giovedì 12 luglio 2012

ROCK PILLS



JAPANDROIDS - CELEBRATION ROCK
Genere : Rock
Fuochi d'artificio all'inizio e alla fine del disco. Nel mezzo una eccitantissima tempesta sonora messa in piedi tramite otto canzoni di fragoroso e anfetaminico rock. Alla terza prova in studio, i Japandroids, canadesi originari di Vancouver, sfondano il muro del suono con impeto grezzo e primordiale, chitarre distortissime, ritmiche forsennate e il bel taglio melodico di ritornelli da cantare a squarciagola. Lo sanno questi signori che si può regolare il volume degli amplificatori ? Evidentemente, no. Ma è proprio questa ( consapevole ) rozzezza l'elemento più intrigante di un disco che, letteralmente, sferraglia per trentasei travolgenti minuti attraverso i sentieri di un rock senza compromessi. In bilico fra noise e lo-fi, fra pop-punk e power rock, i Japandroids citano un pò tutti : i Dream Syndicate nel titolo di The Nigts of Wine And Roses , i Gun Club nella chiassosa ( e azzeccatissima ) cover di For The Love Of Ivy,  e ancora i Foo Fighters e gli Husker Du. Eppure non resta mai nelle orecchie la sensazione appiccicosa di deja vu. Questi due ragazzi, ascolto dopo ascolto, trasmettono semmai l'impressione di avere uno stile personalissimo, tanto che Celebration Rock si candida di diritto quale  miglior disco rock del 2012. Provare per credere.
VOTO : 8
A PLACE TO BURY STRANGERS - WORSHIP
Genere : Noise Rock, Shoegaze, Electro Wave, Goth
Fuzz, feedback, distorsioni. E tanto, tanto rumore. Eppure, stranamente, Worship ( notare come la copertina ricordi molto da vicino quella del mitico album dei Quatermass ) è un disco molto più trattenuto dei precedenti, e il  noise rock alla Sonic Youth è mitigato da un bel taglio electro wave, che rende le undici canzoni del disco estremamente varie e ricche di suggestioni. Gli A Place To Bury Strangers ( che nome fantastico per una rock band ! ) vengono di New York e al loro terzo lavoro in studio sono ormai qualcosa in più della solita new sensation, stanno sulla bocca di tutti e sono quotidianamente osannati da critica e pubblico. Con buona ragione, vorrei aggiungere, dal momento che questi tre ragazzi ci sanno fare maledettamente bene. Per poter spiegare la loro musica si è fatto spesso riferimento a mostri sacri del calibro di Jesus & Mary Chains e My Bloody Valentine, ma più che allo shoegaze ( senz'altro presente ), i toni cupi e notturni, le chitarre effettate e la ritmica marziale mi fanno pensare a Worship come ad un disco di goth rumoroso. Molto più vicino ai Joy Division e a certe canzoni ossessive dei Cure, per intenderci. La tripletta iniziale ( Alone, You Are The One, Mind Control ) è tra le cose più interessanti di questo 2012, ma anche il resto del disco fila via, tra le tenebre, che è un piacere. Da riascoltare ai primi grigiori autunnali per sortire la massima resa depressiva.
VOTO : 7,5
THE SMASHING PUMPKINS - OCEANIA
Genere : Alternative Rock
Lo dico senza troppi giri di parole: avevo una paura fottuta che il nuovo disco di Billy Corgan, alias Smashing Pumpkins ( della vecchia line up è rimasto solo lui ) fosse una cagata tremenda. Oppure che, viste le ultime mediocri uscite, si svilissero ulteriormente i bei ricordi che mi legano alla band fin dai tempi del loro disco d'esordio, Gish. Invece mi sono dovuto ricredere, perchè Oceania, pur non essendo un capolavoro, è probabilmente il disco migliore da quell'inarrivabile gioiello del 1995 dal titolo Mellon Collie And The Infinite Sadness. Certo, mancano, e si sente, la chitarra di James Iha e il drumming suntuoso di Jimmy Chamberlin ( ma queste sono più che altro paturnie da nostalgico incallito ), e ogni tanto si ha l'impressione che il filo del discorso si faccia un tantino verboso. Eppure i comprimari al servizio di Corgan sono di tutto rispetto e se la cavano con ottimo affiatamento, mentre il livello compositivo delle canzoni si attesta su livelli medio alti. C'è un pò di tutto fra i solchi di Oceania : le architetture prog di Mellon Collie, gli umori grunge e hard rock degli esordi, un uso sapiente dell'elettronica e i consueti languori onirici. E soprattutto c'è l'inconfondibile timbro vocale di un Corgan che sembra essere tornato alla dirompente vitalità dei tempi d'oro. Con un pizzico di matura consapevolezza in più.

