E' morta all'età di 74 anni Laura Antonelli.
Una dea del mio personale pantheon.
Una brava attrice, a mio avviso, e una donna tormentata.
Bella oltre ogni immaginazione.
Ciao dolce Laura, non hai mai saputo di tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme.
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lunedì 22 giugno 2015
mercoledì 16 luglio 2014
UNA VITA FA,CON QUEI FUMETTI LI' DOVE TUTTO E' COMINCIATO (E CHE NON E' MAI FINITO)
L’invito l’ho ricevuto dall’amico FirmaCangiante (ma il tema del post è ideato da Luigi per il suo blog Prima o poi ) e a certi inviti non riesco proprio dire di
no. In primo luogo, perché provengono da una persona che stimo e poi perché questo
è il genere di argomento nel quale sguazzo come un pazzo. Spero solo di essere all’altezza del compito e
dell’ottimo lavoro messo in piedi da Firma e Luigi. Buona lettura e, spero,
ancor miglior condivisione.
Onnivoro di
letture da sempre, da piccolo alternavo, con crescente e famelica passione, i
grandi romanzi di Emilio Salgari, Dumas e James Fenimore Cooper alla più
modesta letteratura fumettara di Tex e Zagor. Tutti albi nazional-popolari,
ovviamente, visto che il Paz e i disegnatori migliori per me arriveranno più
tardi. Eppure, fatte le debite proporzioni che solo l'età adulta riesce a
rendere precise, sono consapevole che alcuni fumetti abbiano inciso sulla mia
crescita di uomo tanto quanto imprescindibili libri di formazione.
Probabilmente, ci riflettevo proprio oggi, in virtù di quella retorica un pò
tranchant dei buoni sentimenti (di cui i fumetti abbondano), che quando sei
grande scassa i maroni, ma da ragazzino solidifica non poco il tuo acerbo impianto
etico. Onnivoro, dicevo, sia di fumetti spensierati come Topolino, sia di
quelli d'azione del grande Bonelli, come il già citato Tex, sia di quelli dal
taglio più marcatamente comico e grottesco, come Alan Ford dell'incredibile
Magnus, o il semisconosciuto Johnny Logan (una versione ancora più scalcinata
del gruppo TNT). Oggi i fumetti sono retrocessi in cantina (dove tuttavia sono
conservati con maniacale precisione e immutato affetto) e le librerie di casa
traboccano di libri. D'altra parte il tempo della vita è breve e occorre fare
delle scelte, anche per quanto riguarda le letture. Ciò nonostante, conservo un
numero di albi da far paura, tanto che se li mettessi tutti in fila e ci
camminassi sopra, potrei arrivare fino al mio ufficio senza sporcarmi le suole
delle scarpe (e vi assicuro che son dei bei chilometri). Ecco alcune delle
raccolte a cui sono più affezionato.
KEN PARKER
Se fra tutti dovessi scegliere il personaggio che mi
ha appassionato più di ogni altro, allora sceglierei Ken Parker, al secolo
altrimenti noto come Lungo Fucile. Nato editorialmente nel 1977 dalla fantasia
di Giancarlo Berardi (testi) e Ivo Milazzo (disegni), il volto raffigurato a
immagine e somiglianza del Robert Redford di Corvo Rosso Non Avrai il Mio
Scalpo (capolavoro di Sidney Pollack datato 1972) , Ken Parker è un eroe (o
meglio, antieroe) inconsueto, psicologicamente complesso, lontano anni luce
dalla ruvida virilità di personaggi come Tex e Zagor. Antimilitarista, alfiere
dei diritti umani, paladino delle cause perse, protettore delle minoranze,
Parker abbatte tutti gli stereotipi del genere, dando vita a un personaggio
certamente positivo, ma assolutamente scevro da quel manicheismo morale sul
quale erano (e sono) forgiati tanti suoi colleghi che ancora oggi invadono le
nostre edicole. E' forse proprio questo l'aspetto che più seduce in Lungo
Fucile: un realistico complesso di contraddizioni da cui nascono un'intrinseca
fragilità, la capacità di giudicare oltre le apparenze, di porsi costantemente
il dubbio, di ammettere le proprie debolezze, di affrontare le avventure con un
coraggio mai stolido, ma nascente semmai da un istintivo senso per la
giustizia. Utopista, anticonformista e sognatore tormentato, Parker si muove in
un far-west i cui connotati, estremamente realistici, si ispirano apertamente
alla letteratura e al cinema, con cui il fumetto, forse per la prima volta in
modo compiuto, entra in completa simbiosi emozionale.
