giovedì 5 giugno 2025

Ashley Elston - La Prima Bugia Vince (Bompiani, 2024)

 


Ci sono persone per cui mentire è facile, altre per cui è praticamente impossibile. Perché mentire è difficile, e una bugia non è mai isolata. Una ne richiama inevitabilmente un'altra, e poi un'altra ancora, e occorrono grande lucidità e freddezza per fare sì che lo scintillante ma fragile castello di carte che abbiamo eretto tra noi e gli altri non cada all'improvviso, rivelando una volta per tutte chi siamo. Poi ci sono persone per cui mentire è, semplicemente, un mestiere. E in questo Evie Porter è la migliore. Per questo Mr Smith, il suo misterioso datore di lavoro, fa ricorso alle sue doti quando la parte da recitare è quella di una ragazza dell'Alabama fidanzata di Ryan Sumner, il tipico ragazzo d'oro che chiunque vorrebbe sposare. Peccato che sia la solita bugia e che Evie, come al solito, stia mentendo per carpire informazioni da un tutto sommato forse non così limpido Ryan. Peccato, perché la sua vittima questa volta è davvero carina e la vita che le promette è proprio il genere di esistenza che Evie ha solo potuto brevemente sognare di tanto in tanto leggendo qualche romanzo d'amore. In fondo si trova lì per fare il suo lavoro, in cui è così brava, e poi sparire. Ma un giorno, durante una festa, le si avvicina la fidanzata di un amico di Ryan e sorridente le si presenta. Strano nome, il suo: Lucca. Lucca Marino. Molto strano. Anche perché è il vero nome di Evie. Qualcuno almeno bravo quanto lei a mentire, improvvisamente, è sul terreno di gioco. Ma il gioco, questa volta, qual è?

Lucca Marino è una ragazzina dalla vita difficile, vive in una roulotte con la madre malata, e per sbancare il lunario e prendersi cura del genitore, fa la commessa in un negozio di fiori, perfetta copertura per la sua vera attività di ladra. Quando sua madre muore, Lucca viene contattata dal fantomatico Mr. Smith (una sorta di Mr. White dei romanzi di Juan Gomez Jurado), che la trasforma in una ladra professionista, affidandole ogni volta incarichi più difficili e una nuova identità.

Quando il suo misterioso datore di lavoro le affida il compito di sedurre, sotto le mentite spoglie di Evie Porter, il fascinoso Ryan Sumner, un giovane dell’Alabama, apparentemente immacolato, ma forse invischiato in loschi affari, le certezze vacillano. Perché tra i due ragazzi sboccia imprevedibilmente l’amore, mentre Mr. Smith si fa sempre più pressante e minaccioso. Ripercorrendo a ritroso la sua carriera di ladra, in una narrazione che rimbalza fra presente e passato, Lucca cerca di comprendere il senso del tutto, di comprendere chi sia realmente Ryan e, soprattutto, l’identità di Mr. Smith, divenuto, giorno dopo giorno, più ostile.

Ashley Elston, laureata in arte all’Università della Louisiana, è una scrittrice americana di successo, che ha sfondato nel mondo dell’editoria grazie a romanzi young adult. Un’incognita, quindi, trovarla alle prese con il genere thriller, di cui, invece, sembra aver ben chiari tutti gli elementi principali.  

La Prima Bugia Vince, infatti, è un thriller costruito con sapienza, a tratti, forse, un filo cervellotico nel dipanarsi di alcuni nodi narrativi, eppure sempre capace di tenere alta l’attenzione del lettore e di piazzare con maestria il colpo di scena giusto al momento giusto. Non certo un capolavoro di genere, ma l’approfondimento psicologico della protagonista è di qualità e la scrittura, a dispetto dei timori che nutrivo inizialmente, è decisamente buona. Romanzo perfetto da leggere sotto l’ombrellone, per godersi qualche ora di leggero, ma non banale, divertimento.

