domenica 29 dicembre 2013

2013: LE SCELTE DEL KILLER. DALLA n° 5 ALLA n° 1





Dunque, ci siamo: ecco la top five del killer per il 2013. Una scelta non facile visto che, come ho anticipato, è stato un anno ricco di soddisfazioni musicali. Alla fine, ho deciso di premiare con il primo posto il nuovo lavoro di Jason Isbell, Southeastern, che non è solo un grande disco sotto il profilo artistico, ma possiede soprattutto il merito di essere un opera sentita, diretta, sincera. E la sincerità, nell’arte, come nella vita, alla fine fa la differenza.

5) BUDDY GUY – RHYTHM & BLUES
Scrivere una recensione su Buddy Guy è talmente facile che se fossi un giornalista professionista non mi farei pagare nulla, perchè sarebbe un pò come rapinare un pensionato fuori le Poste o prendere a schiaffi un bimbetto per sottrargli un pacchetto di caramelle. Basterebbe, infatti, raccontare, ma solo un pò, senza dilungarsi troppo, chi è questo signore che ha letteralmente inventato la chitarra rock nel blues, che è stato il lume tutelare e la guida stilistica di artisti del calibro di Eric Clapton, Jeff Beck, Keith Richards, per portare a termine il compitino e guadagnarsi la pagnotta. D'altra parte, tutti i fans di Guy, o anche solo chi ama il blues e una chitarra suonata come Dio comanda, non perderebbero mai tempo a leggere una recensione così. Uno che ha fatto il chitarrista per Muddy Waters e Howlin' Wolf, che ha vinto sei Grammy Awards, che ha pubblicato capolavori come Hoodoo Man Blues (1965) con Junior Wells e Stone Crazy ! (1981), non si legge, si compra a scatola chiusa. Quindi, questa prolusione, queste parole e tutte quelle che seguiranno sono assolutamente inutili. Tuttavia, visto che scrivo gratis e per diletto, e non mi approprio indebitamente del denaro altrui, qualcosina in più la dico. Ad esempio, che Rhythm & Blues è un disco doppio, un cd dedicato al rhythm e uno al blues (ma in realtà i generi si sovrappongono senza una rigorosa suddivisione), ed è composto da una scaletta di ventun canzoni, ciascuna delle quali è un piccolo capolavoro artigianale di perizia tecnica (la band che accompagna Guy è composta da gente del calibro di Tom Hambridge - autore o coautore di quasi tutti i brani - e David Grissom) e intensità emotiva. Inoltre, come ciliegiona sulla torta, Buddy si è portato in studio un pò di amici per qualche ospitata extralusso : la Muscle Shoal Horns ai fiati (addirittura scintillanti nell'iniziale Best In Town), Beth Hart (ormai è ovunque) che giganteggia nella clamorosa What You Gonna Do About Me, e tre quinti degli Aerosmith (Perry, Tyler e Whitford) che dardeggiano in Evil Twin (ci sarebbero anche Keith Urban e Kid Rock, su cui è meglio sorvolare visto che costano un punto al voto finale che darò al disco). Altre cose inutili da dire? Ah, già. Rhythm & Blues è un vademecum su come si suona la chitarra elettrica : riff, soli, slide, wah wah e un'esuberanza fisica sullo strumento che ti aspetteresti da un ventenne e non da uno che ha gli stessi anni di Berlusconi. Disco memorabile, recensione supeflua.







4) NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – PUSH THE SKY AWAY
Il rischio, quando ci si trova a recensire un disco di Nick Cave, è quello di prenderla alla lontana, come se ripercorrere il cammino tortuoso intrapreso da questo poliedrico artista (musicista, sceneggiatore e scrittore), fosse necessario a comprendere il senso di ogni sua opera. In realtà l'esercizio sarebbe inutile e stucchevole, dal momento che non esiste un filo logico che lega il rock anarcoide dei Birthday Party a un disco introspettivo come, ad esempio, No More Shall We Apart, nè una motivazione che giustifichi il passaggio dal progetto punk-noise dei Grinderman o dalla vivacità di Dig, Lazarus, Dig ! (ultima prova a nome Bad Seeds) alle atmosfere sommesse e quasi oniriche di questo Push The Sky Away. L'unica certezza è che Cave procede istintivamente, segue la passione del momento e vi si dedica anima e corpo, senza pianificare le tappe di un progetto che in realtà non esiste. Oggi, il rocker australiano è in palla per il cinema, scrive colonne sonore (Lawless, The Road) e sceneggiature, e condivide questa passione con Warren Ellis, l'influente "seme cattivo" con cui collabora ormai da tempo.(in coppia hanno rilasciato White Lunar nel 2009). Forse in questo modo si può spiegare il senso di Push The Sky Away, un album che suona come un concept dal fortissimo impatto visivo, che suggerisce ed evoca tramite immagini, quasi fosse un lungo piano sequenza in chiave rock. Non un disco semplice nè di facile assimilazione, ma un'opera che, come per un film refrattario al montaggio, richiede all'ascoltatore una predisposizione istintiva alla lentezza e all'elusione poetica. Le nove canzoni che lo compongono hanno infatti un andamento sommesso, si muovono con passo felpato attraverso atmosfere spesso rarefatte, celando la propria crepuscolare bellezza nell'ipnotica omogeneità di suoni distanti dal "solito" Cave. Le melodie restano infatti sotto traccia, quasi si nascondono ai primi ascolti, per poi essere svelate in tutto il loro nitore da un particolare che inizialmente non era stato colto. Push The Sky Away ha bisogno, forse più di ogni altro disco di Cave, di continue attenzioni : come quando leggiamo una pagina di un romanzo che percepiamo ricca di contenuti, e che torniamo a rileggere più volte perchè la comprensione sia completa, definitiva. Così facendo, scopriamo che queste canzoni, ascolto dopo ascolto, nonostante gli scarni arrangiamenti e l'andamento all'apparenza monocorde, sanno coglierci di sorpresa ed scuoterci, all'improvviso, con le extrasistole di palpiti intensificatisi alla distanza. Silenzi e piene orchestrali, la voce profonda e umorale di Cave, il pulsare trip hop della sonnolenta We No Who U R, l'organo e le voci angeliche della title track, gli accenni di elettronica a convivere con arrangiamenti d'archi, gli echi sinistri dell'immensa Jubilee Street (qui Cave è ai suoi vertici compositivi), il lirismo straziante di Mermaids e i quasi otto minuti di Higgs Boson Blues, in cui il suono inquieto dei Bad Seeds torna a dialogare col ribollire del nostro sangue. Chi saprà avere pazienza e accetterà che lo scorrere del tempo sia metronomo delle proprie emozioni, riuscirà ad ottenere il massimo da Push The Sky Away. Che in senso assoluto non è un disco imprescindibile, ma in soggettiva può creare forte dipendenza.







3) JONATHAN WILSON – FANFARE
Ascoltare Fanfare è come aggirarsi per le bancarelle di un mercatino delle pulci. Puoi attraversarlo rapidamente, gettando uno sguardo superficiale a destra e a manca, e ciò che ti rimarra in mente sarà solo l'impressione di aver attraversato un luogo vitale e chiassoso, nel quale voci, colori e oggetti si sovrappongo, indistinguibili, in una festante confusione. Ma se ti prendi del tempo, ti aggiri fra gli oggetti in vendita, li tocchi, ne soppesi l'intrinseco valore o ne indaghi la bellezza esteriore, allora finisci per scoprire verità interessanti e preziose, che a uno sguardo disattento sarebbero sfuggite. Devi spulciare, soffiare via la polvere, fare attenzione ai particolari, un pò come se ti soffermarsi a passare le dita sulle finiture di una rilegatura che da pregio al libro che hai in mano. Un particolare, anche piccolo, che alla fine risulta decisivo ed esalta la bellezza del tutto. Jonathan Wilson, chitarrista, cantante, pianista, polistrumentista, tecnico del suono e produttore (Dawes), ci ha aperto le porte del suo personale mercatino folk rock e ci ha invitato a entrare. Già nel 2011, con Gentle Spirit si era presentato al mondo come un esperto collezionista dei suoni che negli anni '70 andavano per la maggiore dalle parti di Laurel Canyon. Eppure, nonostante lo sguardo rivolto a quell'epoca leggendaria, l'approccio del musicista californiano non sembrava quello di un passatista, di uno cioè che conserva la tradizione perchè incapace di vivere con piena soddisfazione il presente. Le quindici canzoni di Gentle Spirit infatti non riesumavano un suono, semmai lo sviluppavano nuovamente, indirizzandolo verso strade non ancora (troppo) battute. E fu un pò come riprendere un cammino interrotto e puntare ancora verso l'orizzonte, dopo essersi rifocillati e aver riempito lo zaino di provviste. 
Due anni dopo da quel disco, Fanfare porta a compimento la prima parte di un percorso che approda in un mondo per certi versi inesplorato, come se Wilson, con un misterioso esperimento alchemico, avesse rivitalizzato il meglio di una generazione arricchendolo però di nuove intuizioni. Da quegli anni memorabili richiama in carne e ossa Jackson Browne, David Crosby e Graham Nash; si fa pervadere  dallo "spirito gentile" di Joni Mitchell che ispira angeliche soluzioni melodiche dalle sfumature jazzy (l'iniziale title track); chiede una mano a Mike Campbell e Benmont Tench (membri degli Heartbreakers di Tom Petty), due musicisti che l'americana la masticano da tempo e anche bene; e per finire si avvale della collaborazione di Pat Sansone, che coi suoi Wilco ci ha insegnato che le parole "alternative" e "pop" possono vivere in felice condominio con la roots music. Il resto invece è tutta farina del suo sacco di compositore eccellente. Ed è una farina macinata dopo aver consumato di ascolti Pacific Ocean Blue, capolavoro inquieto e visionario di un altro Wilson, che faceva di nome Dennis e che fece la Storia insieme ai Beach Boys del fratello Brian. Il nuovo rock californiano di Jonathan è tutto questo e altro ancora : c'è Dylan, ci sono i Byrds, e ad ascoltare bene, Fanfare pesca anche dai suoni provenienti dall'altra sponda dell'oceano, visto che qui e là echeggiano i Pink Floyd e i Beatles. Wilson amalga il tutto, stratifica le canzoni sovrapponendo le partiture, toglie la polvere, spazza via la nostalgia e il citazionismo, porta una manciata di raggi di sole e si diverte a giocare con la sua visione (moderna) di psichedelia. Complesso senza essere cerebrale, sfaccettato senza diventare mai tortuoso, Fanfare è un disco che necessita di ripetuti ascolti e di una predisposizione al volo pindarico, a lasciarsi condurre verso i quattro punti cardinali di un mappamondo musicale le cui coordinate di navigazione appaiono chiare solo al momento dell'approdo. Come nel mercatino di cui si diceva all'inizio, serve prendersi il tempo giusto, ascoltare e aspettare. Solo così, fra le bancarelle di Wilson troverete alcune delle cose più preziose di questo 2013.







