozza, 2025)

 


Passano da me quattro volte al giorno, gli assistenti domiciliari. La prima volta che Hans ha accennato al discorso, sei mesi circa dopo che tu eri stata trasferita, l’ho trovato ridicolo. Gli ho riso in faccia, e dopo me ne sono un po’ vergognato. Lui era solo animato da buone intenzioni. Era l’epoca in cui avevo ancora potere sulla mia vita.”

Bo ha ottantanove anni e vive da solo, in compagnia del fedele cane Sixten, nella casa davanti al bosco che condivideva con la moglie Fredrika, ricoverata da tempo in una struttura per anziani affetti da demenza senile. Ad accudirlo, ci pensano il figlio Hans, manager che trova nel lavoro una via di fuga alla solitudine, dopo la separazione dalla moglie, l’amata nipote Ellinor, esuberante studentessa universitaria, e quattro assistenti sociali, che si danno il cambio quotidianamente, provvedendo ai fabbisogni dell’anziano.

Le giornate di Bo scorrono una identica all’altra, il deperimento fisico lo costringe a vivere quasi esclusivamente su una panca di legno che tiene in cucina, e i suoi unici momenti di svago sono rappresentati dalle sporadiche passeggiate con Sixten e dalle telefonate con l’amico di sempre, Ture, anche lui anziano, anche lui accudito dai servizi sociali. Un’esistenza accettabile, per quanto di piccolissimo cabotaggio che, però, precipita, quando Hans, preoccupato per le condizioni di salute del padre, decide di affidare a dei vicini il cane...

Quando Le Gru Volano a Sud è l’esordio della scrittrice svedese Lisa Ridzén, che ha trovato lo spunto per la trama del romanzo, leggendo gli appunti che l’equipe di cura di suo nonno, ha consegnato alla famiglia dopo la morte dell’anziano. Con una prosa asciutta, quasi chirurgica, a cui, però, basta una riga per tratteggiare momenti di struggente lirismo, la Ridzén racconta la fine di una vita, riflettendo con profondità sulla morte, sul senso dell’esistenza, sull’amicizia e, soprattutto, sul rapporto conflittuale tra padre e figli, tema che anima buona parte del romanzo.

Bo vive in una bolla tutta sua, fatta di ricordi e di rimpianti, trascorre le giornate dormendo molto, accarezzando l’amato cane, distraendosi solo con un po’ di televisione, qualche programma radio, i dialoghi brevi e smozzicati con chi viene a trovarlo.

Ripensa al passato, al rapporto con il proprio padre violento, dittatoriale e anaffettivo, da cui fugge, appena maggiorenne, quando trova un’occasione di lavoro in un’altra cittadina. Un rapporto intrecciato di paura e violenza, di sopraffazione e frustrazione, che scava lentamente un fossato fra i due, instillando nel piccolo Bo sentimenti di rabbia che non riuscirà mai a sopire.

Mi sentivo falso, lì davanti alla bara. Mi sentivo falso al pensiero che la gente alle mie spalle fosse convinta che lo piangessi. Le parole del pastore mi avevano indisposto: quelle frasi rispettose dimostravano che non conosceva affatto l’uomo che era stato mio padre.”

Bo pensa anche al rapporto con Hans, un figlio amatissimo quando era bambino e con il quale i rapporti si sono progressivamente sfilacciati. Ma laddove erano la prevaricazione e il rancore a determinare le dinamiche tra Bo e suo padre, con Hans prevale, invece, come un muro invalicabile, il non detto, l’amore taciuto per troppo tempo, la necessità di comprensione reciproca, ora che il rapporto si è ribaltato: Hans accudisce il padre, prigioniero in un corpo che non risponde più ai comandi, come Bo faceva con lui quando era piccolo. E come per tutti i bambini, certe scelte del genitore sono incomprensibili, anche se dettate da sincero affetto e desiderio di protezione.

Bo racconta tutto alla moglie, in un monologo immaginario dal quale trova conforto, nel tentativo velleitario di rendere presente e reale una figura amata, che ora vive a chilometri da lui, in un ospizio, incapace di riconoscerlo, incosciente della realtà che la circonda. Un monologo interrotto solo dai biglietti, spesso asettici, che gli operatori sociali si scambiano a ogni cambio turno e che intervallano la narrazione principale. Che si sofferma anche sull’amicizia fra Bo e Ture, lunga una vita, traboccante di sincero affetto, nonostante le voci ricorrenti circa l’omosessualità di quest’ultimo. Voci a cui Bo non ha mai dato importanza, anche se, in un passaggio toccante del libro, quando scopre che l’amico aveva una relazione con un altro uomo, si sente in qualche modo tradito. Non per l’omosessualità, ma perché il suo migliore amico non è stato completamente sincero, non si è aperto totalmente, tenendo celata una parte importante della sua vita.

