giovedì 19 marzo 2026

Don Winslow - L'Ultimo Colpo (HarperCollins Black, 2026)

 


Rapinare quel casinò è assolutamente impossibile. Ed è proprio questo che rende l’idea irresistibile per un leggendario rapinatore che rischia di trascorrere il resto della propria vita in prigione. Ma in fondo, quello che conta davvero è L’ultimo colpo. Per raggranellare qualche soldo, un adolescente ambizioso e intraprendente consegna alcolici illegali alle persone che compaiono su quella che lui chiama La lista della domenica; finché un poliziotto corrotto, un’affascinante cliente e un falso guru non minacciano di infrangere i suoi sogni. In una tavola calda, due uomini della mala raccontano Una storia vera. Sembrano solo battute e pettegolezzi, ma poi si scopre che toccherà a qualcun altro pagare il conto. Un poliziotto solitamente onesto si trova a dover scegliere tra la lealtà al suo lavoro e l’affetto per un cugino scansafatiche il cui destino è L’ala nord. Per il surfista-detective Boone Daniels e la sua squadra, la star del cinema che sono incaricati di sorvegliare durante La pausa pranzo è un problema. Ma anche lei ha un problema: qualcuno la vuole morta... E per finire, un singolo, terribile errore manda in prigione un devoto uomo di famiglia e mette in rotta di Collisione l’uomo che vuole essere e l’assassino che è costretto a diventare.

 

Un ritorno a sorpresa, quello di Don Winslow. Lo scrittore americano, autore di best seller come Le Belve, La Trilogia del Cartello, L’Inverno di Frankie Machine, etc, aveva, infatti, annunciato il suo ritiro dalle scene letterarie, per dedicarsi anima e corpo all’attivismo politico, una sorta di campagna elettorale anti-Trump in continuum, realizzata attraverso video pubblicati dalla sua Don Winslow Films.

Dopo Città In Rovine, che chiudeva la trilogia dedicata al fuorilegge Danny Ryan e la sua attività di scrittore, sono passati poco mano di due anni, e il romanziere americano torna nelle librerie con una raccolta di racconti, intitolata L’ultimo Colpo. Non è dato sapere, visto l’annuncio del 2024, se questi sei racconti, figli di un’inaspettata resipiscenza, siano stati concepiti negli ultimi mesi, o siano stati, invece, recuperati dai cassetti dello scrittore newyorkese e rifiniti per l’occasione. Comunque siano andate le cose, ben venga questa nuova pubblicazione, la cui ottima qualità farà tirare un sospiro di sollievo ai tanti appassionati che si sentivano orfani di quello che, a tutti gli effetti, è uno dei più grandi scrittori noir americani degli ultimi trent’anni.

Apre la raccolta, la novella che dà il titolo al libro (e forse si riferisce anche alla carriera di Winslow), il cui protagonista, John Highland, è un maturo gangster, in attesa di giudizio, ma già destinato a marcire in prigione per il resto della vita perché pluricondannato, che organizza un’ultima rapina, con pochi amici fidati, al cartello messicano. Una cinquantina di pagine in cui ritroviamo il miglior Winslow, la sua scrittura cinematografica, i colpi di scena, il ritmo serrato e un protagonista, delinquente, si, ma con un’etica vecchio stampo che ricorda la splendida figura di Frankie Machine.

La Lista Della Domenica si allontana dal consueto genere noir, per raccontare le vicende del giovane Nick McKenna, un ragazzo di belle speranze, che arrotonda il suo modesto stipendio, consegnando alcolici illegali, con l’intenzione di iscriversi all’università. Gli anni ’70, le velleità hippies, il semi proibizionismo del Rhode Island e il sogno americano sono al centro di una storia che scorre bene, ma che risulta meno incisiva del resto della raccolta.

Molto coinvolgenti sono L’ala Nord, storia di un poliziotto onesto che viene a patti con la mafia pur di salvare la vita a un cugino condannato a dieci anni di reclusione per aver provocato, completamente ubriaco, un incidente automobilistico mortale, e La Pausa Pranzo, che vede tornare all’opera il surfista e detective Boone Daniels e la sua Pattuglia Dell’alba, ingaggiati per proteggere un’arrogante e autodistruttiva divetta di Hollywood minacciata, parrebbe, da un presunto stalker.

Se questi quattro racconti funzionano benissimo, i migliori però, sono i due restanti. Una Storia Vera vede protagonisti due killer che fanno colazione in un diner e si raccontano esilaranti storie di mafia. Sembra di assistere a una sequenza cinematografica, a quei dialoghi che hanno reso leggendari film come Quei Bravi Ragazzi o Le Jene, e l’ironia è il motore che accende quaranta pagine assolutamente irresistibili.

Collisione con le sue cento pagine è il racconto più lungo e più avvincente del lotto. La storia è quella di Brad McAllister, marito devoto, padre affettuoso e manager in carriera, che subito dopo aver ricevuto una promozione estremamente redditizia, uccide un uomo, colpendolo violentemente al volto, dopo un litigio automobilistico. Condannato a undici anni di reclusione, si trova ad affrontare la dura e violenta legge del carcere, a cui sopravvive grazie alla protezione di Blanton, leader dei Black Guerrilla Family, egida sotto la quale si riuniscono i prigionieri di colore. Una volta scarcerato per buona condotta, si renderà conto che quella protezione non era affatto gratuita. Perché, quando Blanton viene a sua volta scarcerato, si presenta a riscuotere il debito, obbligando Brad a violare nuovamente la legge.

Per tutti coloro, come il sottoscritto, sentivano la mancanza dell’amato Don Winslow, L’ultimo Colpo è un’inaspettata e gradita sorpresa, una boccata d’aria in attesa di sapere se il grande romanziere americano abbia voluto uscire di scena, facendo un altro dono ai suoi lettori più fedeli, o se questo sia, invece, l’abbrivio per una seconda parte di carriera, che potrà ricominciare a pieno regime, magari, chissà, quando Trump perderà le prossime elezioni.  


Blackswan, giovedì 19/03/2026

martedì 17 marzo 2026

Archive - Glass Minds (Dangervisit, 2026)

 


Formatisi a Croydon, nel sud di Londra, nel 1994, gli Archive si sono evoluti da pionieri del trip-hop a uno dei fenomeni alternativi più rispettati d'Europa. Più di trent’anni di carriera e tredici album in studio, sono i numeri certificati di un collettivo che, segnato da numerosi cambi di line up, resta saldamente in mano ai due fondatori, Darius Keeler e Danny Griffiths, accompagnati ancora una volta dal sodale di lunga data, il produttore e ingegnare del suono, Jerome Devoise.

Registrato a Brighton, Londra e Parigi, Glass Minds segue l’ambizioso triplo album del 2022 Call To Arms And Angels, un’opera monumentale, sfaccettata, compendio perfettamente riuscito di trip hop, elettronica, rock, pop e industrial, condensati in un’ora e quarantacinque minuti quasi perfetti. Un vero e proprio gioiello di musica alternativa, a cui fa eco questo nuovo album, seguito naturale del suo predecessore, nonostante il minutaggio più ristretto (solo un’ora e venti) e una maggiore, seppur di poco, accessibilità melodica.

Anche Glass Minds è un disco inquieto, cupo, dal mood fortemente malinconico, ma qui e là si intravedono spiragli di pallida luce, che filtra attraverso un intreccio sonoro crepuscolare, come i raggi di un sole malato, algido, che non riscalda. Tuttavia, se Call To Arms & Angels conteneva una musica figlia del suo tempo, che rifletteva l'era pandemica in cui era stata scritta, e Glass Minds musicalmente sembra il suo fratello minore, allo stesso tempo ci troviamo di fronte, però, a un’opera meno disperata e claustrofobica, in cui prevale un approccio minimalista, più silente, ma egualmente potente, e, in alcuni momenti, più vicino al pop.

L’album inizia con l’inquietante strumentale "Broken Bits", un brano che sembra nascere tra le gelide luci al neon di un cantiere navale. La canzone si apre con il suono minaccioso e gutturale di quella che sembra essere una sirena sfiatata, le stratificazioni di synth portano aria contaminata, irrespirabile, prima che un riff ossessivo stritoli l’ascoltatore con la sua progressione ipnotica e glaciale, mentre lame elettriche fendono l’atmosfera. E’ pura claustrofobia, che risucchia in un malevolo sprofondo, che comprime il respiro, in un crescendo ossessivo che non lascia speranza.

Il battito ossessivo e militaresco della title track, suggerisce nuovi inquietanti scenari, mentre accordi di piano in minore punteggiano il cantato esile e spettrale di Lisa Mottram e una melodia flebile fluttua nel buio grazie a un efficace (e minimal) arrangiamento orchestrale. Il mood non cambia con la successiva "Patterns": lo sgocciolare del pianoforte, l’atmosfera malinconica e disperata, la ricerca dello spazio emotivo in un sottofondo che alterna elettricità e momenti di estasi sinfonica, ne fanno uno dei momenti migliori del disco, anche questo, però, perso nel cuore di una notte fonda e senza speranza.

"Look At Us" svela l'aspetto più rock degli Archive, mettendo in primo piano un riff di chitarre distorte e una ritmica incalzante, mentre i sintetizzatori fanno un passo indietro. Il cambio di texture aggiunge un contrasto dinamico all'atmosfera generale dell'album, le melodia è di una bellezza sinistra, la voce della Mottram in perfetto equilibrio tra timbro esangue e un’urgenza espressiva che morde la gola.

La voce di Pollard Berrier brilla in "When You're This Down" e offre una performance avvincente: il riff ripetuto è ipnotico e àncora il brano a un'atmosfera quasi trance e carica di suggestioni soul. "So Far From Losing You", che raggiunge quasi gli otto minuti, è una appassionata lettera d'amore (“Please sit and stare at me. Look right into me, look into you. And then you’ll see my love will be indistructible”), le voci di Lisa Mottram e Pollard Berrier si intrecciano magnificamente, esaltando l'aspetto emotivo del brano, costruito, nella prima parte, solo ed esclusivamente su partiture elettroniche efficacissime, per poi accelerare in un dolcissimo fluttuare malinconico quando entra la voce della Mottram.

Si accende un po’ di luce quando parte "Wake Up Strange", la cui melodia contagiosa, il cui DNA è riconducibile agli anni ’80 (ascoltate gli intrecci dei synth, minimali ma decisivi), rende il brano il momento più orecchiabile del disco insieme alla successiva e delicatissima "City Walls", che sembra uscita dalla penna magica di Sufjan Stevens e che commuove per la fragilità delle trame, così cristalline, così pure, così evanescenti. Una canzone splendida nella sua basilare semplicità: il tempo si ferma, eterno e caduco, come l’attimo di una rosa che sboccia.

"The Love The Light", così ossessiva, caotica e disperata sembra figlia dei Radiohead di Kid A, mentre le trame sinfoniche che avvolgono "Shine Out Power" arrivano con una forza grezza, un suono imponente e immediato che stringe le viscere, grazie a un andamento altalenante e drammatico, e a una voce cruda e bruciante, che risuona come una disperata richiesta d’aiuto.

Chiudono "Heads Are Gonna Roll", che vede alla voce il rapper Jimmy Collins in un esperimento riuscito di fondere elettronica spinta e hip hop, e la lunatica "Where I Am", una ballata dolce e scorbutica al tempo stesso, perfetta chiusura per un disco che tiene il passo del suo predecessore e mostra un livello di ispirazione toccato da imprimatur divino. 

Non un disco che si ascolta semplicemente, ma che si vive, attimo per attimo, canzone per canzone, emozione per emozione.

