lunedì 22 febbraio 2021

LUCERO - WHEN YOU FOUND ME (Thirty Tigers, 2021)

 


Credetemi, i Lucero non hanno mai fatto un disco brutto, ma quello che sono diventati ora, dopo vent’anni di carriera, è qualcosa che neppure il più lungimirante degli osservatori poteva immaginarsi. Perché è davvero difficile, oggi, trovare una band che rilegga il rock di matrice sudista con tanta consapevolezza, che riesca a scrivere canzoni che suonano tanto classiche eppure così innovative, che abbia la talentuosa predisposizione ad abbinare la qualità del songwriting alla profondità di liriche, volte a sondare l’animo umano, per raccontarlo con un’introspezione empatica e al contempo acuta.

La band è cambiata profondamente dagli esordi, ha perso per strada parte dello slancio rockista e l’esuberanza r’n’b che aveva connotato album come 1372 Overton Park, per abbracciare un’americana ombrosa, riflessiva, venata d’inquieta malinconia. Se il precedente Among The Ghosts (2018) rappresentava l’abbrivio del nuovo corso, questo When You Found Me completa un percorso di trasformazione, che non significa perdita d’identità, sia ben inteso, ma una visione più matura della vita e la codificazione di un suono che mette sotto nuova luce le radici. Una seconda vita artistica che nasce dalle esperienze di vita del leader e cantante Ben Nichols, un uomo che ha trovato l’equilibrio grazie alla famiglia e alla nascita della figlioletta, che oggi ha quattro anni.

Inevitabile, quindi, che l’approccio alla scrittura si sia fatto più pacato, che certi temi ricorrenti in passato, più in linea con il ruolo di rockstar (pene d’amore, whisky, notti brave, solitudine), si siano trasformati in qualcosa di altro. Uno stile di vita diverso, le dinamiche famigliari, il mondo filtrato attraverso la quiete domestica, hanno plasmato l’anima di canzoni oggi pervase di malinconia, da quella paura sottotraccia di perdere tutto, dalla pena del distacco, dall’angoscia dell’abbandono.

Registrato presso i leggendari Sam Phillips Recording di Memphis (la casa dei Lucero), When You Found Me è, dunque, un disco sofferto, con molte ombre e poche luci, in cui l’inclinazione rock persiste ma è mitigata da uno spirito meditabondo, da atmosfere a tratti contemplative, e dall’uso, per la prima volta, dei sintetizzatori, che nelle intenzioni di Nichols vorrebbero evocare gli anni ’80 e la nostalgia per certa musica che ascoltava in radio, quando era piccolo.

Stupisce, poi, l’equilibrio di canzoni suonate bene e arrangiate meglio, in cui la ritmica del duo Roy Berry (batteria) e John C. Stubblefield (basso) e la chitarra in odor di kerosene di Brian Venable si poggiano sullo splendido lavoro alle tastiere di Rick Steff, il vero artefice dell’impianto melodico del disco, e sulla voce profonda, aspra, evocativa di ben Nichols, il cui timbro tocca il cuore e fa fremere la gabbia toracica.

Un disco che si apre con il riff teso e incalzante di Have You Lost Your Way?, una domanda che riflette le angosce della pandemia e del lockdown, quello straniamento psicologico che prostra l’anima, induce all’incertezza e mortifica lo sguardo sul futuro. Una domanda che spinge il disco verso una struttura circolare, e che troverà, pertanto, una risposta solo alla fine di questi magnifici quarantadue minuti, nella struggente e conclusiva title track.

In mezzo, il graffio punk’n’roll di Back In Ohio, la coda rabbiosa della cupa A City On Fire (i fatti di cronaca dell’anno scorso sono ancora sotto i riflettori) e lo slancio fremente di All My Life, il cui battito ossessivo è amplificato dalla voce abrasiva di Nichols, brani, questi, carichi di un’antica elettricità rock. 

A queste canzoni, si affiancano, poi, il passo rapido di Outrun The Moon, triste storia di un’adolescenza ferita (“She Left Home At Sixteen, Things Had Changed When Her Father Died”), la penombra crepuscolare di Coffin Nails, ballata alt country dalle tinte fosche, lo struggimento fluttuante nella notte punteggiata di stelle dell’estatica Pull Me Close Don’t Let Go e il drive pianistico del country rock di The Match, che suona come il momento più rilassato del disco.

Chiude la scaletta la title track, probabilmente il brano più struggente mai scritto da Nichols: voce, chitarra acustica e poche note, ma tutte decisive, di pianoforte, per rispondere al quesito posto all’inizio. Una canzone autobiografica, in cui si parla di sprofondo e redenzione, di come le persone che ci amano possono aiutarci a ritrovare la nostra strada, che sembrava irrimediabilmente smarrita, e possono salvarci o semplicemente aiutarci a ritrovare la forza per andare avanti. “Quando mi hai trovato stavo annegando, stavo andando alla deriva…ma tu hai trovato un modo per arrivare a me, hai trovato la mia strada verso te”, canta Nichols, omaggiando idealmente la propria famiglia e regalando all’ascoltatore il modo perfetto per ringraziare chi non ha mollato la presa e ci ha tenuti stretti, nonostante tutto.  

Dieci canzoni, tutte bellissime, fanno di When You Found Me il capitolo migliore della pur notevole discografia dei Lucero, i quali, rimanendo integri e diretti come sempre hanno fatto, dimostrano che la grandezza della musica può passare anche dal cambiamento, ma non può mai prescindere dalla sincerità. E qui, c’è tutto: un diverso approccio, grande musica e, sopratutto, il cuore, offerto, senza filtri, in una mano tesa. Innamoratevi.

VOTO: 9

 


 


Blackswan, lunedì 22/02/2021

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