La storia degli olandesi Textures nasce molto tempo fa, esattamente nel 2003, quando la band pubblicò Polaris, un esordio che fece innamorare la stampa specializzata, affascinata da quella miscela intrigante fra progressive, death e metalcore, e che li fece accostare, non a torto, a una band iconica come quella dei Meshuggah.
Poi altri tre album, segnati da svariati cambi di line up, in cui il suono si ammorbidiva, aumentando il tasso melodico, e, quindi, l’ambizioso progetto di due album tra loro concettualmente collegati, il primo dei quali, Phenotype, venne pubblicato nel 2016, prima dell’improvviso scioglimento del gruppo, per non ben specificati motivi.
Oggi, ben dieci anni dopo, esce Genotype,
il secondo album di quel progetto interrotto, che vede tornare sulle
scene la band con la stessa formazione del precedente (il cantante
Daniël de Jongh, i chitarristi Jochem Jacobs e Bart Hennephof, il
bassista Remko Tielemans e il batterista Stef Broks), ma con una
scaletta riscritta completamente.
Se, sotto il profilo delle liriche, il disco affronta temi sociali, fotografando il mondo degli ultimi, dei diseredati, di coloro che mangiano il pane duro della vita, ma lottano e sopravvivono, lanciando così un messaggio positivo a tutta l’umanità, musicalmente il disco, autoprodotto dalla band e mixato meravigliosamente da Forrester Savell, suona moderno e cinematico, i sintetizzatori respirano e avvolgono, le chitarre alternano ricami melodici a momenti di furore (controllato), la sezione ritmica porta con sé sia groove che slancio narrativo, mentre la voce di Daniel de Jongh passa con naturalezza dal cantato pulito al growl, tecnica usata con sapienza per accentuare la drammaticità di alcuni passaggi cardine.
Rispetto al passato, è evidente che la band giochi maggiormente la carta della melodia e della linearità, dando maggior respiro alle composizioni ed evitando, almeno in parte, i muscoli che menano il randello e una narrazione basata sul tecnicismo (se non fosse per il superbo lavoro dietro le pelli di Stef Broks, spesso alle prese con tempi sincopati).
In
tal senso, il brano strumentale d'apertura, "Void", esplicita il nuovo
corso, fungendo da colonna sonora di benvenuto, creando un mix fra
ouverture rock epica e suggestioni ambient.
Si entra, quindi, nel vivo della scaletta con il singolo di lancio, "At the Edge Of Winter" (con il cameo della vocalist Charlotte Wessels, ex Delain), un brano ricco di sintetizzatori e straordinari groove poliritmici, in cui il ringhio delle chitarre è mitigato dall’impianto melodico vagamente malinconico e dal riuscito interplay fra le due voci.
Con i suoi sette minuti di durata, la successiva "Measuring The Heavens" è senza dubbio il brano più ambizioso del lotto: un’introduzione ricca di synth stratificati e un andamento labirintico e pulsante, che lascia spazio, pian piano, alle chitarre e a un’esplosione finale, rabbiosa e epica.
Non deludono, poi, "Nautical Dusk" e "Vanishing Twin" costruite ancora una volta sull’alternanza tra brevi aggressioni sonore, perfetto bilanciamento fra synth e chitarre, groove incalzanti e un impianto melodico sempre più preponderante.
Piuttosto che inseguire l'escalation tecnica, "Genotype" enfatizza
lo spazio, l'atmosfera e si concentra nel mettere in evidenza la
scrittura delle canzoni. Che puntano prevalentemente su una combinazione
di elementi che creano un format tutto sommato accessibile, come
avviene in "A Seat for the Like-Minded" e nella chiusura "Walls Of The
Soul", la prima che spinge su riff in tempi dispari alternati a momenti
di drammatico raccoglimento emotivo, la seconda, e anche la più lunga
del lotto, che si apre con un tempo sincopato e tastiere che evocano
certa wave anni ’80, prima di lasciar spazio a uno dei momenti più
ruvidi del disco, in cui il growl prende il sopravvento fra epica
cinematografica e slanci furibondi.
Genotype è un disco senz’altro riuscito, levigato e ragionato nella produzione, e omogeneo nella sua struttura, un disco che rispetta il passato dei Textures, senza rinnegarlo, ma che finisce per imboccare la strada di una elegante prevedibilità, limando certi spigoli acuminati e, soprattutto, scegliendo di puntare prevalentemente sull’atmosfera a detrimento dell’aggressività. Un buon ritorno che, però, cambiando molte delle carte in tavola, lascia un punto di domanda per quello che sarà il prossimo futuro della band.
Voto: 7
Genere: Prog Metal
Blackswan, giovedì 19/02/2026

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