Dopo
una pausa di cinque anni, Rosanne Cash interrompe il silenzio con il
lancio di due nuove canzoni, che faranno parte del suo prossimo album,
She Remembers Everything. L’uscita del disco è prevista per il 2
novembre, e i temi trattati nelle canzoni sono molto intimi e personali,
nati da riflessioni maturate durante il lungo perio di assenza dalle
scene.
La
traccia che dà il titolo all'album, She Remembers Everything, racconta
le battaglie che la Cash ha affrontato come donna, e dell'innocenza dopo
aver scoperto a quante disuguagliaze sia sottoposto il genere
femminile.
Il
secondo brano in uscita, una ballata appassionata dal titolo Everyone
But Me, Rosanne affronta la perdita dei suoi genitori, Johnny Cash e
Vivian Leberto. Una canzone è cruda e addolorata sulla fragilità
dell’esistenza.
Ospiti nel disco: Kris Kristofferson, Sam Philips ed Elvis Costello.
Terzo album in studio per i canadesi Monster Truck che, dopo l’acclamato Settin’ Heavy del 2016, tornano a infiammare di desiderio le numerose schiere degli amanti del rock più duro.
Non è cambiato molto nei due anni che separano questo True Rockers
dal suo predecessore, e la formula ormai ben collaudata sembra
pressoché immutabile: hard rock blues declinato in accezione southern,
scaglie di stoner, gli anni ’70 a fare da substrato filologico alle
composizioni e qualche apertura melodica per accaparrarsi passaggi in
FM.
Nulla
di nuovo sul fronte occidentale, insomma, se non un rock grezzo,
muscolare, sostenuto da una sezione ritmica che combatte con il coltello
fra i denti, muovendosi fra i soliti grassi riff di chitarra e qualche
momento meno greve, dovuto all'apporto dell'organo suonato con gusto da
Brandon Bliss.
Ai
Monster Truck non fa certo difetto l’energia, l’infilata dritta e
devastante dell’assalto alle barricate, e la predisposizione alla corsa a
rotta di collo, senza fare soste, nemmeno per pisciare. Il rock’n’roll
corrazzato dell’iniziale title track, con il contributo del venerabile Dee Snider, la cavalcata selvaggia di Hurricane a mulinar la durlindana, l’hard rock di Thundertruck, nato per partogenesi da Burn dei Deep Purple e le mitragliate punk rock di In My Own World, sono lì a dimostrarlo, ma anche e a reggere una scaletta che non è tuttavia esente da filler (la smargiassata radiofonica di Young City Hearts è di una bruttezza zenitale).
I
Monster Truck non inventano nulla e, in verità, nemmeno lo vogliono:
picchiano senza farsi troppo scrupoli e questo basta. Ma è proprio
questa predisposizione a caricare a testa bassa che risulta, in
definitiva, sia un merito che un limite all’apparenza insuperabile:
merito, perché chi ama il genere non potrà non divertirsi ad alzare il
volume dello stereo al massimo, godendosi questa randellata sonora alla
faccia del vicinato; limite, perché oltre all’esibizione dei muscoli, il
menù della casa offre poco o niente. Ne deriva che True Rockers,
titolo volutamente paradigmatico, suona originale come una fotocopia
sbiadita, tamarro come un motociclista che impenna sul sagrato della
chiesa e prevedibile come un panino alla salamella. Chi si accontenta,
gode.
About The Light è il suo quarto lavoro dopo Boys Outside (2010), Monkey Minds In The Devil’s Time (2013) e Meet The Humans (2016).
“Stars
Around My Heart”, la prima traccia ad essere condivisa, è accompagnata
da un video diretto da Brother Willis che in passato ha lavorato, tra
gli altri, con Parquet Courts e King Krule.
Avendo scritto da solo la maggior parte dell’album precedente, About The Light segna un cambiamento nell’approccio di Steve. “Ho deciso,” spiega, “di
coinvolgere in questo disco la mia live band in ogni fase della
lavorazione perché volevo catturare l’energia che produciamo durante i
nostri concerti, perciò questa volta abbiamo lavorato assieme su una
serie di canzoni nel corso dell’ultimo anno.”