TOPOLINO
Il Topolino era
la lettura della domenica mattina. Mi svegliavo, e con il nuovo albo sotto l’ascella, mutande e maglietta, sciabattavo fino in cucina, per fare colazione (bei tempi: oggi al massimo ingurgito un caffè in tutta fretta prima di accendermi una sigaretta). Tazzone di tè con tanto limone, sacchettone delle Macine posizionato a lunghezza braccio
e via di lettura. Una quindicina di biscotti dopo, gli occhi sempre incollati
al fumetto, riponevo la tazza nel lavello (onde evitare le randellate di mia
madre, vera maniaca dell'ordine e della pulizia), esprimevo con un portentoso
rutto tutto il mio apprezzamento per il fiero pasto (e qui il coppino arrivava
implacabile) e mi dirigevo verso un’altra tazza, seduto sulla quale davo vita a
leggendarie performance che duravano fino all’ultima pagina del fumetto.
Lettura imprescindibile della mia formazione, Topolino permane ancora
oggi, insieme alla Gazzetta Dello Sport, nei primi posti della mia personale
classifica di letture da bagno.
TEX
I Tex occupano
gran parte degli scaffali della cantina. Credo di possedere più o meno trecento
volumi, ma devo controllare. Me li regalava mio nonno, che per anni non si è
mai perso un solo numero del grande pistolero inventato dalla penna di
Bonelli. Dopo esserseli letti e riletti, me li passava, con la promessa da
parte mia di tenerli da conto. La cosa che mi piaceva di più, quando andavo a
trovare il nonno, era condividere il piacere della lettura. In attesa che nonna
finisse di preparare il pranzo, ci mettevamo in sala, lui sulla sua poltrona e
io sul divano, e continuavamo a leggere fin quando la panza non diceva a
chiare lettere (e a volte erano lettere anche molto rumorose) che era ora
di un piatto di pasta. Kit Carson era il mio personaggio preferito, El Morisco
il nemico che mi teneva sveglio di notte. Una domanda però mi ha sempre
tormentato: come mai Tex dopo la morte della moglie Lilyth non ha più avuto una
storia d'amore? Voglio dire, nemmeno un breve innamoramento, una vaga simpatia
o un'estemporanea trombatina...niente di niente. Non è che il rude
Tex, sotto sotto, preferisse stare in compagnia dei suoi pards piuttosto che di
qualche piacente donzella ?
ALAN FORD
Comprato per la
prima volta nel 1975 su suggerimento degli amici con cui giocavo in cortile.
Quando raccolsi i soldi della paghetta, mio padre mi accompagnò in
edicola, per accertarsi di persona al momento dell'acquisto che Alan
Ford non fosse una lettura diseducativa (a casa mia, vigevano regole dettate da
un ferreo oscurantismo democristiano che mi impedivano di approcciarmi a fumetti
come Diabolik e Criminal, che io ovviamente leggevo sotto banco, insieme a
volumi decisamente più interessanti quali Lando, Jacula, Il
Montatore, etc.). Ho continuato a leggere Alan Ford anche dopo che
Magnus se ne andò, ma, lo ammetto, con molta meno soddisfazione (Magnus
era un genio e il suo texone, La Valle Del Terrore, è di una bellezza pressoché
ineguagliabile). Tra tutti, il mio personaggio preferito era, ovviamente Bob
Rock, la cui sfiga mi ricordava da vicino quella del mio
mito Paperino.
COMIX
Gli anni dal 1992
al 1997, furono cinque anni magici. Non solo perchè mi laureai e inizia a
lavorare con uno stipendio decisamente più cospicuo di quello odierno, ma
perchè vissi quella che considero l'ultima (mia) grande stagione del
fumetto. E questo grazie alla pubblicazione di COMIX, tabloid di strisce a
uscita settimanale, edito da Baldini & Castoldi. Disegni & Caviglia
(che conobbi personalmente a una Fiera del Libro di Torino), Bonvi (che morì
nel 1995 in un incidente d'auto e il cui sinistro mi ritrovai per sorte a dover
gestire), Cavezzali, Jacovitti, Schultz, Watterson erano alcune delle
prestigiose firme del giornale. Niente male, vero ? La mia striscia preferita,
però, era Ernie di Bud Grace, uno dei personaggi più scombinati con il quale
abbia avuto a che fare nella mia vita. I COMIX li ho ancora tutti, ma
proprio tutti, conservati magnificamente nonostante sia passato quasi un
ventennio.