 

Blackswan, 05/06/2025

martedì 3 giugno 2025

Tusk - Fleetwood Mac (Reprise, 1979)

 


C’è una storia divertente legata al titolo di questa canzone e, ovviamente, dell’omonimo album ove è contenuta. Tusk significa letteralmente “zanna” e il titolo fu scelto da Mike Fleetwood, indispettendo parecchio Stevie Nicks, la quale non comprendeva il senso di intitolare così il nuovo album. Trovava la parola poco elegante e, inoltre, Tusk le faceva venire in mente i cacciatori di frodo, che uccidevano gli elefanti per poi vendere l’avorio al mercato nero. Tuttavia, la bionda cantante era del tutto fuori strada, perché quella parola per il batterista assumeva ben altro significato: zanna era il termine gergale con cui Fleetwood chiamava il suo pene. Nessuna mattanza di elefanti, quindi, ma un esplicito ammiccamento sessuale. Gli altri componenti della band lo sapevano, ma alla Nicks non fu detto nulla fino a quando l’album non fu completato, cosa che la fece imbestialire ancor di più.

La canzone si basava su un riff improvvisato che la band suonava dal vivo ogni volta che saliva sul palco per introdurre il proprio live act nel momento in cui si accendevano le luci. L’idea nasceva da un’intuizione di Mike Fleetwood, che a furia di suonare il brano durante il soundcheck dei concerti, pensò di utilizzare quel riff per costruirci attorno un intero brano. L’intento, però, era quello di sperimentare, di andare oltre la forma canzone, e così il batterista decise di coinvolgere la banda musicale dell'Università della California del Sud, per arrangiare il brano con un potente partitura di ottoni. 

Ciò che contava davvero, negli intenti del batterista, non era certo il senso di una canzone che, sotto il profilo dei contenuti, un senso non lo ha, ma quello semmai di creare un groove indimenticabile. Gli altri componenti del gruppo erano titubanti, anche perché Fleetwood voleva tirarne fuori un video che riprendesse la banda all’opera ed era intenzionato, per farlo, di affittare il Dodger Stadium, cosa che poi fece, nonostante il parere contrario degli altri, pagando di tasca propria. 

Fu così che, il 4 giugno del 1979, i Fleewood Mac (ad eccezione di John McVie, che aveva pesantemente litigato con Lindsey Buckingam) si ritrovarono allo stadio dei Los Angeles Dodgers, che erano in viaggio per andare a giocare una partita in trasferta, insieme alla USC Trojan Marching Band. Poiché tre giorni dopo ci sarebbero state le celebrazioni per il diploma, alcuni ragazzi non si presentarono, ma la maggior parte, che teneva una copia di Rumors nella propria stanza del dormitorio, fu entusiasta di poter affiancare i propri idoli musicali.

C’è un altro particolare curioso da menzionare. Il chitarrista Lindsey Buckingham all'epoca si era appassionato alla sperimentazione, e si era messo in testa di inserire nel disco dei suoni mai ascoltati prima. Quindi, per arricchire la struttura del brano, registrò alcune delle sue parti vocali in bagno, utilizzando un microfono posizionato sul pavimento e collegato da cavi al registratore del suo studio di casa. Inoltre, si divertì molto a suonare alcune percussioni su scatole di Kleenex vuote, anche queste posizionate sul pavimento del suo bagno.

Tusk, e intendo l’intero album, fu un riuscito tentativo da parte della band di uscire dalla gabbia dorata di Rumors, uno dei dischi più venduti della storia, ma anche una spada di Damocle che pendeva sulle loro teste in attesa dell’album successivo. Invece di ripetere quella formula vincente, la band si rimise in gioco pubblicando un lavoro molto più complesso e cerebrale, che finì, però, per vendere meno, piazzando solo due singoli, Tusk e Sara, rispettivamente all’ottava e settima posizione di Billboard. 

Meno soldi, forse, ma una maggiore rilevanza artistica. A tal proposito Mike Fleetwood disse, durante un’intervista rilasciata al momento della pubblicazione del disco: “Tusk è probabilmente il mio album preferito ed è il più importante dei Fleetwood Mac. Tusk significa la sopravvivenza di questa band: se non avessimo fatto quell'album, forse ci saremmo sciolti."

 


 

 

Blackswan, martedì 03/06/2025

lunedì 2 giugno 2025

Opia - I Welcome Thee, Eternal Sleep (Hammerheart, 2025)


 

Fulminato come San Paolo sulla via di Damasco. Per quanto il gothic doom non sia proprio la mia tazza di tè, un esordio come questo I Welcome Thee, Eternal Sleep, induce a una rapida e convinta conversione. Quello degli Opia, combo anglo spagnolo nato nel 2022, è un debutto che lascia il segno, che sbalordisce per intensità e ricchezza compositiva e che tocca il cuore, lasciando una ferita profonda, in tutti coloro che amano la malinconia e che indugiano al soliloquio esistenziale.

Un disco che, come esplicita il titolo, parla di morte, di sonno eterno, ma lo fa evitando clichè funerei e catacombali, cercando semmai di sondare l’animo umano di fronte al grande mistero che segna la nostra vita. Solo otto canzoni, ma tutte centratissime, in cui la pesantezza del passo doom e certe asperità mutuate dal black metal, trovano il contrappunto in seducenti atmosfere dal sapore cinematografico e in melodie eteree, dolcissime, quasi trasognate.

Nonostante un oscuro mantello forgiato nel metallo avvolga tutta la scaletta, il disco resta incredibilmente melodico, gli incisivi assoli di Phoenix Griffiths e Dan Tregenna sono mutuati dal classic rock, e le tastiere di Jorge Alonso, così esili e inquietanti, danno respiro a brani trainati dal metronomo e dalla furia di una sezione ritmica (Richard Rees al basso e Sam Heffernan alla batteria) che vive in una terra di mezzo fra post punk e black metal.

A fare da collante della line up è la conturbante Tereza Rohelova, che veste alternativamente le sembianze di signora della notte, grazie a un growl aspro e disperato, e di angelo del Paradiso, quando rasserena la gola e le corde vocali si sciolgono in un timbro dolce, evocativo, ambrosia seducente che si perde nell’immenso respiro dell’eternità (cosa che avviene con strabiliante fluidità anche all’interno dello stesso brano). 

"These Pristine Memories" è una breve intro strumentale dal sapore cinematografico, ma dà davvero il senso del tutto, soprattutto grazie alla batteria che suona come un battito cardiaco. Un cuore che cessa di battere di fronte allo sconquasso di "On Death's Door Part I". Qui, l'estensione vocale di Tereza Rohelova è davvero impressionante e, mentre la sua formazione classica garantisce che tutte le parti pulite siano assolutamente celestiali, i growl lasciano a bocca aperta per la potenza e la disperazione che riesce a trasmettere (“My greatest fear is this deathly state becomes your memory of me”). I passaggi fluidi tra i due stili vocali sono eseguiti in modo impeccabile e questo a sua volta contribuisce a mantenere coesa l’atmosfera fra le due chitarre che scartavetrano la melodia arresa di un tappeto di synth ossianico.

"Man Proposes, God Disposes" si sviluppa in bilico fra sprofondo disperato e melodia malinconica, un arpeggio morbido, una splendida linea di basso sottostante, la voce eterea che punta all’immensità del cielo e poi il growl che trascina nel profondo dell’oscurità. Un alternarsi di sensazioni confliggenti, il dolore straziante, il buio dell’eterno risposo, ma anche la speranza di resurrezione, l’intuizione di un’accogliente volta celeste.  

I temi trattati in questo album sono tutti profondamente emotivi, e l’alternarsi degli stati d’animo lascia spossati: il groppo in gola e le lacrime svaniscono in un ondata di angoscia, rabbia e disperazione, e ancora, quando torna forte la malinconia, il dolore viene sublimato da una strana estasi spirituale (le trame post rock della struggente "Fade").

Di questo saliscendi emotivo, sia "Silence" che "The Eye" ne sono un perfetto esempio. I momenti di dolce e tenera bellezza, uniti al dolore e alle grida d'angoscia, funzionano così bene insieme e contribuiscono davvero a raccontare la storia che gli Opia hanno in testa.

Il lavoro di chitarra è sublime in tutto il disco, ma una menzione speciale va all’arpeggio morbido e al successivo riff graffiante intrecciati in "Days Gone By", un gioco di prestigio che resta in testa per lungo tempo. Anche le tastiere sono usate benissimo nel corso della scaletta, restano in retroguardia senza mai sovrastare un solo momento, esaltando tutte le atmosfere e aggiungendo piccoli tocchi di emozione all’interno di ogni singolo brano.

Chiude il disco "On Death's Door Part II", vertice di un album tutto magnifico: la carezza di una chitarra dolcissima, la voce eterea della Rohelova, e poi, la pesantezza che travolge l'anima e le melodie angosciate, che si fondono in un modo che ti lascia completamente distrutto, ma con la voglia continuare l’ascolto. Le reiterate esplosioni black metal sono un colpo di scena grandioso, prima che l'assolo di chitarra (quello straordinario gusto retrò che evoca i Pink Floyd e poi accelera il passo) faccia del suo meglio per prosciugare la poca energia rimasta. Inferno e Paradiso, morte e resurrezione, fragilità umana e mistero divino. Una chiosa da fuoriclasse.

