venerdì 5 ottobre 2018

LENNY KRAVITZ - RAISE VIBRATION (Roxie Records/BMG, 2018)

Non so mai stato un fan di Lenny Kravitz, lo ammetto; ciò nonostante non posso non riconoscergli di aver sfornato un paio di dischi di buona fattura a inizio carriera (Let Love Rule del 1989 e Mama Said del 1991) e di aver tirato fuori, nel 2011, un gioiellino come Black And White America, forse la prova più convincente di una carriera abbastanza incolore. Tolto l’indubbio appeal iconografico e una buona resa in territori esclusivamente mainstream, Kravitz si è sempre barcamenato con la sua musica ad alto contenuto di prescindibilità, mettendo le proprie indubbie doti canore e un certo mestiere nel fondere black music e rock vintage al servizio di canzoni tanto furbette quanto superflue.
Se la bontà di un disco come il citato Black And White America aveva aperto alla speranza di un cambio di tendenza e di una finalmente acquisita maturità artistica, il successivo, debolissimo, Strut del 2014 aveva riportato anche i più ottimisti con i piedi per terra. Non è da meno quest’ultimo Raise Vibration, che mantiene molto meno di quanto promesso dalla solita allettante copertina e da un titolo ben augurante.
Il suono leccato e pulito, il pilota automatico inserito come si conviene a chi non vuole rischiare proprio nulla, e l’impasto, ormai un filo stucchevole, di soul e rock a buon mercato, rappresentano il consueto e irrisorio apporto di Kravitz alla storia discografica di questo 2018.
Si parte con pezzo di una bruttezza cosmica come We Can Get It All Together, evidente scarto di magazzino, e si continua con Low, singolo piacione ma senza mordente. Con Who Really Are The Monsters? il nostro decide anche di pasticciare con l’elettronica, e il risultato è davvero sconcertante, mentre la successiva title track sfoggia qualche chitarra d’ordinanza, risultando però la copia slavata di qualunque altra canzone del suo repertorio più elettrico.
Ce spazio anche per due ballate, Johnny Cash, omaggio a the man in black, che ripulita dagli zuccheri non sarebbe nemmeno brutta, mentre la successiva Here To Love, gioca con la glicemia degli ascoltatori, che a questo punto si saranno trovati a esclamare con un certo disappunto il titolo della settima traccia, It’s Enough!, un funkettino fighetto senza infamia e senza lode, tirato avanti però per ben otto minuti.
Decisamente meglio la sensazione r’n’b di 5 More Days ‘Til Summer, attraversata da un piacevole assolo di chitarra, coretti alla Pizzicato Five e un mood divertito, e non è male The Majesty Of Love, altro funky, questa volta un filo più grintoso. Gold Dust è un’altra inutile ballata soul rock anonima e bruttina, così quando parte la successiva Ride, con il suo retrogusto anni ’70 e una morbida melodia finalmente azzeccata, si tira un sospiro di sollievo. Chiude la scaletta I’ll Always Be Inside Your Soul, altra ballata al caramello, che sancisce la definitiva resa di fronte a un disco che non decolla mai e che in alcuni passaggi risulta essere perfino indigeribile.
Ciò non toglie che Raise Vibration, grazie anche al traino di Low, vero tormentone da Fm, venderà bene e non dispiacerà ai tanti fan del rocker (si fa per dire) newyorkese. Per tutti gli altri, il consiglio è di astenersi, a meno che, ovviamente, non vogliate nutrire i trigliceridi del sangue o fare violenza gratuita ai vostri sacri zebedei.

VOTO: 5





Blackswan, venerdì 05/10/2018

giovedì 4 ottobre 2018

PREVIEW




Dopo aver pubblicato l’album di debutto, The Curious End, alla fine dell’anni scorso, Seamus ha iniziato a lavorare su alcune nuove canzoni all’inizio del 2018.
“Ho messo una batteria elettronica da due soldi, un synth schifoso e una chitarraccia in una busta di plastica e mi sono recato, per scrivere, in un cottage che si trova in un villaggio sulla costa sud-occidentale d’Irlanda. Sono tornato a Londra rinfrescato, senza aver scritto nessuna canzone, e sono andato a farmi un paio di drink col mio amico Ed Dowie, dopo di che ci siamo sfidati a scrivere qualcosa di nuovo ogni due settimane. Ho pescato a casaccio attraverso varie registrazioni telefoniche che avevo fatto durante il mio viaggio di (non)scrittura, sperando di trovare qualche frammento magico, e ho trovato un verso riguardante un vecchio vestito che avevo scritto come riflessione sulla perdita del mio amico Willie Maighan. Volevo creare qualcosa di un po’ diverso rispetto all’album (tranne gli archi di Emma Smith, che ho ficcato un po’ dappertutto), quindi ho colto l’occasione e ho chiesto a Mike Lindsey se mi avrebbe dato una mano a mixare e produrre la canzone, e questo è il risultato”.
The Old Suit EP presenta anche una nuova canzone di Seamus, “Song For John” (un’ode a John Martyn), più due remix, il primo a opera dei Django Django, il secondo di James Yorkston.
“Sono diventato un grande fan dei Django Django da quando li ho visti nel 2012 su Planet Eigg, perciò sono felicissimo di essere riuscito a farmi remixare “Carlow Town”. James è invece un grande amico e fonte d’ispirazione da anni”.




