martedì 31 marzo 2026

Jay Buchanan - Weapons Of Beauty (Sacred Tongue, 2026)


 

Isolarsi dal resto del mondo, lontano dalla rutilante vita cittadina, per cercare la giusta ispirazione, per ritrovare se stessi, per dare risposte a quelle domande che ci rincorrono da sempre, con quel carico di dubbi, quell’alternarsi di smarrimento e inquietudine, che richiedono una sospensione, un momento di stasi e di pace interiore. Lo aveva già fatto, anni fa, era il 2007, Justin Vernon, alias Bon Iver, durante un inverno passato nella capanna del padre, nel Wisconsin, in cui partorì il meraviglioso For Emma, Forever Ago.

Allo stresso modo, un anno fa, Jay Buchanan, frontman dei Rival Sons, si è ritirato nel deserto del Mojave per trascorrere un periodo di isolamento e lavorare a nuova musica, che è confluita in questo Weapons Of Beauty, il suo primo album solista. Ed è proprio l’isolamento a dare il tono generale alla scaletta, che vive sulla sovrapposizione di due diversi spazi, che poi finiscono per fondersi e convivere. Da un lato, la bellezza mistica del deserto, un luogo aspro e selvaggio dalle reminiscenze cinematografiche, che suggerisce spiritualità, che affascina attraverso la forza brutale ed epica di una natura ancora indomita; dall’altro, il proprio spazio interiore, dilatato da una solitudine che impone riflessioni, che accumula pensieri, che illumina il proprio percorso esistenziale.

Con Weapons of Beauty, Jay Buchanan, offre un album solista intimo e maturo che abbandona l'energica arroganza della sua rock band per qualcosa di più emotivamente sincero. Attingendo a radici, blues, americana, gospel e soft rock, il disco sfugge a facili classificazioni di genere.

Prodotto da Dave Cobb, collaboratore di lunga data dei Rival Sons, e sequenziato da Scott Cooper, Weapons of Beauty esce dal cuore del deserto con una struttura scarna e priva di orpelli, per vedere successivamente la luce, con le canzoni maggiormente rifinite, grazie al contributo del bassista Brian Allen, del batterista Chris Powell, del tastierista Philip Towns e dei chitarristi Leroy Powell e J.D. Simo.

Se la solitudine e il deserto sono stati il carburante nobile dell’ispirazione, è la scrittura di Buchanan, così semplice ed efficace, così appassionata e melodica, ad essere una delle armi vincenti di questo emozionante album.

L'atmosfera è immediatamente definita dal brano d'apertura, "Caroline", una ballata ariosa e dalle sfumature country, che ricorda il Jason Isbell più acustico e verace, e che risulta al contempo dolce e introspettiva. La voce di Buchanan si muove con disinvoltura tra potenza e fragilità, con un’intensità espressiva che lascia senza fiato.

Nei dischi dei Rival Sons, Buchanan ha ripetutamente dimostrato un controllo impeccabile della voce, capace di suonare in modo carezzevole quando il testo richiede un tocco più delicato o di scatenarsi, quando la canzone esige tutta la sua potente estensione.

In "Weapons" il vocalist abbandona ogni posa da rocker e lascia fluire la voce come se fosse un’estensione del cuore, raggiungendo risultati impressionanti in "Sway", vertice del disco e una delle ballate più emotivamente coinvolgenti ascoltate quest’anno. Mentre canta, rivolto alla propria moglie, “Ti voglio ora, finché siamo ancora giovani, e ti voglio da vecchia”, la potenza dell’amore si espande insieme alla voce di Buchanan, diventando quasi tangibile, mentre la strumentazione si abbandona a un intenso crescendo.

In tutto il disco, la produzione di Dave Cobb mantiene saldamente l'attenzione sul cuore della melodia e sull’interpretazione vocale di Buchanan, esaltando entrambe attraverso un’orchestrazione misurata ed evocativa. Ciò è evidente in uno dei brani più significativi dell'album, "Deep Swimming", una canzone che utilizza un ritmo incalzante per accentuare, con successo, il lirismo introspettivo di liriche che meditano sui temi della memoria e della famiglia.

Un ampio e avvolgente tocco cinematografico pervade l'intero album, cosa particolarmente evidente nel country soleggiato di "Tumbleweeds", un bravo che evoca le vaste pianure di un paesaggio che si materializza innanzi ai nostri occhi, lasciando che la fantasia attraversi il deserto a volo d’uccello.

Morbida e carezzevole nei suoi incisi soul, "Shower of Roses" riflette sulla bellezza intesa sia come dono che come doloroso promemoria della caducità della vita, catturando la tensione tra gioia e dolore. Il testo allude anche al rapporto di Buchanan con la vita sotto i riflettori e al suo desiderio di autenticità: "Quando la folla se n'è andata, Le luci si spengono sul palco, Quando cala il sipario, Vuoi solo che dicano, Che non hai mai preso più di quanto hai dato".

E se "The Great Divide" riecheggia lo spirito dei Fleetwood Mac degli anni '70, trasmettendo un'atmosfera malinconica venata da una quieta urgenza, la cover che Buchanan fa di "Dance Me to the End of Love" di Leonard Cohen è avvolta di tensione soul, che infonde nel brano un’essenziale intensità. 

Il culmine emotivo dell'album arriva con il finale catartico della title track, voce e pianoforte a dispensare una vulnerabilità traboccante di emozioni, quelle emozioni che nascono dalla bellezza, sia nell’amore che nell’arte, e che sono un’arma per resistere di fronte ai momenti difficili della vita.

Alla fine del brano, si sente il piede di Buchanan che si toglie dal pedale del pianoforte e, quindi, il silenzio. Il silenzio del deserto, il silenzio della solitudine, il silenzio come spazio nel quale fluttuano i palpiti appena provati.  

Voto: 8

Genere: Americana




Blackswan, martedì 31/03/2026

lunedì 30 marzo 2026

Spoonman - Soundgarden (A&M, 1994)

 


Ottava traccia dal best seller Superunknown (1994) questa canzone ha come protagonista un vero artista di strada di nome Artis the Spoonman, che suonava i cucchiai per le strade di Seattle, città dove si formarono i Soundgarden. Artis non fu solo l’ispirazione per il brano, ma partecipò attivamente alla realizzazione dello stesso, suonando i cucchiaì nella canzone (è accreditato nell'album) e apparendo nel video.

Cornell, che conosceva le strabilianti doti artistiche di Artis, nel 1992 lo volle sul palco come intermezzo tra l’esibizione dei Soundgarden e quella dei Melvins. Finito il concerto, la manager della band, Susan Silver, disse a Artis che la band stava scrivendo una canzone dal titolo "Spoonman" e gli propose di contribuire alla registrazione. Nel 1993, quasi un anno e mezzo dopo, la collaborazione si consumò in quattro take e due ore di lavoro.

Tra registrazione e video, Artis guadagnò complessivamente 8.000 dollari. Una discreta somma, ma non tale, ovviamente, da renderlo ricco. A lui, però, non importava, sia perché come artista di strada si era creato un pubblico appassionato e una discreta fama d’intrattenitore, sia perché era assolutamente insensibile a ogni forma di promozione del proprio lavoro.

Suonava i suoi cucchiai e rendeva felice la gente, non aveva manager, nessun avvocato ed era finanziariamente poco accorto: nessuna trattativa, accettava solo quello che gli altri erano disposti a offrire. E così, a parte i proventi per la registrazione, come royalties non incassò un becco di un quattrino, nonostante, a dispetto di quello che si poteva pensare, fosse un musicista molto richiesto.

A questa canzone, infatti, viene spesso attribuito il merito di aver trasformato Artis the Spoonman in una sorta di celebrità, ma, in realtà, lui aveva già fatto concerti di alto profilo, tra cui alcune esibizioni con Frank Zappa nel 1981. Ai tempi, suonava già da venticinque anni, si era esibito anche al Letterman Show, era stato in Giappone, Inghilterra, Germania, Australia, Bali, Singapore, dove aveva partecipato a trasmissioni televisive nazionali e concerti.  Lo stesso Artis spiegò in un’intervista: “Quello che ho fatto con i Soundgarden è stato un altro salto di qualità. Avevo già ottenuto un sacco di copertura nazionale e avevo suonato un sacco di concerti in tutto il Paese. Ma quel salto è stato enorme, un onore immenso."

Coinvolgere Artis per Cornell non era solo avvalersi di un musicista dalle doti straordinarie, ma anche un modo per far riflettere la gente sull’errata percezione che spesso si ha degli artisti di strada. “La gente pensa” disse Cornell “che un musicista di strada sia un senzatetto, o che lo faccia perché non riesce a mantenere un lavoro regolare. Lo mettono un gradino più in basso nella scala sociale a causa di come percepiscono qualcuno che si veste in modo diverso. Il testo della canzone suggerisce semplicemente che io mi identifico molto più facilmente con qualcuno come Artis".

Il titolo della canzone fu, però, frutto della fantasia di Jeff Ament, il bassista dei Pearl Jam. Ament, insieme a Eddie Vedder, Layne Staley e altri eroi del grunge, apparve nel film del 1992 Singles, che vedeva Matt Dillon nei panni di un musicista di nome Cliff Poncier. Nella sceneggiatura originale è stata tagliata una scena dove Cliff Poncier, dopo essere mollato la sua band si ritrova a suonare e a vendere le proprie cassette soliste per strada. Il regista Cameron Crowe chiese a Jeff Ament di disegnare la grafica di quelle cassette e di inventarsi i titoli delle canzoni.

Per puro divertimento, Chris Cornell, che ha un cameo nel film, registrò l'intera cassetta di Cliff partendo dai falsi titoli di Ament, uno dei quali era appunto Spoon Man. La registrazione di cinque canzoni scritte da Cornell fu, poi, stampata su circa 5000 CD, che furono usati per promuovere il film. In scaletta compare anche la versione originale di Spoon Man, che fu registrata su un nastro a quattro tracce per emulare il modo molto grezzo in cui l'avrebbe suonata Poncier.

Quando arrivò il momento di registrare Superunknown, Cornell ne realizzò una versione rifinita con i Soundgarden, questa volta con il titolo definitivo di "Spoonman". Ament fu accreditato nell'album per aver inventato il titolo.

 


 

 Blackswan, lunedì 30/03/2026

giovedì 26 marzo 2026

Kula Shaker - Wormslayer (Strange Folk LLP, 2026)

 


I Kula Shaker ci fecero godere, e non poco, nella seconda metà degli anni ’90, con due dischi (K del 1996 e Peasants, Pigs & Austronauts del 1999) che fondevano mirabilmente suoni mutuati dalla cultura musicale indiana con quel brit pop, che fu suono dominante del decennio, e con una vera e propria passione per il rock psichedelico, derivato dai rivoluzionari anni ’60.

Una carriera, poi, proseguita dignitosamente nel nuovo millennio, che, dopo uno iato di sei anni, ha ripreso con pubblicazioni a cadenza regolare a partire dal 2022. Questo nuovo Wormslayer segue l’ottimo Natural Magik di due anni fa, senza cambiare di una virgola la consueta proposta, che la band londinese gestisce con la consapevolezza del veterano ma anche con inaspettata brillantezza. Certo, l’effetto nostalgia non manca ed è il gancio per conquistare all’ascolto tutti coloro che negli anni ’90 tenevano il poster di Crispian Mills e soci appeso alle pareti della cameretta. Tuttavia, la scaletta è talmente buona, da poter conquistare anche le orecchie di giovani appassionati che di quel decennio conoscono solo i racconti dei loro papà.

D’altra parte, un pezzo come "Lucky Number", che apre la scaletta, risucchia subito nel mondo magico dei Kula Shaker, in cui suoni speziati al curry contornano un rock di colorata psichedelia, sferzante e divertentissimo, roba che sparato a tutto volume durante una festa spinge sul dancefloor più velocemente di tre negroni sbagliati. E ancora meglio, in tal senso, è il raga rock di "Good Monkey" (guardate il video che è una vera figata), con quell’incipit lennoniano, il groove strappa mutande e il goduriosissimo interplay tra la voce del leader e gli spassosi coretti.

Un uno-due che conquista fin da subito e apre le porte al resto della scaletta, la cui prima gemma è la successiva "Charge of the Light Brigade", un orgia psichedelica, che spinge forte sulla ritmica quadrata ed echi che rimandano ai Fab Four, presenti in sottofondo anche nella ballata sixties "Little Darling".

Giocano con un lontano passato, i Kula Shaker, ma sanno fare con una classe unica quello che per altri diventerebbe un insulso pastrocchio. Ascoltate, a esempio, "Broke As Folk", il cui inizio atmosferico riporta in vita i Pink Floyd anni ’70, per poi immergersi completamente nel mondo Doors. E mentre Jay Darlington spolvera l’hammond come un profeta del verbo Manzarek, la domanda sorge spontanea: chi è questo che canta al posto di Jim Morrison?  

La scaletta è decisamente attrattiva nella sua varietà: "Be Merciful" è una splendida ballata che sorge con delicatezza da atmosfere folk per poi elevarsi in un crescendo gospel innervato da una buona dose di elettricità, "Shaunie" riporta nel cuore di atmosfere psichedeliche, alternando lo strimpellare di una chitarra acustica con il tiro acido di quella elettrica in un tripudio di colori, mentre "The Winged Boy", dopo lo sfarfallio iniziale, insegue derive lisergiche su una ritmica che sembra rubata da "Promentory" di Trevor Jones (dalla colonna sonora de L’Ultimo Dei Mohicani).

Ottima anche la tripletta con cui si chiude il disco: la breve "Day For Night" è un gustoso acquarello folk che si muove dalle parti di Simon & Garfunkel, a cui fanno da contrappunto la straniante title track, punto di fusione fra filastrocca psichedelica e grintoso hard rock settantiano e l’elegante blues rock della conclusiva "Dust Beneath Our Feet", che sembra suonata da degli Stones in trip di marjuana.

La nostalgia, si sa, è canaglia, e molti di noi sarebbero disposti ad accettare qualunque cosa, pur di tornare ad ascoltare un disco degli eroi della fu giovinezza. Coi Kula Shaker, fortunatamente, non si corre il rischio di un’accettazione passiva che guarda con condiscendenza anche un pugno di pessime canzoni, perché questa loro, potremmo definirla così, seconda parte di carriera, è animata da un rinnovato entusiasmo e da una ritrovata ispirazione.

Anche nella sua divertente varietà, Wormslayer è un disco coeso in un suono che, pur non innovando i vecchi stilemi del passato, dopo trent’anni di storia, li restituisce a vecchi e nuovi fan con una inaspettata e vitale freschezza.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Psichedelia, Brit Pop

 


 

Blackswan, Giovedì 26/03/2026


martedì 24 marzo 2026

The Delines - The Set Up (El Cortez Records, 2026)

 


La testa piena di idee, il bisogno di raccontare nuove storie, l’urgenza di mettere in note un’ispirazione che sembra non conoscere momenti di stanca. La band originaria di Portland sta vivendo un momento d’oro, anche se non è propriamente corretto parlare di momento per una band che non sbaglia un colpo fin dall’esordio intitolato Colfax, risalente al 2014. Meglio, si potrebbe dire che la loro declinazione di un country soul arricchito dalle storie di Willy Vlautin, romanziere e maestro del noir urbano, sta acquisendo, disco dopo disco, lo status di classico, sia per quel suono deliziosamente retrò, che torna a vivere con inusitata freschezza, sia per la potenza narrativa di liriche molto prossime alla vera letteratura.