VOTO : 7
Blackswan, giovedì 12/07/2012 

mercoledì 11 luglio 2012

PAOLO ROSSI ERA UN RAGAZZO COME NOI


Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Una formazione di calcio ? No, amici, questa è una filastrocca rock'n'roll, un'indimenticabile Glory Days bearzottiana, musica pedatoria per l'impresa calcistica più bella di sempre. Riff potenti, ritmica tribale e epica per invincibili. Spagna 1982 : Campioni del Mondo contro ogni pronostico, Campioni contro tutto e contro tutti, Campioni quando il calcio si declamava in versi, poesia della fatica e del genio. C'erano i due punti, i numeri dieci che illuminavano anche se si giocava al buio, le ammonizioni solo se fratturavi una tibia e gli avversari erano leggende in pantaloncini :la Germania Ovest di Rummenigge e Kaltz, il Brasile di Zico e Falcao, l'Argentina di Maradona, la Francia di Platini, la Polonia di Boniek. Non il calcio livellato e muscolare di oggi, tutto tattica e tavolino, popolato da artisti circensi specializzati in tuffi plateali alla prima scoreggetta avversaria, ma uno sport per uomini veri, o così almeno sembrava ai miei occhi di ragazzino. Tra tanti squadroni imbattibili, c'eravamo anche noi, l'Italia, un grande punto di domanda senza risposta a chiosare un recente racconto di calcio scommesse ed esclusioni eccellenti ( Pruzzo e Beccalossi ). Più o meno la stessa squadra del ''78, blocco Juve, e quel Paolo Rossi a cui Bearzot non volle rinunciare, nonostante fosse reduce da due anni di squalifica per aver scommesso su più di una partita di campionato combinata ad arte. Ma cosa andiamo a fare in Spagna ?, ci chiedevamo tutti, cosa ? Parte il primo girone, e le paure e le incertezze diventano realtà. Sfidiamo Polonia, Perù e Camerun, e cioè una formazione forte e due compagini molto folkloristiche e non certo irresistibili. Risultato ? Tre pareggi per il rotto della cuffia e un gioco di merda che più di merda non si può.Ci salvano una rete di Bruno Conti ( che De Gregori renderà immortale in La Leva Calcistica del 1968 ) e una di Ciccio Graziani, bomber noto ai più per il mitico stop a seguire, contraddizione in termini dell'abbecedario calcistico. 

Andiamo avanti a fatica, tra i lazzi della stampa specializzata, le pernacchie degli avversari e quel Paolo Rossi che non vede la porta nemmeno a farlo giocare con il binocolo al collo. Quel che accadrà dopo, però, ha dell'incredibile, è fantascienza, è il romanzo folle e stralunato di un visionario del calcio, una scheggia impazzita di imprevidibilità pedatoria nel corso già scritto di una storia sportiva il cui finale avrebbe dovuto essere noto e cristallino. Ma la vita, si sa, non è un lungo fiume tranquillo, piuttosto scorre tortuosa e schiumante come un ruscello di montagna che l'alveo trattiene a stento. Ci becchiamo Brasile e Argentina, mini girone all'italiana, passa la prima, ed è un pò come se a tutta la nazione avessero infilato un cactus nelle mutande: comunque tu ti muova, fai danni. C'è chi parte per il mare e chi rimette nel cassetto il tricolore. E' finita, dai, pensiamo alle ferie. Invece al Sarrià di Barcellona si compie il primo miracolo, altro che moltiplicazione dei pani e dei pesci. Giochiamo contro l'Argentina e nella metà campo avversaria ci sono i campioni in carica, ci sono Passarella ( dai Daniel Daniel Daniel, tira la bomba, tira la bomba ! ), Ardiles, Bertoni e l'extraterrestre Diego Armando Maradona.Fronti imperlate di sudore, respiri affannati, gambe che tremano, ma quando mai vinciamo contro questi? Ci pensa Claudio Gentile, italiano delle colonie, sguardo ruvido da camionista e piede rigido come il porfido. El Pibe De Oro non vede biglia: Gentile gli si aggrappa alla maglietta, gliela strappa, lavora di anca e di gomiti, gli resta appiccicato anche nell'intervallo, tra bicchieri di integratore salino e una fugace pisciata. Se quello prova a partire in dribbling volano calcioni sulle caviglie che rimbombano nel tubo catodico. Si gioca anche così in quegli anni : il genio fa il genio e l'operaio ci mette cuore e cattiveria. Segnano Tardelli e Cabrini, rintuzza Passarella nel finale, ma è vinta. L'Italia torna a respirare, tutti insieme, all'unisono, riempiamo le piazze della nostra gioia troppo trattenuta. 