Voto: 9

Genere: Alternative, Elettronica

 


 


Blackswan, martedì 17/03/2026

lunedì 16 marzo 2026

Everything Zen - Bush (Atlantic, 1994)

 


Primo singolo in assoluto dei britannici Bush, "Everything Zen" si sviluppa attraverso un testo intricatissimo (scritto dal leader della band Gavin Rossdale), tanto che, a voler giocare un po’ con il titolo, bisogna avere la mente aperta e una pazienza zen per riuscire a cogliere tutte le allusioni, le citazioni e i rimandi in essa contenuti.

Nel verso "Raindogs howl for the century", Gavin Rossdale fa riferimento a due delle sue icone culturali preferite: Tom Waits e Allen Ginsberg. Rain Dogs, infatti, è il titolo di un album di Tom Waits pubblicato nel 1985, merntre Howl è una celebre poesia di Ginsberg datata 1955.

Il verso "There's no sex in your violence" deriva da un verso della canzone dei Jane's Addiction "Ted, Just Admit It...", e per Rossdale è un importante riferimento autobiografico, che fotografa gli anni della sua giovinezza, quando, inesperto musicista senza alcuna speranza di successo, viveva da sbandato, senza bussola etica, in un contesto in cui si respirava violenza tutto il giorno. “Ero perso e non sapevo dove stessi andando, cosa stessi facendo…” raccontò anni dopo in un’intervista “Avevo lottato per anni. E quel verso, "sesso e violenza", è un filo conduttore attraverso l'arte. Ho semplicemente deciso di inserirlo nel contesto di "Non c'è sesso nella tua violenza". È una sorta di convinzione personale, un mantra personale." Sarà.

Anche il verso "Minnie Mouse è cresciuta come una mucca, Dave è di nuovo in saldo" è una citazione musicale di livello e si riferisce a David Bowie, la cui canzone "Life On Mars?" contiene il verso: "Mickey Mouse è cresciuto come una mucca, Lennon è di nuovo in saldo".

Non solo. Questa canzone ha contribuito a far entrare la parola "stronzo" nel mainstream musicale. La prima strofa del brano, infatti, contiene il verso "Should I fly Los Angeles, find my asshole brother" ("Se volassi a Los Angeles, troverei il mio fratello stronzo"), che la maggior parte delle stazioni radio di quegli anni non censurò, perché, a differenza del decennio precedente, gli standard di volgarità accettabile si stavano notevolmente abbassando.

I Bush, per chi non ne conoscesse la storia, sono una band britannica, ma hanno avuto di gran lunga il loro maggior successo in America, dove questa canzone ha, per così dire, guidato la carica verso la gloria, seppur momentanea.

Nel dicembre 1994, una copia di "Everything Zen" arrivò su KROQ, un'influente stazione radio di Los Angeles. Il loro DJ Jed The Fish la nominò la sua "Catch Of The Day" e la canzone ottenne un'enorme risposta, tanto che cominciò a essere mandata in heavy rotation. Altre stazioni radio seguirono l'esempio, e MTV inserì il video nel suo palinsesto, cosi che in poco tempo la canzone prese gradualmente piede in tutto il paese.

I Bush colsero, quindi, l'occasione per fare un tour in America e suonare "Everything Zen" in diverse apparizioni televisive (tra cui il Late Night with David Letterman) e showcase radiofonici (tra cui il concerto di Natale acustico di KROQ). Alla fine del tour, nell'aprile del 1995, il riscontro mediatico era tale che iniziarono a suonare nelle arene.

In quel periodo, gruppi britpop come Oasis e Blur erano molto popolari in patria, ma faticavano a sfondare in America. Era il contrario per i Bush, che non riuscivano a vendere nella loro nativa Inghilterra (Sixteen Stone, l’album che contiene "Everything Zen", raggiunse solo il 42° posto nella classifica degli album del Regno Unito), ma che, invece, vennero accolti con entusiasmo negli Stati Uniti. Gran parte del successo americano a proprio a che fare con questa canzone, perché nonostante l'accento british di Gavin Rossdale, il brano suona molto americano, con un sound grunge pesante e un testo che parla di giovani delusi e disaffezionati, come nella miglior tradizione del Seattle Sound.

Una curiosità. Nel 1996, i No Doubt aprirono per circa tre mesi un tour americano dei Bush. Durante questo tour, Rossdale strinse una relazione amorosa con la cantante dei No Doubt, Gwen Stefani, tanto che i suoi compagni di band iniziarono a chiamare la canzone "Everything Gwen". Per la cronaca, Stefani e Rossdale convolarono a giuste nozze nel 2002, ebbero tre figli e divorziarono nel 2015.

 


 

Blackswan, lunedì 16/03/2026

giovedì 12 marzo 2026

Adam Rapp - La Radice Del Male (NNEditore, 2025)

 


Elmira, New York, estate 1951. Myra Larkin, tredici anni, dopo la messa accetta un passaggio da un ragazzo affascinante che dice di essere Mickey Mantle, la giovane promessa degli Yankees. Quella notte, i vicini di casa di Myra vengono brutalmente assassinati, e i sospetti ricadono su uno sconosciuto molto simile al suo nuovo amico. È il primo di una serie di episodi di cronaca nera che incrociano la vita dei Larkin, mentre ognuno di loro insegue a suo modo il sogno americano. Myra, che cresce da sola il figlio Ronan dopo che il marito ha avuto una crisi psicotica, è l’unica a tenere i contatti con la famiglia: con Lexy, donna in carriera, e Fiona, eterna ribelle e attrice mancata a Broadway; e con Alec, ombroso e sfuggente, tormentato dai fantasmi di un’infanzia segnata dagli abusi e dall’indifferenza della madre, la cattolicissima Ava. E quando proprio Ava inizia a ricevere inquietanti cartoline anonime, presagio di eventi terribili, soltanto Myra, con l’aiuto del figlio, avrà la forza di affrontare quel male oscuro che sta inghiottendo la sua famiglia. La radice del male racconta un’America dove la quotidianità è intrisa di violenza, e la casa è insieme rifugio e pericolo.