Dopo le atmosfere suggestive di Mr.Luck And Ms. Doom, i Delines tornano con The Set Up, una raccolta di canzoni cinematografiche, schiette e profondamente umane che si addentrano nelle vite di anime ferite e vagabonde ai margini dell'America. Se, però, Mr. Luck & Ms. Doom il tema era connotato da un romanticismo agrodolce, The Set Up si addentra in territori più oscuri e solitari.

Prodotto ancora una volta da John Morgan Askew, il cui talento nel plasmare paesaggi sonori immersivi e vissuti si percepisce in ogni nota, questo nuovo album amplia, in qualche modo, la tavolozza sonora della band.

I semi di The Set Up furono piantati mentre i Delines stavano terminando le sessioni del suo predecessore. Willy Vlautin portò una nuova canzone, "Walking With His Sleeves Down", che Amy Boone imparò al pianoforte, dandone un’interpretazione straordinaria. Tuttavia, la solitudine inquieta espressa nel brano non si adattava al romanticismo errante di Luck & Doom, e quindi fu accantonata. Vlautin presentò poi anche "The Reckless Life", che si adattava al mondo sonoro del disco ma se ne discostava a livello di testo. Entrambe le canzoni, infatti, raccontano di personaggi che vivono al limite (tossicodipendenti, vagabondi, gente con due piedi sul baratro), figure molto più drammatiche degli squattrinati romantici di Luck & Doom. Entrambe non trovarono posto nella scaletta dell’album, ma erano talmente buone che l’idea di lasciarle in un cassetto sembrava profondamente ingiusta.

Poi, durante il tour di Mr. Luck & Ms. Doom, Vlautin continuò a scrivere, spinto dalla necessità di puntare il dito sulla crisi degli oppioidi, su storie di giovani che vivevano in tende, in auto, in vecchi camper, sfiniti dalla dipendenza, morti viventi, senza denaro, senza prospettive, senza speranza. Temi solo abbozzati in quel disco, ma che meritavano, tuttavia, una più profonda focalizzazione, un diverso e più doloroso terreno emotivo. Erano storie simili che, però, riflettevano in modo diverso sulle anime perse che popolano i testi di Vlautin: meno romanticismo di quelle vite al limite, più disperazione di chi vive tutto ciò.

Se i protagonisti di Luck & Doom provavano amori tormentati e cercavano nella fuga una speranza, The Set Up fotografa, invece, il totale fallimento, la sconfitta, un’irrimediabile ed esiziale stasi, la morte come inevitabile conseguenza.

"Ti ho detto che mio padre è morto in macchina? Ha avuto un infarto nel parcheggio del negozio di liquori Lee. Una fila di abiti da mille dollari appesi a un palo sul sedile posteriore. Nel bagagliaio c'era tutto il resto che possedeva" canta Amy Boone in "Can You Get Me Out Of Phoenix", una delle meraviglie del disco. Un organo ipnotico e un pianoforte elettrico ondeggiano mestamente, mentre il suono più squillante della chitarra si espande, e la batteria di Sean Oldham crea trame minimal, le pause importanti quanto i colpi, una lezione magistrale di economia. Sulle note si muove la voce arresa della Boone, una femme fatale che ha visto più tramonti che albe, che canta nel cuore della notte di locali di mezza tacca, in cui il fumo e l’odore di alcool impregna i vestiti al pari di una malinconia agra.

La sontuosa produzione di John Morgan Askew assicura che ogni dettaglio sia messo in risalto con una chiarezza accattivante. L'album inizia con un’onda quieta di ottoni che si diffonde senza sforzo dagli altoparlanti in accordo con un organo solitario in sottofondo, mentre il lento ticchettio delle percussioni si fa strada. Ogni nota è di un nitore assoluto.

L'incipit è la prima di tre canzoni collegate, tutte recitate con la voce roca e sensuale di Boone, e ognuna intitolata The Set Up. Introduzioni che, nelle mani di qualsiasi altra band, sarebbero solo riempitivi, ma qui, presentate come sono, diventano parte integrante quanto le canzoni vere e proprie e i tre strumentali che le collegano.

"Dilaudid Diane" si presenta come uno dei momenti più dolorosi in scaletta: una canzone ispirata alla lotta contro la dipendenza e alle fragili vite dei giovani travolte dalla sua scia. Registrato dal vivo attorno a un unico microfono, il brano fonde sonorità doo-wop con la malinconia di una canzone folk di protesta, il tutto reso possibile dall'inconfondibile voce di Amy Boone. Quasi un poema sinfonico, brutalmente e splendidamente conciso. 

"Bloccata fuori Tijuana

Con un dente marcio e un occhio nero

Non avrebbe mai pensato di essere lei

Quella che si è lasciata andare

Dilaudid Diane

Dilaudid Diane

Diane era una ragazza seria

Correva attraverso il paese

Suonava il clarinetto nella banda musicale

Amava i film francesi"

 

"The Reckless Life" riempie gli spazi lasciati vuoti dalle altre canzoni, i fiati sono di nuovo splendenti, gli effetti wah-wah emergono cristallini dalla chitarra di Vlautin, e un’emozionante coda estesa con hammond e chitarra si fa abbracciare dal soffio vitale e malinconico degli ottoni.

E se "Walking with His Sleeves Down" vede la Boone in solitaria accompagnata da un pianoforte scarno e malinconico, che trova il suo contrappunto nella bossanova sensuale di "The Meter Keeps Ticking", le atmosfere ronzanti e ipnagogiche dello strumentale "The Last Time I Saw Her" chiudono con un tocco cinematografico l’ennesimo grande disco dei Delines, una band che, come nessun altra in America, sa creare musica che racconta la vita degli ultimi e delle classi disagiate con tanta passione, sincerità ed eleganza.

Gli emarginati di cui cantano i Delines probabilmente non ascolteranno mai queste canzoni, non sapranno mai che le loro vite disperate sono state trasformate in una poesia così cruda e intensa. Una contraddizione che, tuttavia, nulla toglie a questa splendida musica, che sa essere tanto cronaca sociale quanto emozionata elegia dei perdenti.

Voto: 8

Genere: Country Soul

 


 


Blackswan, martedì 24/03/2026

lunedì 23 marzo 2026

Night Moves - Bob Seger (Capitol, 1976)

 


 

Seconda traccia dall’omonimo album pubblicato da Bob Seger nel 1976, Night Moves parla di una giovane coppia che perde la verginità sul sedile posteriore di una Chevrolet. Seger afferma che la canzone è autobiografica, ma che si è preso qualche libertà nello scriverla, perchè la storia d'amore a cui è ispirata la canzone era avvenuta dopo gli anni del liceo. La ragazza di cui Seger si era innamorato aveva un fidanzato nell'esercito, e quando lui è tornato, lei lo ha sposato, spezzando così il cuore di cantante.

Comunque sia, il brano parla degli anni spensierati del liceo, della leggerezza e delle grandi speranze, della voglia di vivere e di amare, del sentirsi liberi e onnipotenti. Come in molte delle canzoni di Seger, c'è, però, anche, un tocco di nostalgia nel testo. Quando canta "Ed era estate, dolce estate, estate", il songwriter, infatti, non si riferisce solo al periodo dell'anno, ma anche a quella stagione della sua vita che fu la giovinezza, mentre nell'ultima strofa della canzone, mentre rievoca i ricordi e canta "con l'autunno che si avvicina", il riferimento è all'autunno dell'esistenza, all'invecchiamento.

A proposito di liriche, l’espressione "night moves" (mosse notturne) ha diversi significati, il che lo rende un titolo intrigante. Potrebbe significare "fare le mosse" a una ragazza sul sedile posteriore di un'auto, con esplicito riferimento sessuale, ma potrebbe riferirsi anche alle feste improvvisate che Seger e i suoi amici organizzavano nei campi di Ann Arbor, nel Michigan, quando accendevano i fari e ballavano al buio e ubriachi le loro "mosse notturne".