Si pensa al Brasile e ci crediamo un pò di più: è dura, durissima, ma possiamo farcela. Al Sarrià affrontiamo i verdeoro che hanno appena battuto l'Argentina e che sono una compagine di fenomeni, gente che nel Barcellona di oggi manderebbe Messi in panchina o a lucidare le scarpette : Zico, Junior, Socrates, Falcao, Eder. Hanno una pippa in porta ( Valdir Peres ) e un gatto di marmo davanti ( Serghino ), ma gli altri nove stanno al calcio come Giotto alla pittura. Chi non ha visto la partita non potrà mai capire cosa significhi palpitare veramente. Non un match ma un thriller alla Hitchcock, cuore in gola e chiappe strettissime.Giocano bene, ma noi ancora meglio: Pablito si scatena e ne fa tre, Zoff vola ovunque, Antognoni sembra più brasiliano dei brasiliani, Conti non lo fermi nemmeno se gli spari. Si combatte colpo su colpo : Rossi, Socrates, Rossi, Falcao, Rossi, 1 a 0, 1 a 1, 2 a 1, 2 a 2, 3 a 2. Partono parecchie coronarie e a fine partita sono pochi coloro che possono dire di avere le mutande intonse. Andiamo a festeggiare in strada, di nuovo tutti insieme, perchè è semifinale e ci tocca la Polonia di Boniek, che ha eliminato Urrs e Belgio. Ma ormai siamo rilassati, in fondo al cuore lo sappiamo che si va a Madrid, che la finale è nostra. E infatti, in una partita che sembra non avere pathos, Paolo Rossi, che ormai segna di coscia, di culo, di anca, di stinco,di petto e anche di ascella, ne fa due e ci prende per mano fino al Bernabeu.




E' la sera della finale e ce la giochiamo con l'immortale Germania, una squadra che non molla mai un centimetro di campo, una palla, un minuto di gioco. Non è il Brasile, ma comunque è fortissima. Da loro, in attacco, c'è Karl Heinz Rummenigge, il giocatore che ho più amato nella mia vita. Non è ancora venuto all'Inter ( ci arriverà due anni più tardi ) e quindi è un "nemico " come gli altri. L'Italia però si veste un pò più di nerazzurro, questa volta : Lele Oriali, zio Beppe Bergomi, diciotto anni e due mustacchi da sergente d'artigleria, Spillo Altobelli, l'analfabeta del goal, che segnerà la terza rete, quella dell'apoteosi. Quell' 11luglio 1982 ero in vacanza a Villasimius, in Sardegna. Nonostante fossi piccolino, ricordo benissimo ogni secondo della partita, la gioia, i palpiti, il tricolore stretto stretto al petto.Sarà l'emozione sportiva più intensa della mia vita, superiore anche alla Champions vinta dall'Inter dopo 45 anni e a Baldini che domina la maratona ad Atene nel 2004, entrando da solo nello stadio Olimpico. La voce del grande Nando Martellini, l'arbitro Coehlo ( cazzo, questo è brasiliano e ci inculerà ) il rigore sbagliato da Cabrini a fine primo tempo ( e il bestemmione che fece impallidire mia madre ), Rossi che la butta dentro, per la sesta volta, al 56° della ripresa, l'urlo liberatorio di Tardelli e di sessanta milioni di italiani, Sandro Pertini che esulta in tribuna, Dino Zoff che alza la coppa, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo !, il golfo di Cagliari illuminato a giorno dai fuochi d'artificio, io che abbraccio tutti e mi tuffo in mare vestito, cinque chilometri a piedi all'alba per comprare la Gazzetta dello Sport, senza trovarla. Accecanti bagliori di un ricordo che oggi, a trent'anni di distanza, mi riempie il cuore di quella ingenua e fanciullesca felicità, che solo il calcio, e lo sport in genere, riescono a donarmi. Come a Madrid, l'11 luglio del 1982, ancora campioni.