2) TEHO TEARDO & BLIXA BARGELD – STILL SMILING
Come ogni sabato, entro nel mio negozio di dischi preferito per fare la scorta settimanale di musica. Mi muovo con consumata perizia fra uno scaffale e l'altro, sapendo  esattamente dove troverò i cd che mi interessano. Tuttavia, questa volta, le note provenienti dallo stereo sistemato dietro il bancone, attraggono la mia attenzione e mi deconcentrano. Scorro le copertine dei cd con disattenzione, aguzzo le orecchie e interrompo il flusso consolidato di movimenti abituali. Mi giro verso il commesso e chiedo lumi sul disco che stiamo ascoltando. E' il nuovo lavoro di Teho Teardo con Blixa Bargeld, mi risponde. Teardo mi dice qualcosa, ma la mia mente non riesce a produrre collegamenti plausibili. Una breve ricerca su internet, appena arrivato a casa, dipana ogni nebbia : una lunga carriera solistica in ambito industrial e tante colonne sonore (Il Divo, La ragazza del Lago, L'amico di Famiglia, Lavorare Con Lentezza). Il nome di Blixa, invece, crea immediati rimandi : Nick Cave, i Bad Seeds e soprattutto quel gruppo tedesco, gli Einsturzende Neubauten, che non riesco mai a pronunciare completamente senza attorcigliarmi la lingua. Ma i nomi, importano relativamente. La musica che sto ascoltando è talmente straniante, e al contempo coinvolgente, che voglio quel cd a prescindere. Nei giorni successivi, Still Smiling, è sempre nel lettore : lo passo una, due, tre, dieci volte, senza alcuna soluzione di continuità. La cosa strana è che più lo ascolto e maggiormente cresce in me la curiosità di riascoltarlo, come se ogni volta, ogni singola volta, non fosse sufficiente per coglierne l'intima essenza. La ricchezza dei suoni, le stratificazioni e i continui cambi di registro confondono. Se la struttura architettonica del disco appare esteriormente un complesso armonioso ed equilibrato, andando a fondo, soffermandosi sulle singole canzoni, si percepisce invece la complessità di un messaggio consapevolmente controverso, un ondivago percorso musicale che si esprime nella seducente dicotomia fra pieni e vuoti, barbagli di sole e silenzi crepuscolari, epica e intimismo, puntuta ironia e languori malinconici. l disco è pervaso da una schizofrenia di fondo, certo trattenuta e incanalata, che è soprattutto schizofrenia del linguaggio. Linguaggio musicale, dal momento che le composizioni si sviluppano sul contrasto spiazzante fra il calore di strumenti ad arco (violinio, viola, violoncello) e la freddezza (post)industriale di un'acuminata elettronica. Ma anche, e soprattutto, linguaggio inteso come comunicazione, come collante indispendabile per una musica (e una società) che sia realmente mitteleuropea. Non è un caso che il disco sia cantato in tre lingue, inglese, italiano e tedesco; non è un caso che la voce, profonda e morbida di Blixa, più che cantare, declami, lentamente, con limpida scansione metrica, come a voler essere comprensibile a tutti; ne è un caso che il disco si apra con la splendida Mi Scusi, con cui Bargeld si accosta al nostro universo culturale ("il latino fatto a scuola a un livello cavernicolo") e linguistico ( " l'accento no, non se ne va"), con la sensibilità e l'umiltà dell'uomo saggio innanzi al terreno sdrucciolevole dell'inesplorato. Con quella grazia e quell' attenzione che dovrebbe uniformare ogni rapporto umano alla ricerca di un punto in comune. Comunicare, entrare in contatto. Eppure, non è agevole trovare in Still Smiling luoghi comuni o termini di paragone che facilitino la comprensione. Ogni rimando è poco più che fuggevole. Mi sono venuti in mente gli Area, John Parish, Yann Tiersen (soprattutto nel dipanarsi ellittico della malinconica Come Up And See Me), i citati Einsturzende Neubauten, ma è stato l'attimo di una sensazione. Poi, ogni canzone si defila, reinserendosi nell'alveo di una genialità cristallina e pressochè indefinibile. Così verrebbe da dire che, innanzi a questa sinfonia del contrasto, a questa sconvolgente sinergia musicale degli opposti, forse è meglio finirla qui, limitarsi riconoscere l'immensa statura di Still Smiling e attendere, braccia conserte, il mese di dicembre. Tanto, il disco più bello dell'anno, lo abbiamo già trovato (invece, è secondo solo per un pelo).







1) JASON ISBELL – SOUTHEASTERN
Un Jason Isbell pettinato, sbarbato, elegante nel suo completo scuro, ci guarda in un intenso primo piano di copertina. Una foto certamente bella, ma che non ci trasmetterebbe nulla di particolare se non fosse per quegli occhi tristi. Occhi di chi ha dovuto spalare tonnellate di merda per poter tornare a guardare il chiarore del cielo, di chi ha vissuto intensamente ogni istante, di chi ha conosciuto l'abisso e quindi una lenta resusserrezione. La fuoriuscita dai Drive By Truckers (tre dischi e anni di lunghissime ed estenuanti turnè), il divorzio dalla prima moglie Shonna Tuker, la scommessa di una carriera solista, la scimmia dell'alcol che ti afferra alla gola e non ti molla, il dolore della solitudine, l'amore ritrovato, un nuovo matrimonio con Amanda Shires, e poi finalmente, la libertà dal vizio, il ritorno a una vita normale. C'è tutto in quella foto di copertina: un uomo ripulito ma anche un passato che ha lasciato strascichi, cicatrici e ferite ancora sanguinanti, la speranza e il ricordo della perdizione. Le dodici canzoni di Southeastern sono esattamente come gli occhi di Isbell, ci raccontano quel passato, quella tristezza, gli abusi dell'alcol, un nuovo inizio. Piccole storie che sono come confessioni, le parole che dispiegano i lembi di un sudario ed espongono le piaghe, l'anima martoriata di un uomo che è ancora vivo, a dispetto di tutto. Questa è la sincerità di chi non ha più nulla da nascondere e da perdere, di chi vuole lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare la vita proprio dove inizia l'arte, la musica, la forza taumaturgica del rock. Non ci sono lacrime, nè autocommiserazione, solo una maturità compositiva che scarnifica la malinconia, che preferisce raccontare invece che spiegare, trovare un motivo per ripartire (I've grown tired of traveling alone, won't you ride with me, won't you ride?- il country agrodolce di Traveling Alone) invece che recriminare. Sono canzoni pervase da dolorosa quiete, accese talvolta da antiche scintille southern (la possente Super 8), dal passo appena accelerato del folk rock (Stockholm) o dalla spinta vitale di una sferragliante elettricità (Flying Over Water). Piccoli intermezzi, però, quasi fossero una voce a stento trattenuta in un dialogo dai toni intimi e confidenziali. Ed è proprio attraverso la dimensione acustica che Isbell riesce a raccontarsi al meglio, attraverso fragili bozzetti che, ascolto dopo ascolto, divengono grandi canzoni, di quelle da serbare nel cuore per una vita intera: i fantasmi della dipendenza nell'iniziale Cover Me Up, la crepuscolare Live Oak, il pianoforte discreto e nostalgico di Songs That She Sang In The Shower, il lirismo neilyounghiano di Yvette, il pugno allo stomaco di Elephant, storia sgomenta di malattia e morte. 
Southeastern è un disco autunnale, vestito di pallido sole, di vento, di passeggiate all'alba, di foglie che danzano nell'aria e si posano sui nostri passi, secche riminiscenze di una vita passata, che una foto in bianco e nero ha immortalato per sempre. Come gli occhi tristi di Jason Isbell che ci si aggrappano all'anima e non ci lasciano più.