Seger si ispirò al film American Graffiti, uscito nel 1973, ma ambientato nel 1962. Raccontò: "Uscii dal cinema pensando: 'Ehi, anch'io ho una storia da raccontare. Nessuno ha mai raccontato com'è stato crescere nella mia zona'."

Quattro brani che confluirono nell'album Night Moves furono registrati ai Muscle Shoals Sound Studios in Alabama insieme alla Muscle Shoals Rhythm Section, e altri quattro ai Pampa Studios di Detroit, con la Silver Bullet Band di Seger. Ne serviva ancora uno per completare l'album, così il manager di Seger prenotò tre giorni ai Nimbus Nine Studios di Toronto con il produttore Jack Richardson.

Registrarono rapidamente tre brani che non furono poi così memorabili. Il chitarrista e il sassofonista di Seger se ne tornarono a Detroit, ma il resto della troupe continuò a lavorare su un brano su cui Seger aveva lavorato duramente da mesi: "Night Moves".

Quando il progetto cominciò a prendere forma, Richardson chiamò il chitarrista locale Joe Miquelon e l'organista Doug Riley per suonare nel brano insieme a Seger e ai due membri della band rimasti: il bassista Chris Campbell e il batterista Charlie Allen Martin.

"Night Moves" è anche l'unica traccia del disco ad avere dei cori femminili, per i quali furono frettolosamente reclutate Laurel Ward, Rhonda Silver e Sharon Dee Williams, un trio di Montreal che si trovava casualmente in città.

"Night Moves" fu un successo strepitoso per Seger, e fece conoscere il rocker del Michigan a un pubblico molto più vasto. Lui aveva acquisito notorietà nel proprio Stato di appartenenza fin dal suo primo album del 1969, che conteneva la solida hit "Ramblin' Gamblin' Man". Quella canzone raggiunse il numero 17 della Hot 100, ma negli anni successivi Seger faticò a ottenere un impatto nazionale.

La grande occasione arrivò nell'aprile del 1976, quando la sua etichetta, la Capitol, vedendo il successo di Frampton Comes Alive di Peter Frampton, pubblicò un album live di Seger, Live Bullet, registrato da due suoi concerti tenutisi a Detroit nel 1975. Fu il primo passo verso la gloria.

Quando Night Moves uscì nell'ottobre del 1976, i due album restano in classifica per più di un anno, ognuno dei due vendette più di cinque milioni di copie, e il singolo raggiunse la quarta piazza di Billboard. Il successo fu tale che l'addetto alle promozioni della Capitol, Bruce Wendell, disse a Seger: "Canterai questa canzone per tutta la tua carriera”. E così è stato.

 


 

 Blackswan, lunedì 23/03/2026

giovedì 19 marzo 2026

Don Winslow - L'Ultimo Colpo (HarperCollins Black, 2026)

 


Rapinare quel casinò è assolutamente impossibile. Ed è proprio questo che rende l’idea irresistibile per un leggendario rapinatore che rischia di trascorrere il resto della propria vita in prigione. Ma in fondo, quello che conta davvero è L’ultimo colpo. Per raggranellare qualche soldo, un adolescente ambizioso e intraprendente consegna alcolici illegali alle persone che compaiono su quella che lui chiama La lista della domenica; finché un poliziotto corrotto, un’affascinante cliente e un falso guru non minacciano di infrangere i suoi sogni. In una tavola calda, due uomini della mala raccontano Una storia vera. Sembrano solo battute e pettegolezzi, ma poi si scopre che toccherà a qualcun altro pagare il conto. Un poliziotto solitamente onesto si trova a dover scegliere tra la lealtà al suo lavoro e l’affetto per un cugino scansafatiche il cui destino è L’ala nord. Per il surfista-detective Boone Daniels e la sua squadra, la star del cinema che sono incaricati di sorvegliare durante La pausa pranzo è un problema. Ma anche lei ha un problema: qualcuno la vuole morta... E per finire, un singolo, terribile errore manda in prigione un devoto uomo di famiglia e mette in rotta di Collisione l’uomo che vuole essere e l’assassino che è costretto a diventare.

 

Un ritorno a sorpresa, quello di Don Winslow. Lo scrittore americano, autore di best seller come Le Belve, La Trilogia del Cartello, L’Inverno di Frankie Machine, etc, aveva, infatti, annunciato il suo ritiro dalle scene letterarie, per dedicarsi anima e corpo all’attivismo politico, una sorta di campagna elettorale anti-Trump in continuum, realizzata attraverso video pubblicati dalla sua Don Winslow Films.

Dopo Città In Rovine, che chiudeva la trilogia dedicata al fuorilegge Danny Ryan e la sua attività di scrittore, sono passati poco mano di due anni, e il romanziere americano torna nelle librerie con una raccolta di racconti, intitolata L’ultimo Colpo. Non è dato sapere, visto l’annuncio del 2024, se questi sei racconti, figli di un’inaspettata resipiscenza, siano stati concepiti negli ultimi mesi, o siano stati, invece, recuperati dai cassetti dello scrittore newyorkese e rifiniti per l’occasione. Comunque siano andate le cose, ben venga questa nuova pubblicazione, la cui ottima qualità farà tirare un sospiro di sollievo ai tanti appassionati che si sentivano orfani di quello che, a tutti gli effetti, è uno dei più grandi scrittori noir americani degli ultimi trent’anni.

Apre la raccolta, la novella che dà il titolo al libro (e forse si riferisce anche alla carriera di Winslow), il cui protagonista, John Highland, è un maturo gangster, in attesa di giudizio, ma già destinato a marcire in prigione per il resto della vita perché pluricondannato, che organizza un’ultima rapina, con pochi amici fidati, al cartello messicano. Una cinquantina di pagine in cui ritroviamo il miglior Winslow, la sua scrittura cinematografica, i colpi di scena, il ritmo serrato e un protagonista, delinquente, si, ma con un’etica vecchio stampo che ricorda la splendida figura di Frankie Machine.

La Lista Della Domenica si allontana dal consueto genere noir, per raccontare le vicende del giovane Nick McKenna, un ragazzo di belle speranze, che arrotonda il suo modesto stipendio, consegnando alcolici illegali, con l’intenzione di iscriversi all’università. Gli anni ’70, le velleità hippies, il semi proibizionismo del Rhode Island e il sogno americano sono al centro di una storia che scorre bene, ma che risulta meno incisiva del resto della raccolta.

Molto coinvolgenti sono L’ala Nord, storia di un poliziotto onesto che viene a patti con la mafia pur di salvare la vita a un cugino condannato a dieci anni di reclusione per aver provocato, completamente ubriaco, un incidente automobilistico mortale, e La Pausa Pranzo, che vede tornare all’opera il surfista e detective Boone Daniels e la sua Pattuglia Dell’alba, ingaggiati per proteggere un’arrogante e autodistruttiva divetta di Hollywood minacciata, parrebbe, da un presunto stalker.

Se questi quattro racconti funzionano benissimo, i migliori però, sono i due restanti. Una Storia Vera vede protagonisti due killer che fanno colazione in un diner e si raccontano esilaranti storie di mafia. Sembra di assistere a una sequenza cinematografica, a quei dialoghi che hanno reso leggendari film come Quei Bravi Ragazzi o Le Jene, e l’ironia è il motore che accende quaranta pagine assolutamente irresistibili.

Collisione con le sue cento pagine è il racconto più lungo e più avvincente del lotto. La storia è quella di Brad McAllister, marito devoto, padre affettuoso e manager in carriera, che subito dopo aver ricevuto una promozione estremamente redditizia, uccide un uomo, colpendolo violentemente al volto, dopo un litigio automobilistico. Condannato a undici anni di reclusione, si trova ad affrontare la dura e violenta legge del carcere, a cui sopravvive grazie alla protezione di Blanton, leader dei Black Guerrilla Family, egida sotto la quale si riuniscono i prigionieri di colore. Una volta scarcerato per buona condotta, si renderà conto che quella protezione non era affatto gratuita. Perché, quando Blanton viene a sua volta scarcerato, si presenta a riscuotere il debito, obbligando Brad a violare nuovamente la legge.