Ogni pagina di Quando Le Gru Volano Al Sud racchiude una verità, ogni pagina impone una riflessione, anche se leggere e pensare fa dannatamente male. Perché questa storia riguarda ciascuno di noi, quello che abbiamo vissuto o vivremo coi nostri genitori, quello che vivremo personalmente, il giorno in cui non avremo più alcun potere sulla nostra vita, sulle nostre scelte, sui nostri desideri.

In qualche modo, però, questo straordinario romanzo è anche consolatorio e fa bene all’anima. Perché tratteggia personaggi di grande umanità (Ture), altri animati da sincera pietas (la dolce assistente sociale Ingrid) e indica chiaramente la strada che dà il senso ultimo alle nostre esistenze: il perdono.

E quando nelle ultime, struggenti pagine, la morte bussa alla porta, il corpo si dissolve, l’anima diventa più leggera, e la natura e l’amore di chi ci circonda trasformano l’estremo passo nel momento culminante della vita.

Il suo naso umido mi si infila sotto la mano e lui preme contro di me. Tutto si fa di una chiarezza cristallina. Una finestra si apre e io sento le gru riunirsi per volare a sud.”

 

Blackswan, mercoledì 01/10/2025

martedì 30 settembre 2025

Shipbuilding - Elvis Costello (Columbia, 1983)

 


Una ballata struggente, una dura presa di posizione contro la guerra, una canzone di appassionata militanza politica.

Il testo di "Shipbuilding" fu scritto da Costello immedesimandosi nel punto di vista dei lavoratori dei porti marittimi britannici, che costruivano navi durante la preparazione della guerra dell'Inghilterra contro l'Argentina, per la disputa delle Isole Falkland, avvenuta nel 1982. Un evento che l'allora primo ministro Margaret Thatcher utilizzò per veicolare la cacofonia del fervore nazionalistico allo scopo di coprire le voci di protesta causate da un'economia fatiscente e disastrosa.

La canzone è ambientata in una regione economicamente depressa, dove è difficile trovare beni di prima necessità come "un nuovo cappotto invernale per la moglie". In quei luoghi depressi, però, circola la voce secondo cui il cantiere navale locale presto inizierà a lavorare per costruire navi per la guerra. Gli abitanti della città sono felici perché avranno presto un lavoro, anche se questo andrà a scapito dei propri giovani, che verranno arruolati per andare a combattere una guerra assurda.

Costello scrisse il testo ispirandosi alla tragedia del Belgrano, l'incrociatore della Marina argentina affondato dalle forze britanniche durante il conflitto, in circostanze controverse. Fu lo stesso musicista a raccontarlo, usando parole durissime, durante un’intervista alla rivista Q, nel marzo del 2008: “Sono stato a vedere il monumento alla memoria, mi sono fermato e ho letto i nomi di tutti gli uomini... beh, i ragazzi che sono morti. Qualunque cosa tu dica sul conflitto di guerra, solo quel crimine porterà la Thatcher all'inferno”.

La musica di "Shipbuilding" fu, però, scritta dal produttore Clive Langer per l'ex batterista e cantante dei Soft Machine, Robert Wyatt, ispirandosi al mood malinconico con cui Wyatt aveva interpretato "Strange Fruit" di Billie Holiday. La prima versione del brano fu, quindi, quella dell’ex Soft Machine, che venne pubblicata nel 1982 e che nel maggio del 1983, raggiunse la trentaseiesima piazza delle classifiche del Regno Unito. Langer, però, non era contento del testo della canzone, e, quindi, la propose a Elvis Costello, che ne riscrisse completamente le liriche e la pubblicò sul suo album, Punch the Clock.

Costello per distinguere la sua versione da quella di Wyatt, fece una mossa azzardata, chiedendo a Chet Baker di partecipare alla registrazione con la sua tromba. Sebbene fosse convinto che il grande trombettista si sarebbe rifiutato, con gran stupore si ritrovò Baker in studio. Di lì a qualche anno, nel 1988, dopo una lunga battaglia contro l’eroina, il trombettista morì, ad Amsterdam, cadendo dal balcone di un albergo in cui alloggiava. Quella su "Shipbuilding", si dice, sia l'ultima performance registrata di Baker in vita: due assoli malinconici e drammatici, un lascito memorabile che eleva la canzone a vette celestiali.