Blackswan, domenica 29/12/2013

12 commenti:

Nella Crosiglia ha detto...

Il primo posto è un raffinato disco che ricordavo di aver sentito , ma che una volta in mente ti strazia l'anima anche se non conosci una parola di inglese.
La mia simpatia come sempre mi tradisce e Nick Cave cammina per primo al mio fianco!!
Grazie Blacky , come sempre...suggestive le tue impressioni su ogni pezzo!
Arigrazie!

James Ford ha detto...

Grandissimo primo posto!
Sottoscrivo alla grande!

mr.Hyde ha detto...

riferito a Buddy Guy: Recensione inutile? Non credo proprio: l' ho letta tutta con estremo interesse trovandomi d'accordo sul ruolo di maestro di Buddy Guy sui chitarristi che hai citato.Un grande e un puro ,come puro è il blues.Bel post in generale, ma questa parte in particolare, esaltante. Grazie!

Marco Goi ha detto...

ottime scelte!

...come classifica dei dischi più noiosi dell'anno ahah ;)

monty ha detto...

Una bella cavalcata, complimenti!
Non mi aspettavo di trovare Isbell
in cima, ma di certo il suo è
un disco stupendo (che sarà ben piazzato
anche nella mia, appena riuscirò a terminarla).

qualcosascrivo ha detto...

me li sono ascoltati tutti e anche un'ignorante come me capisce il perchè di queste scelte! ;)

monty ha detto...

Ma, a proposito: qual'è il tuo
negozio di dischi preferito?

Euterpe ha detto...

Jason e Jonathan due ottimi dischi!

Blackswan ha detto...

@ Nella : Cave resta un grande, primo o quarto posto che sia.

@ James : Grande !

@ Mr. Hyde : è inutile perchè come si fa a scrivere di uno così ? I suoi dischi si commentano da soli :)

@ Marco : se vuoi passare da me, ti presto qualche buon cd :)

@ Monty : il disco di Isbell è diventato imprescindibile nella mia collezione. Ancora oggi lo ascolto spesso e volentieri.
PS: vado da Buscemi.

@ Qualcosascrivo: non sei affatto ignorante. Felice che le mie scelte ti siano piaciute :)

@ Euterpe . non avevo dubbi sul fatto che ti sarebbero piaciuti

Offhegoes ha detto...

Bella ed interessante classifica.....mi spiace solo non vedere i Placebo nella top 30.... Secondo me meritavano...bosco e' una perla di rara bellezza che difficilmente ti togli dalla testa.. Forse troppo pop per il killer? Per me meglio del disco dei truth and salvage co. per esempio.... ;)))

Un abrazo hermano e grazie per un altro bellissimo anno del blog che ogni giorno regala qualcosa di prezioso :)

Blackswan ha detto...

@ Offhegoes: del disco ne avevo parlato bene, ma personalmente non mi pareva all'altezza dei primi trenta. Troppi bei dischi,quest'anno.
Un abbraccione a te :)
PS : se guardi in alto a destra, c'è anche il banner del mio primo libro( è una collaborazione a più mani).

Anonimo ha detto...

in loop bargeld e teardo.
volano alti su tutti.
diciamolo.