LETTURE SPARSE
Basterebbe dare
un'occhiata alla mia cantina, per comprendere quanto il Fumetto
sia stato un amore travolgente durato più di trent'anni: migliaia di albi stipati
in ogni dove testimoniano di un passato in cui la vita mi lasciava più spazio
allo svago e al divertimento. Oltre agli eroi poc'anzi citati, posseggo anche
raccolte (incomplete perchè a un certo punto ho smesso di acquistarli) di
Nathan Never, Martin Mystere (ho i primi dieci albi originali), Dylan Dog (due
volte i primi cento numeri, la seconda raccolta trovata integra presso un
raccoglitore della carta), Zagor, Comandante Mark (che passione per Mister
Bluff!) e Nick Raider. Pochi supereroi (ma oggi non mi perdo un film della
Marvel che sia uno) e tutti gli Asterix, nella mitica versione cartonata, che
aveva quell'odore buonissimo che oggi non ritrovo più da nessuna parte,
nonostante continui ad avere uno splendido rapporto, anche olfattivo, con la
carta.
PS: Potere
evocativo della scrittura: stasera, sono uscito dall’ufficio e sono passato in
edicola a comprarmi il Topolino nuovo. Proprio come quando ero ragazzino.
Blackswan, mercoledì 16/07/2014
giovedì 14 novembre 2013
UN LUTTO NELLA MUSICA
Con molti imperdonabili mesi di ritardo rispetto al fatto, ho saputo ieri che il 12 marzo di quest'anno è morto a Londra Clive Burr, il primo batterista degli Iron Maiden, con i quali ha inciso i primi tre album della band prima di essere sostituito da Nicko Mc Brain.
Il che singnifica che l'ho visto tre volte dal vivo nei tre tour corrispondenti, la prima volta al Vigorelli nell'80, l'anno dopo al Rolling Stone e nell'82 non ricordo di preciso dove, poteva essere un teatro tenda dalle parti di San Siro.
Burr aveva da poco compiuto 57 anni, e da nove conviveva con una pesante forma di sclerosi multipla che lo aveva ridotto su una sedia a rotelle.
Le terapie erano molto costose e la band lo aiutava, forse, chissà, anche per lavarsi un po' la coscienza per averlo estromesso in occasione di una sua assenza originata dal fatto che gli era morto il padre.
Resta il fatto che per anni gli Iron hanno raccolto fondi per lui organizzando eventi dal vivo chiamati Clive Aid e costituendo la Clive Burr Foundation che finanzia molti progetti di ricerca sulla sclerosi.
Anche lui comunque era rimasto molto attaccato alla band, li andava spesso a trovare quando loro erano in tour in Inghilterra ed era bello vederli fotografati tutti insieme sul palco, senza rancori od imbarazzo ma solo felici di essere tutti lì.
Di questa scomparsa non avevo saputo nulla, l'ho scoperto ieri per puro caso andando sul sito di Paul Di'Anno, il primo cantante della band, che invece è ancora vivo, vivissimo, pure troppo, visto che fa dentro e fuori dalla galera.
E dunque, porcaccia miseria, un altro ragazzo che se ne va.
Che poi, ragazzo, aveva 57 anni, che magari sono pochi per andarsene ma aveva comunque vissuto.
E' solo che nel suo caso, complice il fatto che ultimamente non lo si vedeva in giro praticamente mai, ai miei occhi lui era sempre rimasto quell'inglese di 20 - 25 anni che menava come un forsennato (ma precisissimo) sulle pelli della mia band preferita.
Con la sua maglietta con lo Union Jack, la sua chioma biondastra un po' vaporosa (per dirla tutta, vista con gli occhi di oggi una testa improponibile), e con la sua bella faccia sorridente e sfrontata da giovane uomo che ha il mondo in mano.
Quale lui in effetti era all'epoca, e come un po' lo eravamo tutti noi.
E quindi, al di là del personaggio non notissimo ai più, mi piace rivolgergli un pensiero affettuoso ed un saluto, che è dedicato anche ai miei diciassette o diciotto anni di allora.
Miei e di quelli che come me pogavano e "suonavano" e tuttora pogano e suonano sotto quei palchi, o anche sotto altri palchi, in fondo non c'è poi molta differenza da questo punto di vista.