Per tutti coloro, come il sottoscritto, sentivano la mancanza dell’amato Don Winslow, L’ultimo Colpo è un’inaspettata e gradita sorpresa, una boccata d’aria in attesa di sapere se il grande romanziere americano abbia voluto uscire di scena, facendo un altro dono ai suoi lettori più fedeli, o se questo sia, invece, l’abbrivio per una seconda parte di carriera, che potrà ricominciare a pieno regime, magari, chissà, quando Trump perderà le prossime elezioni.  


Blackswan, giovedì 19/03/2026

martedì 17 marzo 2026

Archive - Glass Minds (Dangervisit, 2026)

 


Formatisi a Croydon, nel sud di Londra, nel 1994, gli Archive si sono evoluti da pionieri del trip-hop a uno dei fenomeni alternativi più rispettati d'Europa. Più di trent’anni di carriera e tredici album in studio, sono i numeri certificati di un collettivo che, segnato da numerosi cambi di line up, resta saldamente in mano ai due fondatori, Darius Keeler e Danny Griffiths, accompagnati ancora una volta dal sodale di lunga data, il produttore e ingegnare del suono, Jerome Devoise.

Registrato a Brighton, Londra e Parigi, Glass Minds segue l’ambizioso triplo album del 2022 Call To Arms And Angels, un’opera monumentale, sfaccettata, compendio perfettamente riuscito di trip hop, elettronica, rock, pop e industrial, condensati in un’ora e quarantacinque minuti quasi perfetti. Un vero e proprio gioiello di musica alternativa, a cui fa eco questo nuovo album, seguito naturale del suo predecessore, nonostante il minutaggio più ristretto (solo un’ora e venti) e una maggiore, seppur di poco, accessibilità melodica.

Anche Glass Minds è un disco inquieto, cupo, dal mood fortemente malinconico, ma qui e là si intravedono spiragli di pallida luce, che filtra attraverso un intreccio sonoro crepuscolare, come i raggi di un sole malato, algido, che non riscalda. Tuttavia, se Call To Arms & Angels conteneva una musica figlia del suo tempo, che rifletteva l'era pandemica in cui era stata scritta, e Glass Minds musicalmente sembra il suo fratello minore, allo stesso tempo ci troviamo di fronte, però, a un’opera meno disperata e claustrofobica, in cui prevale un approccio minimalista, più silente, ma egualmente potente, e, in alcuni momenti, più vicino al pop.

L’album inizia con l’inquietante strumentale "Broken Bits", un brano che sembra nascere tra le gelide luci al neon di un cantiere navale. La canzone si apre con il suono minaccioso e gutturale di quella che sembra essere una sirena sfiatata, le stratificazioni di synth portano aria contaminata, irrespirabile, prima che un riff ossessivo stritoli l’ascoltatore con la sua progressione ipnotica e glaciale, mentre lame elettriche fendono l’atmosfera. E’ pura claustrofobia, che risucchia in un malevolo sprofondo, che comprime il respiro, in un crescendo ossessivo che non lascia speranza.

Il battito ossessivo e militaresco della title track, suggerisce nuovi inquietanti scenari, mentre accordi di piano in minore punteggiano il cantato esile e spettrale di Lisa Mottram e una melodia flebile fluttua nel buio grazie a un efficace (e minimal) arrangiamento orchestrale. Il mood non cambia con la successiva "Patterns": lo sgocciolare del pianoforte, l’atmosfera malinconica e disperata, la ricerca dello spazio emotivo in un sottofondo che alterna elettricità e momenti di estasi sinfonica, ne fanno uno dei momenti migliori del disco, anche questo, però, perso nel cuore di una notte fonda e senza speranza.

"Look At Us" svela l'aspetto più rock degli Archive, mettendo in primo piano un riff di chitarre distorte e una ritmica incalzante, mentre i sintetizzatori fanno un passo indietro. Il cambio di texture aggiunge un contrasto dinamico all'atmosfera generale dell'album, le melodia è di una bellezza sinistra, la voce della Mottram in perfetto equilibrio tra timbro esangue e un’urgenza espressiva che morde la gola.

La voce di Pollard Berrier brilla in "When You're This Down" e offre una performance avvincente: il riff ripetuto è ipnotico e àncora il brano a un'atmosfera quasi trance e carica di suggestioni soul. "So Far From Losing You", che raggiunge quasi gli otto minuti, è una appassionata lettera d'amore (“Please sit and stare at me. Look right into me, look into you. And then you’ll see my love will be indistructible”), le voci di Lisa Mottram e Pollard Berrier si intrecciano magnificamente, esaltando l'aspetto emotivo del brano, costruito, nella prima parte, solo ed esclusivamente su partiture elettroniche efficacissime, per poi accelerare in un dolcissimo fluttuare malinconico quando entra la voce della Mottram.

Si accende un po’ di luce quando parte "Wake Up Strange", la cui melodia contagiosa, il cui DNA è riconducibile agli anni ’80 (ascoltate gli intrecci dei synth, minimali ma decisivi), rende il brano il momento più orecchiabile del disco insieme alla successiva e delicatissima "City Walls", che sembra uscita dalla penna magica di Sufjan Stevens e che commuove per la fragilità delle trame, così cristalline, così pure, così evanescenti. Una canzone splendida nella sua basilare semplicità: il tempo si ferma, eterno e caduco, come l’attimo di una rosa che sboccia.

"The Love The Light", così ossessiva, caotica e disperata sembra figlia dei Radiohead di Kid A, mentre le trame sinfoniche che avvolgono "Shine Out Power" arrivano con una forza grezza, un suono imponente e immediato che stringe le viscere, grazie a un andamento altalenante e drammatico, e a una voce cruda e bruciante, che risuona come una disperata richiesta d’aiuto.

Chiudono "Heads Are Gonna Roll", che vede alla voce il rapper Jimmy Collins in un esperimento riuscito di fondere elettronica spinta e hip hop, e la lunatica "Where I Am", una ballata dolce e scorbutica al tempo stesso, perfetta chiusura per un disco che tiene il passo del suo predecessore e mostra un livello di ispirazione toccato da imprimatur divino. 

Non un disco che si ascolta semplicemente, ma che si vive, attimo per attimo, canzone per canzone, emozione per emozione.

Voto: 9

Genere: Alternative, Elettronica

 


 


Blackswan, martedì 17/03/2026

lunedì 16 marzo 2026

Everything Zen - Bush (Atlantic, 1994)

 


Primo singolo in assoluto dei britannici Bush, "Everything Zen" si sviluppa attraverso un testo intricatissimo (scritto dal leader della band Gavin Rossdale), tanto che, a voler giocare un po’ con il titolo, bisogna avere la mente aperta e una pazienza zen per riuscire a cogliere tutte le allusioni, le citazioni e i rimandi in essa contenuti.

Nel verso "Raindogs howl for the century", Gavin Rossdale fa riferimento a due delle sue icone culturali preferite: Tom Waits e Allen Ginsberg. Rain Dogs, infatti, è il titolo di un album di Tom Waits pubblicato nel 1985, merntre Howl è una celebre poesia di Ginsberg datata 1955.

Il verso "There's no sex in your violence" deriva da un verso della canzone dei Jane's Addiction "Ted, Just Admit It...", e per Rossdale è un importante riferimento autobiografico, che fotografa gli anni della sua giovinezza, quando, inesperto musicista senza alcuna speranza di successo, viveva da sbandato, senza bussola etica, in un contesto in cui si respirava violenza tutto il giorno. “Ero perso e non sapevo dove stessi andando, cosa stessi facendo…” raccontò anni dopo in un’intervista “Avevo lottato per anni. E quel verso, "sesso e violenza", è un filo conduttore attraverso l'arte. Ho semplicemente deciso di inserirlo nel contesto di "Non c'è sesso nella tua violenza". È una sorta di convinzione personale, un mantra personale." Sarà.