 

Un romanzo cupo, inquietante e disturbante, una saga familiare sui generis, la cui storia si sviluppa nel corso di sessant’anni, raccontata dal punto di vista dei suoi protagonisti. Siamo nel 1951. A Elmira, nello Stato di New York, vive la famiglia Larkin, composta dal padre Donald, reduce di guerra, severo e taciturno, dalla madre Ava, donna religiosissima e dalla statuaria bellezza, e da sei figli, il più piccolo dei quali, Archie, muore in fasce per una brutta malattia. Gli altri sono Myra, affidabile e generosa, che sogna a occhi aperti, leggendo Il Giovane Holden, Lexy, bellissima e sicura di sé, Joan, mentalmente disabile, Fiona, ribelle con la testa perennemente fra le nuvole, e Alec, un ragazzino arrabbiato, malvagio e instabile, che coltiva come unico desiderio quello di scappare di casa.

Una famiglia all’apparenza normale, che vive una vita ordinaria, anche se, dentro le mura domestiche, germoglia inaspettatamente il germe di un male che, in futuro, avrà conseguenze esiziali.

Attraverso sessant’anni di storia americana (un’America indifferente e il più delle volte ostile), i protagonisti principali, Ava, Alec, Fiona, Myra e, il di lei figlio, Ronan, giovane aspirante drammaturgo, raccontano le vicende che porteranno i Larkin sull’orlo del baratro, quando, lentamente ma inesorabilmente, si scoprirà la vera natura di Alec.

La Radice del Male non è un thriller, non ci sono eclatanti colpi di scena, né indagini o assassini da catturare. Ciò che interessa davvero a Rapp, soprattutto attraverso lo sguardo di Myra (figura autobiografica costruita sulla madre dello scrittore), è raccontare la disgregazione del nucleo famigliare, mettendo in evidenza quelle dinamiche, le rivalità, le invidie, i rancori mai sopiti, che poteranno tutti i figli, a parte l’innocente Joan, ad allontanarsi da casa, per inseguire un sogno americano che non si realizzerà mai.

Perché la società americana è intrinsecamente violenta, perché non fa sconti agli ultimi, perché suggerisce come realizzabili sogni, raggiungibili solo attraverso lo status sociale e il denaro (Lexy ha successo, ma è una figura sfumata e marginale). Senza mezzi economici non si va da nessuna parte. Lo sa bene l’inquietante Alec, che gira gli Stati Uniti, sbarcando il lunario con piccoli lavoretti, alla ricerca di nuove vittime, lo sa Myra, abbandonata dal marito Denny, prototipo dell’atletico e affascinante maschio bianco, affetto però da una perniciosa schizofrenia, lo sa Ronan, figlio di Myra, colpito dagli stessi disturbi mentali del padre, che sacrifica il suo talento di drammaturgo, per scrivere più redditizie sceneggiature per la Tv, e lo sa Fiona, spirito libero ed egocentrico, che insegue, nella “grande mela”, il sogno, sempre più evanescente, di diventare attrice.

Se è evidente che si possono trovare punti di contatto con quella narrativa americana che ha sondato, con risultati brillanti, il tema della famiglia come germe di violenza (da L’urlo e Il furore di Faulkner fino alle opere di Jonathan Franzen e David Leavitt), Rapp si distingue per una prosa asciutta e intrisa di cinismo, conosce i tempi della drammaturgia, ed è abile a suggerire, senza mai palesarlo in modo banale, come alla radice del male ci siano, spesso, gli abusi tollerati della Chiesa e il sistema esercito, che miete vittime anche in tempo di pace.

Un finale, in parte sconvolgente, troverà una catarsi di speranza, in un’ultima, toccante lettera, che cerca nella comprensione e nel perdono una possibilità di salvezza.

 

Blackswan, giovedì 12/03/2026

 

martedì 10 marzo 2026

Karnivool - In Verses (Cymatic Records, 2026)

 


Pausa è un termine di per sé indeterminato: può indicare un lasso di tempo breve, quanto uno iato lungo anni. Quella che si sono presi gli australiani Karnivool, prima di pubblicare un nuovo disco, è durata la bellezza di tredici anni, pari alla carriera scolastica di uno studente italiano, dall’inizio delle elementari alla fine del liceo. Cosa aspettarsi da questa rinascita, da questo nuovo inizio?

La talentuosa band, nel corso della sua breve carriera, è passata dal raffinato nu-metal del loro debutto del 2005, Themata, alle tendenze più prog-rock di opere come Sound Awake del 2007 e Asymmetry del 2013. Arrivato dopo quasi tredici anni di assenza, In Verses è un disco inevitabilmente destinato a essere confrontato con i bei dischi pubblicati, ormai, in un lontano passato. E il confronto, alla resa dei conti, è vincente.

Il disco è frutto di un lungo lavoro di affinamento del suono, di tentativi, riusciti, di sperimentare, di un songwriting consapevole e maturo. Pur sfoggiando alcuni elementi già presenti nelle precedenti pubblicazioni, In Verses è un lavoro decisamente più compatto e omogeneo, un album di grande impatto, a cui mancano però quei singoli di spicco che rendevano più allettante il materiale del passato. Il disco funziona, semmai, più come un viaggio atmosferico, un unico grande flusso di musica in continuum, da ascoltare senza distrazioni, in una sola seduta (anche se poi gli ascolti devono essere diversi per coglierne ogni sfumatura).

In Verses è, insomma, un album denso, ossessivamente intricato nei suoi soundscapes, un album che fa della densità il tessuto stesso della sua identità estetica.

La voce del vocalist Ian Kenny, nonostante il tempo trascorso, è quella che ci ricordavamo, risuona piena di vita e di potenza come nei precedenti album, e il suo timbro, così ricco di sfumature e morbido, si adatta perfettamente allo stile prog atmosferico, ma corposo, della band. Le chitarre di Drew Goddard e Mark Hosking alternano trame pastose e flessibili, che sviluppano una sorta di atmosfera malinconica riconducibile all’alt metal di fine anni '90, a riff più pesanti, che percuotono, senza tuttavia prendere mai il sopravvento. Ottima anche la sezione ritmica, con le linee di basso di Jon Stockman, evidenti soprattutto nei momenti più tranquilli e atmosferici della scaletta, e il drumming stellato di Mike Judd, che definisce la direzione che ogni canzone prenderà, alternando la regola less is more (tocchi calibrati sul bordo del rullante) a groove che schiacciano il piede sull’acceleratore, innestando la marcia dell’epica.

I primi secondi di "Ghost" ribollono e riverberano, solleticando le orecchie dell'ascoltatore con le texture di chitarra e di synth, prima di esplodere, un minuto dopo, nella massiccia e fangosa distorsione del timbro di chitarra di Drew Goddard e Mark Hosking, il singolo "Aozora", ispirato al termine giapponese che significa cielo azzurro, mette in mostra in modo simile l'innato senso del groove dei Karnivool, mentre "Animations" testimonia la grande dote della band, capace di offuscare il senso del tempo con una poliritmia intricata e seducente. Le ultime due canzoni del disco, poi, "Opal" e "Salva", possiedono un tono decisamente personale e malinconico, raccontano la perdita di un amico e la perdita dell'innocenza, sono brani colorati da arrangiamenti delicati combinati con passaggi più pesanti che sono il cavallo di battaglia della band. 

Ogni singolo brano è assolutamente ricco di trame e intrecci sorprendenti, al punto che elencarli tutti diventerebbe rapidamente un esercizio stucchevole. Mai prima d'ora i Karnivool avevano suonato in modo così maniacalmente dettagliato, e in In Verses la profondità e la complessità del loro suono penetrano in una dimensione completamente nuova,

La produzione cristallina di Forrester Savell lascia ampio spazio al vagabondaggio sonoro di Karnivool, i sottili dettagli materici non si perdono mai nel mix, anzi, sono pienamente illuminati accanto al grosso della strumentazione standard, come granelli di polvere sospesi che danzano in un raggio di sole. Una produzione consapevole e deliberata, in linea con l'intento dietro ogni decisione compositiva. Allo stesso modo, la scrittura dei brani tiene conto dell'architettura emergente di un paesaggio sonoro così intenso, integrandosi pienamente e fondamentalmente nel processo compositivo.

Sembra un’ovvietà, visto il tempo trascorso a disposizione per definire ogni dettaglio della scaletta, ma In Verses sembra davvero il frutto di una maturazione naturale del sound dei Karnivool, e sebbene manchi di quelle particolari caratteristiche sonore che avevano definito i celebrati Sound Awake o Asymmetry, il disco rappresenta un audace passo in avanti, che utilizza il passato come una cornice in cui inserire un dipinto, per quanto riconoscibile, proiettato verso un nuovo e coraggioso futuro.

Voto: 8

Genere: Progressive Metal

 


 


Blackswan, martedì 10/03/2026

lunedì 9 marzo 2026

Summer of '69 - Bryan Adams (A&M, 1984)

 


Un grande classico rock, una delle canzoni più belle e famose di Bryan Adams, "Summer Of ’69" (sesta traccia dal best seller Reckless) è un brano malinconico, che celebra gli anni della giovinezza, fotografandoli durante un estate di amicizia, di spensieratezza, di musica, di primi amori. Una canzone che parla del ricordo e della crescita personale, attraverso la lente nostalgica di giorni andati per sempre.

Però, nell’estate del '69, Bryan Adams aveva 9 anni, e pertanto quel riferimento temporale è assolutamente incongruo rispetto ai temi narrati dalle liriche. 69 si riferisce, semmai, all’atto sessuale, è una metafora del fare l’amore, evoca la prima esperienza erotica, e non, come si pensa, un anno in particolare.   

Adams scrisse il brano con il cantautore Jim Vallance, autore di diverse canzoni degli Aerosmith e collaboratore frequente di Adams. Vallance spiegò che la canzone ha subito diverse modifiche e che originariamente si chiamava "Best Days Of My Life", con il verso "Summer Of '69" ripetuto solo una volta nel testo.

Secondo il songwriter, il testo di "Summer Of ’69" è stato influenzato da molte altre canzoni, a partire da "Running On Empty" di Jackson Browne, che in un passaggio canta: "In '69 I was 21". Non solo. Il verso "Ho ottenuto la mia prima vera sei corde" è ispirato a "Juke Box Hero" dei Foreigner, “in piedi sul portico di tua madre, mi hai detto che avresti aspettato per sempre" rimanda a "Thunder Road" di Bruce Springsteen e “quando mi hai tenuto la mano, ho capito che era adesso o mai più" a "I Want To Hold Your Hand" dei Beatles.

Sia Adams che Vallance suonavano in gruppi musicali al liceo, il che ha fornito spunto per il riferimento alla band che si è sciolta.  

 

"Avevamo una band e ci impegnavamo molto

Jimmy se n'è andato, Jody si è sposato

Avrei dovuto sapere che non saremmo mai andati lontano".

 

Nel verso "Jimmy quit, Jody got married", Jody era Jody Perpik, il tecnico del suono di Adams, che si sposò più o meno nello stesso periodo in cui stava nascendo questa canzone e che poi apparve nel video con la moglie, in un'auto con il cartello "Just Married". 

Una curiosità. La chitarra citata in "Summer Of ’69" proveniva da un negozio di musica di Reading, in Inghilterra, era una finta Stratocaster e fu acquistata nel 1970, quando Adams aveva solo 12 anni. All’epoca suo padre era un addetto dell’ambasciata canadese, che in quell’anno venne trasferito in Israele con tutta la famiglia. Quando fecero ritorno nel Regno Unito, Bryan regalò la chitarra a un vicino di casa e, arrivato in Canada, si comprò un’altra chitarra, della quale però restò molto deluso.