Blackswan, mercoledì 11/07/2012

martedì 10 luglio 2012

WHO IS SEXY ?


Riparo in Killerania, per calmare un po' i miei bollenti spiriti , bollenti in tutti i sensi, per le pilloline non postate da tempo in" Rock Music Space", per altre solite amenità che la vita ci regala, e per questo caldo infernale che ci spacca in due... Tiriamo avanti se ci è possibile! Ho bisogno di qualcosa di fresco e di buffo, voi no? Speriamo di riuscire a farvi sorridere almeno, a me non è andata proprio così perchè ho rischiato 'sto misero posto, ma vale la pena proporvela. Avrete senza dubbio sentito il nome di Bryan Ferry, reuccio dei Roxy Music, vero? Intendiamoci , non è un cretino , ha fondato la sua bella band, ha dato molto nel panorama musicale, ha creato quel famoso"glamour" che fa impazzire le donne, anzi precisiamo che forse la fissa di queste ultime l'aveva proprio lui o tutte le sue presunte infatuazioni o amori gli sono andati male? Non voglio credere...sicuramente qualche bella "pizza" l'ha presa anche lui, è un umano dopo tutto!!! Il suo stile è e resta , perchè ha rallentato ma non si è fermato , molto "british", famose le sue ballate " Slave to love" " Avalon" e chi non se le ricorda..suadenti musiche da mattonella e da dichiarazione sussurata. Bryan ora si dedica anche molto alla ceramica e alla pittura , essendo diplomato in belle arti e noto con piacere che questi britannici, mollata  un poco la musica , sono subito pronti a buttarsi in altre battaglie artistiche.Ma veniamo a noi. Ho conosciuto questo personaggio nei primi anni del mio misero apprendistato, quando ero la solita Nella pronta a seguire i rodati corrispondenti sempre con registratore e microfono più grandi di lei, perchè " dovevo imparare, eseguire, copiare!!!!" Mah, che dettami strani.....Il bel Bryan stava combattendo , lacerandosi, con le sue solite elucubrazioni sentimentali che lo portavano a lottare per il predominio sulla "femmina" in questione con altre rock-star famose. La storia più celebre fu la battaglia persa poi con Mick Jagger, per il possesso della famosa modella Jerry Hall!, musa ispiratrice di Ferry all'epoca che la nostra pietra rotolante gli soffiò in men che non si dica , sposandola pure. Consolatevi , anche questo ennesimo matrimonio , comunque non durò , malgrado la figliolanza e a questo punto devo intervenire , pensando proprio che Mick poteva lasciarla a Bryan, su ... un po' di generosità, ci saremo anche risparmiate qualche canzone un po' meno lagnosa...

