giovedì 12 ottobre 2017

WHITNEY ROSE - ROUTE 62 (Six Shooter/Thirty Tigers, 2017)

La Route, o Highway, è da sempre un elemento radicato nella musica (e letteratura) a stelle e strisce come metafora di libertà, palcoscenico avventuroso del viaggio inteso come ricerca e realizzazione del sogno americano. Non può stupire, quindi, che Whitney Rose utilizzi simbolicamente la Route 62 (l’autostrada che taglia in due gli Stati Uniti, dal confine con il Messico a quello con il Canada), per raccontare la scelta di vita che l’ha trasformata in una promessa del country e, nel contempo omaggiare il paese che l’ha adottata, non solo artisticamente. Arriva, infatti, dal Canada la next big thing della musica roots statunitense, e per la precisione da Prince Edward Island, uno dei posti più incantevoli della terra, tanto da valergli l’appellativo de Il Giardino Del Golfo. Whitney, dopo avere iniziato la carriera a Toronto, città che ha visto i natali dei suoi due primi full lenght (il primo, self titled, è del 2012, il secondo, Heartbreaker Of The Year, è uscito nel 2015), si è trasferita ad Austin, Texas, dove ha dato vita alla seconda parte della sua carriera artistica, pubblicando a inizio anno un delizioso Ep dal titolo South Texas Suite. Un antipasto sfizioso che ha anticipato di pochi mesi l’uscita di questo nuovo album in studio, registrato sotto la supervisione di Raul Malo (The Mavericks) e Niko Bolas, e che ha visto il contributo di un pugno di musicisti rodatissimi, quali Paul Deakin (sempre dei the Mavericks) alla batteria, Jay Weaver (già con Dolly Parton e Tanya Tucker) al basso, Jen Gunderman al piano, Chris Scruggs alla steel guitar e Kenny Vaughn alla chitarra. “Vintage-pop-infused-neo-traditional-country”, così la stessa Rose, con un filo di umorismo, definisce la propria musica. Tuttavia, fermo restando che l’ambito nel quale si muove la songwriter canadese resta quello del countrypolitan, Route 62 fa registrare una scrittura più articolata: se il precedente Ep era piacevolmente affetto da un’ortodossia dal retrogusto anni ’60, questo nuovo full lenght suona decisamente più aperto a nuove sonorità. Il manifesto I Don’t Want Half (I Just Want Out) dimostra visceralmente tutto l’amore di Whitney per il country e giustifica paragoni, non certo campati in aria, con Loretta Lynn; eppure, il disco risulta molto più vario dei suoi predecessori, aprendo nuove prospettive sull’evoluzione del suono della casa. Uno degli high lights del disco, ad esempio, è Cant’Stop Shakin, superlativo funky attraversato da un irresistibile groove, in cui chitarra, fiati e hammond aprono a un finale per tromba e campanaccio, che è una vera delizia. Fiati che tornano anche in Arizona, brano che nasconde una pimpante anima bluesy, mentre Better To My Baby rilegge il country con un arrangiamento alla Spector che si muove leggiadro fra sixties, soul e pop. La voce carezzevole della Rose, poi, arriva dritta al cuore quando si cimenta in quello che sa fare meglio: due ballate come You Never Cross My Mind e You Don’t Scare Me, infatti, testimoniano di un songwriting capace di sviluppare melodie senza tempo, languide e dolcemente malinconiche, che universalizzano il linguaggio, spostando l’accento dal country al pop. Route 62 è un disco che svela un’anima musicale più composita, legata, certo, alla tradizione, ma pronta ad aprirsi a un mood decisamente soul pop che, l’ottima produzione di Malo ha contribuito a mettere in evidenza. In questo 2017, la Rose ha giocato due distinte partite, sulla breve e sulla lunga distanza, vincendole entrambe e dando l’abbrivio decisivo a una carriera che si prospetta luminosa.

VOTO: 7,5





Blackswan, giovedì 12/10/2017

Nessun commento: