lunedì 3 giugno 2013

ALICE IN CHAINS – THE DEVIL PUT DINOSAURS HERE



Inizio a scrivere questa recensione e un pò mi tremano le mani. Parlare degli Alice In Chains mi viene sempre difficile: se il grunge è stata la musica che ha connotato, anche in modo invasivo, gli anni della mia giovinezza e della prima consapevolezza musicale, il gruppo di Jerry Cantrell è stato quello che ho amato più di qualunque altro. Dalla scena di Seattle uscirono band strepitose, ognuna delle quali declamava a modo suo il verbo unico dell’edonismo al contrario della generazione X. Se i Nirvana rimescolavano il grunge con geniali intuizioni pop, se i Mudhoney ne rappresentavano l’ala più punk e i Pearl Jam quella più legata al passato seventies, gli Alice In Chains erano gli alfieri di una prospettiva metal caratterizzata da riffoni vischiosi e dalla voce tossica e potente di quel guerriero triste e solitario che portò il nome di Layne Staley. Quando nel 2009, a distanza di tredici anni dal loro ultimo lavoro in studio, la band tornò sulla scena con un nuovo disco, Black Gives A Way To Blue, e un nuovo cantante, William Duvall, tornai a riascoltarli con il cuore gionfio di perplessità. La paura era quella di ritrovare un grande amore irrimediabilmente invecchiato e che l’album non fosse altro che la copia sbiadita di un’antica gloria, malinconicamente ripescata dai cassetti della memoria, per ragioni squisitamente commerciali. Invece, Black Gives A Way To Blue era un buon disco (e Duvall un cantante eccellente), non memorabile certo, ma capace comunque di disegnare un diverso percorso artistico che non si limitasse a scimmiottare il passato ma guardasse invece avanti, verso un nuovo suono o quantomeno una rinnovata creatività. Devil Put Dinosaurs Here è quindi un capitolo importante nella storia degli Alice In Chains, frutto di quattro anni di lavoro in cui la materia è stata riplasmata, riveduta e corretta. Se il suo predecessore portava ancora le stigmate di una carriera tribolata e doveva scrollarsi di dosso completamente polvere e ragnatele per far dimenticare a tutti che Layne era morto e sepolto, Devil Put…rappresenta invece una vera e propria rinascita, in cui la tentazione del copia-incolla, che in Black Gives Way To Blue ogni tanto ancora riaffiorava, viene definitivamente accantonata per provare a esprimersi attraverso una vitalità creativa e un’ispirazione che forse mancava addirittura dai tempi di Dirt. 


Cosa sono diventati dunque gli Alice In Chains ? Di sicuro restano e resteranno sempre, tecnicamente parlando, un grande band, e di certo alcuni accenti del loro linguaggio, gli intrecci vocali e i riff “da uomo che annaspa nelle sabbie mobili” di Cantrell, rimangono immodificabili, vero marchio di fabbrica di un suono che mai nessuno ha saputo imitare. Eppure, sono tante le cose a essere cambiate. Le canzoni sono diventate più lunghe, hanno una durata media superiore ai 5 minuti, e l’urgenza espressiva che ci fece innamorare di inni come Would? e Them Bones (e perché no, anche dell’ultima hit, Check My Brain) è venuta definitivamente meno. L’impressione è che in questi quattro anni Cantrell e compagni si siano liberati dall’obbligo morale di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, che se ne fottano bellamente delle logiche di mercato e che abbiano trasformato la stratificazione sonora nella freccia più acuminata del loro arco. Devil Put Dinosaurs Here è un disco complesso, cupo, claustrofobico, un monolite di dolore la cui potenza ci schiaccia, ci opprime, ci toglie il respiro. Se pensate di venirne a capo con pochi ascolti vi sbagliate di sicuro: le dodici canzoni che compongono la scaletta dell’album possiedono un tasso di indigeribilità altissimo e impongono un’attenzione e una predisposizione all’ascolto da veterani. Solo Voices e la conclusiva, dolente, Choke sono, si fa per dire, a presa rapida. Il resto del disco, invece, è un viaggio attraverso paesaggi oscuri e tormentati, in cui inizialmente si procede a tentoni, e solo quando gli occhi si abituano al buio, è possibile finalmente distinguere le forme (e la sostanza) di canzoni mai tanto depresse eppure qualitativamente eccelse. D’altra parte, se il singolo tratto dall’album é Hollow, davvero potreste pensare che poi, da qualche altra parte, filtri un po’ di luce ?

VOTO : 9




Blackswan, lunedì 03/06/2013

14 commenti:

Ernest ha detto...

Appoggio il Voto!!

Euterpe ha detto...

I primi 2 singoli ( hollow e stone non mi dispiacciono ) il resto dell' album ( già scaricato ) devo ancora sentirlo.
Check my brain era fantastica

Euterpe ha detto...

Se ti interessa questa è la mia recensione del penultimo album
http://lorecchiodiafrodite.blogspot.it/2009/09/alice-e-ancora-incatenata.html

gioia ha detto...

Provo a fare un ascolto! :)

Ezzelino da Romano ha detto...

Premesso che ho sentito solo Hollow, ho la stessa impressione che avevo avuto dopo Black gives way to blue.
Sul cantato, un uso massiccio dei cori per coprire una voce che è senz'altro buona ma non è, ovviamente, così particolare ed inconfondibile come lo era quella di Staley.
O mi sbaglio?

Sole ha detto...

Io li amo,,,e tuttora li stimo e li ritengo sempre attuali e non hanno abbandonato la loro identità. Concordo con Ezzelino da Romano che i cori tendono a voler coprire e sopperire a Staley ... sbaglio pur io?

Adriano Maini ha detto...

Bravi! Veramente bravi!

The Mist ha detto...

Che chitarre...

Blackswan ha detto...

@ Ernest : Ottimo !

@ Euterpe : vado a leggerla subito. Il disco è tostissimo, ci vuole un pò per entrare in sintonia. Poi è amore.

@ Gioia : occhio alle orecchie ! :)

@ Ezzelino : dato per assodato che Duvall non è Staley, il gioco delle due voci che cantano all'unisono è un pò la caratteristica del suond targato Alice In Chains. Staley e Cantrell si sono sempre divertiti un mondo a fare i CS&N del metal :)

@ Sole : per i cori, vedi il commento sopra. Che loro siano riusciti a uscire indenni da tante disgrazie e a essere ancora al top, non ci piove !

@ Adri : Buongustaio !

@ The Mist : e pensare che sono americani :))))

mr.Hyde ha detto...

E' vero le chitarre sono fortemente corrosive.Bello, penso che approfondiro' con il resto dell'album.

Astrolabia ha detto...

Li ho scoperti sul muro di un bagno, pensa. C'era scritto "Alice si happy, but she's in a hole"

Un colpo al cuore.
E mi buttai nel grunge.

Ti saluto

Blackswan ha detto...

@ Mr Hyde : e se ti prendono, fai un viaggio a ritroso e ascoltati Dirt.Una vera bomba.

@ Astrolabia : Le vie della conoscenza sono infinite :) Un saluto a te :)

La firma cangiante ha detto...

Grazie Black, non sapevo neanche fosse uscito. Io li ho visti dal vivo con Duvall e mi tolgo il cappello, un cantante che da subito non è sembrato un sostituto ma un nuovo pezzo della band perfettamente amalgamato. Vado ad ascoltare. Ciao.

Blackswan ha detto...

@ firma : discone ! Più l'ascolto, più mi piace ! Vedrai che non ti pentirai dell'acquisto :)