Ops, scusate , vado sul troppo personale! Insomma si doveva intervistare questa bomba sexy di un Ferry, questo uomo che solo con lo sguardo faceva impazzire la folla e io ero incuriosita di essere travolta da tutto questo fascino...Sinceramente non ne ero convinta affatto, perchè odio le persone leccate, i pinguini messi in bella mostra, i faccini da tre palle e un soldo delle fiere. Troppo severa? No, mi accontento di molto meno, se ci pensate bene, almeno personalità la deve ben avere? Perchè Bryan no? Mi sto facendo domande e risposte da sola, ma è possibile? Scusate , ho perso il filo! Ritorniamo a noi. Solito night fumogeno in Roma( non ricordo il nome e è un peccato o forse non lo farei neanche?)e come Cenerentola a mezzanotte in punto comparve Lui. Tendone sullo sfondo, il bel Bryan abbarbicato tipo Francesca Bertini dei primi film muti alla suddetta in un fraseggio di ti vedo e non ti vedo, sigaretta tra le labbra, rigorosamente in giacca nera , cravatta e camicia bianca candida con enormi polsini in bella vista, e con camminata felina si avvicinava al microfono. Dopo due note la cravatta veniva lentamente allentata, per poi essere sfilata del tutto dopo tre canzoni esatte e io ero talmente presa da questa gestualità che più che le canzoni seguivo ogni movimento , quasi si trattasse di uno spogliarello.Non stupitevi, non ci fu per carità, ma l'atrocità venne dopo. Quando con il mio bagaglio molto ingombrante seguii "il bossino" in camerino per l'intervista, non trovai il cantante affaticato , sudato , sgualcito per aver dato tutto nella sua performance, ma un uomo completamente truccato con fondotinta e rimmel , più riga di eyeliner nero ben disegnato sul contorno occhi , la sua solita sigaretta fumante e un bicchiere  di" nonosoche" nell'altra mano. Con una voce impostata come non mai, ci invitò con un "come on please" e.. io non ressi più la situazione... Quando mi arriva la ridarella non ci sono santi che tengano , è una cosa dirompente, fragorosa, con le lacrime agli occhi, impossibile da fermare. Già conoscevano questa mia caratteristica che oggi , riesco a modulare un pochino , ma ieri.... Mi spinsero fuori non con modi molto raffinati se vogliamo essere sinceri, potevano farlo sarebbero stati in sintonia col tutto. Il troppo era troppo per me, lo ammetto , ma questo comportamento era inamissibile. Non voglio ripetervi cosa mi sentii dire, rividi ancora concerti di Bryan Ferry, mi trattenni da "quasi vera lady", non mi accadde più. Avevo imparato la lezione. Quasi! Pensate che tanto per dirvi l'ultima , ora il buon Bryan che non è certo un ragazzino, è fidanzato con la ex ragazza di suo figlio, dopo avergliela soffiata ad un party e con uin serrato corteggiamento. Da Jagger qualcosa aveva imparato...Ci vediamo ragazzi




NELLA, martedì 10/07/2012

lunedì 9 luglio 2012

HERMAN KOCH - VILLETTA CON PISCINA




Marc Schlosser è un medico di famiglia. Riceve la mattina, dalle otto e mezza al l'una. Venti minuti circa a paziente cosi spartiti: un minuto per capire quello che c'è da capire e gli altri diciannove per inscenare una parvenza di interesse . E i pazienti se ne vanno via soddisfatti, prendendo per una meticolosa e inusuale attenzione quella che non è altro che una messa in scena. Di recente, però, un increscioso incidente ha turbato la tranquilla esistenza di Marc. Dopo il funerale di Ralph Meier, la star televisiva dalla figura imponente e la voce stentorea, Judith, la moglie dell'attore, ha fatto irruzione nello studio di Schlosser scagliando a terra una sedia e strillando ripetutamente "Assassino!". È passato un anno e mezzo da quando Ralph Meier si era materializzato in quella stessa sa la d'aspetto. Aveva il suo solito atteggiamento, quella prorompente fisicità che si acquista soltanto con regolari abbuffate in ristoranti che abbiano ottenuto una o più stelle Michelin o con copiosi barbecue nel cortile di casa. Ma era mal ato, profondamente malato. Nel suo corpo, le cellule maligne si erano già rivoltate contro quelle sane. Marc ha capito subito che occorreva un intervento drastico, un first strike, un bombardamento a tappeto che avrebbe messo K.O. tutte le cellule maligne in un colpo solo. Eppure ha tranquillizzato l'attore, dicendogli che non c'era nulla di serio di cui preoccuparsi. 