Anni dopo, come un fulmine a ciel sereno, un messaggio apparve nella sua casella di posta: era qualcuno che affermava di avere proprio quella chitarra comprata a Reading. Il messaggio diceva: 'Ehi, ho la tua chitarra del 1970. La vuoi indietro?'", ma dopo la risposta affermativa del musicista, nessuno più si fece sentire. Passò un decennio prima che si verificasse un vero e proprio colpo di scena. In una discoteca di Berlino, un uomo avvicinò Adams all'improvviso e gli disse: 'Bryan, ho la tua chitarra. Quella della tua infanzia.'" A quanto pare, quell'uomo era un amico del mittente originale dell'email, purtroppo morto in un incidente aereo. Prima di morire, forse per una premonizione, aveva affidato la chitarra all'amico con una richiesta: "se non potrò farlo io, restituiscila a Bryan Adams". E così, l'amico fece.

 


 

 

Blackswan, lunedì 09/03/2026

giovedì 5 marzo 2026

Lucinda Williams - World's Gone Wrong (Highway 20 Records, 2026)

 


Che questo mondo faccia letteralmente schifo dovrebbe essere un dato di fatto immediatamente comprensibile. Le guerre, la pandemia, la sempre più marcata diseguaglianza sociale, i rigurgiti fascisti, il razzismo diffuso come un morbo, la leadership di molti paesi saldamente in mano ad autentici imbecilli. Eppure, se il mondo continua a fare schifo, è perché la maggioranza della gente, completamente anestetizzata dai social e dalla ricerca dell’effimero, non se ne accorge, o contribuisce, giuliva e inconsapevole, allo sfacelo, con un surplus d’odio e di violenza che non si vedeva da decenni.

Ben vengano allora artisti come Lucinda Williams, che a dispetto di una salute cagionevole, non vuole rassegnarsi al male, ma affronta con lucidità e indignazione, i problemi del mondo, con particolare attenzione agli Stati Uniti, decidendo di incidere un disco che abbia il coraggio di mettere il dito nella piaga e sviscerare con urgenza temi socio politici, cercando, se possibile, di infondere un po’ di speranza.

World's Gone Wrong, pur essendo un album molto arrabbiato, non è solo un invito alla protesta, ma suona semmai come un reportage corroborato da un indefettibile sprone alla resistenza, suonato con l’intento che il focus americano diventi universale, che l’hic et nunc della denuncia si scolli, almeno in parte, dal contesto temporale, per acquisire forza atemporale, valere oggi come fra dieci anni, un vademecum di indignazione, rabbia e consapevolezza, buono per ogni barricata o manifestazione del futuro.

L'album si apre con la title track, un brano che definisce immediatamente gli obbiettivi. Come dicevamo, il fatto che "tutti sappiano che il mondo è andato storto" non rende il punto meno degno di essere sottolineato. Sostenuta da un solido southern rock, Williams racconta di un uomo e di una donna, gente semplice che lavora duramente per sbarcare il lunario (“Lavorare lunghe ore è la maledizione del diavolo”). Essere sopraffatti è quasi inevitabile, ma non bisogna arrendersi, si deve combattere, si deve restare uniti. In soccorso dei due arriva Miles Davis, e una sua canzone da ballare abbracciati per dimenticare la paura e il dolore: “Lei lo stringe forte e sorride dolcemente, Dice tesoro, mettiamoci un po' di Miles, E balliamo a piedi nudi sulle piastrelle, E dimentichiamo i nostri problemi per un po'”. Un’immagine dolcissima, poche righe che descrivono un amore indistruttibile, ma che contengono anche una certa epica da working class, la stessa che punteggia grandi canzoni americane scritte da gente come Bruce Springsteen, Bob Seger o Bon Jovi, per citarne alcuni.

Lucinda fotografa la realtà, indica il problema, ma cerca anche soluzioni, ammicca alla speranza, cerca la forza nell’unione. Così, coinvolge guest star di grande valore (Brittney Spencer, Mavis Staples, Norah Jones) per trasformare il disco in un evento comunitario, cantato e suonato con l’intento di mobilitare.  

Scavare nella fragilità del mondo significa riconoscere e dare un nome a problemi specifici, che si tratti della lotta per arrivare a fine mese o del fallimento morale di un politico che ha venduto la sua anima. Questo riconoscimento crea l'opportunità di andare avanti, non in un isolamento rabbioso, ma come lotta e determinazione collettiva.

L'album si chiude proprio con questo sentimento: il duetto fra Lucinda Williams e Norah Jones (We've Come Too Far to Turn Around) ha qualcosa di spirituale, parla dei nostri fallimenti, dell'essere ingannati dal male o del trarne vantaggio, ma indica anche la rotta, spingendo verso un mondo più giusto, perchè di strada ne è stata fatta per combattere il diavolo e i suoi simulacri, e non si può più tornare indietro: “E siamo qui per testimoniare di questa mostruosa malattia, siamo arrivati troppo lontano per tornare indietro”.

Tra "The World's Gone Wrong" e "We've Come Too Far to Turn Around", la Williams affronta temi di attualità, punta il dito contro i conflitti che rendono la sua, la nostra società, un inferno, e lo fa, il più delle volte, attraverso un suono rock blues, ispido e poco accomodante, un suono che sia adatto alla frustrazione e all'energia possente della sua scrittura. Tuttavia, uno dei brani più emozionanti in scaletta proviene da background estraneo al suo stile abituale, ed è la reinterpretazione di "So Much Trouble in the World" di Bob Marley. La Williams aggiunge qualche elemento blues, ma mantiene un groove simile all’originale, dialogando con appassionato trasporto con Mavis Staples: la madrina dei diritti civili e la rocker indomita portano il padre del reggae a livelli stellari, lasciando nell’ascoltatore un’emozione che ha bisogno di molto tempo per sopirsi.