 


 

 Blackswan, martedì 30/09/2025

lunedì 29 settembre 2025

The Sweel Season - Forward (Masterkey, 2025)


 

La storia, forse, è un po’ lunga, ma vale la pena soffermarcisi un attimo. La musica degli Swell Season, in parte il fascino acustico e rude di Glen Hansard, in parte la fragilità e il senso della dimensione cinematografica di Markéta Irglová, è indissolubile dal rapporto fra i due componenti del progetto, tanto che potremmo parlare, a proposito del loro progetto, di meta-narrazione.

Il duo esordisce nel 2006, quando viene pubblicato il loro primo album omonimo. Ma nonostante quel disco contenesse l'avvincente ballata che avrebbe segnato la loro carriera, "Falling Slowly", Hansard e la Irglová non fecero notizia fino all’anno successivo, quando uscì il film Once.

I due interpretavano versioni appena velate di se stessi: il musicista di strada "Guy" e l'immigrata "Girl", due aspiranti cantautori che faticavano a sbarcare il lunario a Dublino. La coppia finì per innamorarsi sul set, e la fiamma nascosta, e poi resa pubblica, della loro storia d'amore fece subito scalpore. La vita imitava l'arte che imitava la vita. "Falling Slowly", che, nella pellicola, il duo esegue in un negozio di chitarre, in seguito vinse addirittura un Oscar.

L’amore non durò, e il secondo album del gruppo, l'attesissimo Strict Joy del 2009, documentò il tumulto della separazione. Poi, una lunga pausa, durante la quale. Hansard pubblicò una manciata di dischi da solista (oltre a continuare a collaborare con i vivaci rocker The Frames), e lo stesso fece la Irglová. La vita, insomma, andò avanti.

Nel 2025, dopo uno iato di ben sedici anni, gli Swell Season sono tornati con il loro terzo disco, Forward, un album fortemente "meta" (nell’accezione usata precedentemente) e, in qualche modo, autoreferenziale, visto che le canzoni ruotano spesso attorno alla loro relazione passata e a come la stessa appare guardando nel loro specchietto retrovisore.

Nonostante il tempo trascorso, la musica non ha però perso il suo fascino. Hansard e la Irglová offrono entrambi ciò che ci si aspetta da loro. La chitarra acustica cuce con rinnovata tensione accordi semplici ma efficaci, in brani come la tenera apertura "Factory Street Bells" o "Stuck in Reverse", mentre la Irglová si prende la scena con la struggente "I Leave Everything to You", guidata da accurate note di pianoforte e dalla sua voce sussurrata, cristallina e vagamente gelida. Come una sorta di ritorno a casa, il disco tocca tutte le corde giuste del cuore e i nervi della nostalgia.

Certo, talvolta si ha la sensazione che la collaborazione fra i due sia meno naturale e completa di quanto ci si sarebbe potuto aspettare: la Irglová suona il piano (piuttosto basso nel mix) in "Factory Street Bells"; che è chiaramente una canzone di Hansard, e per converso "I Leave Everything to You" non presenta la chitarra acustica, né la voce di Hansard; è chiaramente una canzone di Irglová.

Manca, insomma, una più profonda interazione, come avviene, invece, nella ovvia, ma emozionante, "People We Used to Be", quando, durante il ritornello, le loro armonie si intrecciano con naturalezza, splendidamente supportate dal violino e dalla viola di Marja Gaynor e dal violoncello di Bertrand Galen. È uno dei momenti più luminosi del disco.

Il meglio arriva alla fine, con due canzoni che alzano il livello del disco. "Great Weight" è chiaramente un prodotto di Hansard, la cui voce tesa sembra immergersi in un sogno febbrile, in cui fiati alcolici sono l'accento perfetto per i ritmi sconclusionati della chitarra elettrica. È un pezzo inaspettato, persino rivoluzionario, per gli standard degli Swell Season.  