Anche il verso "Minnie Mouse è cresciuta come una mucca, Dave è di nuovo in saldo" è una citazione musicale di livello e si riferisce a David Bowie, la cui canzone "Life On Mars?" contiene il verso: "Mickey Mouse è cresciuto come una mucca, Lennon è di nuovo in saldo".

Non solo. Questa canzone ha contribuito a far entrare la parola "stronzo" nel mainstream musicale. La prima strofa del brano, infatti, contiene il verso "Should I fly Los Angeles, find my asshole brother" ("Se volassi a Los Angeles, troverei il mio fratello stronzo"), che la maggior parte delle stazioni radio di quegli anni non censurò, perché, a differenza del decennio precedente, gli standard di volgarità accettabile si stavano notevolmente abbassando.

I Bush, per chi non ne conoscesse la storia, sono una band britannica, ma hanno avuto di gran lunga il loro maggior successo in America, dove questa canzone ha, per così dire, guidato la carica verso la gloria, seppur momentanea.

Nel dicembre 1994, una copia di "Everything Zen" arrivò su KROQ, un'influente stazione radio di Los Angeles. Il loro DJ Jed The Fish la nominò la sua "Catch Of The Day" e la canzone ottenne un'enorme risposta, tanto che cominciò a essere mandata in heavy rotation. Altre stazioni radio seguirono l'esempio, e MTV inserì il video nel suo palinsesto, cosi che in poco tempo la canzone prese gradualmente piede in tutto il paese.

I Bush colsero, quindi, l'occasione per fare un tour in America e suonare "Everything Zen" in diverse apparizioni televisive (tra cui il Late Night with David Letterman) e showcase radiofonici (tra cui il concerto di Natale acustico di KROQ). Alla fine del tour, nell'aprile del 1995, il riscontro mediatico era tale che iniziarono a suonare nelle arene.

In quel periodo, gruppi britpop come Oasis e Blur erano molto popolari in patria, ma faticavano a sfondare in America. Era il contrario per i Bush, che non riuscivano a vendere nella loro nativa Inghilterra (Sixteen Stone, l’album che contiene "Everything Zen", raggiunse solo il 42° posto nella classifica degli album del Regno Unito), ma che, invece, vennero accolti con entusiasmo negli Stati Uniti. Gran parte del successo americano a proprio a che fare con questa canzone, perché nonostante l'accento british di Gavin Rossdale, il brano suona molto americano, con un sound grunge pesante e un testo che parla di giovani delusi e disaffezionati, come nella miglior tradizione del Seattle Sound.

Una curiosità. Nel 1996, i No Doubt aprirono per circa tre mesi un tour americano dei Bush. Durante questo tour, Rossdale strinse una relazione amorosa con la cantante dei No Doubt, Gwen Stefani, tanto che i suoi compagni di band iniziarono a chiamare la canzone "Everything Gwen". Per la cronaca, Stefani e Rossdale convolarono a giuste nozze nel 2002, ebbero tre figli e divorziarono nel 2015.

 


 

Blackswan, lunedì 16/03/2026

giovedì 12 marzo 2026

Adam Rapp - La Radice Del Male (NNEditore, 2025)

 


Elmira, New York, estate 1951. Myra Larkin, tredici anni, dopo la messa accetta un passaggio da un ragazzo affascinante che dice di essere Mickey Mantle, la giovane promessa degli Yankees. Quella notte, i vicini di casa di Myra vengono brutalmente assassinati, e i sospetti ricadono su uno sconosciuto molto simile al suo nuovo amico. È il primo di una serie di episodi di cronaca nera che incrociano la vita dei Larkin, mentre ognuno di loro insegue a suo modo il sogno americano. Myra, che cresce da sola il figlio Ronan dopo che il marito ha avuto una crisi psicotica, è l’unica a tenere i contatti con la famiglia: con Lexy, donna in carriera, e Fiona, eterna ribelle e attrice mancata a Broadway; e con Alec, ombroso e sfuggente, tormentato dai fantasmi di un’infanzia segnata dagli abusi e dall’indifferenza della madre, la cattolicissima Ava. E quando proprio Ava inizia a ricevere inquietanti cartoline anonime, presagio di eventi terribili, soltanto Myra, con l’aiuto del figlio, avrà la forza di affrontare quel male oscuro che sta inghiottendo la sua famiglia. La radice del male racconta un’America dove la quotidianità è intrisa di violenza, e la casa è insieme rifugio e pericolo.

 

Un romanzo cupo, inquietante e disturbante, una saga familiare sui generis, la cui storia si sviluppa nel corso di sessant’anni, raccontata dal punto di vista dei suoi protagonisti. Siamo nel 1951. A Elmira, nello Stato di New York, vive la famiglia Larkin, composta dal padre Donald, reduce di guerra, severo e taciturno, dalla madre Ava, donna religiosissima e dalla statuaria bellezza, e da sei figli, il più piccolo dei quali, Archie, muore in fasce per una brutta malattia. Gli altri sono Myra, affidabile e generosa, che sogna a occhi aperti, leggendo Il Giovane Holden, Lexy, bellissima e sicura di sé, Joan, mentalmente disabile, Fiona, ribelle con la testa perennemente fra le nuvole, e Alec, un ragazzino arrabbiato, malvagio e instabile, che coltiva come unico desiderio quello di scappare di casa.

Una famiglia all’apparenza normale, che vive una vita ordinaria, anche se, dentro le mura domestiche, germoglia inaspettatamente il germe di un male che, in futuro, avrà conseguenze esiziali.

Attraverso sessant’anni di storia americana (un’America indifferente e il più delle volte ostile), i protagonisti principali, Ava, Alec, Fiona, Myra e, il di lei figlio, Ronan, giovane aspirante drammaturgo, raccontano le vicende che porteranno i Larkin sull’orlo del baratro, quando, lentamente ma inesorabilmente, si scoprirà la vera natura di Alec.

La Radice del Male non è un thriller, non ci sono eclatanti colpi di scena, né indagini o assassini da catturare. Ciò che interessa davvero a Rapp, soprattutto attraverso lo sguardo di Myra (figura autobiografica costruita sulla madre dello scrittore), è raccontare la disgregazione del nucleo famigliare, mettendo in evidenza quelle dinamiche, le rivalità, le invidie, i rancori mai sopiti, che poteranno tutti i figli, a parte l’innocente Joan, ad allontanarsi da casa, per inseguire un sogno americano che non si realizzerà mai.

Perché la società americana è intrinsecamente violenta, perché non fa sconti agli ultimi, perché suggerisce come realizzabili sogni, raggiungibili solo attraverso lo status sociale e il denaro (Lexy ha successo, ma è una figura sfumata e marginale). Senza mezzi economici non si va da nessuna parte. Lo sa bene l’inquietante Alec, che gira gli Stati Uniti, sbarcando il lunario con piccoli lavoretti, alla ricerca di nuove vittime, lo sa Myra, abbandonata dal marito Denny, prototipo dell’atletico e affascinante maschio bianco, affetto però da una perniciosa schizofrenia, lo sa Ronan, figlio di Myra, colpito dagli stessi disturbi mentali del padre, che sacrifica il suo talento di drammaturgo, per scrivere più redditizie sceneggiature per la Tv, e lo sa Fiona, spirito libero ed egocentrico, che insegue, nella “grande mela”, il sogno, sempre più evanescente, di diventare attrice.

Se è evidente che si possono trovare punti di contatto con quella narrativa americana che ha sondato, con risultati brillanti, il tema della famiglia come germe di violenza (da L’urlo e Il furore di Faulkner fino alle opere di Jonathan Franzen e David Leavitt), Rapp si distingue per una prosa asciutta e intrisa di cinismo, conosce i tempi della drammaturgia, ed è abile a suggerire, senza mai palesarlo in modo banale, come alla radice del male ci siano, spesso, gli abusi tollerati della Chiesa e il sistema esercito, che miete vittime anche in tempo di pace.