La Williams vede chiaro e parla con una chiarezza che non ammette fraintendimenti. Quando affronta il tema della religione nel blues oscuro e tormentato di "Punchline", chiama in causa i truffatori della fede, ma chiarisce che il danno che causano è aggravato dal bisogno delle persone di trovare una direzione: “La gente è arrabbiata, cerca risposte, Si chiede dove rivolgersi, Il male cresce come un cancro, Nessuno vuole scottarsi, Dio, voglio credere, Ma i bugiardi sussurrano nelle orecchie, Falsi dei e ingannatori, Giocando sulle nostre paure più profonde”. La fede è una necessità, ma la fede, in questi anni orribili, è anche pericolosissima, può fomentare l’odio, trasformarsi in razzismo e violenza.

Più determinata che mai, Lucida Williams affronta il cuore dei problemi, è incazzata, e si sente, ma non perde l’occasione di empatizzare con la gente comune, di insufflare la sua musica di coraggio e rigore etico, di aprire a orizzonti di speranza. La vita, negli ultimi anni, non è stata più facile per lei, così come la maggior parte di noi combatte, in modi diversi, la propria quotidiana battaglia per sopravvivere. E si fa male. E soffre per prospettive sempre più ridotte. Come noi, questa combattiva rocker è intrappolata nel fango di un’esistenza che non gira mai come vorremmo, un’esistenza bombardata da odio, dolore, violenza. Eppure, anche lei, come noi, è sempre pronta a risollevarsi, cantandoci che un mondo migliore è possibile. Occorre resistere e far fronte comune, tenendoci stretti in un abbraccio compassionevole e fraterno: l’ostinazione dell’amore, un giorno, finalmente, vincerà la partita.

Voto: 8

Genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, giovedì 05/03/2026

martedì 3 marzo 2026

MØL - Dreamcrush (Nuclear Blast Records, 2026)

 


Le presentazioni, per chi vive fuori dai circuiti metal, sono d’obbligo. I MØL sono una band danese originaria di Aarhus, formatasi nel 2013 e composta dal cantante Kim Song Sternkopf, dai chitarristi Nicolai Hansen e Sigurd Kehlet, dal bassista Holger Rumph-Frost e dal batterista Ken Klejs. Dopo un paio di EP, il gruppo ha pubblicato il suo esordio, Jord, nel 2018, dopo aver firmato un contratto con la Holy Roar Records. Nel 2021, il passaggio alla Nuclear Blast, con cui i danesi pubblicano il secondo album Diorama (2021) e oggi questo Dreamcrush nuovo di zecca.

Un disco che si colloca perfettamente in quel sottogenere del metal chiamato blackgaze: la tracklist è, infatti, un cocktail perfetto, che fonde black metal depressivo, post rock effervescente e l'emozionante stravaganza dello shoegaze.

Mentre la voce di Kim Song Sternkopf è spesso impostata su growl e screaming, e la batteria di Ken Lund Klejs mantiene una tiro pesante, il duo di chitarre composto da Sigurd Kehlet e Nicolai Busse incorpora una temperanza sempre crescente di riff celestiali. E, naturalmente, Holger Rumph Frost disegna linee di basso ronzanti, che plasmano il tutto.

Dreamcrush catapulta l’ascoltatore in un buco nero con vista sulla depressione, solo per afferrargli la mano all'ultimo secondo e trascinarlo di nuovo fuori verso un sole accecante. E’ luce e buio, magma terrigno e volatilità, estasi e sprofondo, disperazione e inaspettata leggerezza, ghigno sinistro e ascensione verso il sublime.

Come suggerisce il titolo, Dreamcrush esplora la psicosi dei sogni come tema predominante: un’indagine che potrebbe includere i nostri sogni inconsci, così come i nostri sogni ad occhi aperti. L'album cerca di svelare i modi in cui le aspettative spesso hanno la meglio su di noi, quando così tanti aspetti della traiettoria della vita non sono sotto il nostro controllo, e dobbiamo imparare a cavalcare l'onda, nel bene e nel male. In questo senso, l'album sembra una lettera d'amore al lasciarsi andare e arrendersi al momento presente, piuttosto che cadere preda di sogni che sono sempre irraggiungibili.

Immergendosi nel contesto lirico, il disco offre una prospettiva ampiamente pessimistica e uno sguardo introspettivo sulla razza umana, discernendo ciò che guida le motivazioni e i desideri delle persone.

I MØL gettano luce sull'onnipresenza dell'oscurità, della malattia, della tristezza e della distruzione che affliggono il nostro mondo, mentre si interrogano se i sogni possano offrire una parvenza di via di fuga.

I testi, le parti strumentali, l'intera atmosfera di questo album, giocano a tiro alla fune tra loro, lottando per trovare una ragione. I sogni non saranno sempre un sollievo positivo, ma in un modo o nell'altro, ci offrono un posto dove andare, lontano dalla parte oscura della vita, lontano dal piombare nel disordine. O forse no? Forse è meglio la cruda realtà, perché cullarsi nei sogni porta inevitabilmente al risveglio e ad aprire gli occhi sulla vera esistenza, con la conseguenza che le atmosfere trasognate, che hanno insufflato ottimismo e speranza nelle nostre menti, finiscono irrimediabilmente per schiantarsi sul quel granitico muro chiamato “male di vivere”.

In tal senso, Dreamcrush è un disco che gioca sull’alternanza degli opposti: le sezioni melodiche sono talmente lucenti da sembrare intagliate da cesello divino, conducono l’ascoltatore in un’altra dimensione, spingono in alto, verso un mondo carezzevole e cristallino, in cui l’ebbrezza e l’incanto giocano a nascondino con un filo di appagante malinconia; ma quando il black metal mostra il suo volto arcigno, nella voce aspra e disperata di Kim Song Sternkopf, nei riff di chitarra che strattonano, nelle improvvise accelerazioni del drumming, ecco, allora, che i sogni vengono cancellati con un crudele colpo di spugna della realtà.