Scegliendo
Stephen Street come produttore e con un piano molto chiaro in mente,
l’obiettivo è stato quello di catturare le canzoni live e far emergere
gli elementi più soul. Dice lo stesso Street: “Steve mi ha spiegato
che voleva fare questo album con la band e con un suono più ‘live’ e
arrangiare i pezzi con i fiati e cori femminili. Ho capito che da questo
approccio di spogliare innanzi tutto i brani per ottenere un sound live
e creare spazio per innestare gli elementi soul, sarebbe nato qualcosa
di molto interessante e così ci siamo messi al lavoro.”
Registrato tra Londra e Brighton, About The Light presenta un’evoluzione sottile ma evidente nel suono di Steve.
“Quando
ascolto questo disco suono come il mio primo disco ‘ufficiale”. È
difficile da spiegare ma ha il suono di un ‘vero’ album. Penso che sia
dovuto in parte alla produzione, al modo di suonare e al lavoro fatto
con la band in tutti quei mesi di prove. È un album bello, positivo,
arrabbiato e gentile allo steso tempo. David Bowie disse che bisogna
sempre stare appena un po’ fuori dalla nostra di comfort se vogliamo
raggiungere la grandezza, e forse per la prima volta, mi sono
deliberatamente spinto fuori dalla mia zona di comfort. Chi non vuole la
grandezza?”
In
The Blue Light è un atto di resipiscenza, uno sguardo lanciato verso il
passato da parte di un’artista che ha scritto pagine importanti della
musica americana e ora si trova a un bivio della propria carriera. Paul
Simon, infatti, ha deciso di mettere fine alla propria attività
concertistica con un ultimo tour (Homeward Bound) che si concluderà il
22 settembre a New York.
Una
decisione presa per svariati motivi, alcuni famigliari, altri legati
all’età che inesorabilmente avanza (a ottobre saranno 77 anni) e infine,
a cagione della scomparsa, avvenuta lo scorso anno, del sodale di
sempre, il chitarrista
Vincent Nguini. Una scelta dolorosa, che ha inevitabilmente spinto
l’artista a riflettere su quanto fatto fino a oggi e in particolar modo a
cercare di mettere ordine fra il proprio repertorio, soprattutto
riguardo a quelle canzoni di cui Simon non era completamente
soddisfatto.
Continua, dunque, l’attività in studio, e continua con questa operazione di re-styling di
dieci brani presi dal proprio passato. Canzoni che Simon ha voluto
ritoccare, per vestirle di nuovi abiti che rispecchiassero maggiormente
il suo attuale sentire, e che sono state modificate tanto negli
arrangiamenti e nel suono, quanto nelle liriche, al fine di rendere più
comprensibili testi il cui significato, dal punto di vista del
songwriter, non era così chiaro come avrebbe voluto che fosse.
Non
ci sono in scaletta brani famosi o leggendarie hit, ma un filotto di
composizioni che potremmo definire minori se a scriverle non fosse stato
Paul Simon. Né compaiono nel disco reinterpretazioni prese dal
repertorio condiviso con Garfunkel o da quel (oggi possiamo dirlo senza
timore alcuno) leggendario capolavoro che porta il nome di Graceland, mentre la maggior parte del materiale, ad eccezione dell’unica René and Georgette Magritte with Their Dog After the War (dal celeberrimo Hearts And Bones), provengono da opere meno note, quali You’re Are The One (2000), There Goes Rhymin’ Simon (1973) e So Beautiful Or So What (2011).
Ad accompagnare Paul nella realizzazione del disco, un pugno di straordinari musicisti, tra cui il
trombettista Wynton Marsalis, il chitarrista Bill Frisell, il bassista
John Patitucci, i batteristi Jack DeJohnette e Steve Gadd, oltre a Bryce
Dessner dei National e il citato Vincent Nguini, che ha fatto in tempo a
registrare l’album, prima di lasciarci per sempre.
La
modernità e l’intelligenza compositiva di Paul Simon, unita alla classe
e al mestiere degli ospiti appena citati dà vita non a una semplice
reinterpretazione di brani già noti, ma a una raccolta di canzoni che,
nonostante mantengano l’ossatura originale, suonano decisamente diverse,
possedendo non solo una nuova veste formale, ma anche una nuova anima.