Un finale, in parte sconvolgente, troverà una catarsi di speranza, in un’ultima, toccante lettera, che cerca nella comprensione e nel perdono una possibilità di salvezza.

 

Blackswan, giovedì 12/03/2026

 

martedì 10 marzo 2026

Karnivool - In Verses (Cymatic Records, 2026)

 


Pausa è un termine di per sé indeterminato: può indicare un lasso di tempo breve, quanto uno iato lungo anni. Quella che si sono presi gli australiani Karnivool, prima di pubblicare un nuovo disco, è durata la bellezza di tredici anni, pari alla carriera scolastica di uno studente italiano, dall’inizio delle elementari alla fine del liceo. Cosa aspettarsi da questa rinascita, da questo nuovo inizio?

La talentuosa band, nel corso della sua breve carriera, è passata dal raffinato nu-metal del loro debutto del 2005, Themata, alle tendenze più prog-rock di opere come Sound Awake del 2007 e Asymmetry del 2013. Arrivato dopo quasi tredici anni di assenza, In Verses è un disco inevitabilmente destinato a essere confrontato con i bei dischi pubblicati, ormai, in un lontano passato. E il confronto, alla resa dei conti, è vincente.

Il disco è frutto di un lungo lavoro di affinamento del suono, di tentativi, riusciti, di sperimentare, di un songwriting consapevole e maturo. Pur sfoggiando alcuni elementi già presenti nelle precedenti pubblicazioni, In Verses è un lavoro decisamente più compatto e omogeneo, un album di grande impatto, a cui mancano però quei singoli di spicco che rendevano più allettante il materiale del passato. Il disco funziona, semmai, più come un viaggio atmosferico, un unico grande flusso di musica in continuum, da ascoltare senza distrazioni, in una sola seduta (anche se poi gli ascolti devono essere diversi per coglierne ogni sfumatura).

In Verses è, insomma, un album denso, ossessivamente intricato nei suoi soundscapes, un album che fa della densità il tessuto stesso della sua identità estetica.

La voce del vocalist Ian Kenny, nonostante il tempo trascorso, è quella che ci ricordavamo, risuona piena di vita e di potenza come nei precedenti album, e il suo timbro, così ricco di sfumature e morbido, si adatta perfettamente allo stile prog atmosferico, ma corposo, della band. Le chitarre di Drew Goddard e Mark Hosking alternano trame pastose e flessibili, che sviluppano una sorta di atmosfera malinconica riconducibile all’alt metal di fine anni '90, a riff più pesanti, che percuotono, senza tuttavia prendere mai il sopravvento. Ottima anche la sezione ritmica, con le linee di basso di Jon Stockman, evidenti soprattutto nei momenti più tranquilli e atmosferici della scaletta, e il drumming stellato di Mike Judd, che definisce la direzione che ogni canzone prenderà, alternando la regola less is more (tocchi calibrati sul bordo del rullante) a groove che schiacciano il piede sull’acceleratore, innestando la marcia dell’epica.

I primi secondi di "Ghost" ribollono e riverberano, solleticando le orecchie dell'ascoltatore con le texture di chitarra e di synth, prima di esplodere, un minuto dopo, nella massiccia e fangosa distorsione del timbro di chitarra di Drew Goddard e Mark Hosking, il singolo "Aozora", ispirato al termine giapponese che significa cielo azzurro, mette in mostra in modo simile l'innato senso del groove dei Karnivool, mentre "Animations" testimonia la grande dote della band, capace di offuscare il senso del tempo con una poliritmia intricata e seducente. Le ultime due canzoni del disco, poi, "Opal" e "Salva", possiedono un tono decisamente personale e malinconico, raccontano la perdita di un amico e la perdita dell'innocenza, sono brani colorati da arrangiamenti delicati combinati con passaggi più pesanti che sono il cavallo di battaglia della band. 

Ogni singolo brano è assolutamente ricco di trame e intrecci sorprendenti, al punto che elencarli tutti diventerebbe rapidamente un esercizio stucchevole. Mai prima d'ora i Karnivool avevano suonato in modo così maniacalmente dettagliato, e in In Verses la profondità e la complessità del loro suono penetrano in una dimensione completamente nuova,

La produzione cristallina di Forrester Savell lascia ampio spazio al vagabondaggio sonoro di Karnivool, i sottili dettagli materici non si perdono mai nel mix, anzi, sono pienamente illuminati accanto al grosso della strumentazione standard, come granelli di polvere sospesi che danzano in un raggio di sole. Una produzione consapevole e deliberata, in linea con l'intento dietro ogni decisione compositiva. Allo stesso modo, la scrittura dei brani tiene conto dell'architettura emergente di un paesaggio sonoro così intenso, integrandosi pienamente e fondamentalmente nel processo compositivo.

Sembra un’ovvietà, visto il tempo trascorso a disposizione per definire ogni dettaglio della scaletta, ma In Verses sembra davvero il frutto di una maturazione naturale del sound dei Karnivool, e sebbene manchi di quelle particolari caratteristiche sonore che avevano definito i celebrati Sound Awake o Asymmetry, il disco rappresenta un audace passo in avanti, che utilizza il passato come una cornice in cui inserire un dipinto, per quanto riconoscibile, proiettato verso un nuovo e coraggioso futuro.

Voto: 8

Genere: Progressive Metal

 


 


Blackswan, martedì 10/03/2026

lunedì 9 marzo 2026

Summer of '69 - Bryan Adams (A&M, 1984)

 


Un grande classico rock, una delle canzoni più belle e famose di Bryan Adams, "Summer Of ’69" (sesta traccia dal best seller Reckless) è un brano malinconico, che celebra gli anni della giovinezza, fotografandoli durante un estate di amicizia, di spensieratezza, di musica, di primi amori. Una canzone che parla del ricordo e della crescita personale, attraverso la lente nostalgica di giorni andati per sempre.

Però, nell’estate del '69, Bryan Adams aveva 9 anni, e pertanto quel riferimento temporale è assolutamente incongruo rispetto ai temi narrati dalle liriche. 69 si riferisce, semmai, all’atto sessuale, è una metafora del fare l’amore, evoca la prima esperienza erotica, e non, come si pensa, un anno in particolare.   

Adams scrisse il brano con il cantautore Jim Vallance, autore di diverse canzoni degli Aerosmith e collaboratore frequente di Adams. Vallance spiegò che la canzone ha subito diverse modifiche e che originariamente si chiamava "Best Days Of My Life", con il verso "Summer Of '69" ripetuto solo una volta nel testo.

Secondo il songwriter, il testo di "Summer Of ’69" è stato influenzato da molte altre canzoni, a partire da "Running On Empty" di Jackson Browne, che in un passaggio canta: "In '69 I was 21". Non solo. Il verso "Ho ottenuto la mia prima vera sei corde" è ispirato a "Juke Box Hero" dei Foreigner, “in piedi sul portico di tua madre, mi hai detto che avresti aspettato per sempre" rimanda a "Thunder Road" di Bruce Springsteen e “quando mi hai tenuto la mano, ho capito che era adesso o mai più" a "I Want To Hold Your Hand" dei Beatles.

Sia Adams che Vallance suonavano in gruppi musicali al liceo, il che ha fornito spunto per il riferimento alla band che si è sciolta.  

 

"Avevamo una band e ci impegnavamo molto

Jimmy se n'è andato, Jody si è sposato

Avrei dovuto sapere che non saremmo mai andati lontano".

 

Nel verso "Jimmy quit, Jody got married", Jody era Jody Perpik, il tecnico del suono di Adams, che si sposò più o meno nello stesso periodo in cui stava nascendo questa canzone e che poi apparve nel video con la moglie, in un'auto con il cartello "Just Married". 

