mercoledì 21 gennaio 2026

Midlake - A Bridge To Far (Bella Union, 2025)

 


Dopo un album d’esordio, Bamnan and Silvercork, pubblicato nel 2004 nell’indifferenza generale, la carriera dei Midlake ha un’improvvisa accelerazione due anni dopo, quando la band texana rilascia The Trials Of Van Occupanther, un disco di cui si fece un gran parlare da parte della critica specializzata e che vendette discretamente, soprattutto in Europa, dove il gruppo, ai tempi misconosciuto, iniziò a farsi un nome, a differenza che sul territorio nazionale.

Quel disco, a cui il passare del tempo ha reso postuma giustizia, tanto che oggi lo si considera unanimemente uno degli album di nicchia più bello del millennio, segnava il passaggio della band da un suono psichedelico a un folk rock di matrice settantiana, declinato però attraverso una suggestiva formula che lo plasmava miscelandolo con un tocco di prog e uno di indie rock.

Il successivo The Courage Of Others si poneva anch’esso a un alto livello d’ispirazione, senza replicare, però, la folgorazione del precedente, ma guadagnandosi maggior attenzione mediatica e importanti numeri di vendite.

Nel 2012, il cantante e leader della band Tim Smith saluta tutti e se ne va, lasciando al chitarrista Eric Pulido il difficile compito di prendere in mano le redini della band, sobbarcandosi sia il peso della scrittura che quello di nuovo vocalist. I due album successivi, Antiphon (2013) e For The Sake of Bethel Woods  (2022) sono appena discreti, la magia di un tempo sembra per sempre svanita e i Midlake condannati all’oblio di chi aveva il mondo in mano ma non ha poi saputo che farsene.

Le mille perplessità sul destino del gruppo americano vengono spazzate via da questo nuovo A Bridge To Far, che non raggiunge i vertici del citato capolavoro (mancano canzoni come Roscoe e Young Bride), ma che rispetto ai lavori precedenti è quello che più si avvicina in termini di ispirazione e di scrittura ai fasti di Van Occupanther.

La fascinosa formula è riproposta al meglio, e, come in passato, l’avvolgente folk rock dei Midlake è quanto di più distante possa esserci dalla canicola del Texas: queste dieci canzone sembrano essere state concepite in un’autunnale campagna inglese, dove una fitta pioggerellina si alterna a rari momenti di sole, oppure nel clima delizioso della west coast, dove il caldo è mitigato dal frizzante soffio del vento.

Non è un caso che il disco si apra con il dolce sfarfallio di "Days Gone By", le cui perfette armonie vocali sembrano figlie di un’epoca d’oro in cui questi suoni erano plasmati dal miracoloso connubio fra le voci di Crosby, Stills e Nash. La magia dei giorni migliori sembra essere ritrovata, e lo si avverte anche nella title track, in cui l’alchimia fra atmosfere rilassate, evanescente psichedelia, arrangiamenti minimal ma raffinati, fa brillare la melodia come gocce di rugiada su una rosa appena sbocciata.

I Midlake sanno anche accelerare il ritmo e aggiungere spezie elettriche per scombinare le carte, come avviene in "The Ghouls" o nella tensione palpabile di "The Calling", uno di quei gioiellini che continuano a farci compagnia ben oltre l’ascolto del disco.

E che l’ispirazione sia tornata a livelli altissimi, lo si capisce anche da una canzone meno ovvia come "Make Haste", che attraverso una splendida linea di basso sposta l’universo etereo della narrazione in affabulanti territori jazzati, tratteggiando una melodia non immediata, ma splendida, mentre in sottofondo si accende l’acido delle chitarre.

La fiabesca "Guardians", intrecciata al filo della voce di Madison Cunningham è di una bellezza complessa, straniante, ipnotica, in cui folk e prog (certi suoni all’acquarello che ricordano i primissimi Genesis) convivono con risultati eccellenti, così come eccellente è l’incedere alla Neil Young di "Eyes Full Of Animals", il cui ritornello mantiene in equilibrio la coerenza poietica di quel messaggio positivo che anima le liriche del disco, opponendo la bellezza delle piccole cose della vita alle brutture di un mondo desolato.

Tra tanto nitore, verso la fine del disco, spunta "Within/Without" un affilato pungolo di pura malinconia dritto nel cuore, che nel suo incedere dimesso e carezzevole si apre a un ritornello che eleva l’emozione a un metro da terra.

Chiude la breve e delicata "The Valley of Roseless Thorns", una carezza d’arrivederci all’ascoltatore, vellutata elegia a sigillo di un disco che ci ha fatto innamorare nuovamente dei Midlake, una band che ha impiegato tempo a ritrovare se stessa, ma che lo ha fatto nel migliore dei modi possibili. 

Voto: 8

Genere: Folk, Rock




Blackswan, giovedì 22/01/2026

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