Ansia, disagio, senso di inquietudine.Sono queste le prime parole che mi vengono in mente per descrivere le sensazioni trasmesse dal nuovo romanzo Hermann Koch, autore olandese venuto alla ribalta qualche anno fa per quel capolavoro di cinismo, intitolato La Cena. Villetta Con Piscina è un libro che fa paura e destabilizza. Eppure non sto parlando di un thriller o di un racconto horror ricco di suggestioni grandguignolesche. Il nuovo romanzo di Koch è reale, terribilmente reale, parla della vita di tutti i giorni, indaga sui mali oscuri della moderna civiltà borghese, quella cioè che noi conosciamo molto da vicino perchè ne facciamo parte. Come ne La Cena, oggetto dell'indagine sociologica di Koch sono le dinamiche all'interno di un contesto familiare, caratterizzato dall'agiatezza economica e da un alto livello culturale; così come lo svolgimento, anche in questo caso, avviene prevalentemente all'interno di micro ambientazioni ( allora il tavolo di un ristorante, oggi una villa per le vacanze e lo studio medico ), che esaltano i connotati teatrali del dramma e ingenerano, tanto nel lettore quando nei protagonisti, un senso malevolo di claustrofobia. Ancora una volta, infine, la narrazione non è temporalmente omogenea, ma l'andamento cronologico del racconto è disinnescato da un uso sapientissimo del flashback. A differenza dal precedente romanzo, però, in Villetta Con Piscina Koch  spinge le proprie riflessioni fino alle estreme conseguenze e disegna un marasma etico che tutto travolge senza possibilità alcuna di assoluzione. Se nel concitato finale de La Cena, uno dei protagonisti, in un afflatto estemporaneo di rettitudine, dona una ( seppur magra ) consolazione e un briciolo di speranza, da queste pagine invece non si salva nessuno, neppure i bambini, vittime predestinate, ma terribilmente consapevoli, di un ingranaggio di perversioni che pare inarrestabile e, ahinoi, irresistibile. Pedofilia, stupro, sodomia, alcolismo e assassinio sono il patrimonio comune di un'umanità desertificata, i cui rapporti, improntati al formalismo e all'ipocrisia, si nutrono esclusivamente di menzogne, sotterfugi e omertà. I protagonisti di Villetta Con Piscina non hanno un'anima, sono privi di slanci vitali, somigliano ad automi che agiscono solo in base al proprio tornaconto e alle proprie bestiali pulsioni. Nessuna etica, solo un desolante materialismo, a cui la cruda prosa di Koch continua a rimandare con puntigliosa precisione, mescolando in un unico intruglio ribollente sangue, sperma, sudore, vomito ed escrescenze cancerose. Altro l'uomo non è.

Blackswan, lunedì 09/07/2012

domenica 8 luglio 2012

THE LAST GOODBYE – JEFF BUCKLEY



Gli anni’90 sono stati probabilmente l’ultima grande stagione musicale della storia, un decennio durante il quale, e come non succederà più in seguito, il rock ha vissuto un intenso ritorno di fiamma verso la creatività. Erano gli anni del grunge ( movimento musicale ma dai risvolti sociologici ), della scena di Palm Desert e dello stoner, del nu-metal, e di quell’ OKComputer dei Radiohead che segnerà indelebilmente gran parte della musica che seguirà. Le due figure maggiormente rappresentative del periodo furono, senza ombra di dubbio, Kurt Cobain e Jeff Buckley, due ragazzi tormentati dalla vita, segnati dall’infelicità, inadeguati al mondo, icone della generation X dei belli e dannati, artefici di un rock il cui lungo respiro trovò ossigeno nel male di vivere, nella rabbia e nella malinconia. Jeff visse il tempo di un battito d’ali, fu una meteora di accecante nitore, un Gesù Cristo triste e bellissimo che un crudele disegno divino immolò all’altare del rock per la salvezza degli uomini. “Un hipster con la testa d’angelo”, come recita una sua biografia prendendo a prestito le parole di Gingsberg, “ ardente per l’antico contatto celeste, con la dinamo stellata nel macchinario della notte “. Visse poco ma intensamente,  l’angelo Jeff,  giusto il tempo di regalarci il memorabile Grace, elegiaco compendio di tutte le malinconie terrene, e di addolcire le nostre orecchie con il velluto rosso fuoco di quella voce impossibile che ereditò per cromosomica trasmissione dal padre Tim. Trent’anni, un solo disco ( poi ne verranno altri, postumi e incompleti,  per la gioia di discografici ed eredi ), un pugno di canzoni in equilibrio fra estasi e dannazione, fra abbagliante lirismo e crepuscolare consapevolezza, fra struggenti sogni d’amore e presagi di incombente morte. 

