Se ciò che amate è un rock onesto, sparato, molto melodico e con ovvi riferimenti ai decenni ’70 e ’80, richiamati, però, come fonte d’ispirazione e non come pedissequo copia incolla, il secondo album delle svedesi The Gems è quello che fa per voi.
Già il precedente Phoenix, uscito nel 2024, aveva attirato l’attenzione su questo power trio tutto al femminile, che buttava il cuore oltre l’ostacolo con una musica, certo derivativa, ma interpretata con piglio sanguigno e con la consapevolezza di chi crede ancora che il rock non sia solo territorio per vecchi nostalgici, ma sia in grado di infiammare il cuore di giovani fan, pronti a suggerire al proprio papà che c’è ancora vita oltre i Led Zeppelin.
A differenza del suo predecessore, Year Of The Snake
risulta essere meglio prodotto e più centrato sulla melodia e gli
anni’80, ma mantiene comunque quella eterogeneità che rende l’ascolto
divertente e, soprattutto, avvincente.
Si parte come di consueto con un brano, in questo caso intitolato "Walls", che si discosta dal resto della scaletta, quasi fosse uno specchietto delle allodole per condurre gli ascoltatori altrove: synth, voci sovrapposte e una melodia pop immediata.
Un carezza prima della bordata della title track che parte sparata come una canzone dei Motorhead, prima di aprirsi in un refrain a la Halestorm da cantare tutti insieme sotto il palco, mettendo fin da subito in mostra le qualità tecniche di tre ragazze cazzute assai: Emlee Johansson alla batteria pesta come un martello pneumatico, Mona Lindgren al basso e alla chitarra fa il diavolo a quattro, e la cantante Guernica Mancini sprinta alla grande, con un’estensione forse non esagerata, ma con una grinta che mette a sedere tutti.
Non è tempo di detergersi il sudore dalla fronte, perché la scaletta continua con l’accattivante "Gravity" (con cameo di Tommy Johansson dei Sabaton), un tirato hair metal che gira a mille dalle parti degli Europe e la più pesa "Diamond In The Rough", trainato da un riffone alla Whitesnake e corroborato da una prova vocale spaccatutto dell’ottima Mancini. "Live And Let Go" è, invece, il prototipo di hit radiofonica e manda a memoria la lezione dei Def Leppard di Pyromania: è potente, veloce, orecchiabile e mette in mostra un incredibile lavoro alla chitarra della Lindgren.
E
se "Clout Chaser" esalta l’attitudine innodica della band,
rispolverando quei tropi rock alla Joan Jett, un po’ usurati, ma sempre
efficaci, "Hot Bain" è un incalzante boogie rock che mette un piede in
Texas e fa ciao ciao con la manina agli ZZ Top.
La seconda parte del disco è meno incisiva della prima, ma si ascolta che è un piacere. "Forgive And Forget" è una power ballad da pilota automatico inserito, ma coinvolgente grazie alle consuete e scintillanti linee vocali della Mancini, il riff saltellante di "Go Along To Get Along" chiama ancora in causa i Whitesnake, "Fire Bird" riesuma la sfacciataggine aggressiva dei Motley Crue, "Buckle Up" è un rock blues col ringhio stampato in faccia, mentre la conclusiva "Happy Water" è un furiosa sciabolata hard rock con una spolverata di cazzimma quasi punk, che chiude il disco con una zampata che lascia il segno.
Year Of The Snake ha perso un po’ dell’effetto sorpresa che aveva entusiasmato con Phoenix, ma, per converso, mette in mostra le doti consolidate di un trio che sa spingere sull’acceleratore senza perdere di vista un irresistibile impianto melodico, e rifinisce ulteriormente uno stile, a due passi dall’essere veramente distintivo.
Voto: 7,5
Genere: Rock, Hard Rock
Blackswan, mercoledì 08/04/2026

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