Dopo trentasei
anni di carriera e quattordici album in studio, occorre domandarsi cosa sia
legittimo attendersi da un nuovo full lenght dei Depeche Mode. La band di Dave
Gahan può considerarsi, e a ragione, una sorta di istituzione, che ha saputo
mantenere la barra del timone, senza perdersi nei meandri di una lunghissima
carriera, nonostante svariate traversie e l’alternarsi di mode musicali sempre
più distanti da quel synth pop (talvolta tinteggiato di nero) che diede loro il
successo a metà degli anni ’80. Una band, insomma, che anche nei momenti meno
ispirati non ha mai sbracato, ma che, credo sia di tutta evidenza, a dispetto
di un immutato successo commerciale, non è più stata in grado di azzeccare un
disco clamorosamente bello dai tempi di Songs Of Faith And Devotion, uscito nel
lontano 1993. Eppure, come appena affermato, non ricordo un album dei Depeche
tanto brutto da essere cestinato senza appello nel sacco dell’immondizia.
Perché la band britannica è come un’elegante berlina che circola con il pilota
automatico, ed è indubbio che i tre ragazzi di Basildon il loro mestiere lo
sappiano fare con professionalità e maestria. Che è quello, poi, che si
riscontra anche in quest’ultima prova in studio: un album confezionato
benissimo da un gruppo che ha saputo creare un suono immediatamente
riconoscibile e resistente all’usura del tempo. Spirit, insomma, è un disco dei
Depeche Mode fatto e finito, pur essendo pervaso da quel mood elettronico
spinto e crepuscolare che aveva già animato il precedente Delta Machine. Gli
arrangiamenti sono curatissimi, qui e là emerge anche qualche tentativo di
rendere l’assunto meno scontato (Scum) e Gahan canta talmente bene, che anche
le dignitose prove vocali di Martin Lee Gore in Eternal e Fail finiscono per
sbiadire velocemente. Eppure, nonostante non ci sia una virgola fuori posto,
manca un vero e proprio sussulto, un guizzo, una canzone che fra qualche anno
ci farà ricordare di Spirit. Certo, Where’s A Revolution è un singolo che, alla
lunga, funziona benino (ma francamente siamo al minimo sindacale per una band
come i Depeche) e So Much Love e No More (This Is The Last Time) si avvicinano
a quelli che sono i migliori standard della casa. Nel complesso, però, Spirit,
anche dopo ripetuti ascolti, si fa ascoltare ma non riesce mai a decollare,
lasciando la sensazione di una prova sostanzialmente incolore. Insomma, non c’è
nulla che non vada, ma nulla che vada tanto bene da farci superare l’asticella
della sufficienza.
VOTO: 6
Blackswan, mercoledì 29/03/2017
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