I Welcome Thee, Eternal Sleep non è un disco facile, soprattutto per tutti coloro a cui tremano le gambe ogni volta che sentono pronunciare le parole metal e growl. Chi, invece, è curioso e se ne fotte delle etichette, troverà la poetica musicale degli Opia un dono inaspettato. Si affaccerà all’orlo dell’abisso, proverà un dolore palpabile che afferra la gola, ma guarderà anche le stelle del cielo e l’infinito universo, scosso da un inspiegabile afflato trascendente. 

Voto: 9

Genere: Gothic Doom, Rock, Black Metal




Blackswan, lunedì 02/06/2025

venerdì 30 maggio 2025

Jo Nesbo - La Famiglia (Einaudi, 2025)

 


Due fratelli pronti a combattere in difesa di ciò che hanno conquistato. Pronti, se occorre, anche a uccidere. Di nuovo. Senza dubbio, i fratelli Opgard hanno avuto successo nella vita. O, perlomeno, ne hanno avuto quanto è possibile in un paesino come Os: un migliaio di anime aggrappate a una montagna, apparentemente dimenticate da Dio e dagli uomini. Carl dirige un lussuoso hotel con spa, mentre Roy ha in mente un progetto ambizioso: un parco dei divertimenti con un ottovolante tra i più alti e paurosi del mondo. E si potrebbe ottenere ancora di più, per esempio ingrandendo l’hotel. Se non fosse che l’Ente nazionale per le strade ha deciso di far scavare una galleria in quella montagna, spostando la statale e ostacolando così il turismo a Os. Nel frattempo un agente rurale vuole indagare sul baratro noto come curva delle Capre e sulle carcasse delle automobili che ci sono finite dentro, spesso grazie a una spinta dei fratelli… Ancora una volta, dunque, Carl e Roy devono cancellare le proprie tracce e sporcarsi le mani, probabilmente di sangue. Ancora una volta, devono essere disposti a tutto, pur di salvare i loro interessi. Un grandioso, esplosivo romanzo sulla lealtà, i legami familiari, la passione e la lotta contro i poteri forti.

Una premessa è d’obbligo: La Famiglia, nuovo romanzo a firma Jo Nesbo, è il seguito di Il Fratello, pubblicato in Italia nel 2020. I due romanzi sono, pertanto strettamente connessi, ed è preferibile aver letto il primo, prima di iniziare il secondo. Preferibile, ma non necessario. Se la location è la medesima (la comunità rurale di Os), i protagonisti sono gli stessi (i due fratelli Opgard, Carl e Roy) e gli eventi inevitabilmente collegati, lo scrittore norvegese mette il lettore nelle condizioni di conoscere gli antefatti, in modo da non sentirsi spiazzato di fronte alo sviluppo della trama.

Come nel precedente romanzo, il genere thriller è presente ma non preponderante. Non mancano suspense e colpi di scena, ma il ritmo è tutt’altro che adrenalinico, nonostante la lettura resti estremamente appassionante. Nesbo, abile intessitore di intrecci, tiene lontano il brivido e preferisce concentrare la propria arte su una torbida storia di legami famigliari, in cui la fratellanza e il sangue sono il collante che tiene insieme un rapporto, quello fra Carl e Roy, segnato da abusi, vendette e omicidi, e perpetrato con ostinata devozione nonostante un pesante non detto, e una serie di reciproci inganni e tradimenti.

Il susseguirsi degli eventi, però, la pressione portata dalle indagini a loro carico, la difficile realizzazione di un sogno che sembrava a portata di mano e un ultimo, inaccettabile sgarbo, faranno crollare le fondamenta di un amore fraterno che sembrava solido come la pietra.

Come si diceva, non mancano il colpi di scena, tuttavia Nesbo cerca soprattutto di sondare l’animo umano, approfondendo i risvolti di personaggi estremi (oltre a Carl e Roy, ci sono anche la bella e conturbante Natalie e il poliziotto Kurt, stolido ma determinato a fare giustizia), dando vita a una quadriglia emotiva in cui nessuno può dirsi davvero innocente.

Scritto benissimo, ma non è certo una novità per Nesbo, La Famiglia contiene numerose citazioni musicali (in primis, J.J.Cale) che rendono la storia ulteriormente intrigante per tutti gli appassionati di musica rock.