Up the hammers, Clive.
martedì 9 aprile 2013
CLAUDIO GENTILE E IL LANCIO DELLA CIABATTA
Avete
presente la marcatura di Gentile su Maradona in Italia - Argentina durante i
Mondiali di Spagna del 1982 ? Chi ha buona memoria non può certo
dimenticare quella collezione di spinte, trattenute, scivolate, randellate,
gomitate, strattonate, artigliate, pestoni, calcioni, scarpate e
tacchettate che ci regalò una memorabile vittoria e fece assurgere il coriaceo
difensore nel ristretto novero dei giocatori più rudi di tutti i
tempi. Un'altra epoca, un altro mondo, un altro sport. Oggi, quel calcio è
morto definitivamente, e una simile marcatura, che superava abbondantemente i
confini dell’intimidazione fisica, non è più possibile. Se quella partita si
rigiocasse domani, Claudio Gentile, combattivo italiano delle colonie,
starebbe in campo, a essere ottimisti, non più di dieci minuti. Invece, in
quell'occasione, fu solo ammonito e la nazionale italiana passò alla storia per
un’impresa che ricordava molto da vicino la vittoria di Davide contro
Golia.
Sono
consapevole che questo amarcord spagnolo potrebbe spiazzare il lettore e far
pensare a un racconto che abbia come oggetto la passione per il calcio.
Invece, è solo un escamotage per introdurre
un discorso che ha a che fare con l'arte pedatoria come i cavoli
con la merenda. Infatti, strano a dirsi, per un bizzarro affastellarsi
di pensieri, Gentile mi torna in mente ogni volta che ripenso a mia madre
e al modo, tutto particolare, che aveva di impartire
l’educazione ai figli.
Il decennio che va dalla seconda metà
degli anni '70 alla prima metà degli anni '80, è stato per me, come per tutti i
ragazzini della mia età, il tempo dell'irragionevolezza e
dell'eseburanza, quel periodo cioè della (pre)adolescenza, in cui si
vive un pò a casaccio, trascinati dall'istinto e inconsapevoli di regole e
limiti. Tutti quelli che mi sono coetani sanno bene che c'è un abisso tra
come noi siamo stati tirati su rispetto a come vengono cresciute
oggi le nuove generazioni. Se gli anni '00 sono il tempo
della carota, allora invece si usava prevalentemente il bastone, tanto
che al confronto con quella ricevuta da noi in quegli anni,
l’Educazione Siberiana di cui racconta Lilin si
ridimensiona al livello di un corso di aggiornamento per
sollevatori di stuzzicadenti.
| TEPPISTA IN PECTORE |
I nostri genitori, chi più chi meno,
tendenzialmente menavano di brutto, e lo facevano, peraltro,
senza porsi troppi problemi. Oggi (ecco il perché del paragone
con Claudio Gentile), un certo modo di educare i figli non è più
possibile e al primo ceffone che parte, ti ritrovi davanti alla porta,
rigorosamente in quest’ordine : Carabinieri, Telefono Azzurro, Servizi Sociali
e Protezione Civile. Ma una trentina d’anni fa, se qualcuno soltanto provava a
metterci becco, si beccava un mattarello in testa o un diretto sul muso, con tanto
di plauso accademico. Nello stesso modo, se adesso una maestra o un
allenatore o un qualsiasi adulto in veste di educatore prova, non
dico ad alzare un dito, ma solo la voce verso un ragazzino impertinente, è
molto facile che finisca, in men che non si dica, sulle prime pagine di tutti
i quotidiani nazionali. Mi ricordo, invece, che da
piccolo, se ti beccavi uno schiaffone o una bacchettata da una maestra a
cui avevi spappolato le palle tutta la mattina, quando tornavi a casa era
matematico che ti arrivava anche il resto. Anzi, il doppio. Che fosse
meglio o peggio non sta me a dirlo, né è mia volontà aprire un
dibattito di sociologia spicciola sul fenomeno. Per quanto mi riguarda, di
sganassoni, ceffoni e coppini ne ho presi un sacco e una sporta, e con
molta probabilità mi sono stati utili a raddrizzare la schiena e a
essere un po’ meno cialtrone : oggi, infatti, conosco le regole della
buona educazione, mangio con le posate, non commetto reati e posso
vantarmi di non aver mai votato PDL. E tutto ciò grazie
soprattutto all'antico riflesso pavloviano "cazzata = sberla"
che ancora tiene a freno la parte più recalcitrante della mia indole.
