domenica 29 marzo 2015

WILLIE NILE – IF I WAS A RIVER




Che la statura artistica di Willie Nile sia fuori discussione è un dato di fatto. Eppure, il piccolo (da un punto di vista fisico) rocker originario di Buffalo ha sempre avuto problemi a farsi notare al grande pubblico e ha vissuto ai margini del successo anche i momenti più brillanti della propria carriera, quando esordì con un paio d’album riuscitissimi (Willie Nile e Golden Down, rispettivamente del 1980 e del 1981) e quando, a metà degli anni ‘00, ci regalò quel capolavoro assoluto che porta il nome di Streets Of New York. Di sicuro non l’ha aiutato aver prodotto due soli album in vent’anni, tra il 1981 e 1999; né gli ha giovato, se vogliamo proprio trovare un altro motivo di una carriera tanto defilata, l’ombra lunga di Springsteen, uno che, nel bene e nel male, per un certo tipo di rock stradaiolo e sanguigno, ha rubato la scena a tutti. Oggi il buon Willie va per i settanta, essendo nato il 7 giugno del 1948, ma sta vivendo quella, che con un immagine un po’ troppo abusata, potremmo definire una seconda giovinezza. Se la prima parte della carriera artistica di Nile è stata caratterizzata da una produzione al contagocce (cinque album in ventisei anni), con If I Was A River siamo invece al quarto disco in poco più di un lustro. Ciò che colpisce, tuttavia, non è solo la frequenza delle uscite discografiche degli ultimi tempi, quanto invece la qualità di una rinnovata ispirazione. Se due anni fa, American Ride ci aveva fatto godere come ricci, con questo nuovo full lenght, Nile torna a stupirci. E lo fa, forse nel modo più inconsueto, con un album di ballate per pianoforte e voce, arricchite da pochi e scarni arrangiamenti (Frankie Lee al canto, David Mansfield al mandolino e violino e Steuart Smith alle chitarre e tastiere). Un plot inconsueto, dicevamo, ma non certo una novità assoluta, dal momento che sia in studio che dal vivo il nostro ha sempre amato ritagliarsi momenti acustici di grande intensità (mi vengono in mente, di primo acchito, la mitica Streets Of New York e da ultimo, The Crossing). If I Was A River è un album stringato (dieci canzoni per trentacinque minuti), essenziale, ispiratissimo, caratterizzato dal suono limpido e preciso dello stesso Steinway, che Nile si era trovato a suonare la notte dell’8 dicembre del 1980, quando, a pochi passi dal suo studio di registrazione,  la furia omicida di Mark Chapman ci privò per sempre del genio di John Lennon. A parte un paio di episodi più briosi e meno riflessivi (Lullaby Loo, Goin To St Luis), che, a parere di chi scrive, sono piacevolissimi ma non hanno la forza evocativa del resto della scaletta, le altre otto tracce del disco possiedono un sofferto mood malinconico e una semplicità melodica disarmante (Once in A Lullaby e la conclusiva Let Me Be A River sono due colpi da k.o.), resa ancora più intensa dalla scorbutica voce di Nile che, se da un lato non conosce una gran varietà di sfumature, riesce comunque a essere sempre dannatamente incisiva. In attesa che il rocker di Buffalo torni a imbracciare la sua sei corde, questa sorta di “riposo del guerriero” rappresenta qualcosa che va ben oltre la semplice curiosità discografica, offrendoci semmai una declinazione con accento diverso della stessa arte. L’arte di un musicista che da sempre crede nella passione e nella sincerità, disdegnando ogni compromesso. Willie Nile sarà sempre così, qualsiasi cosa faccia: prendere o lasciare.

VOTO: 7





Blackswan, domenica 29/03/2015

1 commento:

Alessandro Raggi ha detto...

sconosciuto ai più, Willie Nile rappresenta l'essenza del rock americano, senza compromessi, senza in realtà aver mai sgarrato un disco. Quanto vorrei venisse in Italia...