Dreamcrush è un viaggio emotivo che sonda l’animo umano, che inganna l’ascoltatore attraverso un avventuroso processo di sublimazione, che lo strapazza, rendendolo vittima di aggressioni sonore, e cullandolo, al contempo, nell’alveo etereo di melodie angeliche.

"DREAM" ascende verso il cielo con emotività quasi (dream) pop, prime che l’urlo belluino di Sternkopf e un muro di chitarre riportino il brano in un fango primordiale che offusca la vista, la cascata elettrica che si rovescia su "Young" sembra preludere al più melodico shoegaze, ma uno screraming impazzito la riporta in caotico flusso di disperata tristezza, "Hud" rallenta l’impeto con una carezzevole e malinconica melodia pop, sfregiata però dall’aspro growl del vocalist, mentre la conclusiva "CRUSH" esplora addirittura territori emo che erano cari ai Dredg.

Undici brani in scaletta, e se ne vorrebbero molti di più, e tutti bellissimi. D’altra parte, il processo di realizzazione di questo album non ha seguito una tempistica convenzionale: invece di prevedere una o due settimane per la registrazione, i MØL hanno distribuito i loro tempi in studio su diversi mesi. Concedersi il tempo necessario per ogni canzone ha, quindi, dato loro la possibilità di sperimentarla fino a raggiungere il risultato desiderato: l’eccellenza. Un labor limae grazie al quale Dreamcrush conquista la palma del miglior disco metal di questa prima frazione di anno, proponendosi come un disco che perseguiterà gli amanti del genere per molto tempo, seducendoli verso reiterati ascolti, in un crescendo di autentica goduria.

Voto: 9

Genere: Blackgaze

 


 


Blackswan, Martedì 03/03/2026

lunedì 2 marzo 2026

How Deep is Your Love - Bee Gees (RSO, 1977)

 


"How Deep Is Your Love" fu un enorme successo negli Stati Uniti, e non solo. Negli States rimase al primo posto per tre settimane, e nella Top 10 per 17 settimane, un record per l'epoca. La canzone fu anche un enorme successo nella classifica Adult Contemporary, dove stazionò al primo posto per sei settimane, più di qualsiasi altra canzone dei Bee Gees. Fu disco di platino in Gran Bretagna e disco d’oro in Canada, Spagna, Francia e Italia. Quando Billboard, nel 2011, elencò le sue 100 migliori canzoni Adult Contemporary di tutti i tempi, "How Deep Is Your Love" arrivò al 13° posto. Questa fu la prima delle canzoni tratte dalla colonna sonora de La Febbre del Sabato Sera a raggiungere la vetta della classifica US Hot 100.

I Bee Gees la scrissero allo Château d'Hérouville in Francia, lo Honky Chateau dove Elton John registrò tre album nei primi anni '70. Quando arrivarono per registrare le canzoni per La Febbre del Sabato Sera, scoprirono che il luogo era in stato di totale abbandono: lo studio funzionava, ma l'esterno era un disastro. Questo diede loro la possibilità di concentrarsi solo sulla musica, viste le poche attrattive che li attendevano all’esterno.

All’interno dell’Honky Chateau, però, c'era una bellissima stanza con un pianoforte dove la canzone venne concepita. Lì aveva soggiornato Chopin, e il tastierista della band, Blue Weaver, trovò la giusta ispirazione per arrangiare il brano, ispirandosi al "Preludio in mi bemolle" del grande compositore polacco, una tonalità, quella, su cui Barry Gibb, mentre da una vetrata colorata entrava un raggio di sole, iniziò a cantare: “conosco i tuoi occhi nel sole del mattino”.  

Il brano sarebbe dovuto essere interpretato dalla cantante americana Yvonne Elliman, ma Robert Stigwood, produttore del film e della colonna sonora, pretese affinché i Bee Gees la eseguissero personalmente (la Elliman ha poi cantato "If I Can't Have You", sempre scritta dai Bee Gees). A convincerlo in questa scelta, fu la prima versione del brano che ne fecero i fratelli Gibb: sembrava, infatti, di ascoltare una sola voce, e invece erano due, quelle di Robin e Barry che cantavano all’unisono, in un abbraccio melodico che aveva del celestiale.

La pubblicazione del brano ebbe, successivamente, degli strascichi processuali.

Un cantautore e antiquario dell'Illinois di nome Ronald Selle fece, infatti, causa ai Bee Gees, sostenendo che una canzone da lui scritta nel 1975, intitolata "Let It End", fosse la base per "How Deep Is Your Love". Il caso fu discusso in tribunale nel 1983. I Bee Gees sostennero di non aver mai ascoltato "Let It End", e non vi erano prove che l'avessero fatto (quella canzone non fu mai pubblicata: Selle ne fece una registrazione casalinga che inviò alle case discografiche). Il caso si basava sulle evidenti somiglianze tra le canzoni, e un testimone esperto di Selle, un musicologo di nome Arrand Parsons, cercò di convincere la giuria, attraverso un'analisi tecnica degli spartiti, che i Bee Gees avevano plagiato il brano. La giuria gli diede ragione e stabilì che i Bee Gees avevano effettivamente copiato la canzone di Selle. Il giudice, tuttavia, annullò il verdetto, e allora Selle presentò successivamente ricorso, ma la sua richiesta fu nuovamente respinta.

Il caso ebbe notevole eco mediatica e sottopose all’attenzione pubblica il problema delle giurie che emettevano verdetti sulla musica, senza avere le necessarie competenze tecniche. In tal senso, la sentenza d’appello creò un precedente storico, secondo cui "sorprendenti somiglianze" tra canzoni non erano sufficienti a dimostrare il plagio. Da quel momento in poi, quindi, un autore di canzoni avrebbe dovuto dimostrare che il presunto plagiatore avesse effettivamente ascoltato la canzone prima che il caso potesse accedere in un’aula di tribunale.

 


 

 

Blackswan, lunedì 02/03/2026