In
famiglia, i sistemi coercitivi venivano messi in atto da mia madre. Mio padre
si limitava a intervenire, talvolta, nei casi davvero
gravi (vandalismo, risse, furti) e solo raramente con l’uso della forza
fisica. Si avvantaggiava più che altro del mio stato di soggezione cronica nei
suoi confronti, una sorta di timore (rectius: terrore) reverenziale, in
virtù del quale bastava uno sguardo in tralice o un’increspatura nel tono della
voce per farmi rigar dritto come un fuso. D’altra parte, la presenza di
mio padre in famiglia era una rarità come il passaggio della cometa di Halley o
l’Inter che vince la Champions, e questo distacco rafforzava non poco
l’efficacia intimidatoria dei suoi interventi. Quale severo deus ex machina, Lui
interveniva da lontano per mettere ordine nel caos famigliare generato dai
figli: scendeva fra noi comuni mortali e dispensava punizioni e ramanzine
con lo sguardo altero e infastidito di chi è stato inopinatamente
sottratto alle proprie attività divine e costretto a occuparsi delle
misere vicende umane. La percezione della sua estraneità rispetto al contesto
generava un panico primigenio, perchè non sapevi mai che cosa aspettarti
realmente e l'unica certezza erano i cazzi amari che cominciavano a volare a
bassa quota. Allora, quando mia madre pronunciava la fatica frase "lo dico
a tuo padre " (non papà, ma padre, rafforzativo), sapevi con esattezza che
le cose si stavano mettendo molto male e che solo una parola in più, fosse
un bì o un bà o la più blanda delle interiezioni, avrebbe fatto precipitare la
situazione verso il baratro dell’irreversibile. Dal canto suo, mia mamma
menava che era un piacere vederla. Era buona e d’animo gentile, ma
siccome si trovava ad affronatre da sola la gestione di due bambini (di
cui uno, il sottoscritto, un vero beduino senza arte né parte), se urla,
pistolotti e minacce non avevano effetto, si trasformava nel braccio
violento della legge. Senza pistola e distintivo, ovviamente. La
specialità della donna infatti consisteva nel lancio della ciabatta, disciplina
praticata però nelle versione estrema del lancio dello zoccolo. Raggiunto il
climax della colluttazione verbale (cosa che si verificava a volte sul luogo
del misfatto, e più spesso in cucina, vero e proprio campo di battaglia di ogni
disputa famigliare) con mossa felina, mamma portava la mano verso il piede, si
sfilava un Dr.Scholl bianco da un chilo e tre etti e iniziava a mulinare il
braccio. A quel punto, o accettavo inerte il supplizio (tre o quattro colpi ben
assestati sul culo), oppure mi davo alla fuga e imboccavo il lungo
corridoio che portava alla mia cameretta, enclave in cui avrei trovato
una, quantomeno temporanea, salvezza. Eppure, nonostante mi
producessi sempre in uno scatto da centometrista, ero comunque
consapevole che sarei stato abbattuto : mia madre era in grado di colpire una
mosca a cento metri di distanza e quei cazzo di zoccoli, ne sono certo,
erano telecomandati, riuscivano a intercettarti anche dietro gli angoli. Altro
strumento coercitivo, utilizzato soprattutto di sabato, giorno dedicato
alla pulizia della casa, era il battipanni.
Se
da un lato i metodi di correzione superavano abbondantemente i confini di ciò
che oggi riteniamo appropriato e lecito, ed erano figli di una concezione, per
così dire arcaica, dell’educazione, dall’altro (l’ho capito solo con gli anni)
era difficile dare torto a una povera donna che aveva a che fare con un
farabutto fatto e finito. Inconcludente, ribelle, disordinato, bastian
contrario de ‘sta ceppa, attaccabrighe e bigiatore di professione, là dove si
perpetrava una minchiata, io c’ero. E vi assicuro che di puttanate ne
ho fatte davvero tante e di ogni forma e colore. Scappavo di casa per
ogni nonnulla e godevo un mondo a farlo; mi nascondevo, con
disarmante metodicità, nei famigerati sotterranei del condominio in cui
abitavo (una sorta di labirinto infestato dai topi e, si diceva, anche
da oscure presenze), sparendo per ore alla vista dei miei; mi
picchiavo quotidianamente per futilità e quasi sempre con ragazzini
più grandi di me (tagli, lividi, ammaccature e denti sbrecciati erano
all’ordine del giorno); facevo "il succhio" ai motorini
e usavo la miscela per appiccare incendi; scendevo cinque rampe di scale
in piedi sullo skate-board per fare il fico con gli amici; mi arrampicavo sugli
alberi e poi mi buttavo giù con una busta dell’immondizia aperta a mò di
paracadute; giocavo a pallone in mezzo alla strada e dribblavo le auto per
sprezzo del pericolo; e di solito, per non farmi mancare proprio nulla,
palleggiavo in salotto con il pallone di cuoio e le scarpette a tredici (a casa
mia si girava solo in pattine, pena la fustigazione su pubblica piazza).