Grace è soprattutto  un album che parla della fine di un rapporto amoroso, di quel dolore che ti prende la gola quando la donna che ami ti lascia ( “ Sdraiato sul letto, la coperta è calda, questo corpo non sarà mai protetto dal dolore, sento ancora i tuoi capelli, neri come fiocchi di carbone, mi tocco la pelle per sentirmi ancora vivo” da Mojo Pin ), della difficoltà di rielaborare la perdita ( “ Bevo molto più di quanto dovrei, perché mi riporta alla mente te…Vino di lillà è dolce e inebriante, dov’è il mio amore ? “ da Lilac Wine ), delle domande senza risposta che affollano la mente e riempiono la tua solitudine ( “Non c’è tempo per l’odio, solo domande.Cosé l’amore ? Dov’è la felicità? Cos’è la vita ?Dov’è la pace ? Quando troverò la forza che mi condurrà alla liberazione ? “ da Eternal Life ). Eppure, la poetica di Buckley non è mai disperata, si nutre di speranza, si consola nella convinzione che i grandi amori non finiscano mai, che restino eterni, fluttuanti nell’aria proprio sopra il crocevia in cui i destini delle persone si separano ( “ Il mio regno per un bacio sulla sua spalla- non è mai finita – tutte le mie ricchezze per i suoi sorrisi – non è mai finita – tutto il mio sangue per la dolcezza della sua risata – non è mai finita – Lei è la lacrima sospesa per sempre dentro me “ da Alleluja ). Strano a dirsi, ma se è vero che l’amore pervade ogni nota dell’album, è impossibile però non ravvisare nei testi di Buckley più di un’intuizione di quello che gli succederà a breve, come se quella morte, prematura e assurda, camminasse già al suo fianco e gli ghermisse il tempo. Eternal Life, che inizia con i versi : “ La vita eterna è ora sulle mie tracce, ho la mia bara rosso vivo, amico, ho solo bisogno di un ultimo chiodo “, in tal senso è addirittura profetica. Un brivido di inquietudine poi scorre lungo la schiena quando in Grace Jeff canta : “ la pioggia cade, e io penso che è arrivata la mia ora, mi ricorda il dolore che dovrei lasciarmi alle spalle…non ho paura di andarmene, ma è così lento..”.


Ma più di tutte è The Last Goodbye la canzone che gioca con le parole, grazie a dei versi che ben si adattano tanto agli struggimenti di un amore finito quanto all’inesorabile destino di morte che attende Jeff. Come se la canzone fosse un trompe l’oeil e che dietro l’andamento romantico e malinconico del brano nascondesse il truce volto del fato crudele.
“Questo è il nostro ultimo saluto, non sopporto di sentir morire l’amore fra di noi. Ma è finita. Ascolta solo questo, poi me ne andrò. Mi hai dato più motivi per vivere di quanto tu possa immaginare…E’ finita, è finita. “
Jeff Buckley morirà il 29 maggio del 1997 a Menphis. Sta per inizare le registrazioni del nuovo disco ma è stanco e decide di prendersi una pausa. Ha voglia di nuotare un po’ e così, con l’amico Keith Foti, si reca su una spiaggetta del Wolf River Harbor, un affluente del Mississippi. Entra in acqua cantando Whole Lotta Love dei Led Zeppelin e si getta in un’onda. Non riaffiorerà mai più. Ritroveranno il suo corpo solo il 4 giugno. Morte accidentale, recita l’autopsia, niente droghe e niente alcol nel sangue. Jeff , semplicemente, è morto affogato. La vita eterna era sulle sue tracce.




Blackswan, domenica 08/07/2012