Blackswan, giovedì 04/10/2018

mercoledì 3 ottobre 2018

CLUTCH - BOOK OF BAD DECISIONS (Weathermaker, 2018)

I Clutch sono una sicurezza: impermeabili a mode e alchimie stilistiche, è dal 1993, anno in cui la band originaria del Maryland rilasciò il primo album in studio, che non sbagliano un colpo. Vado a memoria, ma non ricordo, infatti, un disco che mi abbia fatto rimpiangere i soldi spesi, né una caduta di tono o una concessione, benché minima, all’ambiguo mondo del mainstream.
Anzi, a ben vedere, la loro offensiva discografica, e uso il termine “offensiva” non a casaccio, si è fatta ancor più inesorabile, tanto che Book Of Bad Decisions si pone come il terzo gioiello sfornato negli ultimi cinque anni, dopo i cazzutissimi Earth Rocker del 2013 e Psychic Warfare del 2015.
Questa miscela esplosiva di fango, cemento armato, sudore, metanfetamine, hard rock, blues, stoner e grunge non ha perso negli anni un briciolo del suo fascino virile e del suo impeto guerrigliero, giungendo di nuovo alle orecchie degli ascoltatori con la sua implacabile ferocia. Quindici canzoni che soffiano rabbia e adrenalina come benzina su fuoco, per una scaletta che tracima cattiveria e non risparmia colpi bassi: un assalto elettrico corroborato dalla sezione ritmica martellante, da riff urticanti e solfurei, da assoli brevi e letali come una raffica di mitra, e dal ghigno malefico della voce assassina di Neil Fallon.
Gimme The Keys apre il disco con il consueto mood arrembante che aveva aperto anche i due predecessori. Si mettono subito le cose in chiaro: “signori, qui non si fanno prigionieri, procedere nell’ascolto è a vostro rischio e pericolo”. Spirit of ’76 è una martellata sullo zigomo, procede con passo pesantissimo, evocando un florilegio di echi sabbathiani, mentre la successiva title track mostra la faccia sporca e cattiva del rock blues.
Non c’è un attimo di pausa, e da queste parti è davvero difficile pensare di poter tirare il fiato. Neil Fallon e soci si gettano in assalti frontali e corrono sotto i cannoneggiamenti, si esaltano nei corpo a corpo e non mostrano, comunque, il ben che minimo segno di cedimento. Anzi, provano pure a prenderti alle spalle, spiazzando con il funky corrazzato di In Walks Barbarella, che fonde estetica Blaxpoitation ad agguerritissime sportellate elettriche, o con il fragore di Vision Quest, sanguinoso rock’n’roll da combattimento con il coltello fra i denti e la sciabola in mano, o con l’urlo belluino che sigilla l’incedere minaccioso della conclusiva Lorelei.
Si potrebbe azzardare un appunto sull’eccessivo minutaggio del disco, tanto lungo da sfiorare l’ora, se non fosse che queste canzoni suonano tutte necessarie e vibrano di intensità e scellerata ribalderia fino all’ultima nota.
Quindi si astengano orecchie dolci, frequentatori del pop e anime romantiche: farsi travolgere da quest’onda sonica senza un’adeguata armatura potrebbe essere una pessima decisione. E finireste nel libro dei Clutch, cosa che francamente non vi consiglio.

VOTO: 8





Blackswan, mercoledì 03/10/2018

martedì 2 ottobre 2018

PREVIEW




Tom Odell è pronto a rilasciare il suo terzo album in studio. Il disco, che uscirà il 12 ottobre via Columbia Records, si intitolerà Jubilee Road, ed è stato anticipato a giugno dal singolo If You Wanna Love Somebody. Le tematiche di questo nuovo lavoro sono molto personali e raccontano, con il taglio dell’autobiografia, alcuni momenti vissuti da Tom quando viveva con la propria ragazza nella zona est di Londra. E’ il primo disco, inoltre, a essere interamente prodotto dallo stesso Odell. Il tour promozionale toccherà anche l’Italia, con un’unica data al Live Music Club di Trezzo sull’Adda, sabato 17 novembre.





Blackswan, martedì 02/10/2018

lunedì 1 ottobre 2018

IL MEGLIO DEL PEGGIO





Mentre il governo giallo-verde plaude il varo della manovra economica dal balcone di Palazzo Chigi con cori da stadio, c'è un certo Michele Cascavilla, amministratore delegato e fondatore di Lenzuolissimi, che saluta le 82 primavere di Silvietto acquistando una pagina del quotidiano "Il Giornale". L'ex Cavaliere, dal canto suo, sembra stia vivendo una seconda giovinezza. Anziché accompagnare i nipotini a scuola o portare Dudu' ai giardinetti per i bisognini, Silvio pensa in grande e annuncia la sua candidatura nientemeno che alle Europee del 2019. Un miracolo per i nostalgici del bunga-bunga, un incubo senza fine per tutti coloro che ancora hanno un po'di sale in zucca. "Sarò anche io in campo alle prossime elezioni per salvare il paese che amo". Si sa che l'amore è fatto di alti e bassi: gia'una volta Silvietto scelse di bere l'amaro calice per amore dell'Italia, salvo poi, molti lustri dopo, confessare al telefono a Walter Lavitola, di volere lasciare "questo paese di merda di cui sono nauseato". "Chi ama non dimentica", recita l'accorata dedica al festeggiato. Noi, invece, vorremmo solo dimenticare.

Cleopatra, lunedì 01/10/2018