 

Blackswan, venerdì 30/05/2025

mercoledì 28 maggio 2025

Stereophonics - Make ‘em Laugh, Make ‘em Cry, Make ‘em Wait (Emi, 2025)

 


Dopo quasi trent’anni di carriera e tredici dischi pubblicati, ai gallesi Stereophonics bisogna riconoscere il merito di aver sempre mantenuto fede al proprio credo, attraverso una coerenza tanto ostinata quanto genuina. Dischi fatti con mestiere, certo, ma un mestiere che si avvicina molto all’artigianato, con quel cesello sincero con cui si levigano piccole canzoni che, poi, diventano grandissime nel cuore delle persone. Perché il loro è sempre stato un pop rock mainstream, ma declinato senza pose e ostentazione, con il cuore aperto, semmai, di chi vuole rendere felice la gente, con belle melodie e un suono riconoscibilissimo, buono come i piatti della tradizione. Non hanno inventato nulla, gli Stereophonics, hanno sempre giocato con un passatismo consapevole e armonioso, eppure sono sempre arrivati lassù, in cima alle classifiche (britanniche), con dischi non immortali, ma stranamente irresistibili.

Il nuovo Make ‘em Laugh, Make ‘em Cry, Make ‘em Wait ribadisce tutti i concetti appena sviluppati, con qualche leggera differenza rispetto al passato. L’idea iniziale (come per il precedente Oochya!) era quella di pubblicare un greatest hits (l’unico e ultimo risale al 2008), inserendo a fianco di materiale già noto anche due inediti. Poi, il cambio di rotta, visto che le canzoni su cui si poteva lavorare erano di più. Non molte di più, dal momento che, a differenza di precedenti lavori, questo nuovo album è composto solo di otto brani e dura circa mezz’ora. Se il suono è un marchio di fabbrica, come d’altra parte lo è la voce del frontman Kelly Jones, Make ‘em Laugh, Make ‘em Cry, Make ‘em Wait spazia, tuttavia, attraverso i generi, pur mantenendo una coerente identità di fondo.

E siccome Kelly Jones (qui in veste anche di unico produttore) le belle canzoni le sa scrivere, anche questa breve scaletta contiene momenti destinati a farsi ricordare, almeno per i fan della band. Il disco si apre con "Make It On Your Own", essenza del suono Stereophonics e autentica gemma dell’album, in cui la voce calda e graffiante di Jones è il collante di una melodia che sta in bilico sul confine sottile che separa dolce malinconia e eccitante allegrezza. Chitarre rombanti, un eccelso arrangiamento d’archi e un ritornello da mandare a memoria in un nano secondo rendono il brano un istant classic del songbook della band gallese.

Non è da meno la successiva "There’s Always Gonna Be Something", un jangle pop capace di resuscitare i morti, una melodia così luminosa che sembra di toccare il sole con un dito. Un uno due da ko, che apre alla grandissima un disco che, pur non raggiungendo queste due vette, resta piacevolissimo fino alla fine.

A partire da "Seems Like You Don’t know Me", che si distingue dalle due precedenti per un tocco di elettronica avvolgente e minimal e che cresce nella seconda parte allungando il passo in una melodia sempre più malinconica. E se "Mary Is A Singer" e la conclusiva "Feeling Of Falling We Crave" giocano piacevolmente con il country rock di matrice californiana, "Colours Of October" è un’ondeggiante ballata dal retrogusto sixties mentre "Backroom Boys" è un brano smaccatamente pop e dallo sviluppo un po’ telefonato.

Resta da segnalare anche la curiosa e riuscita "Eyes To Big For My Belly", un brano che spinge su un graffiante groove funky e palesa bellicose intenzioni hard rock, tanto da citare scherzosamente "War Pigs" dei Black Sabbath.

Make ‘em Laugh, Make ‘em Cry, Make ‘em Wait è un buon disco, l’ennesimo di una band di bravi ragazzi che continua a scrivere canzoni utilizzando una vecchia formula vincente, senza inventare la ruota, ma facendola girare sempre con rinnovato entusiasmo. Un album onesto e piacevolissimo, che consolida ulteriormente l’abilità degli Stereophonics nel fondere la sensibilità rock con quelle uncinanti melodie che mantengono il loro sound vitale e suggestivo come ogni volta. 
 
Voto: 7
Genere: Rock, Pop
 
 

 
 
Blackswan, mercoledì 28/05/2025