| TEPPISTA IN AZIONE |
Una
volta, ho anche rubato al supermercato e quando mia mamma mi ha scoperto, mi ha
afferrato per un orecchio e tirandomi così per un chilometro, mi ha riportato al
negozio a restituire la refurtiva. Ero una vera teppa, insomma, e le botte e le
punizioni che ho ricevuto, oggi sono felice che sia stato così, me le sono
meritate tutte, dalla prima all’ultima. Ho poi continuato a fare cazzate
anche diventato più grandicello, ma a quel punto, nonostante
l'indole battagliera della mamma, ero ormai troppo grosso per
poter soccombere. Ricordo che l'ultima zoccolata l’ho ricevuta a quindici
anni per una storia di gavettoni e reciproche vendette con un vicino di
casa che mi stava sul cazzo, mentre l’ultima sberla mi è
arrivata a diciotto. Questa, però, la schivai, e mia madre si ruppe la
mano sulla testiera del letto. Ancora oggi mi pento così tanto di aver
evitato quel ceffone, che se potessi tornare indietro, mi prenderei a schiaffi
da solo.
Blackswan, martedì 09/04/2013
giovedì 21 marzo 2013
CIAO GRANDE PIETRO
E' morto oggi a 61 anni Pietro Mennea.
E' morto in una clinica di Roma dove era ricoverato perchè da tempo aveva un cancro.
Era il 1979 quando Mennea andò a Citta del Messico a stabilire il nuovo record del mondo dei 200 metri piani, un fantastico 19,72 che rimase record del mondo per 19 anni e che è tuttora il record europeo.
E nell'estate del 1980, a Mosca, quella terribile estate della strage alla stazione di Bologna, vinse la medaglia d'oro sempre nei 200 alle Olimpiadi di Mosca rimontando in finale sul gallese Alan Wells.
Lui nei 200 e Sara Simeoni nel salto in alto femminile.
Due ori che pesano tantissimo nel medagliere, e che facevano intravedere per l'Italia dello sport una prospettiva eccellente, poi quasi sempre disattesa.
Mennea era un uomo del sud, veniva da Barletta, da una famiglia modesta, e quando la sua fama ha iniziato a crescere c'erano persone che andavano a Barletta con le auto sportive dell'epoca (Alfa, Porsche) per sfidarlo sui 50 metri.
Le auto contro di lui a piedi, ovviamente, e con le vincite il giovane Pietro si pagava un cinemino o un gelato, che all'epoca ed in quel contesto erano lussi da gran signore.
Poi la carriera ad alto livello, un approccio quasi ascetico allo sport.
Mennea è uno che ha sollevato carichi di pesi tali da far impallidire chiunque.
La leggenda vuole che a Formia, dove c'è il centro tecnico federale dell'atletica leggera, fossero famose le urla di sforzo e di dolore che provenivano dalla palestra quando lui ci si chiudeva dentro, pretendendo ed ottenendo di restarci da solo.
Una vita a carne di pollo ed acqua minerale, con orari da frate, per inseguire un'eccellenza che certamente non stava nei suoi muscoli.
Ha sempre pesato attorno ai 70 chili, in un'epoca in cui già si vedevano i primi evidenti casi di doping, atleti che esordivano a 75 chili e nel giro di due stagioni diventavano 90 chili, vincevano e poi sparivano per sempre.
E quando qualche buontempone commentava le vittorie degli stranieri, ed i loro improvvisi sviluppi fisici, dicendo che loro lavoravano con i pesi, mica come i nostri, il suo allenatore storico, il Prof. Vittori, zittiva questi cialtroni dicendo che Mennea aveva sollevato più pesi di tutti gli altri atleti sulla piazza messi insieme, e che dall'inizio alla fine della carriera era aumentato di sei etti.
Il resto, le prodigiose crescite degli altri, erano bomboni di steroidi anabolizzanti e di chissà quali altre schifezze.
