Isolarsi dal resto del mondo, lontano dalla rutilante vita cittadina, per cercare la giusta ispirazione, per ritrovare se stessi, per dare risposte a quelle domande che ci rincorrono da sempre, con quel carico di dubbi, quell’alternarsi di smarrimento e inquietudine, che richiedono una sospensione, un momento di stasi e di pace interiore. Lo aveva già fatto, anni fa, era il 2007, Justin Vernon, alias Bon Iver, durante un inverno passato nella capanna del padre, nel Wisconsin, in cui partorì il meraviglioso For Emma, Forever Ago.
Allo stresso modo, un anno fa, Jay Buchanan, frontman dei Rival Sons, si è ritirato nel deserto del Mojave per trascorrere un periodo di isolamento e lavorare a nuova musica, che è confluita in questo Weapons Of Beauty, il suo primo album solista. Ed è proprio l’isolamento a dare il tono generale alla scaletta, che vive sulla sovrapposizione di due diversi spazi, che poi finiscono per fondersi e convivere. Da un lato, la bellezza mistica del deserto, un luogo aspro e selvaggio dalle reminiscenze cinematografiche, che suggerisce spiritualità, che affascina attraverso la forza brutale ed epica di una natura ancora indomita; dall’altro, il proprio spazio interiore, dilatato da una solitudine che impone riflessioni, che accumula pensieri, che illumina il proprio percorso esistenziale.
Con Weapons of Beauty,
Jay Buchanan, offre un album solista intimo e maturo che abbandona
l'energica arroganza della sua rock band per qualcosa di più
emotivamente sincero. Attingendo a radici, blues, americana, gospel e
soft rock, il disco sfugge a facili classificazioni di genere.
Prodotto da Dave Cobb, collaboratore di lunga data dei Rival Sons, e sequenziato da Scott Cooper, Weapons of Beauty esce dal cuore del deserto con una struttura scarna e priva di orpelli, per vedere successivamente la luce, con le canzoni maggiormente rifinite, grazie al contributo del bassista Brian Allen, del batterista Chris Powell, del tastierista Philip Towns e dei chitarristi Leroy Powell e J.D. Simo.
Se la solitudine e il deserto sono stati il carburante nobile dell’ispirazione, è la scrittura di Buchanan, così semplice ed efficace, così appassionata e melodica, ad essere una delle armi vincenti di questo emozionante album.
L'atmosfera è immediatamente definita dal brano d'apertura, "Caroline", una ballata ariosa e dalle sfumature country, che ricorda il Jason Isbell più acustico e verace, e che risulta al contempo dolce e introspettiva. La voce di Buchanan si muove con disinvoltura tra potenza e fragilità, con un’intensità espressiva che lascia senza fiato.
Nei dischi dei Rival Sons, Buchanan ha ripetutamente dimostrato un controllo impeccabile della voce, capace di suonare in modo carezzevole quando il testo richiede un tocco più delicato o di scatenarsi, quando la canzone esige tutta la sua potente estensione.
In
"Weapons" il vocalist abbandona ogni posa da rocker e lascia fluire la
voce come se fosse un’estensione del cuore, raggiungendo risultati
impressionanti in "Sway", vertice del disco e una delle ballate più
emotivamente coinvolgenti ascoltate quest’anno. Mentre canta, rivolto
alla propria moglie, “Ti voglio ora, finché siamo ancora giovani, e ti voglio da vecchia”,
la potenza dell’amore si espande insieme alla voce di Buchanan,
diventando quasi tangibile, mentre la strumentazione si abbandona a un
intenso crescendo.
In tutto il disco, la produzione di Dave Cobb mantiene saldamente l'attenzione sul cuore della melodia e sull’interpretazione vocale di Buchanan, esaltando entrambe attraverso un’orchestrazione misurata ed evocativa. Ciò è evidente in uno dei brani più significativi dell'album, "Deep Swimming", una canzone che utilizza un ritmo incalzante per accentuare, con successo, il lirismo introspettivo di liriche che meditano sui temi della memoria e della famiglia.
Un ampio e avvolgente tocco cinematografico pervade l'intero album, cosa particolarmente evidente nel country soleggiato di "Tumbleweeds", un bravo che evoca le vaste pianure di un paesaggio che si materializza innanzi ai nostri occhi, lasciando che la fantasia attraversi il deserto a volo d’uccello.
Morbida
e carezzevole nei suoi incisi soul, "Shower of Roses" riflette sulla
bellezza intesa sia come dono che come doloroso promemoria della
caducità della vita, catturando la tensione tra gioia e dolore. Il testo
allude anche al rapporto di Buchanan con la vita sotto i riflettori e al suo
desiderio di autenticità: "Quando la folla se n'è andata, Le luci si
spengono sul palco, Quando cala il sipario, Vuoi solo che dicano, Che
non hai mai preso più di quanto hai dato".
E se "The Great Divide" riecheggia lo spirito dei Fleetwood Mac degli anni '70, trasmettendo un'atmosfera malinconica venata da una quieta urgenza, la cover che Buchanan fa di "Dance Me to the End of Love" di Leonard Cohen è avvolta di tensione soul, che infonde nel brano un’essenziale intensità.
Il culmine emotivo dell'album arriva con il finale catartico della title track, voce e pianoforte a dispensare una vulnerabilità traboccante di emozioni, quelle emozioni che nascono dalla bellezza, sia nell’amore che nell’arte, e che sono un’arma per resistere di fronte ai momenti difficili della vita.
Alla fine del brano, si sente il piede di Buchanan che si toglie dal pedale del pianoforte e, quindi, il silenzio. Il silenzio del deserto, il silenzio della solitudine, il silenzio come spazio nel quale fluttuano i palpiti appena provati.
Voto: 8
Genere: Americana
Blackswan, martedì 31/03/2026

Nessun commento:
Posta un commento