martedì 24 dicembre 2013

2013: LE SCELTE DEL KILLER. DALLA n° 30 ALLA n° 26







Il 2013 si sta chiudendo ed è tempo di fare i consueti bilanci musicali. A parere di chi scrive, era da tempo che non si aveva un’annata così ricca di ottimi titoli, soprattutto cercando al di fuori dei consueti canali “mainstream”. Ho deciso quindi per il 2013 di estendere la classifica a trenta album, dal momento che mi sarebbe sembrato un delitto non citare alcuni dischi che solo per un pelo non sono entrati nella top twenty. Mi scuso fin da ora per eventuali omissioni: certi dischi, apprezzati dai lettori o incensati in altri blog, non mi sono piaciuti o almeno non così tanto da inserirli in classifica; altri non rientrano invece nel taglio musicale di questa pagina, orientata decisamente verso il rock. Colgo l’occasione per ringraziare quanti mi hanno seguito con passione anche quest’anno, i lettori occasionali e tutti coloro che mi hanno suggerito e fatto conoscere buona musica. 

30) THE STRYPES – SNAPSHOT
Non si spiegherebbe altrimenti un disco così, che si, è dannatamente derivativo, ma mai, in nessuna traccia della scaletta, tradisce il suono frusto e imbolsito di chi scopiazza dal passato spacciandosi come dottorone del rock’n’roll. Questi, lo si capisce ascoltandoli, hanno studiato seriamente: giorni interi ad ascoltare i dischi dei loro nonni, a provare e riprovare, chini sugli strumenti, fino a farsi venire le vesciche alle dita, a calcare i palchi di migliaia di localacci per allenare il fisico e lo spirito in attesa delle goupies e delle scorribande alcoliche. E non è cosa da poco, in un mondo in cui il primo scalzacane con un bel faccino e una buona dose di hype, si ritrova sulle copertine delle riviste specializzate senza avere uno straccio di idea che sia una. Sono derivativi, è vero, ma cazzo ci mettono sudore e intensità. Citano gli Stones, gli Yardbirds, il pub rock dei Dr. Feelgood, e qui e là si sente che non stati insensibili alla rumorosa ipervelocità dei Ramones. Il risultato finale è un disco divertente e umorale che ci riporta agli anni d’oro in cui la musica era patrimonio di giovani incazzati e desiderosi di cambiare il mondo…

29) PREFAB SPROUT – CRIMSON/RED
Ad ascoltare questo Crimson/Red, composto di brani, alcuni recenti, altri risalenti agli anni '90, vien da pensare a quanto sia ancora ricolmo di tesori lo scrigno del cantante originario di Durham. Dieci canzoni, tutte scritte e suonate dal solo McAloon, che mettono in fila gli aspiranti poppettari dell'ultimo decennio, a cui un tale concentrato di raffinatezze melodiche deve apparire un'impresa titanica da realizzare, qualcosa di simile ad affrontare la maratona di New Yok indossando calzettoni di spugna e infradito. McAloon, invece, inanella in scioltezza colpi di genio (la sirena della polizia nell'iniziale The Best Jewel Thief In The World) e carezzevoli filastrocche consacrate da imprimatur divino (The Old Magician), dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, che nonostante gli acciacchi il migliore resta sempre lui. Un pò vecchio mago e un pò ladro di gioielli, esattamente come nei titoli delle due canzoni poc'anzi citate…

28) ARCTIC MONKEYS – AM
Le canzoni di AM denotano invece un’architettura sonora più riflessiva, che continua a mantenere un appeal giovanilistico e modaiolo, ma che si fa al contempo più variegata, a tratti anche elusiva, ricca di citazioni (Arabella va a pescare charleston e riff da War Pigs dei Black Sabbath) e con sfiziosi ammiccamenti a certa musica nera, hip – hop e soul in primis. Forse i fans della prima ora, memori del notevole passo falso di Suck It  And See (2011), troveranno più di una ragione per considerare AM l’album del tradimento definitivo. Per coloro che invece gettano uno sguardo più distaccato sulle vicende della band di Sheffield , AM è un signor disco, di quelli da tenere in heavy rotation sullo stereo di casa e nella libreria Itunes. Basterebbe un incipit folgorante come Do I Wanna Know? (cazzo, sto consumando la traccia e il ritornello in falsetto non mi fa dormire la notte) a giustificare euforici ascolti e stima imperitura nei confronti del talentuoso Turner. Il resto delle canzoni è (prevalentemente) buono, dannatamente buono. E questo, non me ne vogliano le frange ortodosse della tifoseria, è il punto più alto della discografia degli Arctic Monkeys…







27) GARLAND JEFFREYS – TRUTH SERUM
Eppure, dal momento che l'amore, quello vero, nasce dalla consapevolezza, dal considerare i difetti come parte di un tutto che ci ammalia, possiamo dire, con l'obiettività di cui siamo capaci, che Garland ci ha regalato un'altra ottima prova. Fatta di belle canzoni, certo, ma anche (e forse soprattutto) di sincerità, di una cura artigianale nel ritagliare e cucire quei suoni che paiono ancora figli della medesima passione di quando lui di anni ne aveva quaranta e noi invece eravamo solo adolescenti. Possiamo dire allora che il reggae di Dragons To Slay mette in fila tutti gli indie hipster multietnici da sushi bar, che il blues della title track è sangue che scorre nella pece, che la ballata in quota Stones di It's What I Am non smetteremmo mai di ascoltarla per quanto ci ricorda Wild Horses o che Ship Of Gold è insieme scorbutica e dolce e per questo irresistibile. Poi ci sono i difetti, è inevitabile, e sono gli stessi che vediamo in noi quando ci guardiamo allo specchio. Un pò disillusi, un pò stanchi, forse azzoppati, ma sempre cavalli di razza, esattamente come Garland. Che ci fa sentire, almeno nell'anima, come fossimo ancora "wild in the streets". E non è poco.

26) BLACK SABBATH – 13
Così 13 restituisce alle nostre orecchie quel fascino notturno e demoniaco che ci eravamo dimenticati, grazie a una produzione certo invasiva, ma eccellente nel disegnare le atmosfere claustrofobiche entro le quali i nostri eroi  si muovono con la stessa scioltezza con cui noi ci aggiriamo fra le pareti domestiche. Ozzy, peraltro, sembra aver ripreso un piglio che recenti prove canore (mi viene da pensare subito alla collaborazione con Slash) ci testimoniavano irrimediabilmente perduto (ascoltatelo in Damaged Soul e godete), mentre Butler e Iommi stanno sul pezzo come ai bei vecchi tempi (e sentire Iommi che riffa ai margini dell’abisso, nonostante quel po’ po’ di malanno che si è beccato, è addirittura commovente). Otto canzoni (alcune notevoli davvero come Loner e Dear Father) che ripropongono un doom-metal dal sapore antico ma non frusto, e anzi incredibilmente credibile e malevolmente sulfureo. Un sabba di streghe, probabilmente l’ultimo, che si chiude con lo scrosciare di un temporale e il rintocco di una campana a morto. Tutto ciò, insomma, che ci si doveva attendere da un disco dei Black Sabbath, né più né meno…




Blackswan, martedì 24/12/2013

4 commenti:

Bartolo Federico ha detto...

Un abbraccio e buon natale Nick.

Marco Goi ha detto...

bene gli arctic monkeys, male il resto!
i black sabbath dovrebbero andare in pensione e gli strypes con i loro suoni pulitini sembrano la versione rock'n'roll di justin bieber... :)

George ha detto...

Happy Christmarx :)

Sole ha detto...

Tra questi il mio preferito dell'anno! Indovina!