giovedì 6 aprile 2023

EVA CASSIDY - I CAN ONLY BE ME (Blix Street Records, 2023)

 


Eva Cassidy nasce a Washington il due febbraio 1963 e, come molto spesso accade, è spinta alla musica dal padre, con cui iniziò a esibirsi molto giovane in piccoli club della città. L’asticella, però, si alzò solo più tardi (1986), quando la Cassidy fu notata dal produttore Chris Biondo, il primo a intravvedere in lei doti interpretative non comuni. Il gruppo con cui esordì, la Eva Cassidy Band, la collaborazione con un mito del funk, Chuck Brown, e un disco, The Other Side, con lui realizzato nel 1992, furono il trampolino di lancio per una carriera che, tuttavia, stentò a decollare. Tanto che la Cassidy, come succede a molti musicisti alle prime armi, non smise di esercitare la professione di infermiera, che le consentiva di sbarcare il lunario, coltivando parallelamente la propria passione per il canto.

Poi, sul finire del 1995, arrivò la svolta che, davvero, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi. Eva molla il lavoro e con l’aiuto di Biondo, organizza due serate al Blues Alley di Washington (il 2 e il 3 gennaio del 1996), un piccolo localino jazz, che, nonostante le feste natalizie, rimase aperto per l’occasione. L’intenzione era quella di pubblicare un disco con il meglio tratto dalle due esibizioni. Il fato, tuttavia, si accanì con la Cassidy: la registrazione della prima serata andò perduta per problemi tecnici, mentre quella della seconda serata, che confluirà in Live At Blues Alley, vede, invece, la Cassidy non in perfette condizioni fisiche, causa un fastidioso raffreddamento. Sarà. Ma quando Eva sale sul palco e inizia a cantare si aprono le porte del Paradiso. Perché la Cassidy, come più di un critico non ha avuto esitazioni ad affermare, è stata la più grande cantante di tutti i tempi. Basta ascoltare questo sfortunatissimo esordio (il disco fu, ai tempi, un flop commerciale), per rendersi conto di quanta duttilità fosse dotata la sua voce impossibile, capace di rileggere e interpretare senza tentennamenti e con gusto originale ballate soul da svenimento ("People Get Ready" di Curtis Mayfield), standard jazz già passati attraverso ugole importanti ("Autunm Leaves", "Check To Check", "What A Wonderful World") e hit del pop contemporaneo, come "Fields Of Gold" di Sting.

Eva Cassidy, però, se ne andò a causa di un melanoma nel 1996, senza riuscire a vedere la pubblicazione dell’album che, sperava, avrebbe potuto finalmente farla entrare nel firmamento luminoso dello star system. 

Tre anni dopo, è il 1999, la storia, seppur postuma, cambia radicalmente. Una storia a cui nessuno crederebbe, se non ci fossero inoppugnabili dati alla mano a dimostrarlo. E’ una fredda mattina di novembre, quando Fred Taylor, proprietario dello Scullers Club, un locale dove si suona musica jazz dal vivo, mentre sistema le sue cose, mette sul piatto Songbird, uno raccolta postuma della Cassidy, pubblicata l’anno prima. Ascolta la prima delle canzoni in scaletta, la cover di "Fields Of Gold" di Sting, e quasi sviene dall’emozione. “Stavo lì a studiare le mie carte e sono rimasto incantato - racconta Taylor al Boston Globe - mi sono fermato, ho mandato indietro il pezzo e ho ascoltato con attenzione tutto il disco, traccia per traccia. Me ne innamorai e decisi che dovevo assolutamente trovarla per farla suonare nel mio locale". Eva però non c’era più, era scomparsa tre anni prima, senza essere riuscita a portare la propria musica fuori dagli angusti confini di Washington. "Quando mi dissero che era morta nel '96 mi disperai - ricorda Taylor - pensai che nella mia carriera mi avevano entusiasmato molti artisti, avevo scoperto anche qualche talento, ma 'Autumn Leaves' come la cantava lei, mi dava delle emozioni mai provate prima".

Taylor allora chiamò un amico che lavorava alla WBOS-FM, una radio locale di Boston, consigliandogli il disco, e fu così che Songbird trovò spazio con sempre più frequenza nelle programmazioni radiofoniche, suscitando fra gli ascoltatori un incontenibile entusiasmo. Il nome di Eva Cassidy cominciò allora a circolare negli ambienti che contano e Songbird scalò le classifiche di mezzo mondo, raggiungendo la prima piazza delle charts britanniche.

Tra le numerose pubblicazioni, tutte ovviamente successive al decesso della cantante, questo nuovo I Can Only Be Me (With The London Symphony Orchestra) è di certo tra le più interessanti, e il merito va alla Blix Street Records che ha giocato d’azzardo, riportando in vita alcune classiche interpretazioni di Eva Cassidy, rilette qui in modo inconsueto.

Grazie, infatti, alle stesse tecnologie di restauro audio con apprendimento automatico usate nel film The Beatles: Get Back (2021), la voce della Cassidy è stata isolata e combinata con l’accompagnamento della London Symphony Orchestra e i nuovi arrangiamenti che dei brani sono stati fatti da Christopher Willis e William Ross. Quello che poteva essere un artificioso pasticcio, suona in realtà come uno straordinario omaggio all’arte della sfortunata musicista, la cui voce, intrecciata alle partiture orchestrali, torna a brillare in tutta la sua luminosa bellezza.

Ciò che risalta maggiormente è la straordinaria duttilità di una voce che esplorava con disinvoltura svariati generi, impossessandosi letteralmente di canzoni altrui e trasformandole attraverso la propria romantica sensibilità e una tecnica a dir poco mostruosa. Qui, più che altrove, gli arrangiamenti arricchiscono ulteriormente la potenza interpretativa di Eva, mettendo in luce anche quelle piccole sfumature che, in realtà, sono il plus che rende la voce della Cassidy un unicum inimitabile.

L’eleganza e la misura con cui la cantante affronta la complessità di alcune linee vocali (il traditional Waly Waly, e Tall Trees in Georgia di Buffy Sainte-Marie) è stupefacente, così come il pathos che gonfia di struggimenti le malinconiche Songbird (dal songbook dei Fleetwod Mac) e Autumn Leaves (celebre stand jazz composto da Joseph Kosma nel 1945), lascia senza parole.

La Cassidy è assolutamente superba anche quando si misura con il pop, plasmando con sofferto intimismo una hit come Time After Time di Cyndi Lauper, o quando affronta con straordinaria intensità inni soul quali People Get Ready di Curtis Mayfield, Ain’t No Sunshine di Billy Whiters e la conclusiva I Can Only Be Me di Stevie Wonder, o il livido blues di "You’ve Changed" di Billie Holiday, forse il vertice di questa stupefacente raccolta.

Un disco, questo I Can Only Be Me, che accresce il rimpianto di non aver mai potuto ascoltare dal vivo la sfortunata musicista che, il due febbraio di quest’anno, avrebbe compiuto sessant’anni. Il conto è presto fatto: ci siamo persi ventisette anni di musica meravigliosa e anche se, dagli archivi, periodicamente escono album postumi, è lecito domandarsi quale direzione avrebbe preso la sua carriera se fosse sopravvissuta alla maligna sorte che l’ha rapita così giovane. Un domanda per la quale esiste una sola risposta: Dio mio, che cosa ci siamo persi!

VOTO: 8

Genere: Pop Orchestrale

 


 

 

Blackswan, giovedì 06/04/2023

1 commento:

Arianna Marangonzin ha detto...

Che voce soave! Ma potente