La chiusura è affidata a un altro gioiello, "A Hundred Words". Il testo abbraccia quelli che sembrano essere intenti politici: "Voglio che tu sappia che non ho paura, Ho solo tenuto la testa bassa, stanco del rumore intorno a me", canta il duo a un certo punto. Gli archi si librano, mentre Hansard e la Irglová sono accompagnati da un coro di bambini. E, qui più che in qualsiasi altro punto del disco, l'ampiezza del testo funziona alla grande, come se fosse un appello alla sinistra, agli umanisti e agli oppositori di una crescente ondata autoritaria nel mondo:” “Non arrenderti, non arrenderti", cantano, "Non smettere di credere, non smettere di credere". Per un duo che continua a scrivere canzoni su una storia d'amore avvenuta due decenni fa, questo genere di cose è una bizzarra (e, francamente, meravigliosamente gradita) chiamata alle armi.

Forward è un buon disco, che non presenta novità alcuna rispetto ai capitoli precedenti, se non fosse per i due brani finali. Ma anche quando il duo procede in base ai consueti standard, i brividi non mancano, e il cuore non può che tornare, attanagliato dalla nostalgia, al delicato amore raccontato in Once.

Voto: 7,5

Genere: Songwriter, Folk 




Blackswan, lunedì 29/09/2025

venerdì 26 settembre 2025

David Trueba - Quattro Amici (Feltrinelli, 2000,00)

 


Moderni moschettieri su uno scassato furgoncino, quattro amici in crisi da maturità si lanciano in un improbabile viaggio per strappare un po' di tempo all'esistenza e riaffermare la propria voglia di ribellione e divertimento. Solo, ventisettenne oppresso da genitori troppo perfetti e dal ricordo di una ex che sta per convolare a nozze; Blass, grasso e goffo, alla frustata ricerca di un amore; Claudio, tombeur de femmes che vive solo per l'amicizia, Raul, precipitato dalle fantasie sadomaso a un tranquillo menage familiare con due gemelli a carico. Su un furgoncino di seconda mano che olezza di formaggio, i quattro decidono di concedersi un agosto da leoni, illusorio risarcimento dalla quotidianità. Da Madrid a Valencia, da Saragozza ancora a Madrid, attraverso una scia di risse, ubriacature, cuori infranti e amplessi frettolosi, rinsalderanno la propria amicizia in una tardiva fine dell'adolescenza. Un caleidoscopio di avventure, un romanzo acido e melanconico che ha il ritmo del miglior cinema.

 

Ho sempre avuto il sospetto che l’amicizia venga sopravvalutata. Come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. Noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. Ecco perché l’amicizia viene rappresentata con patti di sangue, lealtà eterne, e addirittura mitizzata come una variante dell’amore, più profonda del banale affetto di copia. Eppure, non dev’essere un vincolo tanto solido, se l’elenco degli amici perduti è sempre più lungo di quelli conservati”.

Inizia così Quattro Amici, il romanzo più famoso di David Trueba, scrittore, sceneggiatore e regista madrileno, noto anche per aver diretto quel gioiellino datato 2013 e intitolato La Vita è Facile Ad Occhi Chiusi (sei premi Goya vinti).

Trueba mette subito le cose in chiaro: questo è un romanzo che parla di amicizia, ma non aspettatevi la solita storia infarcita di retorica e ipocrisia, di slanci fraterni, di carezzevole e virile empatia. Questo è un romanzo cinico e crudo, che non fa sconti al buonismo, che racconta la verità di un legame tanto fragile quanto, in qualche modo, indispensabile.

Solo, Blas, Claudio e Raul partono per le vacanze, un’avventura on the road su un furgone scassato e maleodorante, definita dai quattro Ventimila Leghe Subnormali, ma anche Il Lungo Viaggio verso La Fica, Viaggio al Centro Delle Cosce o Il Giro Del Culo In Ottanta Giorni. Roba da far impallidire schiere di benpensanti, oggi come allora (il romanzo è datato 1999).

Nessuna meta, on the road duro e puro, il cui unico intento è quello di scassarsi e scopare. Soprattutto scopare. Niente di strano, verrebbe da dire, perché un viaggio così molti di noi lo hanno fatto o avrebbero voluto farlo. E lo farebbero anche oggi, se ne avessero i mezzi e la forza.

Inizia da Madrid, questo vagabondare sconclusionato attraverso una Spagna soggiogata dalla canicola estiva, spassosissimo e a tratti surreale, in cui los amigos si imbatteranno in personaggi bizzarri e divertenti peripezie, con lo scopo principale, lo abbiamo detto, di portarsi a letto il maggior numero possibile di donne (infrangendo, con scellerata noncuranza, quell’odierno, ostentato e ipocrita habitus etico introdotto dal movimento MeToo).