Oltre ad essere un alfiere dello sport pulito è stato anche l'ultimo atleta bianco davvero competitivo nello sprint di alto livello.
Dopo di lui poco o nulla, la supremazia dei neri si è fatta schiacciante
E faceva piacere vedere quest'uomo pallido, non alto nè possente, schierarsi a fianco di quei colossi d'ebano e batterli, aiutava ad illudersi che la natura avesse distribuito i suoi doni in modo quasi equo.
Dopo la fine della carriera sportiva è diventato dottore commercialista ed avvocato, aveva studio a Roma, e pare fosse un professionista serio e stimato da tutti come lo era stato l'atleta.
Sempre chiuso e taciturno, un po' ombroso, come se avesse sempre qualche rivalsa da condurre a termine, e del resto anche quando correva raramente sorrideva dopo avere vinto.
Serrava le mascelle, con quel mento un po' storto, ed alzava al cielo il dito indice, come a dire sono il numero uno, ma non sorrideva molto.
Il suo nome gli si addiceva, era un pezzo di pietra pugliese, duro, incazzato e velocissimo.
Ora Mennea non c'è più, e con lui se ne va un pezzetto di quel ragazzo che ero (e che immagino non pochi di noi fossero) quando vinse la sua medaglia d'oro.
Sarà certamente preso in grazia da Ermes, il messaggero degli dei, che notoriamente ha le ali ai piedi.
Ma con Pietro Mennea anche lui dovrà stare attento, perchè se quello parte bene poi nemmeno Ermes lo raggiunge più.
Ciao grande Pietro, è stato bello vederti correre.
sabato 8 dicembre 2012
COSA FARO’ DA GRANDE (?)
Quando sto in mezzo ai
bambini mi sento a mio agio, e non è solo una questione di affinità
intellettuali. I bambini mi piacciono perché vivono sempre sopra le righe, in
accelerata, con quell’urgenza negli occhi di chi pensa che se non sta attento
potrebbe perdersi qualcosa di molto fico. Ai bambini parlo volentieri,
soprattutto perché se gli stai sul cazzo te lo fanno capire subito. Non
conoscono l’ipocrisia e sono diretti : non hanno posizioni da difendere,
carriere da alimentare, conti in banca da implementare, belle gnocche o
fotomodelli su cui far colpo, trame sociali da tessere con smaliziata perizia. Se fai loro una
domanda rispondono sempre, se te la fanno loro, pretendono una risposta. Niente
retorica, niente giri di parole, nessun escamotage lessicale, nemmeno un
piccola digressione fuorviante. Quando servo ai tavoli dell’Orablùbar come
volontario, spesso mi diverto a far due chiacchiere con schiere di giovanissimi
avventori. Perchè stare in mezzo ai bambini, soprattutto dopo una giornata passata a
combattere con il mondo, può essere anche molto tonificante, se solo riesci a far
finta che quel dolore acuto con il quale stai condividendo la tua testa da metà
mattina, non è altro che una risibile impressione. “A che squadra tieni ? Qual
è il tuo giocatore preferito ? Quante bambole hai ? Ce l’hai la casa della
Barbie ? " E soprattutto, la madre di tutte le domande, quella da un milione di
dollari : "Cosa vuoi fare da grande ?" Immagino che chiunque di noi, durante la
propria infanzia, si sia sentito fare questa domanda almeno un centinaio di
volte, e le risposte erano più o meno le seguenti : l’esploratore, il soldato,
l’aviatore, il palombaro, lo scienziato, il pittore, lo scrittore, il cuoco, la
maestra, e chi più ne ha più ne metta. Se soltanto un decimo dei propositi
della nostra generazione si fosse realizzato, questo mondo sarebbe di gran
lunga migliore di quello che in realtà è. Invece, la risposta che alla domanda danno i
bambini di oggi, è esattamente lo specchio di quanto si sia involuta la società, oltre che la prova provata che quello in cui viviamo è un mondo di merda. "Cosa vuoi
fare da grande ? " chiedo a un gruppo di bimbetti seduti al tavolo in attesa
della loro pizza. Gli si accende lo sguardo, sorridono, e trafelati si alzano
in piedi, con il braccio teso, come quando a scuola vuoi rispondere per primo,
perché ti è capitata la botta di culo di conoscere la risposta alla domanda
della maestra : Il calciatore ! La velina ! Il presentatore televisivo ! Il
pilota di formula 1 ! Il tronista ! Il modello di Abercrombie ! il trainer
motivazionale ! ……….Il trainer motivazionale ???? Ma che cazzo è un trainer motivazionale ???