Una curiosità. La chitarra citata in "Summer Of ’69" proveniva da un negozio di musica di Reading, in Inghilterra, era una finta Stratocaster e fu acquistata nel 1970, quando Adams aveva solo 12 anni. All’epoca suo padre era un addetto dell’ambasciata canadese, che in quell’anno venne trasferito in Israele con tutta la famiglia. Quando fecero ritorno nel Regno Unito, Bryan regalò la chitarra a un vicino di casa e, arrivato in Canada, si comprò un’altra chitarra, della quale però restò molto deluso.

Anni dopo, come un fulmine a ciel sereno, un messaggio apparve nella sua casella di posta: era qualcuno che affermava di avere proprio quella chitarra comprata a Reading. Il messaggio diceva: 'Ehi, ho la tua chitarra del 1970. La vuoi indietro?'", ma dopo la risposta affermativa del musicista, nessuno più si fece sentire. Passò un decennio prima che si verificasse un vero e proprio colpo di scena. In una discoteca di Berlino, un uomo avvicinò Adams all'improvviso e gli disse: 'Bryan, ho la tua chitarra. Quella della tua infanzia.'" A quanto pare, quell'uomo era un amico del mittente originale dell'email, purtroppo morto in un incidente aereo. Prima di morire, forse per una premonizione, aveva affidato la chitarra all'amico con una richiesta: "se non potrò farlo io, restituiscila a Bryan Adams". E così, l'amico fece.

 


 

 

Blackswan, lunedì 09/03/2026

giovedì 5 marzo 2026

Lucinda Williams - World's Gone Wrong (Highway 20 Records, 2026)

 


Che questo mondo faccia letteralmente schifo dovrebbe essere un dato di fatto immediatamente comprensibile. Le guerre, la pandemia, la sempre più marcata diseguaglianza sociale, i rigurgiti fascisti, il razzismo diffuso come un morbo, la leadership di molti paesi saldamente in mano ad autentici imbecilli. Eppure, se il mondo continua a fare schifo, è perché la maggioranza della gente, completamente anestetizzata dai social e dalla ricerca dell’effimero, non se ne accorge, o contribuisce, giuliva e inconsapevole, allo sfacelo, con un surplus d’odio e di violenza che non si vedeva da decenni.

Ben vengano allora artisti come Lucinda Williams, che a dispetto di una salute cagionevole, non vuole rassegnarsi al male, ma affronta con lucidità e indignazione, i problemi del mondo, con particolare attenzione agli Stati Uniti, decidendo di incidere un disco che abbia il coraggio di mettere il dito nella piaga e sviscerare con urgenza temi socio politici, cercando, se possibile, di infondere un po’ di speranza.

World's Gone Wrong, pur essendo un album molto arrabbiato, non è solo un invito alla protesta, ma suona semmai come un reportage corroborato da un indefettibile sprone alla resistenza, suonato con l’intento che il focus americano diventi universale, che l’hic et nunc della denuncia si scolli, almeno in parte, dal contesto temporale, per acquisire forza atemporale, valere oggi come fra dieci anni, un vademecum di indignazione, rabbia e consapevolezza, buono per ogni barricata o manifestazione del futuro.

L'album si apre con la title track, un brano che definisce immediatamente gli obbiettivi. Come dicevamo, il fatto che "tutti sappiano che il mondo è andato storto" non rende il punto meno degno di essere sottolineato. Sostenuta da un solido southern rock, Williams racconta di un uomo e di una donna, gente semplice che lavora duramente per sbarcare il lunario (“Lavorare lunghe ore è la maledizione del diavolo”). Essere sopraffatti è quasi inevitabile, ma non bisogna arrendersi, si deve combattere, si deve restare uniti. In soccorso dei due arriva Miles Davis, e una sua canzone da ballare abbracciati per dimenticare la paura e il dolore: “Lei lo stringe forte e sorride dolcemente, Dice tesoro, mettiamoci un po' di Miles, E balliamo a piedi nudi sulle piastrelle, E dimentichiamo i nostri problemi per un po'”. Un’immagine dolcissima, poche righe che descrivono un amore indistruttibile, ma che contengono anche una certa epica da working class, la stessa che punteggia grandi canzoni americane scritte da gente come Bruce Springsteen, Bob Seger o Bon Jovi, per citarne alcuni.

Lucinda fotografa la realtà, indica il problema, ma cerca anche soluzioni, ammicca alla speranza, cerca la forza nell’unione. Così, coinvolge guest star di grande valore (Brittney Spencer, Mavis Staples, Norah Jones) per trasformare il disco in un evento comunitario, cantato e suonato con l’intento di mobilitare.  

Scavare nella fragilità del mondo significa riconoscere e dare un nome a problemi specifici, che si tratti della lotta per arrivare a fine mese o del fallimento morale di un politico che ha venduto la sua anima. Questo riconoscimento crea l'opportunità di andare avanti, non in un isolamento rabbioso, ma come lotta e determinazione collettiva.

L'album si chiude proprio con questo sentimento: il duetto fra Lucinda Williams e Norah Jones (We've Come Too Far to Turn Around) ha qualcosa di spirituale, parla dei nostri fallimenti, dell'essere ingannati dal male o del trarne vantaggio, ma indica anche la rotta, spingendo verso un mondo più giusto, perchè di strada ne è stata fatta per combattere il diavolo e i suoi simulacri, e non si può più tornare indietro: “E siamo qui per testimoniare di questa mostruosa malattia, siamo arrivati troppo lontano per tornare indietro”.

Tra "The World's Gone Wrong" e "We've Come Too Far to Turn Around", la Williams affronta temi di attualità, punta il dito contro i conflitti che rendono la sua, la nostra società, un inferno, e lo fa, il più delle volte, attraverso un suono rock blues, ispido e poco accomodante, un suono che sia adatto alla frustrazione e all'energia possente della sua scrittura. Tuttavia, uno dei brani più emozionanti in scaletta proviene da background estraneo al suo stile abituale, ed è la reinterpretazione di "So Much Trouble in the World" di Bob Marley. La Williams aggiunge qualche elemento blues, ma mantiene un groove simile all’originale, dialogando con appassionato trasporto con Mavis Staples: la madrina dei diritti civili e la rocker indomita portano il padre del reggae a livelli stellari, lasciando nell’ascoltatore un’emozione che ha bisogno di molto tempo per sopirsi.

La Williams vede chiaro e parla con una chiarezza che non ammette fraintendimenti. Quando affronta il tema della religione nel blues oscuro e tormentato di "Punchline", chiama in causa i truffatori della fede, ma chiarisce che il danno che causano è aggravato dal bisogno delle persone di trovare una direzione: “La gente è arrabbiata, cerca risposte, Si chiede dove rivolgersi, Il male cresce come un cancro, Nessuno vuole scottarsi, Dio, voglio credere, Ma i bugiardi sussurrano nelle orecchie, Falsi dei e ingannatori, Giocando sulle nostre paure più profonde”. La fede è una necessità, ma la fede, in questi anni orribili, è anche pericolosissima, può fomentare l’odio, trasformarsi in razzismo e violenza.

Più determinata che mai, Lucida Williams affronta il cuore dei problemi, è incazzata, e si sente, ma non perde l’occasione di empatizzare con la gente comune, di insufflare la sua musica di coraggio e rigore etico, di aprire a orizzonti di speranza. La vita, negli ultimi anni, non è stata più facile per lei, così come la maggior parte di noi combatte, in modi diversi, la propria quotidiana battaglia per sopravvivere. E si fa male. E soffre per prospettive sempre più ridotte. Come noi, questa combattiva rocker è intrappolata nel fango di un’esistenza che non gira mai come vorremmo, un’esistenza bombardata da odio, dolore, violenza. Eppure, anche lei, come noi, è sempre pronta a risollevarsi, cantandoci che un mondo migliore è possibile. Occorre resistere e far fronte comune, tenendoci stretti in un abbraccio compassionevole e fraterno: l’ostinazione dell’amore, un giorno, finalmente, vincerà la partita.

Voto: 8

Genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, giovedì 05/03/2026