Tuttavia, solo una lettura superficiale del testo potrebbe far ritenere che questo divertimento giovanilistico, questa sferragliante ingordigia di vita, questo vagabondare senza senso sia tutto ciò che ha da dire Quattro Amici. Che, invece, soffermandosi con attenzione su queste pagine crude, sprezzanti, ma al contempo malinconiche e poetiche, ha da raccontare molto di più.

Perché questi quattro ragazzi non sono solo dei cazzoni in libera uscita, ma quattro anime tormentate.

Blas, indole docile e spirito conciliativo, è vessato dal padre, rudere militare e residuato di un franchismo che non muore mai, è brutto e grasso, ha un disperato bisogno d’affetto che compensa con il cibo.

Claudio, bello, angelico e guascone, fa un lavoro modesto, vive solo con un vecchio cane e passa da un letto all’altro per dare senso alla sua vita di piccolissimo cabotaggio.

Raul, a sua volta, è divorato da uno smisurato appetito sessuale, ma è sposato con Elena, prigioniero in un rapporto a cui non riesce a dare più un senso, soprattutto dopo la nascita di due gemelli, spada di Damocle del senso di colpa che lo accompagnerà per tutto il viaggio.

E infine, Solo, il protagonista, l’io narrante, un giovane attratto dall’infelicità e da impulsi autodistruttivi, che lo porteranno a perdere il lavoro, a chiudere immotivatamente la relazione con Barbara, la ragazza che ama, e a vivere un rapporto conflittuale coi suoi genitori, esponenti della sinistra colta e progressista che ha trovato terreno fertile dopo la caduta di Franco.

I quattro amici, tutti meravigliosamente caratterizzati da Trueba, non sono moralmente edificanti, non sono esempi da seguire, vivono di frustrazioni e angosce, e danno libero sfogo a una celata cattiveria vestendola sotto le mentite spoglie della sincerità. Quattro ragazzi che stazionano in quella terra di mezzo in cui il male di vivere si scontra con le aspettative del mondo che li circonda, in cui l’incertezza, la paura del fallimento, il bisogno di affermazione, e l’inconsapevolezza sentimentale offuscano la visone sul futuro, trasformandoli in burattini nelle mani del fato, ingranaggi mal oliati di un meccanismo più grande di loro.

Non sono belle persone, questi quattro amici, ma sono veri, autentici, ricordano noi da giovani, ma spogliati di ogni paludamento romantico, da ogni forzatura conformista. La loro amicizia sembra l’unica cosa che conti, ma in realtà è fragile, sfilacciata dal cinismo dell’egoismo, necessità di sopravvivenza e di condivisione, ma anche campo di battaglia in cui sfogare le reciproche frustrazioni.

Il personaggio di Solo è sfaccettato, contradittorio, fascinoso. Il suo rapporto col padre perfetto, così doloroso, così conflittuale, non solo richiama quello scontro generazionale oggetto di infinita letteratura (come non ricordare il celebre schiaffo del padre de La Coscienza Di Zeno, di Italo Svevo) ma anche, a voler guardare con più attenzione, il passaggio di testimone fra la vecchia Spagna e quella nuova: la prima orgogliosamente stolida nelle proprie ataviche convinzioni, la seconda, incerta, appassionata e confusa, come sempre avviene nel passaggio storico dalla dittatura alla democrazia.

E poi, c’è l’amore per Barbara, storia che attraversa tutto il libro fino a diventare protagonista della narrazione nell’ultima parte del romanzo, la più malinconica, la più dolorosa, la più sofferta. Due anime affini che la stupidità autodistruttiva di Solo ha allontano, e che tornano a desiderarsi nuovamente, a cercarsi con lo sguardo e con le mani, quando ormai le loro vite hanno imboccato strade che il buon senso e l’opportunità sociale non farà mai più incontrare. O forse, si.

In questo marasma di sentimenti, tra risate e lacrime, tra avventure e intime riflessioni, tra nostalgia e cialtronesche smargiassate, tra bevute epocali, risse ed esilaranti deiezioni, resta un’unica certezza, quel sentimento fragile, contraddittorio, ma indispensabile, che chiamiamo amicizia.

Guardai Blas e Claudio seduti vicino a me, e compresi, in un certo senso, che cos’è l’amicizia. E’ una presenza che non ti evita di sentirti solo, ma rende il viaggio più leggero”.

 

Blackswan, venerdì 26/09/2025