Se
queste sono le apettative di vita dei nostri figli, è indubbio che qualche
dannetto ( scuola e televisione correi ) lo abbiamo fatto anche noi. E’
difficile spiegare altrimenti come sia stato possibile creare una generazione
con aspirazioni di cosi basso profilo. E come se di quella pizza che mi stavo
accingendo a servire al tavolo, tutti avessero voluto mangiare solo la crosta.
E la mozzarella ? Il pomodoro ? Il prosciutto ? I carciofini ? Come abbiamo
potuto far credere ai nostri bambini che la parte migliore della pizza sia il
bordo ? Evidentemente, qualcosa non è andata come speravamo.
Quando io avevo
dieci anni ero convintissimo che avrei fatto
l’archeologo. Mi ricordo che i miei genitori mi avevano regalato Civiltà
Sepolte di Ceram e, dopo averlo letto, mi era preso il trip, mai peraltro
esauritosi davvero, di conoscere usi e costumi dei popoli antichi. Mi piaceva
il profumo della storia, mi eccitava l’idea di poter decifrare il significato
di lingue morte, mi accendevo di passione nel leggere le possibili
ricostruzioni ( e le conseguenti querelle accademiche ) di fatti lontanissimi
da noi e per questo ammantati di un’aura di seducente mistero. Leggevo, scendevo
in giardino armato di pila e badile, e mi mettevo all’opera : scavavo buche
gigantesche, alla ricerca di non si sa bene cosa, ed esploravo, strizza al culo, gli immensi
sotterranei del condominio ( mi perdevo regolarmente, mia madre mi veniva a
cercare e quando mi trovava mi riempiva di mazzate ). Non ero un bambino diverso da
altri della mia età e non ero un genio. Ma ai tempi funzionava così : il punto di
riferimento nella vita della gente era la cultura.Conoscere, creare e trasmettere passioni
erano aspirazioni collettive, condivise anche da coloro che appartenevano a
ceti sociali più disagiati. Lo scopo era permettere al proprio figlio di
studiare perchè diventasse qualcuno, perché sapesse e non si perdesse nei meandri
contorti e spietati che costellano il cammino della vita. La storia recente del
nostro paese ci regala invece storie tristissime di genitori che spronano le
proprie figlie a prostituirsi e i propri figli a umiliarsi pur di raggiungere
l’agognato successo rappresentato dagli status symbol, primi fra tutti il denaro e la
visibilità televisiva. Oggi, è doloroso ammetterlo, leggere un libro, visitare
una mostra d’arte, guardare un film impegnato, sono attività neglette. La gente
ti scruta in tralice, scuote il capo e ti considera uno scemo o, nel migliore
dei casi, un extraterrestre, uno che non ha capito bene come si fa a vivere (
come ? Non sei su Facebook ??? Ma così non conosci nessuno ! ). Insomma, ha vinto la realtà di Canale 5, il buon senso
da autobus, l’idea che la vita sia un eterno reality ( fateci attenzione : la gente posa continuamente ) e che se non fai almeno
una comparsata in televisione non sei nessuno.
Ovviamente, io non sono diventato
l’archeologo che avrei voluto essere. Anzi, al contrario, faccio un lavoro
mediocre, con uno stipendio mediocre, e vivo quotidianamente circondato dall’argent
de poche dell’umanità. Tiro la carretta, insomma. Nell’attesa che succeda
qualcosa, che ne so, un fulmine a ciel sereno o uno tsunami esistenziale, io vivo
così, fluttuando in un limbo di aspirazioni, in attesa di capire cosa farò da
grande. Già, cosa farò da grande ? Un paio di idee le avrei. Vorrei scrivere un
libro e imparare a suonare la chitarra elettrica, diventare scrittore e magari
incidere un disco. Anche perché non mi vedo un granchè bene come modello di Abercrombie
(a dire il vero, non avrei un futuro come modello nemmeno nel mondo dei cetacei).
Tuttavia,come il bambino che ero un tempo, riesco ancora a fare sogni
extralusso e penso che le occasioni per trovare la mia strada non siano esaurite.
Mentre rifletto su quello che sarà il mio futuro, attendendo miglior fortuna,
impiego il tempo ascoltando musica. Tanta. In fin dei conti, c’è di peggio
nella vita. Potevo finire nelle mani di un trainer motivazionale.
Blackswan, sabato 08/12/2012
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