Un disco il cui suono volge lo sguardo verso partiture decisamente jazz,
con qualche inserto d’archi e un mood in bilico tra raffinata
sospensione e l’incedere rilassato dell’artigiano che cesella note in
punta di plettro.
Un ripensamento operoso, si potrebbe dire in termini giuridici, che dà lustro a canzoni forse fin troppo dimenticate, come Love, Can’t Run But, The Teacher (che evoca lo Sting di Fragile) e la splendida René and Georgette Magritte with Their Dog After the War, fragile elegia romantica che resta, oggi come allora, una delle vette compositive del songwriting di Paul Simon.
La band di Glasgow The
Twilight Sad annuncia il quinto full-length album – il primo su Rock
Action Records – intitolato IT WON/T BE LIKE THIS ALL THE TIME,
in uscita il 18 gennaio. La notizia arriva accompagnata da un secondo assaggio
dell’album Videograms.
Parlando del brano, il frontman James
Alexander Graham ha detto, “Videograms è stato il primo brano scritto per
l’album, ma l’ultimo finito prima di iniziare a registrare. È una delle cose più
melodiche che abbiamo mai fatto. Ho sentito spesso la frase "don’t you
start on me”, per strada, al supermercato, al pub. Deve essere qualcosa che ho
sentito spesso ed è venuto fuori in questa canzone.”
“Mi piace molto il fatto questo sia il primo singolo ufficiale ma anche
l’ultimo brano dell’album. C’è spesso tanta pressione quando un album viene
introdotto da una serie di singoli. Ci si aspetta che le persone non abbiano la
giusta attenzione per ascoltare un album per intero, ma le persone che ci conoscono
e a cui piace la nostra musica sanno che noi facciamo album che devono essere
ascoltati dall’inizio alla fine, dato che ogni canzone è un capitolo facente
parte della storia. Ed è anche per questo che amo la Rock Action, non c’era
pressione da parte loro, ci hanno lasciato fare quello che volevamo con la
tracklist.”
Le undici tracce incluse in IWBLTATT
iniziarono a prendere forma durante il tour della band con I The Cure. Ma è
tornando nel Regno Unito e nell’isolamento della sua casa di Londra, che il
chitarrista Andy MacFarlane ha iniziato a confrontarsi con le aspirazioni
collettive della band, trovando immediatezza nella loro scrittura, portando
così qualcosa di nuovo alla materia oscura dei loro brani e al demo del quinto
album. Dopo sei mesi di pre-produzione, la sua visione si concretizzò durante
una residency in una sala prove a Loch Fyne lo scorso novembre. Ansiosa di
mantenere lo slancio creativo, la band entrò in studio ai Middle Farm
Studios di Devon con il fonico Andy Bush, lo scorso
gennaio.
Perquesto album, Graham e MacFarlane hanno chiamato Brendan Smith
(The Blue Nile, The Unwinding Hours) e Johnny Docherty (Take
a Worm For a Walk Week, RUNGS), musicisti che da tempo accompagnano la band in
tour.
“Ho sempre visto Brendan e Johnny come parte della band ed è ora di dirlo
ad alta voce,” afferma Graham. “La fase di registrazione è stata una
delle esperienze più belle. Tutti noi lanciavamo delle idee, mentre Andy
definiva il tutto. Dopo aver fatto i demo, il suo punto di vista era ‘dobbiamo
migliorare. Devono fare un passo avanti.’ Lui ha dato il via a tutti noi.”
Il risultato parla da sé: un ascolto coinvolgente, a volte cinematografico,
altre clustrofobico. La band ha scavato in profondità per produrre It
Won’t Be Like This All the Time, ed è probabilmente il loro album più
dinamico e crudo di sempre.
“È un album oscuro ma penso che ci siano molti momenti di sollievo,” ha
aggiunto Graham. “Ci sono così tanti estremi qui – ci sono momenti che sono
duri, e altri che sono melodici, e altri ancora che sono ridotti al minimo. C’è
una certa franchezza ora, ma allo stesso tempo voglio mantenere un po’ di
mistero. Non ci piace gettare le cose in faccia alla gente per poi spiegarle.”